Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Arrestato don Nestor Monzon, avrebbe violentato due bimbi di tre anni e contaminato con malattia venerea

    Arrestato don Nestor Monzon, avrebbe violentato due bimbi di tre anni e contaminato con malattia venerea

    Un sacerdote, don Nestor Monzon è stato arrestato a Santa Fe con l’accusa di violenza carnale su una bimba di 3 anni. La famiglia della bambina di tre anni ha accusato don Nestor Monzon (47 anni) di aver abusato di lei e la cugina di 4 anni. Don Nestor Monzon è il responsabile di una parrocchia nella città di Santa Fe Reconquista, è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di aver molestato sessualmente una bambina di tre anni ed il cuginetto della stessa età. La notizia dell’abuso sui due bimbi e dell’arresto del #prete è stata confermata dal Ministero della pubblica accusa (MPA), in provincia di Santa Fe.

    Don Nestor Monzon è stato tratto in arresto dalla #polizia presso la sede della parrocchia Maria Madre di Dio. L’indagine è condotta dal procuratore Ruben Martinez. Il sacerdote orco è stato messo in cella di isolamento per evitare il pestaggio da parte degli altri detenuti.  Il procuratore Martinez ha specificato nei capi d’accusa e nell’ordinanza d’arresto per don Nestor Monzon “reati contro l’integrità sessuale presumibilmente commessi dal sacerdote a scapito di un bambino di tre anni e suo cugino della stessa età “.

    “La denuncia è stata fatta dalla madre della bimba nel centro di orientamento per le vittime di violenza domestica e sessuale Unità regionale della violenza della polizia provinciale” spiega il procuratore Martinez.

    Ha aggiunto che “le analisi mediche hanno riscontrato la parziale rottura dell’imene della bambina. Le analisi mediche sono state fatte alla presenza di professionisti psicologi infantili, per non traumatizzare ulteriormente le piccole vittime. Oltre alla parziare rottura dell’imene, la piccola è risultata infettata da Papillomavirus Umano (HPV), una malattia a trasmissione sessuale. ”

    Per quanto riguarda gli abusi sul #bambino di tre anni, cuginetto della bimba, Martinez ha detto che “il piccolo sta attualmente incontrando una psicologa data la particolarità del trauma derivato da un abuso sessuale“.

    Nel frattempo, Leandro Mai, il Sottosegretario della sezione penale dell’Ufficio regionale 4, ha detto che “in questa indagine, come in tutte quelle in cui i diritti di #bambini e adolescenti sono stati violati, sarà compito delle sezioni predisposte e dei medici psicologi stabilire i dettagli dei reati commessi da don Nestor Monzon“.

    “Questa indagine pone particolare attenzione a garantire l’interesse superiore dei minori vittime, cercando di ridurre al minimo gli effetti di vittimizzazione che il procedimento penale pone ad un minore“, ha detto Mai.

    I superiori del #prete #pedofilo fanno sapere che don Nestor Monzon è stato arrestato nella sua parrocchia e portato via con le manette ai polsi e che i parenti dei bambini vittime del presunto abuso sessuale hanno tentato di aggredire il sacerdote mentre la #polizia lo stava portando alla macchina per essere trasferito in carcere.

    Don Nestor Monzon è parroco di Reconquista Ovest da settembre del 2015 e in precedenza ha lavorato a contatto con gli adolescenti nei corsi di pre-seminario Lancieri quartiere Salsa. Secondo la denuncia, il#sacerdote ha violentato sessualmente i bambini presso la sua residenza nella parrocchia Maria Madre di Dio, in Freyre 1800.

    Prima del suo arresto, don Nestor Monzon è stato intervistato dalla stampa locale circa la denuncia e non si è dichiarato colpevole, mentre si è rammaricato che la famiglia denunciante “abbia esposto i bambini ad uno stress per qualcosa che non è vero“.

  • Fano, in attesa di giudizio il prete pedofilo: inviato a Perugia

    Fano, in attesa di giudizio il prete pedofilo: inviato a Perugia

    E’ pensantemente accusato di pedofilia Don Giacomo Ruggeri – 44 anni – ed è stato trasferito a Perugia dove lavora direttamente nella biblioteca della diocesi. Un luogo di fatto destinato ad essere a contatto con il pubblico anche se questa situazione varia a secondo delle mansioni e non si conoscono quelle del parroco. Don Ruggeri è stato filmato, seguito e arrestato da agenti in borghese dopo che aveva fatto del sesso sulla spiaggia di Torrette con una minorenne di 13 anni della sua parrocchia.

    Dal dicembre scorso è stato rimesso in liberà ed è in servizio al Vescovado di Perugia. E tutto questo quando il Pm intorno al 20 aprile deciderà di chiudere le indagini e molto probabilmente chiedere il rinvio a giudizio. Molte le polemiche in questi giorni arrivano anche dalle Marche, sponda Fano, dato che il prete dopo essere stato sospeso dalla Curia di Fano e stato riportato in servizio in quella perugina.

