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  • “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    22/6/83. È il giorno della scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Mentre due procure (quella italiana e vaticana) dopo 40 anni hanno riaperto l’inchiesta, c’è anche una commissione parlamentare che indaga sulla ragazzina sparita in un incomprensibile mistero che si intreccia ad altri. Tra i tanti punti oscuri, ci sono dei dossier anch’essi spariti, poi ritrovati ma soltanto in parte.

    I dossier fantasma

    Quella data, il giorno della scomparsa, è riportata sulla copertina di un dossier fantasma. Oggi, la giornalista Simona Zecchi pubblica sulla sua newsletter l’indice completo di quel fascicolo e un estratto della documentazione che lo accompagna. Quattro mesi fa, la Zecchi aveva pubblicato sul Venerdì di Repubblica, un altro malloppo di documenti inediti su Emanuela Orlandi. “Documenti che a quanto pare si volevano tenere nascosti sotto l’ombra del Vaticano”, scrive oggi la Zecchi. Questi documenti sono stati da lei ritrovati presso l’Archivio Centrale di Stato e sono di provenienza del Sismi (ex Aise): la sigla, all’epoca dei fatti, dei Servizi Segreti Militari. Quella invece che la Zecchi pubblica oggi è un’analisi dettagliata di tutti gli argomenti citati in riferimento a un altro fascicolo sparito. L’indice fu ritrovato lo scorso gennaio dal giornalista di inchiesta Gian Paolo Pelizzaro, ricercatore ed ex consulente della Commissione di inchiesta sempre nell’Archivio centrale dello Stato ed è di provenienza del Ministero dell’Interno. “Di quel dossier – spiegava lo scorso gennaio Pellizzaro– secondo la Commissione di inchiesta non c’è più nessuna traccia”.

    I punti del dossier

    La Zecchi ripercorre nel dettaglio i titoli dell’indice stesso. La copertina del dossier riporta un titolo: “Scomparsa Orlandi Emanuela”, che fa il verso al dossier da lei pubblicato proveniente invece dall’ex Sismi (“Caso Emanuela Orlandi”) e i titoletti degli 11 incartamenti che comprende (di cui l’ultimo scritto a penna e con una calligrafia diversa) sono suddivisi in tre volumi. Nel primo volume questi sono i titoletti di ogni incartamento: Atti della Questura di Roma, Criminalpol, appunti, telefonate, atti dei Servizi di Sicurezza. Nel secondo volume i titoletti sono i seguenti: richiesta di verbali di Agca (Alì, l’attentatore del Papa di origini turche, ndr) prese in qualità di teste; questura Roma, accertamenti in Italia relativi a cittadini Turchi; accertamenti in Germania anche in ambienti turchi; lettere in lingua tedesca pervenute all’Ansa ed al Messaggero; Accertamenti per conto di: Montesanti Alfonso e Patrizia De Lellis; fronte liberazione turco anticristiano Turkesh; lettera pervenuta all’Ansa di Milano; M.a.e = avvocato Gennaro Egidio; messaggi a firma Phoenix – Phenix: il gruppo che “Ha infestato la vicenda al tempo con messaggi pseudo-anonimi volti solo a depistare anche questi): per acquisire probabilmente quanto già pervenuto al Sismi”, precisa Simona Zecchi. Il terzo volume di cui sarebbe composto il dossier fantasma cita solo a lettere cubitali, appunto, la dicitura “ritagli stampa”. In nessuno di questi titoli emerge il riferimento al Vaticano e “Alle riunioni – sottolinea la Zecchi – invece emerse tra gli appunti del Sismi in cui entrambi i nostri servizi del tempo e il Vaticano erano stati diverse volte in consesso. E, è ben ricordare per ora, che in uno degli appunti da me pubblicati viene indicato espressamente come la vicenda Ali Agca, che ha preso piede nelle cronache successive alla scomparsa di Emanuela, fosse un chiaro depistaggio”.

    Molti degli argomenti indicizzati in questo dossier fantasma sono simili a quelli del dossier Sismi ritrovato dalla Zecchi ed è facile immaginarne il motivo: le forze dell’ordine collaborando, si scambiavano informazioni sul caso ed è assolutamente possibile che molti documenti siano simili, “riprodotti, inviati con note informative che li trasmettono e ritrasmettono”, dice la Zecchi.

    Montesanti e De Lellis

    “Gli unici argomenti trattati dall’indice che non sono presenti nel dossier Sismi, di cui ho dato notizia e contezza lo scorso marzo – scrive la Zecchi –, sono: gli accertamenti sul conto di due personaggi legati al tempo al sottobosco della tossicodipendenza, Montesanti e De Lellis, e la documentazione proveniente dal Ministero degli affari esteri (da cui la sigla Mae) sull’avvocato Gennaro Egidio che fu assegnato ai familiari da un certo punto in poi dal Sisde”. Alfonso Montesanti all’epoca dei fatti era sposato con Patrizia De Lellis, che in quegli anni aveva frequentato per un paio di mesi il corso di canto corale a cui era iscritta anche Emanuela Orlandi. Sua madre all’epoca lavorava nella scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria” che aveva sede nel Palazzo di Sant’Apollinare. Giuliana De Ioannon, questo il suo nome, era factotum e impiegata nella segreteria della direttrice della scuola suo Dolores. “Ho conosciuto De Lellis perché io lavoravo al cinema e l’ho incontrata in un film dove faceva la segretaria di edizione”, ha raccontato Montesanti pochi mesi fa alla commissione di inchiesta che lo ha convocato nell’ambito della pista dei cinematografi. A Montesanti è stato chiesto anche di Bruno Mattei, regista di film hard più volte tirato in ballo in questa vicenda. “Ho conosciuto Bruno Mattei, me lo ha presentato Patrizia e abbiamo fatto un weekend insieme: sapevo che faceva il regista, dopo un po’ scoprii che faceva il regista di film a luci rosse; ma io non ho mai fatto film a luci rosse”, ha detto Montesanti aggiungendo di non aver mai lavorato con lui. Montesanti ha ricostruito davanti alla Commissione il suo rapporto proprio con Patrizia De Lellis, affermando che il matrimonio durò pochissimo, circa un mese. “Entrambi avevamo problemi di tossicodipendenza, frequentavamo piazza San Cosimato a Trastevere perché era un luogo di spaccio, la mia vita in quel periodo era dedita solo a quello, a rimediare un po’ di soldi e trovare le droghe”. Alla domanda se tramite l’ambiente della droga trasteverino sia mai entrato in contatto con esponenti della Banda della Magliana, l’uomo ha risposto di no: “noi cercavamo giusto una dose al giorno, per tirare avanti, non eravamo proprio considerati, entravi in contatto con esponenti di livello se magari compravi qualche etto”. (fonte: Ansa). Patrizia De Lellis invece aveva attirato i sospetti degli inquirenti al tempo. Le persone legate a quel periodo della sua vita, continua Montesanti “non le ho più viste, come tutto il resto che girava intorno a quel periodo, erano ricordi spiacevoli, ho cercato di allontanarli”.

