Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Caso Rugolo, le 3 lettere (senza risposta) di Antonio a Papa Francesco: «Dia voce a chi come me ha subìto abusi nella Chiesa»

    Caso Rugolo, le 3 lettere (senza risposta) di Antonio a Papa Francesco: «Dia voce a chi come me ha subìto abusi nella Chiesa»

    a bussato tre volte alla “porta” di Papa Francesco, in tre momenti chiave della sua storia da “sopravvissuto” agli abusi sessuali nella parrocchia che frequentava quando aveva appena 16 anni. Tre lettere diverse, una nel 2020 e due quest’anno per chiedere aiuto, ascolto, conforto, interventi diretti al Papa, denunciando le coperture all’interno della Diocesi di Piazza Armerina. Per Antonio Messina – il giovane ennese che ha denunciato don Giuseppe Rugolo per gli abusi sessuali subiti da quando aveva appena 15 anni, condannato lo scorso 5 marzo dal Tribunale di Enna a quattro anni e sei mesi di reclusione – il tempo dell’evangelico “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” sembra però non compiersi mai. Adesso alla vicenda giudiziaria principale si è aggiunta una nuova inchiesta della procura di Enna, che ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini per falsa testimonianza al vescovo della Diocesi di Piazza Armerina Rosario Gisana e al vicario giudiziale Vincenzo Murgano. Per l’accusa, avrebbero coperto Rugolo.

    Messina scrive al Papa per la prima volta, nell’ottobre 2020, poco prima di rivolgersi alla Procura. La porta resta chiusa. La speranza riposta era quella di un intervento risolutivo, la richiesta di giustizia passa così alla magistratura ordinaria. Quattro anni dopo, passati 20 giorni dalla pronuncia della sentenza di condanna per Rugolo, è il momento per Antonio di bussare di nuovo alla porta del Pontefice. Batte più forte che può, inviando un esposto indirizzato al Papa e tra i destinatari include il Dicastero per il clero, il Dicastero per i Vescovi e quello per la dottrina della fede. Richiama quella prima lettera senza risposta nella quale affidava al Papa la propria storia chiedendo udienza «per dare voce alle mie sofferenze, a quelle della mia famiglia, a quelle dei giovani che come me vivono una vita stravolta dagli abusi sessuali» e torna sulla «continua ricerca di giustizia in ambito ecclesiale, puntualmente disattesa» sottolineando un sistema di coperture interno alla chiesa.

    Lo sconforto

    E racconta anche dello sconforto vissuto al diffondersi della notizia delle parole di Papa Francesco a sostegno del vescovo Gisana a Gela nel novembre 2023 dicendo «mi consola solo il pensiero che Lei non abbia avuto contezza dell’ombra nera che avvolge la Diocesi di Piazza Armerina in cui i procedimenti penali a carico di prelati e di soggetti operanti nel contesto ecclesiale, per reati a sfondo sessuale, hanno raggiunto una dimensione allarmante, senza che il vescovo abbia adottato provvedimenti di cautela pur essendo consapevole dei gravi atti commessi ai danni di minori».

    Antonio nel bussare per la seconda volta cerca di dare una risposta al silenzio che lo avvolge da quattro anni, pensando anche all’attesa del Papa della conclusione del primo grado di giudizio, ma passati 20 giorni dalla sentenza, la risposta manca ancora e prova a sollecitarla. La porta resta ancora chiusa nonostante abbia anche allegato atti all’esposto. Antonio non si arrende mentre i mesi scorrono veloci e trova il modo per bussare ancora più da vicino alla porta del Papa, per la terza volta, mentre Papa Francesco è in viaggio verso Bruxelles. La richiesta è quella di essere ascoltato, di vedere accanto alla giustizia ordinaria muoversi quella ecclesiastica, di potere aiutare davvero gli altri “sopravvissuti” agli abusi clericali a non avere paura e a denunciare sapendo di trovare risposte.

    https://www.lasicilia.it/cronaca/caso-rugolo-le-3-lettere-senza-risposta-di-antonio-a-papa-francesco-dia-voce-a-chi-come-me-ha-subito-abusi-nella-chiesa-2353000