    Don Ruggeri era stato denunciato dal bagnino testimone delle effusioni con la minore, una delle parrocchiane del sacerdote ad Orciano. Il 2 agosto scorso la tredicenne era stata ascoltata con la formula dell’incidente probatorio e l’assistenza di una psicologa. Una testimonianza secretata, nella quale la vittima avrebbe descritto un rapporto privilegiato con il sacerdote. “Non so cosa mi sia successo”: ha sempre detto agli inquirenti l’ indagato, che all’epoca dei fatti era anche direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali e della web tv della Diocesi, oltre che assistente regionale delle Scolte Scout. E adesso sta da noi.

    http://www.perugiatoday.it/cronaca/prete-sesso-spiaggia-minori-don-ruggeri.html

     
  • Pedofilia, la svolta dei vescovi francesi: ora la denuncia è immediata

    Pedofilia, la svolta dei vescovi francesi: ora la denuncia è immediata

    Città del Vaticano – I panni sporchi i vescovi francesi non li lavano più in casa. Sembrano lontani anni luce i tempi in cui un cardinale di curia, Castrillon Hoyos, invocando il segreto della confessione, scriveva a un vescovo francese per complimentarsi con lui per non avere denunciato all’autorità civile un prete pedofilo (“lei ha agito bene e mi felicito di avere un confratello nell’episcopato che, agli occhi della storia, avrà preferito la prigione piuttosto che denunciare un suo figlio-prete”).
    Il cambiamento di rotta è maturato in questi mesi sotto la spinta dell’opinione pubblica, dei nuovi orientamenti vaticani e delle polemiche violentissime che hanno squassato la Chiesa d’Oltralpe per il coinvolgimento del cardinale Barbarin, accusato di essere stato palesemente omertoso nei confronti di un prete orco. Alla nuova linea trasparente – i panni sporchi non si lavano più in casa – si è adeguato il vescovo d’Orleans, monsignor Jacques Blanquart che ha convocato una conferenza stampa, facendo sapere ai giornalisti di essersi mosso con urgenza davanti ad un caso di abuso, denunciando immediatamente il parroco responsabile dei reati e ritirandolo dalla vita ecclesiale.
    Un caso, anche questo, che era noto. I vescovi che lo avevano preceduto si erano limitati a non lasciarlo più a contatto con i minori. “Il prete è accusato di otto o nove casi di molestie sui minori in una decina d’anni”. Le parole di Blanquart sono state riportate con grande enfasi sulla stampa francese. “Sono stato contattato nel 2013 da una vittima, ho fatto le verifiche e ho appurato che erano vere”. E’ chiaro, ha riconosciuto, “che avremmo dovuto accelerare questi interventi”. La diocesi d’Orleans proprio per aiutare eventuali altre vittime ad uscire allo scoperto, ha istituito un ufficio preposto all’ascolto, composto da psicologi e altri medici, in grado di accompagnare e sostenere eventuali altre vittime. In Italia, contrariamente alla Francia, prevale ancora il principio che di fronte a eventuali casi di preti pedofili è bene non creare troppo scandalo tra i fedeli. I panni in Italia si lavano ancora in casa. Persino le statistiche su quanti sono i preti pedofili finora arrestati o ridotti allo stato laicale dai tribunali vaticani mancano. Così come sono carenti le statistiche: quanti sono gli orchi, chi sono, da dove vengono, e soprattutto se potevano essere fermati prima.
    Le risposte che sono state fornite in questi anni ai giornalisti sono sempre state vaghe: “circa un centinaio, nell’arco di decenni”. E’ chiaro che sul tema della pedofilia il Vaticano e la Cei forse non parlano la stessa lingua. L’organismo che ha istituito Papa Francesco, presieduto dal cardinale Omalley, il cappuccino che ha rimesso in piedi la diocesi di Boston dopo la debacle sugli abusi degli anni Novanta, ha raccomandato l’obbligo di denuncia alle autorità civili. O’Malley si è raccomandato: “abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società”. Su questo punto si registra la divergenza.

    http://www.online-news.it/2016/04/19/pedofilia-la-svolta-dei-vescovi-francesi-ora-la-denuncia-e-immediata/#.Vxb_BjCLTIV

  • Caso don Zappella, arresti e fughe di preti dall’Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO

    Caso don Zappella, arresti e fughe di preti dall’Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO

    Un vero e proprio effetto domino quello che si è creato in Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO avviate nel settembre scorso. Al centro dello scandalo sopratutto la diocesi di Melo nella quale anche il sacerdote don Francesco Zappella, già condannato in Italia nel 1992 per abusi su due minori,  ha prestato per anni servizio nelle vesti di “missionario”.

    che nella prima puntata ringrazia pubblicamente la Rete L’ABUSO per l’ottimo lavoro di indagine, da mercoledì 13 aprile ha dedicato uno spazio settimanale di approfondimento della durata di 2 ore nel programma “SANTO Y SEÑA”, partendo proprio dal caso di don Zappella (che proponiamo a fine articolo) che nella cittadina di Trenta y Tre ha suscitato non poco clamore e che non pochi problemi sta creando anche alla diocesi di Melo e alla Conferenza Episcopale uruguagia.

    L’Uruguay era uno dei pochi paesi usciti indenni dai precedenti scandali mondiali, oggi però costretto ad aprire gli occhi su una triste realtà, quella dei preti pedofili.

    Dopo le denunce della Rete L’ABUSO che oltre all’italiano Zappella hanno coinvolto altri sacerdoti, uno di questi inizialmente sospeso dalla chiesa e arrestato dalla polizia locale pochi giorni fa, la Conferenza Episcopale dell’Uruguay è stata costretta a prendere immediati provvedimenti che però hanno provocato pesanti critiche e a quanto pare anche l’indignazione della comunità cattolica uruguagia.

