Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • ‘Abusi sessuali e violenze quando ero in collegio. Mi hanno distrutto l’infanzia’: la storia di Alvaro e il racconto prima di morire

    ‘Abusi sessuali e violenze quando ero in collegio. Mi hanno distrutto l’infanzia’: la storia di Alvaro e il racconto prima di morire

    “Prima di morire volevo raccontare tutto”. Alvaro Del Cristo Godoy ha 65 anni e soffre di un dolore “cronico, irreversibile e non alleviabile”, e la Commissione di garanzia e valutazione della Comunità Valenciana ha accettato la sua richiesta di eutanasia. Per lui sono gli ultimi mesi di vita, visto che la data ultima indicata è quella del prossimo 11 febbraio. Prima di andarsene, il 65enne ha voluto raccontare la sua storia al quotidiano El País: una storia drammatica, segnata dagli abusi subiti durante l’infanzia nel collegio di San Juan de Dios, nelle Isole Canarie.

    La storia di Alvaro
    Nell’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, Alvaro ripercorre quei terribili anni di violenze: “Mi hanno distrutto l’infanzia, mi hanno reso una persona diffidente. Ho vissuto nella paura e nella vergogna. Ero un bambino abusato con una vita spezzata, e non voglio morire con questo peso dentro di me. È stato un fardello insopportabile per tutti questi anni e ancora oggi, a volte, l’orrore riaffiora nella mia memoria. Odiavo tutti quelli che mi stavano intorno, ho vissuto un inferno. Raccontare la mia storia è un modo per cercare giustizia e per non sentirmi più solo, perché nonostante fossi circondato da adulti, non c’era nessuno a difendermi”.

    Le segnalazioni alla diocesi
    L’uomo ha raccontato di essere stato violentato da Fratel Francisco, il direttore dell’infermeria, Fratel Calixto, che gestiva la mensa, lo aiutò tenendolo fermo. Era il 1972. Nel 2017 Alvaro ha provato a denunciare formalmente gli abusi subiti alla diocesi delle Isole Canarie. Al telefono ha parlato di “torture e abusi”, senza entrare nei dettagli, ma gli è stato detto che si sarebbe dovuto recare personalmente nella sede centrale. Un’opzione complicata per il 65enne con problemi di mobilità che così, sempre nel 2017, ha inviato alla diocesi una e-mail esprimendo la sua frustrazione, dicendo che un gruppo di vittime aveva intenzione di rendere pubblici sui media gli abusi sessuali e fisici subiti “in numerose occasioni” nell’ospedale San Juan de Dios di Gran Canaria.

    “Prima di morire volevo raccontare tutto”. Alvaro Del Cristo Godoy ha 65 anni e soffre di un dolore “cronico, irreversibile e non alleviabile”, e la Commissione di garanzia e valutazione della Comunità Valenciana ha accettato la sua richiesta di eutanasia. Per lui sono gli ultimi mesi di vita, visto che la data ultima indicata è quella del prossimo 11 febbraio. Prima di andarsene, il 65enne ha voluto raccontare la sua storia al quotidiano El País: una storia drammatica, segnata dagli abusi subiti durante l’infanzia nel collegio di San Juan de Dios, nelle Isole Canarie.

    La storia di Alvaro
    Nell’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, Alvaro ripercorre quei terribili anni di violenze: “Mi hanno distrutto l’infanzia, mi hanno reso una persona diffidente. Ho vissuto nella paura e nella vergogna. Ero un bambino abusato con una vita spezzata, e non voglio morire con questo peso dentro di me. È stato un fardello insopportabile per tutti questi anni e ancora oggi, a volte, l’orrore riaffiora nella mia memoria. Odiavo tutti quelli che mi stavano intorno, ho vissuto un inferno. Raccontare la mia storia è un modo per cercare giustizia e per non sentirmi più solo, perché nonostante fossi circondato da adulti, non c’era nessuno a difendermi”.

    Le segnalazioni alla diocesi
    L’uomo ha raccontato di essere stato violentato da Fratel Francisco, il direttore dell’infermeria, Fratel Calixto, che gestiva la mensa, lo aiutò tenendolo fermo. Era il 1972. Nel 2017 Alvaro ha provato a denunciare formalmente gli abusi subiti alla diocesi delle Isole Canarie. Al telefono ha parlato di “torture e abusi”, senza entrare nei dettagli, ma gli è stato detto che si sarebbe dovuto recare personalmente nella sede centrale. Un’opzione complicata per il 65enne con problemi di mobilità che così, sempre nel 2017, ha inviato alla diocesi una e-mail esprimendo la sua frustrazione, dicendo che un gruppo di vittime aveva intenzione di rendere pubblici sui media gli abusi sessuali e fisici subiti “in numerose occasioni” nell’ospedale San Juan de Dios di Gran Canaria.

    Lo scorso aprile il 65enne ha deciso di denunciare gli abusi al Garante per la protezione dei minori, che gli ha spiegato i passi da seguire per richiedere un risarcimento. Sempre nello stesso periodo, la segnalazione è arrivata anche all’ufficio per la tutela dei minori della diocesi di Valencia e all’ordine ospedaliero.

    Le indagini in corso

    Il 28 aprile un responsabile dell’ufficio per la tutela dei minori ha contattato Godoy, dicendo che le indagini erano in corso e che sarebbe stato ricontattato la settimana successiva. Cosa che però non è avvenuta. L’11 giugno l’uomo ha cercato di sollecitare nuovamente con una telefonata, ma gli è stato chiesto altro tempo per indagare. Adesso, a quattro mesi di distanza da quell’ultima comunicazione, non sono arrivate notizie, almeno fino all’intervento dei giornalisti spagnoli, che hanno contattato l’ordine ospedaliero dicendo che sarebbe uscito l’articolo con le dichiarazioni di Alvaro Del Cristo Godoy. Ventiquattro ore dopo, l’uomo è stato contattato per fissare un colloquio di persona e raccogliere la sua testimonianza.

    Il collegio San Juan de Dios appartiene all’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio e ha aperto i battenti nel settembre del 1972 per fornire “servizi educativi, assistenziali e riabilitativi a bambini con disabilità o in situazioni di bisogno sociale”. Nel 2018, El País ha avviato un’indagine sugli abusi e la pedofilia all’interno della chiesa spagnola: secondo i dati del quotidiano spagnolo, sarebbero almeno cinque i casi segnalati, tutti in strutture gestite dal medesimo ordine ospedaliero.

