Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Padova, abusi in seminario Ex rettore a processo: “Mi fece giurare su madonnina”

    Padova, abusi in seminario Ex rettore a processo: “Mi fece giurare su madonnina”

    PADOVA – Tredici anni, tanti dubbi nella testa. Forse ha sentito la vocazione, forse una voce dall’alto lo ha portato fin dentro quel seminario degli abusi. “Mi ha fatto giurare sulla madonnina” ha raccontato sul banco dei testimoni, a distanza di quasi dieci anni. E ha puntato il dito contro Don Gino Temporin, 67 anni, ex rettore del Seminario vescovile di Padova, quello che lo aveva accolto appena adolescente e in cerca di risposte su quel cammino spirituale, brutalmente interrotto.

    Don Gino Temporin è stato per questo rinviato a giudizio per pedofilia e violenza sessuale nei confronti di quel ragazzino, ormai ventiduenne. L’accusa formulata dal pm euganeo Maria D’Arpa è stata accolta dal gup. I fatti risalgono al 2004 quando il ragazzo, oggi ventiduenne, residente in provincia di Venezia, ha frequentato il seminario vescovile a Rubano, per un mese o poco più.

    L’udienza si è svolta rigorosamente a porte chiuse. Si cerca di mantenere il massimo riserbo su un caso così delicato, ma la sentenza, attesa per luglio, dovrà per forza di cose essere pronunciata pubblicamente. Qualunque essa sia, di colpevolezza o di assoluzione, ci dirà dove sta la verità, almeno quella processuale.

    La storia è venuta a galla quando la presunta vittima era ricoverata in un istituto in provincia di Como. La sua “diversità psicofisica” è emersa del tutto nel 2008. In quell’anno sono iniziati i ricoveri in una struttura psichiatrica di Teolo (Padova), e poi ad Appiano Gentile (Como). È stato all’inizio del 2009, durante una seduta psichiatrica, che il giovane ha raccontato della presunta violenza carnale subita in seminario a tredici anni. E anche di “pratiche sessuali in cui era stato coinvolto da altri seminaristi“, si legge nel capo d’imputazione. In seminario, secondo i suoi racconti, le “pratiche sessuali” avvenivano anche tra ragazzi durante la notte.

    Ai medici che lo aiutavano a superare il difficile momento, il giovane aveva raccontato che quando aveva 13 anni monsignor Temporin, rettore del seminario minore di Padova, aveva abusato di lui con carezze nelle parti intime, obbligandolo in un caso a subire anche un rapporto sessuale completo.

    Era l’agosto 2004 quando don Temporin era stato scelto dal vescovo Antonio Mattiazzo nel ruolo di dirigente scolastico della scuola media paritaria del Seminario minore. In quel periodo si stavano ultimando i lavori delle nuove aule e alle medie del Seminario erano iscritti una cinquantina di alunni. I fatti contestati sarebbero accaduti proprio in quel periodo.

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/padova-abusi-seminario-ex-rettore-processo-mi-fece-giurare-madonnina-1555427/

  • Pedofilia. Don Ruggeri condannato dall’ex Sant’Uffizio ma non sospeso a divinis. La bambina molestata non avrà giustizia

    Pedofilia. Don Ruggeri condannato dall’ex Sant’Uffizio ma non sospeso a divinis. La bambina molestata non avrà giustizia

    Non avrà giustizia la tredicenne vittima delle attenzioni sessuali di don Giacomo Ruggeri, il sacerdote ed ex portavoce del vescovo Trasarti, condannato a un anno e 11 mesi di reclusione. Il vescovo di Fano, monsignor Armando Trasarti, ha scritto al nostro giornale, attraverso il vicario giudiziale e cancelliere della sua diocesi, che la condanna della Congregazione per la dottrina della fede c’è già stata, ma non comporta né la riduzione allo stato laicale, né la sospensione a divinis. Di questo, fa sapere il presule, non è lui il responsabile. Recentemente lo stesso monsignor Trasarti precisò anche che “la sentenza della magistratura italiana in sede penale non ha, e non potrebbe avere, conseguenze dirette sugli uffici diocesani ovvero sui ministeri in pregresso svolti dal parroco”. Rimane in vigore per la sola diocesi di Fano “il decreto già reso dal vescovo Trasarti con il quale il parroco resta sospeso da ogni ministero pastorale, da ogni funzione in uffici o incarichi diocesani o extradiocesani e da ogni atto sacramentale”.

    Da parte sua don Giacomo Ruggeri ha fatto sapere qualche mese fa quali sono i suoi sentimenti: “Sono profondamente addolorato. Mai, in nessun modo, ho avuto nell’animo e nei gesti altri sentimenti che non fossero un affetto sincero. È vero però che in quello che è accaduto ho confuso il modo di esprimere questo affetto. Qualcuno ha ripetutamente scritto cose false, distorte ed esagerate circa i miei comportamenti, qualcuno ha parlato di violenza: niente di più falso e lontano dai fatti e dal mio essere. Quello che invece è vero, e lo riconosco, è che a volte baci e carezze, perché esclusivamente di questo si tratta, sono proprio fuori luogo. Chiedo profondamente perdono a coloro che ho coinvolto in prima persona”.

