Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: chiesa

  • Preti pedofili. Si indaga pure in Nuova Zelanda

    Preti pedofili. Si indaga pure in Nuova Zelanda

    In Nuova Zelanda, secondo il Vaticano, i battezzati cattolici sono 459.000, l’11,63% della popolazione. I preti sono abbastanza numerosi, 518.

    ABUSI IN CHIESA: SI INDAGA ANCHE IN NUOVA ZELANDA

    La Chiesa cattolica in Nuova Zelanda sta investigando su cinque nuove denunce di abusi sessuali su bambini da parte del clero, risalenti ad almeno 20 anni fa, e ha incaricato delle indagini l’ex commissario di polizia John Jamieson, che ha già esaminato 35 altri casi emersi negli ultimi cinque anni. Lo ha confermato lo stesso Jamieson alla radio nazionale, precisando che i cinque interessati non vogliono rivolgersi alla polizia e hanno fornito informazioni alla chiesa in via confidenziale. «Questi cinque casi sono nuovi», ha detto, e alcuni dei presunti colpevoli sono ancora vivi e in Nuova Zelanda. La Chiesa gli ha affidato l’incarico sin dall’inizio per assicurare che le denunce fossero trattate in modo appropriato e che gli interessati fossero soddisfatti della procedura. Jamieson ha raccomandato che ogni presunta vittima denunci alla polizia le attività criminali, ma ha riconosciuto che alcuni non vogliono che la polizia indaghi sui loro casi. Domenica scorsa l’arcivescovo neozelandese John Dew, in una lettera ai parrocchiani, ha ammesso che le accuse di pedofilia hanno messo in crisi la Chiesa, chiedendo scusa per «l’umiliazione e l’imbarazzo» causati dalle continue notizie di abusi del clero su minori in diversi Paesi. A peggiorare la situazione molti casi sono stati condotti male, ha detto il prelato, ma è ancora possibile superare la crisi.

    Preti pedofili: si indaga su abusi anche in Nuova Zelanda
    Wellington. La Chiesa cattolica neozelandese ha deciso di aprire un’inchiesta interna su cinque denunce di violenze e abusi sessuali su minori che risalgono ad almeno vent’anni fa e che sono attualmente al vaglio degli investigatori della polizia. Gli abusi denunciati alle forze dell’ordine avvennero, a quanto si legge in una nota Apcom, durante gli anni ’70 all’interno di una scuola a Christchurch, una località della Nuova Zelanda del sud. Negli anni scorsi due ex sacerdoti dell’ordine di San Giovanni di Dio sono stati arrestati e condannati per molestie e violenze su minori.

    Nuova Zelanda, indagini su abusi. La chiesa cattolica in Nuova Zelanda sta investigando su cinque nuove denunce di abusi sessuali su bambini da parte del clero, risalenti ad almeno 20 anni fa, e ha incaricato delle indagini l’ex commissario di polizia John Jamieson, che ha già esaminato 35 altri casi emersi negli ultimi cinque anni. Lo ha confermato lo stesso Jamieson alla radio nazionale, precisando che i cinque interessati non vogliono rivolgersi alla polizia e hanno fornito informazioni alla chiesa in via confidenziale. “Questi cinque casi sono nuovi”, ha detto, e alcuni dei presunti colpevoli sono ancora vivi e in Nuova Zelanda. Jamieson ha raccomandato che ogni presunta vittima denunci alla polizia le attività criminali, ma ha riconosciuto che alcuni non vogliono che l’autorità indaghi sui loro casi. Domenica scorsa l’arcivescovo neozelandese John Dew, in una lettera ai parrocchiani, ha riconosciuto che le accuse di pedofilia hanno messo in crisi la chiesa, chiedendo scusa per “l’umiliazione e l’imbarazzo” causati dalle continue notizie di abusi del clero su minori in diversi Paesi.

    http://www.repubblica.it/esteri/2010/04/08/news/bertone_pedofilia-3189154/

  • Venezuela, Arcivescovo protegge i preti pedofili e invita a uccidere Chavez

    Venezuela, Arcivescovo protegge i preti pedofili e invita a uccidere Chavez

    Tulio Manuel

    Chirivella è uno dei tanti preti cattolici che dovrebbe quanto meno essere giudicato da un tribunale per i reati commessi e se trovato colpevole dovrebbe finire in carcere, come ogni cittadino. Invece, essendo un alto prelato cattolico gode di protezioni ed immunità e sicuramente non finirà mai in galera.
    Venezuela, Arcivescovo protegge i preti pedofili ed invita ad assassinare Chavez

    Questi quando era arcivescovo della diocesi di Barquisimeto, in Venezuela, ha protetto numerosi preti della sua diocesi che si sono macchiati del reato di pedofilia; in particolare ha occultato i reati commessi da un prete di nome Luis Mosquera, che impunemente ha violato numerosi bambini nella città di Carora e nella baraccopoli di San Jacinto di Barquisimeto, dove svolgeva la missione pastorale (*).

    Oggi, monsignor Tulio Manuel Chirivella è nuovamente alla ribalta della cronaca nazionale e internazionale per aver istigato all’omicido del Presidente della Repubblica del Venezuela!

