Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: chiesa

  • Il VII Forum paneuropeo delle confraternite di Enna si trasforma nel “The Rocky Horror Picture Show”

    Il VII Forum paneuropeo delle confraternite di Enna si trasforma nel “The Rocky Horror Picture Show”

    In questi giorni Enna ospita in occasione, del VII Forum paneuropeo delle confraternite, dal cardinale Angelo Bagnasco, dal cui appello all’Europa nel 2019 è nato il Forum, al cardinale Enrico Feroci, il cardinale Angelo De Donatis, penitenziere maggiore della Santa Sede, Michele Pennisi, arcivescovo emerito della diocesi di Monreale, Antonino Raspanti presidente Cesi e vescovo della diocesi di Acireale, ed ancora il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, l’arcivescovo Rino Fisichella.

    Tra i volti laici più noti l’attrice Claudia Koll e Antonio Banderas, confratello della Lágrimas y Favores di Malaga (quest’ultimo si collegherà in videoconferenza) che accompagnano i massimi vertici della chiesa italiana, ospiti di un evento internazionale che però lascia perplessi per una anomalia che fa riflettere, la presenza di monsignor Rosario Gisana, che spicca particolarmente in quanto, come padrone di casa, ha aperto ieri le giornate del VII Forum che durerà fino al 7 ottobre.

    Una presenza massiccia di rappresentanti del Vaticano alle porte del processo in cui il vescovo Gisana ed il suo vicario giudiziale, Vincenzo Murgano, attuale parroco della chiesa Madre, in cui sono imputati e saranno giudicati con rito abbreviato, proprio all’indomani della fine dell’evento, l’8 di ottobre, dal tribunale di Enna, la citta che sta accogliendo quella che definirei la rivisitazione del moderno “Rocky Horror Picture Show”.

    Una cosa che stride non poco con i proclami della chiesa e che è difficile da accostare agli autorevoli ministri di culto che la città di Enna ospita.

    Per non parlare dell’attuale Pontefice, ovvero colui che prima dell’elezione era a capo del Dicastero dei vescovi e che dal 2022 ha sulla sua scrivania la denuncia della vittima di quel prete, Guseppe Rugolo, condannato in via definitiva a 3 anni per violenza sessuale su minori, per cui Gisana e Murgano sono rinviati a giudizio il prossimo 8 ottobre.

    Lettera alla quale l’ex cardinale Prevost che oggi è diventato il Papa, in barba al motu proprio e qualunque altra propaganda vaticana, tutt’ora si rifiuta di rispondere.

    E sono proprio le parole dei Pontefici “inorriditi di fronte al crimine della pedofilia, soprattutto quando commessa da membri del clero”, a trasformare l’evento ennese in un moderno “The Rocky Horror Picture Show” questa volta “fatto in chiesa”.

    Uno scredito che pesa come un macinio non solo sulle Eminenze e le Eccellenze ospiti dell’evento, ma persino su Claudia Koll e Antonio Banderas, che chissà se sanno di essere stati coinvolti in questa macabra passerella che di certo lascerà un segno poco edificante anche sul loro curriculum.

  • Leone XIV, gli abusi sessuali e la notizia che non c’era

    Leone XIV, gli abusi sessuali e la notizia che non c’era

    Esistono notizie che non esistono e spesso i giornali si affidano proprio ad esse per veicolare messaggi fuorvianti e ideologici. Un esempio perfetto è la visita di papa Leone XIV in Francia, che a detta di tutti, sostenitori e detrattori del papato, è stata un successo inaspettato.

    Il successo di Leone XIV in Francia

    Alcuni giornali, in patria e all’estero, avrebbero forse preferito assistere a un flop, avrebbero così potuto glissare o stigmatizzare alcune delle dichiarazioni più forti di Leone XIV, come quelle a difesa della dignità della vita, soprattutto quando è infragilita dalla malattia e dalla disabilità, e contro l’eutanasia.

    Non potendo però criticare una visita che ha battuto tutti i record di partecipazione popolare (che spettacolo le decine di migliaia di giovani allo Stade de France), tanto che perfino Emmanuel Macron, per non perdere la faccia, ha dovuto partecipare in extremis a una messa del Pontefice, alcuni giornali hanno deciso di mettere in piedi un’operazione di distrazione di massa.

