Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: chiesa

  • Omertà e coperture degli abusi clericali: la protesta parte da Enna

    Omertà e coperture degli abusi clericali: la protesta parte da Enna

    41954 ENNA-ADISTA. La scena ha un valore simbolico molto forte: all’ingresso dei sacerdoti in chiesa, un folto gruppo di fedeli si alza ed esce, in segno di protesta. È accaduto il 22 agosto scorso in due chiese di Enna, la parrocchia di San Giuseppe e il santuario di Valverde, dove a celebrare erano sacerdoti i cui nomi compaiono nella vicenda di don Giuseppe Rugolo, il prete denunciato alle autorità civili da Antonio Messina, che subì i suoi abusi sessuali, e condannato nel marzo scorso dalla giustizia civile a 4 anni e sei mesi di reclusione ex articolo 609 bis e quater del Codice penale (tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni), con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado.

    All’esterno, i fedeli hanno esposto dei cartelli con citazioni evangeliche e lo slogan dell’iniziativa: «Non accetto prediche da chi copre un abuso».

    La scena, che è stata filmata, è diventata virale sui social media. Anche a Piazza Armerina, della cui diocesi Enna fa parte, si è svolta una protesta silenziosa, davanti alla cattedrale. Nelle motivazioni della sentenza di condanna, pubblicate in 222 pagine lo scorso luglio, a 137 giorni dalla sentenza di primo grado (v. Adista Notizie n. 29/24), il vescovo di Piazza Armerina mons. Rosario Gisana, pur non essendo indagato, è fatto oggetto di pesanti accuse, come quella di aver agevolato l’attività predatoria di Rugolo.

    Il documento cita «elementi chiari e univoci a sostegno di una condotta coscientemente colposa da parte del vescovo monsignor Rosario Gisana, che rendono vieppiù legittima la condanna al risarcimento del danno della Curia, nella sua qualità di responsabile civile, per i pregiudizi cagionati dagli abusi sessuali perpetrati da padre Rugolo».

    Gisana infatti «già nel 2016 e negli anni successivi in cui l’imputato seguitava a perpetrare abusi sessuali» ai danni degli altri due adolescenti vittime di Rugolo «era pienamente consapevole del fatto che p. Rugolo era stato segnalato a lui per avere tenuto, nel recente passato, condotte simili con altri ragazzi giovanissimi».

    Le motivazioni della sentenza da parte del Tribunale dunque confermavano quanto raccontato nel podcast “La Confessione” dei giornalisti Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn, che aveva ricostruito tutto il sistema di insabbiamenti del caso Rugolo sulla base dei documenti e delle registrazioni telefoniche messe agli atti e in seguito nella disponibilità delle parti, presentando, come spiegato da Feltri stesso, una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano»; un filo che risale da un prete a un vescovo fino al papa (v. Adista Notizie n. 11/24). Il documento ha fornito nuovo materiale per una puntata extra del Podcast, pubblicata il primo agosto scorso, e ha provocato anche una reazione di mons. Gisana, che ha cercato di difendersi in un’intervista rilasciata a La Stampa (26/7).

    A Enna anche la seconda “panchina viola” contro gli abusi clericali

    Il gesto di protesta dei fedeli ha efficacemente concretizzato e condensato quella presa di coscienza della realtà dei fatti già espressa la scorsa primavera con l’enorme affluenza della popolazione alla presentazione del podcast a Enna, che aveva visto la partecipazione di più di 150 persone, incredule e indignate.

    Tutto questo indica che forse il sistema di omertà e di coperture degli abusi comincia a creparsi e che la base cattolica sta attraversando una fase di profondo cambiamento, “non ci sta più” e non è più disposta a stare dalla parte del clero. Un segno che forse qualcosa sta cambiando – e che Enna può diventare la capofila di una più massiccia consapevolezza sul tema degli abusi – è anche l’inaugurazione, al Belvedere Marconi, nella città siciliana, seconda in Italia dopo Savona, della panchina viola contro gli abusi sessuali perpetrati da uomini del clero, autorizzata dal Comune su richiesta di Francesco Zanardi, presidente della “Rete l’Abuso”, e sponsorizzata anche da ECA – Ending Clergy Abuse e dal coordinamento #ItalyChurchToo (di cui fa parte anche Adista), sollecitata anche dal quotidiano La Sicilia. «Questa installazione rappresenta un’importante passo avanti nell’impegno di questa amministrazione nella lotta alla violenza sui minori – ha detto il sindaco Maurizio Dipietro (Ansa, 28/8) – e uno strumento efficace per sensibilizzare la comunità e promuovere una cultura del rispetto e della protezione dei più deboli». Anche qui sembra registrarsi uno scatto di consapevolezza: solo qualche mese fa, il podcast “La Confessione” aveva rilevato come l’amministrazione comunale non si fosse costituita parte civile nel processo contro don Rugolo. L’assessore comunale alla comunità educante e alla tutela dell’infanzia, Giuseppe La Porta, esprime ora soddisfazione: «Questa iniziativa, simbolo, fra altri, della lotta contro la violenza sulle donne e a sostegno dei diritti, e contro l’abuso dei minori si inserisce in un percorso più ampio di sensibilizzazione che l’amministrazione comunale sta portando avanti. La panchina va a completare, insieme a quella rossa dedicata alla violenza contro le donne e quella gialla, dedicata a Giulio Regeni il parco della Sensibilità della Comunità». Non si tratta solo «di un semplice arredo urbano», ha aggiunto: «È un segnale forte e chiaro, un invito alla comunità tutta a riflettere su tematiche fondamentali come il rispetto, l’uguaglianza e la tutela dei più deboli. La nuova panchina sarà un punto di riferimento, un luogo dove fermarsi a pensare e a confrontarsi, contribuendo a creare una cultura della non violenza e dell’inclusione e contro ogni abuso in particolare sui minori», e intende essere espressione dell’«impegno per una società più giusta ed equa, dove ogni individuo possa sentirsi libero di esprimere se stesso e di vivere la propria vita senza paura».