    E’ uno di quei tanti ipocriti prelati cattolici che da un lato predica la pace e l’amore e dall’altro compie ignobili reati, come l’istigazione all’omicido del presidente del suo paese, il Venezuela. In una intervista rilasciata al giornale venezuelano “La prensa” del 4 aprile scorso, al giornalista che gli chiedeva testualmente “Monsignore, fino a quando dobbiamo sopportare quest’uomo?” (Per “quest’uomo” si intende il Presidente della Repubblica del Venezuela, Hugo Chavez) l’alto prelato cattolico rispondeva: “Aguantaremos hasta que se lo lleve Dios, o cuando alguien lo acabe”. Tradotto in italiano: “Lo sopporteremo fino a che dio non se lo chiama o fino a quando qualcuno non lo faccia fuori!

    Una chiara istigazione all’omicido del Presidente della Repubblica. Sui motivi di questa esternazione si potrebbero scrivere libri interi. In sostanza, per farla in breve, il motivo di quest’odio così grande verso il presidente è dovuto al fatto che questi utilizza i soldi dello stato per gli ultimi! Invece di darli solo ed esclusivamente agli oligarchi ed ai gerarchi della chiesa cattolica, come avveniva un tempo, oggi i soldi pubblici vengono distribuiti anche ai più bisognosi.

    In questi ultimi tempi, in Venezuela, si parla tanto dello “sperpero” di denaro in opere pubbliche che starebbe compiendo il governo. Secondo una parte, fortunatamente ristretta e circosritta ai grandi oligarchi di questo paese ed alle alte gerarchie cattoliche, che da sempre appoggiano l’oligarchia, investimenti in opere pubbliche, come il “metrocable” sono solo uno spreco di denaro pubblico. Il governo di questo paese presieduto dal Presidente della Repubblica, per esempio, ha investito centinaia di milioni di dollari nella costruzione di una funivia, il “metrocable” che collega una delle principali baraccopoli di Caracas, quella di San Agustin, al centro della città. In questa baraccopoli vivono decine di migliaia di persone che fino ad oggi ben potevano essere considerati gli ultimi degli ultimi; queli a cui mai nessuno governo ha rivolto uno sguardo e meno che meno un investimento di cosi grande spessore; quegli ultimi che nessuna religione prende mai in considerazione.

    Fino ad oggi per andare o tornare dalla baraccopoli al centro della città, questi cittadini dimenticati da tutti gli dei che affollano il panorama religioso del nostro pianeta e da tutti i governi che si sono avvicendati, impiegavano da una a due ore. Adesso, con quest’opera di altisisma ingegneria, inaugurata lo scroso 20 gennaio, raggiungono il centro della città in pochissimi minuti. Non solo: gli investimenti del governo proseguono, dato che dopo aver servito la zona con un efficiente mezzo di trasporto, sta sostituendo le baraccopoli con edifici. Questo come tanti altri investimenti in educazione e sanità gratuita e per tutti, sono considerati solamente uno spreco di denaro pubblico per taluni squallidi personaggi, tra i quali l’alto prelato cattolico; di qui l’odio così grande che porta ad auspicare l’omicidio del Presidente!

    Per l’istigazione all’omicido di un uomo ed in particolare del Presidente della Repubblcia in alcuni paesi, come negli Stati Uniti, è prevista la pena di morte. Personalmente sono sempre stato contrario alla pena di morte, tra l’altro utilizzata in decine di milioni di casi proprio dalla chiesa cattolica per liberarsi di persone che non condividevano la sua dottrina, quindi la rinnego anche in questo caso; però, sarebbe giusto che tale alto prelato cattolico finisca davanti ad un tribunale e se giudicato colpevole, come ogni cittadino normale dovrebbe finire in un carcere, possibilmente di massima sicurezza.

    Immagino che anche in questo caso il potere della chiesa impedirà che si faccia giustizia e mai nessun giudice venezuelano oserà imputare un alto prelato cattolico. Sarebbe interessante conoscere l’opinione del papa su questo personaggio, che oltre a proteggere i preti pedofili, arriva perfino ad auspicare l’omicidio di un uomo, del Presidente della Repubblica del suo paese, Cosa pensa il papa di un suo arcivescovo che invece di predicare l’amore, la pace e la non violenza, istiga all’omicido? Per la religione cattolica non è un peccato gravissimo? Mah! Il papa, chiamasi Karol Wojtila o Joseph Ratzinger, abituato a coprire chi si macchia di reati gravissimi come la pedofilia, sicuramente coprirà qusto prelato che istiga all’omicidio del presidente del suo paese.


    (*) Fonte Aporrea, Url: http://aporrea.org/actualidad/a98311.html

  • Pedofilia/ Mea culpa di vescovi di Malta prima di viaggio Papa.

    Pedofilia/ Mea culpa di vescovi di Malta prima di viaggio Papa.

    Benedetto XVI nell’isola mediterranea dal 17 al 18 aprile
    apr 8, 2010

    Roma, 8 apr. (Apcom) – Mea culpa dei vescovi cattolici di malta per i casi di pedofilia nella Chiesa prima del prossimo viaggio del Papa nell’isola mediterranea (17-18 aprile).

    “Mentre esprimiamo solidarietà alle vittime, sentiamo il bisogno di pentirci dei peccati di coloro che hanno commesso gli abusi. Patiamo l’umiliazione nel sapere che questi sono stati perpetrati da coloro che, in nome della Chiesa, avevano il compito di educare e proteggere i giovani. E’ un momento di umiliazione per tutta la Chiesa”, si legge in un messaggio “di pentimento e di dolore” che l’arcivescovo di Malta, mons. Paul Cremona e il vescovo di Gozo, mons. Mario Grech, hanno diffuso oggi nell’isola. I due presuli facendo propria la lettera del Papa ai cattolici di Irlanda esprimono a nome di tutta la Chiesa maltese “dolore e pentimento verso le vittime di abusi, verso i cristiani che sono stati scioccati e verso tutta la società maltese” ma al tempo stesso ricordano che la Chiesa di Malta è stata “una delle prime ad adottare azioni concrete” per fronteggiare gli abusi.