    Gli abusi sessuali “sistemici” nella Chiesa

    Del terzo giorno di visita a Lourdes gli organi di informazione hanno trattenuto soprattutto una cosa: «A Lourdes papa Leone XIV riconosce il carattere “sistemico” delle violenze sessuali nella Chiesa» (Rfi), «Papa Leone XIV riconosce il carattere “sistemico” delle violenze sessuali nella Chiesa» (France24), «Il Papa ha incontrato le vittime di abusi sessuali, riconoscendo, secondo una di loro, il “carattere sistemico” delle violenze sessuali» (Le Monde), «“Giornata memorabile” per le vittime di violenze sessuali ricevute da Leone XIV, che ha riconosciuto il loro “carattere sistemico” nella Chiesa» (Libération).

    Perché tanta enfasi su questo termine, “sistemico”, utilizzato nel rapporto definitivo della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase), un rapporto che come abbiamo già ricordato in passato è pieno di falle metodologiche e di contenuto? Perché se la piaga degli abusi nella Chiesa è “sistemica”, non si tratta soltanto di condannare gli autori delle violenze ma di riformare radicalmente la Chiesa cattolica. E poiché chi fa parte del “sistema” non può cambiarlo, spetta alla società, ai giornali, ai tribunali, alle associazioni delle vittime, all’opinione pubblica cambiare la Chiesa. E renderla più adeguata allo spirito del tempo, come dimostrano le raccomandazioni contenute alla fine del rapporto della Ciase (dal sacerdozio femminile all’abolizione del celibato).

    Il termine mai usato dal Papa

    Se papa Leone XIV riconoscesse che gli abusi sessuali sono “sistemici” sarebbe clamoroso: un papa che propone di smantellare la Chiesa è una notizia storica. Peccato (o per fortuna) che Leone XIV non abbia mai usato quel termine.

    Tutti i giornali hanno ripreso la dichiarazione di una vittima di abusi sessuali, mettendola in bocca al Pontefice, e l’hanno fatta talmente grossa che Leone XIV si è sentito in dovere di rettificare l’errore.

    La rettifica di Leone XIV

    Sul volo di ritorno del Papa verso Roma, un giornalista francese di Famille Chrétienne, Cyriac Zeller, ha domandato a Leone XIV: «Ritiene che gli abusi sessuali nella Chiesa siano “sistemici”?». Il Papa ha risposto:

    «Vorrei innanzitutto precisare che, nell’incontro con quelle sette vittime, avevo chiesto loro di aiutarmi anche a esprimere ad altre vittime la disponibilità – mia e della Chiesa – ad ascoltarle e ad accompagnarle nel loro cammino verso la guarigione, riconoscendo il dolore che è stato causato nelle loro vite a causa di situazioni di abuso. Molti di loro hanno parlato di abuso sistemico. Personalmente, preferisco esprimerlo in modo diverso, anche se ho parlato di alcune organizzazioni all’interno della Chiesa che, a volte, per così dire, come sistema, hanno agito in modo abusivo. Ma credo sia importante fare questa distinzione».

    Riconoscere gli abusi, evitare la gogna

    L’attenzione verso le vittime di abusi sessuali resta, la condanna di coloro che hanno compiuto le violenze resta, la sottolineatura sulla necessità che la Chiesa agisca in tutte le sedi per fermare gli abusi e per cambiare procedure e atteggiamenti che hanno favorito le violenze (come fatto già da Benedetto XVI e papa Francesco) resta.

    Ma le violenze sessuali non sono il prodotto di un «sistema» e non si può generalizzare, anche per non incappare in clamorosi errori e gogne mediatiche (come quelle contro Aupetit e Barbarin in Francia o Pell in Australia). La sottolineatura del Papa è fondamentale e la distinzione non è secondaria.

    Molti giornali hanno riportato la notizia della rettifica senza enfasi, altri si sono invece risentiti: come si permette il Papa di non pensarla come noi? Emblematico l’attacco del pezzo in merito di Libération: «Leone XIV avrebbe potuto evitare». Esistono notizie che non esistono, ma qualcuno non è d’accordo.

    Leone XIV, gli abusi sessuali e la notizia che non c’era

  • Rete l’abuso, ‘il Vaticano in aiuto a Gisana’

    Rete l’abuso, ‘il Vaticano in aiuto a Gisana’

    ENNA, 2 ottobre ANSA – “Il prossimo giovedì 8 ottobre, al tribunale di Enna, all’indomani della fine del VII forum paneuropeo delle confraternite che si conclude ad Enna il 7 ottobre, il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana insieme al suo vicario giudiziale, Vincenzo Murgano, parroco della chiesa madre di Enna, verranno processati, rito abbreviato, con l’accusa di falsa testimonianza”.