    I primi giorni in collegio

    Secondo quanto raccontato da Godoy, la sua “fortuna” è stata quella di trascorrere soltanto mezza giornata nel centro, per poi tornare a casa a dormire: “Ero un bambino normale con adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) e un problema al ginocchio, poi rivelatosi essere osteocondrite dissecante. Ero orfano di padre da quando avevo cinque anni. Ecco perché mia madre acconsentì a iscrivermi alla scuola San Juan de Dios nel 1972”.

    Già nei primi giorni, Godoy ha raccontato di aver visto qualcosa che lo ha terrorizzato: “Mentre giocavo a nascondino, ho visto Fratel Francisco praticare sesso orale a un bambino di circa quattro anni. Non riuscivo a capire appieno la portata di ciò che stava accadendo, ma mi ha spaventato. Ho cercato di evitare di andare in infermeria perché lui era il responsabile e mi diceva sempre che la procedura prevedeva un controllo. Per un po’ l’ho evitato”.

    Abusi e violenze

    Poi, un giorno, Fratel Francisco lo avrebbe sorpreso mentre entrava in classe, dalla porta accanto all’infermeria: “Sapeva che ero orfano e cercò di farmi sentire al sicuro: mi disse che era un sostituto di mio padre, che l’amore che provava per me era lo stesso che avrebbe provato se fosse stato mio padre, e che dovevo rilassarmi perché doveva esaminare il mio corpo. Mentre parlava, mi accarezzava le cosce”.

    “Quando mi resi conto di cosa stava succedendo – ha aggiunto – lui mi stava già abbassando le mutande e si stava masturbando un po’, cosa che non provocava alcuna reazione, nessuna erezione, non avevo ancora nemmeno avvertito nulla del genere. Iniziò a praticarmi sesso orale. Scoppiai in lacrime. In quel momento entrò Fratel Calixto. Cercai di approfittare dell’occasione per alzarmi e vestirmi, ma entrambi mi tenevano fermo. Non ho mai osato dirlo a nessuno: ho detto al vescovado che per fortuna non mi avevano penetrato, ma non era vero. L’ho sempre tenuto nascosto per vergogna, paura e perché mi sentivo umiliato. La verità è che Fratel Francisco mi ha penetrato. Ho urlato di lasciarmi andare, ma Fratel Calixto mi ha premuto la testa contro il lettino”.

    In quell’occasione la violenza è stata interrotta dall’allarme antincendio. “Non saprei dire se sono rimasto su quella barella per tre secondi o tre minuti, ho perso la cognizione del tempo. L’allarme mi ha salvato. Le porte delle aule hanno iniziato ad aprirsi e i bambini sono usciti. ‘Vestiti’, mi hanno detto”. Godoy ricorda la frase pronunciata da Fratel Francisco: “Questa è parte della volontà di Dio e deve rimanere tra noi. Se la riveli a qualcuno, Dio si arrabbierà con te e potrebbe accadere qualcosa di brutto alla tua famiglia. Me ne andai terrorizzato e scappai da scuola”.

    Il pestaggio davanti ai bambini

    Il giorno dopo è andata anche peggio: “Sono stato preso a calci e pugni davanti agli altri bambini – ha raccontato l’uomo -. Era Francisco. Mi ha rotto alcune costole, il naso e mi ha buttato giù da un pendio di tre metri. Usavo le stampelle e sono tornato a casa a piedi. Non ho nemmeno avuto il tempo di raccontare a mia madre cosa mi stava succedendo, perché era già stata chiamata dal centro e le era stato detto che ero un bambino cattivo, che insultavo tutti, che picchiavo gli altri bambini. Quando ho provato a spiegarle la verità, mi ha dato due schiaffi”.

    Godoy ha poi rivelato un altro tentativo di costringerlo a entrare in infermeria, non andato a buon fine, prima delle violenze fisiche subite in sala mensa: “Scappavo da lì perché il cibo mi sembrava immondizia. Ma Francisco e Calixto me lo infilavano in bocca a forza, picchiandomi: usavano un cucchiaio come leva tra i miei denti e mi torcevano le braccia”.
    Nell’articolo viene citata anche la testimonianza di uno dei compagni di classe dell’epoca, che ha chiesto di rimanere anonimo: “Sono stato anche io vittima e testimone di abusi da parte di Francisco. Lo vedevo entrare nella stanza di notte e sdraiarsi sul letto del ragazzo di fronte. Io facevo finta di dormire. Un giorno mi fece sedere sulle sue ginocchia e si masturbò con la mia mano. Mi baciava sulla bocca, ma io tenevo la bocca chiusa per impedirgli di penetrarmi con la lingua. Non andò oltre quell’episodio, perché dopo mi nascondevo”.

    “Era solo affettuoso”

    Godoy continuò a frequentare il centro per alcuni mesi, senza riuscire a raccontare a nessuno delle violenze subite. Più tardi, a 16 anni, durante il ricovero in ospedale per un intervento al ginocchio, il direttore del centro andò a trovarlo: “Non sono entrato nei dettagli degli abusi sessuali perché mi sentivo intimidito e spaventato. Ma gli ho detto che Fratel Francisco mi aveva picchiato e che aveva toccato e abusato dei bambini. Mi disse di non interpretarlo in quel modo, che Fratel Francisco era semplicemente affettuoso. Mi chiese persino di tornare a San Juan de Dios. Mi rifiutai e gli dissi che avrei ucciso Fratel Francisco. Lui rispose che non era più lì, che era stato trasferito in Africa”.

    L’ordine ha confermato il trasferimento in Camerun, dove l’uomo rimase per 8-9 mesi, ma le motivazioni dello spostamento non sono mai state rese note, così come quelle che hanno portato Francisco a uscire dall’ordine nel dicembre del 1977. Godoy non sa neanche se sia ancora vivo, e anche su Calixto l’ordine afferma di “non essere autorizzato a fornire informazioni”. Difficile prevedere come procederanno le indagini, ma almeno Alvaro ha avuto modo di raccontare la sua storia e togliersi questo “peso insopportabile” prima della fine.

    https://europa.today.it/attualita/abusi-violenze-collegio-storia-alvaro-del-cristo-godoy.html

  • Pedofilia nella Chiesa; un sistema di potere sacro, impunità, isolamento emotivo e accesso privilegiato ai minori.