    “Nel 1999 – si legge nella lettera diffusa in Italia dal ‘Sir’, servizio informazione religiosa della Cei – fu istituito un comitato, noto come Response Team, sotto la presidenza di un giudice in pensione, per investigare le accuse di abusi sessuali su minori come anche su adulti, ad opera di membri del clero, religiosi ed operatori pastorali. Per condurre indagini su questi casi in modo più veloce possibile – ricordano i vescovi – fu creato un altro comitato pochi mesi dopo”. Oggi alla luce della lettera del Papa, “la Chiesa maltese continua ad intensificare il suo impegno contro gli abusi e chiede a tutti i cristiani di cooperare con le autorità competenti, incluse quelle civili. Ribadiamo quanto affermato nel 1999: i cristiani sono obbligati a cooperare con la Chiesa piuttosto che nascondere i fatti o restare in silenzio, affinché questa ferita possa essere guarita una volta per tutte”.

    “Nonostante la vicenda sia una fonte di umiliazione per la Chiesa, essa deve continuare nella missione affidatale da Dio in favore dell’umanità. Abbracciamo – concludono mons. Cremona e mons. Grech – questo momento di umiliazione e di sofferenza come un invito ad unire la missione della Chiesa alle nostre capacità umane sapendo che queste sono dipendenti dal potere dello Spirito Santo”.

    http://www.dailyblog.it/pedofilia-mea-culpa-di-vescovi-di-malta-prima-di-viaggio-papa-benedetto-xvi-nellisola-mediterranea-dal-17-al-18-aprile/08/04/2010/

  • Chiesa: Vicariato Roma smentisce assenza rigore card. Vallini su abusi

    Chiesa: Vicariato Roma smentisce assenza rigore card. Vallini su abusi

    08 aprile, ore 19:06

    Citta’ del Vaticano, 8 apr. (Adnkronos)- Con una nota diffusa oggi pomeriggio dal Vicariato di Roma, si smentisce che il cardinale Agostino Vallini, sia stato poco rigoroso nel caso di un sacerdote accusato di abusi sessuali sui minori nella localita’ di Pomezia, diocesi idi Albano.

    Si tratta del caso di don Marco Agostani che venne accusato di diverse decine di abusi su minori. Don Agostani successivamente alla diffusione della notizia del caso, si suicido’.

    Pedofilia, il cardinale Vallini: «Agii con rigore, il prete fu sospeso»

    Don Marco Agostini, «non appartenente al clero diocesano», che svolgeva il ministero pastorale nella parrocchia di San Benedetto a Pomezia affidata all’Ordine degli Oblati di San Francesco di Sales, «fu immediatamente sospeso ‘a divinis’ e ne fu chiesto al legittimo superiore l’immediato trasferimento ad altra sede, senza l’esercizio del ministero».

    È quanto dichiara il cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, sulla vicenda del sacerdote coinvolto nel 2006, quando Vallini era vescovo di Albano, in un’indagine sulla pedofilia. «La decisione che il sacerdote non restasse nella diocesi di Albano – si legge in una nota diffusa dal Vicariato di Roma – suscitò forti reazioni nella popolazione di Pomezia contro il vescovo per il provvedimento adottato, ritenuto eccessivamente severo, ma monsignor Vallini mantenne la sua decisione».

    Tutto ciò, viene aggiunto, «testimonia il rigore espresso con immediatezza dall’autorità ecclesiastica prima ancora che fosse appurata la veridicità dei fatti». Pertanto il cardinale Vallini «smentisce categoricamente di non aver prestato immediata attenzione ai fatti e di aver dichiarato che ‘al momento erano solo chiacchierè». Infine, circa la notizia del trasferimento del sacerdote ad Assisi, attribuito a monsignor Vallini, «il cardinale smentisce di aver indicato una specifica sede in quanto non era di sua competenza».

    Vallini era stato accusato da una delle presunte vittime di don Marco Agostini: «Quando alcuni anni fa ci rivolgemmo al vescovo di Albano di allora, ora cardinale vicario Agostino Vallini, per denunciare gli atti di pedofilia di don Marco, il vescovo Vallini ci disse che ‘al momento erano solo chiacchierè. Poi ci spiegò che avrebbe preso provvedimenti, ma don Marco non fu denunciato alla polizia nè interdetto dal sacerdozio, fu solo trasferito ad Assisi, dove vedeva altri giovani».
    Don Marco, morto suicida a Roma nell’agosto 2006 mentre era agli arresti domiciliari, era stato arrestato il 5 aprile dello stesso anno dagli agenti della polizia di Roma che avevano fatto luce su una storia di violenze e soprusi che il sacerdote avrebbe inflitto a bambini e adolescenti in tutte le parrocchie dove aveva esercitato.
    08 aprile 2010

  • «Inappropriati i paragoni con gli ebrei»

    «Inappropriati i paragoni con gli ebrei»

    E Tullia Zevi: la pedofilia è strettamente connessa con la castità, sbagliato il celibato
    «Inappropriati i paragoni con gli ebrei»
    Il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane: fuorvianti certi paralleli storici

    E Tullia Zevi: la pedofilia è strettamente connessa con la castità, sbagliato il celibato

    «Inappropriati i paragoni con gli ebrei»

    Il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane: fuorvianti certi paralleli storici

    ROMA – «Alcuni interventi e alcuni paragoni inappropriati e inopportuni, che preoccupano ancor più in quanto provenienti da autorevoli esponenti della Chiesa cattolica, rischiano di creare pericolosi e fuorvianti paralleli storici». Lo dice Renzo Gattegna presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei).