    Nelle linee guida della C.E.U. “il protocollo sulle denunce contro clerici per abuso sessuale su minori approvato nel 2003 dai vescovi chiarisce che è compito del vescovo incaricato di indagare su un caso segnalato, anche se si tratta di una diceria o di un pettegolezzo consistente”. Cosa che la diocesi non avrebbe fatto malgrado le ripetute segnalazioni. Una “Dimenticanza” che non è sfuggita ai cattolici e alla stampa.

    Nel caso specifico del missionario ligure don Francesco Zappella , la magistratura uruguagia ha aperto un’indagine e lo scorso 30 marzo ha iniziato le udienze convocando le prime presunte vittime, vorrebbero anche sentire la versione del sacerdote italiano.

    Da quanto apprendiamo dal nostro legale in Uruguay, il nostro assistito Luis Mario Acuna, che nello scorso settembre eravamo riusciti grazie alle molte donazioni dei sostenitori a portare in Italia per essere sentito dal Sostituto Procuratore di Savona Giovanni Battista Ferro, al momento non è necessaria per lui alcuna tutela legale malgrado gli siano stati sequestrati i documenti.

    La magistratura uruguagia infatti contesta al nostro assistito il possesso di documenti di identità uruguagi falsi. Presumono siano stati fatti fare dal missionario italiano che all’epoca era tutore legale di Luis Mario. Nel racconto del nostro assistito emerge infatti che all’età di 17 anni tentò il suicidio e che don Zappella, per timore che il giovane crollasse psicologicamente e raccontasse tutto, lo fece venire in Italia .

    L’anomalia di quei documenti è che il giovane risulterebbe avere un’età maggiore di quella che il nostro assistito effettivamente ha, le autorità ipotizzano che questa variazione sia stata fatta per permettere al giovane, all’epoca minorenne, di affrontare un viaggio aereo oltre oceano, viaggio che in caso contrario avrebbe potuto affrontare solo se accompagnato. Di questa ipotesi si trova ampio riscontro anche nelle dichiarazioni fatte nel settembre scorso al SECOLO XIX proprio dal missionario Francesco Zappella, il quale non solo calunniava il nostro assistito accusandolo di aver abusato di una minorenne, dichiarando di avere ben 600 testimoni a sostegno della sua accusa, che però non ha mai trovato riscontro , ma in quella occasione dichiarò anche che il giovane aveva “due identità”.

    Si dissociano dal sacerdote italiano anche le autorità uruguagie che in precedenza avevano conferito al missionario la cittadinanza onoraria, oggi revocata da Dardo Sanchez il quale amareggiato si giustifica spiegando che “lo abbiamo nominato cittadino illustre perchè non sapevamo e pensavamo che stesse per morire, per cui abbiamo pensato di ringraziarlo con quella onorificenza”.

    Grazie al coraggio di Luis Mario che in una notevole situazione di difficoltà ha avuto il senso civico e la determinazione di non arrendersi e ai media locali che stanno dedicando da giorni un ampio spazio su questa grave piaga sociale, la redazione di Montecarlo TV e lo stesso Luis Mario ci comunicano che stanno arrivando decine di denunce da presunte vittime in tutto il paese, denunce che hanno costretto la C.E.U. ad istituire un numero al quale le vittime possono rivolgersi.

    Da quanto si apprende dai giornalisti con i quali siamo in contatto risulta che alcuni sacerdoti con “problemi” sono stati addirittura trasferiti all’estero, i più in Argentina.

    L’ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO Onlus ringrazia per la buona riuscita dell’operazione l’Ambasciata Italiana a Montevideo e quella dell’Uruguay a Milano che ci hanno aiutato nella gestione dei rapporti diplomatici. Ringraziamo la nostra interprete Roberta Pietra che in questi mesi si è occupata dei rapporti con le varie istituzioni e con la stampa. Si ringrazia la giornalista Karina Caputi che da 6 mesi circa sta collaborando con noi. Ringraziamo Montecarlo TV e la redazione di  “SANTO Y SEÑA”, in particolare modo nella persona di Alejandro Amaral, che pazientemente ci ha seguiti verificando quanto avevamo a livello informativo. Ringraziamo tutti coloro che in vario modo hanno contribuito alla riuscita di questa civile iniziativa.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO Onlus.

    La puntata riguardante il sacerdote savonese andata in onda mercoledì 13 aprile 2016

    Di seguito la puntata integrale andata in onda mercoledì 13 aprile 2016

    Di seguito la puntata integrale andata in onda mercoledì 20 aprile 2016

  • Pedofilia, tribunale Vaticano condanna don Chiarenza  «Risarcimento da 50mila euro e divieto di dire messa»

    Pedofilia, tribunale Vaticano condanna don Chiarenza «Risarcimento da 50mila euro e divieto di dire messa»

    La Congregazione per la dottrina della fede ha rigettato il ricorso del prete di Acireale contro la sentenza di primo grado. Adesso, se non dovesse rispettare le sanzioni, rischia la dimissione dallo stato clericale. Il commento della vittima Teo Pulvirenti: «Senso di liberazione». A novembre  la magistratura confermò le accuse.