    Il fascicolo scomparso

    Del dossier “scomparso”, di cui Pellizzaro ritrovò l’indice pare non ci sia più nessuna traccia o almeno non se n’è più fatta parola. Ma la Zecchi azzarda infine un’ipotesi: “É logico pensare che ormai il dossier del Ministero dell’Interno è stato ritrovato e che vista l’audizione del Montesanti a questo punto sia stato visionato dalla Commissione. Il fascicolo era parte di un bulk di documenti rinvenuti presso la Via Appia e appartenenti all’allora Ucigos, alcuni di quei documenti, per intenderci, contenevano anche il dossier sul Noto Servizio e Anello, la struttura occulta che dal ‘44 al ‘81 ha gestito alcune operazioni di destabilizzazione nel nostro Paese e alternandosi con altre strutture. Un marasma di cose da mettere in ordine tutte di disparata provenienza, alcune molto importanti, ritrovate dal perito di procure e tribunali Aldo Giannuli nel 1997. Pare che per errore il dossier del Ministero sulla Orlandi non sia stato convogliato interamente e prontamente dopo l’emanazione della Direttiva Renzi del 2014”.

    La Commissione bicamerale di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi riprenderà i lavori a settembre – ha anticipato l’Ansa lo scorso 4 agosto – con l’audizione dell’ex dirigente della Polizia, Giovanna Petrocca, che ha seguito da vicino il ruolo di Sabina Minardi ormai scomparsa, e con Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dopo le rivelazioni della grafologa forense, Sara Cordella.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/19/emanuela-orlandi-dossier-segreto-indice-notizie/8098647/

  • Il vescovo Alain rilegge con catt.ch la vicenda del prete ticinese reo di abusi

    Il vescovo Alain rilegge con catt.ch la vicenda del prete ticinese reo di abusi

    Vescovo Alain, qual è la sua prima reazione a conclusione del processo al prete ticinese accusato di abusi e condannato a 18 mesi con la condizionale?

    È una condanna che conferma la commissione di reati, peraltro ammessi dallo stesso prete. Quindi è appurato che ci sono stati abusi. Rimango molto addolorato per tutte le persone coinvolte.

    Durante il processo è emersa come fondamentale la testimonianza del primo giovane che ha rotto il silenzio. Lei ha incontrato il giovane in questione che tra l’altro – come appreso al processo – è venuto da lei preoccupato anche per il pericolo in cui poteva incorrere un minore a lui vicino. Cosa l’ha colpita di questa testimonianza?

    La difficoltà di una persona che ha avuto ammirazione nei confronti di chi stava denunciando, che aveva fiducia nell’altro e che ora vive la distruzione di questa fiducia. C’è un disagio profondo che ha vissuto e percepito dovendo denunciare una persona che lo ha fatto crescere nella fede. Va detto che il giovane è stato anche aiutato da qualcuno a lui vicino ed interno al mondo ecclesiale a cui si è confidato e con il quale ha preso coscienza della gravità dei fatti vissuti.

    Al processo è emerso che ci sono altre vittime coinvolte, anche dei minori. Quale attenzione ora la Chiesa che è in Ticino sente di rivolgere a questi ragazzi?

    C’è sempre da parte nostra la disponibilità ad accogliere chi desidera condividere un disagio personale. La Diocesi ora collabora ufficialmente con la LAV. La procedura presso la LAV avviene confidenzialmente, la persona viene aiutata gratuitamente, in modo professionale, con la garanzia di una totale indipendenza dalla Chiesa, di totale libertà e di assoluta discrezione. Sempre la LAV si occupa di avviare con le persone vittime le procedure per il risarcimento dovuto dalla Chiesa. Poi c’è il GAVA, un luogo di dialogo con persone che hanno subito questo stesso tipo di abuso e che si mettono a disposizione di altri. Lo raccomando di cuore!

    Il GAVA – proprio in queste ore – ha rilasciato un comunicato nel quale sottolinea che la gravità dell’abuso non è definibile con criteri solo quantitativi (le volte che uno viene toccato) o qualitativi (le modalità dell’atto). Lei, che ha incontrato anche in altre occasioni delle persone vittime, condivide questa considerazione?

     La sofferenza soggettiva non si può misurare. La sofferenza e il vissuto della persona prima della situazione dell’abuso, c’entrano con la sofferenza provocata dall’abuso. Tutte le persone sono diverse tra loro, ma la sofferenza c’è sempre. Talvolta una persona può rendersi conto di aver subito un abuso molto tempo dopo aver subito l’atto, ma quando se ne rende conto, quella persona soffre. Non è una sofferenza misurabile su una scala: è una sofferenza personale e capibile personalmente.

     Il presbitero – che in sede processuale si è detto pentito e ha chiesto perdono per i “gravi errori commessi e per la sofferenza arrecata non solo alla vittime ma a tutta la Chiesa in Ticino” – ora dovrà affrontare una procedura canonica. Cosa lo aspetta da parte della giustizia della Chiesa?

    Il caso implica dei minorenni quindi la competenza è di Roma. Roma, per emettere il suo giudizio, avrà a disposizione anche la sentenza e gli atti del processo civile.

    Quindi ci sarà un processo canonico a Roma?