    Lo scrive in una nota il presidente nazionale di Rete l’abuso, Francesco Zanardi, che raduna i sopravvissuti agli abusi clericali. Il reato sarebbe stato commesso nel corso del processo al sacerdote ennese Giuseppe Rugolo condannato in via definitiva per violenza sessuale su minori.

    Gisana e Murgano, secondo l’accusa avanzata dalla procura di Enna avrebbero mentito in aula su tutta una serie di fatti di cui erano a conoscenza .

    “ Un chiaro messaggio al tribunale e un dejà vu – aggiunge Zanardi – Alla vigilia della requisitoria del pm nel processo Rugolo ad intervenire fu, addirittura Papa Francesco che il 6 novembre 2023, elogiò pubblicamente il vescovo di Piazza Armerina.

    Oggi in soccorso di Gisana & company arriva il gotha del Vaticano. Malgrado il processo in corso, il vescovo continua a presiedere eventi e manifestazioni ufficiali anche a fianco di istituzioni, indisturbato e una certa stampa ha fatto filtrare una notizia , per altro vecchia di mesi, secondo la quale il vescovo Gisana, al termine dei lavori del consiglio permanente svoltosi a Roma, sotto la guida di Matteo Zuppi, sarebbe stato nominato quale componente della commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.

    In barba alla giustizia chiesta dalle vittime di abusi”.

    YUR/FK

  • Abusi su gio­vani: la con­danna vati­cana, ma il prete è morto

    “Il Tribunale Penale Speciale istituiti dalla competente autorità della Chiesa” hanno raggiunto la “certezza morale” riguardo alle colpe di padre Carlo Miguel Buela. Ma padre Buela nel frattempo è morto, anche perché ci sono voluti sedici anni prima di arrivare alle condanne.

    “E nel frattempo il sacerdote, nonostante le accuse era stato ospitato in una chiesa di Genova negli anni in cui cardinale era Angelo Bagnasco”, come racconta Francesco Zanardi, portavoce di Rete l’Abuso che da anni si batte per denunciare violenze subite da minori. (altro…)

  • ENNA in festa! – A processo l’8 prossimo il Vescovo Gisana che apre oggi il VII Forum paneuropeo delle confraternite

    Il prossimo giovedì 8 ottobre, al tribunale di Enna, il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana insieme al suo vicario giudiziale, Vincenzo Murgano, parroco della chiesa madre di Enna, verranno processati, rito abbreviato, con l’accusa di falsa testimonianza.

    Il reato si sarebbe consumato nel corso del processo al sacerdote ennese Giuseppe Rugolo condannato in via definitiva per violenza sessuale su minori. Gisana e Murgano, infatti, secondo l’accusa avanzata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna avrebbero mentito in aula su tutta una serie di fatti di cui erano a conoscenza.

    Eppure oggi sarà proprio il vescovo Rosario Gisana ad aprire il VII Forum paneuropeo delle confraternite trasformando per 5 giorni, da oggi fino al 7 ottobre  e proprio alla vigilia del processo, Enna in capitale europea delle confraternite.

    Previsto l’arrivo in città di oltre 2000 confrati provenienti da almeno 7 paesi europei. Un chiaro messaggio al tribunale e un dejà vu. Alla vigilia della requisitoria del pm nel processo Rugolo ad intervenire fu, addirittura Papa Francesco che il 6 novembre 2023, elogiò pubblicamente il vescovo di Piazza Armerina, Le parole esatte : «Bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto», ricordando anche di aver fatto una sosta a Piazza Armerina in passato proprio per manifestargli vicinanza.  Oggi in soccorso di Gisana & company arriva il gota del Vaticano.

    Dal cardinale Angelo Bagnasco, dal cui appello all’Europa nel 2019 è nato il Forum, il cardinale Enrico Feroci e il cardinale Angelo De Donatis, penitenziere maggiore della Santa Sede, Michele Pennisi, arcivescovo emerito diocesi di Monreale,  Antonino Raspanti presidente Cesi e vescovo della diocesi di Acireale. Attesi i videomessaggi del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, del cardinale Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, e dell’arcivescovo Rino Fisichella. Tra i volti noti l’attrice Claudia Koll, presente a Enna, e Antonio Banderas, confratello della confraternita Lágrimas y Favores di Malaga, in videocollegamento.

    E mentre ci si prepara ad affrontare il processo che ha messo in ginocchio una intera diocesi, per lo meno dal punto di vista etico e morale, al quale è stato ammesso una sola parte civile, quella di Antonio Messina, l’archeologo dalla cui denuncia è scaturito il processo al sacerdote Rugolo, il clero ennese e la città sembrano ignorare le pesanti accuse nei confronti di Gisana e Murgano mosse dalla procura di Enna.

