ROMA-ADISTA. Ha sempre messo l’accento sulla dimensione sistemica degli abusi nella Chiesa p. Hans Zollner, gesuita, preside dell’Istituto di Antropologia e Studi interdisciplinari sulla dignità umana e sulla cura delle persone vulnerabili della Pontificia Università Gregoriana, già membro della prima ora della Commissione vaticana Tutela Minorum, dalla quale ha dato le dimissioni nel marzo 2023 criticandone la mancanza di trasparenza (v. Adista Notizie nn.).
E lo scorso giugno, per la prima volta, ha stretto un’alleanza con la rete globale di sopravvissuti ad abusi del clero ECA (Ending Clergy Abuse), finalizzata alla creazione di una proposta di radicali cambiamenti per nuove politiche e leggi, compresa la rimozione permanente dal ministero dei chierici abusatori e la creazione di un’agenzia indipendente con l’autorità di condurre indagini ed emettere raccomandazioni e rapporti pubblici, in un contesto di trasparenza obbligatoria durante tutto il processo; e severe sanzioni per qualsiasi vescovo o funzionario della Chiesa cattolica che non si attenga a questa politica. Tutto questo, in linea con le principali raccomandazioni rivolte alla Santa Sede dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (CRC) del 2014, con indagini promosse dagli Stati sugli abusi sessuali del clero e da organizzazioni internazionali per i diritti umani.
Ma p. Zollner insiste spesso sul fatto che «non è che non esistano norme o leggi adeguate. Il nostro problema è che il management non è disposto o non è in grado di implementare i propri standard e garantirne la sostenibilità» (intervista a Feinschwarz.com, 16/5/24). È sempre molto realista: «si stanno ancora affrontando casi singoli e non si traggono conseguenze sistemiche», sottolineava nella stessa intervista. Insomma, «non è ancora chiaro a molti nella Chiesa – non solo ai ministri – che alcune correzioni marginali non sono sufficienti. Credo che l’aspettativa di molti all’interno e all’esterno della Chiesa che le radici degli abusi e degli insabbiamenti vengano analizzate, discusse e cambiate non sia stata soddisfatta. La mentalità, gli atteggiamenti e le strutture che promuovono o cementano il desiderio di prestigio, un’eccessiva identificazione con l’istituzione, un rapporto acritico con l’autorità e il potere e una sessualità immatura sono ancora individuabili ovunque». E dirimente poi, nell’affrontare gli abusi, è l’incontro concreto con le vittime di abusi, ancora vissuto nella Chiesa a diversi livelli come inquietante, spiazzante, e dunque spesso evitato.
Di seguito pubblichiamo una intervista che p. Zollner ha rilasciato per Adista a Monique Van Heynsbergen e Cecilia Sgaravatto di Oref (Organizzazione ex Focolari), in cui torna a sottolineare l’importanza di questi temi.
La sorprendente comunicazione del Vaticano sul rifiuto del vescovo indonesiano ad essere cardinale, ha scatenato una valanga di speculazioni lasciando l’opinione pubblica a bocca aperta. Un vero giallo. Del resto i rarissimi casi per i quali il cardinalato è stato cancellato prima ancora di essere concesso si contano sulla punta delle dita e fanno subito venire in mente quello che accadde anche due anni fa, quando il Papa annunciò di voler fare cardinale un vescovo belga, Luc Van de Looy salvo poi accorgersi strada facendo che aveva insabbiato diversi casi di pedofilia. Anche in quell’occasione Van Looy chiese di non essere fatto cardinale e Papa Francesco ovviamentre accettò. Van de Looy ricevette però un anello cardinalizio che Van Looy descrisse come un dono personale del pontefice senza effetto canonico.
E probabilmente l’interogativo andrà avanti ancora parecchio. Secondo il tam tam curiale non pare sia tanto una questione legata alla gestione degli abusi. Il Vaticano – nella nota ufficiale di ieri – ha limitato ad informare che il vescovo sessantaduenne indicato dal pontefice tra i 21 cardinali del prossimo concistoro, Paskalis Bruno Syukur, ha fatto un passo indietro (richiesta subito accettata da Francesco) per «crescere ancora nella vita sacerdotale, nel servizio alla Chiesa e al popolo di Dio».
In Vaticano circola con insistenza una voce improbabile secondo la quale il vescovo in questione avrebbe una specie di consorte e dei figli. Se così fosse non sarebbe tanto la gestione degli abusi sessuali alla base di questo provvedimento (anche se a questo punto non dovrebbe essere nemmeno vescovo). Le fonti ufficiali preferiscono però tacere e non aggiungere nulla di più al comunicato di ieri sera alimentando ulteriormente le speculazioni.
Resta tuttavia un certo imbarazzo per questo nuovo incidente: viene messo in collegamento alle nuove procedure adottate da Papa Francesco nella scelta dei porporati. Mentre un tempo i candidati venivano normalmente affidati ad uno screening approfondito da parte delle strutture della Santa Sede (nunziature e Segreteria di Stato) con l’arrivo di Bergoglio la prassi si è notevolmente semplificata e spesso la scelta dei futuri cardinali matura solo a Santa Marta, senza ulteriori passaggi o confronti.
il vescovo indonesiano Syukur, dell’Ordine francescano dei Frati Minori, è nato a Ranggu il 17 maggio 1962, e dal 21 novembre 2013 è vescovo di Bogor. Dal 2018 al 2022 è stato secondo vicepresidente della Conferenza episcopale dell’Indonesia, e dal 2022 ne è segretario generale. La diocesi di Bogor, comprendente territori nell’isola di Giava, nel 2022 contava 94.381 battezzati su 20.559.829 abitanti.
Chiede l’intervento del presidente del Consiglio Nello Pergolizzi la coordinatrice Regionale di Più Europa, sulla nomina del Garante per l’Infanzia, il sacerdote ortodosso Giovanni Amante.
Palmira Mancuso, fa riferimento alla nota della segretaria generale Rossana Carrubba che contesta al dirigente le motivazioni che lo hanno portato a dare parere favorevole alla delibera poi votata in consiglio comunale.
“In merito alla delicata vicenda di Padre Amante – scrive Mancuso – riscontriamo con preoccupazione il silenzio totale da parte dell’amministrazione. Questo atteggiamento lascia trasparire la volontà di attendere che il caso si sgonfi da solo, una strategia che come Più Europa ci impegniamo a contrastare con fermezza. Non permetteremo che questa vicenda venga ignorata o minimizzata, sebbene anche in questa occasione ci sentiamo amministrati dalle tre scimmiette, che non vedono, non sentono e non parlano.