    Ci sarà una procedura canonica, che può implicare o meno un processo, a seconda di quanto Roma deciderà.

    Roma dovrà attendere l’esito del ricorso del Pubblico ministero?

    Noi informiamo Roma, mandiamo tutta la documentazione, poi sarà Roma a decidere.

     Il prete in questione è rientrato a casa, potrà celebrare Messa e svolgere attività pastorale con adulti, dato che il giudice gli vieta solo ogni contatto con i minori?

    Al momento è sottoposto da parte della Chiesa alla misura cautelare di proibizione del ministero sacerdotale; quindi, non può svolgere attività pastorali o celebrare, questo fino a quando ci sarà la comunicazione dell’esito della procedura canonica.

     La diocesi come lo accompagna in questo periodo? 

    La Chiesa deve sempre accompagnare i figli che sbagliano, anche chi ha commesso un crimine, senza mai sostituirsi alla giustizia civile, e far sì che vengano aiutati per fare verità in loro stessi e sanare tutta la loro vita.

     Nella sentenza è stato deciso che il presbitero segua un accompagnamento di carattere psicologico. Questo, ora, dipende da lui o dalla Diocesi?

    Da lui, in obbedienza alla sentenza del tribunale che è indirizzata a lui. La Diocesi può essere di aiuto.

     Al processo si è parlato del vescovo Lazzeri. Il giovane – che poi è venuto da lei nel 2024, è emerso che si era rivolto nel 2021 già a Lazzeri per segnalare una situazione di grave disagio vissuto (da adulto) con il prete. Al processo si è parlato di un aiuto messo a disposizione dal vescovo Lazzeri al presbitero. Cosa non ha funzionato, secondo lei?

    La decisione è stata presa secondo le conoscenze che aveva la Curia in quel momento, prendendo le misure del caso e indirizzando il prete da uno psicologo dove è andato. Il giovane, adulto al momento dei fatti, decise di non denunciare.

    Cosa insegna questa vicenda alla Chiesa in Ticino?

    Ci insegna ad avere sempre un’attenzione molto grande a chi esprime disagio, non solo nell’ambito dell’abuso sessuale, ma anche nell’abuso di potere e spirituale. Bisogna promuovere la libertà di parola nelle relazioni spirituali. Abbiamo già iniziato nei Vicariati un percorso di prevenzione rivolto ai preti e lo abbiamo fatto anche con il personale della Curia e con i colleghi della Conferenza missionaria. E proseguiamo.

     Cosa pensa della decisione del Consiglio di Stato dell’obbligo di denuncia nella legge cantonale sulla Chiesa cattolica e riformata in Ticino?

    Mi sembra giusta. Se lo Stato ha l’obbligo di informare la Chiesa quando un membro del clero viene accusato, deve esserci anche l’obbligo da parte della Chiesa di denunciare un caso allo Stato. Si tratta di un aspetto previsto dal diritto canonico e che ora viene applicato alla legge cantonale sulla Chiesa.

    https://catt.ch/newsi/il-vescovo-alain-rilegge-con-cattch-la-vicenda-del-prete-ticinese-reo-di-abusi

  • Abusi sessuali su ragazzi: Don Rolando Leo esce dal carcere

    Abusi sessuali su ragazzi: Don Rolando Leo esce dal carcere

    LUGANO – «Ha agito spinto dalle sue pulsioni più basse. Ma chi frequenta quest’aula sa che abbiamo visto fatti esponenzialmente più gravi». È quanto ha detto stasera alle Assise criminali di Lugano il giudice Amos Pagnamenta, annunciando la condanna del prete ticinese Don Rolando Leo.

    Scarcerato – L’uomo, accusato di abusi sessuali su nove ragazzi, è stato condannato a un anno e mezzo di carcere, di cui sei mesi sospesi con la condizionale per un periodo di prova di due anni. Avendo già scontato un anno di detenzione, verrà quindi immediatamente scarcerato.
    Alla pena si aggiunge un trattamento terapeutico ambulatoriale e il divieto a vita di svolgere attività professionali ed extraprofessionali a contatto con minori.

    Fragilità nell’atto d’accusa – «Tre dei giovani sentiti hanno dichiarato di non aver mai subito i suddetti abusi, per cui non si comprende come mai siano stati inseriti nell’atto d’accusa», ha spiegato Pagnamenta, che ha prosciolto il parroco da molteplici ipotesi di reato. «Certo, potrebbe esserci della vergogna nell’ammettere i fatti, ma può anche essere che davvero nulla sia accaduto. Don Leo sembra poi aver compreso di aver sbagliato, vi è quindi l’attenuante specifica del sincero pentimento».

    «Richiesta di pena fuori scala» – Per la Corte la richiesta della pubblica accusa (cinque anni e mezzo di carcere) «è quindi da considerarsi fuori scala e alimenta in modo ingiustificato le speranze delle vittime». Per quanto concerne i massaggi, «si è trattato di toccamenti rapidi, frugali e furtivi sui genitali, ma sopra i vestiti. Più gravi i reati commessi nei confronti della vittima principale, visto che è stato toccato sui genitali mentre dormiva».

    «Atti non penalmente rilevanti» – Nell’atto d’accusa «vengono poi menzionati atti che non hanno alcuna rilevanza penale», ha continuato Pagnamenta. «Al contrario di quanto indicato dalla procuratrice pubblica, il toccamento del petto di un uomo, diversamente da quello di una donna, non è ritenuto un atto sessuale. Solo i massaggi in cui vi è stato un contatto con i genitali sono quindi stati ritenuti».

    Per quanto riguarda infine la vittima principale, la Corte ha giudicato il suo rapporto con il prete come «stretto, ma non manipolatorio», per cui la coazione sessuale, in molti casi, non è stata ritenuta realizzata.

    «Non ha minimizzato, ha ammesso praticamente tutto» – Il comportamento processuale del sacerdote, da ultimo, è stato reputato come positivo. «Durante il procedimento Don Rolando Leo non è sembrato manipolatorio e non è apparso minimizzare i suoi atti», ha sottolineato il giudice. «Al contrario, oggi in aula ha in pratica ammesso tutti i reati costitutivi, cosa che si vede raramente per questo genere di reati».

