Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Corte di cassazione

  • Zuppi, nuova nomina dal Papa: Giudice di Cassazione in Vaticano

    Zuppi, nuova nomina dal Papa: Giudice di Cassazione in Vaticano

    Bologna, 3 giugno 2023 – Dal primo gennaio il cardinale arcivescovo Matteo Zuppi sarà uno dei giudici della Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano. La nomina è arrivata direttamente da Papa Francesco per un incarico molto delicato, dato la Corte è l’unico organo all’interno della Santa Sede che può giudicare i cardinali e i vescovi nelle cause penali, fatto salvo il primo paragrafo del canone 1405 del Codice di Diritto Canonico. Tale articolo prevede che il Pontefice abbia la facoltà esclusiva di giudicare chi, secondo il promotore di giustizia, abbia commesso un delitto.

    La stessa attività della Cassazione deve essere sempre autorizzata al Santo Padre, essendo la Città del Vaticano governata da una monarchia assoluta elettiva e che il Papa reggente delega ad alcuni organi il potere esecutivo, legislativo e giudiziario, senza, però, rinunciare alla sua facoltà di agire un maniera autonoma in questi tre campi.

    Per Zuppi, gli incarichi al di fuori dei confini della diocesi iniziano a essere parecchi, da quelli meno visibili, come il far parte del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale e dell’Ufficio dell’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, all’essere presidente della Conferenza episcopale italiana, passando per il ruolo di ambasciatore nella missione di pace che Papa Francesco vorrebbe realizzare perché cessi il conflitto acceso dalla Russia con l’invasione in Ucraina. Come giudice della Corte di Cassazione sarà chiamato a esercitare la giustizia in nome del Pontefice.

    Va sottolineato come tale Corte abbia potere solo nei confronti di chi abbia commesso un reato all’interno delle mura vaticane o nei confronti di una persona che abbia cittadinanza vaticana, oppure se il presunto colpevole è un cittadino vaticano. Nelle altre situazioni, invece, come nel caso di un possibile reato commesso da un sacerdote, a intervenire è la sezione disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede, attraverso il Supremo Tribunale Apostolico che non ha facoltà di interagire con la giustizia ordinaria del Paese in cui si è verificato il delitto.

    https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/zuppi-nuova-nomina-dal-papa-giudice-di-cassazione-in-vaticano-e75cf8ae

  • Pedofilia: petizione a Ue per invitare Italia a rispetto norme

    Pedofilia: petizione a Ue per invitare Italia a rispetto norme

    E’ stata presentata nel corso di una conferenza stampa on line la petizione proposta da “La Rete L’Abuso”, associazione, con sede a Savona, che si occupa di sopravvissuti alla pedofilia del clero in Italia, al Parlamento Europeo.

    Il 16 febbraio scorso il presidente dell’associazione, Francesco Zanardi aveva presentato alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione di Roma un report sui casi tracciati dall’associazione con nomi e cognomi di 418 preti italiani che, secondo i dati in possesso dall’associazione, sarebbero pedofili.

    “La Procura Generale ha girato l’informativa al Comando generale dell’Arma del Carabinieri e alla Polizia – dice Zanardi – ma, a tutt’oggi, non è successo nulla. Non ci hanno chiesto neppure i nomi di questi preti”.

    Con la petizione, La Rete l’Abuso chiede al Parlamento europeo di fare rispettare all’Italia le norme come quella della accesso alla giustizia, con un obbligo di denuncia più concreto, di estendere la tutela dei minori, con obbligo di denuncia per tutti i cittadini che sono venuti a conoscenza di una violenza.

    E poi, c’è il grande nodo della prescrizione che, attualmente, è di 20 anni dalla data in cui è avvenuto il reato.

    “Per chi come me ha subito una violenza- dice Zanardi – sappiamo che per la rielaborazione di questo trauma profondo possono volerci molti più anni”.

    Alla petizione le vittime potranno contribuire anche senza passare da La Rete, e in forma anonima, integrandola con le loro richieste, dichiarazione e testimonianze. (ANSA).
    YUR-FK/

  • PROCURA GENERALE della REPUBBLICA Presso la CORTE di CASSAZIONE – Roma

    PROCURA GENERALE della REPUBBLICA Presso la CORTE di CASSAZIONE – Roma

    Il sottoscritto, Sig. Francesco Zanardi, nato a Torino il 19 Luglio 1970, CF ZNRFNC70L19L219W, con il presente atto agisce;

    -nella qualità di Presidente e legale rappresentante dell’Associazione senza scopo di lucro “RETE L’ABUSO” – Associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – C.F. 92109400090 ( di seguito denominata Associazione/Rete)  con sede legale in  Savona (SV), Via Pietro Giuria n. 3/28 ( cell. 3927030000) www. test.retelabuso.org/ ;

    – nella qualità di referente per l’Italia di “ECA Global” – Ending Clergy Abuse  – con sede legale in Siattle (USA), 5017 37TH Avenue (Tel: (206) 412-0165) www.ecaglobal.org.