    RAPPORTI DIFFICILI – Alle comunità ebraiche, e non solo italiane, sta a cuore – continua Gattegna – che «il complesso dialogo con il mondo cattolico» continui sul piano culturale, religioso e politico, e si sviluppi «in un clima di collaborazione e di confronto costruttivo che certe dichiarazioni possono solo rendere più difficile». Il presidente dell’Ucei ricorda anche che «la posizione tradizionale dell’ebraismo italiano nei rapporti con le altre fedi religiose rimane quella del reciproco rispetto e della pari dignità, accompagnati dall’impegno di non intervenire e non interferire nelle questioni interne che non possono che riguardare direttamente i fedeli di ogni singola religione». Per questo Gattegna spiega ancora che «gli eventuali silenzi delle gerarchie ecclesiastiche sui comportamenti di taluni rappresentanti del clero sono un problema interno al mondo cattolico», la cui soluzione non riguarda quindi «in alcun modo il mondo ebraico, n‚è gli organismi che lo rappresentano in Italia. Le opinioni espresse da singoli, a qualsiasi religione appartengano, sono e rimangono legittime opinioni personali».

    «SBAGLIATO IL VOTO DI CASTITA’» – Anche Tullia Zevi, in passato alla guida dell’Ucei, aveva espresso, dalle colonne del Corriere, disagio per le parole del cardinale Angelo Sodano, che ieri ha paragonato gli attacchi contro Benedetto XVI all’offensiva contro Pio XII. «Sono storie diverse, figure, piani diversi. E ci sono anche ragioni molto diverse dietro quello che sta accadendo oggi». La Zevi aveva anche preso spunto dal voto di castità. E proprio alla castità aveva ricondotto gli episodi di pedofilia. «Il celibato è una cosa contro natura. Quando mai lo capirà, la Chiesa?». Quella che viene definita campagna di aggressione «al mio paese si chiama libertà di parola, libertà di critica, democrazia», prosegue Zevi. «Che male c’è a sollevare dei problemi? Bisognerebbe studiare, piuttosto, il curriculum vitae del prete medio di oggi. Servirebbero corsi di psicanalisi. Quando avverte la vocazione? E perche?».

    07 aprile 2010

    http://www.corriere.it/cronache/10_aprile_07/pedofilia-chiesa-ucei-inappropriati-paragoni-ebrei_603fa8e8-4256-11df-a011-00144f02aabe.shtml

  • Chiesa e pedofilia: in troppi salvati dalla prescrizione

    Chiesa e pedofilia: in troppi salvati dalla prescrizione

    7 aprile 2010

    Verona: 25 sacerdoti e un vescovo accusati di violenze su ex allievi sordi, ma i reati non sono più perseguibili

    di Vania Lucia Gaito

    L’agghiacciante vicenda dell’Istituto Provolo per sordi, di Verona, sfociata nella testimonianza pubblica di 67 ex allievi che denunciano le violenze sessuali subite, rievoca il caso americano di padre Murphy, venuto recentemente alla ribalta delle cronache.

    Testimonianze precise, che coinvolgono 25 sacerdoti e un vescovo, tutti citati per nome. Il vescovo è monsignor Giuseppe Carraro, vescovo di Verona morto nel 1981, per il quale è in corso un processo di beatificazione. Dagli anni ’50 fino al 1984, una sequenza di orrori. Eppure non ci saranno indagini e processi per i sacerdoti coinvolti, neppure per quelli ancora in vita: è intervenuta la prescrizione e i reati non sono più perseguibili. La legge italiana prevede infatti tempi precisi entro i quali i procedimenti per abusi sessuali ai danni di minori possono essere perseguiti: 10 anni.

    “La prescrizione decorre dalla data in cui viene consumato il reato”, afferma l’avvocato Paola Rubino, difensore di parte civile nel processo a carico di padre Turturro (sacerdote antimafia di Palermo, accusato nel 2003 di aver compiuto abusi sessuali ai danni di alcuni bambini della sua parrocchia), conclusosi con la condanna in primo grado a sei anni e mezzo. “Quella della prescrizione è una problematica legata a tutti i tipi di reato, in particolar modo i tempi diventano problematici quando si parla di abusi sessuali. Si tratta di reati consumati con modalità particolari, spesso la vittima è già di suo psicologicamente debole, perché viene da situazioni personali o familiari problematiche. Si instaura poi tra abusante e abusato un meccanismo simile a quello del plagio. Non di rado occorre parecchio tempo, anche anni, prima che la persona offesa sia capace di denunciare l’abuso”.