    Don Carlo Chiarenza, il prete di Acireale accusato da Teo Pulvirenti di abusisessuali, è stato condannato in via definitiva. Sul caso dell’ex rettore della basilica di San Sebastiano si è pronunciata la Congregazione per la dottrina della fede che ha rigettato il ricorso presentato dopo la condanna in primo grado. Era l’estate del 2013, quando il Vaticano aveva stabilito che Chiarenza si era reso responsabile di violenza sull’allora adolescente Pulvirenti.

    Un’accusa che il prete aveva sempre rigettato, affermando la propria innocenza e alludendo al fatto che fosse stata la vittima a ricercare affetto in lui. A tale versione, tuttavia, erano stati in pochi a credere. All’indomani della denuncia di Pulvirenti, comprensiva di un audio in cui Chiarenza ammetteva indirettamente gli avvicinamenti risalenti a fine anni Ottanta, il presunto caso di pedofilia aveva attirato l’attenzione dell’associazione La caramella buona, che da allora segue la vicenda e che ha diffuso una nota ufficiale che riprenderebbe, di fatto, una comunicazione che il vescovo di Acireale, AntoninoRaspanti, ha inviato allo stesso Pulvirenti.

    «A Chiarenza – si legge nel comunicato – vengono comminate le seguenti penecanoniche: obbligo di dimorare fuori dalla Metropolia di Catania per tre anni,divieto per tre anni di celebrare messa, divieto perpetuo di confessare e avere contatti ministeriali che possano comportare contatto con i minori». Il prete, inoltre, dovrà risarcire Pulvirenti con la somma di 50mila euro, da pagare in 24 mesi, e coprire le spese processuali (quattromila euro) al Tribunale ecclesiastico. Qualora il sacerdote si rifiutasse di rispettare tali prescrizioni le conseguenze potrebbero portare anche alla «dimissione dallo stato clericale».

    Questo il commento a caldo di Pulvirenti: «Non riesco a crederci. Avverto un incredibile senso di liberazione, finalmente, insieme agli amici della Caramella buona, abbiamo ottenuto non solo giustizia popolare ma anche quella della Chiesa».

    Don Chiarenza a fine 2015 era finito anche in televisione. Intervistato dalla trasmissione di Rete4 La strada dei miracoli, il prelato aveva dichiarato diessere lui la vera vittima, sottolineando una volta di più come l’intera ricostruzione degli abusi fosse scaturita da un’errata lettura degli eventi da parte di Pulvirenti. Interpretazione che non aveva convinto nemmeno lamagistratura, che negli ultimi anni ha indagato sul caso: infatti, nonostante l’inchiesta si fosse conclusa con la richiesta di prescrizione dettata dalla scadenza dei termini utili per andare a processo, i magistrati avevano sottolineato come le accuse a carico di Chiarenza fossero state«circostanziate e verosimili». Dalle indagini, inoltre, era emerso che i casi in cui il prete si sarebbe macchiato di violenza sessuale erano più di uno. Tra i quali, il presunto stupro di una bambina in canonica.

    «Nessuno dorma sonni tranquilli. Gli abusi sui minori sono reati, crimini, gravissimi peccati. Tolleranza zero». Con queste parole don Fortunato Di Notocommenta la condanna di don Chiarenza. Il sacerdote siracusano che da anni si batte contro la pedofilia ammette di essere infastidito quando gli si chiede che cosa si provi a sapere che il colpevole sia un altro prelato. «Combatto la pedofilia e gli abusi da 25 anni, mi dà fastidio che si dica che è un prete come me. Un prete non compie questi atti sui piccoli, sui prediletti del Signore». Sulla prescrizione. «Hanno applicato la legge italiana che prevede la prescrizione, anche se non sembra accettabile».

    http://catania.meridionews.it/articolo/42516/pedofilia-tribunale-vaticano-condanna-don-chiarenza-risarcimento-da-50mila-euro-e-divieto-di-dire-messa/

  • Pedofilia, rigettato il ricorso  di monsignor Chiarenza

    Pedofilia, rigettato il ricorso di monsignor Chiarenza

    La Congregazione per la Dottrina della Fede ha respinto la difesa del sacerdote di Acireale già condannato in primo grado. La sua vittima oggi è ricercatore negli Usa

    La Congregazione per la Dottrina della Fede ha rigettato il ricorso presentato da Monsignor Carlo Chiarenza di Acireale, già condannato in primo grado nel luglio 2013 per abusi sessuali compiuti ai danni di Teo Pulvirenti, assistito dall’associazione antipedofilia «La Caramella Buona Onlus». «Non riesco a crederci – dichiara commosso Teo Pulvirenti da New York, dove lavora come ricercatore – avverto un incredibile senso di liberazione, finalmente, insieme agli amici della “Caramella Buona”, abbiamo ottenuto non solo giustizia popolare ma anche quella della Chiesa».