  • Caso Rugolo: il vescovo Gisana indagato per falsa testimonianza

    Caso Rugolo: il vescovo Gisana indagato per falsa testimonianza

    PIAZZA ARMERINA (EN)-ADISTA. È formalmente indagato per falsa testimonianza dalla Procura di Enna mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, assurto agli onori delle cronache nel caso del prete don Giuseppe Rugolo, condannato in primo grado a quattro anni e sei mesi ex articolo 609 bis e quater del codice penale per tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado (v. Adista Notizie nn. 10/24). A denunciare il prete di Enna alle autorità civili, dopo un tentativo infruttuoso con le autorità della Chiesa, la vittima, Antonio Messina, sedicenne all’epoca degli fatti, avvenuti dal 2009 al 2013. La falsa testimonianza del vescovo, secondo l’accusa (v. La Repubblica Palermo, 13/12) sarebbe stata commessa nel corso dell’inchiesta e anche durante il processo; ugualmente indagato con la medesima contestazione anche il vicario giudiziale della diocesi, mons. Vincenzo Murgano.

    Già nelle motivazioni della sentenza di condanna, pubblicate in 222 pagine lo scorso luglio, a 137 giorni dalla sentenza di primo grado – che sanciva anche la responsabilità civile della diocesi, condannandola a pagare un risarcimento alla vittima Messina (v. Adista Notizie n. 29/24) – il vescovo di Piazza Armerina era stato fatto oggetto di pesanti accuse, come quella di aver agevolato l’attività predatoria di Rugolo. Il documento citava «elementi chiari e univoci a sostegno di una condotta coscientemente colposa da parte del vescovo monsignor Rosario Gisana, che rendono vieppiù legittima la condanna al risarcimento del danno della Curia, nella sua qualità di responsabile civile, per i pregiudizi cagionati dagli abusi sessuali perpetrati da padre Rugolo». Gisana infatti «già nel 2016 e negli anni successivi in cui l’imputato seguitava a perpetrare abusi sessuali» ai danni degli altri due adolescenti vittime di Rugolo «era pienamente consapevole del fatto che p. Rugolo era stato segnalato a lui per avere tenuto, nel recente passato, condotte simili con altri ragazzi giovanissimi». Le motivazioni del Tribunale confermavano quanto raccontato nel podcast “La Confessione” dai giornalisti Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn, che aveva ricostruito tutto il sistema di insabbiamenti del caso Rugolo sulla base dei documenti e delle registrazioni telefoniche messe agli atti e in seguito nella disponibilità delle parti, presentando, come spiegato da Feltri stesso, una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano».

    Chiusura delle indagini

    Ora, a seguito di un nuovo esposto della parte civile, il procuratore Ennio Petrigni, si legge su Repubblica, intende approfondire la posizione di Gisana e per questo nei giorni scorsi i pubblici ministeri «hanno firmato un provvedimento di chiusura dell’indagine, che è stato notificato dalla squadra mobile». Ora, davanti a questo nuovo passo Gisana – che ha sempre negato di avere insabbiato alcunché e il cui avvocato ha sempre insistito sul fatto che le frasi estratte dalle intercettazioni che lo incolpavano erano «decontestualizzate» – e il vicario Murgano hanno trenta giorni di tempo per depositare una memoria oppure per chiedere di essere interrogati.

