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Tag: Corte di cassazione

  • Cassazione sul Forteto: “Fiesoli non si è mai pentito degli abusi commessi”

    Cassazione sul Forteto: “Fiesoli non si è mai pentito degli abusi commessi”

    Condanna invariata a 14 anni e 10 mesi per l’ex guru del Forteto, la comunità di affidi di minori vicina a Firenze: i giudici spiegano perché non hanno praticato sconti di pena

    Reati troppo gravi per concedere qualunque sconto di pena. È questa in sintesi la motivazione con cui la Corte di Cassazione ha legittimato la pena di 14 anni e 10 mesi inflitta a Rodolfo Fiesoli, l’ex “guru” della comunità del Forteto di Vicchio, nel Mugello. Fiesoli, si legge nel verdetto di 48 pagine depositato oggi, giovedì 25 giugno, non avrebbe mai mostrato “resipiscenza” né pentimento per le azioni commesse dagli anni Settanta al 2010, a danno di ragazzini e adolescenti in condizioni di disagio affidati alla struttura. Questo il motivo per cui gli ermellini, con decisione dello scorso 6 novembre, hanno confermato la condanna per violenza sessuale di gruppo e altri reati emessa dalla corte d’appello di Firenze il 26 ottobre 2018.
    Una pena rimasta invariata per via della “lunga durata dei maltrattamenti – si legge nelle motivazioni – e della pluralità delle condotte illecite di soggezione psicologica e morale perpetrate dal Fiesoli che, per la sua posizione di ‘capo spirituale’ della comunità, ha dettato le regole comportamentali”. “Inducendo – proseguono i supremi giudici– gli altri membri adulti della stessa ad uniformarvisi, pena l’allontanamento, e a concorrere con lui nella consumazione di tali delitti”.

    Violenze e abusi nella comunità del Forteto, in altre parole, “erano logica conseguenza della messa in pratica delle teorie predicate” da Fiesoli, continuano i magistrati della IV sezione penale della Cassazione. “Nel dichiarare l’infondatezza delle impugnazioni degli imputati – si legge ancora – la Suprema Corte ha richiamato la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito da cui risulta che l’episodio di violenza sessuale (nei confronti di una delle vittime, ndr) è “ampiamente provato”. Violenze “sostenute dalla condotta abusiva ed induttiva dell’agente”, e conseguenza diretta della “dottrina” predicata dal guru.
    Nei giorni scorsi, sul caso Forteto era stata sentita in commissione parlamentare d’inchiesta il sostituto procuratore di Firenze Ornella Galeotti, che ha seguito in veste di pubblico ministero il processo a Fiesoli iniziato nel 2013, su fatti di oltre trent’anni prima. “In Toscana – ha detto in un passaggio della sua audizione – per 30 anni si è assistito a una sospensione di tutte le regole e le leggi sul tema” dell’affidamento dei minori. Una vicenda cominciata nel 1975, quando Fiesoli fondò la comunità che negli anni seguenti accolse decine di bambini con disagio fisico e psichico. Vittime, secondo quanto accertato nei decenni successivi dai tribunali, di abusi e violenze di ogni genere, portate avanti da Fiesoli e da altri membri del gruppo, tra cui Daniela Tardani (condannata a 6 anni e 4 mesi di reclusione). All’interno della comunità vigeva una severa disciplina di separazione dei sessi, i rapporti omosessuali erano promossi mentre i legami affettivi e familiari osteggiati in ogni modo.

    https://firenze.repubblica.it/cronaca/2020/06/25/news/cassazione_sul_forteto_fiesoli-260185537/?fbclid=IwAR2PzGzzth2Hc2mt5Qm9MbvhwT-qoqF9cGQkliG3Ac8TTrns5piBybw1bco

  • Mauro Inzoli ha lasciato il carcere di Bollate. Limentani: ‘è stato affidato ai servizi sociali’

    Mauro Inzoli ha lasciato il carcere di Bollate. Limentani: ‘è stato affidato ai servizi sociali’

    Ieri, mercoledì 1 aprile, Mauro Inzoli ha lasciato il carcere di Bollate presso il quale era detenuto dal 7 aprile 2018, giorno in cui si era consegnato spontaneamente dopo la condanna in via definitiva dalla Corte di Cassazione a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione per abusi su minori con l’aggravante dell’abuso di autorità. Come spiega uno dei difensori dell’ex parroco della Ss. Trinità di Crema, l’avvocato Corrado Limentani, “Inzoli è stato scarcerato in quanto gli è stato concesso il beneficio dell’affidamento in prova ai servizi sociali”.