    Anche per Francesco Zanardi, creatore della campagna, la panchina viola a Enna rappresenta il segno di un cambiamento: «Un nuovo gesto fortissimo per la città che non può che lasciarmi soddisfatto e per cui esprimo grande stima e che spero si ripeta ovunque». La campagna, intitolata “Ondaviola”, può essere portata in tutti i Comuni italiani. Si può aiutare a diffonderla nel proprio luogo di residenza, contattando Rete L’Abuso attraverso l’apposito form, su ondaviola.retelabuso.it.

    https://www.adista.it/articolo/72433

  • La Chiesa cattolica della Nuova Zelanda sopprime la denuncia degli abusi

    La Chiesa cattolica della Nuova Zelanda sopprime la denuncia degli abusi

    I sopravvissuti agli abusi da parte di preti cattolici affermano che il rifiuto della Chiesa di rilasciare il rapporto di valutazione indipendente del GCPS nel suo processo di denuncia è un altro insabbiamento.

    All’inizio di quest’anno, su richiesta dei sopravvissuti alle violenze sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici in Nuova Zelanda, i chierici anziani della Chiesa cattolica neozelandese, il vescovo Stephen Lowe e il reverendo Thomas Rouse, si sono impegnati a far valutare in modo indipendente il processo di denuncia della Chiesa e il rispetto della politica.

    Alla fine di luglio di quest’anno, il rapporto di valutazione del GCPS intitolato Te Aromatawai mo nga Paerewa Tiaki Tikanga, una valutazione dell’attuazione degli standard culturali di salvaguardia della Chiesa cattolica ad Aotearoa in Nuova Zelanda, è stato consegnato al gruppo ecclesiastico Te Rōpū Tautoko che ha coordinato la risposta della Chiesa cattolica neozelandese alla Commissione reale d’inchiesta sugli abusi nelle cure.

    Una sintesi del rapporto pubblicato sul sito web di Te Rōpū Tautoko il mese scorso ha rivelato gravi carenze nella gestione delle denunce da parte della Chiesa. Le carenze includevano l’incapacità dell’Ufficio per gli standard professionali della Chiesa (NOPS) di aderire ai principi del suo protocollo di reclamo “Un percorso verso la guarigione”.

    Tuttavia, mentre la sintesi affermava che “la valutazione ha identificato alcune prove a sostegno di ciò”, in tale sintesi non è stata fornita alcuna prova.

    La Rete dei sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti (SNAP) è preoccupata per il fatto che il riassunto non indichi nemmeno quante denunce siano state respinte o accolte. “Il fatto che molte denunce di abusi vengano negate senza indagini adeguate è il vero motivo per cui così tanti denuncianti si rivolgono a SNAP per ottenere supporto”, ha affermato il dottor Christopher Longhurst, leader nazionale della sezione neozelandese di SNAP.

    SNAP ha richiesto una copia del rapporto completo con le opportune revisioni che ritengono che i vescovi e i leader delle congregazioni abbiano il dovere etico di divulgare. Tuttavia, Lowe e Rouse si sono rifiutati di rivelarlo. Invece, hanno risposto affermando: “Il riassunto riporta sostanzialmente su tutti gli aspetti della revisione”.

    Ma i sopravvissuti non sono d’accordo. “Un riassunto che è semplicemente una sinossi non rivela i risultati dei dati come le percentuali di reclami negati o accolti, o i metadati, o il tempo di attesa per risolvere i reclami”, ha spiegato il dottor Longhurst. “Né fornisce prove a sostegno o ragioni che hanno dato origine ai risultati”, ha aggiunto Longhurst.

    Invece, i vescovi hanno diffuso il loro comunicato stampa elogiando i loro processi di riforma (non specificati) nella prevenzione degli abusi.

    SNAP ritiene che questo sia l’ennesimo fallimento dei vescovi cattolici neozelandesi e dei leader congregazionali nell’onorare il loro impegno pubblico per l’apertura e la trasparenza nel modo in cui rispondono agli abusi.