    Le richieste di dimissioni

    La notizia dell’indagine su mons. Gisana e mons. Murgano arriva dopo mesi di tensione in diocesi, segnati da iniziative della base cattolica, costituitasi in un comitato di protesta contro la curia diocesana che chiede le dimissioni di Gisana. Dimissioni, si dice, a cui avrebbe dovuto già pensare papa Francesco ma che invece non sono mai arrivate, complice anche il favore di cui Gisana gode presso il papa stesso che, a processo in corso, ebbe a dire che era stato «perseguitato e calunniato», ma che era «un vescovo giusto». Il 22 agosto, in due chiese di Enna, la parrocchia di San Giuseppe e il santuario di Valverde, dove a celebrare erano sacerdoti i cui nomi compaiono nella vicenda di don Giuseppe Rugolo, al loro ingresso in chiesa, un folto gruppo di fedeli si è alzato ed è uscito, in segno di protesta, riunendosi sul sagrato con cartelli con citazioni evangeliche e lo slogan dell’iniziativa: «Non accetto prediche da chi copre un abuso». Anche a Piazza Armerina, della cui diocesi Enna fa parte, si è svolta una protesta silenziosa, davanti alla cattedrale (v. Adista 30/24). Alla fine dello scorso novembre, poi, in occasione della celebrazione a Pietraperzia (Comune nella diocesi di Piazza Armerina) della patrona dell’Arma dei Carabinieri Virgo Fidelis, per la quale la Fanfara dell’Arma del XII Reggimento “Sicilia” di Palermo avrebbe dovuto esibirsi in un concerto seguito da un corteo e dalla celebrazione della Messa presieduta da Gisana. È arrivata al comando generale dell’Arma dei carabinieri una lettera firmata da Antonio Messina; si riteneva «inaudito che l’Arma dei carabinieri richieda, in occasione delle celebrazioni che vedono le forze dell’ordine protagoniste, la presenza del vescovo che, come rassegnato dal tribunale penale di Enna nella sentenza emessa in 5 marzo, all’esito del noto processo a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo, “ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione”». «Vi chiedo – era l’appello di Antonio Messina – di valutare l’opportunità della presenza del vescovo Rosario Gisana alle celebrazioni dedicate alla “Virgo Fidelis”, patrona dell’arma dei carabinieri che, come tutte le altre forze di polizia, deve rispondere alla procura della Repubblica e al tribunale, istituzioni che hanno severamente condannato l’operato dell’ordinario diocesano».

    L’appello non era caduto nel vuoto; il Comune di Pietraperzia (che patrocinava l’evento) e l’Arma dei Carabinieri hanno comunicato, a 48 ore dalla celebrazione, «che a causa di problemi organizzativi dell’Arma dei Carabinieri, l’esibizione della Fanfara dei Carabinieri è rinviata a data da destinarsi».

    https://www.adista.it/articolo/73007

  • Indagato vescovo di Piazza Armerina, avrebbe coperto il prete condannato per molestie

    Indagato vescovo di Piazza Armerina, avrebbe coperto il prete condannato per molestie

    Le indagini sarebbero state chiuse e ora Il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana e il vicario giudiziale della diocesi, monsignor Vincenzo Murgano, hanno 30 giorni per farsi interrogare o presentare memorie difensive.

    Il quotidiano “La Repubblica” riporta che i due sono indagati per falsa testimonianza dalla procura di Enna per le dichiarazioni fatte durante l’inchiesta e poi nel processo a carico del prete Giuseppe Rugolo, poi condannato per tentata violenza sessuale ai danni di un ragazzo minorenne all’epoca dei fatti.

    Il vescovo, negli ultimi mesi, è stato spesso contestato dai fedeli della diocesi di Piazza Armerina, che dopo aver costituito con comitato ne chiedono le dimissioni. I giudici di Enna, che hanno condannato don Rugolo, nella sentenza hanno scritto che il monsignore avrebbe «omesso qualsivoglia iniziativa a tutela dei minori, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione».

    Il tribunale ha anche dichiarato la responsabilità civile della Curia di Piazza Armerina, e quindi anche la Chiesa dovrà pagare il risarcimento nei confronti del giovane molestato, che ha denunciato nel 2020 fatti accaduti 12 anni prima.

    Delle molestie il giovane aveva parlato anche con il vescovo Gisana che aveva avviato una indagine interna approdata in un nulla di fatto.  Agli atti dell’inchiesta – riporta ancora il quotidiano “La Repubblica” – c’è anche un’intercettazione fra don Rugolo e monsignor Gisana in cui il vescovo afferma: «Il problema è anche mio, perché io ho insabbiato questa storia. Pazienza, vedremo come poterne uscire».

    https://www.rainews.it/tgr/sicilia/articoli/2024/12/indagato-vescovo-di-piazza-armerina-avrebbe-coperto-il-prete-condannato-per-molestie-46b932b2-49b8-4e0a-b5b6-c5a5e1fa4eb0.html

  • Prete condannato per violenza sessuale, vescovo indagato

    Prete condannato per violenza sessuale, vescovo indagato

    Il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana e il suo vicario generale, Vincenzo Murgano, attualmente parroco della chiesa madre del capoluogo, sono indagati dalla procura di Enna per falsa testimonianza.