    Il 56enne, in definitiva, è stato condannato per quattro episodi di atti sessuali con fanciulli, tre episodi di coazione sessuale e un episodio di atti sessuali con persone incapace di discernimento o inette a resistere.

    La pubblica accusa, lo ricordiamo, aveva chiesto cinque anni e mezzo di carcere, mentre la difesa aveva spinto per una pena massima di tre anni, in gran parte da sospendere con la condizionale, e per la scarcerazione immediata.

    https://www.tio.ch/ticino/cronaca/1860308/abusi-sessuali-su-ragazzi-don-rolando-leo-esce-dal-carcere

  • Condanna a 18 mesi per il prete ticinese accusato di abusi

    Condanna a 18 mesi per il prete ticinese accusato di abusi

    “Durante il procedimento ai giudici (il prete imputato) non è sembrato manipolatorio e non è apparso minimizzare i suoi atti. Al contrario, oggi in aula ha in pratica ammesso tutti i reati costitutivi, cosa che si vede raramente in questo genere di processi», ha esordito il giudice Amos Pagnamenta, che ha pure riconosciuto la possibilità che l’uomo durante gli interrogatori possa aver confuso massaggi e toccamenti per la tensione della situazione.

    Un atto di accusa e una richiesta di pena sproporzionata

    Il giudice si è detto sorpreso che nell’atto di accusa siano stati menzionati elementi che non hanno alcuna rilevanza penale. Quindi la stessa richiesta di pena di oltre cinque anni secondo il giudice è sembrata sproporzionata. «Al contrario di quanto indicato dalla Procuratrice pubblica, il toccamento del petto di un uomo non è ritenuto un atto sessuale.

    Solo i massaggi in cui vi è stato un contatto con i genitali sono quindi stati ritenuti». Da qui il ridimensionamento della condanna che è stata fissata in 18 mesi sospesi per due anni per complessivamente 4 episodi considerati atti sessuali su fanciulli, tre episodi di coazione sessuale e un episodio di atti sessuali con persone inette a resistere.

    Prosciolto invece dal reato di pornografia per l’impossibilità di determinare con certezza l’età delle persone presenti nelle immagini da lui scaricate. Il sacerdote è stato quindi subito scarcerato. Secondo i giudici i toccamenti sono stati rapidi, e fugaci e sopra i vestiti (commessi contro un adulto sarebbero stati considerati molestie punibili con una multa pecuniaria).

    La sentenza è stata motivata anche considerando il confronto con pene inflitte a persone che hanno commesso reati ben più gravi rispetto al caso in esame. Nella commisurazione della pena si è tenuto conto del pentimento e della collaborazione del presbitero, che ha spontaneamente fatto i nomi di vittime ai quali aveva proposto i “massaggi”. Infine, la corte ha vietato al sacerdote a vita ogni attività con i minorenni. Il prete è stato anche condannato a pagare indennizzi ad alcune delle vittime. La Procuratrice pubblica Valentina Tuoni ha già annunciato che ricorrerà in appello. ROLANDO LEO

    https://catt.ch/newsi/condanna-a-18-mesi-per-il-prete-ticinese-accusato-di-abusi

  • “Ho avuto una relazione con un sacerdote quando ero una spogliarellista minorenne. Mi ha offerto denaro per tacere”: la denuncia della donna

    “Ho avuto una relazione con un sacerdote quando ero una spogliarellista minorenne. Mi ha offerto denaro per tacere”: la denuncia della donna

    Un sacerdote è sotto inchiesta in Alabama per una relazione sessuale avuta con una spogliarellista che ora lo ha denunciato. Il prete è Robert Sullivan e oggi ha 61 anni. Dallo scorso 4 agosto non è più il pastore della chiesa di Nostra Signora Addolorata a Homewood.

    Il primo incontro tra i due risale al 2009. Heather Jones, in quegli anni, aveva 17 anni ed era una spogliarellista. Il parroco le ha chiesto di portare avanti una relazione (inclusa quella sessuale) firmando un accordo di riservatezza. La donna, oggi trentatreenne, ha deciso di denunciare tutto terminata la relazione, inviando anche il documento al The Guardian.

    L’accusa e l’indagine

    Nel luglio del 2025 Heather Jones ha provveduto con la denuncia e Robert Sullivan è stato deferito al Vaticano per le indagini e al Dipartimento delle Risorse Umane dell’Alabama. Il parroco sessantunenne aveva iniziato una relazione sessuale con la donna quando lavorava come spogliarellista ed era ancora minorenne.

    Il prete le aveva chiesto di continuare la relazione offrendole 273.000 dollari, firmando un accordo di riservatezza. La donna ha dichiarato al The Guardian di “essere stata titubante, ma alla fine ha accettato grazie alla sua insistenza e allo stato d’animo in cui mi trovavo”. La relazione tra i due è andata avanti fino a quest’anno. I due hanno anche vissuto da coppia (con viaggi, shopping e vacanze) e il prete le ha pagato anche un centro di riabilitazione mentre soffriva di dipendenza e depressione.

    Terminata la relazione, la donna ha deciso di denunciarlo visto che Robert Sullivan lavorava a stretto contatto con famiglie e bambini. “Altri potrebbero essere vulnerabili allo stesso tipo di manipolazione e sfruttamento”, ha detto la trentatreenne al The Guardian. Ora il prete è in congedo, in attesa che la vicenda venga discussa nelle sedi opportune. Anche il Vaticano sarebbe stato informato e sarebbe al corrente dell’accaduto, dichiara il giornale britannico.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/14/ho-avuto-una-relazione-con-un-sacerdote-quando-ero-una-spogliarellista-minorenne-mi-ha-offerto-denaro-per-tacere-la-denuncia-della-donna/8095082/

  • Chiesti cinque anni e mezzo per Don Rolando Leo: «Abusi su un 12enne, tra una preghiera e l’altra»

    Chiesti cinque anni e mezzo per Don Rolando Leo: «Abusi su un 12enne, tra una preghiera e l’altra»

    LUGANO – Cinque anni e mezzo di carcere, più un trattamento terapeutico ambulatoriale e l’interdizione a vita di svolgere attività professionali o extraprofessionali a contatto con minorenni. È questa la pena proposta dalla pubblica accusa per il prete ticinese Don Rolando Leo, accusato di aver abusato sessualmente di nove ragazzi, di cui quattro minorenni.