    Questo quotidiano online prende atto con rispetto delle parole del sacerdote. Tuttavia ritiene che sia suo dovere esprimere il proprio dissenso dal dissennato perdonismo che sembra aver contagiato sia la magistratura italiana che quella vaticana. Quest’ultima ha contraddetto in realtà quanto asserito da ben tre Papi: san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. E’ chiaro che davanti al pentimento sincero di una persona che ha sbagliato, anche in modo molto grave, la Chiesa deve aprire le sue porte e perdonare. Ma altro è il ritorno all’esercizio del ministero sacerdotale che non è la condizione attraverso la quale una persona salva la propria anima, bensì al contrario rischia in queste circostanze di essere occasione per nuovi peccati e scandali, e alla fine anche di perdizione per la persona. Ci sono tanti conventi di clausura dove si può celebrare messa in privato se a questo non si può rinunciare.

     

  • “Ecco i 200 preti pedofili d’Italia”, lo scandalo che imbarazza la Curia

    “Ecco i 200 preti pedofili d’Italia”, lo scandalo che imbarazza la Curia

    METTENDO sotto la lente d’ingrandimento cronache di provincia degli ultimi mesi, carte giudiziarie fresche di cancelleria e documenti parrocchiali si scoprono tanti tasselli. Guardando il mosaico da una certa distanza, il disegno diventa più chiaro. Partiamo prendendo un treno verso la punta del tacco d’Italia. In Calabria, vicino a Reggio, c’è don Antonello Tropea, già padre spirituale del seminario di Oppido Mamertina, che nel marzo 2015 viene trovato dalla polizia in un’auto con un diciassettenne conosciuto grazie alla app Grindr usata per incontri gay. Venti euro il costo della prestazione. Indagato per prostituzione minorile, il don continua a fare il prete, confidandosi di tanto in tanto con il suo vescovo, monsignor Francesco Milito. “Evita di parlare con i carabinieri di queste cose” gli suggerisce il superiore senza sapere di essere ascoltato.

    Sempre in Calabria, nella diocesi di Locri, c’è il vescovo Francesco Oliva, nominato da Francesco nel 2014: è lui che nel 2015 manda in una parrocchia a Civitavecchia un suo sacerdote, don Francesco Rutigliano, che la Congregazione per la dottrina della fede ha in passato sospeso per quattro anni, nel 2011, per “abuso di minore con l’aggravante di abuso di dignità o ufficio, commesso nel periodo tra il 2006 e il 2008” obbligandolo alla “celebrazione di 12 Sante Messe con cadenza mensile a favore della vittima e della sua famiglia “.

    A Ostuni, c’è Franco Legrottaglie, condannato nel 2000 per atti di libidine violenta su due ragazzine, mai sfiorato da processi canonici, e in seguito designato nel 2010 dal vescovo emerito Rocco Talucci cappellano dell’ospedale e prete in una chiesa del paese: nel maggio 2016 è stato pizzicato con 2.500 immagini pedopornografiche conservate sul computer in cartelle con i nomi dei santi. Ha lanciato una moda: anche don Andrea Contin, indagato a Padova per induzione alla prostituzione, etichettava i filmini hard a cui partecipavano le sue amanti con i nomi dei papi.

    A Catania c’è un sacerdote che ad agosto 2016, già sospeso dalla curia dalle attività pastorali, avrebbe minacciato con un coltello alla schiena un quindicenne costringendolo a rapporti sessuali. Poi c’è don Siro Invernizzi, che nel 2013 è stato mandato dal vescovo di Como a fare il viceparroco a Cugliate, vicino Varese, nonostante i due anni con la condizionale patteggiati per aver approcciato in strada un ragazzino rom di tredici anni che si prostituiva. E ancora: a Grosseto c’è un sacerdote rinviato a giudizio nel luglio 2016 per molestie a tre ragazzine, a cui avrebbe rivolto “attenzioni troppo intime”. A Pietrasanta, in Versilia, dalla scorsa estate c’è un’altra indagine (ancora in corso) su un prete straniero appartenente all’ordine dei Carmelitani: la curia generalizia di Roma è stata citata in sede civile come responsabile dei danni per non aver esercitato il controllo sul religioso […].

    Negli ultimi due lustri, contando solo i condannati e gli indagati, sono oltre 200 i sacerdoti italiani denunciati per atti di lussuria con adolescenti. Molti di più di quelli che hanno scoperto i cronisti del Boston Globe che diedero il via all’inchiesta Spotlight del 2002… Eppure in Italia lo scandalo non è mai esploso, a differenza che negli Stati Uniti, in Australia, in Irlanda o in Belgio in tutta la sua gravità. “Ciò che mi preoccupa qui è una certa cultura del silenzio”, disse monsignor Charles Scicluna quando faceva il promotore di giustizia della Congregazione della dottrina della Fede. Una tendenza all’acquiescenza che sembra coinvolgere le vittime, le famiglie dei credenti, le gerarchie e anche parte dei media: secondo alcuni osservatori non è un caso che siano proprio i paesi tradizionalmente più cattolici – come l’Italia, la Spagna e quelli del Sud America – quelli in cui il fenomeno della lussuria sui più piccoli sembra avere, nei pochissimi dati ufficiali disponibili, dimensione contenuta.

    In realtà, il “sistema” che copre e protegge gli orchi e le casse della Chiesa funziona anche qui. Ancora oggi. E meglio che altrove. Un esempio su tutti: se l’arcidiocesi di Los Angeles qualche anno fa ha pagato, in un accordo extragiudiziario, 660 milioni di dollari a 508 vittime di molestie da parte di preti (il periodo delle violenze ipotizzate va dal 1950 al 1980) come indennizzo per gli atti di libidine, a Verona i 67 ex allievi dell’Istituto Provolo, sordomuti che hanno denunciato alla curia i mostruosi soprusi di cui sarebbero stati oggetto da parte di venticinque religiosi dal 1950 al 1984, non hanno ricevuto nemmeno un euro. Per la legge italiana i reati sono prescritti e una causa legale è tecnicamente impossibile. La commissione d’inchiesta “indipendente” non ha creduto ai loro racconti. Sarà un caso, ma qualche giorno fa uno dei sacerdoti indicati dai testimoni come presunti aguzzini, don Nicola Corradi, è stato arrestato in Argentina nella sede sudamericana dell’istituto dove si era trasferito qualche tempo fa, con l’accusa di “abuso aggravato ” e “corruzione di minori “.