     

    PREMETTE

    L’informativa in oggetto è frutto dei dati raccolti e/o pervenuti presso l’Associazione dal 2010; che la stessa è l’unica ONG in Italia ad agire specificatamente in tutela dei minori vittime di violenza sessuale da parte di membri del clero cattolico e verosimilmente la maggiore banca dati nel paese; che la copertura territoriale dei dati che andremmo ad esporre è nazionale; che l’arco temporale dei dati esposti è molto ridotto confronto a quelli analizzati dalle varie Commissioni Governative nel resto della UE – in genere 70 anni – nel nostro caso copre poco più dei 13 anni di attività dell’Associazione.

    La finalità del presente atto ispirato alla LEGGE 27 maggio 1991, n. 176, che tratta nell’interesse superiore del minore la violenza sessuale, che in questo caso prescinde prioritariamente dall’estinzione dello specifico caso, è quella di contribuire con i dati in nostro possesso a fornire a codesto spettabile Ufficio, in assenza di un’indagine governativa, la visione generale dell’entità del fenomeno sul territorio della Repubblica.

    La scelta di indirizzare l’istanza alla Procura Generale della Repubblica non è quindi casuale, ma dovuta al fatto che a nostro avviso, le Procure locali, agendo territorialmente, non riescono ad avere un quadro generale, spesso anche perché molte denunce vengono fatte all’associazione ed improcedibili, non vengono poi segnalate all’A.G.

    Tuttavia questo è il quadro generale del paese, che desta preoccupazione già da tempo, anche sui media italiani. (Inchiesta podcast de IL POST – Alvise Armellini e Iacopo Scaramuzzi – all. 1, 2, 3, 4, 5, 6)

    L’assenza stessa di un dato governativo non aiuta certamente l’A.G. ad avere il quadro chiaro della gravità del fenomeno sul territorio, producendo spesso come effetto collaterale, una grave carenza in materia di prevenzione, che precede il successivo stadio di improcedibilità che espanderò in seguito.

    La stessa comunità scientifica è cosciente da anni del profilo criminale del pedofilo, della sua recidività e del fatto che la stessa devianza lo porti a non aver alcun controllo dei propri istinti sessuali.

    Non parliamo di malati, ma di soggetti che soffrono una grave devianza della sessualità, tuttavia perfettamente lucidi nel premeditare, tanto che la comunità scientifica paragona il profilo del predatore pedofilo a quello del serial killer.

    Gli stessi accrediti letterari in materia, tra i più quotati lo studio del dott. Richard Sipe(*), parlano nel contesto ecclesiastico, complice l’omertà caratteristica e i continui trasferimenti, che questi soggetti siano in grado di produrre nell’arco della loro vita più di 200 vittime. Il dato della Commissione CIASE francese a riguardo è purtroppo illuminante.

    La Convenzione sui diritti dell’infanzia rappresenta lo strumento normativo internazionale più importante e completo in materia di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia.

    “La Convenzione, obbliga gli Stati che l’hanno ratificata a uniformare le norme di diritto interno a quelle della Convenzione e ad attuare tutti i provvedimenti necessari ad assistere i genitori e le istituzioni nell’adempimento dei loro obblighi nei confronti dei minori.

    Secondo la definizione della Convenzione sono bambini e adolescenti gli individui di età inferiore ai 18 anni (art. 1), il cui interesse deve essere tenuto in primaria considerazione in ogni circostanza (art. 3).”

    Per questo riteniamo doverosa ai fini della prevenzione, nell’interesse superiore del minore questa informativa, in quanto molti dei soggetti a noi segnalati e che spesso, causa gli insufficienti tempi di estinzione del reato non sono all’attenzione dell’A.G., restano tuttavia soggetti con una pericolosità sociale che non si prescrive, sui quali per prevenire bisogna vigilare.

     

    I FATTI

    Il 28 febbraio 2019, nell’80° sezione, sedute del 23 e 24 gennaio, il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite esaminava il rapporto periodico dell’Italia esprimendo a riguardo le seguenti conclusioni;

    “21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    Al paragrafo 21 delle osservazioni conclusive (all. 7).

    A precedere le raccomandazioni sopra, una interrogazione parlamentare dell’Onorevole Matteo Mantero – (all. 8), una successiva diffida inviata agli organi di Governo italiano dall’Associazione esponente (all. 9), una denuncia depositata presso la Procura della Repubblica di Savona. (all. 10)

    La recente commissione d’inchiesta CIASE (penultima prodotta in Europa) ha ravvisato che in Francia, in un arco temporale di circa 70 anni, ben 3000 sacerdoti cattolici abbiano abusato sessualmente di 216.000 minori. Non è noto per quante volte.