    «L’imputato ha ridotto a oggetti sessuali tutte le sue vittime. E sapeva e sa quali sono le sue pulsioni sessuali, ma non le riconosce realmente», ha detto la procuratrice pubblica Valentina Tuoni. «In corso di inchiesta ha affermato di aver agito senza consapevolezza e di non sapersi spiegare perché massaggiasse i genitali dei ragazzi con il suo avambraccio. Ha detto persino di voler aspettare i risultati della perizia psichiatrica per capire quale male l’avesse spinto a fare quanto ha fatto».

    «Stesso modus operandi, per anni» – Per la pubblica accusa, dunque, il prete «minimizza i suoi gesti e l’impatto che hanno avuto. E questo nonostante abbia mantenuto, per anni, lo stesso modus operandi. È assurdo».

    Lettere di vicinanza in carcere – La procuratrice ha quindi sottolineato come ci volesse un grande coraggio per denunciare Don Leo. «Sceglieva con cura le sue vittime, creava con loro un rapporto intenso, per poi metterle in situazioni equivoche. Ed era, ed è tuttora, una persona conosciuta, ben voluta e rispettata. In carcere ha ricevuto tante lettere che dimostravano vicinanza, in cui gli veniva detto che lo si perdonava,…quando di regola per questo tipo di reati si assiste a una condanna sociale».

    «C’è chi non ha trovato la forza di parlare» – Questa paura di denunciare, d’altronde, sarebbe emersa anche dalle parole di un genitore di una vittima del sacerdote. «Ha dichiarato che le vittime sarebbero molte di più di quelle emerse, ma che non se la sentono di farsi avanti. Ci sono ragazzi che non hanno trovato la forza di parlare. E le dichiarazioni di chi lo ha fatto sono state sofferte».

    «Abusi su un bambino di 12 anni, nella sua cameretta» – A prendere la parola è poi stato l’avvocato Felice Dafond, rappresentante legale di una delle vittime. «All’epoca il mio assistito aveva 12 anni. Don Leo ha approfittato vergognosamente della vicinanza della sua famiglia, che gli ha aperto le porte di casa. E nella cameretta del bambino, tra una preghiera e l’altra, ha commesso quegli abusi. Con il suo agire, dunque, l’imputato ha tradito non solo la fiducia di questa famiglia, ma anche della Chiesa e della scuola ticinese».

    A esprimersi, nel pomeriggio, sarà la difesa.

    https://www.tio.ch/ticino/cronaca/1860232/chiesti-cinque-anni-e-mezzo-per-don-rolando-leo-abusi-su-un-12enne-tra-una-preghiera-e-l-altra

  • Marcial Maciel: Il lupo di Dio | Trailer ufficiale | HBO Max

    Marcial Maciel: Il lupo di Dio | Trailer ufficiale | HBO Max

    Marcial Maciel: The Wolf of God, la nuova serie di documentari originali di Max, espone e approfondisce le molteplici dimensioni di una delle figure più controverse della Chiesa cattolica.

    Disponibile dal 14 agosto su HBO Max. HBO Max è una piattaforma di streaming premium dove troverai i tuoi programmi e film preferiti di Warner Bros., DC, Cartoon Network, TNT, Adult Swim, HBO, Max Originals e Discovery.

    Tutto in un unico posto, così puoi guardarlo quando, dove e con chi vuoi. Ecco alcuni link utili per rimanere in contatto: 👀: Sito web: https://www.max.com/

  • Un prete condannato è tornato al lavoro. I difensori dei diritti dei minori chiedono a Papa Leone di intervenire.

    Un prete condannato è tornato al lavoro. I difensori dei diritti dei minori chiedono a Papa Leone di intervenire.

    CITTÀ DEL VATICANO — Era la personificazione della vergogna in Vaticano, l’unico prigioniero nel carcere a tre celle del più piccolo stato sovrano del mondo. Ora, il reverendo Carlo Alberto Capella – condannato per possesso e distribuzione di una “grande quantità” di materiale pedopornografico mentre prestava servizio come diplomatico vaticano a Washington – sta presentando a Papa Leone XIV, il nuovo pontefice americano , una delle prime sfide del suo pontificato.

    Capella, un sacerdote italiano di 58 anni, è stato indagato dalle autorità statunitensi e canadesi per quasi due anni per aver raccolto e condiviso materiale pedopornografico mentre era diplomatico di alto rango presso l’ambasciata della Santa Sede a Washington. Nel 2017, il Dipartimento di Stato americano ha chiesto al Vaticano di revocare la sua immunità diplomatica, richiesta respinta. Capella è stato invece richiamato a Roma, dove ha ammesso di aver rintracciato immagini “ripugnanti” e, in un raro processo penale in Vaticano un anno dopo, è stato dichiarato colpevole e condannato a cinque anni di carcere.

    Nelle ultime settimane, sui blog cattolici sono emerse notizie del suo rilascio previsto per il 2022 e del suo ritorno silenzioso al lavoro presso la Segreteria di Stato della Santa Sede. Il suo ritorno al potente dicastero ha indignato i sostenitori delle vittime di abusi da parte di ecclesiastici cattolici. Insistono sul fatto che, sebbene non sia mai stato accusato di abusi sessuali, un sacerdote condannato per aver consumato materiale pedopornografico non ha posto in un importante ufficio vaticano.

    “Perché non dargli un lavoro come lavapavimenti o bagni in Vaticano?”, ha detto Peter Isely, membro della Survivors Network of Those Abused by Priests, nota come SNAP. “Perché è ancora un membro ufficiale del Dipartimento di Stato? È sbagliato sotto ogni aspetto”.

    Mentre papa Leone si trova ad affrontare richieste di intervento, diventa il quarto pontefice dagli anni Novanta ad affrontare un esame approfondito, e potenzialmente un giudizio, sul modo in cui gestisce i casi ancora emergenti di crimini sessuali commessi da ecclesiastici.