    Ancora oggi il Vaticano non prevede che sacerdoti e vescovi abbiano l’obbligo di denunciare i colleghi maniaci alla giustizia ordinaria. E i casi gestiti dalla Congregazione preposta restano segretissimi. A Cremona don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, nel 2016 è stato condannato in primo grado a 4 anni e nove mesi di carcere. Spretato da papa Ratzinger, nonostante il processo penale contro di lui ha fatto appello alla Congregazione e l’ha vinto: Francesco l’ha riammesso nel clero. Non è tutto: il magistrato ha chiesto al Vaticano le carte del processo canonico, e dopo mesi d’attesa s’è visto rifiutata la domanda: “Gli atti processuali e istruttori sono “sub segreto pontificio””, è stata l’unica, laconica spiegazione. Stessa dinamica accaduta a Palermo pochi mesi prima.

    Gli insabbiamenti o le difese d’ufficio coinvolgono pezzi da novanta della gerarchia come il vescovo di Brescia, quello di Como, quello di Castellaneta, il vescovo emerito di Palermo, cardinale Paolo Romeo, quello di Savona, cardinali di peso come Antonelli, Bertone e Domenico Calcagno. Quest’ultimo ha fatto carriera con Benedetto XVI, e anche Francesco l’ha confermato sulla poltrona di presidente dell’Apsa, l’ente che gestisce l’immenso patrimonio della Santa Sede. Nonostante una macchia grave, quella di aver spostato nel 2003 da una parrocchia all’altra un prete su cui erano già arrivate pesanti segnalazioni. Uno spostamento a cui non seguirono provvedimenti: peccato che due anni dopo, il sacerdote, don Nello Giraudo, poté molestare in un campo scout un altro ragazzino.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2017/01/16/news/_ecco_i_200_preti_pedofili_d_italia_lo_scandalo_che_imbarazza_la_curia-156114960/?ref=fbpr

  • “Il diavolo entra dalla vagina”: il prete, il colonnello e gli esorcismi a luci rosse

    “Il diavolo entra dalla vagina”: il prete, il colonnello e gli esorcismi a luci rosse

    Parlano le vittime dei presunti abusi: “La mamma faceva in modo di farlo venire a casa quando papà non c’era”. Contro Salvatore Anello e Salvatore Muratore alcuni sms inequivocabili: “Quando finisce il ciclo facciamo la preghiera”

    “Il diavolo entra dalla vagina”. Le chiamavano “preghiere di liberazione” o di “guarigione” per le quali era necessario un “olio benedetto”. Pratiche e strumenti con i quali facevano leva sulla fragilità delle vittime, utilizzando le loro paure o le loro patologie per abbattere ogni inibizione, per convincerle subdolamente che quelli potessero essere gli unici rimedi per curarle dal “demonio” o dal “malocchio”. Dei veri e propri “esorcismi a luci rosse”. Sono solo alcune delle squallide scuse che avrebbero adottato Salvatore Anello (nella foto a destra), sacerdote dell’ordine dei Cappuccini, e Salvatore Muratore, ufficiale dell’esercito, per far scivolare le proprie mani sotto le magliette o dentro alle mutandine. Sui due, arrestati all’alba di oggi con l’accusa di violenza sessuale, ci sarebbero prove schiaccianti, come alcuni sms che lasciavano intendere le reali intenzioni: “Quando finisce il ciclo facciamo la preghiera”.

    Le indagini della sezione di polizia di giudiziaria della polizia di stato, Procura della Repubblica-Tribunale dei minori, vengono avviate dopo la denuncia di una donna e delle sue figlie (entrambe ancora lontane dalla maggiore età) che avrebbero subito lo stesso trattamento da parte dell’ufficiale militare. Lo avevano conosciuto in occasione di un “gruppo spirituale”. Un’occasione perfetta per scambiarsi il numero di cellulare e invitare la madre a contattarlo, certo che avrebbe potuto aiutarle a sconfiggere il “demone della lussuria”. Ma a cadere nella trappola sono state anche alcune amiche e parenti, soggiogate dall’alone di sacralità che Muratore sarebbe riuscito a costruirsi attorno. “Il rito iniziava con un forte abbraccio – racconta una delle donne coinvolte – e lui mi diceva ‘prendi energia’ e che stavo ricevendo, lo Spirito Santo. Io mi sentivo subito svuotata, stanca e stordita, e non capivo la reale portata dei miei gesti e dei miei pensieri”.

    Dopo i rapporti qualcuna di loro sembrava capire la gravità dell’accaduto, ma il militare “affermò che era il demonio ad essersi arrabbiato e che io dovevo trattenerla…”. D’altronde si sarebbe spacciato per un esorcista. “Mi diceva che dovevamo pregare mettendo l’olio sul petto. Mi ha infilato la mani dentro il pantalone ed io mi sono allarmata per quello che faceva. Eravamo chiusi a chiave nella cameretta. Inizialmente non chiudeva la porta, poi ha detto di chiudere la porta ed abbassare le serrande. Nelle altre stanze c’era mia madre, sua cugina ed altre persone. La mamma faceva in modo di farlo venire a casa quando papà non c’era”, ricostruisce un’altra delle vittime. “Quando lui faceva queste cose io iniziavo a gridare ed a graffiarmi, era come se sentivo nell’immaginario che combattevo con qualcosa che c’era dentro di me. Mi aveva messo in testa questa convinzione, che invece era una cavolata. Quando lui se ne andava stavo bene”.