    Secondo la Commissione CIASE, aggiungendo l’indotto cattolico, il numero di vittime raggiungerebbe le 330.000.

    Tuttavia, tenendo conto delle “sole” 216.000 vittime dei 3000 religiosi, ogni sacerdote cattolico francese avrebbe abusato, mediamente, di 72 bambini (*Sipe). Un dato che va ben oltre la media dei reati attribuibili ad un laico, che in un caso simile si vedrebbe attribuire “l’eccezionalità” per l’incredibile record di vittime.

    La Francia ha una media di sacerdoti pari 21.930 unità (FONTE), di cui 3000 nei fatti risultano pedofili.

    Dati ufficiali di pochi giorni fa, ancora inesplorati, ci arrivano anche dalla Commissione portoghese che parla di 4.815 vittime. Li il totale dei sacerdoti è di sole 3.936 unità. Non è noto quanti di questi siano risultati colpevoli, tuttavia le vittime prodotte sono circa 1.000 in più della stessa popolazione clericale.

    L’Italia ha una media di sacerdoti pari a 50.148 unità e, se anche l’Italia segue la statistica percentuale delle commissioni d’inchiesta, come negli altri paesi e, non vediamo il perché mai non dovrebbe, è verosimile pensare che più di 7.000 sacerdoti italiani risultino pedofili. Come confermerebbero anche le proiezioni redatte dallo statistico irlandese Mark Vincent Healy (all. 11); il potenziale di vittime in Italia, solo per i sacerdoti si avvicinerebbe a circa 750.000 minori.

    L’Associazione Rete L’ABUSO, unico punto di riferimento e di supporto per i sopravvissuti agli abusi del clero, oggi è l’unica realtà a monitorare attraverso il proprio osservatorio il fenomeno sul territorio, ed è fortemente preoccupata non solo per i dati e la situazione che ci perviene attraverso i nostri assistiti, molto di più per la sistematica inerzia dei governi che si sono susseguiti, da 32 anni inadempienti verso l’interesse superiore del minore e indifferenti ancora oggi non solo alle varie istanze sopra citate, alle quali non hanno mai risposto, ma alle stesse raccomandazioni degli organi sovranazionali, come in questo caso il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite.

     

    ESPONGO A INTEGRAZIONE DEI FATTI

    Il 27 maggio 2022 il Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha eletto il suo nuovo Presidente, Matteo Zuppi. Al termine dei lavori, verosimilmente pressata dai dati che arrivano dagli altri paesi e dal fatto che tutti i membri dell’Unione Europea (tranne l’Italia) abbiano affrontato da tempo a livello Istituzionale il problema dei sacerdoti pedofili, la CEI dichiarava (controcorrente al resto del mondo) che non ci sarà nel paese alcuna commissione, tanto meno indipendente. Sarà fatta solo una cernita di dati raccolti unicamente dagli archivi delle Diocesi (escludendo quelli in possesso delle Procure), una sorta di censimento che peraltro avrebbero già potuto fare da anni, che analizzerà solamente il periodo che va dall’anno 2000 ad oggi, discriminando tutte le precedenti vittime.

    L’analisi escluderà oltre ai dati in possesso delle Procure della Repubblica, quelli delle vittime che negli anni si sono rivolte all’associazione e che per via dei termini prescrittivi, o per la sfiducia nelle gerarchie ecclesiastiche non compaiono in nessuno degli archivi. Lo scrivente fa questa affermazione con certezza in quanto nell’estate del 2022, in ben due occasioni e nella qualità di portavoce, ha incontrato a Bologna S.E. Cardinale Matteo Zuppi, con spirito collaborativo. Purtroppo però costretto a constatare che l’interesse del neoeletto Presidente, in linea col predecessore, non era rivolto alle potenziali vittime o a quelle già prodotte, ma solamente a sedare di fronte all’opinione pubblica il problema della chiesa italiana, cercando di tutelarla dalla Giustizia italiana, in questi reati il più possibile, senza riconoscere neppure sotto l’aspetto morale, un risarcimento umano ai malcapitati.

    Nei fatti, il 17 novembre scorso la Conferenza Episcopale Italiana ha diffuso la prima parte del report (all. 12 sintesi, all. 13 integrale), che espone solo 2 anni di dati unicamente raccolti presso le diocesi. Ha  annunciato che il report integrale di 22 anni, che questa volta comprenderà i dati provenienti anche dalla CDF (Congregazione per la Dottrina della Fede) sarà rilasciato prossimamente. Nessuna data.