    Malgrado il processo in corso Gisana continua a presiedere eventi e manifestazioni ufficiali anche a fianco di istituzioni,  indisturbato e una certa stampa ha fatto filtrare una notizia , per altro vecchia di mesi, secondo la quale il vescovo Gisana, al termine dei lavori del consiglio permanente svoltosi a Roma sotto la guida di Matteo Zuppi, sarebbe stato nominato quale componente della Commissione episcopale per la Dottrina della Fede, l’annuncio e la catechesi.

    In barba alla giustizia chiesta dalle vittime di abusi

  • Abusi, accuse alle diocesi del Massachusetts. I vescovi: «Abbiamo fallito». Ora l’impegno per proteggere i minori

    Abusi, accuse alle diocesi del Massachusetts. I vescovi: «Abbiamo fallito». Ora l’impegno per proteggere i minori

    «Abbiamo fallito nel proteggervi quando eravate più vulnerabili». Le diocesi statunitensi di Fall River, Springfield e Worcester riconoscono le responsabilità del passato, chiedono perdono ai sopravvissuti e assicurano che l’impegno per la sicurezza dei minori resta una priorità. Le reazioni sono arrivate dopo la pubblicazione del rapporto della procura generale del Massachusetts, un documento di oltre duecento pagine che ricostruisce decenni di abusi sessuali e gravi inadempienze nella risposta delle istituzioni ecclesiali. Le tre diocesi non contestano il quadro storico delineato dall’indagine, ammettono gli errori e chiedono perdono per le sofferenze inflitte alle vittima: ammissione che va di pari passo con l’impegno a continuare a migliorare le norme e i provvedimento introdotti dopo il 2002.
    Le parole più nette sono quelle del vescovo di Fall River, Edgar M. da Cunha, che si è detto «pieno di dolore» davanti al resoconto di episodi e prassi espressione di «tragici fallimenti» nella protezione delle persone più vulnerabili. «A tutti i sopravvissuti agli abusi sessuali su minori, chiedo profondamente scusa. Noi come Chiesa vi abbiamo mancato quando eravate più vulnerabili», afferma il vescovo. La diocesi, aggiunge il presule, intende continuare ad accompagnare le vittime, assumersi le proprie responsabilità e fare quanto possibile perché nessun altro bambino debba subire violenze analoghe. Da Cunha assicura, inoltre, che l’ascolto e il percorso di guarigione dei sopravvissuti, assieme all’applicazione degli standard professionali e delle politiche di prevenzione, rimangono le principali priorità della Chiesa locale. La diocesi di Fall River, tra l’altro, cinque anni fa ha pubblicato un elenco di membri del clero destinatari di accuse ritenute credibili, comprendente casi risalenti a oltre settant’anni fa. Tra le prassi introdotte, nota ancora il presule, c’è quella di segnalare alle autorità civili ogni accusa di abuso su un minore, anche quando la persona che presenta la denuncia è ormai adulta. Ma le misure adottate non si fermano qui: ci sono anche gli accordi con le procure distrettuali per fornire la documentazione necessaria alle indagini anche senza un ordine del giudice, il rafforzamento dei protocolli per la gestione delle segnalazioni e il potenziamento dell’Ufficio per gli ambienti sicuri e l’assistenza alle vittime. Sono inoltre previsti controlli sui precedenti, codici di condotta e programmi di formazione obbligatoria per sacerdoti, dipendenti, ministri e volontari.
    Anche il vescovo di Springfield, William D. Byrne, definisce il documento della procura «un richiamo che induce all’umiltà» e alla necessità di mantenere una vigilanza costante nella gestione di ogni segnalazione. Byrne ringrazia i sopravvissuti che hanno trovato il coraggio di raccontare quanto subito e riconosce nel rapporto un documento storico importante, capace di dare voce alle vittime. La diocesi, assicura ancora il presule, esaminerà le raccomandazioni della procuratrice generale e resterà aperta a ulteriori miglioramenti, anche se già prima della pubblicazione del rapporto nella comunità locale è stato avviato un processo volto a correggere i fallimenti del passato, adottando procedure che tengono conto degli effetti del trauma sulle vittime. La stessa diocesi, poi, ha sottoscritto un protocollo con le tre procure competenti per il Massachusetts occidentale: in base all’accordo, le accuse vengono esaminate anzitutto dalle forze dell’ordine e soltanto in seguito dagli organismi ecclesiali. È stato inoltre ampliato l’elenco pubblico delle persone accusate in modo credibile, includendo sacerdoti già deceduti al momento della denuncia, membri di istituti religiosi, esponenti del clero provenienti da altre diocesi e dipendenti laici. Il vescovo Byrne, quindi, auspicato che le indicazioni formulate dalla procura non rimangano circoscritte alle diocesi cattoliche, ma possano diventare un riferimento anche per scuole, associazioni giovanili e altre organizzazioni impegnate con i minori. Il vescovo ha così richiamato una responsabilità condivisa nella costruzione di efficaci sistemi di prevenzione, ascolto e intervento, senza negare la specificità e la gravità delle responsabilità ecclesiali descritte nell’indagine.