    “Sfidiamo i leader della Chiesa cattolica neozelandese a mettere in pratica ciò che predicano, a smettere di nascondere informazioni vitali sugli abusi, a essere completamente aperti e trasparenti sulle loro procedure amministrative di gestione delle denunce e a rilasciare il rapporto completo del GCPS per il controllo pubblico”, ha dichiarato Donald McLeish, fiduciario di SNAP Aotearoa Nuova Zelanda.

  • “Il Papa chieda scusa agli ennesi”

    “Il Papa chieda scusa agli ennesi”

    “Adesso il papa chieda scusa ai sopravvissuti di Enna”. La provocazione di Francesco Zanardi presidente di Rete l’Abuso, unica associazione che accoglie le vittime di pedofilia clericale, arriva mentre è ancora forte l’impatto delle parole severe, determinate e piene di umanità di Papa Francesco per i migranti e mentre “l’onda viola” si muove da Enna tra lo “sciopero della Messa”, per protestare pacificamente contro i silenzi della Curia, la coda social ed un altro tassello importante per la sensibilizzazione sul tema: una panchina viola appena installata su richiesta dello stesso Zanardi all’amministrazione comunale Dipietro al Belvedere.

    Nelle parole del Papa sui migranti c’è piena coerenza con il Vangelo, cosa creerebbe lo stesso effetto sugli abusi sessuali clericali?

    “Se si vuole essere credibili – dice Zanardi- si deve applicare il Motu proprio vos estis lux mundi voluto da questo Papa in nome della tolleranza zero, sopratutto nella parte in cui parla dei vescovi insabbiatori”. Cosa manca per metterlo in atto? “ ho avuto modo di confrontarmi direttamente su questo tema in più occasioni anche con i vertici della CEI.

    Potrebbe mancare la denuncia diciamo interna, nonostante sia certo e noto che all’indomani del deposito delle motivazioni alla condanna di Don Rugolo, sia stato inviato tutto alla Cdf ed alla Nunziatura Aspostolica“.

    Zanardi ancora dice “ Ricordiamo certamente tutti le parole di elogio e sostegno di Papa Francesco nei confronti di Monsignor Gisana, nonostante il giudizio già in stato avanzato al tribunale di Enna. Ecco, io mi auguro che sia stata un’incredibile gaffe come accadde in Cile.

    Sottolineo però che in Cile preso atto sei fatti accaduti non solo si scusò ma procedette alla rimozione di diversi Vescovi. Per questo precedente ma ancora di più, in virtù del motu proprio che lui stesso ha voluto, auspico questa volta le scuse, assieme ai fatti, arrivino ai sopravvissuti di Enna, che attendono ancora risposta alla loro lettera”.

    Zanardi ha fatto della sua storia di sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote subiti negli anni ‘80 quando aveva appena 11 anni, la battaglia della vita “dal 2010 mi batto perché non accada ad altri” ed è fondatore e presidente dell’unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra e tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in 4 continenti.

    Al suo lavoro incessante si deve l’unica mappatura online facilmente fruibile da tutti, dal sito dell’associazione, con nomi e foto dei preti indagati per reati sessuali o già condannati. E’ anche possibile consultare il database dell’associazione. “In Sicilia attualmente sono 87, ma sono purtroppo molti di più. Noi riportiamo quelli già indagati e condannati e lavoriamo al continuo aggiornamento per aiutare la consapevolezza tra la gente.” Cosa segna il senso morale all’interno della società?

    “Lo dico sempre perché ci credo profondamente la prova di moralità di una società risiede in quello che essa fa per i suoi bambini. E’ un principio mutuato dal Vangelo. Ad Enna credo ci sia un vero risveglio in questo senso, una presa di coscienza rara che vorrei fosse premiata ottenendo una Chiesa realmente rinnovata.”

    Tiziana Tavella – LA SICILIA

  • Il Papa adesso dovrebbe fare le scuse ad ANTONIO MESSINA, le ALTRE VITTIME di Enna e procedere nei confronti del vescovo Gisana

    Il Papa adesso dovrebbe fare le scuse ad ANTONIO MESSINA, le ALTRE VITTIME di Enna e procedere nei confronti del vescovo Gisana

    “Saluto il Vescovo di Piazza Armerina, Monsignor Rosario Gisana: bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo Vescovo.”

    Che sia stata un’incredibile gaffe come accadde in Cile non vi è dubbio, ma come in Cile e ancor di più adesso, in virtù del motu proprio che lo stesso Papa Francesco ha voluto, questa volta le scuse andrebbero doverosamente fatte ai sopravvissuti di Enna, che ancora attendono risposta alle loro lettere.

    Ma non basta!

    Se si vuole essere credibili si deve applicare il Motu proprio vos estis lux mundi voluto dal Papa in nome della tolleranza zero, sopratutto nella parte in cui parla dei vescovi insabbiatori, procedendo nei confronti del Vescovo Rosario Gisana che come emerge anche nel podcast “La confessione”, intercettato dagli inquirenti è lui stesso ad ammettere non solo di avere insabbiato il caso di don Giuseppe Rugolo, ma a suo dire l’esistenza di altri casi ben peggiori, di cui si meraviglia non siano ancora esplosi pubblicamente.