    Nella sostanza il primo documento è un auto accredito non sul fare per riparare al danno e prevenirlo, ma sull’esaltare unicamente il lavoro di sportelli diocesani, non regolamentati nel consenso informato e spesso a danno delle stesse vittime, utili soltanto alla CEI per contenere omettendo in associazione con gli stessi sportelli, le denunce dei crimini all’Autorità civile. Tuttavia vedremo più avanti che il dato non è proprio così minimo.

    Da quanto si apprende oramai anche dalla cronaca nazionale, (#)25mila € è il valore del silenzio della vittima, con accordi tra le parti col vincolo della riservatezza (All. 14). Legali in Italia, se non fosse per la finalità dell’omissione, che si risolve socialmente negando consapevolezza ai cittadini, quindi la possibilità di tutela, dando l’opportunità  al pedofilo di abusare nel silenzio di altri bambini.

    Stando al documento ufficiale si legge che i dati prodotti provengono da 166 diocesi su un totale di 226 il 73,4%. Non si spende in alcun modo nell’illustrare eventuali canali concreti ed efficaci di assistenza o soccorso alle vittime, tranne un’assistenza psicologica tuttavia attiva solo nel 14% delle 166 diocesi censite.

    Come riporta il report, malgrado la pandemia e la chiusura degli uffici, le vittime che si sono presentate a 30 centri di ascolto “Nel biennio in esame il totale dei contatti registrati da 30 Centri di ascolto è stato pari a 86, di cui 38 contatti nel 2020 e 48 nel 2021.” (pag. 2)

    Sempre stando al documento, il numero degli accusati è di 68 persone, in oltre la metà dei casi tra i 40 e i 60 anni.

    “Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione.”

    Riteniamo davvero interessante il dato degli accusati laici, doppio a quello rilevato dalla commissione francese, ben la metà (1/3 del totale) del numero dei chierici e religiosi dichiarato dalla stessa CEI.

    Un dato notevole, con molta probabilità dovuto al vuoto legislativo del c.d. Certificato anti pedofilia (segnalato la prima volta nell’interrogazione dell’Onorevole Matteo Mantero, poi anche dall’ONU) che in Italia solleva il volontariato dall’esibirlo, paradossalmente indicando a chi pregiudicato l’alternativa di predare in quello specifico ambito, trovando negli ambienti di chiesa e nel suo contesto associativo omissivo – timorati dello scandalo, in virtù dell’immagine – una ulteriore tutela in una improbabile denuncia.

    Il report della CEI prosegue spiegando infine all’iter i provvedimenti “A seguito della trasmissione della segnalazione all’Autorità ecclesiastica da parte dei Centri di ascolto, tra le azioni poste in essere sono risultati prevalenti i “provvedimenti disciplinari”, seguiti da “indagine previa” e “trasmissione al Dicastero per la Dottrina della Fede”.

    Le domande che sorgono sono parecchie alla luce di quanto dice e sappiamo dalla scienza medica ed il rapporto di (*)Richard Sipe sul potenziale di recidività, che non può essere surrogato nelle buone intenzioni della chiesa.

    -Che fine hanno fatto i presunti autori denunciati alla CEI attraverso gli sportelli, non si sa chi siano, dove siano e peggio ancora non sono stati segnalati alle autorità italiane.

    -E che ne è stato delle loro vittime? Sono state assistite o forse tacitate con (#)un accordo col vincolo della riservatezza?

    Verosimilmente, per il potere giudiziario che la chiesa non ha, fuori dai numeri del report, anche qualora risultassero colpevoli, girano liberamente e restano potenzialmente pericolosi.

    Una soluzione quella della CEI intollerabile ed inammissibile perchè risulta totalmente inadeguata a qualunque forma di prevenzione (tranne per la stessa Istituzione ecclesiastica) cancellando qualunque forma di tutela preventiva nell’interesse superiore del minore.

     

    -o-O-o-

    I DATI RACCOLTI in ITALIA dall’osservatorio della Rete L’ABUSO

    I primi che andiamo ad esporre sono quelli noti ed indispensabili per fare un quadro iniziale della situazione. Essendo noti, quindi passati per le Procure della Repubblica italiane, ci limiteremo nel separare le condanne in via definitiva (164 casi) dagli indagati e i condannati in primo e secondo grado (168 casi), in quanto codesto spettabile Ufficio ha accesso diretto ai fascicoli delle Procure, certamente più dettagliati dei nostri.

    I dati anonimi in nostro possesso riguardano 88 nominativi di potenziali stupratori che qualora codesto spett. Ufficio ritenesse, mettiamo da subito a disposizione dell’A.G. nell’integralità.