    Da brividi il resto dei racconti delle vittime vagliati dagli investigatori alla presenza di specialisti che li hanno ritenuti attendibili: “Lui mi avvicinava con la testa al suo pene, mentre avevo gli occhi chiusi, e io facevo sesso orale. Mi teneva la nuca che secondo lui serviva per superare i traumi. Quando mi avvicinavo a lui iniziavo a gridare come se il demonio uscisse e mi diceva di prendere energia dal suo pene”. Ma Muratore si sarebbe spinto anche oltre, arrivando a parziali penetrazioni. Lo stesso militare, secondo quanto ricostruito durante indagini dirette dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dal sostituto Giorgia Righi, avrebbe portato alcune persone dal parroco (con il quale comunque non avrebbe condiviso gli abusi ndr) per verificare se fossero possedute dal demonio.

    Padre Anello, nonostante non sembrerebbe essere arrivato a rapporti orali o completi, utilizzava lo stesso schema, sfruttando le debolezze e i problemi delle sue fedeli per “allungare le mani”. “Lui mi rispose che pregando e affidandomi al Signore alla fine si sarebbe risolto tutto. Ecco perché, purtroppo, ho ripetuto le visite…”. Dopo i primi incontri la donna si recò in compagnia della sola figlia che aveva vari problemi di salute. “Ci riceveva sempre nella stessa stanza all’interno del convento dei Cappuccini, e ci fece accomodare su due sedie distinte. Padre Anello aveva l’abitudine, durante la preghiera, di imporre le mani, partendo dalle cosce. Cosa che fece anche quella volta. Iniziò con una mano a toccarmi alternativamente le cosce, per poi passare sulle natiche. Poi iniziò a palparmi la schiena, a mettermi la mano sotto la maglietta e strusciarla sulle spalle, fino a infilarla dentro i pantaloni, fin dentro gli slip, quasi fino all’ano. Poi mi mise la mano dentro il reggiseno sfiorandomi i seni”.

    “Il diavolo entra dalla vagina”: il prete, il colonnello e gli esorcismi a luci rosse
    „E padre Anello, aggiunge ancora la donna, non risparmiò neanche la figlioletta: “Poi padre Anello iniziò a fare delle preghiere di guarigione per mia figlia, iniziando a toccare pure lei. Prima le sfiorò le gambe, fino a toccarle l’inguine, poi sotto la maglietta iniziò a palpeggiarle il seno, la pancia e le spalle fino a infilare la mano dentro i leggins e sotto le mutandine…”. Dettagli scabrosi che alcune delle vittime avevano raccontato ad altri sacerdoti, spingendosi anche a Caltanissetta, i quali si sarebbero limitati a invitare le vittime a sporgere una “denuncia ecclesiastica”.“

    http://www.palermotoday.it/cronaca/abusi-sessuali-arresti-prete-militare-retroscena.html

     
  • Gli scandali nella Diocesi di Cagliari: pedofilia e lettere anonime

    Gli scandali nella Diocesi di Cagliari: pedofilia e lettere anonime

    Ecco i risvolti delle indagini giudiziarie sui sacerdoti nel Cagliaritano: non mancano le clamorose sorprese.

    Negli scandali che hanno sconvolto, di recente, la Diocesi di Cagliari ormai il “menù” quotidiano propone di tutto: indagini canoniche, procedimenti giudiziari (don Luca Pretta, ex parroco di Gesico), avvisi di garanzia (don Marco Lai, parroco di sant’Eulalia), arresti (don Pascal Manca, ex parroco di Villamar, oggi in libertà e in attesa dell’udienza preliminare dopo la chiusura delle indagini), appartenenza alla massoneria (don Giancarlo Dessì, ex parroco di Villamar e Mandas), rinvio a giudizio (don Massimiliano Pusceddu, ex parroco di Decimoputzu) e così via. Una lunga Via Crucis dove anche il Cireneo avrebbe seri problemi a portare la croce, vista l’entità delle accuse mosse nei confronti di alcuni sacerdoti della Diocesi cagliaritana. Nell’elenco delle stazioni della via dolorosa è importante soffermarsi su una in particolare: il ruolo delle lettere anonime e dei corvi nella vicenda della pedofilia.

    Prassi, quella delle accuse senza volto, mal tollerata dall’Arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio che, ascoltato il 16 maggio 2015, dal pubblico ministero Liliana Ledda dichiara a verbale che “non basterebbe l’archivio della Curia per contenerle tutte. Quindi, per prassi, non conserviamo le lettere anonime e non si ritiene possibile, né opportuno dare sviluppo alle indagini”. Parole che pesano come macigni, in queste ore, dove le lettere anonime sembrano farla da padrona. Davanti alla linea adottata dal Vescovo si oppone, infatti, la realtà dei procedimenti giudiziari in corso. Fra tutti quello riguardante l’ex parroco di Villamar don Pascal Manca finito in carcere proprio in seguito ad una lettera anonima che, in calce, portava la firma di tale Virgilio Porcu (risultato estraneo ai fatti). Proprio don Pascal Manca, il 22 aprile 2015, dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia per presunta pedofilia, dichiarava a L’Unione Sarda di “Essere innocente. Non conosco ancora i fatti che mi vengono contestati. Non ho letto l’esposto anonimo contro la mia persona” Particolare inquietante, quello della lettera anonima, poiché riportava alcuni fatti già esposti in precedenza proprio al Vescovo di Cagliari Arrigo Miglio e riguardanti la Parrocchia di Mandas.