    Più articolata, e maggiormente concentrata sui cambiamenti già compiuti, la reazione della diocesi di Worcester: la nota ufficiale riporta le scuse pronunciate dal vescovo Robert J. McManus nel rapporto diocesano del 2022: «Come vostro vescovo, sono profondamente dispiaciuto per gli abusi sui minori commessi da sacerdoti di questa diocesi dalla sua fondazione, nel marzo 1950». La diocesi, inoltre, afferma di accogliere il documento della procura generale, sottolineando la collaborazione assicurata durante l’indagine e ricordando che dal 2002 tutte le nuove segnalazioni sono state trasmesse immediatamente alla procura distrettuale competente. Il comunicato della diocesi, inoltre, sottolinea che la grande maggioranza degli episodi ricostruiti risale a un periodo compreso tra quaranta e sessant’anni fa, richiamando l’attenzione ai cambiamenti introdotti nel frattempo nella selezione dei candidati al sacerdozio, nella formazione sulla sicurezza degli ambienti ecclesiali e nell’esame delle denunce da parte di assistenti sociali e di un organismo consultivo composto in maggioranza da esperti indipendenti. A dimostrare l’efficacia delle misure adottate, sottolinea ancora la diocesi di Worcester, è il fatto di aver superato ogni anno le verifiche esterne previste dalla Carta per la protezione dei bambini e dei giovani, adottata nel 2002 dall’episcopato statunitense. Ma, continua il comunicato, l’impegno a fare meglio non verrà meno e il rapporto della procura verrà approfondito per individuare altre possibili misure a sostegno delle vittime e per rafforzare ulteriormente la tutela dei minori.
    I dati dell’indagine
    Avviata nel 2019 dall’allora procuratrice generale Maura Healey, oggi governatrice del Massachusetts, l’indagine ha comportato l’esame di oltre 300mila pagine di documenti e più di cento colloqui con sopravvissuti, avvocati, rappresentanti delle associazioni, sacerdoti, dirigenti e dipendenti delle diocesi. Il rapporto censisce complessivamente 275 esponenti del clero accusati e 944 vittime: 92 accusati e 469 persone coinvolte a Fall River, 93 e 259 a Springfield, 90 e 216 a Worcester. Gli investigatori precisano che questi dati, ricavati dagli archivi diocesani e da altre fonti, non sono stati filtrati attraverso una valutazione della credibilità di ogni singola accusa. Non equivalgono quindi a un accertamento giudiziario individuale per ciascuna delle persone menzionate.
    La maggior parte dei fatti risale a prima del 2002, l’anno in cui l’inchiesta del Boston Globe sull’arcidiocesi di Boston portò la questione degli abusi e delle coperture ecclesiali all’attenzione internazionale. Dopo quella cesura, le diocesi del Massachusetts hanno istituito uffici per la protezione dei minori e l’assistenza alle vittime e hanno adottato nuove regole per la segnalazione e la verifica delle accuse. Il rapporto riconosce che sono state realizzate riforme importanti, ma sostiene che le procedure introdotte non siano state sempre applicate in modo uniforme.
    Per il periodo precedente al 2002, la procura descrive una serie di comportamenti che, secondo gli investigatori, avrebbe consentito agli abusi di proseguire: la mancata risposta a denunce e segnali d’allarme; il trasferimento di sacerdoti accusati o responsabili da una parrocchia all’altra, senza rendere note le ragioni del provvedimento; il ritorno nel ministero dopo periodi di trattamento senza un’adeguata supervisione; l’insufficiente applicazione delle restrizioni imposte; l’occultamento delle ragioni alla base della rimozione di un sacerdote; la mancata segnalazione sistematica alle autorità civili.
    La procuratrice generale Andrea Joy Campbell ha accusato i responsabili delle diocesi di avere troppo spesso protetto la reputazione dell’istituzione anziché i bambini. Ha tuttavia precisato che l’indagine «non aveva lo scopo di demonizzare una fede o una Chiesa», ma di cercare giustizia e accertare le responsabilità. «Dietro ciascuno di quei numeri», ha detto, «c’è un bambino la cui sicurezza è stata violata, una famiglia cambiata per sempre e un sopravvissuto che ha portato il trauma per anni e, in molti casi, per decenni».
    Una contestazione specifica riguarda Worcester, indicata come l’unica diocesi cattolica del Massachusetts a non mantenere sul proprio sito un elenco organico e facilmente accessibile degli esponenti del clero destinatari di accuse giudicate credibili. Pur avendo comunicato nomi alle autorità e pubblicato nel tempo alcune informazioni, secondo la procura la diocesi non dispone ancora di uno strumento pubblico stabile e aggiornato. La procuratrice Campbell ha chiesto che venga predisposto, considerandolo un passaggio necessario sul piano della trasparenza e del riconoscimento dovuto ai sopravvissuti.
    Il rapporto non ha prodotto una nuova serie di incriminazioni, anche perché, secondo la procura, in molti casi i termini di prescrizione sono scaduti, i presunti responsabili sono morti oppure le condotte individuate non erano configurate come reato dalla legislazione in vigore quando furono commesse, mentre le norme successive non possono essere applicate retroattivamente. In tre casi, però, gli atti sono stati comunque trasmessi alle procure distrettuali competenti; uno di quelli inviati nella contea di Worcester ha portato alla formulazione di accuse penali. Accanto alle raccomandazioni indirizzate alle diocesi, la Campbell ha chiesto al Parlamento statale di eliminare i termini di prescrizione per le azioni civili relative agli abusi sessuali subiti durante l’infanzia e di rafforzare gli strumenti a disposizione dei sopravvissuti. Per la procuratrice, infatti, la pubblicazione del rapporto deve rappresentare non la conclusione del percorso, ma un passaggio verso una maggiore responsabilità delle istituzioni, una più ampia trasparenza e un sostegno effettivo a chi continua a portare le conseguenze delle violenze.
    https://www.avvenire.it/chiesa/abusi-accuse-alle-diocesi-del-massachusetts-i-vescovi-abbiamo-fallito-ora-limpegno-per-proteggere-i-minori_113734
  • Sedici anni per certificare gli abusi di un prete argentino. Leone XIV salva l’opera religiosa e cancella il fondatore