    Leader di Comunione e Liberazione

    Mauro Inzoli, leader di Comunione e Liberazione, presidente del Banco Alimentare, rettore del liceo linguistico W. Shakespeare di Crema, aveva ricevuto anche la carica di monsignore. Nel marzo del 2018 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza emessa il 21 settembre 2017 dalla Corte d’appello di Brescia. Molti casi sono caduti in prescrizione, mentre sono stati accertati otto casi di violenza sessuale avvenuti tra il 2004 e il 2008. Due su ragazzini con meno di 14 anni. Le altre vittime avevano meno di 16 anni. I fatti erano accaduti nell’ufficio in cui il sacerdote svolgeva gli esercizi spirituali e nei luoghi di villeggiatura in cui organizzava fine settimana e soggiorni estivi.

    Prescrizione e sconto di pena
    Nel maggio 2017 la riduzione allo stato laicale disposta da papa Francesco e ufficializzata dal vescovo di Crema Daniele Gianotti. La vicenda processuale è nata durante il mandato del vescovo Oscar Cantoni, poi trasferito a Como. A settembre l’esito dell’appello in sede penale con lo sconto di pena, poiché tra gli abusi denunciati due casi sarebbero caduti in prescrizione. Oltre a ciò la difesa dell’ex sacerdote ha sottolineato il principio ne bis in idem, in base al quale la persona non può essere condannata due volte per lo stesso reato. Il riferimento è al primo procedimento svolto dal tribunale ecclesiastico. La Cassazione ha confermato la sentenza d’Appello rigettando l’istanza della difesa.

    https://www.cremaonline.it/cronaca/02-04-2020_Inzoli+uscito+dal+carcere:+’%C3%A8+affidato+ai+servizi+sociali’/

  • PEDOFILIA ECCLESIASTICA: IL CASO DEL CARDINALE BARBARIN – QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA

    PEDOFILIA ECCLESIASTICA: IL CASO DEL CARDINALE BARBARIN – QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA

    con un commento di padre pierre vignon alla sentenza della corte d’appello di lione del 30 gennaio 2020 che assolve il cardinal philippe xavier ignace barbarin dal reato di omessa denuncia. [PUBBLICATO SU “NONMOLLARE N. 57 DI LUNEDI’ 3 FEBBRAIO 2020]

    di emanuela provera

    Dopo aver ricevuto la notizia della sua condanna a sei mesi di carcere il 7 marzo del 2019, il cardinale Philippe Barbarin annunciò che avrebbe fatto ricorso avanti la Corte di Appello di Lione.

    Gli accadimenti che coinvolgono i protagonisti di questa drammatica vicenda hanno avuto una importante eco mediatica, tanto da essere raccontati nel film di François Ozon intitolato Grazie a Dio, uscito in Italia il 17 ottobre 2019.

    La vicenda processuale è complessa perché coinvolge più persone e più fatti, e si fondata su due chiari addebiti mossi al cardinale Barbarin: non avere prevenuto, come avrebbe potuto, gli abusi nei confronti dei minori, e non avere denunciato gli abusi nei confronti dei minori, di cui sarebbe stato a conoscenza.

    All’udienza del 30 gennaio scorso la Corte d’Appello di Lione ha assolto il cardinale Barbarin confermando che era a conoscenza dei fatti, ma stabilendo la prescrizione per il reato di omessa denuncia, a differenza di quanto invece aveva sostenuto in primo grado.

    La sentenza che assolve Barbarin probabilmente non chiude il procedimento giudiziario che proseguirà in Corte di Cassazione, come annunciato da François Devaux, presidente dell’associazione “La Parole Libérée”.

    Senza sminuire la valenza delle reazioni umane che provengono dalle vittime, con le quali ho rapporti costanti e alle quali mi sento sensibilmente più vicina, ho posto la mia maggiore attenzione ai contenuti tecnici della sentenza interpellando padre Pierre Vignon, che in queste ore ha dato la sua disponibilità a fornire un commento. Vignon è prete diocesano da quaranta anni, ha studiato a Friburgo (Svizzera), Roma (Gregoriana) e Parigi (Istituto cattolico). È stato giudice ecclesiastico al tribunale regionale di Lione. L’incarico gli fu revocato proprio dal cardinale Barbarin allorché si delinearono le responsabilità del cardinale quanto alla copertura dei crimini di Bernard Preynat. Ha pubblicato libri su abusi e derive settarie. È diventato famoso in Francia come “lanceur d’alerte”.