     

    Tabella dati per Regioni italiane – Report Rete L’ABUSO (All. 15)

     

     

    ALLEGA

    1. 2-3-4-5-6 Inchiesta podcast de IL POST
    2. Osservazioni conclusive del Comitato ONU 80° sessione
    3. Interrogazione parlamentare Matteo Mantero
    4. Diffida dell’Associazione
    5. Querela depositata presso la Procura della Repubblica di Savona
    6. Proiezioni statistiche prodotte da Mark Vincent Healy
    7. Report CEI sintesi
    8. Report CEI integrale
    9. Articolo “accordi tra le parti” Editoriale DOMANI
    10. Report Rete L’ABUSO del 1 febbraio

    Con ossequio

    Francesco Zanardi

    Firma digitale

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  • Sesso in chat con ragazzini, confermati 5 anni a don Vincenzo Esposito

    Sesso in chat con ragazzini, confermati 5 anni a don Vincenzo Esposito

    La terza sezione della Corte di appello ha confermato la precedente sentenza del tribunale di Termini Imerese che aveva inflitto 5 anni al sacerdote Vincenzo Esposito, 64 anni originario di Caltavuturo con l’accusa di induzione alla prostituzione minorile. La sentenza, come riporta il Giornale di Sicilia, riforma in parte la decisione emessa il 22 giugno 2020 dal tribunale, appellata dall’imputato ma anche dalle parti civili. Il prete dovrà anche risarcire un’altra persona offesa che era stata esclusa nel primo giudizio e dovrà anche pagare le spese processuali.

    Intercettato dai Carabinieri

    Al momento don Esposito domiciliari a Termini Imerese. I legali Giovanni Di Trapani e Renato Vazzana hanno già preannunciato il ricorso alla Corte di Cassazione contro il reato contestato all’assistito. I carabinieri della compagnia di Termini Imerese lo hanno intercettato mentre effettuava delle video chiamate hard con quattro ragazzini di 16 e 17 anni. In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postepay. Sotto inchiesta finì anche la madre di uno dei ragazzini: secondo l’accusa sapeva cosa stava accadendo e avrebbe indotto il figlio a prostituirsi con il sacerdote. I versamenti di denaro, da parte del prete in favore dei giovani erano di piccolo taglio, dieci, venti o trenta euro per vedere in chat immagini a sfondo sessuale.

    L’indagine nata per caso

    Don Vincenzo Esposito era stato arrestato dai carabinieri nel mese di agosto del 2021, insieme alla madre di una delle presunte vittime. Una inchiesta nata per caso, quando i militari avevano captato alcune telefonate nell’ambito di un’altra indagine. Esposito, quando venne arrestato esercitava il ministero in provincia di Perugia, ma in passato era stato non solo a Termini Imerese, ma anche al Buccheri La Ferla.

    I legali andranno in Cassazione

    Le vittime assistite in primo e secondo grado dagli avvocati Francesco Paolo Sanfilippo, Giuseppe Canzone e Caterina Intile, sarebbero state tutte in una condizione di grave disagio economico e avrebbero utilizzato il denaro per spese frivole come tagliarsi i capelli o andare a mangiare una pizza. “Ci sono a nostro avviso – dichiarano gli avvocati difensori Di Trapani e Vazzana – i presupposti per produrre ricorso in Cassazione e ribaltare la sentenza della Corte di appello”.

    Sesso in chat con ragazzini, confermati 5 anni a don Vincenzo Esposito

  • Prete accusato di violenza sessuale su minore, no all’oscuramento del post di giornalista

    Prete accusato di violenza sessuale su minore, no all’oscuramento del post di giornalista

    La Corte di Cassazione, V sezione Penale, ha accolto il ricorso, avanzato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, nonché i rilievi formulati dagli avvocati della giornalista Pierelisa Rizzo, Eleanna Parasiliti Molica e Giovanni Di Giovanni, annullando senza rinvio il decreto del Gip del Tribunale di Enna che aveva disposto l’oscuramento del post pubblicato sul profilo Facebook della corrispondente dell’ANSA contenente le chat a sfondo sessuale intercorse fra il sacerdote Giuseppe Rugolo, arrestato ai domiciliari nel 2021 per violenza sessuale a danno di minori, ed altri giovani.

    La querela sporta da Don Rugolo contro la giornalista

    La vicenda traeva origine dalla querela sporta da Don Rugolo, contro la giornalista, che aveva pubblicato alcuni messaggi estrapolati dalle chat whatsapp dell’imputato, dopo le notizie pubblicate da due siti online che avevano escluso la presenza di materiale a sfondo sessuale nei supporti informatici del sacerdote. Le chat, pubblicate sul profilo della giornalista, peraltro già contenute nell’ordinanza di custodia cautelare, testimoniano, inequivocabilmente, il tenore delle conversazioni fra il sacerdote ed i ragazzi.