    La vicenda è una coda del processo al sacerdote ennese Giuseppe Rugolo, che si è concluso lo scorso 5 marzo con una condanna a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale a danno di minori.

    Dopo la conclusione del processo la parte civile, Antonio Messina, ha presentato un esposto in procura e ora i pm vogliono approfondire la vicenda.

    “A fronte delle tante bugie emerse nel corso delle indagini e anche nelle deposizioni in aula, mi sarei aspettato che il tribunale trasmettesse autonomamente gli atti in procura. Così non è stato. Oggi apprendo che comunque la procura sta andando avanti” dice Antonio Messina, il giovane archeologo che aveva denunciato il sacerdote e al quale Gisana aveva offerto 25 mila euro in contanti in cambio del silenzio.

    I giudici, nelle motivazioni della sentenza di condanna a Rugolo, stigmatizzano il comportamento del vescovo Gisana come atto “a facilitare l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione” . Nel corso di una intercettazione, agli atti del processo, tra il vescovo e Rugolo, Gisana ammette di avere insabbiato i fatti.

    Ora l’inchiesta della Procura dove da qualche settimana si è insediato il nuovo procuratore, Ennio Petrigni

    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2024/12/13/prete-condannato-per-violenza-sessuale-vescovo-indagato_bcbdb8e3-2c47-42fa-9985-ceaeafeef53e.html

  • La corte approva l’accordo record da 323 milioni di dollari per abusi della diocesi di New York

    La corte approva l’accordo record da 323 milioni di dollari per abusi della diocesi di New York

    La diocesi di Rockville Centre ha dichiarato mercoledì che un tribunale fallimentare ha approvato il suo accordo record per gli abusi di 323 milioni di dollari, che secondo i funzionari porterà “una certa misura di guarigione ai sopravvissuti” agli abusi del clero. 

    La diocesi di New York  ha annunciato a settembre  di aver raggiunto un ingente accordo per le vittime di abusi dopo un processo durato quattro anni, che comprendeva anche un’offerta precedente che le vittime avevano rifiutato.

    Mercoledì il giudice fallimentare statunitense Martin Glenn ha approvato l’accordo, dando il via libera al pagamento che include i contributi delle compagnie assicurative e delle chiese diocesane. 

    La diocesi di Rockville Centre  ha affermato in una nota  di essere “grata a Dio” per l’approvazione. 

    “Per il bene dei sopravvissuti agli abusi e della missione della Chiesa a Long Island, preghiamo affinché il piano porti una certa misura di guarigione ai sopravvissuti e consenta alla Chiesa di portare avanti la missione salvifica di Gesù Cristo”, si legge nella dichiarazione. 

    “Le vittime sopravvissute agli abusi sui minori meritano il nostro rispetto, le nostre preghiere e il nostro sostegno pastorale”, hanno aggiunto. “La Chiesa è grata per il loro coraggio e la loro perseveranza”.

    Mercoledì Glenn ha riconosciuto che “il denaro da solo non può compensare il trauma con cui così tante persone hanno convissuto per così tanti anni”.

    “Spero che la conferma del piano oggi accelererà il processo di risarcimento dei sopravvissuti e aiuterà a lasciarsi questa terribile storia alle spalle, in modo che la Chiesa possa portare avanti la sua importante missione senza la distrazione del processo di bancarotta”, ha affermato. 

    L’importo rappresenta il più grande accordo nella storia dei fallimenti diocesani degli Stati Uniti. Sarà distribuito a circa 600 sopravvissuti agli abusi.

    La diocesi ha dichiarato bancarotta nell’ottobre 2020 in seguito all’approvazione del Child Victims Act dello Stato nel 2019. Tale misura ha consentito di presentare denunce per abusi sessuali in casi passati in cui i sopravvissuti non avevano ancora preso provvedimenti, molto tempo dopo la scadenza del termine di prescrizione.