    La sentenza

    Dichiarato colpevole, a Chiarenza sono state comminate diverse pene canoniche tra le quali l’obbligo di dimora fuori dalla città metropolitana di Catania per tre anni in un luogo concordato tra il Vescovo di Acireale e il Vescovo ospitante, il divieto per tre anni di celebrare in pubblico la Santa Messa, il divieto perpetuo di confessare ed esercitare la direzione spirituale, e di ricevere in futuro incarichi ministeriali che possano comportare contatto con i minori. Oltre a queste misure il prete dovrà risarcire Teodoro Pulvirenti la vittima all’epoca dei fatti, con la somma di 50mila euro nel tempo massimo di 24 mesi dalla data della notifica di questo Decreto.«Qualora Mons. Chiarenza non ottemperasse alle pene suddette – si legge nel dispositivo – gli si impongano altre pene canoniche espiatorie di cui al CIC can 1336, non esclusa, dietro severo ammonimento e de mandatu Congregationis pro Doctrina Fidei, la dimissione dallo stato clericale».

     http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/catania/cronaca/16_aprile_14/acireale-condannato-sacerdote-pedofilia-dovra-risarcire-vittima-027548c2-027a-11e6-b078-9feb14f0aefb.shtml
  • Il patriarca libanese difende il sacerdote pedofilo. E porta le carte a papa Francesco

    Il patriarca libanese difende il sacerdote pedofilo. E porta le carte a papa Francesco

    38502 ROMA-ADISTA. Una «campagna diffamatoria» è in atto contro mons. Mansour Labaki, prete cattolico-maronita libanese di Beirut. Di tanto è convinto il patriarca maronita Béchara el Raïsecondo quanto ha detto rivolgendosi, alla vigilia della Festa di San Giuseppe (18 marzo), a sacerdoti, frati, insegnanti e alunni alla presenza del padre generale dei padri Lazaristi Ziad Haddad. Il sacerdote – fondatore in Francia del “Foyer Notre-Dame – Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani, e in Libano del “Foyer Notre-Dame du Sourire” (ma per il suodensissimo curriculum) – il 23 aprile del 2012 è stato condannato dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi in quanto riconosciuto colpevole dei reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre persone minori d’età all’epoca degli abusi (va detto che è stato denunciato di abusi anche su una ragazza maggiorenne). Varie le pene inflittegli: è stato privato di «tutti gli uffici ecclesiastici», compresi la «facoltà di confessare» e «qualsiasi forma di direzione spirituale»; diffidato dal «celebrare i sacramenti» in pubblico e dal «prendere contatto con i media o con le vittime»; obbligato ad «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo». Le sanzioni sono state confermate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, quando, nel giugno 2013, la CdF ha rigettato il ricorso di Labaki contro il giudizio del Tribunale ecclesiastico parigino. La non osservanza delle pene, puntualizzava inoltre la CdF, avrebbe comportato per il prete la scomunica (v. Adista Notizie n. 34/13).

    Fatti che non contano, secondo il patriarca libanese, tanto da dichiarare agli astanti: «Io personalmente ho avuto tra le mani il fascicolo» e «l’ho presentato a sua santità papa Francesco» (Raï era a Roma il 29 febbraio). Questa la sua versione: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio subìto a Parigi – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche». Il patriarca libanese ha anche affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui».

    Parla una vittima

    Il discorso del patriarca e la ricostruzione che egli fa della vicenda fanno infuriare le vittime. Una di esse, libanese, di cui per ora è bene tacere il nome, ad Adista racconta assai diversamente i fatti riportati da p. Labaki: «Oltre ad aver stuprato ragazze minorenni fuori dal suo foyer fondato in Francia [chiuso nel 1998], Labaki lo ha fatto anche all’interno di questo foyer [in Libano, chiuso nel 2011] che raccoglieva maschi e femmine orfani. Tra questi, c’erano anche alcune ragazze francesi di famiglie benestanti, non orfane, una delle quali è stata stuprata da lui quando aveva 12 anni. Gli animatori della casa erano soprattutto donne e ragazze francesi. Labaki ha avuto relazioni anche con loro e soprattutto con una ragazza (è stata la prima ad aver reso la sua testimonianza non solo perché all’epoca minorenne, ma in quanto abbindolata da lui e dal suo potere diabolico di sottomettere sessualmente le donne) alla quale lui era molto attaccato per le sue capacità direttive e per il sostegno economico dei suoi genitori e dei loro amici (il sacerdote è stato sempre sostenuto dalla crema della società francese). Quando ha aperto la casa a Lourdes, ha chiesto a questa ragazza la direzione; in quel momento, lei ha cominciato a capire che qualcosa non andava in tutta quella faccenda di sesso e ha deciso di denunciarlo; per punizione, Labaki ha voluto toglierle la direzione della casa di Lourdes». «Ma ecco dove sta la grande bugia: Labaki è riuscito a convincere i suoi sostenitori che tutto il processo è una campagna di diffamazione contro di lui per aver tolto ai francesi la direzione della chiesa per affidarla ai libanesi».

    Furto delle mail e conseguenze

    Labaki, dopo la conferma della condanna da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede a non celebrare né confessare in pubblico, non si è certo dato pace e, patrocinato da uno dei più grandi, rinomati e certamente costosi avvocati a livello mondiale (Antoine Akl, che tra l’altro ha ricoperto la carica presidente dell’Unione Internazionale degli Avvocati), nel maggio 2014 ha citato in giudizio (civile) in Libano per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo aveva condannato (uno dei quali è mons. Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana), colpevoli a suo dire di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. La documentazione portata in tribunale era però frutto del furto, avvenuto con l’ausilio di esperti hacker, delle circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, con gli indirizzi praticamente di quasi tutte le persone coinvolte, in Francia, in Libano e ovviamente in Vaticano (v. Adista Notizie n. 19/14).