    Pedofilia nella Chiesa; un sistema di potere sacro, impunità, isolamento emotivo e accesso privilegiato ai minori.

    di Marinella Puleo – La pedofilia nella Chiesa è un sistema che continua a esistere perché combina ancora oggi potere sacro, impunità, isolamento emotivo e accesso privilegiato ai minori.

    Le inchieste più recenti lo dimostrano.

    In Francia, la Commissione Sauvé ha pubblicato nel 2021 un rapporto che parla di 216.000 vittime di membri del clero dal 1950 a oggi, e 330.000 se si includono educatori laici legati alla Chiesa.

    In Germania, lo studio MHG del 2019 ha identificato 1.670 sacerdoti abusanti e oltre 3.600 vittime, e ha concluso che i meccanismi di copertura sono ancora attivi. In Australia, la Royal Commission ha rilevato che il 7% dei sacerdoti è stato accusato di abusi tra il 1950 e il 2010, e ha dichiarato che la struttura ecclesiastica continua a essere “intrinsecamente inadatta a proteggere i minori”.

    Negli Stati Uniti, il John Jay Report ha identificato circa il 4% dei sacerdoti coinvolti in casi di abuso, e le diocesi americane pubblicano ancora oggi liste aggiornate di preti “credibilmente accusati”.

    La psicologia spiega perché questo fenomeno continua. Il sacerdote rimane una figura percepita come moralmente superiore, intoccabile, investita di un’autorità che paralizza la capacità della vittima di riconoscere l’abuso e della comunità di accettare che possa essere avvenuto. Questo meccanismo, chiamato autorità carismatica, non è scomparso: è ancora il pilastro della relazione tra clero e fedeli. Il celibato obbligatorio continua a creare uomini isolati, privi di relazioni adulte significative, con un’identità completamente fusa nel ruolo. Quando l’identità personale si riduce al ruolo sacro, la psiche può deviare, e lo fa in un ambiente dove la supervisione è minima e la fiducia è totale.

    La Chiesa continua a garantire ai sacerdoti un accesso privilegiato ai minori: oratori, catechismo, gruppi giovanili, scuole religiose. In criminologia questo si chiama ambiente ad alta opportunità, e non è cambiato. Gli abusanti clericali mostrano ancora oggi le stesse distorsioni cognitive documentate dagli psicologi forensi: minimizzazione del danno, razionalizzazione morale, spostamento della responsabilità, attribuzione esterna. Ma la distorsione più devastante rimane la stessa: la convinzione che non ci saranno conseguenze reali. E infatti, nonostante le linee guida, molti casi vengono ancora gestiti internamente, con trasferimenti, silenzi e trattative private.

    La Commissione Sauvé ha scritto che la Chiesa francese ha mostrato “una crudeltà istituzionale sistemica” e la Royal Commission australiana ha dichiarato che la Chiesa “continua a privilegiare la propria reputazione rispetto alla sicurezza dei minori”.

    Un bambino abusato da un sacerdote oggi vive la stessa doppia prigione psicologica di ieri: non può opporsi all’autorità religiosa e non può denunciare senza temere di distruggere la famiglia, la comunità, la fede dei genitori.

    Questa paralisi morale non è un fenomeno storico: è una dinamica attuale, che continua a rendere l’abuso indicibile e quindi riproducibile.

    Quando metti insieme potere sacro, isolamento emotivo, accesso ai minori, impunità, sacralizzazione dell’autorità e cultura del silenzio, ottieni una struttura che non ha smesso di funzionare. Non genera il pedofilo, ma lo protegge, lo amplifica e lo rende invisibile.

    I numeri delle commissioni internazionali dimostrano che questa struttura è attuale e difficile da scardinare.


    Quanti sono i casi in Italia?

    Qui il dato italiano dell’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO

    Osservatorio permanente sui crimini sessuali del clero

  • ENNA – Il Pubblico Ministero chiede due anni di carcere senza sospensione della pena per Gisana e Murgano

    ENNA – Il Pubblico Ministero chiede due anni di carcere senza sospensione della pena per Gisana e Murgano

    IL pm Santo Di Gregorio, nel corso dell’udienza con rito abbreviato, che vede imputata per falsa testimonianza il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale, attuale parroco della chiesa madre di Enna, Vincenzo Murgano, ha chiesto due anni di carcere senza sospensione della pena e con la richiesta espressa dell’esclusione delle attenuanti.

    La sentenza è prevista per il prossimo 11 dicembre. I due prelati, assistiti e rispettivamente dagli avvocati Pierfrancesco Bruno, del foro di Roma e Gabriele Cantaro, e Mauro Di Natale e Francesco Petralia, sono accusati di avere mentito su circostanze rilevanti nel corso del processo al sacerdote Giuseppe Rugolo, poi condannato in via definitiva a tre anni di carcere.

    Erano state le motivazioni della sentenza a stigmatizzare l’atteggiamento di Gisana il cui comportamento era stato definito “facilitatore degli abusi”.

    Gisana e Murgano erano assenti, presente, invece, Antonio Messina, assistito dall’avvocata Eleanna Parasiliti Molica, unica parte civile ammessa nel processo, dalla cui denuncia è partita l’inchiesta .

  • Falsa testimonianza, al via a Enna il processo al vescovo Gisana ed al vicario Murgano

    Falsa testimonianza, al via a Enna il processo al vescovo Gisana ed al vicario Murgano

    Si è aperto questa mattina, davanti al Tribunale di Enna, il processo con rito abbreviato nei confronti del vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana e di Vincenzo Murgano, attuale parroco della Chiesa Madre di Enna. I due prelati sono imputati di falsa testimonianza per quanto dichiarato durante il procedimento a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo, condannato in via definitiva a 3 anni per violenza sessuale su minori.

    Le accuse della Procura

    Secondo la Procura di Enna, Gisana (difeso dagli avvocati Pierfrancesco Bruno e Gabriele Cantaro) e Murgano (assistito dagli avvocati  Mauro Di Natale e Francesco Petralia) avrebbero reso in aula dichiarazioni non veritiere su circostanze che, secondo la Procura, erano nella loro conoscenza. Tra gli aspetti contestati figurano le informazioni ricevute sugli abusi attribuiti a Rugolo e le iniziative adottate, o non adottate, a tutela dei minori.