    Anche le motivazioni della sentenza di condanna di don Rugolo evidenziano senza dubbi una poco lodevole gestione del caso da parte del vescovo Gisana.

    Come la reazione degli stessi ennesi che abbandonando la messa manifestano “Non accetto prediche da chi copre un abuso”.

    Un segnale forte sopratutto per l’Italia, non abituata a queste azioni.

    Un atto dovuto. Il minimo per dimostrare un po’ di credibilità alle dichiarazioni o, almeno l’intenzione di voler provare a sanare il problema della pedofilia nella chiesa.

    Intenzione fino a oggi dichiarata a gran voce in articoli di giornale, ma mai applicata nella sua concretezza.

  • Emanuela Orlandi, il fratello chiarisce: “Mai incontrato il Papa privatamente, Francesco non ha mai accolto le mie tante richieste”

    Emanuela Orlandi, il fratello chiarisce: “Mai incontrato il Papa privatamente, Francesco non ha mai accolto le mie tante richieste”

    “Non ho fiducia nell’inchiesta del Vaticano”: il messaggio arriva da Caltabellotta, nel cuore della Sicilia dove Pietro Orlandi è stato ospite pochi giorni fa del PaceFest per affrontare il caso della scomparsa di Emanuela Orlandi.

    “Continueremo a batterci per conoscere verità”, ha dichiarato il fratello della cittadina vaticana rapita nel cuore di Roma il 22 giugno del 1983. E lo ha fatto in una villa comunale gremita di gente all’inverosimile, segno che questa oscura vicenda del nostro Paese continua a turbare l’animo degli italiani. Il direttore di Grandangolo, Franco Castaldo, per un’ora e mezza ha conversato con Orlandi, intervenuto nella rassegna dedicata proprio alle verità sospese, ai cold case e ai casi irrisolti.

    “È importante parlarne nelle scuole, sento nei giovani un senso di giustizia che non hanno gli adulti. Noi non ci rassegneremo mai alla scomparsa di mia sorella e continueremo a batterci per conoscere la verità”, ha dichiarato il fratello di Emanuela Orlandi che non ha mai smesso di lottare per la verità in questi 41 anni.

    Al momento, da quasi due anni, è stata aperta sulla sua scomparsa un’inchiesta interna al Vaticano, coordinata dal promotore di giustizia Alessandro Diddi, la stessa in cui fratello ha ammesso di non avere fiducia. Ma su Emanuela indagano anche la procura di Roma e la commissione bicamerale d’inchiesta nata nel 2023 e presieduta dal parlamentare di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo. E a FQmagazine Pietro Orlandi smentisce la notizia emersa dalle cronache, nelle ultime ore, su un suo recente incontro con Papa Francesco: “Non ho mai incontrato Francesco se non nel 2013, davanti la chiesa di sant’Anna in Vaticano ma mai privatamente. Nonostante le tante richieste fatte, non mi è stata data mai questa possibilità”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/08/26/emanuela-orlandi-il-fratello-chiarisce-mai-incontrato-il-papa-privatamente-francesco-non-ha-mai-accolto-le-mie-tante-richieste/7669594

  • Scandalo nella Chiesa italiana: un prete condannato e un vescovo accusato di insabbiamento

    Scandalo nella Chiesa italiana: un prete condannato e un vescovo accusato di insabbiamento

    Nella Chiesa italiana non abbiamo mai visto una situazione così pesante e confusa. Un sacerdote – padre Giuseppe Rugolo – era stato condannato sei mesi fa dal tribunale di Enna per violenza aggravata su minore; allo stesso tempo, i magistrati – nelle motivazioni della sentenza – hanno mosso pesanti critiche sul modo in cui il vescovo – mons. Rosario Gisana – aveva gestito il caso. Lui stesso, in un’intercettazione, affermò di averla soffocata. A sostegno di Gisana è intervenuto pubblicamente anche papa Francesco , ritenendolo perseguitato. L’ultimo episodio di questa incredibile vicenda è l’intervista di Gisana al quotidiano La Stampa, nella quale respinge le accuse mosse contro di lui dai magistrati italiani, contenute nelle motivazioni della sentenza di colpevolezza di Rugolo. “I fatti sono avvenuti prima del mio insediamento a vescovo della diocesi”. Peccato che la sua versione sia stata completamente smentita dal vescovo precedente. “Se fossi stato a conoscenza di questi fatti che per me costituiscono un reato, non avrei esitato a prendere provvedimenti”. Con questa frase lapidaria, mons. Michele Pennisi, vescovo emerito, getta altre ombre sul modo in cui la Chiesa e il Vaticano hanno affrontato un brutto capitolo fatto di insabbiamenti, omertà, trasferimenti.

    Pennisi, parlando all’Ansa, sembra stupito: “Non ho mai ricevuto alcuna segnalazione riguardo Rugolo. Perché, quando sono stato informato, come nel caso di Gela, ho subito preso provvedimenti seri”.