Chiediamo l’intervento immediato di Nello Pergolizzi, in qualità di presidente del Consiglio, affinché si esprima su una questione su cui l’Aula ha esitato una delibera con parere favorevole del dirigente, ma che alla luce del documento della Carrubba è altamente probabile che sia irregolare. È necessario che il presidente del Consiglio si esponga pubblicamente e prenda posizione: una situazione di questa gravità non può essere lasciata in sospeso”.
La coordinatrice di Più Europa fa riferimento anche alla Legge 30 luglio 2012, n. 126, che regola i rapporti tra lo Stato e la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa Meridionale, in attuazione dell’articolo 8, terzo comma, della Costituzione.
“Tale legge -precisa – definisce chiaramente l’incompatibilità dell’incarico di Padre Amante, il quale ricopre anche il ruolo di ministro del culto per la Chiesa Ortodossa. In particolare, l’articolo 3 stabilisce che i chierici dell’Arcidiocesi sono ministri di culto e godono del libero esercizio del loro ministero, ponendo limiti specifici sulla possibilità di ricoprire incarichi che confliggano con tale ruolo. Ci domandiamo, quindi: non è forse il caso che il presidente del Consiglio intervenga e chiarisca le posizioni? Si tratta di una questione non solo legale, ma anche di trasparenza istituzionale. Sull’inopportunità politica di una simile strategia del silenzio, crediamo che questo imbarazzo venga superato dalle immediate dimissioni di Padre Amante”.
Le scrivo queste righe non perché credo che arriveranno a Lei, ma per me, per sfogare la delusione e sofferenza che ho provato con le Sue parole durante l’omelia in Belgio e nell’intervista del volo di rientro a Roma nell’ultimo mese di settembre.
Per far sì che lei capisca quello che scriverò devo presentarmi, altrimenti non capirà perché scrivo queste parole: sono un sopravvissuto di abuso sessuale, sono rifugiato a Roma, posto che ho scelto per la vicinanza al Papa, luogo che ho scelto per cercare di ricominciare una vita fatta a pezzi da altri, ma comunque pezzi nelle Mani di Dio.
Nel Vangelo di quella domenica Gesù ci diceva che chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, (Mc 9,42).
E in quella occasione, Lei ha detto di “condannare gli abusatori e aiutarli a guarire da questa malattia dell’abuso”, parole che mi sono sembrate un po’ fuori luogo, visto che gli abusatori sono stati chiamati malati e invece sono criminali: anche se malati, sono sempre criminali.
E lei, senza saperlo e senza rendersi conto, ha scandalizzato me, il piccolo me che è stato usato e abusato da criminali, a cui lei si riferisce come malati. Malato sono io, che a causa delle disgrazie subite, ho la fibromialgia, una malattia senza cura, e sento dolori dalla mattina alla sera. Diagnosi di disturbo post traumatico da stress, ansia, depressione e dissociazione, attestati da medici. Un pedofilo, anche se malato, è sempre un criminale e punto.
E poi, durante l’abituale intervista che lei concede ai giornalisti nel volo, ho letto parole così scandalose e che mi hanno fatto tanto male, portandomi addirittura ad avere un attacco di panico e stare male fisicamente per praticamente una settimana. Lei ha detto che preti pedofili, dopo il processo e la condanna, ricevono della Chiesa lavoro, lontani dai bambini, e hanno trattamento garantito.
Lei si rende conto cosa può significare per una vittima di abuso sessuale sapere che la Chiesa si occupa di trattare i pedofili, mentre le vittime, sono lasciate ai margini?
Lei, che per diverse volte ha ricevuto e ascoltato il dolore e la sofferenza di persone che hanno avuto la vita cambiata per sempre a causa dell’abuso sessuale, crede che sia giusto aiutare i pedofili e non le vittime, oppure aiutare entrambi? A me non sembra giusto aiutare nessun pedofilo mentre ci sia ancora una sola vittima di abuso sessuale che chiede e grida per aiuto, anzi, mi sembra surreale e scandaloso. Capisco che lei vuole annunciare la misericordia di Dio a tutti, ma la misericordia senza giustizia è la madre della dissoluzione, dice San Tommaso D’Aquino.
Io che vedo (o vedevo, ormai non so più) nel Papa, sia lei o i suoi predecessori o successori, una figura in cui appoggiarmi nella fede, ho sofferto troppo con le sue parole, a sapere che nella Chiesa ci sia posto per pedofili, posto e sostegno. Non dico che pedofili pentiti devono semplicemente essere esclusi della Chiesa, che è casa per tutti, però la giustizia dei loro atti deve essere fatta, lasciamo la misericordia a Dio, che conosce i cuori, e diamo misericordia alle vittime, non ai criminali.
Ho 36 anni e non sono ancora riuscito a superare l’orrore che ho vissuto per 11 anni della mia vita, attualmente vivo in una constante incertezza della vita, particolarmente per quanto riguarda un lavoro, e l’unica certezza che avevo era che potevo fidarmi della Chiesa, ormai anche questa certezza è crollata, e mi sento veramente solo in questa terra, da questo mi è scatenato l’attacco di panico che ho avuto, grazie alle sue parole. Lavoro sette giorni a settimana, a punto di diventare pazzo e/o ammalarmi, e ascolto che il Papa, la Chiesa, dà lavoro e trattamento psicologico ai pedofili, mentre io faccio fatica per arrivare a fine mese, mi sembra davvero surreale e ingiusto, si chieda che misericordia è questa.
Magari il Signore vuole purificare ancora di più la mia fede in Lui, facendomi deludermi anche del Papa e della Chiesa, ma è davvero doloroso. Per fortuna conosco “un’altra faccia” della Chiesa, e persone buone che ne fanno parte, altrimenti sarei diventato ateo, agnostico o chissà che cosa, come è successo a tante persone, ma il suo predecessore Benedetto XVI mi ha insegnato cos’è la Chiesa e chi è Gesù, quindi rimango cattolico, nonostante il male che lei mi ha fatto, senza saperlo.
La Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori prepara la pubblicazione del Rapporto Annuale Pilota sulle Politiche e Procedure di Tutela nella Chiesa Cattolica. Di tale rapporto si è parlato durante l’assemblea plenaria autunnale svoltasi a Roma dal 7 all’11 ottobre, le cui sessioni di lavoro sono state anche dedicate al potenziamento della capacità locale di tutela attraverso l’Iniziativa Memorare e alla verifica e revisione delle politiche nel Quadro delle Linee Guida Universali.