    Dalla denuncia di Messina al nuovo processo

    L’inchiesta nei confronti dei due religiosi è nata dalla denuncia di Antonio Messina, l’archeologo ennese – difeso dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica – dalla cui iniziativa giudiziaria era partita anche la vicenda che ha portato al processo contro Rugolo.

    Nel procedimento davanti al Tribunale di Enna Messina è stato ammesso come unica parte civile. Sono state invece escluse le richieste presentate dai suoi genitori e dalle associazioni Rete L’Abuso e Co.Tu.Le.Vi.; non si è costituita parte civile neppure l’Avvocatura dello Stato.

    Sono stati gli imputati a scegliere l’abbreviato

    Il processo si celebra con rito abbreviato su richiesta degli stessi imputati, scelta formalizzata dalla difesa nell’udienza preliminare. La parola passa ora al giudice, chiamato a valutare le contestazioni della Procura e gli elementi raccolti nel procedimento.

    Falsa testimonianza, al via a Enna il processo al vescovo Gisana ed al vicario Murgano

  • Gli abusi di don Rugolo, il vescovo Gisana sul banco degli imputati

    Gli abusi di don Rugolo, il vescovo Gisana sul banco degli imputati

    Giovedì 8 ottobre si tiene a Enna l’udienza di un processo a suo modo storico, almeno per il nostro Paese. A essere giudicato è un vescovo, monsignor Rosario Gisana, accusato di falsa testimonianza nel processo contro l’ex sacerdote don Giuseppe Rugolo, condannato a 3 anni in via definitiva per abusi sessuali commessi su un minore.

    La chiamata in giudizio di un vescovo con l’accusa di aver coperto un caso di abuso accertato e reiterato nel tempo non ha quasi precedenti in Italia, a differenza di quanto avvenuto in diversi Paesi del mondo a cominciare dagli Stati Uniti, passando per la Francia, la Germania e la Spagna, solo per citare alcuni casi.

    Insieme al titolare della diocesi di Piazza Armerina, sotto la cui giurisdizione ecclesiastica si trova Enna, sarà chiamato a rispondere delle medesime accuse anche monsignor Vincenzo Murgano, vicario giudiziale della diocesi, nonché parroco della chiesa madre di Enna. Entrambi hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato, per questo l’udienza riveste particolare importanza.

    Il processo, iniziato da tempo, entra così nella sua fase decisiva, poiché si tratterà di giudicare se monsignor Gisana ha effettivamente coperto i comportamenti criminosi dell’ex prete don Rugolo, come si legge nella sentenza di primo grado che ha portato alla condanna a 4 anni e 6 mesi del sacerdote, poi ridotti a tre anni nei successivi gradi di giudizio.

    La novità sta tutta nel coinvolgimento diretto del vescovo e del suo collaboratore. D’altro canto già la sentenza d’appello confermava i fatti descritti dai giudici al termine del processo di primo grado, anche in relazione all’operato di Gisana e Murgano. Infatti la vittima e i suoi genitori si erano inizialmente rivolti alle autorità ecclesiastiche e, solo dopo aver constato che questa strada non avrebbe portato da nessuna parte, erano ricorsi alla giustizia civile.

    Approccio predatorio

    «L’istruzione dibattimentale di primo grado ha accertato l’approccio invadente e predatorio dell’imputato che era solito relazionarsi con modalità del tutto inappropriate ed inconciliabili con la funzione educativa e di guida spirituale» scrivevano i giudici, riferendosi a Rugolo.

    La mole degli accessi a siti porno, oltre 19mila in soli nove mesi, confermava l’idea della personalità deviata del sacerdote già emersa dalle prove testimoniali. La corte ha quindi demolito la tesi della difesa secondo cui i rapporti sessuali fossero in realtà tutti di natura consensuale.

    Tanti cardinali ad Enna

    Proprio a Enna, dal 2 al 7 ottobre, si è svolto un evento religioso inconsueto: ovvero il VII Forum Paneuropeo delle confraternite. Tra gli ospiti d’eccezione diversi cardinali. A dare il via alle celebrazioni proprio monsignor Gisana che ha fatto gli onori di casa e presieduto la messa d’apertura dell’evento. L’impressione è quindi che non si sia una presa di distanza dall’operato di un vescovo accusato di aver insabbiato un grave caso di abuso sessuale. Anzi, a pensar male, parrebbe quasi che l’istituzione abbia deciso di fare muro di fronte al processo in corso.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-chiesa-don-rugolo-vescovo-gisana-processo-h6ktn12q

  • Il cardinale Zuppi premia il vescovo imputato per falsa testimonianza

    Il cardinale Zuppi premia il vescovo imputato per falsa testimonianza

    La decisione del presidente dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, di affidare un incarico in una commissione della Conferenza episcopale italiana proprio a un vescovo sotto processo per falsa testimonianza dimostra che per la Chiesa (quella italiana in particolare) i veri nemici non sono i preti abusatori ma le loro vittime. Ed è proprio alle vittime di abuso clericale che personaggi come Zuppi non perdono occasione di infliggere offese ed umiliazioni.

    Fra tre giorni, l’8 ottobre, il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana sarà in tribunale a Enna a ricevere la risposta dei giudici sul suo caso. È accusato insieme al vicario giudiziale Vincenzo Murgano di aver mentito durante il processo a don Giuseppe Rugolo, poi condannato in via definitiva a tre anni per violenza sessuale su minori. Il vescovo ha scelto il rito abbreviato, dopo che la Procura aveva deciso di procedere in seguito a un esposto presentato da Antonio Messina, una delle vittime di Rugolo.

    Un’accusa gravissima: è la prima volta che un vescovo viene rinviato a giudizio per falsa testimonianza nel contesto di un caso di abuso sessuale. Ci si sarebbe aspettati una risposta conseguente della Chiesa: una rimozione, o almeno una sospensione; e invece niente, non fa una piega, nanca un plissé, per citare il palo della banda dell’Ortica di Enzo Jannacci. Ma monsignor Gisana, che abbiamo sentito nel podcast La Confessione dire a Rugolo «ho insabbiato questa storia», per poi rassicurarlo che le sofferenze che doveva attraversare a causa della denuncia di Messina erano la sua personale via alla santità, ecco, Gisana non solo è rimasto saldo al suo posto alla guida della diocesi ma è stato addirittura promosso ad un incarico prestigioso nella Cei.