    Particolare confermato, nella sua deposizione del 16 maggio, dove affermava che “Nell’estate 2013 ricevo la visita di un giovane di Mandas che mi porta delle accuse contro don Pascal e mi assicura che ci sono altri giovani pronti a venire. Cosa che non si è verificata”. Lo stesso Arcivescovo, agli atti, ribadisce che non ha potuto verbalizzare per l’assenza di due testimoni. Una lettera, quindi, che proprio anonima non era, stando a quanto va via emergendo. Altro particolare curioso è che la missiva (che riporta fatti accaduti nel paese di Mandas) è stata inviata nel 2014 non più solo  al Vescovo o al Vaticano ma anche alla Procura e ad alcuni giornali, portando poi alle indagini che, nei primi giorni di maggio, si concluderanno con l’arresto del parroco di Villamar (di cui si darà conto, sulle sue modalità, in un prossimo articolo), mentre a Mandas era parroco il suo successore (e predecessore a Villamar) don Giancarlo Dessì (che, stando al sito della Diocesi, ha come collaboratore operante in Parrocchia padre Ignazio Pili). Lo stesso sacerdote che, il 25 luglio scorso, stando a quanto riportato dalla stampa, dall’altare della chiesa di San Giacomo Apostolo annunciava che “Io e il Vescovo siamo oggetto di calunnie attraverso lettere anonime”. Le stesse che il Vescovo Miglio, stando alle sue affermazioni, non conservava e non utilizzava per dare sviluppo a nuove indagini. Dettagli, qualcuno potrà dire. Gli stessi di cui parla lo storico Aby Warburg trovando nascosto in essi il diavolo.E per restare in tema con Dan Brown tra Angeli e demoni.

  • Pedofilia. Ex parroco ticinese condannato a 8 anni e mezzo per 1300 abusi. La vittima fu arrestata per atti vandalici

    Pedofilia. Ex parroco ticinese condannato a 8 anni e mezzo per 1300 abusi. La vittima fu arrestata per atti vandalici

    Otto anni e mezzo di carcere: è questa la condanna inflitta a un ex parroco ticinese di 65 anni al termine del processo per abusi sessuali commessi per oltre un decennio su una giovane donna, che aveva 12 anni al tempo delle prime molestie. Al prete pedofilo (che ha chiesto la riduzione allo stato laicale per risparmiarsi il processo canonico) sono stati contestati oltre 1300 atti di coazione sessuale ai danni di una ragazza, all’inizio dei fatti 12enne, tra il 2001 e il 2014. L’imputato è stato pure riconosciuto colpevole di atti sessuali con fanciulli, commessi tra il 2007 e il 2009, ai danni di 4 allievi di una scuola elementare del Sottoceneri, dove l’uomo aveva insegnato religione.

    Le indagini erano partite dopo che la vittima principale, oggi 29enne, aveva confessato gli abusi subiti dal prete, nel frattempo trasferito nella diocesi di Locarno, durante un’interrogatorio della polizia. La giovane era infatti stata arrestata per aver sparato con delle pistole ad aria compressa contro alcuni esercizi pubblici di Lugano e aver aggredito brutalmente un 64enne che stava tornando in motorino alla sua casa di Purasca. La pm Chiara Borelli aveva quindi chiesto, nel settembre 2015, l’arresto del sacerdote, nel frattempo collocato in pensione anticipata.

    Il sacerdote continuava ad esercitare il suo ministero nonostante fosse già stato condannato nel 1987 per atti di libidine con un fanciullo e nel 2008 per aver scaricato da internet materiale pedopornografico.

    Tenendo conto di questi precedenti, la giudice Rosa Item ha deciso per una pena severa, di poco inferiore a quella invocata dalla pm Borelli, che aveva chiesto 9 anni. La difesa si era invece battuta per una condanna non superiore ai 4 anni e mezzo. L’uomo era stato arrestato poco meno di un anno fa, e dal mese di gennaio si trova in regime di espiazione anticipata della pena.

    Trattamento certo alquanto di favore quello di cui aveva goduto finora il prete pedofilo da parte della giustizia elvetica, anche se in Italia per atti sessuali su una tredicenne e atti osceni in luogo pubblico, un altro sacerdote, don Giangiacomo Ruggeri, ha avuto la pena ridotta ad appena 1 anno e undici mesi, con la revoca addirittura del divieto a risiedere nella sua ex parrocchia di Orciano.

    La reazione della Diocesi di Lugano

    “A conclusione di una vicenda che riempie di tristezza, il vescovo Valerio Lazzeri rinnova l’espressione della sua profonda vicinanza alle vittime, ai loro familiari, a tutte le persone coinvolte e anche a tutti coloro che, attendendosi legittimamente integrità e correttezza da chi”annuncia il Vangelo, sentono tradita la loro fiducia”, ha fatto sapere la Diocesi di Lugano, che ha precisato come l’imputato, fin dal momento dell’arresto, era stato sospeso da ogni forma di esercizio del ministero.

    La perdita dello stato clericale, viene inoltre aggiunto, è stata richiesta dallo stesso sacerdote, “anticipando così la sanzione prevista dalla Chiesa in queste circostanze”.

    L’anno scorso  monsignor Lazzeri in una nota aveva assicurato che “è vivo desiderio dell’autorità diocesana che i fatti siano interamente portati alla luce grazie al lavoro della Magistratura, a cui si assicura sin da ora piena collaborazione”.