L’obiettivo del Rapporto Annuale
In un comunicato, la Pontificia Commissione spiega che l’obiettivo del Rapporto Annuale, richiesto da Papa Francesco nel 2022, è fornire una valutazione della natura e dell’efficacia delle politiche e procedure di tutela nella Chiesa e offrire raccomandazioni per un miglioramento continuo. Nel corso della plenaria è stato anche esaminato l’Instrumentum Laboris, ovvero il progetto per il prossimo rapporto che coprirà l’anno solare 2024/2025, che si spera possa servire come meccanismo per un cambiamento sostenibile e verificabile nell’approccio della Chiesa cattolica al ministero della tutela.
La collaborazione con le Chiese locali
Riguardo allo sviluppo del Quadro delle Linee Guida Universali, sono stati esaminati i feedback ricevuti dalle Chiese locali fino ad oggi e la fase pilota in corso in collaborazione con le Chiese in Costa Rica, Zimbabwe, Polonia e Togo. Il passo successivo sarà integrare i risultati di tale fase in un quadro di tutela consolidato, che rimane l’obiettivo strategico principale e a lungo termine. La plenaria ha valutato anche quanto emerso dagli incontri con 13 conferenze episcopali che si sono svolti negli ultimi sei mesi, in occasione delle visite ad Limina a Roma. Tali incontri rappresentano un’opportunità per conoscere le procedure locali di tutela e per identificare le Chiese locali che non dispongono delle risorse necessarie per fornire un’adeguata assistenza. Alla luce di tutto ciò, l’assemblea ha valutato il programma di potenziamento della capacità di tutela, l’Iniziativa Memorare, e il suo allineamento con i requisiti indicati nella Lettera Apostolica “Vos estis lux mundi”. L’Iniziativa, volta ad aiutare le Chiese locali a creare strutture per ricevere e gestire i reclami in modo trasparente e responsabile e a fornire servizi di assistenza professionale per quanti hanno subito abusi, è attualmente attiva in diverse conferenze episcopali nazionali e conferenze di religiosi in America Latina, Africa e Asia. Il programma partirà a breve anche con altre 12 Chiese locali.
Il lavoro con il Dicastero per la Dottrina della Fede
Infine, i membri della Commissione sono stati aggiornati su diversi incontri istituzionali tenuti durante i mesi estivi nella Curia Romana tra cui quello con il Dicastero per il Clero, il Dicastero per i Vescovi, il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Durante la Messa di apertura della plenaria, il 7 ottobre, il presidente della Commissione, il cardinale Seán Patrick O’Malley, nella sua omelia, ha evidenziato che quanti “soffrono hanno un diritto particolare al nostro amore” e che “la Commissione ha l’opportunità e l’obbligo di rendere la Chiesa una Chiesa più samaritana”. La plenaria, cui hanno preso parte 30 membri esperti e personale dai cinque continenti, è stata il primo incontro sotto la guida del vescovo Luis Manuel Ali Herrera, segretario della Commissione, e di Teresa Kettelkamp, segretario aggiunto, nominati da Francesco la scorsa primavera. Ai lavori hanno partecipato anche l’arcivescovo John Kennedy, segretario della Sezione Disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, accompagnato da padre Robert Geisinger, promotore di giustizia, e padre Brian Taylor, funzionario del dicastero, con i quali ci si è confrontati sulle procedure attuali per affrontare gli abusi sessuali nella Chiesa e sullo sviluppo delle linee guida sulla tutela. Tale partecipazione ha rappresentato un’espressione di unità negli sforzi di prevenzione e ha offerto l’opportunità di esplorare la collaborazione continua tra il Dicastero e la Commissione. “Abbiamo assicurato che la tutela sia e sarà sempre una presenza nella vita della Chiesa” ha detto il cardinale O’Malley all’assemblea. “Anche se non tutti i nostri obiettivi sono stati ancora raggiunti, continueremo a insistere per una riforma dove identifichiamo fallimenti sistemici. I nostri sforzi hanno fatto una differenza significativa – ha affermato il porporato – e forse, cosa più importante, sono un segno di speranza e solidarietà per coloro che hanno subito abusi e per i loro cari”.
di Cristina Ferrari – Errori, omissioni e mancanze nell’ambito delle norme procedurali canoniche. Nessuna trasgressione che richieda ad oggi l’apertura di un procedimento penale interno alla Chiesa, va detto, ma ad ogni modo, e confermata ne è dunque anche la gravità, comportamenti ritenuti “non corretti”.
È questo il succo del comunicato stampa della Conferenza dei vescovi svizzeri in merito alla lettera ricevuta dal Dicastero romano per i vescovi dove vi sono indicati i risultati dell’indagine canonica preliminare atta a chiarire diverse accuse, anche di presunti abusi sessuali, mosse nei confronti di sei alti prelati elvetici, fra cui l’attuale amministratore apostolico della Diocesi di Lugano, monsignor Alain de Raemy, allora nella Diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo.
“Da questa indagine, attentamente studiata dal Dicastero con l’aiuto di autorevoli esperti – si legge nella nota a firma di monsignor Joseph Maria Bonnemain, responsabile dell’indagine su incarico del Dicastero –, non sono emerse prove di reati punibili, insabbiamento, negligenze o errori tali da richiedere l’avvio di un procedimento penale canonico. Ciononostante, il comportamento descritto non è ritenuto corretto, o comunque è emerso che le procedure previste dal diritto canonico non sono state adeguatamente seguite. A causa di queste irregolarità formali, il Dicastero per i vescovi ha emesso delle riprensioni canoniche (un ammonimento per negligenza in sostanza, ndr), invitando gli stessi vescovi e l’intero corpo episcopale svizzero a prestare maggiore attenzione in futuro e a gestire i casi di abuso denunciati con massima diligenza e perizia, osservando rigorosamente tutte le norme vigenti in materia di procedimenti d’indagine”.
Il prefetto, il cardinale Robert Francis Prevost, nella lettera del Dicastero riconosce anche che “nel corso di questi anni travagliati, i membri della Conferenza dei vescovi svizzeri hanno tutti compiuto notevoli progressi e acquisito una maggiore efficacia nel trattare i casi di abuso, assumendo personale sempre più qualificato e collaborando maggiormente con istituzioni indipendenti”, non senza incoraggiarli “a proseguire in questo cammino di vigilanza attiva e rigorosa nell’applicazione della normativa canonica sulla trattazione degli abusi sessuali, certi che le direttive della Chiesa non sono solo strumenti giuridici, ma riflettono un profondo senso di giustizia e responsabilità nei confronti delle vittime, alle quali dobbiamo ascolto, attenzione e riparazione”.
Una nuova consapevolezza, magari anche un po’ tardiva: “I vescovi – annota ancora la Conferenza elvetica – si trovano in un processo di apprendimento e desiderano ribadire la loro determinazione a intraprendere un’azione più decisa contro gli abusi nella Chiesa attraverso la loro attenzione, la loro diligenza, una migliore conoscenza delle procedure canoniche e la prosecuzione delle misure nazionali già avviate. Questo obiettivo deve essere raggiunto anche attraverso un lavoro professionale di prevenzione”.