    L’anno scorso il Rockville Centre aveva avanzato un’offerta di risarcimento di 200 milioni di dollari alle vittime di abusi della diocesi, ma alla fine i sopravvissuti l’hanno rifiutata.

    Mercoledì la diocesi ha affermato che il suo obiettivo “è sempre stato l’equa compensazione dei sopravvissuti agli abusi, consentendo al contempo alla Chiesa di continuare la sua missione essenziale”.

    “Riteniamo che questo piano abbia raggiunto quegli obiettivi”, ha affermato.

    https://www.ncregister.com/cna/court-approves-new-york-diocese-s-record-323-million-abuse-settlement

  • LA FANFARA DEI CARABINIERI DI PALERMO HA RINUNCIATO ALLA FESTA RELIGIOSA DELLA “VIRGO FIDELIS” PRESIEDUTA DAL VESCOVO ROSARIO GISANA

    LA FANFARA DEI CARABINIERI DI PALERMO HA RINUNCIATO ALLA FESTA RELIGIOSA DELLA “VIRGO FIDELIS” PRESIEDUTA DAL VESCOVO ROSARIO GISANA

    La locandina dell’evento, patrocinato dal Comune, è stata diffusa su vari profili Facebook, compreso quello del parroco Osvaldo William Brugnone della chiesa madre di Pietraperzia, in provincia di Enna, ma all’improvviso tutto è stato rimandato a data da destinarsi, ufficialmente “per ragioni organizzative”.

    A quarantotto ore dalla festa della “Virgo Fidelis”, patrona dell’arma dei carabinieri, con l’esibizione della fanfara del XII reggimento Palermo e la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, prevista per domenica mattina nella chiesa madre di Pietraperzia, è arrivata al comando generale dell’Arma dei carabinieri una lettera di “indignazione”.

    A firmarla, Antonio Messina, fra gli animatori del comitato “Non accetto prediche da chi copre un abuso”, che ha denunciato gli abusi di don Giuseppe Rugolo, subiti quando aveva 16 anni. Rugolo è stato condannato lo scorso marzo a quattro anni e mezzo per violenza sessuale aggravata su minori.

    Nella lettera Messina trova “inaudito che l’Arma dei carabinieri richieda, in occasione delle celebrazioni che vedono le forze dell’ordine protagoniste, la presenza del vescovo che, come rassegnato dal tribunale penale di Enna nella sentenza emessa in 5 marzo, all’esito del noto processo a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo ‘ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione’”.

    […] Infine un appello: “Vi chiedo di valutare l’opportunità della presenza del vescovo Rosario Gisana alle celebrazioni dedicate alla “Virgo Fidelis”, patrona dell’arma dei carabinieri che, come tutte le altre forze di polizia, deve rispondere alla procura della Repubblica e al tribunale, istituzioni che hanno severamente condannato l’operato dell’ordinario diocesano”.

    L’appello non deve essere caduto nel vuoto, se quasi alla vigilia di una festa religiosa così importante tutto è stato rinviato “a data destinarsi”, come fa sapere lo stesso comando provinciale dei carabinieri di Enna. […]

    https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/musica-finita-vescovo-ndash-fanfara-carabinieri-415828.htm

  • Il prete accusato di abusi sessuali si è spogliato e ha incolpato le vittime di “convincerlo a uscire”

    Il prete accusato di abusi sessuali si è spogliato e ha incolpato le vittime di “convincerlo a uscire”

    In Argentina, tre giovani catechisti hanno denunciato il sacerdote Franco Lütens , 61 anni, per abusi sessuali, in fatti accaduti nella parrocchia Virgen María Madre del Pueblo , a Quilmes, Buenos Aires. Sebbene Lütens sia stato rimosso dai suoi incarichi ecclesiastici, le vittime avvertono che è ancora libero e sta proseguendo gli studi universitari, che gli permettono di continuare a entrare in contatto con i giovani vulnerabili, secondo quanto riportato dai media locali.

    L’indagine contro Lütens è iniziata lo scorso maggio, dopo che una delle vittime, 19 anni, ha cercato aiuto psicologico e ha confessato gli abusi subiti. Poco dopo, questa persona e altri due giovani si sono recati presso la Comunità dei sopravvissuti agli abusi ecclesiastici in Argentina , raccontando gli episodi vissuti mentre erano chierichetti e catechisti.