    Il giornale del Ticino attacca l’ex vescovo Grampa

    “A che servirà – si chiede in un editoriale il Giornale del Ticino – questa terza condanna, dopo un primo verdetto di colpevolezza nel 1988 per atti di libidine su fanciulli e dopo un secondo verdetto di colpevolezza per l’acquisizione di materiale pedopornografico nel 2011? A che servirà? Viene da rispondere: a chiuderlo in carcere per un tempo che non servirà a redimerlo, ma in cui almeno egli non costituirà più pericolo mentre ci si augura che ogni suo giorno sia devastato dalla sofferenza del trovarsi in cella e che ogni sua notte sia popolata dai fantasmi delle sue prede sessuali. Otto anni e mezzo, come da odierna sentenza giunta a distanza di una settimana dalla conclusione del processo a suo carico, dovrà infatti scontare l’ex-sacerdote ora 65enne che, nell’esercitare un ministero in nome dell’Onnipotente, credette essere nelle sue facoltà l’approfittare sessualmente di minorenni, cinque le vittime accertate (e perché non temere che altri abbiano taciuto?) in più sedi. Da parroco e da insegnante, tra Magliaso e Vernate, pur avendo già un peso sulla coscienza (di altri, non la sua, di certo); da parroco, a Brione sopra Minusio, in precedenza”.

    Secondo il Giornale del Ticino, sono ancora “molti gli interrogativi cui l’aula non ha dato risposta. Incomprensibile la superficialità con cui talune autorità locali non diedero séguito a voci ricorrenti; inaccettabile, per un cattolico, la modalità di gestione del caso da parte dei vertici ecclesiastici, tanto di più nel reiterarsi delle condanne (di una, e l’affermazione è da acquisirsi agli atti con ogni beneficio del dubbio, l’ora vescovo emerito monsignor Giacomo Grampa sostiene di non aver mai ricevuto comunicazione). Monsignor Valerio Lazzeri, oggi vescovo di Lugano, non manca di ricordare che “la persona in questione” era “già priva di responsabilità pastorali dirette” ed “al momento dell’arresto” era stata “sospesa da ogni forma di esercizio del ministero”. Giusto, vero. Ma anche queste decisioni, per i tempi in cui esse furono prese appaiono tardive. Tardive, drammaticamente tardive.

  • Ex prete condannato a otto anni e mezzo per abusi su una ragazzina

    Ex prete condannato a otto anni e mezzo per abusi su una ragazzina

    È stato confermato praticamente ‘alla lettera’ l’atto d’accusa della procuratrice pubblica Chiara Borelli, che per l’imputato aveva chiesto 9 anni di carcere; poco fa la presidente della Corte delle assise criminali di Locarno, giudice Rosa Item, ha condannato un’ex sacerdote, che aveva esercitato nel Locarnese e nel Sottoceneri, a 8 anni e mezzo di prigione, da scontare. È stato considerato colpevole di coazione sessuale, violenza carnale, atti sessuali con fanciulli e favoreggiamento (istigazione).

    Il processo all’ex prete era stato celebrato a fine luglio. Ora la sentenza. A suo carico accuse pesanti, per oltre 1’300 atti sessuali su un arco di tempo lunghissimo (quasi 14 anni, a partire dal 2001), commessi su una ragazzina (a partire da quando lei aveva solo 12 anni).

    La Corte lo ha pure ritenuto colpevole di altri atti sessuali con fanciulli: vittime 4 alunni di una scuola elementare del Sottoceneri dove l’ex sacerdote una decina di anni fa aveva insegnato religione. L’imputato, in carcere dal settembre 2015, ha diversi precedenti, con condanne per atti di libidine su fanciulli nel 1988 e per possesso di materiale pedopornografico nel 2011.

    Ricordiamo che l’avvocato difensore Giacomo Fazioli nel corso del processo aveva invocato una scemata responsabilità da lieve a media per il suo assitito, chiedendo di limitare la pena a quattro anni e mezzo al massimo. Ma la giudice ha respinto l’istanza, visto che questa attenuante non era stata evidenziata dalla perizia giudiziaria.

    http://www.laregione.ch/articolo/ex-prete-condannato-a-8-anni-e-mezzo-per-abusi-su-una-ragazzina/29843

  • La Toscana affonda il Forteto: sì all’inchiesta parlamentare

    La Toscana affonda il Forteto: sì all’inchiesta parlamentare

    La regione condanna gli abusi del Profeta su 86 bambini. Piegate le resistenze del Pd

    Di Simone Cosimelli
    Diceva il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer: «La storia è la somma totale delle cose che avrebbero potuto essere evitate». Ieri, il Consiglio regionale della Toscana quelle cose le ha messe in fila – una alla volta, tutte drammatiche – e, con trent’anni di ritardo, si è fatta la storia. Il Forteto, nella sua triplice veste di associazione (ex-comunità), fondazione e Cooperativa, è stato condannato per i quasi 40 anni di abusi sessuali a danno di tanti ragazzi disagiati. Ragazzi finiti in mano ai pedofili grazie allo Stato. Grazie alla compiacenza dei Tribunali dei minori, alla negligenza dei servizi socio sanitari e degli assistenti sociali, alla deferenza della Stampa e del mondo culturale. Alla disattenzione o, peggio, alla connivenza della «Toscana rossa». Per questo, la relazione della commissione d’inchiesta Bis, così lucida nel fare nomi e così scomoda nel puntare il dito contro un sistema ben radicato, è stata approvata all’unanimità.