Il vescovo Bonnemain, contattato da ‘laRegione’, ha confermato quanto evidenziato nel comunicato: «Un giudizio che vale per tutti i vescovi coinvolti. Oggi per questi casi, va detto, non c’è la base per iniziare una procedura penale canonica. Sono però state evidenziate ad ogni modo mancanze sottolineate anche nella lettera che è giunta e giungerà ai vescovi coinvolti».
Una notizia, sicuramente, attesa anche dall’amministratore apostolico a cui abbiamo girato alcune domande.
Monsignor De Raemy, come ha accolto il comunicato della Conferenza dei vescovi svizzeri?
Era una risposta che aspettavamo da diversi mesi. Con le sue osservazioni, il Dicastero vaticano dei vescovi ha precisato ad alcuni vescovi svizzeri dove avrebbero dovuto essere più accurati nelle procedure, per il bene di tutti, a cominciare dalle persone vittime. Questo ci aiuta davvero molto, e io ne sono contento.
Non le sono stati riscontrati risvolti penali, ma si parla di errori, omissioni e mancanze nell’ambito
delle norme procedurali canoniche. Cosa ci può dire in questo senso relativamente al suo caso?
Personalmente, non ho ancora ricevuto nulla dalla Santa Sede. Non posso quindi commentare una valutazione che ancora non ho avuto. Al momento opportuno, se ne potrà discutere.
Il suo coinvolgimento in questo preciso caso, e il relativo riscontro vaticano di comportamento non corretto, crede abbia contribuito in tempi più recenti a portarla (penso al caso don Leo) ad attivarsi con più operosa diligenza?
Per ora non c’è nessun riscontro vaticano concreto nei miei confronti, ma alla luce delle diverse vicende che sono venuto a conoscere in questi anni, ho scoperto quanto sia a volte delicato rispettare in tutto e fino in fondo i bisogni diversi delle persone vittime. Devono sentirsi libere, accolte, credute, protette e mai abbandonate, per riuscire a parlare e a denunciare. E noi che siamo responsabili, dobbiamo essere sempre più preparati a queste situazioni complesse e consapevoli delle sfide ad ampio grado nel prendere le decisioni che servono per tutti. La prevenzione, con l’educazione alla libertà dalla più giovane età, è un’assoluta priorità. Per quanto riguarda il caso di don Leo, non ci resta che aspettare le risposte dal lavoro dei magistrati, che chiariranno sicuramente tutti i contorni di questa triste vicenda.
Non è necessario aprire un procedimento penale all’interno della Chiesa cattolica nei confronti dei vescovi svizzeri sospettati di aver compiuto o insabbiato abusi sessuali. Lo indica oggi la Conferenza dei vescovi svizzeri (Cvs), precisando che il Vaticano ha comunque evidenziato errori e negligenze.
Nel giugno 2023, il Dicastero per i vescovi a Roma aveva incaricato il vescovo di Coira, Joseph Maria Bonnemain, di condurre un’indagine canonica preliminare per esaminare varie accuse contro diversi vescovi svizzeri. Secondo un comunicato odierno della Cvs i risultati sono stati trasmessi al Dicastero all’inizio di quest’anno, e ora il Vaticano ha risposto.
Il Dicastero per i vescovi afferma di aver seguito con grande attenzione gli sforzi compiuti dalla Cvs e da altri organismi ecclesiastici per esaminare la dolorosa storia degli abusi sessuali nel contesto della Chiesa cattolica romana in Svizzera dalla metà del XX secolo.
I dettagli dell’indagine
Nell’indagine che gli è stata presentata, il Vaticano rileva che non vi sono prove di reati punibili, occultamento, negligenza o errori che richiedano l’apertura di un procedimento penale canonico. Tuttavia, il comportamento descritto non viene considerato corretto: è emerso che le procedure previste dal diritto canonico non sono state seguite correttamente.
A causa di queste irregolarità formali, il Dicastero ha emesso dei richiami canonici. Alcuni vescovi hanno anche ricevuto una risposta personale; si tratta del vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo Charles Morerod, di quello di Sion Jean-Marie Lovey e dell’abate di Saint-Maurice (Vs) Jean Scarcella. Altri tre scritti indirizzati a persone non membri della Cvs seguiranno; stando a quanto indicato da Bonnemain alla Rsi, tra di loro vi sarebbe anche l’amministratore apostolico Alain de Reamy (oggi della Diocesi di Lugano).
Ammonizione formale
Stando al prefetto del Dicastero per i vescovi, il cardinale Robert Francis Prevost, riferisce una nota dell’Abbazia di Saint-Maurice, non ci sono prove di abusi sessuali e insabbiamento contro Scarcella. Ciononostante, il Vaticano gli ha inflitto un’ammonizione formale. All’abate, che si era dimesso dalla carica nel settembre 2023 per “garantire l’indipendenza dell’indagine”, viene chiesto di astenersi in futuro “da tutto ciò che non è consono allo stato clericale nelle relazioni interpersonali”. L’Abbazia ricorda inoltre che ieri la Procura vallesana ha annunciato che non perseguirà mons. Scarcella.
Per quanto riguarda Morerod e Lovey, entrambi accusati di occultamento, il Vaticano rimprovera loro di aver reagito in modo esitante e tardivo a casi sospetti di abusi, si legge nelle prese di posizione rilasciate dalle rispettive Diocesi.
L’organo invita gli stessi vescovi e l’intero corpo episcopale svizzero a essere più attenti in futuro e a trattare i casi di abuso segnalati con la massima diligenza e competenza.
Nelle sue lettere Prevost riconosce comunque i progressi significativi compiuti dai membri della Cvs negli ultimi difficili anni. Essi sono diventati più efficienti nel trattare i casi di abuso, impiegando personale sempre più qualificato in Svizzera e collaborando più intensamente con istituzioni indipendenti. Il cardinale Prevost incoraggia i vescovi svizzeri a continuare sulla strada della vigilanza attiva e rigorosa nell’applicazione del diritto canonico nel trattare gli abusi sessuali.
Ammesse omissioni e mancanze
Nel loro comunicato i membri della Cvs affermano di rammaricarsi profondamente per gli errori, le omissioni e le mancanze nell’applicazione delle norme canoniche che il Dicastero ha individuato. Essi sono in un processo di apprendimento e desiderano ribadire la loro determinazione a intraprendere un’azione più decisa contro gli abusi nella Chiesa attraverso la loro attenzione, la loro diligenza, una migliore conoscenza delle procedure canoniche e la continuazione delle misure nazionali già avviate. Questo obiettivo dovrà essere raggiunto anche attraverso un lavoro di prevenzione professionale.