    Il processo, così viziato da un simile reato iniziale, non poteva approdare che nella irricevibilità della denuncia. Due comunque le conseguenze negative: una piccola per p. Labaki, in quanto è stato sospeso a divinis solo per sei mesi per aver accusato gli avvocati ecclesiastici (inoltre, nel novembre successivo, alla radio libanese ha paragonato i tribunali vaticani a quelli della Corea del Nord); l’altra ben più grave per le persone che hanno sporto denuncia: i loro nomi sono ora noti al sacerdote libanese («l’orco», come è stato soprannominato), e questi è persona così potente, beneficiaria di importanti sostegni all’interno della gerarchia maronita, della classe politica e del mondo degli affari, da generare paura, soprattutto in una società, quella libanese, dove la Chiesa maronita ha un’immagine identitaria nazionale forte. Tanto che – la nostra interlocutrice ci fa due esempi – «la nipote di Labaki», anch’essa abusata dallo zio, per aver testimoniato «è stata rigettata e rifiutata» anche dalla famiglia; e un’altra vittima e testimone libanese «è stata dimessa dal suo lavoro di insegnante di lingua francese dalla direttrice di una scuola a Tripoli (nord del Libano), amica di Labaki. Anche il marito ha perso il lavoro». A destare paura c’è in più un motivo di carattere socio-politico: chi fa emergere negatività del Libano e della Chiesa maronita viene additato quale filo-sionista, un “venduto” al più pericoloso nemico del Paese, cioè ad Israele. Labaki, spiega la “nostra” vittima, «ha giocato su questi registri: sono i sionisti che ce l’hanno con la Chiesa del Libano e che la vogliono distruggere tramite queste accuse a un sacerdote rappresentativo della santità della Chiesa; e c’è il progetto subdolo di distruggere la Chiesa per far trionfare le altre religioni». Insomma, ce n’è di che temere per la propria vita.

    Il patriarca non ascolta le vittime

    Il patriarca Raï, ci dice la nostra interlocutrice, «non ha voluto accogliere e ascoltare nessuna vittima», neanche dopo che, precisa, «gli ho scritto perché ricevesse me e la nipote di Labaki». D’altronde egli ritiene le vittime colpevoli di una campagna di menzogna e ipocrisia contro la Chiesa maronita. Che perciò difende con le unghie e con i denti. Ha buon ascolto in Vaticano? Difficile dirlo. Certo è che è la seconda volta che il gerarca cattolico si reca in Vaticano con il dossier Labaki sotto il braccio, chiedendo la revisione-cancellazione della sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede sul sacerdote. Ma è impensabile che la CdF arrivi a contraddire se stessa; e anche il papa nulla potrebbe fare senza riconvocare il Tribunale.

    Dal canto loro, le vittime chiedono alla Santa Sede, dopo che ha fatto formalmente giustizia condannando «l’orco», di essere salvaguardate dallo strapotere di Labaki facendogli terra bruciata all’interno della Chiesa, restituendo loro dignità e stima sociale. E ce ne sarebbe davvero bisogno soprattutto ora per l’impatto che le affermazioni di Rai hanno avuto in Libano: il discorso del patriarca è stato accolto con grande entusiasmo tra giornalisti che sono pro Labaki e che hanno diffuso il video del suo intervento a prova del “trionfo della verità” dell’innocenza di Labaki. «Non mi sorprenderebbe – è il timore della nostra interlocutrice – se nelle omelie di questi giorni alcuni preti riprendessero il discorso del patriarca per confermare l’innocenza del pedofilo e quindi sconfessare le vittime di fronte a quasi tutti i cristiani del Libano; e dico tutti i cristiani perché la fede dei libanesi è tradizionalista e solo i malati gravi non frequentano le chiese in questi giorni». Ci lascia con quest’ultima considerazione sul sacerdote: «Quest’uomo è potente per due motivi: un sacco di soldi in tasca e un sacco di segreti in pectore».

    * Béchara el Raï, in un’immagine di Piotr Rymuza, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.

    http://www.adista.it/articolo/56145

  • Ex-prete a processo: è accusato di abusi sessuali su un undicenne

    Ex-prete a processo: è accusato di abusi sessuali su un undicenne

    Il manto del lupo sotto quello dell’agnello: agiva quasi indisturbato il cinquanticinquenne Giovanni Trotta, ex-prete ed ex socio di una scuola calcio, per cui la Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio in quanto accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di un undicenne e di produzione, distribuzione, divulgazione, condivisione e pubblicizzazione di materiale pedopornografico ai danni del bambino.

    Ex-prete accusato di violenza sessuale su undicenne

    Quel che è certo, almeno al momento, è che l’ex-prete, in quanto sacerdote e in veste di socio di una scuola di calcio per ragazzi, aveva molte possibilità di contatto con minori. I fatti in questione risalgono allora al 2013-2014 e sarebbero stati commessi in una cittadina del Foggiano. Stando alle indagini di carabinieri e polizia postale, coordinate dal pm Simona Filoni, Trotta «abusando delle condizioni di inferiorità fisica e psichica» del ragazzo, che era «affidato alla sua custodia – si legge nel capo d’imputazione – in relazione alla sua qualità di membro della società della squadra di calcio frequentata dal bambino, nonché di suo docente di lezioni private», avrebbe abusato sessualmente di lui «millantando la sua qualità di sacerdote (sebbene invece ridotto da alcuni anni allo stato laico), nonché con la promessa di un ingaggio come fotomodello nel mondo della moda e con quella di un provino per una importante società calcistica romana».