    Il post con le chat a sfondo sessuale

    Il post, dunque, resterà pubblico e nella disponibilità dei lettori. La Procura della Repubblica di Enna aveva già rigettato la richiesta di sequestro della totalità degli strumenti informatici in uso alla giornalista. “E’ chiaro l’intento di Rugolo e della Diocesi di Piazza Armerina di imbavagliare l’informazione e di colpire coloro che stanno sostenendo e difendendo il giovane che ha denunciato. Sono contenta che sia giunto dalla Cassazione questo segnale a favore dell’informazione libera”, ha commentato la giornalista Pierelisa Rizzo.

    Il sacerdote Giuseppe Rugolo accusato di violenza sessuale

    Giuseppe Rugolo è il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata a danno di minori. L’accusa è sostenuta dal pm Stefania Leone e dal procuratore capo Massimo Palmeri. Nel corso dell’udienza di ottobre, il padre della vittima che ha confermato la versione fornita dal figlio nella scorsa udienza ed un giovane che avrebbe confermato di essersi rivolto a Gisana almeno due volte per raccontare di avere subito attenzioni morbose da parte di Rugolo.

    Prete accusato di violenza sessuale su minore, no all’oscuramento del post di giornalista

  • Giornalisti: Cassazione, no ad oscuramento post su sacerdote  Conteneva chat a sfondo sessuale religioso arrestato per abusi

    Giornalisti: Cassazione, no ad oscuramento post su sacerdote Conteneva chat a sfondo sessuale religioso arrestato per abusi

    (ANSA) – PALERMO, 12 GEN – La Corte di Cassazione, V sezione Penale, ha accolto il ricorso, avanzato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, nonché i rilievi formulati dagli avvocati della giornalista Pierelisa Rizzo, Eleanna Parasiliti Molica e Giovanni Di Giovanni, annullando senza rinvio il decreto del Gip del Tribunale di Enna che aveva disposto l’oscuramento del post pubblicato sul profilo facebook della corrispondente dell’ANSA contenente le chat a sfondo sessuale intercorse fra il sacerdote Giuseppe Rugolo, arrestato ai domiciliari nel 2021 per violenza sessuale a danno di minori, ed altri giovani.

    La vicenda traeva origine dalla querela sporta da Don Rugolo, contro la giornalista, che aveva pubblicato alcuni messaggi estrapolati dalle chat whatsapp dell’imputato, dopo le notizie pubblicate da due siti on line che avevano escluso la presenza di materiale a sfondo sessuale nei supporti informatici del sacerdote. Le chat, pubblicate sul profilo della giornalista, peraltro già contenute nell’ordinanza di custodia cautelare, testimoniano, inequivocabilmente, il tenore delle conversazioni fra il sacerdote ed i ragazzi.

    Il post, dunque, resterà pubblico e nella disponibilità dei lettori. La Procura della Repubblica di Enna aveva già rigettato la richiesta avanzata, sempre da Don Rugolo, di sequestro della totalità degli strumenti informatici in uso alla giornalista.

    “E’ chiaro l’intento di Rugolo e della Diocesi di Piazza Armerina di imbavagliare l’informazione e di colpire coloro che stanno sostenendo e difendendo il giovane che ha denunciato. Sono contenta che sia giunto dalla Cassazione questo segnale a favore dell’informazione libera”, ha commentato la giornalista Pierelisa Rizzo. (ANSA).
    NU/ S45 QBKS

  • Violenza sessuale su chierichetto: confermati 8 anni a Caramia

    Violenza sessuale su chierichetto: confermati 8 anni a Caramia

    Otto anni di reclusione per atti sessuali su un chierichetto: la corte d’appello di Lecce ha confermato la condanna inflitta in primo grado dal tribunale di Brindisi a Francesco Caramia, ex parroco di San Giustino de Lacobis, la chiesa del rione Bozzano.

    Caramia fu arrestato e rinchiuso in carcere nel 2016 e poi ottenne i domiciliari. Attualmente è a piede libero.
    A denunciare il caso fu all’epoca il pediatra cui il ragazzino aveva raccontato ciò che gli era accaduto alcuni anni prima.

    Successivamente, fu la stessa presunta vittima, a confermare tutto durante un drammatico incidente probatorio, abusi subiti quanto aveva otto anni, tra il 2008 e il 2009. Le violenze, secondo il suo racconto, avvenivano un paio di volte alla settimana dopo le lezioni di catechismo.

    Il ragazzino, che quando fu ascoltato aveva 16 anni, ricordò che il parroco lo aveva minacciato che se avesse rivelato ciò che avveniva in sacrestia avrebbe fatto perdere il posto di lavoro al padre e fatto separare il genitori.