    LA PROCURA

    È la prima volta, infatti, che un pubblico ministero sottolinea con forza la responsabilità di una diocesi nella gestione dei casi di abusi sui minori. Le parole sulle motivazioni della sentenza fanno riflettere: «Sembra esserci una corresponsabilità della curia nella persona del vescovo (Gisana ndr) il quale, evidentemente, aveva autorizzato padre Rugolo, come figura di riferimento della sua associazione, di operare all’interno della Chiesa, consentendole così, con la piena compiacenza della diocesi, di creare occasioni di incontro e di frequentazione dei giovani adolescenti (…) dall’istruzione sono emersi elementi chiari ed inequivocabili a sostegno di comportamenti consapevolmente illeciti sul piano parte di mons. Gisana che legittima la condanna al risarcimento dei danni da parte della curia, quale responsabile civile, per i danni cagionati dagli abusi sessuali perpetrati da padre Rugolo” .

    La vicenda giudiziaria si è svolta a porte chiuse, in tribunale, anche se nelle cronache sono emersi più volte nelle cronache dettagli scabrosi, sorprendenti e un’ingiustificata omertà sostanziale, a cui si aggiunge perfino l’ostinato silenzio della CSI e del Vaticano. In tutto questo tempo non hanno mai preso posizione, né tantomeno considerato sanzioni canoniche né per il vescovo per aver insabbiato la vicenda, né per il sacerdote condannato per il momento solo dal tribunale italiano.

    Monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, già nel 2016 «e negli anni successivi quando padre Rugolo continuava a perpetrare abusi sessuali su Giulio e Paolo (i nomi sono fittizi ndr) era pienamente consapevole che l’imputato gli era stato denunciato per aver , nel recente passato, hanno avuto comportamenti simili con ragazzi molto piccoli”. Sempre nelle motivazioni scritte dai magistrati, si aggiunge in appendice: «Tale circostanza è stata ammessa dallo stesso Gisana nel corso del suo interrogatorio, oltre ad essere emersa dalle deposizioni di diversi testimoni».

    Davanti ai giudici il vescovo ha anche ammesso di aver parlato con padre Rugolo ancor prima di incontrare i genitori della vittima e la stessa vittima. In un’intercettazione telefonica Gisana, ancora nel 2016, mentre “rideva nervosamente” dei fatti, affermava in dialetto siciliano che queste sono cose che fanno parte del viaggio. Aggiungendo che “gli omosessuali amano visceralmente o odiano visceralmente e che è una vendetta per una persona che è stata rifiutata”. In un’altra parte, ha ripetuto che non poteva abbandonare il suo sacerdote, “mi dovete scusare”. In un colloquio con l’imputato, che ha definito “la mia gioia”, si è mostrato consapevole di quanto stava accadendo: “Ora il problema non è solo tuo, il problema è anche mio perché ho nascosto questa storia.

    I MINORI

    Per i magistrati, il vescovo “ha evidentemente omesso ogni seria iniziativa necessaria a tutelare i minori della sua comunità e i loro genitori, nonostante la titolarità di precisi poteri conferiti nell’ambito della funzione di tutela dei fedeli, ha agevolato l’attività predatoria di un prelato già menzionato. Sarebbe stato necessario da parte dell’autorità religiosa alla guida della diocesi non solo segnalare tali denunce alle autorità religiose secondo le procedure esistenti nel diritto canonico ma anche impedire, anche in via preventiva, a Rugolo di coordinare e gestire numerosi gruppi di giovani in attività ricreative di carattere religioso. Non è stato quindi attivato alcun controllo a tutela dei giovani e Rugolo ha quindi commesso impunemente abusi sessuali “su due giovani adolescenti, consapevole di poter contare sull’appoggio di leader religiosi che, al contrario, hanno contribuito a rafforzare l’immagine esterna” dei giovani. Padre Rugolo come figura di spicco del clero locale”. La conclusione del magistrato è concisa: “L’imputato e la curia devono essere condannati a risarcire alle stesse parti civili le spese di costituzione e di difesa”.

    Un precedente nella lotta alla pedofilia e agli abusi tra il clero destinato ad aprire una nuova fase in Italia, nell’immobilità generale della Chiesa italiana riluttante a imitare la strada seguita da altri Paesi europei.

    IL PAPA

    Il Papa, poco prima della sentenza, nel dicembre scorso, ricevendo in Vaticano un’associazione religiosa siciliana, ha voluto congratularsi con il vescovo di Piazza Armerina, mons. Gisana: “Bravo, questo vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato ed è rimasto saldo, sempre giusto, un uomo giusto. Ecco perché, quel giorno in cui sono andato a Palermo, ho voluto fermarmi prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un buon vescovo”. Francesco non aggiunge altro ma le sue parole hanno avuto una certa risonanza proprio perché padre Rugolo era appena stato processato. Secondo le indagini, coordinate dalla Procura e svolte dalla polizia di Caltanissetta e dalla questura di Gela, avviate nel 2022, la vittima aveva informato il vescovo degli abusi subiti.