    “Un modello di manipolazione”
    L’avvocato delle vittime, Fernanda Raia , ha descritto il sacerdote come un uomo che ha sfruttato la sua posizione per manipolare persone vulnerabili. “Si è avvicinato a chi aveva bisogni affettivi o economici, si è mostrato come una figura amica o paterna, e poi ha abusato della loro fiducia”, ha detto.

    Secondo le testimonianze, Lütens portò i giovani a casa sua, dove fece esibizioni oscene e giustificò il suo operato, incolpando le vittime: “Sono un prete, mi avete fatto cadere in questo”.

    La reazione della Chiesa
    La diocesi di Quilmes , guidata dal vescovo Carlos José Tissera , ha diffuso il 13 novembre un comunicato in cui informava che il sacerdote era stato allontanato da tutte le sue attività pastorali nel mese di giugno, in seguito a denunce e all’avvio di un procedimento penale.

    Tuttavia, le vittime e i loro rappresentanti legali criticano l’inerzia riguardo alle prove e la mancanza di misure per garantire l’arresto degli imputati.

    Libertà e rischi attuali
    Lütens non si è presentato alla perizia psicologica ordinata dalla giustizia, mentre i suoi denuncianti si sono conformati a questa istanza. L’avvocato Raia ha denunciato che il sacerdote continua a studiare psicologia all’università, cosa che lo tiene a contatto con i giovani vulnerabili.

    “Vogliamo che venga processato e ordinato il suo arresto immediato prima della fiera giudiziaria di gennaio, perché c’è ancora il rischio di nuove vittime”, ha dichiarato.

    Questo caso si aggiunge a una lunga lista di accuse di abusi sessuali in ambito ecclesiastico, generando una maggiore pressione sulle istituzioni affinché agiscano con trasparenza e responsabilità nella tutela delle persone vulnerabili.

     

  • Pastori sposati abusavano dei bimbi

    Pastori sposati abusavano dei bimbi

    di Davide Romano – Vi fu un tempo in cui i protestanti francesi guardavano con distaccata superiorità agli scandali della Chiesa cattolica. “È il celibato”, mormoravano nei loro templi. “È la struttura gerarchica vaticana”. Poi è arrivata la lettera di Catherine.

    Ottantun anni, una vita passata a nascondere il suo segreto, Catherine (nome di fantasia) ha scritto quest’estate alla redazione di Réforme, il giornale protestante francese. Ha raccontato di quando, bambina, fu abusata da un pastore riformato. Non un giovane focoso, non un celibe represso, ma un pastore in pensione, sposato, padre di quattro figli e nonno. Per sessant’anni ha sepolto quel trauma, emerso solo quando suo figlio si è tolto la vita. “Ho continuato ad andare avanti nella vita senza pormi domande”, ha scritto, “senza sapere da dove venisse il mio disagio”.

    La Chiesa protestante unita di Francia (EPUdF) ha dovuto ammettere che il caso di Catherine non era isolato. Con un gesto che ricorda la confessione pubblica tanto cara ai riformatori del XVI secolo, ha deciso di aderire alla Commissione di riconoscimento e riparazione (Crr). Un organismo nato, ironia della sorte, proprio per gestire gli scandali della Chiesa cattolica.

    “Due anni fa”, racconta Emmanuelle Seyboldt, presidente del consiglio nazionale della Chiesa Protestante Unita di Francia, “abbiamo creato una cellula di ascolto professionale e indipendente”. Ma non bastava. Le vittime di abusi di venti, trent’anni fa chiedevano qualcosa di più del semplice ascolto. La Chiesa ha stanziato fino a 60.000 euro per ogni vittima. Non un risarcimento – come si può risarcire una vita spezzata? – ma un riconoscimento simbolico del danno subito, qualcuno mormora anche troppo simbolico.