Il mandato di Bonnemain da parte del Vaticano era di indagare sul comportamento di quattro membri della Cvs per la possibile mancata denuncia di abusi. Un quinto membro della Conferenza episcopale doveva essere indagato per presunte molestie sessuali.
Ciò dopo che Nicolas Betticher, ex vicario generale della Diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, aveva denunciato internamente alla Chiesa diversi vescovi svizzeri di aver occultato abusi. Oggi Betticher si è espresso a favore della creazione di un Tribunale penale ecclesiastico interdiocesano svizzero, che in futuro si occuperebbe di tutti i casi di abuso al posto dei vescovi mettendo al centro le vittime. A suo dire, inoltre, i rimproveri del Vaticano non dovrebbero indurre i vescovi “a minimizzare la realtà”.
Nel settembre dello scorso anno, l’Università di Zurigo aveva pubblicato uno studio sulla portata degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica romana svizzera dalla metà del XX secolo. La ricerca aveva dimostrato che i sacerdoti e i membri degli ordini religiosi hanno commesso oltre 1’000 casi di abusi sessuali dal 1950, anche se è probabile che il numero sia più elevato.
1.353 persone che hanno accusato alcuni sacerdoti cattolici di Los Angeles di aver abusato sessualmente di loro riceveranno 880 milioni di dollari (circa 810 milioni di euro) dall’arcidiocesi, grazie a un accordo annunciato mercoledì dai loro avvocati e dall’arcivescovo. È il più grande pagamento disposto da una diocesi per le vittime di abusi sessuali del clero. Alcune delle accuse contro la Chiesa sono vecchie di decenni: con questo ultimo accordo l’arcidiocesi ha risolto quasi tutti i contenziosi ancora aperti.
Uno degli avvocati delle persone che accusavano la Chiesa ha detto che la somma era la più alta che l’arcidiocesi potesse pagare senza dover ricorrere a procedure fallimentari. Molte altre diocesi negli Stati Uniti lo hanno dovuto fare per raccogliere i fondi necessari a pagare le persone che le accusavano o a sostenere e spese legali. Fra queste ce ne sono diverse anche in California, lo stato federato in cui si trova anche Los Angeles, fra cui quelle di San Francisco e di San Diego. Il fallimento e le relative procedure possono però ritardare i risarcimenti anche di diversi anni, e in certi casi sono state usate per evitare del tutto i risarcimenti.
Un altro degli avvocati ha detto che «non ci sarà mai vera giustizia quando il danno è la vita di un bambino», ma che comunque l’arcidiocesi ha affrontato almeno parzialmente le conseguenze delle proprie responsabilità e che il pagamento fornisce se non altro una giustizia parziale e «almeno un senso di chiusura ai sopravvissuti» agli abusi del clero.
Il pagamento più grande finora era stato fatto sempre dall’arcidiocesi di Los Angeles nel 2007: pagò 660 milioni di dollari a 508 persone. In tutto l’arcidiocesi quindi ha dato oltre 1 miliardo e mezzo di dollari alle persone che hanno detto di aver subìto abusi sessuali. L’arcivescovo José Horacio Gómez ha detto che gli 880 milioni di dollari provengono da risparmi, investimenti, prestiti e altri beni dell’arcidiocesi, a cui si aggiungono altri pagamenti fatti da ordini religiosi e altre persone coinvolti nelle accuse.
Diocesi e arcidiocesi sono le suddivisioni locali della Chiesa cattolica: quella di Los Angeles è la più grande degli Stati Uniti, con più di 4 milioni di fedeli e oltre 300 parrocchie. L’arcivescovo Gómez, che ha espresso rammarico per le sofferenze delle persone che hanno subìto abusi, ha detto che gli 880 milioni non proverranno dalle donazioni indirizzate alle parrocchie, alle scuole e alle campagne missionarie.
Negli ultimi decenni migliaia di persone in tutto il mondo hanno detto di aver subìto abusi sessuali da parte di sacerdoti o altre persone in ambito ecclesiastico, spesso quando erano bambine. In molti casi le accuse hanno coinvolto anche l’organizzazione della Chiesa: molti vescovi sono stati accusati di non aver denunciato gli abusi di cui venivano a conoscenza commessi dai preti a loro sottoposti, di averli trasferiti per evitare che subissero un processo o di averli promossi nelle gerarchie ecclesiastiche.
In molti casi le accuse non portano a un processo perché presentate decenni dopo i fatti, che quindi sono caduti in prescrizione. Tante delle persone abusate e di quelle accusate oggi sono molto anziane oppure morte. Una legge della California del 2019 (e altre simili approvate negli stessi anni in altre parti degli Stati Uniti) aveva aperto una finestra di tre anni per presentare denunce per reati prescritti, che ha portato a moltissime accuse.
Un’associazione di sostegno alle persone abusate, il Survivors Network of those Abused by Priests, ha detto che l’accordo annunciato mercoledì è uno sviluppo positivo, ma non sufficiente, e ha chiesto all’arcivescovo di rendere disponibili tutti i documenti che riguardano i casi di abusi sessuali.
Piovono nuove pesanti accuse sull’Abbe Pierre, uno dei sacerdoti simbolo per i francesi, noto per la sua organizzazione Emmaus che opera in favore dei poveri e i rifugiati. Il sacerdote è morto nel 2007, ma dopo la sua scomparsa è emerso un grandissimo scandalo sessuale, tenuto nascosto dalla Chiesa. il prete è stato accusato da 24 donne di aggressioni sessuali e ora emerge dai documenti agli atti dell’indagine che i “vescovi sapevano ma hanno taciuto“.
Lo sostiene l’Afp dopo aver consultato diversi documenti della Chiesa cattolica Issy-les-Moulineax, vicino a Parigi, resi accessibili al pubblico dalla Conferenza episcopale francese (CEF) a metà settembre. Sembra che gli atti – riporta Rsi – si moltiplicassero assieme al successo dei suoi libri: “Perdeva ogni autocontrollo” si legge in una lettera del ’64, probabilmente del Segretario generale dell’Episcopato.
I suoi atti hanno segnato ragazze “per tutta la vita”. I 216 documenti confermano ciò che, all’apertura del fascicolo, aveva dichiarato il presidente della CEF: “Almeno alcuni vescovi” erano a conoscenza “dal 1955-1957” del “grave comportamento” dell’Abbé Pierre “nei confronti delle donne”. Si parla di “miseria morale”, “atti riprovevoli“, “stati anormali”.