    MOTU PROPRIO

    Un motu proprio del 2016 di Papa Francesco afferma che i vescovi che sono stati giudicati negligenti dovrebbero essere rimossi dall’incarico. Spetta naturalmente ad un’inchiesta canonica giudicare il loro comportamento. In pratica, il provvedimento prevede che, tra le “cause gravi” che il diritto canonico già prevede per la revoca dell’ufficio ecclesiastico (di vescovi, eparchi o superiori maggiori), sia inclusa anche la negligenza riguardo ai casi di abusi sessuali. La decisione deve, però, essere sempre sottoposta all’approvazione del Pontefice.

    https://www.ilmessaggero.it/fr/scandale_dans_l_eglise_italienne_un_pretre_condamne_et_un_eveque_accuse_de_dissimulation-8265991.html

  • Fedeli escono dalla chiesa, cartelli contro i silenzi della Curia sugli abusi

    Fedeli escono dalla chiesa, cartelli contro i silenzi della Curia sugli abusi

    Un gruppo di fedeli ennesi ha inscenato ad Enna una protesta nel corso di una funzione nella chiesa di San Giuseppe e nel Santuario di Valverde.

    L’uscita dalle chiese e gli striscioni

    Non appena sono comparsi i sacerdoti per la celebrazione della messa si sono alzati contemporaneamente e se ne sono andati, esponendo all’esterno delle due chiese dei cartelli con alcune frasi del Vangelo. Su un altro, più grande rispetto agli altri, è comparsa la frase: “Non accetto prediche da chi copre un abuso”.

    La vicenda Rugulo

    Una manifestazione clamorosa che è stata immortalata in un video, diventato virale,  legata alla vicenda di don Giuseppe Rugolo,  il sacerdote condannato nei mesi scorsi per violenza sessuale aggravata a danno di minori a 4 anni e mezzo di carcere.

    La protesta contro i silenzi sugli abusi

    I fedeli, sostanzialmente, hanno protestato contro i silenzi della Curia, come emerso nelle motivazioni della sentenza dei giudici del Tribunale di Enna, per cui, il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, non imputato nel processo, sarebbe stato “ben consapevole da molti anni delle segnalazioni effettuate inerenti gli abusi patiti da un ragazzo ancora minorenne, non solo ritardando volutamente l’incontro con Messina ed i suoi familiari, ma evitando di attuare qualsiasi forma di controllo o di provvedimento a tutela dei fedeli, soprattutto adolescenti, facenti parte della comunità religiosa da lui guidata che pure il suo ruolo gli imponeva”.

    Protesta a Piazza Armerina

    Oltre ad Enna, c’è stata una protesta silenziosa davanti la cattedrale di Piazza Armerina una protesta silenziosa contro la diocesi.

    Fedeli escono dalla chiesa, cartelli contro i silenzi della Curia sugli abusi

  • Una bimba di 7 anni è stata violentata da un ecclesiastico 83enne

    Una bimba di 7 anni è stata violentata da un ecclesiastico 83enne

    Una bimba di sette anni vittima delle attenzioni morbose di un 83enne. È successo a Trento, dove un ex pastore della chiesa evangelica è stato arrestato dalla squadra mobile. L’uomo è indagato per atti sessuali con una minorenne e ora si trova ai domiciliari.

    La vittima è una bimba straniera che nel 2022 era stata ospitata nella comunità con sede in Trentino con la famiglia.

    Proprio in quel periodo sarebbero avvenute le molestie. L’inchiesta è nata dalla segnalazione fatta da una volontaria della Caritas, alla quale di era rivolto il padre della piccola.

    Sembra infatti che i genitori avessero dei sospetti ma non si erano rivolti alle forze dell’ordine perché in uno stato di soggezione rispetto all’accusato.

    A sostegno dell’accusa ci sarebbe anche un file audio dove l’ormai ex pastore ammetterebbe di aver molestato la piccola.

    L’83enne è stato sollevato dall’incarico non appena la comunità evangelica è stata informata dell’accaduto.

    https://www.today.it/cronaca/molestie-sessuali-bambina-trento.html

  • Atti sessuali con fanciulli, fermato il cappellano del Papio: Collegio «sotto shock»

    Atti sessuali con fanciulli, fermato il cappellano del Papio: Collegio «sotto shock»

    Un nuovo caso di abusi sessuali su minori scuote la Chiesa ticinese. Il Ministero pubblico ha aperto un fascicolo penale a carico di un sacerdote incardinato nella diocesi di Lugano.

    Il prete, secondo le informazioni raccolte dal Corriere del Ticino, è don Rolando Leo, 55 anni, cappellano e docente del Collegio Papio, insegnante al Liceo di Savosa, assistente diocesano della Pastorale giovanile, direttore dell’ufficio insegnamento religioso scolastico nonché assistente dell’Azione Cattolica.

    Don Leo è stato fermato dalla polizia mercoledì mattina ad Ascona, in collegio. Dopo essere stato a lungo interrogato, è molto probabile che, nelle prossime ore, il magistrato coordinatore dell’inchiesta, la procuratrice Valentina Tuoni, chiederà la sua carcerazione.