    Papa Giovanni Paolo II affrontò critiche sia contemporanee che postume per la sua gestione dei casi di abuso. La questione perseguitò ancora di più Benedetto XVI, con un coro di lamentele viste come uno dei diversi fattori che contribuirono alla sua storica decisione di ritirarsi. Papa Francesco attuò riforme volte ad affrontare gli scandali, eppure le associazioni di vittime lo rimproveravano sistematicamente per non aver adottato una politica di tolleranza zero, che prevedeva anche la denuncia obbligatoria alle autorità civili.

    Ora, i gruppi di pressione si aspettano che Leo tracci una rotta diversa e addirittura faccia cambiare idea a Francis sul caso Capella.

    L’avvocato di Capella, Roberto Borgogno, ha dichiarato in un’intervista che il suo cliente è stato rilasciato con un anno di anticipo, nella prima parte del 2022, per “buona condotta” e ha ripreso a lavorare presso la segreteria nel gennaio 2023. Papa Francesco, ha affermato Borgogno, ha approvato il ritorno di Capella e ha avuto almeno un colloquio diretto con lui dopo il rilascio in merito al suo pentimento.

    “Si tratta certamente di decisioni prese in modo logico e razionale dal pontefice in quel momento”, ha affermato Borgogno.

    Il coinvolgimento diretto di Francis e i dettagli specifici della sistemazione abitativa e del monitoraggio di Capella non sono stati precedentemente resi noti.

    Capella, il cui lavoro si limita al controllo delle traduzioni e al lavoro d’archivio, ora vive appena fuori dal Vaticano, in un centro per diplomatici in pensione, ha detto il suo avvocato. Il suo computer di lavoro è monitorato da funzionari vaticani, sebbene abbia un cellulare personale non monitorato.

    Borgogno ha osservato che, sebbene Capella non fosse stato ridotto allo stato laicale, le autorità vaticane lo avevano privato del suo elevato titolo di monsignore. Sebbene fosse tornato in Segreteria nel 2023, Capella era considerato “in prova” e solo di recente era comparso nel registro ufficiale del personale della Santa Sede.

    “Si tratta semplicemente di un lavoro d’ufficio”, ha detto Borgogno. “Non svolgerà attività pastorale; non avrà contatti con persone esterne”.

    Tramite Borgogno, Capella ha rifiutato una richiesta di intervista.

    La rinnovata attenzione su Capella giunge mentre l’arcivescovo Guy de Kerimel di Tolosa, in Francia, è oggetto di critiche per aver nominato un sacerdote, condannato per aver violentato un ragazzo di 16 anni nel 1993, alla carica di cancelliere arcidiocesano, citando l’imperativo morale del perdono. Le associazioni di vittime chiedono ora a Leo di intervenire in entrambi i casi.

    “Questo è un test”, ha affermato Anne Barrett Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org , un gruppo di controllo che monitora i casi di abusi nella Chiesa cattolica. “Per me, solleva interrogativi più ampi sul continuo rifiuto del Vaticano della tolleranza zero per i molestatori sessuali. Credo che queste due cose insieme abbiano davvero attirato l’attenzione di tutti su Papa Leone. Ci chiediamo tutti se sarà più duro con gli abusatori sessuali di quanto lo sia stato Papa Francesco “.

    La Segreteria di Stato non ha risposto a una richiesta di commento dettagliata. Un alto funzionario vaticano, che ha parlato in condizione di anonimato per discutere di una questione delicata, ha affermato di non sapere se Leo fosse stato informato sui casi o se intendesse intraprendere azioni specifiche.

    Non è raro che un papa annulli la decisione di un predecessore: Francesco, ad esempio, ha limitato l’uso della messa tradizionale in latino dopo che papa Benedetto XVI ne aveva allentato le restrizioni.

    “Il Papa ha chiaramente giurisdizione sulla questione… tutto dipenderà da lui”, ha affermato Giovanni Maria Vian, ex direttore del quotidiano vaticano L’Osservatore Romano e storico del cristianesimo primitivo. “Probabilmente è a conoscenza del caso [Capella]. Non sarebbe insolito se prendesse provvedimenti”.

    Il funzionario ha descritto il lavoro di Capella come un lavoro in cui ha un contatto minimo con il pubblico e può “guadagnarsi da vivere”. Il suo ritorno al lavoro è un’opportunità per Capella di “redimere”, ha detto il funzionario, sostenendo che nessuna punizione per tali sacerdoti sarà mai “sufficiente” per alcuni difensori delle vittime.

    Se tutti coloro che sbagliano “venissero emarginati”, ha affermato il funzionario, “pochi di noi rimarrebbero in piedi”.

    Nel 2021 il Washington Post ha riferito che a Capella era stato permesso di partecipare a un programma di rilascio dal lavoro, durante il quale trascorreva le mattine nel piccolo ufficio del Vaticano che vende certificati di benedizione papale per occasioni personali.

    Ora, il caso di Capella sottolinea ancora una volta come la Santa Sede affronti sistematicamente le malefatte commesse dal clero, dal punto di vista religioso della misericordia e dello spirito di espiazione cattolica. Questa visione si è scontrata con quella dei difensori delle vittime, che vedono il ritorno di Capella al Segretariato, a qualsiasi titolo, così come la nomina di un alto funzionario di uno stupratore condannato in Francia, come prova di un approccio eccessivamente indulgente .

    Le richieste di intervento hanno sollevato interrogativi su come il nuovo papa gestirà forse la questione più spinosa che affligge la fede da lui guidata: i sacerdoti corrotti.

    Sotto la guida di Francesco, il Vaticano ha cercato di affrontare le diffuse accuse di complicità della Chiesa. Nel 2019, ha convocato un vertice senza precedenti sugli abusi sessuali del clero , imponendo in seguito una legge radicale che impone ai funzionari ecclesiastici di segnalare ai propri superiori le accuse di abusi o insabbiamenti ufficiali.