    Nel processo d’Appello il sostituto procuratore generale Giovanni Gagliotta ha chiesto alla Corte la conferma della condanna di primo gradi. La difesa, che si era vista respingere l’istanza di un nuovo esame del ragazzino, aveva chiesto invano l’assoluzione.

    Dopo la nuova condanna, l’ultima parola spetterà alla Corte di Cassazione.

  • Cassazione: torna in carcere sacerdote accusato di abusi

    Cassazione: torna in carcere sacerdote accusato di abusi

    (ANSA) – PALERMO, 24 MAR – È tornato in carcere don Sergio Librizzi, per molti anni al vertice della Caritas diocesana di Trapani.

    La Corte di Cassazione ha infatti confermato la sentenza di condanna a sei anni inflitta dalla Corte di Appello.

    Il sacerdote era stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale e corruzione. In qualità di componente della Commissione per il riconoscimento dello status di richiedente asilo era accusato di avere ottenuto prestazioni sessuali dai migranti in cambio di favori nella pratica per il permesso di soggiorno. Librizzi era stato arrestato nel giugno del 2014 e in primo grado condannato a nove anni, pena confermata dalla Corte di Appello di Palermo. La Cassazione aveva però annullato la sentenza con rinvio e alla fine del 2020, dopo il secondo processo di appello, era stato condannato a sei anni due mesi e 20 giorni, modificando il reato in induzione alla corruzione. Il prete ha già scontato quattro anni, dovrà scontare il residuo della pena nel carcere di Termini Imerese. (ANSA).

    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2022/03/24/cassazione-torna-in-carcere-sacerdote-accusato-di-abusi_2cabba69-f0e7-4987-b166-d36263d5d7f8.html

  • Augusta, abusi sessuali: in carcere l’ex arciprete Incardona

    Augusta, abusi sessuali: in carcere l’ex arciprete Incardona

    Si aprono le porte del carcere per padre Gaetano Incardona, 83 anni, ex arciprete della chiesa Madre di Augusta. Per lui l’accusa è di abusi sessuali nei confronti di una ragazza. Il sacerdote dovrà scontare nel carcere di Ragusa cinque anni e tre mesi. La vicenda risale al febbraio del 2013. Una ventunenne si presentò dai carabinieri per denunciare le molestie subite. A quel punto i militari le piazzarono una microscopica telecamere addosso che registrò quanto stava accadendo, incastrando Incardona. Il prete fu subito arrestato e gli furono inizialmente concessi i domiciliari, poi il via al processo prima a Siracusa, poi in Corte d’Appello, a Catania.

    Le accuse

    Sia in primo che in secondo grado le accuse schiaccianti portarono ad una condanna, poi confermata anche dalla Corte di Cassazione che nell’ottobre 2019 approvò le aggravanti di aver commesso le violenze abusando “dei poteri concernenti la funzione di ministro di culto”. Nonostante il sacerdote si fosse sempre detto innocente. Adesso la pena è diventata esecutiva. Incardona è quindi stato trasferito in carcere. Nel 2013 LiveSicilia raccontò con un servizio l’omertà di Augusta nei confronti della vicenda.

    GUARDA IL VIDEO

    https://livesicilia.it/2022/01/27/augusta-gaetano-incardona-carcere/

  • Reati sessuali su minori, per il sacerdote doppio processo canonico e statale

    Reati sessuali su minori, per il sacerdote doppio processo canonico e statale

    Il sacerdote processato da un tribunale canonico per reati sessuali su minore, può essere giudicato per lo stesso fatto anche da un Tribunale italiano, senza che ci sia violazione del ne bis in idem. La Corte di cassazione, con la sentenza 34576, respinge il ricorso di un parroco, condannato dal vescovo in via extragiudiziale con un processo penale amministrativo. Un procedimento canonico, con un iter più rapido, che si era concluso con il divieto perpetuo di esercitare il ministero con minorenni, unito all’ obbligo di dimora per cinque anni nella residenza “Oasi di Elim”, una struttura dedicata alla cura dei preti pedofili. Pene afflittive dunque – anche se, ad avviso delle parti civili, non paragonabili a quelle previste dall’ordinamento italiano – in base alle quali il ricorrente aveva eccepito la violazione del ne bis in idem, dopo la condanna della Corte d’Appello dell’Aquila che aveva confermato i tre anni e otto mesi di carcere, stabiliti dal Tribunale per atti sessuali compiuti con un minore di 16 anni. Secondo la tesi della difesa il principio del ne bis in idem sarebbe valido anche nei rapporti tra Italia e Santa sede, per la reciproca fiducia che contraddistingue i rapporti, in virtù di principi costituzionali di parità e anche per l’obbligo imposto allo Stato dall’articolo 10 della Carta, di conformarsi alle norme di diritto riconosciute a livello internazionale.