    Come nel caso dei bambini sordi dell’istituto Provolo, come per i bambini delle scuole irlandesi del rapporto Ryan, come per i casi americani, trascorrono spesso anni. Molto però dipende dalla volontà politica di perseguire realmente certi crimini. Negli Stati Uniti, per esempio, lo stato della California approvò una legge che creava una finestra di un anno durante la quale potevano essere presentate denunce senza limiti retroattivi di tempo, in modo che anche abusi commessi decenni prima potessero essere perseguiti e risarciti. In Italia, al contrario, spesso non si riesce ad arrivare a sentenza definitiva prima che siano trascorsi i fatidici dieci anni della prescrizione. Come nel caso di don Giorgio Carli che, condannato in appello a sette anni e mezzo, ha visto prescriversi il reato prima della fine del processo in Cassazione. “Non è soltanto un problema legato alla tardività delle denunce” prosegue l’avvocato Rubino. “I fattori concomitanti sono molti, le indagini che si dispiegano in lunghi archi temporali, il fatto che molti magistrati siano oberati di lavoro, e poi ovviamente i tempi tecnici tra l’avviso di conclusione delle indagini, il rinvio a giudizio, l’udienza preliminare e tutti quei passaggi previsti dalla procedura. Ovviamente si tratta di un problema che investe sia il denunciante che il denunciato: nel primo caso perché potrebbe intervenire la prescrizione e il reato non sarebbe più punito, nel secondo perché se l’imputato non è colpevole dei reati a lui ascritti la sua innocenza dovrebbe essere riconosciuta il prima possibile”.

    Spesso le vittime non denunciano perché non hanno la certezza che un eventuale processo si concluda nei termini previsti dalla legge, quindi, ma anche perché temono il giudizio sociale. “Gran parte della società è impreparata, incapace di fronteggiare l’abisso oscuro della pedofilia. Certo, si affronta come tematica astratta, ma quando si ‘incarna’ nel vicino di casa, nel collega di lavoro o nel proprio parroco non si riesce più a coniugare l’immagine pubblica di quella persona con le accuse. E’ uno dei motivi per cui la società si schiera spesso al fianco dell’accusato, non della vittima, emarginando chi, con grande difficoltà, è riuscito a denunciare quanto subito” afferma Massimiliano Frassi, presidente dell’associazione antipedofilia “Prometeo”, che da anni chiede l’allungamento dei tempi di prescrizione del reato, se non che la prescrizione sia del tutto abolita. Frassi è stato fra i primi a schierarsi a sostegno delle vittime della pedofilia clericale e a rompere il muro del silenzio, organizzando già nel 2001 una conferenza con l’associazione “Snap”, che riunisce le vittime statunitensi dei preti pedofili.

    “Come altre associazioni, anche noi abbiamo ricevuto diverse segnalazioni di vittime di abusi da parte di religiosi, ma in particolare in questi casi ci viene chiesto di aiutare la vittima ma non si vuole sporgere denuncia. Quando si tratta di preti accusati di abusi sessuali, si arriva a situazioni veramente difficili, per la tendenza delle realtà locali a chiudersi in difesa dei propri sacerdoti”. Resta però aperta la possibilità di un risarcimento dei danni attraverso una causa civile: un danno infatti può manifestarsi anche parecchio tempo dopo, soprattutto laddove risulti di ordine soggettivo. Ma non serve assolutamente a condannare i colpevoli e, soprattutto, a tenerli lontani dai bambini.

    Da il Fatto Quotidiano del 7 aprile

  • Norvegia. Vescovo cattolico confessa: “Ho abusato di un minore”, ma spuntano anche altri casi

    Norvegia. Vescovo cattolico confessa: “Ho abusato di un minore”, ma spuntano anche altri casi

    In Norvegia i battezzati cattolici sono appena il 1,2%. I cattolici praticanti molti meno, ovviamente. I preti in tutto sono 70. Gran parte dei fedeli e dei preti sono stranieri, come il vescovo in questione, originario della Germania.

    E’ bene precisare che Mueller non è un ex vescovo, ma un vescovo a tutti gli effetti. Gli è stata solo tolta l’amministrazione della diocesi di Trondheim. Un ex vescovo è quello che viene spretato, come Milingo, o ridotto a sacerdote semplice.

    La stragrande maggioranza dei norvegesi è luterana.

    www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…53891girata.asp

    7/4/2010 (7:55) – PEDOFILIA
    Choc in Norvegia, vescovo confessa:
    “Ho abusato di un minorenne”

    Il caso riguarda l’ex vescovo di Trondheim

    La tv Nrk: «La vittima ha ricevuto 50 mila euro di risarcimento». Vaticano sarebbe stato al corrente e avrebbe chiesto le dimissioni del porporato
    ROMA

    Un vescovo cattolico norvegese ha confessato di aver abusato sessualmente di un ragazzo minorenne. Lo scrive in apertura del suo sito la tv di stato norvegese, Nrk. In seguito a tale confessione il prelato ha dato le dimissioni nel giugno dello scorso anno.

    È il primo caso di pedofilia legato alla Chiesa cattolica riportato in Norvegia. Secondo l’emittente tv Nrk, il caso riguarda Georg Mueller, ex vescovo cattolico di Trondheim, che il 7 giugno dello scorso anno si dimise inaspettatamente comunicando la decisione durante la celebrazione della messa domenicale. «È stato un abuso sessuale il motivo che lo ha spinto alle dimissioni» scrive il sito della tv pubblica norvegese, che aggiunge: «La Chiesa cattolica ha pagato alla vittima tra 400.000 e 500.000 corone norvegese (tra 50.000 e 65.000 euro, ndr) a titolo di risarcimento danni».

    L’abuso venne commesso quando Mueller era ancora un semplice prete ed è prescritto per la legge norvegese, specifica Nrk che riporta come l’attuale vescovo di Trondheim e Oslo, Bernt Eisvig, abbia riferito al Times che Mueller scelse di dare immediatamente le dimissioni quando venne informato delle accuse che lo riguardavano. Secondo il quotidiano norvegese Adresseavisen, la vittima era un chierichetto che ha mantenuto il segreto per circa 20 anni. È stato il vescovo di Stoccolma ad occuparsi dell’inchiesta.

    Nrk riporta che il caso è stato inviato al Vaticano, dove è stato valutato arrivando alla conclusione che Mueller, in quel momento vescovo di Trondheim, doveva dimettersi. Il vescovo Eidsvig, riporta Nrk citando ancora il quotidiano Adresseavisen, ha riferito che al momento della causa «la vicenda non è stata resa nota perchè la vittima non volle». «La persona in questione è attualmente ben al di là della maggiore età – ha detto Eidsvig ad Adresseavisen – La Chiesa ha ottenuto l’assicurazione che il caso è prescritto per la legge norvegese». Secondo Nrk non è stato possibile rintracciare l’ex vescovo Mueller, che dopo le dimissioni – secondo Eidsvig – si è sottoposto a «trattamento psicologico e a cure spirituali»

  • Don Cantini, le vittime: “Betori ci ha ignorato”

    Don Cantini, le vittime: “Betori ci ha ignorato”

    “Perché Maniago non dette seguito alle denunce? Ci metta a confronto con lui”
    A 3 anni dalla rivelazione degli abusi, restano da chiarire coperture e connivenze
    di MARIA CRISTINA CARRATU’

    Don Cantini, le vittime: “Betori ci ha ignorato” Claudio Maniago

    Il caso per loro non è chiuso, questo è certo. Si è aperto quasi quarant’anni fa, e adesso che la chiesa è sommersa da un diluvio di denunce contro preti pedofili, fa male più che mai. Soprattutto in questi giorni, a tre anni esatti da quando, sulle pagine di Repubblica, la loro storia venne alla luce. Era l’8 aprile del 2007. La riduzione allo stato laicale di don Lelio Cantini, il prete che abusò di loro bambini per almeno quattordici anni, fra il ’73 e l’87, decisa da Papa Benedetto XVI nell’ottobre 2008, per la Curia di Firenze ha messo la parola fine sulla vicenda. Ma per Francesco e Nicola, Andrea e Mariangela e Carolina tutte le altre vittime dell’ex parroco della Regina della pace, vera giustizia ci sarà solo “se saranno riconosciute le responsabilità di tutti”. Che vuol dire non solo del prete pedofilo, ma anche di chi lo coprì, invitandoli a dimenticare invece che a denunciare alla magistratura, come ora il Papa ha invitato finalmente a fare.

    Dopo tre anni, il loro obiettivo resta lo stesso: “Fare piena luce sulle connivenze e le coperture di cui Cantini ha goduto, sulle responsabilità di chi doveva intervenire e non è intervenuto”. E di uno in particolare: il vescovo ausiliare Claudio Maniago, vicario generale di Curia, loro coetaneo alla Regina della pace, e pupillo di don Cantini – “prete vero, che mi è stato e mi è di esempio”, lo aveva salutato il giorno della sua nomina a vescovo. Il primo da cui andarono, all’inizio del 2004, per denunciare i fatti di allora, gli abusi sessuali ma anche i pesanti condizionamenti che avevano spinto tante famiglie a devolvere alla parrocchia beni e denaro. E che non dette seguito alle loro denunce. Tanto che soltanto nel luglio del 2005 i memoriali delle vittime arrivarono all’allora arcivescovo Ennio Antonelli, e per mano di un intermediario, l’ex arcivescovo Silvano Piovanelli. Anche lui, peraltro, accusato di aver lasciato cadere nel nulla la prima denuncia, fatta nel ’92 da una vittima e relativa a abusi del ’74: “Non c’erano gli elementi per pensare ad altro” aveva spiegato Piovanelli. Ma le vittime hanno sempre insistito: “Non si è mai voluto vedere”.

    “Siamo stati incompresi per anni, possibile che per muoversi la Chiesa aspetti sempre i grandi numeri?” si chiede Francesco Aspettati, definito il “portavoce” delle vittime di don Cantini, “anche se nessuno può essere portavoce di chi ha avuto la vita segnata”. Lui ha trovato il coraggio di esporsi, come Mariangela Accordi, che è andata anche ad Annozero a raccontare come don Cantini la attirasse nella sua camera, e la facesse spogliare dicendo “di pensare alla Madonna, che a dodici anni aveva avuto Gesù”. “Mi sono convinta che avrei potuto aiutare altre vittime a venire allo scoperto”, ha spiegato. Lei ce l’ha fatta dopo anni di sostegno dell’Associazione Artemisia per la donne abusate, anche se nessuno, dice, potrà “ridarmi la serenità”.

    Altro che “chiacchiericci”, come li ha definiti il cardinale Sodano: “Mi chiedo” dice Aspettati “come certi personaggi di Chiesa possano azzardarsi a chiamare così drammi come il nostro…”. Quella di uscire allo scoperto, raccontano le vittime, “fu una scelta combattuta e dolorosa”. Dopo il lungo silenzio seguito alla prima denuncia, alla fine del 2005 l’arcivescovo Ennio Antonelli aveva trasferito don Cantini, ufficialmente “per motivi di salute”, in un’altra parrocchia, dove continuava a essere circondato da ragazzi. “Un affronto”. Così, nel 2006, grazie a un prete amico, le vittime trovano il coraggio di scrivere al Papa, allegando i loro memoriali: “Ma ancora nessuno di noi voleva farne un caso pubblico, e nemmeno chiedere risarcimenti. Avevamo fiducia che la Chiesa facesse pulizia al suo interno e ci sarebbe bastato per continuare a credere nel suo senso di giustizia”. Finché, al termine di un blando processo canonico, pur riconoscendo don Cantini colpevole di “delittuosi abusi sessuali contro minori” e di “falso misticismo e dominio delle coscienze”, Antonelli lo condanna a recitare litanie e al divieto di dir messa in pubblico. “Pene risibili, che ci hanno fatto ancora più male” ricorda Aspettati. Ma intanto la storia aveva cominciato a circolare, qualche prete sapeva, erano spuntate lettere anonime. Il caso esplode, la Curia ammette tutto dopo una settimana di silenzio. Eppure, “fu necessario insistere, scrivere di nuovo al Papa, raccontare di nuovo nei dettagli l’accaduto”, per ottenere che la Santa Sede imponesse una nuova inchiesta, al termine della quale Cantini fu ridotto allo stato laicale. Il massimo della pena per un prete. “No, la cosa più ovvia, minima, che si potesse fare a un prete vecchio e malato, ormai inoffensivo” ribatte Mariangela. Mentre Aspettati ricorda come Maniago, “nonostante la piena conferma di tutto quello che gli avevamo denunciato, sia rimasto sempre in silenzio, salvo accusarci di accanimento nei suo confronti”.

    Tre anni dopo, superati “paura, imbarazzo, e timore” dei primi momenti, restano, dicono le vittime, “senso di liberazione, la certezza di aver fatto la cosa giusta”, e tantissime “testimonianze di solidarietà, affetto, incitamento a andare fino in fondo”. Pur non mancando “le critiche, anche feroci, da parte di chi, dentro la Chiesa, non voleva aprire gli occhi” e riconoscere la “realtà di plagi, condizionamento e paura” che ha potuto allignare per anni indisturbata in seno alla chiesa fiorentina. Adesso, quel che si chiede è “di essere messi a confronto con chi ha coperto”. Lo farà l’arcivescovo? “Da quando è arrivato”, insistono Francesco, Carolina, Andrea, Mariangela e gli altri, “Betori ci ha ignorato. Mai che si sia rivolto a noi come persone, per farci almeno sentire la sua vicinanza umana”. Unico segnale lanciato da piazza San Giovanni, la conferma di Maniago a vicario generale della Curia. E l’omelia del giorno di Pasqua. Ancora una volta, in difesa della Chiesa.

    (07 aprile 2010)

    http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/04/07/news/don_cantini_vittime-3166546/?ref=rephp

  • Pedofilia, il Nyt non molla: prete molestatore ancora al lavoro

    Pedofilia, il Nyt non molla: prete molestatore ancora al lavoro

    Da oltre quattro anni, l’alta gerarchia vaticana sarebbe al corrente di un’inchiesta a carico di un prete, Joseph Palanivel Jeyapaul, accusato di aver abusato di una ragazzina di 14 anni nello Stato americano del Minnesota e nonostante questo ancora in attività pastorale in India: la rivelazione, ancora una volta, arriva dall’edizione on-line del New York Times, che cita quanto è emerso dal lavoro degli inquirenti.

    Le accuse formali della Procura americana risalgono al 2007: da allora, le autorità giudiziarie hanno cercato di ottenere l’estradizione di Jeyapaul, ma il sacerdote, che all’epoca si trovava già in India, ha negato ogni responsabilità, sottolineando di non avere «nessuna intenzione» di rientrare negli Usa per essere processato.

    Il suo attuale superiore, il vescovo Almaraj, della diocesi di Ootacamund, nell’India meridionale, ha fatto sapere che il prete lavora in un ufficio che organizza l’attività dei docenti di alcune scuole cattoliche, senza entrare in contatto con minori.

    Nel maggio del 2006, l’arcivescovo Angelo Amato, all’epoca segretario del cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva scritto a Victor Balke, vescovo del Minnesota, per rassicuralo sul fatto che il presule indiano era stato «istruito a dovere» e che avrebbe sorvegliato Jeyapaul in modo che, scrive il prestigioso quotidiano americano, «non sarebbe stato un rischio per i minori e non avrebbe creato scandalo»; Balke rispose subito a Levada, esprimendo comunque tutto il suo allarme: «È difficile per me quantificare il danno che quest’uomo ha fatto alla dignità del sacerdozio».

    Secondo i documenti del procuratore, la ragazzina accusò il prete di avere minacciato di uccidere la sua famiglia se non fosse andata con lui in canonica, dove venne costretta a fare sesso orale.