    Seyboldt sostiene che la struttura collegiale della Chiesa protestante unita e la limitazione dei mandati abbiano impedito una “deriva sistemica”. Ma Valérie Duval-Poujol, vicepresidente della Federazione protestante di Francia, non è d’accordo. Parla di “fattori aggravanti”: i rapporti di potere, una sopravvalutazione quasi idolatrica della figura pastorale, tabù ancestrali sulla sessualità, disuguaglianze tra uomini e donne. Le stesse dinamiche, guarda caso, che, a detti di alcuni, si ritrovano anche nella Chiesa cattolica.

    I numeri, per ora, sono contenuti. La cellula d’ascolto ha ricevuto poche denunce di abusi storici, “si contano sulle dita di una mano”, dice Seyboldt. Ma quante vittime tacciono ancora? Quante Catherine aspettano sessant’anni prima di trovare il coraggio di parlare?

    La verità è che i protestanti francesi stanno imparando, a loro spese, che non basta essere eredi di Calvino per essere immuni dalla corruzione morale. La vera Riforma, oggi come nel 1517, passa attraverso il pentimento, la confessione pubblica e la riparazione del male commesso. Anche se questo significa ammettere che i demoni non abitano solo in Vaticano.

  • La Chiesa polacca di San Giovanni Paolo II squassata dagli abusi, le vittime incontrano i vescovi

    La Chiesa polacca di San Giovanni Paolo II squassata dagli abusi, le vittime incontrano i vescovi

    La Chiesa polacca che ha dato i natali a San Giovanni Paolo II sta facendo i conti con la piaga degli abusi sessuali e, per la prima volta, le vittime di preti pedofili sono state ospiti di una assemblea plenaria all’interno della conferenza episcopale. Si tratta di un passaggio simbolico importante dopo decenni di scontri sotterranei tra vescovi che avrebbero preferito continuare ad ignorare la questione per salvare il buon nome dell’istituzione ecclesiastica, e altri prelati che invece avrebbero voluto agire diversamente, mossi da sentimenti di giustizia e carità, battendosi per dare ascolto alle vittime e garantire una certa trasparenza. La svolta si è avuta nel maggio scorso quando Papa Francesco ha accettato le dimissioni dell’arcivescovo polacco Andrzej Dzięga, il quale aveva dovuto sostenere l’accusa pubblica di avere insabbiato sistematicamente dei casi.

    Il prelato era alla guida di una importante diocesi.

    Nel lasciare anzitempo l’incarico, in una lettera, scriveva: «Se le mie debolezze, tra cui la comprensione parziale di circostanze specifiche, e talvolta anche la mia normale stanchezza umana, sono diventate la causa della vostra ansia, mi dispiace». Le accuse erano state sollevate a più riprese da gruppi cattolici e associazioni umanitarie. Negli anni passati l’opinione pubblica, attraverso i media, si era concentrata anche sul ruolo svolto dall’ex potentissimo cardinale Stanislao Dziwisz, ex segretario particolare di Giovanni Paolo II. Un cardinale influente, a suo tempo amico personale di padre Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo (uno dei peggiori criminali che abbia mai avuto la Chiesa). Francesco aveva fatto condurre una inchiesta sulle presunte mancanze gestionali di Dziwisz (anch’egli accusato di aver coperto abusi) ma non era stato riscontrato nulla di grave dal cardinale Bagnasco, inviato a Cracovia per indagare.

    VARSAVIA

    In questa nuova fase il primate polacco, l’arcivescovo Wojciech Polak, sta lavorando per cercare di ridare credibilità alla Chiesa e il passo compiuto di accogliere le vittime è stato giudicato positivamente durante una conferenza stampa congiunta a Częstochowa martedì. «Sono molto grato che i vescovi siano riusciti intraprendere questo cammino» ha detto Robert Fidura, una delle vittime. «Sembra che ci stiamo muovendo nella stessa direzione e stiamo iniziando a vedere certe cose in modo molto simile».

    Un’altra persona coinvolta, Jakub Pankowiak, ha definito storico l’incontro con i vescovi. Lui stesso ha l’impressione che ora sia molto più facile capirsi e camminare insieme. L’arcivescovo Polak ha ammesso, invece, che i vescovi hanno finalmente riconosciuto il grande contributo fornito dalle vittime a far emergere la verità. Agli inizi di quest’anno le vittime avevano rivolto all’episcopato una lunga lettera in cui chiedevano la sospensione di un vescovo – l’ennesimo – accusato di negligenza nel trattare casi di violenze nella sua diocesi. Il tema al centro della discussione era sempre lo stesso: la mancanza di trasparenza, di giustizia verso le vittime, di tutela verso i minori.