    Il carattere territoriale del ne bis in idem

    Ma la lettura è frutto di un errore giuridico, che la Cassazione sottolinea. Il ne bis in idem, non rientra nella sfera dei diritti umani inviolabili e non ha natura di principio di diritto internazionale in grado di prevalere su quello di territorialità. Può semmai essere applicato in presenza di convenzioni ratificate e rese esecutive tra Stati, vincolanti solo per i contraenti e nei limiti dell’accordo raggiunto. In generale lo Stato italiano, come la maggior parte degli Stati moderni, si ispira al principio della territorialità e della obbligatorietà generale della legge penale. Questo con la chiara giustificazione di assicurare una giustizia che tenga conto delle diverse valutazioni sociali e politiche delle condotte umane. E soprattutto in campo penale dove il peso attribuito ad alcuni reati è diverso anche nella coscienza popolare.

    L’assenza di accordi o convenzioni con la Santa Sede

    Né il principio del ne bis in idem si può ritenere applicabile per effetto di accordi tra Santa sede e Italia o di Convenzioni alle quali entrambe abbiano aderito. La Santa Sede è rimasta fuori dalla “Convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen” avendo siglato solo la “Convenzione moneraria europea”. Nessun effetto, nel senso auspicato dalla difesa, può derivare neppure dal Trattato del ’29, che si è limitato a consentire la libera circolazione di merci verso lo Stato Vaticano o istituzioni o uffici della Santa Sede. Va escluso anche che la Santa Sede abbia aderito all’Unione europea, avendo solo una stabile rappresentanza a Bruxelles, ed essendo ininfluente, in assenza di una formale adesione, il fatto che il Vaticano sia una “enclave” dell’Italia. Per finire la Santa sede non è membro dell’Organizzazione delle Nazioni unite, dove ha il solo status di “Osservatore permanente”.

    Il Trattato e il Concordato del ’29

    Sbagliata la conclusione del ricorrente anche per quanto riguarda l’applicabilità dell’articolo 23 del Trattato tra Santa Sede e Italia del ’29, secondo il quale per l’esecuzione delle sentenze emanate dai tribunali della città del Vaticano si applicano le norme di diritto internazionale. La previsione riguarda, infatti, le sentenze dei Tribunali dello Stato del Vaticano e non delle autorità ecclesiastiche della Santa Sede, come nel caso esaminato. Neppure il tema del riconoscimento, affrontato sempre dall’articolo 23 secondo comma, può essere considerato equivalente al divieto di ne bis in idem. È utile piuttosto ad affermare che la sentenza, agli effetti civili, per quanto riguarda lo status non di chierico ma di cittadino, possa avere piena efficacia anche in Italia. Un riconoscimento non incompatibile con il nuovo giudizio e che non incide sull’autonomia delle due giurisdizioni.

    Le Linee guida della Conferenza episcopale e il Motu proprio

    A conferma della legittima concorrenza tra la due giurisdizioni ci sono le Linee guida della Conferenza episcopale italiana, aggiornate a giugno 2019, con le quali si ribadisce l’autonomia delle due vie e l’importanza della cooperazione tra vescovo e autorità civili.

    La Cassazione cita anche il Motu proprio “Ai nostri Tempi” di Papa Francesco del 2013 che, in materia penale, ha affiancato alla giurisdizione canonica la concorrente giurisdizione del Tribunale del Vaticano per i delitti più gravi, come quello esaminato, se commessi da pubblici ufficiali della Santa Sede. Condotte punibili sia come reati sia come “delicta graviora”, senza rischio di incorrere in una duplicazione dei giudizi. Una cosa sono, infatti, le sanzioni previste dalle leggi penali vaticane, derivanti nel caso specifico da trattati internazionali, e altro le sanzioni «attribuite iure nativo alla competenza della Congregazione per la dottrina della fede nei confronti dei chierici». Per le prime c’è «la giurisdizione dello Stato; per le seconde opera la giurisdizione sullo status».

    Nell’elenco delle fonti dalle quali trarre la conclusione raggiunta, ci sono anche il Protocollo addizionale al Concordato dell’84, nel quale si prevede che l’autorità giudiziaria italiana avvisi l’Ordinario della diocesi dell’imputato, dell’inizio di un procedimento penale nei confronti di un ecclesiastico o di un religioso di culto cattolico.

    Mentre nello stesso Concordato del ’29 si prevedeva che, nel caso di condanna di un ecclesiastico o di un religioso, la pena fosse scontata in locali separati rispetto ad un laico.

    https://www.ilsole24ore.com/art/reati-sessuali-minori-il-sacerdote-doppio-processo-canonico-e-statale-AEUK5bj?refresh_ce=1