    Ecco come l’orco adescava la sua vittima

    Così l’orco avrebbe adescato la sua vittima, l’avrebbe irretita e violentata nella mansarda della sua abitazione, facendolo anche posare per scatti pornografici per poi inviare quelle foto ad altri quattro minori su una chat diwhatsapp. Un orrore senza fine. Nell’ambito di questo procedimento, avviato nel novembre 2014 dopo la denuncia dei genitori della piccola vittima, Trotta è stato arrestato nell’aprile 2015 ed è tuttora detenuto in carcere. Dopo l’arresto la Procura di Bari ha avviato un’altra indagine, ancora in corso, per accertare eventuali altre responsabilità legate a presunti abusi sessuali su altri minorenni.

    Ex-prete a processo: è accusato di abusi sessuali su un undicenne

  • Spuntano altri episodi bui sull’ex parroco Zappella Informato il vescovo Borghetti

    Spuntano altri episodi bui sull’ex parroco Zappella Informato il vescovo Borghetti

    SAVONA. Una condanna con rito abbreviato del tribunale di Pinerolo nel 1991 per atti di libidine violenta su due minori e una richiesta di archiviazione avanzata dal pm savonese Ferro ad ottobre scorso per atti sessuali su uno straniero, all’epoca (2005) presunto minorenne.

    Ce n’è stato abbastanza per spingere il vescovo coadiutore di Albenga, Guglielmo Borghetti a chiedere le dimissioni di don Francesco Zappella da parroco del santuari odi Sant’Antonio da Padova di Borghetto. E dal nove dicembre la parrocchia è stata affidata a Francesco Zuccon.

    DonZappella, però ,ha continuato a dire messa, ad incontrare i parrocchiani che per anni hanno affollato la chiesa e soprattutto respinto come non veritiere e mediatiche le accuse di pedofilia nei confronti del prete entrato in seminario ad Albenga nel 1991dopo essere stato condannato ad un anno e due mesi dal tribunale piemontese. Ma il passato di don Francesco, cittadino onorario di Trenta Y Tres, cittadina uruguaiana dove ha una missione, sembra nascondere altri aspetti oscuri.

    E presenta una similitudine con il caso savonese di Nello Giraudo. Alla fine degli anni‘90,infatti, Francesco Zappella ha svolto il ruolo di educatore in una parrocchia pinerolese e già all’epoca era finito nel mirino degli inquirenti per atteggiamenti “insoliti” con i bambini.

    Solo due genitori, all’epoca ebbero la forza di denunciare i fatti, ma per almeno 3-4 ragazzini ora quarantenni, una gita parrocchiale si trasformò in un vero e proprio incubo con l’educatore a parlare di masturbazione e a cercare il contatto coni ragazzini di cui doveva prendersi cura. Insomma, con ruoli differenti, una trama che assomiglia a quella del caso dell’ex prete savonese.

    Decine di interrogatori e verbali hanno portato alla luce anche come lo Zappella abbia cercato di toccare un giovane, all’epoca ventenne, senza però riuscirci. Un faldone di atti di cui dispone da alcuni mesi anche il vescovo coadiutore Borghetti e che potrebbe finire nello scontato processo canonico aperto, secondo indiscrezioni, direttamente dal Vaticano. Ma come era successo a Giraudo all’epoca della sua permanenza a Valleggia, don Zappella ha continuato a dire messa a Borghetto nella sua ex parrocchia e senza alcun intervento dall’alto.

    Giovanni Ciolina Il SECOLO XIX Savona

  • Le accuse contro tre frati francescani in Pennsylvania

    Le accuse contro tre frati francescani in Pennsylvania

    Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti martedì 15 marzo i pubblici ministeri dello stato americano della Pennsylvania hanno accusato tre frati francescani di aver favorito abusi contro decine di bambini. Secondo i pubblici ministeri nonostante i tre accusati fossero a conoscenza delle accuse contro il frate Stephen Baker su presunti abusi sessuali risalenti agli anni Ottanta, i tre uomini avrebbero continuato ad assegnare a Baker incarichi che prevedessero contatto con dei bambini fino al 2010. Quando le accuse nei suoi confronti diventarono pubbliche nel 2013, Baker si suicidò all’età di 62 anni nel monastero dove viveva.