La prima ondata di rivelazioni ha scioccato la Francia, dove la figura del prete noto per la sua azione a favore dei poveri e dei senzatetto era molto stimata anche al di fuori del perimetro ecclesiale. Ribadendo il suo “sostegno totale” alle vittime, la Fondazione Abbé Pierre ha annunciato la chiusura definitiva del luogo di culto a lui dedicato, a Esteville, dove è sepolto, e la decisione di cambiare il proprio nome.
Nel Regno Unito, uno studio rivela la gravità della crisi degli abusi sessuali da parte dei chierici, mentre i dati dell’America Latina mostrano l’erosione della leadership di Papa Francesco.
Di Rodolfo Soriano-Núñez
Venerdì 11 ottobre, nonostante una crisi interna alla sua amministrazione, Pedro Sánchez , presidente del governo del Regno di Spagna, ha trascorso un soggiorno a Roma con Papa Francesco .
Entrambi hanno condiviso sorrisi e si sono scambiati regali come impone il protocollo. Dopo l’incontro con il pontefice, Sánchez ha avuto un altro incontro con il cardinale Pietro Parolin , segretario di Stato della Santa Sede e segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, l’arcivescovo britannico Paul Richard Gallagher .
Dopo gli incontri, nella sede dell’Istituto Cervantes a Roma, Sánchez ha informato i media. Dopo aver discusso la questione della guerra in Ucraina, ha sottolineato la disponibilità del suo governo a raggiungere un accordo affinché la Chiesa cattolica risarcisca le numerose vittime degli abusi sessuali da parte del clero in Spagna.
Il governo di Sánchez non è esente da problemi nel suo Paese. Il giorno successivo, anche se la maggior parte dei giornali spagnoli ha sottolineato la sua visita a Roma con foto e titoli in prima pagina, la maggior parte di loro in realtà ha sottolineato l’ultimo scandalo di corruzione che ha travolto la sua amministrazione.
Nonostante ciò, la questione manterrà una certa attualità in Spagna e nel mondo ispanofono, poiché martedì 15 Ángel Gabilondo , difensore civico spagnolo, parteciperà a una sessione del Congresso dei Deputati a Madrid, dove Gabilondo interverrà ancora una volta rivedere le cifre, i dati e i suggerimenti offerti nell’aprile di quest’anno, quando il suo ufficio ha pubblicato il rapporto disponibile qui .
Il 15 luglio la Los Angeles Press ha pubblicato un testo in cui riportava l’evoluzione della crisi degli abusi sessuali del clero in Spagna e le notizie contrastanti in quel Paese. Uno pubblicato dall’ufficio di Ángel Gabilondo , il difensore civico spagnolo; e un altro della Conferenza episcopale di Spagna, che si ricollega in qualche modo a un rapporto commissionato dai vescovi a una società di consulenza privata il cui socio principale, Javier Cremades , è membro dell’Opus Dei.
Stai tranquillo
È difficile credere che la nuova udienza di Gabilondo alle Cortes o i colloqui di Sánchez con papa Francesco, il cardinale Parolin e l’arcivescovo Gallagher basteranno a risolvere le divergenze tra l’approccio formalista e minimalista adottato dai vescovi spagnoli e la posizione assunta dal Difensore civico, ma questo è il nocciolo della questione per la Chiesa cattolica in Spagna e altrove.
Anche se i politici e i media mainstream fanno del loro meglio per mantenere la questione il più silenziosa possibile, la questione continua a presentarsi in tutto il mondo di lingua spagnola. Lasciamo che i politici facciano tutto il possibile per mantenere la questione il più silenziosa possibile. La recente decisione del presidente cileno Gabriel Boric lo dimostra.
In realtà, si trattava solo dei casi del cosiddetto National Minors Service , o SENAME, un ente simile agli uffici dei servizi per l’infanzia negli Stati Uniti o al Comprehensive Family Development in Messico, ma che, data la natura centralizzata dei servizi pubblica in Cile, è concentrata sotto l’autorità del governo nazionale.
La decisione finale di Boric di limitare l’ambito dell’indagine sugli abusi ai casi avvenuti in strutture pubbliche ha scatenato l’ira dei numerosi sopravvissuti agli abusi sessuali del clero in Cile che, pur disposti a riconoscere la rilevanza dei casi SENAME, sono rimasti delusi dalla modo in cui il loro governo ha evitato i loro casi.
Dall’altra parte delle Ande, nella patria di papa Francesco, la questione non è meno attuale. Al contrario. Da circa due anni lo fanno anche i media tradizionali, generalmente riluttanti a riferire sulla crisi degli abusi sessuali del clero e ancor meno quando si tratta dell’Opus Dei.
Il 13 novembre 2023 La Nación , il principale quotidiano argentino, ha pubblicato nelle pagine di un supplemento un rapporto dettagliato sugli abusi avvenuti nell’Opus Dei.
Un “frantumatore psicologico”
I redattori del supplemento El Berliner hanno intitolato il loro articolo “Distruttore psicologico”, per sottolineare gli effetti dell’appartenenza all’Opus Dei, che era stato, negli anni Novanta, l’“ordine” preferito di Karol Wojtyla , il cui unico rivale a quel tempo era la Legione di Cristo messicana.
Quella che quel supplemento raccontava è una storia familiare a chiunque abbia avuto conoscenza dei membri del cosiddetto Regnum Christi, un ramo del labirinto che costituisce la Legione di Cristo da circa 70 anni, e che è anche simili ai casi dei tanti rami del Sodalitium di Vita Cristiana in Perù, Brasile, Colombia e Stati Uniti.
Cambiano i nomi dei leader, i luoghi e le vittime, ma i modelli si ritrovano nell’Opus Dei, nella Legione di Cristo, nel Sodalicio o nella risposta tedesca a questi cosiddetti “nuovi movimenti religiosi” e all’ordine chiamato Das Werk (l’opera) è la stessa.
L’ articolo berlinese , pieno dei consueti dettagli sul tipo di atteggiamento nei confronti di se stessi, della famiglia, della vita, della proprietà e della pratica religiosa richiesto per essere membro dell’Opus Dei, era una sorta di continuazione di un articolo originariamente pubblicato da Paula Bistagnino .
La Los Angeles Press pubblicò allora il suo rapporto. È disponibile in spagnolo prima di questo paragrafo. Il Buenos Aires Herald ha pubblicato una versione inglese di quel rapporto nel maggio 2024 .
Lì il problema non era quello dei membri delle classi più ricche argentine che abbandonavano l’Opus Dei dopo tanti abusi, ma la storia di ragazze portate a Buenos Aires dalle zone rurali dell’Argentina, dalla Bolivia e dal Paraguay per diventare collaboratrici domestiche, cameriere.