    Secondo Vignon il passaggio decisivo della sentenza («che pone un problema»” mi ha riferito) è a pagina 36:

    Si ce délai, comme le délai encore plus important de cinq années qui s’était écoulé entre l’entretien de mars 2010 et la mise à l’écart de Bernard PREYNAT par le Cardinal BARBARIN de toute activité impliquant des contacts avec des enfants est sérieusement contestable sur le plan moral, cette circonstance est sans effet sur l’existence de l’infraction litigieuse.

    [«Se questo ritardo ad agire, come il ritardo ancora più lungo di cinque anni intercorso tra l’incontro del marzo 2010 e l’allontanamento di Bernard Preynat da parte del cardinale Barbarin da qualsiasi attività che implicasse dei contatti con dei bambini è seriamente contestabile a livello morale, questa circostanza è senza conseguenze sull’esistenza dell’infrazione oggetto del contenzioso».]

    Prosegue Vignon: «Il Tribunale, dall’estratto della sentenza a pagina 36, riconosce che il tempo impiegato dal cardinale per agire nel caso Preynat è seriamente contestabile sul piano morale, ma non sul piano legale. Dal momento che le vittime adulte gli rivelarono che i problemi avuti da bambini con Preynat non li mettevano al tempo in pericolo, il cardinale non aveva l’obbligo di denunciarli alla giustizia. Questo ragionamento giuridico non parla del dovere che incombe al superiore di Bernard Preynat di proteggere i bambini in generale affidandogli nuove responsabilità pastorali. In più, dietro a questo giudizio c’è un problema di società in generale: di fronte al flagello degli abusi sessuali, fino a quale grado la legge deve incoraggiare la denuncia? Due scuole legali ormai si scontrano. Quella che vuole limitare la trasparenza e quella che vuole promuoverla. L’atteggiamento del cardinale Barbarin, di cui si parla già da più di quattro anni, continuerà a far parlare ancora di sé per parecchi anni, fino a quando la Corte di Cassazione e in seguito la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si pronunceranno».

    QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA BARBARIN
    https://critlib.it/2020/02/03/pedofilia-ecclesiastica-il-caso-del-cardinale-barbarin-qui-il-testo-integrale-della-sentenza/

  • Caso Forteto, il 3 dicembre al via la commissione parlamentare d’inchiesta

    Caso Forteto, il 3 dicembre al via la commissione parlamentare d’inchiesta

    Firenze, 20 novembre 2019 –  Caso Forteto. Si riunirà il 3 dicembre alle 10 la commissione d’inchiesta sul caso Forteto riguardanti presunte molestie sessuali avvenute nella comunità per minori di Vicchio, in provincia di Firenze. L’ha annunciato in aula il presidente del Senato Elisabetta Casellati.

    Il capo e fondatore Rodolfo Fiesoli, detto il ‘profeta’, era stato condannato nell’ottobre del 2018 dai giudici della Corte d’appello di Firenze a 14 anni e 10 mesi per abusi sessuali, anche su minori, e maltrattamenti. Con Fiesoli era stata condannata a 6 anni e 4 mesi anche Daniela Tardani, una delle madri affidatarie della comunità del Forteto, accusata di violenza sessuale di gruppo insieme al ‘profeta’.

    E nei giorni scorsi scorsi i giudici della IV sezione penale della Corte di Cassazione hanno confermato la sentenza d’appello .

  • Torna d’attualità il caso di don Carli

    Torna d’attualità il caso di don Carli

    Bolzano. Il caso di don Giorgio Carli torna di attualità e potrebbe fare giurisprudenza. Ne ha riferito ieri la «Stampa» in un lungo articolo firmato dall’inviato Niccolò Zancan, che si è recato a…