    I precedenti dell’inchiesta:

    parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6

    Al Forteto, comunità innestata nel cuore del Mugello, i bambini venivano violentati sistematicamente da Rodolfo Fiesoli (il principale imputato, condannato a 15 anni). Si lavorava 365 giorni l’anno, (nella maggior parte dei casi) senza stipendio e senza aver raggiunto la maggior età. Si incoraggiava l’omosessualità come antidoto per «togliere la materialità di dosso». Si colpiva psicologicamente, allontanando le famiglie naturali e impedendo ogni contatto con l’esterno. E Intanto quei metodi, fuori, erano esaltati (se ne parlò a Palazzo Madama in Senato o a Palazzo Vecchio, al tempo di Renzi), la Coop macinava milioni e la Toscana si inchinava.

    Alla fine, i sei consiglieri delegati all’indagine Bis sui favoritismi istituzionali di cui Fiesoli e compagni hanno goduto negli anni, forti della sentenza in appello del 15 luglio scorso che ha confermato l’impianto accusatorio, hanno piegato le resistenze del Pd – arroccato nella difesa della cooperativa economica (uno dei volti del Forteto) e indisposto verso la denuncia di «coperture politiche». Così Leonardo Marras, capogruppo in aula, dopo aver rifiutato la narrazione di un partito influenzato dalle propaggini del Forteto (come però i fatti suggeriscono), e dopo aver respinto l’attaco generalizzato all’eredità della sinistra, ha rinunciato alle posizioni prese nei giorni scorsi e messo la parola fine sulla bagarre interna alla Regione. «E’ il momento della vergogna e della solidarietà alle vittime – ha detto – Lo dobbiamo a loro e ai cittadini: chi sapeva o vedeva, o chi avrebbe potuto sapere e vedere, doveva prendere provvedimenti e non lo ha fatto. Ora servono soluzioni, serve dare voce a chi non ce l’ha e mettere un punto, per ricominciare».

    Significativi gli interventi di Paolo Bambagioni (Pd), presidente della commissione e grande accusato dal suo stesso partito per la firma posta sul documento stilato in 9 mesi di lavoro. «Sono 86 pagine – ha ricordato ieri – come gli 86 bambini mandati in pasto a Rodolfo Fiesoli e la setta del Forteto. Ora, meno parole e più coraggio». Addirittura in lacrime, commosso e indignato, Stefano Mugnai (Forza Italia), l’uomo a cui nel 2012 dissero: «Stai attento, chi tocca il Forteto muore». Era un sistema chiuso – ha ammonito – con un contesto, culturale e politico, da colpevolizzare. Lo Stato mandava i ragazzi lì dentro, e quella coop, per quanto oggi importante, è stata costruita sulle sofferenze delle persone. Prendiamone atto, definitivamente. Deve essere il giorno in cui, tutti, la sinistra e l’opposizione, ammettiamo gli errori commessi, e l’ultima volta che si fa polemica sul Forteto».

    La risoluzione votata, oltre ad esprimere piena solidarietà alle vittime, impegna il Presidente del consiglio regionale, Eugenio Giani, e la Giunta presieduta da Enrico Rossi su diverse questioni:

    • Spingere affinché il Governo nazionale valuti la reintroduzione nel codice penale del reato di plagio.
    • Il potenziamento del progetto per la riacquisizione di autonomia per minori e giovani in uscita dalla comunità. Senza dimenticare i disabili, per i quali è auspicabile una sistemazione diversa, e intraprendendo ogni azione necessaria per far sì che, all’interno della Cooperativa, le vittime di abusi non debbano lavorare al fianco dei colpevoli, o di chi, a qualunque titolo, continui ad intrattenere rapporti con la comunità: come, paradossalmente, avviene.
    • Costituzione di un Osservatorio composto da esperti sul fenomeno delle sette.
    • Predisposizione di una relazione entro la fine del 2016 sullo stato dei servizi di affido di minori in ogni zona socio-sanitaria della Toscana.
    • Sollecitazione per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, che abbia poteri equiparabili a un’autorità giudiziaria, per arrivare dove non si è potuto (restano infatti molti passaggi oscuri).
    • Invito della documentazione al Ministero dello sviluppo economico, sostenendo la necessità del commissariamento per la Coop: così da recidere ogni legame col passato e rilanciare la filiera produttiva.

    La prossima mossa, dunque, dovrà partire dai palazzi romani: dove pure il nome Forteto non è affatto sconosciuto. Parlamento e, ovviamente, Governo, avranno la possibilità di squarciare il velo di omertà, reticenze e menzogne che avvelenano il Mugello dal ’77. Da ieri non è più possibile dubitare e non è più accettabile chiudere gli occhi. L’esperienza insegna, però: le vie del Forteto sono infinite. E in buona parte, malgrado tutto, ancora inspiegabili.

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  • «Le voci erano sempre più insistenti»

    «Le voci erano sempre più insistenti»

    LUGANO – «Le voci sui comportamenti immorali del sacerdote erano sempre più insistenti, allora decisi di trasferirlo in un’altra parrocchia». Il vescovo emerito di Lugano Pier Giacomo Grampa era a capo della Curia quando, nel 2011, l’allora parroco di Magliaso fu condannato per pedopornografia. Ieri il 65enne, a processo alle Assise criminali (la sentenza è attesa per domani), ha ammesso di avere abusato più volte di una minorenne e di altri ragazzi. «Eravamo informati sulle sue tendenze – ammette oggi Grampa – ma cosa potevamo fare? In mancanza di una decisione della magistratura, non mi sono sentito di ergermi al di sopra della giustizia civile».

    Il sacerdote in questione, però, era già stato condannato nel 1988 per “atti di libidine con fanciulli”.