    Sedici anni per certificare gli abusi di un prete argentino. Leone XIV salva l’opera religiosa e cancella il fondatore

    Ci sono voluti almeno sedici anni, la morte dell’accusato e ben due processi canonici perché il Vaticano mettesse definitivamente nero su bianco la responsabilità di padre Carlos Miguel Buela, fondatore argentino dell’Istituto del Verbo Incarnato, una delle realtà religiose più ramificate del cattolicesimo conservatore, oggi presente in decine di Paesi. Ma la storia degli abusi e dei crimini di Buela era nota ai vertici della Chiesa da molto tempo. Già nel 2009 Benedetto XVI era stato informato personalmente delle accuse contro il sacerdote argentino. L’anno successivo, un decreto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata riferiva di denunce ritenute verosimili su «comportamenti moralmente inappropriati» nei confronti di giovani dell’Istituto. L’indagine aveva accertato una pluralità di fatti, la loro gravità era resa ancora più pesante dalla concentrazione di potere nelle mani di questo prete perchè era fondatore, superiore generale e direttore spirituale.

  • Carlos Buela fu condannato nel 2009, tre anni dopo la morte nel 2023, arriva la finta condanna della chiesa

    Carlos Buela fu condannato nel 2009, tre anni dopo la morte nel 2023, arriva la finta condanna della chiesa

    Carlos Buela fu rintracciato a Genova nel 2017 a seguito di diverse denunce arrivate alla Rete L’ABUSO da alcuni seminaristi argentini, rimasti sue vittime.

    Come documentammo già all’epoca, era nascosto in una chiesa del quartiere Dinegro, dove dopo essere stato allontanato dall’Argentina e nascosto prima in Spagna e poi in Francia, fu accolto nella diocesi dell’allora presidente della CEI Angelo Bagnasco. (altro…)

  • Abusò di seminaristi, Vaticano riconosce la responsabilità fondatore Verbo Incarnato

    Abusò di seminaristi, Vaticano riconosce la responsabilità fondatore Verbo Incarnato

    (ANSA) – CITTÀ DEL VATICANO , 29 SET – “Delegati Pontifici per l’Istituto del Verbo Incarnato e per le Serve del Signore e della Vergine di Matará hanno convocato i Superiori e le Superiore provinciali di entrambi gli Istituti per partecipare a un incontro che si è svolto a Roma il 14 settembre 2026.