    Bolzano. Il caso di don Giorgio Carli torna di attualità e potrebbe fare giurisprudenza. Ne ha riferito ieri la «Stampa» in un lungo articolo firmato dall’inviato Niccolò Zancan, che si è recato a Vipiteno, dove don Carli si è insediato nell’agosto 2017 come coordinatore per la pastorale italiana della parrocchia di Vipiteno. «Fa catechismo ai bambini e distribuisce cibo ai bisognosi», scrive l’inviato. Nel 2003 una giovane bolzanina aveva denunciato don Carli per violenza sessuale: le sue accuse si riferivano al periodo tra il 1989 e il 1994.
    La vicenda processuale fu clamorosa e terminò nel 2015, con un risarcimento alla ragazza deciso attraverso un accordo extragiudiziale. Don Carli era stato assolto in primo grado, condannato a 7 anni e mezzo in appello e infine «liberato» dalla prescrizione della Corte di Cassazione. Nonostante la prescrizione, la Curia decise di versare il risarcimento, vincolandolo a un accordo di rigida riservatezza. La cifra non è dunque mai trapelata, anche se l’importo di partenza di cui si parlò era di 760 mila euro. Quel risarcimento adesso torna a fare notizia, perché, si legge, «costituisce un caso unico in Italia. È stata l’unica volta in cui la Chiesa cattolica italiana ha riconosciuto i danni biologici a una vittima di pedofilia con un accordo extragiudiziale». Quell’unico precedente, scrive la Stampa, «viene ora citato «da altre cinque presunte vittime di pedofilia, che hanno chiesto i danni alla Diocesi di Savona per un totale di 4,7 milioni di euro». La cosa importante, segnala Zancan, è che la Curia di Bolzano, che ha sempre difeso don Carli, «pagò in solido con il suo prete. Cioè se ne assunse la responsabilità. Il che potrebbe diventare un precedente per sostenere che il vescovo è sempre garante dell’operato dei suoi sacerdoti». La Curia di Bolzano, riferisce alla Stampa l’avvocato di parte civile Gianni Lanzinger, «pagò per chiudere la vicenda ed evitare il processo civile, ma ha sempre creduto nell’innocenza di don Giorgio Carli». L’ex procuratore Cuno Tarfusser accusa: «A Bolzano ci trovammo di fronte a un muro. La chiusura della Curia fu totale. Fu difficile persino avere accesso agli atti». Don Carli, che oggi ha 56 anni, vive al secondo piano dell’oratorio Maria Schutz di Vipiteno.

  • Don Gino Temporin: la corte di cassazione rende definitiva l’assoluzione

    Don Gino Temporin: la corte di cassazione rende definitiva l’assoluzione

    Ieri, mercoledì 6 novembre 2019, la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sentenza assolutoria – perché il fatto non sussiste – del Tribunale di Padova, confermata dalla Corte di Appello di Venezia, nei confronti del presbitero diocesano don Gino Temporin, assistito in questi anni dall’avvocato penalista Paolo Marson.

    Come Chiesa di Padova abbiamo seguito – certo con trepidazione, ma con fiducia e con vicinanza a don Gino Temporin – la vicenda e i tempi della lunga procedura giudiziaria, sempre convinti dell’insussistenza dei fatti e dell’innocenza del sacerdote, come anche giuridicamente ora è stato definitivamente confermato. Sono stati anni di fatica che don Gino ha vissuto con serenità interiore e fiducia, e noi con lui. Questa sentenza restituisce, anche pubblicamente, piena dignità a un uomo, a un prete, a un educatore, ma anche a un’istituzione formativa così importante come il Seminario minore.

    Fonte: Ufficio stampa Diocesi di Padova

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  • Il prete accusato di abusi  “Reato prescritto” per nove giorni

    Il prete accusato di abusi “Reato prescritto” per nove giorni

    CATANIA. Nove giorni possono cambiare il destino di un processo. La sentenza di secondo grado è stata depositata nove giorni dopo l’avvenuta prescrizione. Quasi una beffa. 

    Si chiude così la vicenda giudiziaria, drammatica, che ha coinvolto il prete di Randazzo Vincenzo Calà Impirotta accusato di abusi ai danni di un minorenne. Il processo di primo e secondo grado si è chiuso con una condanna. In appello la pena è stata ridotta. Ma le motivazioni del verdetto della Corte d’Appello sono arrivate, forse per mero errore di calcolo, quando già era intervenuta la prescrizione. La Suprema Corte di Cassazione, a cui è arrivato il procedimento dopo il ricorso presentato dai difensori del parroco, non ha potuto far altro che prenderne atto. “Annulla gli effetti penali senza rinvio la sentenza impugnata per essere i reati estinti per prescrizione”, si legge nel dispositivo. A Randazzo, dove la comunità ha sempre difeso il sacerdote, la notizia si è immediatamente diffusa. E c’è chi parla di “giustizia è fatta”. Ma prescrizione non significa, giuridicamente, assoluzione.

    La Cassazione, infatti, scrive ancora: “Dichiara inamissibile il ricorso agli effetti civili e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese per il grado di giudizio alla parte civile”. 