E non c’è niente di nuovo nella storia delle giovani donne che vanno a Buenos Aires per diventare vittime di qualche tipo di abuso. Questo è il retroscena di molti tanghi dell’inizio del XX secolo.
Il problema è che i dirigenti dell’Opus Dei hanno portato queste donne a Buenos Aires con false premesse. L’Opus Dei offrì loro l’opportunità di studiare, di trovare un lavoro.
Invece, costrinsero le donne a rimanere al servizio dell’élite maschile che guidava l’Opus Dei. Ancora una volta, ci sono storie simili con molte donne del Messico rurale portate nelle case del Regnum Christi a Monterrey o a Città del Messico, per servire i discepoli di Marcial Maciel nel suo “ordine religioso”.
Quel che è peggio è che ora i leader dell’Opus Dei stanno conducendo una campagna per difendere quelle che dicono essere elezioni libere per coloro che hanno deciso di rimanere come servi. Il problema principale, ovviamente, è che se abbiamo imparato qualcosa dai resoconti di Bistagnino e di altri su ciò che accade nell’Opus Dei, è che le sue decisioni sono tutt’altro che libere.
Un testo presentato come supplica per i cosiddetti “numerari ausiliari”, una delle tante categorie di appartenenza all’Opus Dei, è disponibile qui .
Abusi religiosi senza confini
E non è solo nel mondo di lingua spagnola. Nel marzo di quest’anno il quotidiano britannico The Financial Times ha pubblicato un resoconto dettagliato di come ciò sia avvenuto anche nel mondo anglofono.
L’articolo originale è disponibile qui , ma per accedervi è necessario l’abbonamento. Antonia Cundy , la sua autrice, ha aggiornato le informazioni con il seguito dei casi.
Un’altra preziosa fonte di informazioni su come si verificano gli abusi nell’Opus Dei nel mondo anglosassone è stata, da una decina d’anni circa, Steven Hassan , ex membro di un’altra organizzazione religiosa segreta e abusiva, i cosiddetti Moonies , persone che fanno parte della cosiddetta Chiesa dell’Unificazione .
Ha pubblicato sul suo canale YouTube video che trattano di abusi religiosi in molte organizzazioni, dalla sua esperienza come ex membro dei Moonies , a ciò che sta accadendo nella Luce messicana del mondo o nell’Opus Dei nei video con Eileen Johnson , un ex numerario che operò nelle case britanniche e francesi di quell’ordine.
Più recentemente, Hassan ha parlato con Gareth Gore , autore di uno dei rapporti più dettagliati sull’ordine originariamente fondato da Josemaría Escrivá de Balaguer in Spagna negli anni ’30, dopo la Guerra Civile.
La settimana scorsa, quando l’Argentina era al centro di una delle più recenti mobilitazioni di protesta contro la brutale politica economica di Javier Milei , Gore ha pubblicato sui suoi social network una foto del raid effettuato dalla polizia federale argentina nel quartier generale sudamericano. dell’Opus Dei a Buenos Aires.
Agents from the Policía Federal Argentina – basically the country’s FBI – seen outside the Opus Dei HQ in Buenos Aires.
Mentre scrivo non è chiaro quale sarà l’effetto del raid. La Procura Generale ha pubblicato un comunicato stampa, disponibile qui .
Sebbene la dichiarazione sia ampia e parli dei leader precedenti e attuali dell’Opus Dei, i dettagli reali sono scarsi. Evidenzia come i leader dell’ordine abbiano costretto queste donne alla dipendenza e abbiano avuto poca o nessuna reale capacità di decidere sul loro futuro.
Gli studi che venivano loro offerti consistevano infatti nel prepararli a prestare servizi come cuochi, governanti, sarte, ecc.
Non avevano alcuna reale opportunità di studiare per un titolo accademico o di sviluppare una carriera professionale, nonostante le molte parole dei leader dell’Opus Dei secondo cui i loro membri possono intraprendere qualsiasi carriera desiderino.
Sabato 12 ottobre Bistagnino ha pubblicato un thread su quello che era Twitter con la sintesi dei casi di alcune donne abusate dai leader dell’Opus Dei in Argentina.
Historias de las criadas del Opus Dei 👇
Susana Lencina era la criada adolescente de una familia en Rosario cuando su patrona la subió a un auto para que la llevaran a la escuela de mucamas del Opus Dei en Buenos Aires. pic.twitter.com/qoBvCxM86N
E, dato che questi casi risalgono ai tempi di Jorge Mario Bergoglio come arcivescovo di Buenos Aires, c’è una possibilità, per quanto piccola, che l’indagine possa alla fine coinvolgerlo.
La politicizzazione dell’abuso
La politicizzazione del problema va contro gli interessi della Chiesa cattolica. Anche in paesi come il Canada, dove c’è grande fiducia nella polizia, nei pubblici ministeri e nei giudici, i preti e i vescovi cattolici cercano di impedire al loro governo di indagare su questi casi.
Tuttavia, la politicizzazione è la migliore opportunità per le vittime di abusi sessuali, siano essi membri del clero o meno. Questa è la lezione che si può trarre dalle esperienze dei paesi in cui si sono verificati progressi reali sulla questione, come gli Stati Uniti.
In America Latina, dove la fiducia nella polizia, nei pubblici ministeri e nei giudici è bassa, non ci sono state indagini nazionali o addirittura subnazionali come quelle avvenute di recente in stati americani come l’Illinois o il Maryland, per citare solo i due più recenti.
Questo è uno dei motivi per cui la reazione di Papa Francesco nei confronti di Giuliana Caccia Arana e di altri membri del Sodalicio peruviano è stata così dura come il testo linkato sopra indicato la settimana scorsa.
La sfiducia nelle autorità è un elemento delle strategie di difesa seguite dagli avvocati diocesani per trascinare le vittime degli abusi sessuali del clero in un labirinto di procedure burocratiche che, oltre ad essere estremamente costose, sono arcane anche in paesi come il Messico dove la Chiesa cattolica non gode eventuali privilegi formali speciali.
Messico e Perù stanno attraversando complessi processi di riforma del sistema giudiziario. Nel caso messicano è difficile aspettarsi cambiamenti significativi; Il governo messicano ha “venduto” la riforma partendo da false premesse, e segue la riforma boliviana degli anni 2000 che, quando si tratta della crisi degli abusi sessuali del clero, ha offerto poca o nessuna speranza alle vittime, come dimostra il testo collegato di seguito .
È difficile misurare per quanto tempo la Chiesa cattolica in America Latina continuerà a giocare a questo gioco. È chiaro che ci sono paesi in cui le possibilità che un vescovo respinga le accuse sono maggiori rispetto ad altri, presupponendo che non ci siano conseguenze fintanto che tengono i preti predatori fuori di prigione, ma il quadro generale della crisi è terribile.