    Spetterà poi in un secondo momento al giudice dei provvedimenti coercitivi valutare se vi siano o meno i presupposti per confermare il provvedimento. cautelare.

    La vicenda è esplosa questo pomeriggio in virtù di un comunicato stampa diffuso dalla stessa diocesi nel quale si confermava che, «a seguito di una segnalazione giunta direttamente all’amministratore apostolico, monsignor Alain de Raemy», il ministero pubblico aveva «avviato un’indagine nei confronti di un presbitero. Le ipotesi di reato sono atti sessuali con fanciulli, coazione sessuale, atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere, pornografia».

    La conferma

    Il passaggio che ha portato all’apertura di un fascicolo penale è transitato inizialmente dalle stanze della curia. La vittima ha segnalato infatti le presunte violenze subìte direttamente al vescovo il quale, dopo aver coinvolto la commissione di «esperti in caso di abusi sessuali in ambito ecclesiale», ha denunciato i fatti alla magistratura.

    Al Corriere del Ticino, il Ministero pubblico si è limitato a «confermare l’apertura di un procedimento penale» e ha aggiunto unicamente che «l’inchiesta è coordinata dalla Procuratrice pubblica Valentina Tuoni».

    Monsignor de Raemy, nei mesi scorsi, e in particolare dopo le rivelazioni sugli abusi nella Chiesa svizzera contenute nella lunga relazione elaborata dall’Università di Zurigo, aveva chiesto espressamente alle vittime di farsi avanti e di denunciare i fatti.

    E dalla diocesi, questa sera, si è appreso che proprio questo nuovo caso è stato segnalato dalla vittima direttamente al vescovo. Il quale ha immediatamente applicato le nuove, rigidissime regole del Codice canonico (stabilite da poco da Papa Francesco), sospendendo il sacerdote dalle sue funzioni e, come detto, segnalando senza indugio l’accaduto alla giustizia penale.

    «Siamo fiduciosi che l’opera dell’autorità giudiziaria possa giungere in tempi rapidi a determinare l’esatta fisionomia dei fatti accaduti», ha detto monsignor de Raemy nella nota stampa inviata oggi. La «delicatezza della fattispecie e il rispetto di tutte le persone coinvolte» hanno spinto il prelato a evitare ogni ulteriore dichiarazione.

    Shock

    Sotto shock l’intero Collegio Papio. Il rettore, don Patrizio Foletti, raggiunto telefonicamente dal Corriere del Ticino, ha manifestato il suo stupore e il suo «sconcerto: sono caduto dal quinto piano», ha detto don Foletti, chiaramente turbato. «Neanche lontanamente mi è mai passato dalla mente che tutto questo potesse accadere».

    Lo stesso don Foletti ha confermato il fermo del suo collaboratore e ha annunciato che oggi la scuola invierà alle famiglie una comunicazione scritta. «Non possiamo certo fare finta di nulla». A precisa domanda, il rettore del Papio ha infine aggiunto che, in passato, dagli alunni del Collegio non è mai arrivata in direzione alcuna segnalazione su eventuali comportamenti scorretti del sacerdote adesso finito sotto inchiesta.

    https://www.cdt.ch/news/ticino/atti-sessuali-con-fanciulli-fermato-il-cappellano-del-papio-collegio-sotto-shock-359935

  • Introduzione al Report regionale dei sopravvissuti in Italia – Presentazione 12 settembre 2024 ore 10

    Introduzione al Report regionale dei sopravvissuti in Italia – Presentazione 12 settembre 2024 ore 10

    L’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO ha promosso questa indagine nel contesto in cui opera l’associazione, utilizzando i dati a nostra disposizione, quelli relativi all’ambito del clero.

    In realtà il raggio di analisi del nostro report – che sarà in aggiornamento perpetuo – vuole andare oltre al limitato contesto del clero, se pur sia questo il dato analizzato.

    Volutamente e per nostra stessa tutela, tranne nei casi di condanna definitiva o in qualche eccezione, i presunti autori sono stati oscurati (tutelati da un numero di protocollo non pubblico) in quanto spesso rimasti senza un giudizio definitivo o condanna, a causa del fallimento della giustizia e dei suoi lacunosi meccanismi. Questo tuttavia non toglie, anzi aggrava il fatto che lasci delle vittime o presunte tali, senza un giudizio e spesso senza una giustizia.

    Per questo non sono importanti i volti o i nomi in questa statistica ma i numeri, per capirne il potenziale; quanto lo Stato è vincente nella prevenzione e tutela di minori e persone vulnerabili; quanto sia il livello di sicurezza e di giustizia sul territorio.

    Il contesto in analisi è il volontariato, al quale è vero appartiene anche il clero, ma non solo anche associazioni, circoli sportivi e via dicendo, tutto ciò che in Italia fa parte dell’associazionismo. La chiesa cattolica (tranne vescovi all’art. 4 dei patti Lateranensi) non gode di particolari privilegi in materia, sono gli stessi di cui godono tutte le realtà che fanno parte dell’associazionismo.