    Lunedì scorso i pubblici ministeri hanno annunciato che i tre uomini a cui era affidata la supervisione di Baker – i frati Anthony M. Criscitelli, 61 anni, Robert J. D’Aversa, 69, e Giles A. Schinelli, 73 – sono stati accusati di associazione a delinquere e di aver messo in pericolo l’incolumità di minori.
    «Queste persone sapevano che nella loro organizzazione c’era un uomo che abusava dei bambini. Ma hanno continuato ad affidargli incarichi in cui aveva moltissime possibilità di molestare dei bambini», ha dichiarato la procuratrice generale della Pennsylvania Kathleen Kane, «Il loro silenzio ha arrecato dolore e sofferenza smisurati a tantissime vittime. Questi uomini hanno finto di non vedere quello che veniva fatto a dei bambini innocenti che avrebbero dovuto proteggere». L’ufficio di Kane ha condotto anche un’indagine all’interno della diocesi di Altoona-Johnstown, in Pennsylvania, che questo mese ha portato a un rapporto incriminante del gran giurì. Il rapporto elenca dettagliatamente i presunti abusi commessi da 35 preti americani negli anni Cinquanta, senza però suggerire accuse formali contro nessuno di loro: la maggior parte dei preti citati nel rapporto sono morti, e in alcuni casi sono già scattati i termini per la prescrizione. Ma quando il gran giurì si è concentrato sul distretto amministrativo di Hollidaysburg in Pennsylvania, e in particolare sui frati francescani del terzo ordine regolare della provincia ecclesiastica dell’Immacolata Concezione, ha valutato che ci fossero gli estremi per accusare tre uomini che ricoprivano l’incarico di padri provinciali all’interno dell’organizzazione, che stando ai pubblici ministeri avevano il compito di decidere a che zona assegnare ogni frate. Criscitelli, D’Aversa e Schinelli furono quindi le persone che assegnarono a Baker gli incarichi che il frate sfruttò per molestare per anni dei minori.

    Secondo Marci Hamilton, una ricercatrice di diritto costituzionale della Yeshiva University e importante avvocato che si è occupata di casi di abusi sessuali su minori, la decisione della Procuratrice generale della Pennsylvania di accusare i supervisori di un presunto molestatore è un caso raro: «Stiamo assistendo a un graduale miglioramento nel modo in cui i pubblici ministeri considerano e gestiscono casi come questo. È un messaggio di sostegno concreto non solo per le vittime di Baker, ma anche per tutte le persone che hanno subito abusi negli Stati Uniti». Stando a Hamilton, negli Stati Uniti dei supervisori della Chiesa cattolica sono stati accusati di aver messo in pericolo dei bambini in soltanto altre tre occasioni. Il primo caso, sempre in Pennsylvania, portò all’arresto di un prete di Philadelphia nel 2012, e secondo Hamilton ha creato un precedente importante: «Il supervisore non deve necessariamente entrare in contatto diretto con i bambini per essere ritenuto responsabile della loro incolumità». Hamilton ha anche sottolineato che le recenti accuse sono le prime di questo genere a essere mosse contro un ordine religioso: ordini come quello dei francescani sono famosi per la loro segretezza, ma l’omogeneità nell’organizzazione dei monasteri a livello mondiale potrebbe aiutare i pubblici ministeri anche al di fuori degli Stati Uniti ad avviare procedimenti simili a quello della Pennsylvania. «È un fatto rivoluzionario: un pubblico ministero non aveva mai accusato un ordine di preti in passato», ha detto Hamilton.

    L’ordine francescano americano ha diffuso un comunicato sulla vicenda:

    Siamo profondamente rattristati dalla notizia diffusa oggi dall’ufficio della Pennsylvania della Procuratrice generale. Con compassione verso le vittime e le loro famiglie, e anche per la famiglia cattolica e l’intera comunità, la Provincia e la sua guida religiosa hanno collaborato con l’ufficio della procuratrice generale per l’intera durata dell’indagine, nella speranza di poter far luce su eventi che la stessa Provincia fatica a comprendere.

    La Provincia porge le sue più sincere scuse alle vittime e alle comunità colpite, invitando la comunità a unirsi alle sue preghiere per la guarigione e la comprensione, e per tutti i preti e i fratelli che onorano la propria vocazione e la Chiesa.

    Secondo il Pittsburgh Post-Gazette, prima della morte di Baker l’ordine francescano aveva raggiunto un accordo nell’ambito di una causa intentata da 11 persone che sostenevano di aver subito abusi da Baker negli anni Ottanta e Novanta, quando il frate lavorava in una scuola in Ohio. Successivamente altri 25 studenti della Bishop McCort Catholic High School di Johnstown in Pennsylvania – dove Baker aveva insegnato dal 1992 al 2000 – dissero di aver subito abusi da Baker. Secondo il gran giurì oggi oltre 80 studenti della scuola hanno dichiarato di aver subito abusi da Baker. Stando ai pubblici ministeri Baker faceva da allenatore di atletica agli studenti, nonostante non avesse la formazione per farlo. Baker poi toccava i genitali dei ragazzi e li penetrava con le dita.

    I pubblici ministeri hanno sottolineato come i preti avessero avuto diverse opportunità per fermare Baker: Schinelli aveva fatto sottoporre Baker a una perizia psicologica che aveva evidenziato che non sarebbe dovuto stare a contatto con i bambini, ma successivamente Schinelli assegnò Baker alla Bishop McCort. D’Aversa ritenne fondata un’accusa per abusi sessuali contro Baker e lo rimosse dalla scuola, per poi affidargli la gestione di alcuni rifugi notturni per ragazzi in giro per gli Stati Uniti e, nel 2008, assegnarlo al St. Aloysius College, dove il gran giurì ha scoperto che Baker abusò di tre minori. Sempre secondo i pubblici ministeri, infine, Criscitelli permise a Baker di lavorare in un centro commerciale, ancora una volta intorno a dei bambini.

    http://www.ilpost.it/2016/03/16/pedofilia-pennsylvania/