    «All’epoca ero rettore del Collegio Papio di Ascona. Non ho alcuna conoscenza di quali decisioni siano state prese in merito»

    Si arriva al 2001. In quell’anno la Curia ricevette delle lettere che mettevano in dubbio il comportamento del sacerdote. 

    «Non le conosco. Posso dire che dopo il 2004, anno in cui fui nominato Vescovo, iniziarono a farsi sempre più insistenti le voci sulla sua condotta peccaminosa. Ci fu un’inchiesta della magistratura che si chiuse con un non luogo a procedere. A quel punto presi il provvedimento di trasferire questa persona dalla parrocchia di Bodio».

    Perché non sospenderlo, invece? 

    «Lui si faceva forte del non luogo a procedere della magistratura. Ripensandoci oggi, avrei potuto iniziare allora il processo di sospensione dall’ordine religioso, ma lui diceva di sentire ancora forte la propria vocazione»

    La sua moralità era però in discussione. La stessa comunità di Bodio se n’era accorta.

    «Se ci ergiamo al di sopra della giustizia civile veniamo criticati, se non lo facciamo venivamo criticati. All’epoca il trasferimento in un’altra parrocchia sembrò un provvedimento adeguato».

    Che fu adottato con la massima discrezione.

    «Non si fanno i comunicati stampa per i peccati».

    E così arriviamo al 2011. Nella nuova parrocchia, il sacerdote…

    «Fu beccato con le mani nella marmellata. A quel punto siamo intervenuti irrevocabilmente, decidendo per la sospensione. Da allora questa persona non è più un sacerdote, ha fatto quello che ha fatto come curatore della minorenne in questione, che gli era stata assegnata dall’Autorità regionale di protezione, un organo civile».

    Per quanto riguarda la Curia, ci sono stati altri casi di trasferimenti da una parrocchia all’altra, per motivi analoghi?

    «No, fu l’unico caso. C’è stato naturalmente il caso di Gordola dove si andò a processo. Ma nessun altro trasferimento di questo genere almeno dei dieci anni in cui sono stato vescovo»

    http://www.tio.ch/News/Ticino/Attualita/1098244/-Le-voci-erano-sempre-piu-insistenti-/

  • Il parroco di San Valentino Torio: “Misericordia per gli stupratori della minorenne”

    Il parroco di San Valentino Torio: “Misericordia per gli stupratori della minorenne”

    Parole choc di don Alessandro Cirillo, che punta il dito contro la pornografia e chiede ai genitori di tornare ad educare i propri figli.

    “Condanniamo sempre il peccato, ma apriamo strade di misericordia per chi ha sbagliato, se vogliamo che questo mondo si salvi. Papa Francesco ci esorta ad amare anche chi ha sbagliato, mentre la giustizia umana fa il suo corso.” È uno dei passaggi di una lettera aperta alla comunità di San Valentino Torio da parte del suo parroco, don Alessandro Cirillo, scritta pochi giorni dopo lo stupro di una ragazzina di cui non si sa nulla, per proteggerla, tranne che ha tra i quattordici ed i sedici anni anni da parte di cinque coetanei. Parole in linea con l’insegnamento della Chiesa, ma che entrano in contrasto con il sentimento popolare, che vorrebbe un trattamento esemplare per i cinque ragazzi, presunti colpevoli di un atto così efferato.

    “Mi piacerebbe se, dopo questo gravissimo atto subito da una sedicenne di Sarno – scrive don Alessandro – da parte di cinque suoi coetanei, potessimo prendere coscienza che i nostri figli sono vittime indifese di una squallidissima e disastrosa pornografia on line che a tutte le ore del giorno e della notte, li raggiunge, li inganna, li stimola, li ammalia. Invitandoli e spingendoli a fare cose di cui dovranno vergognarsi per il resto della vita.” Secondo il parroco, quello che è successo è frutto di una mancanza di amore nei confronti dei ragazzi. “Quanto spazio hanno i genitori, oggi, nell’educazione dei figli?” si chiede il sacerdote, spiegando che una volta i genitori difendevano i figli dai pericoli esterni, mentre oggi “quel mondo lo abbiamo fatto entrare in casa. Gli abbiamo spalancato la porta. Lo abbiamo fatto accomodare in salotto e in camera da letto, senza opporre alcuna resistenza. Lo trattiamo da amico quando è un terribile nemico.”

    Secondo il parroco di San Giacomo Maggiore Apostolo, guida dei fedeli di una città di diecimila abitanti che vive di agricoltura ed industria, questa in terribile storia che ha scosso una intera comunità “non ci sono né vincitori né vinti, ma tutti sono sconfitti”, compresi i giovani stupratori. “C’è la vita di una ragazza segnata per sempre, nel profondo del suo intimo, ma anche la vita di questi ragazzi sarà marcata per sempre. Gesù, nel Vangelo, ha condannato sempre il peccato, ma ha aperto il suo cuore ai peccatori.”

    “Mi auguro – conclude don Alessandro – che come comunità di San Valentino Torio, in tutte le sue componenti, possiamo davvero tornare ad investire sull’educazione forte e serena dei nostri figli, con cammini specifici per la loro età. Dare amore è riempire il vuoto esistenziale di tanti ragazzi, che attendono da tutti di conoscere il significato profondo della parola “amore”.

    Intanto, gli avvocati dei cinque ragazzi, detenuti nel carcere minorile di Airola dopo che il magistrato ha convalidato gli arresti, stanno lavorando per presentare in tempi rapidi una richiesta di scarcerazione, sperando in una attenuazione della misura cautelare.

    http://napoli.fanpage.it/il-parroco-di-san-valentino-torio-misericordia-per-gli-stupratori-della-minorenne/