    Come spiego in questo articolo, le dinamiche che si manifestano nel caso di un abuso sessuale su un minore o una persona vulnerabile sono le stesse, sia nel clero, sia tra i laici. Certo a causa delle tante denunce pubbliche la Chiesa è molto più chiaccherata delle associazioni, ha anche un’audience mondiale e si è da anni organizzata internamente come vedremo. In Italia non si è fatta remora neppure di dichiarare che insabbierà i casi in quanto, non li denuncerà all’Autorità giudiziaria italiana, che vale a dire li insabbio.

    Stessa cosa che accade nel contesto laico, a riprova che la chiesa non ha alcun particolare privilegio in materia, al massimo è solo più sfacciata.

    Nei fatti la domanda è; quanti casi non sono mai stati denunciati?
    L’Italia al momento non ha leggi adeguate oltre a nessuna strategia preventiva efficace in materia di tutela dei minori e delle persone vulnerabili. È l’unico Stato membro in Europa a non aver mai fatto commissioni d’inchiesta o studi per quantificare il fenomeno, tanto che cerchiamo di farlo noi con questo report.

     Quindi dove sta il problema e perché parlo del volontariato?
    La ratifica della convenzione europea di Lanzarote (L.1° ottobre 2012 n.172) (alla quale il Vaticano non ha aderito) ha introdotto importanti strumenti preventivi, tra cui il c.d. Certificato anti pedofilia che va detto, pur essendo un ottimo strumento per impedire che chi condannato per questi reati torni a contatto con minori, ha un limite preventivo che dipende da una precedente condanna, ma un effetto potenzialmente valido che è quello che i soggetti limitati dal certificato, indubbiamente stupratori, non tornino a contatto con minori. Diciamo quindi che nel suo limite – che limite in realtà non è – ha effetto positivo verosimilmente nel 100% dei casi, perché blocca il pedofilo precedentemente accertato.

    Qui sorge però il primo ciclopico problema italiano, l’applicazione snaturata del certificato di cui il legislatore ha sollevato dall’esibizione l’intera categoria del volontariato e non solo il clero. L’effetto collaterale di questo vuoto ha concentrato di conseguenza in questa categoria – per via dell’esenzione – chi pregiudicato e diversamente non potrebbe inserirsi altrove. Questo non ci sembra un problemuccio ma un effetto boomerang che nessuno vede o vuole, ma che produce vittime i cui carnefici, come vedremo nel report, non saranno denunciati.

    Ecco perché consideriamo più ampia la proiezione che andremo a sviscerare nel report.

    C’è un secondo problema tuttavia. Come abbiamo detto, se pur il certificato sia utile ad impedire che chi pregiudicato torni al contatto con i minori, manca la fase preventiva che impedisca la realizzazione dell’abuso, salvando il minore.

    L’obbligo di denuncia da parte di tutti i cittadini (in Italia limitato oggi solo ai pubblici ufficiali) sarebbe un ottimo strumento preventivo perché permette ed impone agli aduli a conoscenza o nel dubbio che in quell’ambiente accada un reato, di denunciarlo. Cosa che oggi non è obbligatoria e spesso fa desistere in quanto in assenza di prova certa o dimostrabile (che in questi casi difficilmente il cittadino comune può produrre, servono gli inquirenti), il rischio di subire controquerela o altre ripercussioni è elevato.

    La ripercussione assurda di questo vuoto legislativo finisce immediatamente sulla vittima, non solo perché non viene salvata o almeno sottratta, ma perché la stessa condizione di minore – che lo stesso Stato riconosce non autonoma fino ai 14 anni, delegando le responsabilità nell’interesse del minore agli adulti – è proprio quella gli impedisce di essere in grado di riconoscere una violenza autonomamente, quindi di difendersi o reagire.

    Siamo di fronte ad un evidente cortocircuito in cui lo Stato pur riconoscendo l’inalienabilità dell’interesse superiore del minore, si schianta nel vuoto legislativo che nel più dei casi lo renderà vittima.

    Collateralmente l’abusatore non verrà fermato da nessuno e continuerà a produrre vittime. La maturazione del trauma infantile ha tempi che arrivano anche a 25 – 30 anni, quindi difficilmente la vittima iniziale denuncerà il predatore per tempo anzi, lei stessa si troverà prescritta al momento della denuncia che in questi casi, qualora lo stupratore non sia già pregiudicato, lo lascerà col certificato immacolato.

    Questa è la giostra della pedofilia in Italia, dove ogni anno contiamo i sopravvissuti, senza però cercare di attuare misure concrete ed efficaci per impedirlo.

    Eppure sarebbe semplice.

    Esistendo già le leggi, basterebbe, nel caso del certificato antipedofilia modificarlo (come chiede all’Italia anche l’ONU) colmando il vuoto dell’anomalia italiana.

    Stessa cosa per l’esistente obbligo di denuncia, ora limitato solo ai pubblici ufficiali, che basterebbe estendere a TUTTI I CITTADINI.

           Nulla di più semplice.