    Erano presenti anche alcuni responsabili del Dicastero per (altro…)

  • L’Istituto del Verbo Incarnato ha rilasciato una dichiarazione in merito alle accuse di abusi contro il suo fondatore e ha risposto al Vaticano.

    L’Istituto del Verbo Incarnato ha rilasciato una dichiarazione in merito alle accuse di abusi contro il suo fondatore e ha risposto al Vaticano.

    Noi, i Superiori Maggiori dell’Istituto del Verbo Incarnato , interpretando il sentimento comune dei membri dell’Istituto, professiamo e abbracciamo pienamente la dottrina morale della Chiesa e, di conseguenza, condanniamo e respingiamo inequivocabilmente ogni forma di abuso (sessuale, di coscienza o di qualsiasi altra natura ), manipolazione, violenza, molestia o condotta sessuale disordinata, specialmente quando perpetrata da chi detiene l’autorità nei confronti di persone affidate alle loro cure o che si trovano in una situazione di particolare vulnerabilità. Respingiamo inoltre ogni falsificazione, strumentalizzazione o interpretazione distorta dell’amicizia, dell’affetto e dei rapporti personali. La vera amicizia non può essere fondata sullo sfruttamento dell’altro o sulla ricerca disordinata dell’interesse personale, ma deve essere fondata sulla carità cristiana, che, come insegna san Paolo, è il «vincolo della perfezione» (Col 3,14). Ogni rapporto di amicizia, fiducia, accompagnamento o paternità spirituale deve sempre rispettare la dignità della persona, la castità, la prudenza e i limiti propri di ogni stato e relazione. Ripudiamo pertanto ogni disordine sessuale e ogni condotta che violi la dignità e l’integrità della persona, e siamo pienamente disposti a collaborare con la Chiesa nell’affrontare qualsiasi condotta che costituisca effettivamente abuso, sempre in conformità alla verità, alla giustizia, alla legge e alle procedure stabilite dalla Chiesa. Affermiamo lo stesso riguardo alla cura e al sostegno delle vittime di abuso.
    Non esprimiamo giudizi sulla colpevolezza o innocenza del Fondatore

    Non siamo pienamente a conoscenza delle accuse mosse contro il Fondatore, né ne conosciamo tutti i dettagli, e non siamo stati, né siamo, giudici degli atti a lui attribuiti. Pertanto, non affermiamo la colpevolezza di Padre Carlos Buela in relazione agli atti di cui è stato accusato, ma non intendiamo nemmeno dichiararne l’innocenza. Allo stesso modo, non spetta a noi stabilire se gli atti attribuiti costituiscano offese canoniche.

    Affermiamo che il procedimento giudiziario penale non ha potuto giungere a conclusione e che la presunzione di innocenza resta legalmente in vigore.

    Poiché il procedimento penale non si è concluso a causa del decesso dell’imputato, non spetta all’Istituto dichiarare il fondatore colpevole né considerare legalmente concluso un processo non giunto a conclusione. Pertanto, ci atteniamo alle conseguenze legali inerenti a un processo penale incompleto e respingiamo l’idea che il fondatore possa essere considerato legalmente condannato sulla base di un processo non concluso. Inoltre, riteniamo che la diffusione di accuse o conclusioni di colpevolezza riguardanti una persona deceduta debba essere soggetta ai requisiti di legge e, in particolare, al rispetto della sua buona reputazione.

    In effetti, il Dicastero per i Testi Legislativi, con lettera del 29 gennaio 2026 (Prot. n. 18838/2026), ha risposto a una richiesta di informazioni riguardante lo stesso caso, affermando che, vista la morte dell’imputato prima della conclusione del processo, la presunzione di innocenza permane, come evidenziato e spiegato dal nuovo canone 1321 del Codice di Diritto Canonico. Ha inoltre rilevato che non è lecito rendere pubblica una sentenza non ancora pronunciata , proprio perché, fino a quando la sentenza non è definitiva, permane la presunzione di innocenza. Si veda anche la risposta del Dicastero per i Testi Legislativi, n. 18316/2024 del 5 settembre 2024, in merito alla buona reputazione del defunto. Inoltre, il canone 1614 stabilisce che «la sentenza deve essere pubblicata il prima possibile, indicando le modalità con cui può essere impugnata; e non ha alcun effetto prima della sua pubblicazione, anche se la parte dispositiva è stata notificata alle parti, con il permesso del giudice». In questo caso, all’imputato non è stata nemmeno notificata la parte dispositiva. Risulta tuttavia dagli atti che il procedimento è stato archiviato dal giudice con decreto, senza che fosse stata notificata alcuna parte dispositiva e senza che la sentenza fosse mai stata redatta.