    Ma la legge non richiedeva che le accuse fossero segnalate alle autorità civili, e le associazioni di vittime hanno indicato scandali più recenti in Svizzera e altrove come prova del fatto che la situazione non è cambiata abbastanza. Sostengono che Leo dovrebbe rimuovere Capella dalla segreteria e annullare la recente nomina francese per dimostrare il suo impegno per la tolleranza zero.

    Leo ha un curriculum altalenante nella gestione dei casi di abuso .

    Come vescovo in Perù, ad esempio, è stato elogiato per aver preso posizione contro il Sodalitium Christianae Vitae, un gruppo cattolico segreto e ultraconservatore che si è diffuso da Lima a diversi paesi ed è stato accusato di sistematici abusi sessuali e psicologici. Allo stesso tempo, è stato accusato di scarsa supervisione nella gestione delle denunce di abusi da parte di tre donne nella sua diocesi di Chiclayo.

    Il mese scorso, in una nota in onore di un giornalista peruviano il cui lavoro ha contribuito a denunciare gli abusi sessuali all’interno del gruppo Sodalitium, Leo ha chiesto un cambiamento culturale all’interno della chiesa.

    È necessario instillare «in tutta la Chiesa una cultura della prevenzione che non tolleri alcuna forma di abuso: abuso di potere o di autorità, di coscienza o di spiritualità, abuso sessuale», ha scritto.

    https://www.washingtonpost.com/world/2025/07/31/pope-leo-priest-convicted-vatican/

  • Prete arrestato per abusi a Reggio, Marziale: “Inaccettabile trasferimento anziché sospensione”

    Prete arrestato per abusi a Reggio, Marziale: “Inaccettabile trasferimento anziché sospensione”

    “Partiamo dal concetto, che qualsiasi persona indiziata di reato ha il diritto alla presunzione di innocenza. Ma, almeno la si allontanasse da attività a contatto con bambini e adolescenti, se il sospetto è di abusi su minori”: è quanto dichiara il Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale, in relazione all’arresto di un sacerdote a Reggio Calabria per presunti abusi su un minorenne.

    “Papa Francesco ha definito “omicidio psicologico” gli abusi sui minori – evidenzia Marziale – ed ha abolito il segreto pontificio sui reati di pedofilia, per debellare gli insabbiamenti. “Chi copre sarà punito”: ha aggiunto il compianto pontefice. Ma, a fronte di un’articolata attività inquirente della Procura della Repubblica reggina, apprendiamo che è stato trasferito di sede e lasciato esercitare il ministero a contatto con minori. Inaccettabile”.

    Per il Garante: “Secondo i più recenti dati raccolti nel database “Spotlight on Italian Survivors” della Rete l’Abuso, attualmente il 3,2% dei preti italiani è accusato di abusi sessuali su minori, e così letti sembrano pochi. Ma la percentuale corrisponde a circa 1.031 sacerdoti, che avrebbero prodotto 4.262 vittime. E ci limitiamo a prendere in considerazione soltanto il dato italiano”.

    “Papa Leone XIV, il 5 giugno scorso, incontrando la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori ha parlato “dell’impegno incrollabile della Chiesa per la salvaguardia dei bambini e delle persone vulnerabili” – fa notare Marziale – e adesso tocca verificare nei fatti se la tutela “incrollabile” attecchisce o rimane impegno vuoto, come tale è rimasto alla fine di ogni pontificato precedente, al netto delle belle parole”.

    “Vorrei non fosse vero – conclude il Garante – e che l’accusa risultasse infondata, ma al cospetto di riscontri testimoniali, acquisizioni documentali ed attività tecniche svolte dagli inquirenti, temo, al netto della ribadita presunzione d’innocenza dovuta all’indagato, che non ci sia molto da aggiungere, se non che al trasferimento a Cosenza sarebbe stata auspicabile la sospensione”. Luigi Grisi

    https://www.lanuovacalabria.it/prete-arrestato-per-abusi-a-reggio-marziale-inaccettabile-trasferimento-anziche-sospensione

  • Luis Badilla – Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

    Luis Badilla – Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

    Padre Carlo Alberto Capella, in queste settimane, ha finito di scontare i cinque anni di galera in Vaticano perché colpevole di possesso e traffico di materiale pedopornografico. Senza più il titolo di monsignore, è tornato a lavorare presso la Seconda Sessione della Segreteria di Stato dove anni fa aveva cominciato la sua carriera ecclesiastica nell’ambito dell’apparato internazionale della Sede Apostolica. In realtà, Capella quando era agli arresti in una stanza della caserma della Gendarmeria vaticana lavorava già presso gli Uffici dell’Elemosiniere del Santo Padre.

    Ora, pagato il debito con la giustizia, il presbitero nato a Carpi nel 1967, ordinato a Milano nel 1993 da dove per consiglio del card. Carlo Maria Martini sbarcò nella Segreteria di Stato, è stato reintegrato tra i dipendenti della Sede Apostolica con l’obbligo di rispettare severamente alcune restrizioni legate alla natura dei suoi delitti.

    La condanna

    Capella, accusato “di pedopornografia nelle particolari fattispecie previste e punite dagli articoli 10 e 11 della legge n. VIII del 2013 (detenzione e scambio di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità)”, fu rinviato a giudizio il 9 giugno 2018. La prima udienza si tenne presso il Tribunale Vaticano il 22 giugno. Il giorno dopo, Capella venne condannato a 5 anni di carcere più 5mila euro di multa. (Comunicato vaticano)

    Allora, dopo la sentenza, Vatican News riferiva: “Prima della sentenza è intervenuto  anche mons. Capella. Come aveva fatto già nella fase istruttoria, ha ammesso di aver compiuto “atti compulsivi di consultazione impropria di internet”. Gli errori commessi – ha affermato – sono evidenti. Ha aggiunto di essere dispiaciuto per quanto questo periodo di debolezza abbia inciso nella vita della diocesi, della Chiesa e della Santa Sede. Sono pentito e rammaricato e sono addolorato – ha poi detto mons. Capella – per la mia famiglia. Spero che questa situazione – ha proseguito – possa essere considerata un incidente di percorso nella mia vita sacerdotale, che amo ancora di più. Voglio proseguire – ha concluso – nel cammino riabilitativo.”