    È stato infatti nominato membro per il quinquennio 2026-2031 della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi durante la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente, che si è riunito a Roma dal 21 al 23 settembre sotto la guida del cardinale Matteo Zuppi.

    Bisogna ammettere che con la Chiesa non ci si annoia mai: anche quando credi che tutto sia ormai chiaro e lineare, comprovato da sentenze passate in giudicato, arrivano nuovi rivolgimenti e colpi di scena. Sul caso Rugolo-Gisana pensavamo di aver già visto tutto e invece ecco che arriva la benedizione ecclesiastica sul vescovo accusato di aver mentito in aula per proteggere il prete pedofilo. Gesto audace, per così dire, da parte della Cei, che mostra tutto il disprezzo della Chiesa italiana per la giustizia dello Stato e anche per un minimo di stile, che dovrebbe perlomeno frenare gli entusiasmi e le nomine a ridosso di una sentenza – se non altro per non imbarazzare i giudici.

    Ci sono dei precedenti, è vero: addirittura papa Francesco provò (probabilmente con un certo successo) a interferire nel processo a don Rugolo, definendo durante un’udienza alla Fraternità Apostolica della Misericordia e alla Piccola Casa della Misericordia di Gela il «calunniato» vescovo Gisana «bravo e giusto», proprio il giorno prima dell’udienza in cui era prevista la requisitoria della pm al processo Rugolo, il 6 novembre 2023 (udienza che poi saltò).

    Saluto il Vescovo di Piazza Armerina, Monsignor Rosario Gisana: bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo Vescovo».

    Ora che quel processo si è concluso con la sentenza della Cassazione e si aspetta l’8 ottobre per conoscere la decisione dei giudici di Enna sul vescovo Gisana e sul vicario giudiziale don Vincenzo Murgano, il presidente dei vescovi Zuppi non trova di meglio che dare un premio al vescovo sotto processo. A pochi giorni dalla sentenza di primo grado.

    Monsignor Gisana, fresco di nomina in Cei e con un endorsement di questo livello, certo non si è trattenuto e ha sfilato con tutti i paramenti al VII Forum Paneuropeo delle Confraternite, che si è aperto il 2 ottobre proprio a Enna. Ha portato anche la spina santa, reliquia simbolo della città di Enna, diversamente da quanto era previsto nel programma, che l’aveva affidata alle meno controverse mani del vescovo di Acireale Antonino Raspanti, presidente della Conferenza episcopale siciliana. Erano attese 2500 persone, rappresentanti di 55 confraternite provenienti dalla Sicilia e dal resto d’Italia, dalla Spagna, dalla Germania, da Malta e dal Portogallo ma, a quanto pare, finora è stato abbastanza un flop. Nei prossimi giorni è previsto perfino l’intervento in collegamento con Antonio Banderas: chissà se gli hanno detto in quale circo va ad infilarsi…

    Presiedendo la messa inaugurale in duomo nel pomeriggio del 2 ottobre, Gisana ha avuto anche l’ardire di invitare i fedeli a custodire nella quotidianità delle confraternite l’attenzione alle persone più fragili, e quindi «la vicinanza ai piccoli». L’indignazione delle vittime di abuso clericale non si è fatta attendere, anche se accuratamente oscurata dai media:

    Genuflessi, ma non come quando esprimi rispetto, in questo caso è una genuflessione indegna e volgare, quella che le Istituzioni ennesi, senza rispetto per il loro ruolo istituzionale e per la Chiesa stessa, hanno acconsentito in nome della popolazione, a chi di fatto, in qualunque società civile che si rispetti, verrebbe messo da parte come “pessimo elemento”.

    L’Associazione Rete L’ABUSO, che in Italia è l’unica rappresentante delle vittime sopravvissute agli abusi sessuali di quel clero che solo nel nostro paese è ancora oggi il terzo mondo d’Europa, perché incapace di rendere almeno un risarcimento umano alle proprie vittime, si stringe intorno ad Antonio Messina, vittima accertata di don Giuseppe Rugolo, che in modo inaccettabile, oggi è nuovamente vittima di quella società di dubbia moralità e civiltà, che ha permesso in modo tanto barbaro che Antonio Messina, e tutti noi vittime italiane, subissimo proprio dalla città di Enna e dalle Istituzioni della stessa, tanta umiliazione “istituzionale”.

    Monsignor Gisana congederà gli ospiti del Forum delle confraternite il 7 ottobre. Il giorno dopo lo aspettano in tribunale.

    (Il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana al Forum Paneuropeo delle Confraternite, Enna, ottobre 2026. Foto di Pierelisa Rizzo)

    https://federicatourn.substack.com/p/il-cardinale-zuppi-premia-il-vescovo

  • Ex vescovo cattolico condannato per aver abusato di uomini indigeni in Australia

    Ex vescovo cattolico condannato per aver abusato di uomini indigeni in Australia

    Un ex vescovo cattolico è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere per aver abusato sessualmente di due giovani aborigeni nell’Australia occidentale.

    Christopher Saunders, di settantasei anni, è stato condannato dal Tribunale distrettuale dell’Australia Occidentale e non ha mostrato alcuna reazione durante l’udienza di condanna di mercoledì.

    Ad agosto, un tribunale ha dichiarato Saunders colpevole di un’accusa di penetrazione sessuale senza consenso e di 12 capi d’accusa di violenza sessuale.

    I reati sono stati commessi tra il 2010 e il 2019, periodo in cui era vescovo di Broome, una remota diocesi nel nord-ovest dell’Australia.

    L’arcivescovo Timothy Costelloe, presidente della Conferenza episcopale cattolica australiana, ha rilasciato una dichiarazione in cui si scusa per il dolore e la sofferenza inflitti da Saunders alle vittime, affermando che la loro fiducia è stata “profondamente tradita da un leader della Chiesa”.

    Saunders fu ordinato sacerdote nel 1976 e inizialmente lavorò presso stazioni missionarie nelle regioni più remote dell’entroterra a partire dagli anni ’70. Negli anni ’90, fu nominato vescovo di Broome da Papa Giovanni Paolo II.

    A seguito delle accuse di abusi, Saunders ha sospeso le sue funzioni nel 2020 e nell’agosto del 2021 Papa Francesco ha accettato le sue dimissioni. Il prelato ha sempre negato le accuse.

    In tribunale è emerso che il vescovo aveva adescato le sue vittime.

    Si dice che invitasse regolarmente giovani aborigeni e adolescenti in una casa sulla spiaggia o nella residenza di una chiesa cattolica, offrendo loro alcol e sigarette, oltre a denaro e telefoni cellulari.

    Secondo le prime ricostruzioni, le aggressioni ai danni dei due giovani sarebbero avvenute mentre questi erano in stato di grave intossazione alcolica.

    Commissione reale e storia di abusi

    Nel 2013, il governo australiano ha istituito una Commissione Reale , un’inchiesta di alto livello sugli abusi sessuali sui minori nelle istituzioni, in seguito a una serie di scandali che hanno coinvolto la Chiesa cattolica.

    Nel 2017, la commissione ha rivelato che la maggior parte degli abusi si è verificata nelle chiese, con il sette percento dei sacerdoti cattolici accusati di aver abusato di minori in Australia tra il 1950 e il 2010. Ha affermato che le accuse non sono quasi mai state oggetto di indagine.

    È emerso che 4.444 presunti casi di abusi sessuali su minori erano stati segnalati alle autorità ecclesiastiche. In alcune diocesi, oltre il 15% dei sacerdoti risultava essere responsabile di tali abusi.

    La commissione ha inoltre ascoltato la testimonianza dell’ex responsabile finanziario del Vaticano, il cardinale George Pell, riconosciuto colpevole nel 2018 di abusi sessuali su chierichetti a Melbourne, in Australia, negli anni ’90.

    Pell, che era stato il responsabile anticorruzione di Papa Francesco, fu rilasciato dal carcere nel 2020 dopo che un tribunale annullò la sua condanna. Morì a Roma il 10 gennaio 2023, all’età di 81 anni, a causa di complicazioni cardiache insorte dopo un intervento chirurgico all’anca.

    https://www.aljazeera.com/news/2026/10/7/former-catholic-bishop-sentenced-for-abusing-indigenous-men-in-australia

  • Massachusetts, 1.000 abusi nelle diocesi dopo il Sessantotto

    Massachusetts, 1.000 abusi nelle diocesi dopo il Sessantotto

    Nuovo report, nuove polemiche e stesse conferme.

    In questi giorni i grandi media internazionale stanno rilanciando il nuovo rapporto dell’Attorney General del Massachusetts sui circa 1.000 bambini abusati da 270 membri del clero appartenenti alle diocesi di Fall River, Springfield e Worcester.

    Questa affermazione poderosa necessita però di numerosi chiarimenti che, spesso, gli stessi organi di informazione non forniscono o, quando va bene, riducono a poche parole.

    Denunce, non condanne

    Leggendo le duecento pagine del documento emerge innanzitutto che si tratta di denunce e accuse (pur ritenute credibili), non di casi accertati.

    Si tratta, in particolare, di persone che decenni dopo i fatti hanno riferito un abuso.

    L’inchiesta dell’Attorney General si è conclusa infatti senza nuove incriminazioni e la stessa procuratrice Andrea Joy Campbell ha osservato che «alcuni comportamenti non costituivano reato secondo la legge del Massachusetts al momento in cui si sono verificati e non possono essere perseguiti retroattivamente».

    Le denunce vanno sempre prese in seria considerazione ma nessuno ha davvero verificato quanto riferiscono queste persone. E’ bene ricordare che in mezzo a tanti abusi, purtroppo realmente compiuti, esistono anche un’infinità di casi inventati, soprattutto a distanza di anni. La cronaca recente continua a dimostrarlo.

    Gli stessi investigatori, consapevoli di questo limite, nello studiare le oltre 300.000 pagine di documenti fornite dalle diocesi del Massachusetts si sono infatti concentrati più sul cosiddetto fallimento istituzionale che sulle accuse stesse.

    Il report è infatti focalizzato sui sacerdoti trasferiti nonostante l’essere segnati da accuse, sui ritorni al ministero dopo trattamenti inadeguati e su segnalazioni non sempre trasmesse con dovizia alle autorità.

    Abusi tra ’60 e ’70

    L’indagine avviata nel 2019 e conclusa nel 2026 sembra però viziata dalla solita incapacità di contestualizzare i fatti.

    Si applica infatti la sensibilità contemporanea al tema degli abusi ad epoche culturali distanti mezzo secolo fa, quando la società civile non possedeva le attuali conoscenze sulle tremende conseguenze fisiche e psichiche della pedofilia.

    All’epoca, infatti, non solo la si considerava un vizio di poco conto ma gli ambienti più progressisti (e laici) sponsorizzavano apertamente il rapporto sessuale con i minori come inno alla liberazione dai tabù della borghesia.

    Dal rapporto del procuratore generale del Massachusetts, come già accaduto nelle precedenti indagini (si vedano i report della Georgetown University e del Grand Jury della Pennsylvania), emerge infatti che la grande maggioranza degli abusi sessuali commessi da membri del clero sarebbe avvenuta proprio negli anni successivi al Sessantotto.

    Le accuse esaminate nelle tre diocesi riguardano infatti soprattutto abusi negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, con una particolare esposizione negli anni Settanta.

    Quasi tutti i casi considerati dall’indagine risalgono comunque ad un periodo ampiamente precedente al 2002, mentre le denunce sono spesso arrivate molti anni, e in alcuni casi decenni, dopo i fatti.

    Pedofilia e Sessantotto

    Non è certo una coincidenza che proprio in quegli anni l’Occidente fu invaso dall’ubriacatura morale della rivoluzione sessuale sessantottina.

    Anni che il quotidiano “Le Monde” ha definito «l’età dell’oro della glorificazione della pedofilia», ricordando che «in nome della liberazione sessuale, molti intellettuali e artisti difesero la pedofilia dopo il 1968».

    Nel 2018 “Liberation” ha espresso rammarico per aver «effettivamente minimizzato, o addirittura difeso, la pedofilia».

    Proprio negli Stati Uniti, all’epoca nacquero legalmente movimenti e circoli di pedofili che, in molti casi, inserirono le loro battaglie per la legalizzazione della pedofilia nel movimento omosessuale. La storia della North American Man/Boy Love Association (NAMBLA) è esemplare.

    Questa stessa ondata investì purtroppo anche i seminari, tra preti che abbandonarono il sacerdozio e altri che evidentemente si lasciarono corrompere dallo spirito dei tempi.

    Benedetto XVI ha infatti individuato nella rivoluzione sessuale del 1968 una delle chiavi culturali della crisi occidentale, osservando come in quegli anni venne progressivamente meno una concezione condivisa della morale sessuale.

    Il collasso morale dell’epoca, proseguì Ratzinger, dovuto dalla «fisionomia della rivoluzione del ’68» condusse al fatto che «la pedofilia fu diagnosticata come permessa e appropriata».

    La stessa teologia morale, spiegò il Papa emerito, si aprì al relativismo lasciando «la Chiesa indifesa contro i cambiamenti nella società» e la stessa mentalità infestò anche diversi membri del clero cattolico.

    La Chiesa: unica imputata

    Oggi sul banco degli imputati continua a salire soltanto la Chiesa cattolica, dimenticandosi che una consistente fetta della società laica non riteneva nemmeno che si trattasse di abusi.

    L’epidemia della pedofilia coinvolse infatti tutte le confessioni religiose, i grandi esponenti del laicismo di allora (a partire da Sartre, de Beauvoir e Foucault), le redazioni dei principali quotidiani dell’epoca e numerosi esponenti di partiti politici.

    Non è dunque benaltrismo.

    Contestualizzare non significa assolvere nessuno ma chiedere che una tragedia così grave venga raccontata nella sua interezza, tenendo conto anche del clima culturale che la rese possibile e che coinvolse tutti. Ben oltre e molto più degli esponenti del clero cattolico dell’epoca.

    https://www.uccronline.it/2026/10/06/massachusetts-1-000-abusi-nelle-diocesi-dopo-il-sessantotto/

  • Enna, settimana delle confraternite con il vescovo a processo per lo scandalo del prete pedofilo

    Enna, settimana delle confraternite con il vescovo a processo per lo scandalo del prete pedofilo

    Enna, dallo scorso 2 ottobre e per cinque giorni, è capitale europea delle confraternite. Il VII forum paneuropeo delle confraternite, ospitato nell’umbilicus siciliae annunciava la presenza in città di 2500 confrati provenienti da almeno 7 paesi europei.

    La grande processione annunciata per la scorsa domenica, 4 ottobre, che dall’eremo di Montesalvo è arrivata al duomo, ha contato presenze, ben lontane dai 2mila e 500, di confrati provenienti dalla provincia e dal resto della Sicilia e una delegazione, non sappiamo quanti ( i dati li abbiamo chiesto al collegio dei rettori ma non ci sono stati forniti ndr), di confrati provenienti dalla, Svizzera, dalla Spagna, da Malta. Un evento che fa giungere ad Enna il gotha del vaticano, atteso per domani, martedì 6 ottobre, l’arrivo del cardinale Angelo Bagnasco, ideatore nel 2019 del forum, e che si conclude il 7 ottobre prossimo, giorno prima del processo, che si celebrerà al tribunale di Enna con rito abbreviato, al vescovo della diocesi di Piazza Armerina Rosario Gisana e del suo vicario giudiziale, Vincenzo Murgano, attuale parroco della chiesa madre di Enna, accusati di falsa testimonianza nel processo al sacerdote Giuseppe Rugulo, condannato in via definitiva a tre anni per volenza sessuale a danno di minori.

    E’ la voce di monsignor Gisana, carpita in una intercettazione della polizia, entrata nel processo, a dire al sacerdote Rugolo “io ho insabbiato tutto”.

    “ Un chiaro messaggio al tribunale e un dejà vu – dice Francesco Zanardi, presidente nazionale dell’associazione Rete l’Abuso, che raccoglie i sopravvissuti agli abusi clericali e che ha inviato la sentenza Rugolo ad Antonio Banderas, che si collegherà con il forum in video conferenza e a Claudia Koll, la cui presenza è prevista ad Enna mercoledì – Alla vigilia della requisitoria del pm, nel processo Rugolo, ad intervenire fu, addirittura Papa Francesco che il 6 novembre 2023, elogiò pubblicamente il vescovo di Piazza Armerina.

    Oggi in soccorso di Gisana & company arriva il gotha del Vaticano. Malgrado il processo in corso, il vescovo continua a presiedere eventi e manifestazioni ufficiali anche a fianco di istituzioni, indisturbato e riverito”. “Cosa centrano le confraternite con il processo? – dice il presidente del collegio dei rettori delle confraternite ennesi, Giovanni Zodda – Sono inquisiti i confrati? Le confraternite sono vittime da tutte le parti soprattutto da parte di chi le attacca ingiustamente” .

    Ma quelle confraternite sono le stesse che nel processo al sacerdote Rugolo non hanno mai manifestato alcuna vicinanza alla vittima, Antonio Messina, dalla cui denuncia è partita l’inchiesta che ha portato alla condanna , né alla famiglia.

    https://palermo.repubblica.it/cronaca/2026/10/05/news/enna_settimana_delle_confraternite_con_il_vescovo_a_processo_per_lo_scandalo_del_prete_pedofilo-425627807/

  • Lettera aperta – Enna; Istituzioni genuflesse alla Chiesa. Rete L’ABUSO e le vittime italiane esprimono tutta la loro indignazione.

    Lettera aperta – Enna; Istituzioni genuflesse alla Chiesa. Rete L’ABUSO e le vittime italiane esprimono tutta la loro indignazione.

    Rivolgendoci ai promotori e ai partecipanti;

    S.E.R. Card. Matteo Maria Zuppi; S.E.R. Card. Kevin J. Farrell; S.E.R. Mons. Rino Fisichella; Giovanni Maria Armando Zodda; Paloma Saborito Sanchez; Umberto Angeloni; Ivan Scinardo; Ilenia Petracalvina; prof. Salvatore Martinez; S.E.R. Mons. Guido Gallese; Francesco Luca Ballarò; Stefano Milano; Federica Barbarino; Salvatore Astorina; Fernando Mercadò; S.E.R. Mons. Michele Pennisi; Giuseppe Ardica; Prof. Manfred Hauke; Prof. Carlos Lopez Bravo; Francesco Antonet; Davide Adamoli; Tiago Henriques de Louriçalgo; Louis Giraud; Mark Agius; Jose Carlos Garin Valle; Michele Guerra; Armando Ortiz; Antonio Banderas; S.E.R. Mons. Antonino Raspanti; Vincenzo Morgante; Prof.ssa Rosanna Virgili; S.E.R. Card. Enrico Feroci; Dott.ssa Flaminia Giovanelli; Prof. Avv. Luca Pedullà; Dr. Gregorio Squadrito; Dr. Alessandro Palermo; Fernando Redondo Benito; Dott.ssa Flaminia Giovanelli; Dott. Maurizio Nicolosi; Docenti Università Kore Enna; Don Sebastiano Rossignolo; Marcella Reni; S.E.R. Card. Angelo Bagnasco; Claudia Koll; Dott.ssa Laura Frattari; Beatrice Fazi; S.E.R. Card. Angelo De Donatis; Mario Incudine.


     

    Genuflessi, ma non come quando esprimi rispetto, in questo caso è una genuflessione indegna e volgare, quella che le Istituzioni ennesi, senza rispetto per il loro ruolo istituzionale e per la Chiesa stessa, hanno acconsentito in nome della popolazione, a chi di fatto, in qualunque società civile che si rispetti, verrebbe messo da parte come “pessimo elemento”.

    Qui invece tra tradizione e fede ci si compiace invece, del titolo di “Capitale europea delle confraternite”.

    L’Associazione Rete L’ABUSO, che in Italia è l’unica rappresentante delle vittime sopravvissute agli abusi sessuali di quel clero che solo nel nostro paese è ancora oggi il terzo mondo d’Europa, perché incapace di rendere almeno un risarcimento umano alle proprie vittime, si stringe intorno ad Antonio Messina, vittima accertata di don Giuseppe Rugolo, che in modo inaccettabile, oggi è nuovamente vittima di quella società di dubbia moralità e civiltà, che ha permesso in modo tanto barbaro che Antonio Messina, e tutti noi vittime italiane, subissimo proprio dalla città di Enna e dalle Istituzioni della stessa, tanta umiliazione “istituzionale”.

    In mancanza di una sentenza del tribunale canonico “in nome del popolo di Dio”, che la chiesa vanta puntualmente come rassicurazione verso i fedeli, ma che non emette come in questo caso mai, riportiamo di seguito quella del tribunale civile di Enna, “in nome del popolo italiano” su don Rugolo, in particolare i passaggi che coinvolgono S.E.R. mons. Rosario Gisana, il padrino del VII Forum paneuropeo delle confraternite, alle quali l’Associazione Rete L’ABUSO recapita la presente lettera aperta affinchè possano rendersi conto di essersi rese chiaramente complici, consapevoli o meno, di questo incivile e disumano affronto a tutte le vittime italiane sopravvissute alle violenze sessuali del clero cattolico, e aggiungerei delle stesse confraternite aderenti al VII Forum paneuropeo.

    Francesco Zanardi, Portavoce Rete l’ABUSO


    Sent. nl 91 /2024 N. 3481/2021 R.G.N.R. N. 665/21 R.G.Trib

     

    REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

    “Ebbene, anche alla luce di queste conversazioni, emerge chiaramente che il Vescovo di Piazza Armerina, ben consapevole da molti anni delle segnalazioni effettuate inerenti agli abusi patiti da un ragazzo ancora minorenne ad opera del Rugolo, abbia totalmente ignorato questi campanelli di allarme, non solo ritardando volutamente l’incontro con Messina e i suoi familiari, ma evitando di attuare qualunque forma di controllo o di provvedimento a tutela dei fedeli, soprattutto adolescenti, facenti parte della comunità religiosa da lui guidata che pure il suo ruolo, sulla base della normativa di diritto canonico precedentemente richiamata, sicuramente gli imponeva.”

    “D’altra parte dalle conversazioni sopra riportate emerge chiaramente che monsignor Gisana non aveva dato credito alle denunce sugli abusi segnalati dal giovane Antonio Messina, nonostante egli fosse consapevole che si trattasse di un ragazzo minore di diciotto anni, etichettandole come questioni tra omosessuali e, cosa ancor più grave, . giustificando padre Rugolo per la sua condotta con un momento di debolezza da lui vissuto all’epoca in cui si erano verificati i fatti, tanto che, anche nella conversazione telefonica, monsignor Gisana ricordava di aver prestato all’imputato una somma di denaro (che, in sede di esame, preciserà poi ammontare a diverse decine di migliaia di euro).”

    “Questo comportamento di omessa vigilanza integra pienamente il presupposto fondante la responsabilità ex art. 2049 c.p., anche perché appare connotato da una piena consapevolezza se solo si considera che come peraltro confermato dallo stesso monsignor Gisana – anche un altro giovane, OMISSIS, sempre nel 2016, aveva confidato, seppur nel corso di una direzione spirituale, di aver subito approcci sessuale da padre Rugolo (cfr. deposizione OMISSIS e monsignor Gisana, udienza del 17.10.2022).”

    “213 La Curia, nella persona del Vescovo, ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria. iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri\ doveri, conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione.”

    “Sarebbe stato, invero, doveroso da parte dell’autorità religiosa alla guida della Diocesi competente territorialmente sul Duomo di Enna, non solo segnalare alle autorità religiose queste denunce, secondo le procedure esistenti nel diritto canonico ma, ancor prima di ciò, precludere, anche in via cautelativa, a Giuseppe Rugolo di coordinare e gestire numerosi gruppi di giovani in attività ricreative a sfondo religioso.”

    “Alcun controllo veniva invece attivato, tanto che, addirittura, le riunioni dell’associazione 360, sovente si svolgevano dentro le mura del Duomo di Enna, dove, a far data dal 2015 e fino al 2019, l’imputato commetteva impunemente abusi sessuali ai danni di due giovani adolescenti OMISSIS e OMISSIS, consapevole di poter contare sull’appoggio dei vertici religiosi che, al contrario, contribuivano a rafforzare all’esterno l’immagine di padre Rugolo quale esponente di spicco del clero locale.”


     

    La presente è stata recapitata a;

    • Sua Santità Papa Leone XIV
    • Matteo Maria Zuppi – Presidente della Conferenza Episcopale italiana
    • Comune di Enna
    • Diocesi di Piazza Armerina
    • Ufficio stampa – VII Forum paneuropeo delle confraternite

    E p.c.

    • Alla stampa e agli organi di informazione locali
    • Agli organi di informazione nazionali di stampa e televisivi
    • Associazione della Stampa Estera in Italia

    Lettera aperta sopravvissuti – ENNA