    La prassi che è sempre stata seguita nella Chiesa, almeno fino ai tempi di Giovanni Paolo II, era di spostare il prete abusatore   parrocchia all’altra, cercando cos’ di mantenere sotto controllo lo scandalo per non intaccare l’immagine dell’istituzione. Con il caso orribile avvenuto a Boston, a cavallo del 2000, da cui è stato tratto anche il film intitolato Spotlight, il Vaticano è stato costretto ad avviare una lenta e faticosa revisione sia giuridica che pastorale e amministrativa sugli abusi. In questo cammino ecclesiale ogni nazione mostra una situazione diversa e il quadro complessivo si presenta a macchia di leopardo. Esistono paesi dove i vescovi hanno aperto gli archivi diocesani, fino a 70 anni prima per verificare l’operato svolto, e altri paesi che fanno fatica ad adeguarsi. La Chiesa italiana, per esempio, è ancora in grave ritardo e con un livello di trasparenza sulla gestione degli abusi pari allo zero.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_chiesa_polacca_vittime_giovanni_paolo_ii_wojtyla-8489812.html

  • Orfani italiani inviati negli USA/ Così Vaticano strappò 3mila bambini dalle braccia delle madri: l’inchiesta

    Orfani italiani inviati negli USA/ Così Vaticano strappò 3mila bambini dalle braccia delle madri: l’inchiesta

    Un recente inchiesta andata in onda sui canali dell’emittente americana CBS News – ma originata dal libro ‘II prezzo degli innocenti‘ scritto da Maria Laurino, che per prima ha portato alla luce questa complessa vicenda – ha reso noto il (fortunatamente ormai desueto) ‘Programma Orfani’ che fu avviato dal Vaticano a cavallo tra gli anni ’50 e ’70 per rendersi mediatore di un vasto programma di adozioni negli USA di bambini rimasti senza famiglia in Italia e in tutta Europa: questo almeno sulla carta, perché il libro e l’inchiesta dimostrano che la realtà dietro al Programma Orfani era ben diversa disegnando i contorni di una vera e propria macchina avviata al fine quasi esclusivamente lucrativo.

    Facendo un passetto indietro, è importate tornare innanzitutto con la mente agli anni ’50 in cui l’influenza della Chiesa sulla società italiana era ancora tale da generare non pochi imbarazzi nelle donne e nelle famiglie quando un bambino veniva concepito al di fuori del matrimonio: non a caso in tutto il territorio italiano furono aperti dal Vaticano centinaia di istituti religiosi pensati appositamente per accogliere e crescere i piccoli nati nel peccato; ed è proprio qui si inserisce il progetto che vide tra i suoi artefici monsignor Andrew Landi.

    Grazie a questo sistema, il Vaticano riuscì ad invire negli States qualcosa come 3.500 (falsi) orfani, nel frattempo adottati in modo del tutto inconsapevole da migliaia di famiglie cattoliche americane; il tutto con pagamenti che secondo l’inchiesta di Luarino arrivano anche a valere più di 400 dollari a bambino, che oggi sarebbero a pari a più di 4mila dollari, tanto che Landi arrivò anche a promuovere una vera e propria caccia ai nati da genitori non sposati in tutte le campagne e province italiane.

    Dal conto suo Landi ha sempre rivendicato il buon cuore dietro alla sua opera, pensata per dare un futuro sereno agli ‘orfani‘ italiani; mentre la CBS ha voluto vederci ancor più chiaro, inviando una lettera personalmente a Papa Francesco per chiedergli – come recentemente fatto in terra olandese – di scusarsi a nome dell’intero clero con le 3mila famiglie coinvolte, chiedendogli di cooperare (dove possibile) per riportare alla luce quei legami familiari forzatamente spezzati.

    Orfani italiani inviati negli USA/ Così Vaticano strappò 3mila bambini dalle braccia delle madri: l’inchiesta