    La notizia sette anni fa.

    Il 7 aprile 2018 la Sala stampa vaticana pubblicò a sorpresa questo comunicato che causò gran rumore mediatico: “Questa mattina, su proposta del Promotore di Giustizia, il Giudice Istruttore del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di Mons. Carlo Alberto Capella. Il provvedimento è stato eseguito dalla Gendarmeria Vaticana. L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’arresto giunge al termine di un’indagine del Promotore di Giustizia. Il Giudice Istruttore ha ordinato il provvedimento sulla base dell’articolo 10, commi 3 e 5, della legge VIII del 2013”.

    Il nome di Capella nell’Annuario pontificio 2025

    Le redazioni di pubblicazioni cattoliche, in queste settimane, hanno pubblicato alcuni articoli che sostanzialmente, seppure con linguaggio morbido, contestano il fatto che mons. Capella – che ha subìto anche un processo canonico – sia stato riammesso negli uffici della Segreteria di Stato. Queste analisi riportano numerose frasi di critica, perplessità e rifiuto, ma sempre attribuite a fonti anonime identificate al massimo con le diciture “persone vicine al dossier o fonti vicine alla Segreteria di Stato”. The Pillar che si è occupato della vicenda scrive: “Una fonte a conoscenza diretta della situazione ha ricordato che Capella fu portato nell’ufficio della Segreteria di Stato dall’arcivescovo Paul Gallagher, capo della seconda sezione e ministro degli esteri del Vaticano”. Il ritorno in Segreteria “è stato chiaramente presentato come un atto di misericordia”, ha detto il funzionario. “L’intenzione era che quest’uomo, che non era stato ridotto allo stato laicale ma che chiaramente non poteva tornare nella sua diocesi o prestare servizio in una parrocchia, potesse collaborare all’ufficio e rimanere in Vaticano, dove è di fatto isolato, ma senza un ufficio formale”.

    Le due fonti di The Pillar affermano “che l’intesa iniziale prevedeva che Capella avrebbe lavorato come speechwriter e avrebbe contribuito alla stesura di relazioni senza una designazione ufficiale, un incarico o un grado. Ma qualcosa sembra essere cambiato di recente, con l’edizione del 2025 dell’Annuario Pontificio che elenca formalmente il sacerdote tra i funzionari della sezione diplomatica. Capella è classificato tra i minutanti ovvero gli impiegati senior, e il suo nome compare accanto a quello di diversi capi sezione del dipartimento.”

    Sempre The Pillar, con riferimento alla comparsa del nome di Capella nell’Annuario Pontificio 2025, conclude: “Tutti quelli che conoscono la vicenda credono che questo sia oltre il limite, nessuno capisce come sia stata presa questa decisione”, ha detto il funzionario. “Questo è l’opposto di quello che avrebbe dovuto essere lo scopo, ovvero che potesse rendere un servizio utile pur vivendo una vita appartata, senza dare scandalo”.

    Ontario. Natale 2016

    Le allora presunte attività illegale di Carlo Alberto Capella sono state individuate nel 2016 dalla rete di collaborazione tra la Polizia statunitense e quella canadese specializzata nella lotta contro la pedopornografia digitale. Da subito il caso richiamò l’attenzione prioritaria sia negli Usa sia in Canada. In particolare i sospetti più pesanti contro le attività dell’allora Monsignore Capella in rete sorsero a Windsor (Ontario, Canada) durante il periodo natalizio del 2016. A partire da quel momento il pedinamento digitale e il monitoraggio del dipendente vaticano della Nunziatura a Washington divenne costante e le Polizie statunitense e canadese strinsero un coordinamento ferreo, da subito in contatto con la Santa Sede, con il Nunzio Christophe Pierre (in carica dall’aprile 2016).

    Accordi con il Vaticano

    La situazione si era molto complicata. Il Canada voleva e chiedeva l’arresto e l’estradizione di Capella che ormai era rientrato a Washington. Gli Stati Uniti volevano arrestarlo ma senza crear frizioni con la Santa Sede. L’arresto o l’estradizione complicavano moltissimo i rapporti tra Vaticano, il Canada e la Casa Bianca, dove il 16 gennaio si insediava il Presidente Trump.

    Mons. Capella era un diplomatico vaticano, cosa non trascurabile perché godeva dell’l’immunità, ma era imputato con numerosissime prove di reati gravissimi in qualsiasi codice penale, accuse anche pesanti moralmente per un sacerdote della Chiesa Cattolica impegnata dal Papa stesso nella lotta contro la pedofilia tra i membri del clero.

    In questo contesto è nata la possibilità di spedire mons. Capella in Vaticano, discretamente, in virtù di accordi politici e diplomatici, sorpassando le leggi locali, e quindi lasciando al Papa in persona ulteriori decisioni.

    Il processo fu una formalità necessaria. In realtà da subito era tutto chiaro e così Capella fu portato in Vaticano con la condanna scritta in tasca. Era l’accordo con il Vaticano.

    Da ricordare che allora, gennaio 2017, la Casa Bianca aveva da poche settimane un nuovo inquilino: Donald Trump.

    Nota. Capella era stato assegnato alla nunziatura pontificia in India nel 2003 e alla nunziatura a Hong Kong nel 2007. Nel 2008 venne creato Cappellano di Sua Santità, decisione che gli ha conferito quindi il titolo di monsignore. Nel 2011 è stato trasferito in Vaticano per prestare servizio presso la Segreteria di Stato. Poi, nel 2016 è stato assegnato alla nunziatura pontificia negli Stati Uniti. Non molto tempo dopo, nel 2017, Capella fu richiamato in Vaticano senza apparente causa e senza che venissero precisati eventuali nuovi compiti. Nel frattempo, con estremo riserbo gli Stati Uniti, avevano informato la Santa Sede che mons. Capella era sotto inchiesta per possesso e condivisione di materiale pedopornografico. Il Canada emise addirittura un mandato di arresto nei suoi confronti, sostenendo che durante una visita in Canada nel dicembre 2016 aveva posseduto e condiviso materiale pedopornografico.

    Luis Badilla. Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio