Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Como

  • Violento attacco informatico contro Rete L’Abuso

    Violento attacco informatico contro Rete L’Abuso

    Ci sono temi, denunce, lotte, tabù per l’italiota media. Non se ne deve parlare, omertà assoluta pena lo scandalo, l’isolamento, la delegittimazione, i rutti dei branchi servili. Martin Luther King disse di temere il silenzio degli onesti più della violenza dei malvagi. Di onesti, soprattutto intellettualmente, ne vediamo sempre meno, rari più delle mosche bianche. Mentre i silenzi abbondano.

    Al di là di chiacchiere, propagande e menzogne la difesa dei bambini, la lotta contro gli orchi e le reti strutturate e consolidate della pedocriminalità è patrimonio di pochi. Si toccano fili pericolosi, nervi scoperti, potentati e colletti bianchi. Dovrebbe scandalizzare, se questo fosse un Paese che conosce la parola dignità, la violenza, l’abuso, lo stupro. Invece scandalizza chi denuncia, scatena orde e branchi chi non si piega e non tace. E più si sale nelle alte sfere più queste complicità di fatto e queste squallide vigliaccherie aumentano.

    In Italia esiste, ormai da molti anni, l’unica associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, Rete L’Abuso.

    Dovrebbe essere una battaglia comune a tanti quelle di vittime e sopravvissuti, dovrebbe scandalizzare ogni abuso contro l’infanzia. Francesco Zanardi può, invece, raccontare quante censure, quante verità di comodo, quanta omertà e quanti intrighi e trame per nascondere, occultare, difendere gli abusatori proliferano in Italia. Rete L’Abuso è online, ha un sito strutturato che è una potente fonte di informazione e conoscenza. Nel settembre scorso è ripartito Tg L’Abuso, una news settimanale in cui vengono riportate notizie e denunce di abusi in Italia e nel mondo.

    WordNews.it è nata per scrivere quel che non si può scrivere, perché eravamo (e siamo) stanchi di una informazione omologata, prona, omertosa.

    Che non informa ma si piega servile ed accondiscendente. Per questo, sin dalla prima edizione, siamo al fianco di Francesco e della Rete.

    E sulle nostre pagine stiamo, ogni settimana, rilanciando tutte le edizioni.

    La mattina del 23 aprile abbiamo ripubblicato l’ultima edizione, la numero 33. Nelle stesse ore un’amara e gravissima notizia: il sito di Rete L’Abuso è andato offline diverse ore per un violentissimo attacco informatico. Che giunge a distanza di poche settimane da segnalazioni e censure sui social a post e pubblicazioni di denunce di abusi e di sistemi di omertà, connivenza, difesa dell’abusatore.

    Questo non è il primo attacco subito da www.retelabuso.org negli anni. Ma è il più violento e devastante. È una realtà che conosciamo fin troppo bene, avendo subito un attacco che fece crollare il nostro sito tre anni fa. E ricordiamo i silenzi, le omertà, i volti girati dall’altra parte.

    Per questo esprimiamo oggi tutta la nostra solidarietà a Francesco Zanardi e a Rete L’Abuso.

    Contro ogni censura, ogni squadrismo, ogni violenza siamo al loro fianco e continueremo a sostenere ancor di più ogni denuncia, lotta, battaglia, preziosa informazione di Rete L’Abuso.

    Le nostre pagine, il nostro sito erano, sono e resteranno a totale disposizione della Rete.

    https://www.wordnews.it/violento-attacco-informatico-contro-rete-labuso

  • Denunciano che il segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori ha coperto un prete colombiano

    Denunciano che il segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori ha coperto un prete colombiano

    Luis Manuel Alí , il nuovo segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha coperto un sacerdote colombiano. Lo ha ammesso in una comunicazione con questo corrispondente il 15 settembre 2023, riconoscendo di non aver mai informato la Procura Generale del caso di José de Jesús Amaya León , superiore generale dei Missionari Eudisti.

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 23 del 10 febbraio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 23 del 10 febbraio

    • Federica Tourn – Un’altra ex suora testimonia contro don Marko Rupnik

    «Una volta, mentre eravamo seduti a tavola uno di fronte all’altra, Rupnik mi disse: “Ora vediamo chi è più forte!”. Mi afferrò le mani sul tavolo e, palmo su palmo, cominciò a premere con grande forza. Io gridai che mi faceva male ma lui non smise. Cercai di allontanarmi e lo pregai di fermarsi. Continuò a spingere, piegandomi il dito in modo così violento che il mio indice destro si ruppe. Ero sconvolta dal dolore ma padre Rupnik non si scusò. Rimase calmo e disse: “Ora hai il sigillo permanente della Compagnia di Gesù”. E aggiunse: “L’ho fatto per amore”».

    A parlare è Pia (nome di fantasia), entrata a far parte della Comunità di Loyola in Slovenia nel 1990, all’età di 24 anni. Questa scena, che si è svolta quando la ragazza era ancora una novizia della comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Marko Rupnik e da Ivanka Hosta, è un’altra testimonianza degli abusi che il famoso artista ha commesso ai danni di diverse religiose e di cui dovrà rispondere in un processo canonico, ora che papa Francesco ha tolto la prescrizione ai fatti avvenuti negli anni ’90.

    Il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha sciolto la Comunità Loyola lo scorso 20 ottobre «a causa di gravi problemi riguardanti l’esercizio dell’autorità e della convivenza comunitaria». La superiora generale Ivanka Hosta è stata rimossa a giugno 2023 dal suo ruolo e, tra le altre cose, le è stato proibito di contattare le ex suore per tre anni.

    Almeno sul fronte dei mosaici del Centro Aletti, però, qualcosa si muove. Jean-Marc Grand, parroco di Saint Joseph-Saint Martin aTroyes, in Francia, ha deciso, dopo un processo di discernimento con testimoni e vittime di abusi, di rimuovere un trittico di Rupnik, realizzato e installato nella cappella del presbiterio nel 1994 «senza consultare la comunità», come si legge in una nota della parrocchia. È la prima volta che si decide di togliere un’opera di Rupnik da una chiesa: un caso che può diventare un precedente per tutte le commissioni che stanno valutando cosa fare dei mosaici del discusso artista.

    Fonte: Domani


    Francesco Zanardi

      – 15 anni di abusi e silenzi sui chierichetti del Papa: il caso trasferito a Como

    Quando la Corte d’appello della Città del Vaticano ha emesso, il 23 gennaio scorso, la sentenza per le scandalose vicende del Preseminario San Pio X, per un attimo si è riaperta una faglia dolorosa. Ma come accade spesso, quando viene messa in discussione un’istituzione globale come la Chiesa, si è subito richiusa.

    E la storia dimenticata, insabbiata, nascosta, dei “chierichetti del Papa” che vivevano accanto alle residenze di Benedetto XVI e di Francesco. Dietro quelle mura si sono consumati episodi torbidi di sesso, denunciati con coraggio da due ragazzi. Uno era la vittima, oggi trentenne, l’altro il testimone oculare.

    Per anni le loro parole sono rimaste inascoltate dalle gerarchie, non solo nell’istituto che accoglieva i “ministranti” della Basilica di San Pietro, ma anche nella catena di comando che portava alla Segreteria di Stato. Almeno sette cardinali e tre vescovi ne erano al corrente, informati da lettere puntuali e non anonime.

    Adesso i giudici hanno accertato che un colpevole c’è stato, ma solo per corruzione di minore, infliggendo 2 anni e 6 mesi a Gabriele Martinelli, tuttavia da tempo sacerdote a Como.

    Eppure la condanna rischia di dissolversi con il ricorso in Cassazione, così come è evaporata l’accusa più grave di violenza sessuale continuata, consumata nelle camerate del Preseminario, oggi fatto trasferire per decisione di papa Francesco.

    L’assoluzione con il dubbio di Martinelli e la prescrizione del favoreggiamento contestato al rettore don Enrico Radice, per non aver dato credito alle confidenze della vittima, hanno consegnato una verità incompiuta, ridotta a una fornicazione tra adolescenti. Una giustizia senza condanna. Chi ha denunciato gli abusi diceva il vero, chi li negava ha mentito.

    Qui si è riaperta la faglia dolorosa in quanto dopo l’esito della giustizia ecclesiastica a Como si apre un nuovo procedimento, ma questa volta da parte della giustizia italiana e nel quale la Rete L’ABUSO si è costituita parte civile.

    Askanews – Fatto Quotidiano


    • Alessio Di Florio – «La pedofilia potrebbe essere entrata anche nel destino di Emanuela»

    Un alto prelato molto vicino a Wojtyla «Si faceva portare da due o tre massoni che aveva sempre attorno tre o quattro ragazzine sui 12-13 anni, consenzienti … Si faceva dare le mutandine e faceva da solo, poi gli dava qualche soldino e loro contente se ne andavano. Non le toccava, erano ragazzine che andava a prendere in certi ambienti, zingarelle. E questo  me lo diceva come un fatto divertente».  È quanto una fonte interna vaticana ha rivelato a Pietro Orlandi, lo ha reso noto il fratello di Emanuela Orlandi durante il sit in del mese scorso a Roma.

    Il 4 febbraio Pietro Orlandi ha mostrato una lettera durante la trasmissione Verissimo su Canale 5.

    «Poco più di un anno fa sono stato contattato da una persona che mi ha detto di essere convinta che Emanuela sia stata portata effettivamente a Londra”, racconta Pietro Orlandi, secondo cui si rafforza dunque la pista di Londra, che vedrebbe Emanuela Orlandi nella capitale del Regno Unito per almeno 14 anni. “Questa persona mi ha raccontato che Emanuela viveva nell’appartamentino a fianco al suo, appartenente ai padri scalabriniani”, spiega Pietro Orlandi, che mostra per la prima volta a Verissimo la lettera che questa persona gli ha fatto recapitare e che porterebbe la firma del cardinale Poletti, anche se non ne è provata l’autenticità.

    L’informatore ha spiegato anche a Pietro Orlandi di aver conosciuto Ugo Poletti perché, all’epoca dei fatti, era membro dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR). “Secondo questa persona ci sarebbe la pedofilia dietro alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Un giro molto ampio in cui questo membro dei Nar faceva parte come braccio operativo”, afferma Pietro Orlandi, che si augura di poter essere ascoltato dalla procura per fare luce su questa vicenda: “Spero di essere convocato per poter fare il nome di questa persona”. La lettera – se autentica – sarebbe stata inviata dal cardinale Poletti all’ex segretario di Stato inglese Frank Cooper e riguarderebbe proprio il caso di Emanuela Orlandi, che dal contenuto della lettera sembrerebbe essere incinta».

    «Egregio Dott. Cooper, la ringrazio per essersi messo a disposizione in prima persona per la risoluzione immediata del problema totalmente inaspettato ed indesiderato. Come sono sicuro Le sia stato spiegato dai miei collaboratori nel Regno Unito ed ha sicuramente appreso dai giornali internazionali, la Sig.na Emanuela Orlandi è stata protagonista di vicende di primaria importanza nel panorama diplomatico internazionale e tutt’ora è di vitale importanza che la Sig.na Orlandi rimanga viva o in salute. Per quanto con l’Apostolicae Sedis è chiara la visione del Vaticano nello stabilire che anche un feto all’interno del grembo materno possiede un’anima, comprendo la Sua preoccupazione ed, essendone coinvolto in prima persona, condivido anche parte del suo pensiero. Pertanto, accetto il Suo invito a Londra, informandoLa che partirò personalmente per il Regno Unito il giorno 24 Febbraio. Cordiali saluti»

    Fonte Wordnews


    • Pierelisa Rizzo – La direttiva Ue, cancella reato stupro

    La Fondazione Una Nessuna Centomila, istituzione che promuove la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne, guarda con grande preoccupazione a quello che sta avvenendo intorno alla Convenzione di Istanbul.

    Ancora una volta sul corpo delle donne si sta giocando una partita che favorisce equilibri di potere a discapito di diritti faticosamente conquistati”.

    “Da quando il nostro Paese nel 2013 ha ratificato la Convenzione – si legge in una nota -, molte delle misure elencate hanno costituito la base per poter legiferare contro la violenza sulle donne.

    Certo siamo lontani, soprattutto nell’ambito della prevenzione, dagli standard legislativi e culturali che la Convenzione richiede ma averli come obiettivi ha prodotto strumenti di condivisione sociale e politica e pressione istituzionale nel realizzarli o nel decidere di negarli”.

    “Cresce allora l’indignazione – si legge ancora – nel constatare che dopo gli sforzi di questi dieci anni per cercare e ottenere determinati risultati oggi ci sia il tentativo di tornare indietro nel tempo. Siamo come sempre l’oggetto sacrificale”.

    La fondazione ricorda che la direttiva europea, proposta a marzo 2022 quale istituto indispensabile per applicare sanzioni agli Stati membri in presenza di inadempienze, in via di approvazione, elimina l’articolo che definisce, e quindi sanziona, il reato di stupro come rapporto sessuale in assenza del consenso esplicito della donna. Non sono più incluse le molestie sessuali nel mondo del lavoro e per quanto riguarda la violenza online: la vittima dovrebbe provare il danno subito dalla circolazione di proprie immagini private.

    “Per noi questo è un clamoroso passo indietro rispetto ad una Convenzione a cui bisogna aspirare nella sua completezza e non certo ridimensionare nei suoi strumenti conclude la nota -.

    E quello che colpisce è la mancanza di dibattito politico. Se in Europa in questo momento si discute, in Italia invece non è dato sapere quale sarà la posizione del nostro Paese in merito. Un silenzio assordante, quel silenzio che alle donne si chiede di spezzare e di cui invece le istituzioni si nutrono”.
    Fonte Ansa


    • Federico Tulli – Quando la vittima non è un ragazzino

    di Federico Tulli – Chi subisce violenza da parte di membri del clero è nell’80 per cento dei casi di sesso maschile. Ma la storia dice che in ambito ecclesiastico è diffusa anche la violenza al ‘femminile’ e sulle donne. Risale al 2008 la più dura condanna comminata a una suora per pedofilia: 11 anni. Si tratta di Norma Giannini, direttrice dal 1964 di una scuola media cattolica di Milwaukee negli Stati Uniti. Ma non si può dimenticare, in Italia, il caso di Eva Sacconago morta suicida a 26 anni, con la sua aguzzina, colpevole di abusi sin da quando lei ne aveva 15, condannata a 3 anni e sei mesi.

    Abbiamo chiesto un commento a Sue Cox cofondatrice di Survivors Voice Europe, associazione internazionale che si occupa di tutela dei diritti delle vittime. «È sempre difficile, se non impossibile, per un sopravvissuto riuscire a ottenere giustizia, indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna», spiega Sue Cox. «Spesso le vittime sono persone sole e con uno scarso reddito e un’istruzione appena sufficiente, per via del trauma subìto durante l’infanzia. In queste condizioni si trovano sovente sole contro la Chiesa, che invece lotta in ogni singolo caso con tutte le risorse possibili. Spesso ci sono voluti anni prima che le vittime si siano fatte avanti, cosa su cui il Vaticano fa affidamento perché così scatta la prescrizione del reato.

    Bisogna capire che i sopravvissuti hanno una ferita talmente profonda da essere facilmente spaventati e manipolati anche in età adulta, e ancor meno trovano la forza per combattere. La Chiesa ha una lunga esperienza da astuta manipolatrice. Ci sono alcuni encomiabili avvocati pronti a combattere per difendere questi clienti, ma il Vaticano mette ogni possibile e immaginabile ostacolo sul loro cammino».

    In che modo? «Cercando di screditare le vittime, usando ogni singolo cavillo legale, ogni piccola tattica per ritardare le procedure. In questo modo i processi si trascinano per anni e le vittime sono spesso logorate, al punto di ritrovarsi incapaci di continuare la battaglia giudiziaria. Ci sono diversi casi di suicidio di persone abusate prima di arrivare a ottenere una qualsiasi forma di giustizia. Tradizionalmente la Chiesa ha sempre sottovalutato e spesso sfruttato le donne. C’è sempre stata una specie di scusante rispetto ai crimini sessuali contro le ragazze in base al concetto ridicolo secondo il quale la violenza sembra più ‘naturale’.

    L’abuso dei ragazzini ha certamente creato ulteriori difficoltà alle gerarchie ecclesiastiche e ai responsabili diretti. Ma dovrebbe essere considerato per quello che è: un orrendo crimine. Tutti, e sottolineo ‘tutti’, gli abusi sui bambini vanno contro qualsiasi legge umana, mentre le ragazze spesso scoprono che la loro storia appare meno importante. Probabilmente perché è così che sono percepiti da quella cultura che si rifà al pensiero della Chiesa cattolica. L’abuso sessuale è potere, è l’umiliazione, è la sottomissione di un essere umano più debole per la ‘soddisfazione’ personale di avidi criminali che non hanno alcuno scrupolo verso le loro prede. È un crimine contro l’umanità».

  • I chierichetti del Papa: 15 anni di abusi e silenzi

    I chierichetti del Papa: 15 anni di abusi e silenzi

    Quando la Corte d’ap pello della Città del Vaticano ha emesso, il 23 gennaio scorso, la sentenza per le scandalose vicende del Preseminario San Pio X, per un attimo si è riaperta una faglia dolorosa. Ma come accade spesso, quando viene messa in discussione un’istituzione globale come la Chiesa, si è subito richiusa.

    E la storia dimenticata, insabbiata, nascosta, dei “chierichetti del Papa” che vivevano in palazzo San Carlo, accanto alle residenze di Benedetto XVI e di Francesco. Dietro quelle mura si sono consumati episodi torbidi di sesso, denunciati con coraggio da due ragazzi. Uno era la vittima, oggi trentenne, l’altro il testimone oculare.

    Per anni le loro parole sono rimaste inascoltate dalle gerarchie, non solo nell’istituto che accoglieva i “ministranti” della Basilica di San Pietro, ma anche nella catena di comando che portava alla Segreteria di Stato. Almeno sette cardinali e tre vescovi ne erano al corrente, informati da lettere puntuali e non anonime. Mai una colpa conclamata è arrivata così vicina alla Cattedra di San Pietro, anche se in tempi ormai lontani (dal 2008 al 2012), materializzandosi in rapporti sessuali consumati, insistiti, pretesi, in una struttura educativa che avrebbe dovuto vigilare e proteggere i piccoli allievi. “Dài, che poi ti faccio servire la messa con il Papa…”, così sussurrava il più grande a un dodicenne, infilandosi di notte nel suo letto, mentre la vittima restava “ferma come un albero”, incapace di reagire.

    Adesso i giudici hanno accertato che un colpevole c’è stato, ma solo per corruzione di minore, infliggendo 2 anni e 6 mesi a Gabriele Martinelli, da tempo sacerdote a Como. Già in primo grado, il 6 ottobre 2021, il Tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone aveva ritenuto esiste re il reato, ma senza l’aggravante dell’abuso di autorità che era stato prescritto. “Sentenza storica, finalmente c’è stata giustizia”, ha commentato Laura Sgrò, avvocato di parte civile.

    Eppure la condanna rischia di dissolversi con il ricorso in Cassazione, co sì come è evaporata l’accusa più grave di violenza sessuale continuata, consumata nelle camerate del Preseminario, oggi fatto trasferire per decisione di papa Francesco. L’assoluzione con il dubbio di Martinelli e la prescrizione del favoreggiamento contestato al rettore don Enrico Radice, per non aver da to credito alle confidenze della vittima, hanno consegnato una verità incompiuta, ridotta a una fornicazione tra adolescenti. Una giusti zia senza condanna. Chi ha denunciato gli abusi diceva il vero, chi li negava ha mentito.

    Per questo uno scandalo ancora più grande degli a busi fisici e morali si è abbattuto sul Vaticano. Il libro Vizio Capitale, edito da PaperFirst, oggi in uscita nelle librerie, lo ha ricostruito in un arco di 15 anni, con decine di testimonianze, sulla base di documenti inediti, scoprendo persino qualche svarione processuale. E l’attivismo di sacerdoti, monsignori e vescovi, che hanno operato per cancellare, offusca re, far dimenticare. E un mondo animato da porpore e vesti talari che hanno sentito i lamenti, ma non se ne sono curate, certe che a vincere sarebbero stati l’omertà e il silenzio.

    Cos’è la piccola storia dei piccoli “chierichetti del Papa” di fronte all’eternità e alla grandezza della Chiesa, con gli angeli, i troni e le dominazioni che fanno cerchio alla luce di Dio? La corruzione non è solo nelle voglie della carne, ma anche nella difesa di un’istituzione che si reputa intangibile. E accaduto quando la vitti ma trovò per la prima volta il coraggio di chiedere aiuto al rettore, nel 2009, ma non venne ascoltata, o quando il vescovo di Como, Diego Coletti, chiuse in fretta nel 2013 un’indagine canonica compiacente, costruita dagli accusati e benedetta da cardinali con il no me famoso.

    Alla fine fu costretto a rivolgersi, nel 2018, al promotore di giustizia. Vizio Capitale è an I che un viaggio che spa zia nell’indagine della magistratura italiana (ferma dopo sette anni all’udienza preliminare), con una richiesta- non accolta – di arresto del sacerdote. Ma è soprattutto una discesa agli inferi, nella penombra di sacrestie odorose d’incenso e in stanze curiali, con sacerdoti e vescovi preoccupati più di salvare se stessi e l’apparenza che dare ascolto a un dramma simile a tanti altri che stanno attraversando la vita della Chiesa, dagli Stati Uniti alla Francia, dall’Australia alla Germania, all’Irlanda.

    Quando papa Francesco è stato informato, “si è messo le mani nei capelli”, come rivela un’intercettazione telefonica. Poi ha reagito rendendo possi bile con un atto di proprio pugno un processo penale altri menti impossibile. E grazie an che a quella decisione che oggi si può raccontare la verità imbarazzante di un potere subdolo e di un’innocenza tradita.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2024/02/06/vizio-capitale-i-chierichetti-del-papa-15-anni-di-abusi-e-silenzi/7434697/

  • La prima condanna per abusi commessi in Vaticano

    La prima condanna per abusi commessi in Vaticano

    La Corte di Appello del Vaticano ha condannato a 2 anni e 6 mesi don Gabriele Martinelli per “corruzione di minore”, cioè per abusi sessuali su un minore commessi tra il 2008 e il 2009 all’interno del preseminario Pio X. La Corte di Appello ha ribaltato la sentenza di primo grado che aveva assolto Martinelli per insufficienza di prove. È la prima sentenza di condanna per abusi commessi in Vaticano.

    Il preseminario è un istituto di orientamento vocazionale che ogni anno accoglie ragazzi delle scuole medie e superiori provenienti dalle diocesi italiane e anche da molti paesi del mondo: si trova a palazzo San Carlo, in piazza Santa Marta, in Vaticano, ed è gestito dall’opera don Giovanni Folci di Como. I ragazzi ospitati dal preseminario vengono chiamati anche “chierichetti del papa” perché oltre a studiare curano il servizio liturgico di alcune messe celebrate in Vaticano, tra cui alcune funzioni celebrate dal papa. Nel periodo degli abusi contestati dall’accusa, Martinelli era un allievo del preseminario e negli anni era diventato una sorta di coordinatore dei “chierichetti del papa”, un ruolo ambito.

    Le indagini nei suoi confronti erano iniziate nel 2017 in seguito alle testimonianze raccolte dal giornalista Gianluigi Nuzzi nel libro Peccato originale. Nuzzi intervistò Kamil Jarzembowski, polacco, compagno di stanza di un allievo vittima di abusi e di cui Martinelli era tutore. Entrato nel preseminario nell’estate del 2009, Jarzembowski assistette ad alcune violenze che tentò di denunciare inviando lettere a monsignori e prelati. Fu allontanato dal preseminario. Soltanto diversi anni dopo, nel 2016, incontrò Nuzzi a cui mostrò le denunce e fece ascoltare alcune registrazioni. Nel frattempo Martinelli era stato ordinato sacerdote.

    Nel 2018, in seguito alle inchieste pubblicate sui giornali, l’allievo vittima di abusi decise di denunciare alla giustizia del Vaticano. La procura vaticana chiese il rinvio a giudizio di Martinelli nel 2019. Nonostante gli abusi fossero di diversi anni prima, il rinvio a giudizio fu possibile grazie un provvedimento preso da papa Francesco che rimosse il vincolo di improcedibilità: era un vincolo che impediva il processo in assenza della querela presentata dalla persona offesa entro un anno dai fatti contestati.

    Secondo l’accusa, Martinelli usò «violenza e minaccia, sia in modo esplicito sia implicito, abusando dell’autorità che scaturiva dall’essere tutore» in quanto frequentatore più anziano del preseminario, incaricato dal rettore di occuparsi dell’attività dei preseminaristi. Avrebbe quindi abusato della «relazione di fiducia» costruita sulla base del suo ruolo, e costretto «più volte e per più anni, in giorni, tempi e luoghi diversi» la vittima «a congiunzione carnale».

    https://www.ilpost.it/2024/01/24/condanna-martinelli-abusi-vaticano/

  • Archivi bruciati e preti trasferiti. Gli abusi della chiesa in Svizzera

    Archivi bruciati e preti trasferiti. Gli abusi della chiesa in Svizzera

    «Dovevamo lasciare l’aula per frequentare alcune lezioni di religione e andare nel seminterrato in una stanza chiamata “Sala dei Laboratori”. Venivano tirate grandi tende nere. Era qundi buio pesto quando accendeva il macchinario che proiettava le immagini su un grande schermo. Ricordo le vite degli apostoli, di Cristo e della Vergine Maria, in paesaggi magnifici. Era magico. Sento ancora il rumore che faceva ogni volta che inviava una nuova immagine. Potevo vedere ogni suo gesto, ma non diceva molto. Per tutto il tempo mi accarezzava. Come la maggior parte degli scolari, portavo i pantaloni corti».

    I fatti risalgono agli anni Sessanta del secolo scorso a Bramois, un villaggio vicino a Sion, nel Vallese, Svizzera francese. A parlare è Gérard Falcioni, ormai adulto, che per anni ha denunciato, inutilmente, quello che gli era successo da bambino. «I vescovi minimizzavano – ricorda – mi dicevano che ero l’unico ad aver subito abusi in Svizzera». Il parroco è Simon Fournier, un uomo conosciuto e rispettato in tutto il circondario, mentre la famiglia Falcioni subisce una sottile discriminazione a causa delle origini italiane. Il prete lo sa e non a caso sceglie Gérard e la sorella minore come vittime: «puntava i più vulnerabili: i poveri, gli orfani, gli immigrati o quelli che erano già oggetto di qualche chiacchiera di paese – ricorda Falcioni – così, nel caso avessero raccontato quello che faceva, avrebbe potuto facilmente screditarli». È il solito modus operandi del predatore pedofilo: avvicinare chi è indifeso e poi esercitare sulla vittima (e spesso sulla sua famiglia) il suo potere, sicuro che nessuno oserà mettere in discussione la sacralità della figura sacerdotale. Don Fournier, però, sarà denunciato da un gruppo di genitori (tra cui quelli di Gérard) e infine condannato nel 1973 a diciotto mesi da un tribunale civile, che lo riterrà colpevole di «attentato al pudore dei bambini e oltraggio pubblico». La chiesa, imperterrita, continuerà a fare finta di nulla. Il prete, a cui era stato vietato di occuparsi dei bambini, sarà poi spostato in un’altra parrocchia e tutto verrà insabbiato. «Nessuno parlava del processo, la stampa taceva e tutti hanno continuato a pensare che mentissimo – ricorda Falcioni – mio padre, che aveva una piccola azienda, non ha più trovato lavoro in paese».

    Dopo la pubblicazione nel 2002 del suo primo libro, L’etabli de la vie. J’ai été abusé à l’âge de cinq ans (Il banco di prova della vita. Sono stato abusato all’età di cinque anni, edizioni Mon Village 2002) in cui racconta la violenza subita da Fournier, Falcioni comincia a ricevere «una pioggia di testimonianze di altre vittime». Storie terribili, di ragazzini stuprati senza pietà e poi abbandonati al proprio destino, famiglie che non si danno pace per quello che è successo ai figli mentre vedono i responsabili fare carriera, sostenuti dal rispetto della comunità. Vite che spesso, nell’impossibilità di superare il trauma e di avere giustizia, hanno un esito tragico. «Erano almeno sessanta le vittime nel Vallese che si sono rivolte a me – racconta Falcioni a Domani – io ho riportato tutto al vescovo di Sion (Norbert Brunner, ndr) ma lui non solo ci riduceva al silenzio, ma ci disprezzava. Una vittima che parlava, lui la disprezzava». Molti, nell’impotenza e nell’abbandono, muoiono tragicamente. «In effetti, è spaventoso il numero di testimonianze che ho ricevuto in cui ci sono dei morti – scrive Falcioni in una lettera a un amico – Un terzo dei bambini abusati all’epoca è morto. Un altro terzo è scomparso, insieme alle famiglie».

    Vent’anni dopo, finalmente, qualcosa è cambiato. La Conferenza dei vescovi svizzeri, la Conferenza centrale cattolica romana e le Comunità religiose cattoliche della Svizzera hanno incaricato una commissione indipendente dell’Università di Zurigo di indagare sulla realtà degli abusi in tutte le sei diocesi della Confederazione. I ricercatori – un team guidato da due donne,  Monika Dommann e Marietta Meier – hanno potuto consultare liberamente gli archivi ecclesiastici, compresi quelli “segreti”, a cui ha accesso soltanto il vescovo, in cui vengono conservati gli atti dei processi penali ecclesiastici e quindi anche tutto ciò che riguarda l’abuso sessuale su minori di meno di sedici anni, considerato «reato in materia di costumi». Molti di questi archivi, in realtà, risultano lacunosi e frammentari per diversi motivi, non ultimo la distruzione di parte dei documenti secretati. Ai ricercatori non è stato invece permesso di visionare i documenti depositati alla Nunziatura apostolica e al Dicastero per la dottrina della fede, segno quanto mai evidente della non disponibilità del Vaticano a una politica di reale trasparenza sulla questione degli abusi, al di là di tutte le dichiarazioni di “tolleranza zero” fatte da papa Francesco.

    Lo studio-pilota, sulla cui base verrà condotta un’analisi più approfondita nei prossimi due anni, è stato presentato il 12 settembre scorso e ha identificato 1002 casi di violenza dal 1950 ad oggi, 520 abusatori e 921 vittime, in maggioranza maschi (56 per cento) e in gran parte minorenni (74 per cento). Un numero certamente parziale ma già indicativo della pervasività del fenomeno a tutti i livelli, non soltanto nelle parrocchie ma in ogni contesto ecclesiale. Gli abusi riscontrati si concentrano infatti soprattutto nell’ambito della pastorale (in particolare durante i colloqui in confessionale o l’accompagnamento spirituale), ma anche in quello liturgico (soprattutto fra i chierichetti) e pedagogico (scuole religiose, campi estivi e in generale attività per l’infanzia e la gioventù). «Nel periodo considerato, abbiamo potuto appurare che in molti casi i vescovi hanno contibuito a insabbiare o a minimizzare gli abusi, evitando talvolta anche i necessari processi ecclesiastici e le misure prese erano spesso il trasferimento dei responsabili in altre diocesi o all’estero», sintetizza Vanessa Bignasca, ricercatrice del team di Zurigo.

    Il presidente della Conferenza episcopale svizzera, il vescovo di Basilea Felix Gmür, si è detto sconvolto dal report di Zurigo e ha comunicato di voler creare un tribunale ecclesiale penale e disciplinare per la chiesa in Svizzera. Il nuovo tribunale ecclesiastico non prevarrà su quello dello Stato ma si occuperà delle sanzioni da adottare contro i membri del clero in caso di violazione di una legge ecclesiastica. Monsignor Gmür ha assicurato che incontrerà a breve le autorità vaticane, non solo per discutere della proposta ma anche per chiedere che gli archivi dei Dicasteri vengano messi a disposizione del team di Zurigo nel proseguimento dell’indagine.

    Intanto, sette parrocchie della diocesi di Lucerna hanno smesso di pagare le tasse ecclesiastiche e hanno deciso di versare su un conto bloccato la quota dell’1% che normalmente andava al vescovado di Basilea, per protesta sulla gestione degli abusi che, sostengono, «sono noti da decenni». «Basta chiarimenti fra colleghi, vogliamo chiarezza», si legge in un comunicato dei consigli ecclesiastici dell’area pastorale della regione di Willisau, a una trentina di chilometri da Lucerna. Esigono indagini indipendenti e un servizio di accoglienza delle vittime esterno alla chiesa, la fine della pratica di distruzione dei documenti riservati e l’apertura degli archivi del nunzio Martin Krebs. Non solo: d’accordo con il vescovo Gmür, chiedono «un impegno inequivocabile, chiaro e duraturo per avviare un cambiamento culturale e ristrutturare radicalmente il sistema». Il che significa, specificano, abolire il celibato obbligatorio dei sacerdoti e includere le donne «in tutti gli uffici e gli ordini» della chiesa.

    Una cosa è certa: nulla sarebbe successo senza l’insistenza e il coraggio dei sopravvissuti. Nel 2010 Gérard Falcioni, insieme a Jacques Nuoffer e a Marie-Jo Aeby, ha fondato Sapec, Gruppo di sostegno alle persone abusate da personalità religiose, associazione che si batte affinché la chiesa riconosca le proprie responsabilità e si preoccupi di rendere giustizia alle vittime dei preti pedofili. Sapec in questi anni ha dato una spinta importante al processo di svelamento della realtà degli abusi in Svizzera: prima con la costituzione della Cecar nel 2016, una commissione di ascolto di vittime di abuso clericale costituita da vescovi e sopravvissuti con il sostegno di alcuni parlamentari, e poi con la collaborazione all’inchiesta dell’università di Zurigo insieme all’omologa IG-MikU, attiva nella Svizzera tedesca.

    «La Cecar è davvero un risultato unico al mondo, perché è una commissione neutrale, creata con il consenso dei preti e delle vittime. Da un lato, le autorità ecclesiastiche che hanno firmato l’accordo sono coinvolte nel suo funzionamento, dall’altro le vittime beneficiano del fondo di risarcimento», spiega Jacques Nuoffer, psicologo e presidente Sapec, anche lui sopravvissuto all’abuso di un abate quando era ragazzo. Sempre nel 2016, la Conferenza dei vescovi e l’Unione dei superiori maggiori religiosi della Svizzera hanno infatti istituito una commissione di indennizzo per chi ha subito violenza in un contesto ecclesiale: la somma è alquanto simbolica – fino a ventimila franchi – ma perlomeno è un segno che la chiesa comincia ad assumersi le proprie responsabilità. Secondo Nuoffer, una cinquantina di persone ha già usufruito del risarcimento. Anche se, sottolinea Gérard Falcioni, «c’è una disparità di trattamento fra chi parla e chi no: sappiamo che la diocesi di Friburgo ha versato fino a centomila franchi alle vittime che hanno promesso di tacere, mentre quelle che denunciano ne ricevono solo ventimila. La verità costa cara». Fra i promotori della Cecar c’è il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo Charles Morerod, lo stesso che nella sua diocesi ha istituito un gruppo di riflessione sull’eventuale rimozione dei mosaici di Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi su diverse donne, come abbiamo scritto su Domani (https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/marko-rupnik-gesuita-gesuiti-chiesa-cattolica-papa-ginevra-losanna-friburgo-cw2e7kv8).

    Il nome di Morerod compare anche fra i sei vescovi denunciati dall’ex vicario generale di Losanna Nicolas Betticher, oggi parroco a Berna, al nunzio apostolico in Svizzera Martin Krebs. Secondo quanto scrive a maggio 2023 don Betticher nella sua lettera all’ambasciatore del papa, il vescovo Morerod sarebbe venuto a conoscenza di un caso di abuso nel 2011 e non avrebbe fatto nulla; anzi, avrebbe provveduto a promuovere il sacerdote colpevole, salvo poi sospenderlo nel 2020 quando la faccenda era ormai diventata di dominio pubblico. Per molti, la lettera di accusa di Betticher, resa nota dal giornale svizzero SonntagsBlick lo scorso 10 settembre, non è che una vendetta personale per non essere stato eletto vescovo al posto di Morerod. «Io e altre tre o quattro vittime abbiamo denunciato il fatto che Betticher ci ha maltrattato», sottolinea Nuoffer, e anche Falcioni conferma che gli appelli delle vittime a Betticher quando era vicario restavano lettera morta.

    Una questione non chiara, che ha portato il Dicastero dei vescovi ad affidare al vescovo di Coira Joseph Bonnemain un’indagine previa canonica sulle presunte coperture di abusi, che dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Le direttive della Conferenza dei vescovi svizzeri infatti sono precise e – a differenza di quanto succede in Italia – impongono ai responsabili della Chiesa di denunciare al pubblico ministero i sospetti di reati sessuali contro i minori. Inoltre, una legge ecclesiastica del 2019 «obbliga a segnalare immediatamente qualunque sospetto di occultamento al vescovo competente, il quale ha a sua volta l’obbligo di informarne subito l’autorità vaticana competente. Inoltre, questa legge stabilisce che impedire o influenzare le indagini o i procedimenti giudiziari sia ecclesiastici che statali è un crimine che deve essere denunciato e – a seconda del risultato del procedimento penale ecclesiastico – anche sanzionato». Su questo punto è netto il vescovo Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano: «il nostro dovere, come vescovi, è innanzitutto di accogliere e ascoltare le vittime che vogliono parlarci e di prevenire altri abusi. Appena veniamo a conoscenza di un reato dobbiamo sempre denunciare alla giustizia civile, anche se la vittima non è d’accordo, per prevenire altri possibili abusi. Noi possiamo poi prendere le misure interne alla Chiesa, che riguardano le conseguenze per la vita del sacerdote in quanto sacerdote, ma non siamo titolati per fare un’indagine penale, che spetta alla magistratura. La legge civile vale per tutti, non ci sostituiamo mai allo Stato».

    Monsignor de Raemy giudica con favore lo studio-pilota di Zurigo: «questo report l’abbiamo voluto, commissionato e finanziato proprio per mettere le persone vittime al centro e per capire dove abbiamo sbagliato e cosa possiamo fare per correggerci, perché ogni abuso, di qualsiasi tipo, è in totale contraddizione con il Vangelo». La situazione della diocesi di cui monsignor De Raemy è amministratore è la più controversa: infatti è proprio a Lugano che i ricercatori zurighesi hanno avuto le difficoltà maggiori nel ricostruire i casi di abuso, a causa della distruzione di interi archivi segreti, contenenti i “casi riservati”. Nel 1995, secondo quanto riporta una lettera dell’allora vicario generale al nunzio apostolico, il vescovo Eugenio Corecco ha dato l’ordine a un sacerdote di bruciare il contenuto dei suoi cassetti: il sacerdote in questione, contattato dal gruppo di ricerca, ha però negato di aver distrutto la corrispondenza sui casi di abuso sessuale. «Una dichiarazione – spiega Vanessa Bignasca – che rende impossibile capire che cosa ci fosse davvero in quei cassetti». Quattro anni dopo, un altro prete, già cancelliere diocesano, ha eliminato in dieci mesi ben cento anni di carte riservate: «un impegno che ho svolto con il criterio evangelico della ‘misericordia’ – scrive in una nota alla diocesi – togliendo tutti quei documenti che gettassero anche un’ombra sugli interessati». Il diritto canonico, infatti, consente che gli atti riguardanti «le cause criminali in materia di costumi», come gli abusi sessuali sui minori, possano essere distrutte «se i rei sono morti oppure se tali cause si sono concluse da un decennio con una sentenza di condanna» (art 489.2). Una norma che certo non agevola la trasparenza. «Di questi documenti si dovrebbe comunque conservare un breve sommario con il testo della sentenza definitiva, disposizione che nella diocesi di Lugano non è stata osservata», sottolinea Bignasca.