    Il vescovo Almaraj ha detto di non avere mai discusso con il Vaticano la possibilità che questo sacerdote ritornasse negli Usa per affrontare il processo: «Nessun passo è stato intrapreso in tal senso, nessuno me ne ha parlato e nessuno me l’ha chiesto», ha detto al Nyt il vescovo Almaraj. Nel 2005, quando s’incominciò a parlare del suo caso, il sacerdote tornò a casa in India per andare a trovare la madre malata: «Lei stessa – ha dichiarato Jeyapaul – mi disse di rimanere in India. Lo stesso fece il vescovo del Minnesota. esortandomi a non tornare». Ma è lo stesso vescovo Balke a scrivere nuove lettere preoccupate sia a Levada sia a padre Pietro Sambi, nunzio apostolico a Washington: «Spero che per il bene della Chiesa siate capaci di trovare una soluzione rapida a questo caso». Una settimana dopo, stando a quanto pubblicato dal Nyt, la risposta di Sambi al vescovo Balke : «Ti assicuro che la documentazione è già stata inoltrata alla Santa Sede». A quel punto non si sa cosa sia accaduto. Fatto sta che Jeyapaul si trova ancora in India.

    http://www.ilsecoloxix.it/Facet/commentPage/Uuid/a8342314-4151-11df-8c6f-0003bace870a/Pedofilia_il_Nyt_non_molla_prete_molestatore_ancora_al_lavoro_CAPpefdofilinyt.xml?url=/p/mondo/2010/04/06/AMVE9BaD-pedofilia_molestatore_ancora.shtml&offset=5

  • Don Cantini, l’inchiesta rischia la prescrizione

    Don Cantini, l’inchiesta rischia la prescrizione

    Gli inquirenti cercano testimoni di eventuali abusi compiuti dal parroco dopo il 1987
    Solo dopo la denuncia pubblica il sacerdote fu ritenuto colpevole dal Vaticano

    Domani saranno trascorsi esattamente tre anni dal giorno in cui “Repubblica” documentò il dramma delle bambine, dei bambini e degli adolescenti che, avendo avuto la sfortuna di frequentare la parrocchia fiorentina della Regina della Pace, avevano subìto abusi da parte del loro priore, don Lelio Cantini.

    Dopo aver regnato con piglio autoritario per quasi 40 anni sulla parrocchia alla periferia di Firenze, nel 2005 don Lelio era stato trasferito, ufficialmente “per motivi di salute” nella piccola parrocchia di Mucciano. I suoi ex allievi, che nel 2004 avevano trovato la forza di rivolgersi al giovane vescovo Claudio Maniago, anch’egli ex parrocchiano della Regina della Pace e avviato al sacerdozio da don Cantini, perché li aiutasse a trovare giustizia in seno alla Chiesa, vennero sollecitati dal cardinale Antonelli a “invocare da Dio la guarigione della memoria”. Soltanto dopo la pubblica denuncia sugli abusi, il Vaticano impose un supplemento di indagini al termine del quale, nell’ottobre 2008, il sacerdote fu riconosciuto colpevole e ridotto allo stato laicale.

    Nel frattempo l’inchiesta della magistratura si è incagliata nelle secche della prescrizione. Le drammatiche testimonianze delle ex e degli ex parrocchiani hanno documentato abusi e violenze fra il 1973 e il 1987. Dopo, il silenzio. Eppure è difficile credere che un pedofilo acclarato quale era don Cantini – un sacerdote che alle bambine imponeva rapporti sessuali “come gesto di comunione con Dio”, che ne abusava dicendo loro “Te lo chiede Gesù”, oppure “E’ un dono del Signore” – si sia improvvisamente emendato e per i successivi quasi vent’anni abbia tenuto un comportamento irreprensibile. Eppure nessun altro si è fatto avanti. Senza testimonianze più recenti, l’inchiesta penale è destinata alla archiviazione per prescrizione.

    Mentre la questione dei preti pedofili dilaga in mezzo mondo, in Italia le vittime continuano a sentirsi profondamente isolate. Il 25 settembre a Verona si terrà il primo incontro fra coloro che hanno avuto il coraggio di denunciare gli abusi. Significativo uno dei temi dell’incontro: “Difficile muoverci in una società clericale”.
    A Firenze, nonostante lo scandalo di don Cantini, la Curia non ha denunciato alla procura nessun altro caso di abuso, neppure quelli conclamati dell’ex parroco della Ginestra Fiorentina e poi di San Mauro a Signa, don Roberto Berti, che si infilava nudo nei sacchi a pelo dei suoi piccoli parrocchiani. Il sacerdote è stato riconosciuto colpevole dalla Congregazione per la dottrina della fede e punito otto anni di residenza obbligata in regime di vigilanza (ma non ridotto allo stato laicale). Nel novembre 2009 la sentenza è stata affissa sulla porta della chiesa. Segnale chiaro di una sensibilità nuova. Nonostante ciò, la Curia non ha denunciato i fatti in procura, né lo hanno fatto le famiglie dei ragazzi.

    Il silenzio continua a circondare ogni genere di comportamento “scandaloso” dei sacerdoti, inclusi i casi di incontri omosessuali, talvolta a sfondo sadomaso, che la Chiesa ufficialmente condanna con durezza ma che sembra tollerare e blindare nel più assoluto riserbo quando coinvolgono dei sacerdoti. In questi anni c’è chi ha tentato di gettare un po’ di luce sugli abusi consumati all’interno di alcuni seminari. E’ uscito un libro (“L’omosessualità non è più una virtù”, Edarc), che fra mille cautele sembra riferirsi a gravi fatti avvenuti a fine anni ’90 nel seminario vescovile di Fiesole. Ma è sconsolante la conclusione di un giovane ex seminarista: “Non ho mai visto rendere giustizia a chi è stato calpestato”. (f. s.)

    http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/04/06/news/don_cantini_inchiesta_rischio_prescrizione-3146884/?ref=rephp