    In quest’ottica, il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (Prot. n. 57824/25 CA, Decreto del 29 maggio 2026) ha sospeso, ritenendola illegittima, l’esecuzione del mandato conferito dal Pontificio Delegato per l’Istituto “Servi del Signore e della Vergine di Matará”, il quale ha disposto la pubblicazione sul sito web dell’Istituto di una nota datata 12 gennaio 2025, nella quale si afferma: “Al Pontificio Delegato è affidato in modo particolare il rinnovamento dei programmi di formazione, la riforma della legge propria dell’Istituto, nonché una comunicazione trasparente a tutti i membri circa i crimini commessi dal Fondatore di entrambi gli Istituti, Padre Carlos Buela”. Pertanto, riteniamo illegittimo comunicare ai membri di entrambi gli Istituti la colpevolezza del Fondatore come fatto giuridicamente accertato, e riteniamo altresì illegittimo presentare come concluso o definitivo l’esito di un processo penale che non è giunto a conclusione.

    Papa Francesco stesso scrisse una lettera autografa il 16 agosto 2023 a un membro dell’Istituto, affermando: “Erano molto preoccupati di conoscere la ‘sentenza’ definitiva… ma non c’era nessuna sentenza. (Questo è il clericalismo)”. Il Papa espresse esplicitamente il suo desiderio che, con la morte del Fondatore, il caso venisse chiuso e archiviato, e che la questione non venisse più discussa.

    Riconosciamo e accettiamo le decisioni della Santa Sede

    Accettiamo e rispettiamo, in spirito di fede, fedeltà e obbedienza religiosa, le disposizioni che la Santa Sede legittimamente adotta riguardo al Fondatore , alla sua memoria e alle conseguenze che queste possono avere per la vita dell’Istituto, nonché gli obblighi specifici che possono esserci legittimamente imposti, anche se personalmente non condividiamo alcuni giudizi o valutazioni che li accompagnano. Siamo pronti ad adempierli nella misura in cui ciò sia compatibile con gli obblighi e i limiti inerenti alla virtù e al voto di obbedienza.

    Non riconosciamo il Fondatore come santo, né l’Istituto ha mai avanzato una simile pretesa.

    Per noi, i “santi ”, che veneriamo con dulia, sono soltanto coloro che sono stati dichiarati tali dalla legittima autorità della Chiesa. Il fatto che i membri dell’Istituto abbiano ed esprimano sentimenti personali riguardo al Fondatore, siano essi favorevoli o sfavorevoli, rientra nella sfera della coscienza e della libertà personale di ciascun religioso, e l’Istituto non intende né può ergersi a giudice della coscienza dei suoi membri (cfr. Can. 630, §5).

    Vogliamo difendere, promuovere e vivere il carisma ricevuto tramite il Fondatore

    Per quanto riguarda l’opera del Fondatore, il bene da lui compiuto, e soprattutto il patrimonio spirituale, dottrinale, apostolico e formativo che è stato ricevuto e riconosciuto dalla Chiesa —ovvero tutto ciò che riguarda la mente e i propositi del Fondatore (can. 578) in quanto tale — noi dobbiamo e desideriamo difenderlo, promuoverlo e viverlo. Non riteniamo che si possa stabilire una relazione tra la possibile colpevolezza personale del Fondatore in certi eventi e l’autenticità del carisma dell’Istituto. È necessario distinguere tra la persona del Fondatore, le sue possibili mancanze personali, e il carisma fondatore stesso , che la Chiesa ha già discernuto, approvato e ricevuto come dono per tutta la Chiesa.

    Pertanto, riteniamo che qualsiasi giudizio sulla realtà attuale dell’Istituto o sulla fedeltà con cui vive il suo carisma debba essere formulato separatamente, secondo criteri propri e attraverso un esame obiettivo dei suoi frutti, della sua vita e della sua missione nella Chiesa.

    El Instituto del Verbo Encarnado se pronunció sobre la acusación de abuso de su fundador y le contestó al Vaticano