    Le gravi lacune trovate negli archivi ecclesiastici ticinesi si sommano alla mancanza di un’associazione di sostegno alle vittime di lingua italiana, come invece accade nella Svizzera francese e tedesca, e restituiscono l’immagine di una comunità in cui ancora oggi vige il silenzio sulla pedofilia dei preti. Non stupisce quindi che la Commissione diocesana di esperti sugli abusi sessuali in ambito ecclesiale sia stata contattata in sette anni soltanto da quattro persone, un dato – sottolinea il report –  verosimilmente non dovuto al fatto che in Ticino si sono verificati pochi casi, ma che «evidenza piuttosto una forte riluttanza da parte delle persone offese a denunciare i casi di abuso alla Commissione ticinese».

    La posizione geografia e la storia recente del Ticino (fino al 1884 le parrocchie dipendevano dalle diocesi di Milano e Como) lo rendono per molti versi più vicino alla consuetudine omertosa dell’Italia che ai tentativi di chiarezza portati avanti negli altri cantoni. La frontiera fra i due paesi poi, è blindata per i migranti ma è quanto mai porosa quando si tratta di sacerdoti con un passato poco presentabile, come testimonia la storia di don Italo Casiraghi. Ex parroco di Gordola, vicino a Locarno, viene arrestato dalla polizia nel 2004 con l’accusa di «atti sessuali con fanciulli e molestie sessuali» e condannato l’anno seguente a sei mesi con la condizionale, ma nel 2012 viene ritrovato dal presidente della Rete l’Abuso Francesco Zanardi mentre dice messa a Pietra Ligure, in provincia di Savona. Il trasferimento da una parrocchia all’altra dei preti pedofili, pratica usata abitualmente dai vescovi per far sparire temporaneamente i sacerdoti con denunce (ma anche con condanne penali) non ha evidentemente confini.

    Molto resta ancora da capire per avere un quadro completo della realtà, come sottolineano gli stessi redattori del report. Restano per esempio da indagare l’associazionismo cattolico, i gruppi giovanili, a partire dagli scout, e da approfondire la gestione delle numerose scuole e collegi cattolici. «L’orrore della chiesa è che gli abusatori vengono coperti dai loro superiori. Non c’è mai stato un preside che abbia protetto un insegnante responsabile di reati di questo tipo, mentre nel caso della chiesa cattolica è stata l’istituzione stessa a insabbiare», conclude Falcioni. «I vescovi svizzeri hanno avuto coraggio a chiedere un’indagine indipendente, ma all’interno della chiesa è più che mai necessario un cambiamento radicale».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/vaticano-studio-svizzero-abusi-t5rexl7d

  • Vaticano, con l’Obolo di San Pietro pagati anche gli avvocati per le cause di pedofilia negli Usa

    Vaticano, con l’Obolo di San Pietro pagati anche gli avvocati per le cause di pedofilia negli Usa

    Città del Vaticano – Nel processo in corso in Vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, un cardinale per la prima volta testimoniera’ in aula sul capo d’accusa a carico di un altro cardinale. Inoltre è affiorato che i soldi dell’Obolo di San Pietro sono stati impiegati, in passato, anche per pagare parcelle milionarie agli avvocati che difendevano la Chiesa per cause di pedofilia negli Stati Uniti.

    In pratica i denari che dovevano essere impiegati per la carità, frutto della raccolta dei fedeli di tutto il mondo, servivano per saldare le fatture dell’avvocato americano Jeffrey Lena, che ha assistito la Santa Sede per difendere vescovi e preti pedofili, contro le vittime che chiedevano giustizia.

    Alla domanda se una fattura pagata con l’Obolo potesse ammontare «a un milione e mezzo», il funzionario vaticano oggi nel tribuale del Papa ha ammesso che si trattava di «una cifra plausibile». Naturalmente sempre tutto autorizzato dal Papa.

    SUBORNAZIONE

    Il vescovo di Como, neo cardinale Oscar Cantoni, ha dato infatti la sua disponibilita’ in merito alla deposizione sulla presunta “subornazione di testimone” di cui deve rispondere il cardinale Angelo Becciu ai danni di monsignor Alberto Perlasca, ex capo dell’Ufficio Amministrativo, fra i testimoni-chiave del processo. Cantoni sara’ sentito nell’udienza del primo dicembre prossimo, alle ore 15.00, ha riferito oggi il presidente del Tribunale, Giuseppe Pignatone.

    Secondo l’accusa, durante la fase istruttoria del processo, il cardinale Angelo Becciu avrebbe cercato di far ritrattare a monsignor Perlasca le deposizioni accusatorie chiamando in aiuto il superiore gerarchico diocesano, appunto il vescovo di Como Oscar Cantoni.

    Perlasca è una figura chiave di tutta la vicenda e si è costituito parte civile nel processo, giunto alla 33esima. Sulla subornazione di testimone Becciu, in una udienza precedente, quella del 19 maggio, aveva respinto l’accusa: «Dai giornali leggevo che Perlasca faceva dichiarazioni sul mio conto e ci soffrivo. E’ un sacerdote che avevo aiutato nei suoi momenti difficili, e che dicesse certe cose mi faceva male. Sapevo del vescovo Cantoni (all’epoca non era ancora stato fatto cardinale nrd) che era a Roma e gli feci sapere che era mio desiderio parlargli. Conoscevo Cantoni, sapevo che era stato consigliere spirituale di Perlasca, mi e’ sembrato la persona piu’ adatta. Non ho insinuato niente se non che aiutasse Perlasca a ritrovare una sua serenita’. Non sapevo di preciso quello che dicesse, ma leggevo sui giornali». In quella udienza il presidente Giuseppe Pignatone chiese a Becciu: «Ha chiesto a monsignor Cantoni di far cambiare a Perlasca la sua posizione processuale?». E l’imputato aveva risposto di no.

    https://www.ilgazzettino.it/italia/primopiano/obolo_san_pietro_preti_pedofili_usa-7016484.html

  • Vaticano, documenti top secret sollevano dubbi sulla porpora del neo cardinale di Como, diede protezione a un prete pedofilo

    Vaticano, documenti top secret sollevano dubbi sulla porpora del neo cardinale di Como, diede protezione a un prete pedofilo

    di Franca Giansoldati – Città del Vaticano – Sul web sta girando un imbarazzante documento top secret, fatto uscire dalla Congregazione della Fede, in cui emerge la tendenza di alcuni vescovi a dare copertura ai preti pedofili e cercare di proteggerli per evitare loro la pena massima canonica, la riduzione dallo stato clericale. A rendere ancora più scottante la faccenda è che questi fogli pubblicati interamente su un sito para-vaticano (www.silerenonpossum.it) hanno come protagonista il vescovo di Como, Oscar Cantoni che Papa Francesco ha appena elevato al rango di cardinale all’ultimo concistoro. Mentre in Belgio il vescovo salesiano Van Looy, inserito in un primo momento nella lista dei futuri cardinali, ha dovuto rinunciare alla porpora perchè si è scoperto che in passato aveva insabbiato casi di abusi, per il vescovo di Como la cerimonia di cardinalizia è filata via liscia come l’olio, nonostante la documentazione giacente negli archivi off-limit della Congregazione della Fede.

    Alcuni anni prima il tribunale interno si era dovuto occupare del caso scabroso di un prete lombardo, Mauro Inzoli condannato nel 2016 dal tribunale civile di Cremona a 4 anni e 9 mesi per violenze commesse su cinque ragazzini (il più piccolo aveva 12 anni e il più grande 16). Sentenza poi confermata anche in Cassazione. In Vaticano, si aprì parallelo il processo canonico, e il vescovo Cantoni veniva interpellato perchè si trattava di uno dei preti della sua diocesi e di cui era il diretto responsabile. Nell’istruttoria vaticana furono raccolte denunce per 11 minori maschi e due ragazzine.

    Inzoli davanti al tribunale vaticano ha ammesso i delitti ma Cantoni pochi mesi dopo firmava un decreto che pur condannando Inzoli, si limitava ad una pena di soli 5 anni, invocando presso i suoi fedeli uno spirito ecclesiale per «accompagnare maternamente i suoi figli anche quando sbagliano, piuttosto che far prevalere giudizi di condanna». Di dimissioni dallo stato clericale nemmeno l’ombra.

    Una posizione che la Congregazione della Fede ritenne insufficente tanto da chiedere al vescovo di riformulare il decreto inserendo la dimissione dallo stato clericale. Cosa che Cantoni fece ma don Mauro Inzoli fece appello anche se il tribunale interno del riesame (alla Congregazione) rigettò la richiesta a larghissima maggioranza. A questo punto, dietro le quinte, don Inzoli e Cantoni andarono a perorare la causa direttamente a Papa Francesco che avocò a sé l’incartamento stabilendo che quel prete «in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo» aveva solo l’obbligo di seguire «una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» escludendo però la pena più grave. Don Inzoli sarebbe rimasto prete.

    Così nel giugno 2014 il Papa dava mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di emettere un decreto con il quale di fatto “salvava” don Inzoli e gli imponeva solo pene temporali. Purtroppo questa decisione in futuro si rivelò un disastro perchè produsse altro male. A causa del provvedimento concesso da Papa Francesco Inzoli potè continuare ad abusare di alcuni minori, come successivamente arrivò alla Congregazione della Fede.

    E’ sarà solo a questo punto che Papa Francesco è costretto ad intervenire nuovamente per dimettere finalmente dallo stato clericale don Inzoli. La sequenza dei fatti, certificata all’interno di un dossier di documenti alto così, non ha impedito al pontefice a dare la berretta cardinalizia a Oscar Cantoni, un vescovo intevenuto per proteggere inizialmente un abusatore assai chiacchierato, chiamato anche ‘don Mercedes’ per la passione per le auto di lusso e per anni direttore del Banco Alimentare.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_cardinale_como_abusi_papa_francesco_concistoro_don_mauro_inzoli-6909794.html?refresh_ce

  • Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    di Giorgio Gandola – Colpa del superlavoro, del navigatore rotto e del River Plate. Sono i tre motivi che l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha elencato davanti al collega Oscar Cantoni per motivare la nomina di quest’ultimo a cardinale e l’ennesima beffa subita.

    Una scena spiacevole avvenuta nel duomo di Como davanti a 500 fedeli in raccoglimento per la cerimonia più solenne: la concessione ufficiale della porpora all’amato vescovo della città. Molti hanno commentato il discorso delpiniano come una “scherzosa protesta”, una “divagazione ricamata sul filo dell’ironia”; in realtà si è trattato di uno sberleffo pubblico che in 400 anni mai era risuonato nella cattedrale intitolata a Santa Maria Assunta.

    Un accadimento che a Como nessuno dimenticherà, un affronto soprattutto a Papa Francesco che ha nominato Cantoni e non Delpini, perché “nemmeno la Trinità conosce cosa pensi un gesuita”. Il giorno dopo il siluro coram populo è permeato  di un silenzio assordante: il neocardinale è molto amareggiato ma, come si rileva nel vescovado lariano, “non ha nessuna intenzione di scendere in polemica e rovinare un momento così speciale per l’intera comunità comasca e valtellinese”. In Vaticano, dove tutti hanno visto il video e letto i report, lo scandalo dell’augurio al confratello trasformato in stand up comica è soffocato in nome della fratellanza della tonaca. Ma nelle sacre stanze c’è chi se l’è legata al dito. Una scena con accenti da Maurizio Crozza, i vescovi che gli facevano ala si sono esibiti in risate di approvazione che hanno aggiunto imbarazzo a imbarazzo. Il solo cardinal Francesco Coccopalmerio è rimasto pietrificato da ciò che stava ascoltando.

    Le tre ragioni elencate dall’arcivescovo di Milano per giustificare la scelta e legittimare il sorpasso sarebbero state: “Il Papa pensa che l’arcivescovo di Milano sia troppo occupato e ha voluto dare un po’ di lavoro anche al vescovo di Como”, “Il Papa pensa che il metropolita bauscia di Milano non sappia nemmeno dove sia Roma e sarebbe meglio non coinvolgerlo nel governo della Chiesa universale”, “Il Papa è tifoso del River Plate (in realtà del San Lorenzo de Almagro, tessera numero 88.235, ndr) che è una squadra che non vince e per affinità ha scelto Como, una città che non ha una squadra di calcio vincente perché lo scudetto è a Milano”. Tutto questo a un metro dal raggelato neocardinale Cantoni. Come ridurre tutto a una macchietta. Chissà perché torna alla mente la frase di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza: “Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”.

    Delpini ha deciso di accendere la miccia, nascondendo la frustrazione dietro il sarcasmo, con una domanda retorica: “Quali sono i motivi che hanno spinto il Papa a imporre la berretta a un vescovo lombardo e non al suo rispettivo metropolita?”. Si è risposto da solo: superlavoro, navigatore rotto e football. Ma questo è folclore, ovviamente.

    Fra le cause del declassamento ce n’è una inconfessabile, che il nostro giornale ha raccontato dall’inizio alla fine: le responsabilità oggettive dell’Arcidiocesi nella gestione del caso di pedofilia sacerdotale che ha visto protagonista don Mauro Galli, condannato in secondo grado a cinque anni e sei mesi per abusi sessuali su un adolescente a Rozzano. La Cassazione ha rimandato il processo in Appello per un vizio di forma e c’è il rischio concreto che la sentenza venga congelata dalla prescrizione.

    Al tempo dei fatti (dicembre 2011) Delpini era vicario episcopale e invece di proporre l’apertura dell’ “indagine previa” (l’inchiesta prevista dal diritto canonico per accertare i fatti) decise semplicemente di trasferire il sacerdote a Legnano, sempre in unità parrocchiali con oratori, quindi a contatto con potenziali giovani vittime. Un atteggiamento che il Papa avrebbe in seguito condannato nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, allargando l’imputabilità anche ai vescovi e agli altri prelati, cosiddetti omertosi o insabbiatori. Lo stesso Francesco aveva nominato Delpini arcivescovo nel 2017, quando il caso non era ancora arrivato in tribunale a Milano. E quando i pochi giornali che ne parlavano (noi in prima fila) venivamo additati dalle alte sfere della comunicazione ecclesiastica come dei “divulgatori di fake news”.

    Ecco perché la vicenda comasca non è fine a se stessa ma ci riporta nella terra di mezzo di peccati e peccatori. È difficile che le scelte del Papa non tengano conto del pregresso. L’arcivescovo metropolita lo sa e forse si sente al capolinea. Ma stando a Milano può sempre rivincere lo scudetto.

    (trascrizione da La Verità del giorno 3 settembre 2022)

  • IL CARDINALE CANTONI VOLEVA “SALVARE” IL PEDOFILO INZOLI

    IL CARDINALE CANTONI VOLEVA “SALVARE” IL PEDOFILO INZOLI

    Mentre in Belgio il vescovo salesiano Van Looy ha rinunciato alla nomina cardinalizia, consapevole che sarebbe scoppiato un caso che avrebbe creato non pochi grattacapi al Papa, in Italia Oscar Cantoni è stato celebrato da tutta la stampa locale e nazionale come unico cardinale elettore italiano di questo concistoro. Basta scorrere le pagine dei giornali lombardi per vedere quanto incenso è stato speso per un uomo che, parafrasando il vescovo Delpini, non si è ancora capito per quale motivo sia stato elevato alla dignità cardinalizia. Una risposta pare esserci e assomiglia molto alla vicenda Zanchetta.

    Le medesime “colpe” che potevano essere contestate a Van Looy sono le medesime che troviamo nello scarno curriculum di Oscar Cantoni. Non solo il vescovo di Como ha ordinato sacerdote, don Martinelli, giovane che era conosciuto in tutto lo Stato della Città del Vaticano per i suoi modi ben poco amabili e con pesanti accuse di molestie su un confratello, ma, nella vicenda che vede protagonista don Mauro Inzoli, Cantoni voleva salvarlo dandogli solo 5 anni di “pena medicinale”.

    La vicenda Inzoli

    Il 29 giugno 2016, don Mauro Inzoli, per quindici anni presidente del Banco Alimentare, veniva condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque minorenni. Il più piccolo aveva 12 anni e il più grande 16. In ambito canonico il procedimento nei confronti del sacerdote era partito da un bel pezzo. Ed un ruolo chiave lo ebbe proprio Oscar Cantoni, allora vescovo di Crema, diocesi dove il sacerdote era incardinato.

    La sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero) dice chiaramente “il 21 luglio 2011 questo Dicestero affidò al Vescovo di Crema, quale proprio Delegato, il compito di svolgere un processo penale amministrativo ex can. 1720 CIC nei confronti del chierico”.  A capo della diocesi di Crema c’era proprio Oscar Cantoni, il quale ricevette le denunce nei confronti di don Mauro Inzoli già nel 2010.

    Il Cardinale Muller continua: “nell’istruttoria furono raccolte le denunce di 11 minori maschi, due minori femmine ed emersero gli indizi di possibili abusi su altri sette minori”. Stiamo parlando di venti minorenni! 

    Alle contestazioni Inzoli risponde confessando. “Vista la parziale confessione dei fatti addebitati da parte del reo e la sua impossibilità di presentare elementi a proprio discolpa, nonché considerate la gravità e imputabilità dei delitti, che, manifestando una strategia diuturna e costante, per quanto influenzata dalla struttura psicologica della persona, era chiaramente riferibie a dolo, il Vescovo di Crema – dopo essersi consultato con i propri Assessori – ritenne raggiunta la necessaria certezza morale circa il compimento degli abusi”. Quindi, Inzoli confessa e il Vescovo Oscar Cantoni ritiene che gli abusi sono stati perpetrati. 

    Nonostante questo, Cantoni firma un decreto, il 25 agosto 2012, che condanna Inzoli ad una pena di soli 5 anni. Addirittura si rivolgeva ai fedeli di Crema dicendo: la finalità dello “spirito ecclesiale è sempre di accompagnare maternamente i suoi figli, anche quando sbagliano, piuttosto che far prevalere giudizi di condanna”. 

    Sì, le accuse nei confronti del sacerdote furono ritenute da Cantoni provate ma non pensò di dimetterlo dallo stato clericale. Gli impose di vivere fuori dalla diocesi di crema, gli tolse ogni impegno pastorale e gli impose la celebrazione della Santa Messa in privato. Per soli 5 ANNI.

    Per fortuna gli atti del processo, come prevedeva il Motu Proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela, dovevano essere trasmessi alla Congregazione per la Dottrina della Fede per ottenere conferma del decreto. Il 09 novembre 2012 (regnante il Sommo Pontefice Benedetto XVI) la Congregazione si rivolge al vescovo Oscar Cantoni e dice: “considerata la gravità, la diuturnità e la continuità degli abusi perpetrati” devi riformulare il decreto imponendo la pena della dimissione dallo stato clericale e non le pene temporali che hai dato. 

    Il Cardinale Gerhard Ludwig Müller e il suo Dicastero, sostanzialmente dicevano a Cantoni: se è provato il delitto, se ha confessato, se ha anche reiterato il tutto, per quale assurdo motivo bisognerebbe essere clementi? La domanda quindi è: perchè Cantoni voleva salvare don Mauro Inzoli nonostante avesse la certezza che aveva abusato di minori? 

    Solo dopo che la Congregazione glielo impose, Cantoni emise il decreto di dimissione allo stato laicale di don Mauro Inzoli. Il sacerdote, il 30 gennaio 2013, fece ricorso alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede e i Membri, il 29 maggio 2013, lo rigettarono con 14 voti a favore, 1 astenuto e 1 contrario.

    La richiesta al Papa

    Inzoli non si scoraggiò e grazie anche al suo vescovo, riuscì ad arrivare al Papa. Francesco, eletto da pochissimo, decise di fregarsene altamente di ciò che decise la Congregazione e avocò a sè la causa. Non solo, addirittura decise di concedere ad Inzoli il perdono, proprio come voleva Cantoni, e “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo”, invitava Mons. Inzoli “a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza”. Pertanto, il Pontefice non imponeva la pena più grave ad un prete pedofilo ma, addirittura, lo salvò “dalle grinfie” della Congregazione per la Dottrina della Fede. 

    L’ex Sant’Uffizio rimase sconvolto. Con tutto ciò che stava emergendo in merito agli abusi sessuali commessi dai presbiteri, il Papa appena eletto graziava un sacerdote che aveva abusato una ventina di bambini? “Rimanemmo sbalorditi quando ci arrivò la richiesta, da parte del Papa, di emettere il decreto 665/2010. Evidentemente qualcuno ebbe accesso privilegiato a Santa Marta” riferisce a Silere non possum uno dei quattordici votanti della Congregazione.

    «Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro», diceva così Francesco alla Pontificia Commissione per la Tutela dei minori nel 2017. Eppure il 06 giugno 2014 il Papa dava mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di emettere un decreto con il quale salvava don Inzoli e gli imponeva solo delle pene temporali proprio come gli chiese il Vescovo Oscar Cantoni, oggi promosso cardinale di Santa Romana Chiesa. 

    Quella firma Francesco l’ha messa eccome. Già nel 2014 il Papa si affidava al giudizio degli amici e non di chi, con competenza, tentava di mettere fine agli abusi sui minori commessi da un uomo potente.

    Costretto a tornare sui suoi passi

    A Francesco era stato detto che Mons. Inzoli aveva la passione per il lusso, il suo soprannome era “don Mercedes”, ma decise comunque di salvare quel prete che aveva sulla coscienza la vita di numerosi giovani di cui aveva abusato rovinando la loro vita per sempre. Il giudice italiano scriveva che Inzoli abusava dei minori “approfittando con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso così confondendo ulteriormente i giovani”. 

    Solo dopo che il vescovo Oscar Cantoni uscì di scena, vennero raccolte ulteriori testimonianze ed emerse che Inzoli aveva reiterato gli abusi nonostante le pene che gli erano state comminate (come ha riferito lo stesso Pontefice alla Pontificia commissione per la tutela dei minori nel 2017). Sostanzialmente, proprio grazie ai provvedimenti che Francesco gli concesse, Mons. Inzoli potè continuare ad abusare di alcuni minori. Il nuovo vescovo di Crema, Daniele Gianotti, raccolse le testimonianze e le inviò a Roma. A quel punto il Papa non potè far altro che dimettere dallo stato clericale Mons. Inzoli. Ma sulla coscienza il Papa ha la vita di quei giovani che fra il 2014 e il 2017 si ritrovarono ancora Inzoli fra le coperte.

    Per gli amici non ci son santi in paradiso

    In Cassazione don Mauro Inzoli è stato condannato a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione. In Italia il processo si era ridotto a contestare gli abusi su cinque ragazzi, per via della prescrizione: il più piccolo di 12 anni, il più grande di 16, il tutto avvenuto fra il 2004 e il 2008.

    Nonostante questo episodio, il quale si aggiunge alla vicenda del Preseminario San Pio X, dove Cantoni ha dimostrato completa incompetenza, Francesco ha elevato il vescovo di Como alla dignità cardinalizia. Ancora una volta il Pontefice dimostra che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

    M.P.