Perdita di un terzo
Terribili come i dati che emergono da uno studio recentemente pubblicato dalla Durham University nel Regno Unito. Nell’aprile 2024, quell’università ha offerto i risultati di un’analisi approfondita delle prove disponibili presso le parrocchie di Inghilterra e Galles.
Gli autori hanno scoperto che “un terzo dei cattolici che in precedenza partecipavano alla Messa hanno ridotto la propria presenza o hanno smesso del tutto di parteciparvi a causa della crisi degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica”.
La gerarchia cattolica era ben consapevole del potenziale impatto della crisi degli abusi sessuali del clero, ma per quanto arroganti e sprezzanti siano i vescovi, hanno fatto di tutto per attribuire la crisi a creature mitiche come il “predatore solitario” o incolpare gli stessi -preferenza sessuale, come se avere quella preferenza sessuale fosse, di per sé, sufficiente per diventare un predatore sessuale.
Il problema principale con questa interpretazione è che anche le “notizie” cattoliche più omofobe come EWTN devono riconoscere che l’orientamento sessuale non è necessariamente correlato all’essere un predatore sessuale come nel caso di Chiclayo, una città peruviana sulla costa del Pacifico. analizzato in dettaglio nel testo linkato sopra o come nel caso del Brasile linkato sotto. In entrambi i testi i preti accusati attaccavano le donne.
Se i dati dello studio britannico fossero in qualche modo simili anche in altri paesi, ciò dovrebbe spiegare perché si percepisce l’angoscia nella delegazione tedesca al Sinodo in corso a Roma in questi giorni.
Il vescovo tedesco del Limburgo, Georg Bätzing , ha chiesto pazienza ai suoi correligionari cattolici tedeschi presenti al Sinodo e a quelli che seguivano da casa. Purtroppo in Messico i giornali di grandi arcidiocesi come quella di Guadalajara presentano la delegazione tedesca al Sinodo e, in generale, il cattolicesimo tedesco come colpevoli del fatto che il sinodo è praticamente nato morto.
The Tablet , una rivista cattolica britannica, ha sentito il bisogno di evidenziare le scarse aspettative sulla capacità del Sinodo (solo testo inglese) di affrontare i molteplici bisogni di una Chiesa impantanata in una crisi da essa stessa provocata.
La conseguenza di una nuova delusione nella volontà della Chiesa di produrre qualche soluzione ai molti problemi che alimentano la crisi degli abusi sessuali da parte del clero è la stessa dello studio britannico: l’abbandono di una pratica religiosa, una Chiesa che non è disposta ad affrontare i problemi che alimentano violenza contro i propri membri.
Basta rivedere il caso dell’uso della parola italiana frociaggine per vedere come anche i membri meno aggressivi della leadership cattolica, come Papa Francesco, siano fin troppo ansiosi di trovare modi, ragioni, momenti per incolpare i preti omosessuali o mettere in discussione la diritto delle donne a trovare una nuova comprensione di cosa significhi essere cattoliche.
Torschlusspanik: Paura che la porta si chiuda
Se i dati di Inghilterra e Galles parlano di una marcata riduzione delle persone disposte a partecipare alle messe e ad altre attività, i dati sull’appartenenza religiosa in Germania e Austria parlano di una crisi più profonda, con conseguenze difficili da misurare in questo momento, ma raccontano la storia di un gregge in diminuzione e le difficoltà di trovare nuovi modi per crescere.
Il think tank tedesco Forschungsgruppe Weltanschauungen in Deutschland , il cosiddetto gruppo di ricerca sulle visioni del mondo in Germania, ha pubblicato nelle ultime settimane una serie di documenti sull’appartenenza religiosa in Germania e Austria che raccontano una storia desolante.
Il 30 settembre hanno pubblicato la loro analisi più recente sull’appartenenza religiosa tedesca. La loro sintesi è che, dall’inizio degli anni ’90, “l’adesione alle due chiese maggiori (cattolica ed evangelica luterana) è diminuita di 17,2 milioni di membri”.
Rispetto ai dati del 1970, la tendenza mostra una riduzione del 31% e, come mostrano molti altri studi condotti in diversi paesi, sta accelerando anche in paesi che, come gli Stati Uniti, erano un po’ isolati da queste tendenze.
Se si analizzano i dati della vicina Austria, la situazione è simile: negli ultimi 30 anni, ogni anno poco più di 56mila persone hanno abbandonato la Chiesa cattolica in Austria, il che, secondo il think tank tedesco , rappresenta una perdita di appena oltre un milione e 800mila persone in un Paese di poco più di nove milioni di abitanti.
Le brutte notizie che arrivano dalla Germania per la Chiesa cattolica non finiscono qui. Ulteriori dati provenienti dalla stessa fonte indicano che l’opinione pubblica tedesca approva il previsto definanziamento delle due principali chiese del paese.
Quasi la metà del campione, il 48,5%, ha dichiarato di avere un giudizio molto positivo sulla decisione di tagliare i fondi alle due chiese principali. Un ulteriore 12,5% ritiene che sia una buona cosa, mentre il 18% dei partecipanti al campione (n=5.066) non ha espresso alcuna opinione e circa il 22% ha un’opinione molto negativa o piuttosto negativa della misura.
I dettagli sono disponibili qui . In tedesco esiste una parola per descrivere il tipo di sensazione che si prova analizzando questi numeri: Torschlusspanik , la paura che le porte si chiudano davanti a te.
Anche in Messico, l’analisi dei dati del censimento nazionale del 2020 (in Messico c’è una domanda specifica nel censimento sull’appartenenza religiosa) mostra un aumento significativo del numero (relativo e assoluto) di persone che si dichiarano non affiliate ad alcuna religione.
E ciò che è peggio per la Chiesa cattolica è che l’appello del vescovo Bätzing ad essere paziente nei confronti del sinodo non solo dimentica le preoccupazioni dei pochi “liberali” che sono ancora disposti a prestare attenzione al sinodo. Né si affronta il rifiuto più virulento e violento del Sinodo che arriva dai settori più conservatori della Chiesa cattolica, che non sono disposti a riconoscere da soli alcun errore.
La pazienza, quella che chiede il vescovo tedesco Bätzing ai suoi confratelli cattolici tedeschi, è difficile da trovare anche in America Latina. Il Pew Research Center ha recentemente diffuso i dati del suo più recente studio sulle popolazioni cattoliche di sei paesi dell’America Latina: Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Messico e Perù.
I risultati (disponibili in inglese qui e un breve riassunto in spagnolo qui ) parlano di una realtà di perdita di fiducia nella capacità di Papa Francesco di fornire una leadership significativa in un momento di crisi per la sua Chiesa.