    Su questo punto gli avvocati di parte civile tengono a fare le dovute precisazioni. “La Suprema Corte ha annullato la sentenza della Corte di Appello di Catania – dichiarano a Livesicilia gli avvocati Sandro e Giovanni Costanzo Piccinino – per essere i reati estinti per prescrizione in data 01.07.2018, ovvero 9 giorni prima del deposito della sentenza della Corte di Appello di Catania avvenuto in data 10.07.2018. In ogni caso, la prescrizione non ha certamente cancellato nel merito i reati contesati, e sopratutto accertati, in due gradi di giudizio dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Catania. Ed in particolare, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso agli effetti civili, condannando il ricorrente al pagamento delle spese per il grado di giudizio di legittimità, e lasciando aperta la strada per l’eventuale azione in sede civile. In breve – concludono i due penalisti –  il granitico impianto accusatorio della Procura della Repubblica di Catania (le cui indagini vennero poste in essere dal Pubblico Ministero Dott.sa Lina Trovato) ha retto al vaglio sia del giudice di prime cure che condannava il prelato a quattro anni di reclusione, sentenza confermata dalla Corte di Appello di Catania la quale riduceva la pena finale ad anni tre di reclusione”.

    https://catania.livesicilia.it/2019/06/25/il-prete-accusato-di-abusi-reato-prescritto-per-nove-giorni_500602/?fbclid=IwAR1E5Tgu-HwTT9pbJFh8p5IF6KKFnlISHJb20nVxwytRK3bb6UyIj7HUqzo

  • Molestò una bimba: ex curato di Serina condannato a 6 anni di carcere

    Molestò una bimba: ex curato di Serina condannato a 6 anni di carcere

    Ha molestato una bambina del paese. Per questo motivo mercoledì 27 febbraio la Corte di Cassazione di Roma ha confermato la condanna a sei anni nei confronti di don Marco Ghilardi, ex curato di Serina.

    In primo grado, nel 2016, il sacerdote di 44 anni era stato assolto perché “il fatto non sussiste” dal collegio presieduto dal giudice Antonella Bertoja. Ma il sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo Gianluigi Dettori, che aveva chiesto 12 anni di carcere, presentò ricorso in appello. In secondo grado la sentenza venne ribaltata e arrivò la condanna a sei anni, confermata poi in Cassazione dopo il ricorso questa volta da parte del religioso, che sperava in una nuova assoluzione.

    Il caso era emerso dopo che la giovane, ora 23enne, nel 2013, pochi giorni dopo essere diventata maggiorenne, aveva trovato il coraggio di sporgere denuncia ai carabinieri di Serina. In lacrime aveva ricostruito gli abusi subiti quando aveva tra i 6 e i 10 anni da quell’uomo di cui si dava, avvenuti nella scuola dove lui insegnava religione, nella sagrestia della parrocchia e tra le stanze dell’oratorio.

    Oltre alla sua testimonianza, in aula erano state portate anche quelle dell’ex danzatino e delle amiche della ragazza, anche se nessuna era diretta. Un punto quest’ultimo che nel processo di primo grado aveva inciso nell’assoluzione. Ma prima la Corte d’Assise poi la Cassazione hanno dato ragione alla vittima.

    Don Ghilardi, difeso dall’avvocato Roberto Bruni, si era sempre proclamato innocente: “Il racconto della ragazza è pieno di inverosimiglianze e discrasie – le parole del suo legale – . La denuncia anni dopo i fatti pesa perché i racconti non sono quelli di una bambina, situazione che sarebbe stata comunque delicata, ma di una bambina che è diventata nel frattempo adulta”. Il sacerdote è già rinchiuso nel carcere di via Gleno a Bergamo, dove dovrà restare per sei anni.

    https://www.bergamonews.it/2019/02/28/molesto-una-bimba-ex-curato-di-serina-condannato-a-6-anni-di-carcere/303258/

  • Condannato per pedofilia era invitato a Sassari al convegno della curia

    Condannato per pedofilia era invitato a Sassari al convegno della curia

    SASSARI. Sarebbe dovuto arrivare a Sassari per partecipare al convegno dedicato alla figura di Erberto, monaco e arcivescovo di Torres tra il 1181 e il 1196.

    Don Domenico Pezzini era nella lista dei relatori invitati dall’Archivio storico diocesano di Sassari per parlare proprio del monaco medievale. Ma don Pezzini non è soltanto un prete–professore che per vent’anni ha tenuto lezioni di lingua inglese all’Università di Sassari e all’Università di Verona, perlomeno non lo è più dal 2014 quando la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a dieci anni di reclusione per pedofilia inflitta al religioso dopo i primi due gradi di giudizio. Pezzini è stato ritenuto responsabile di una violenza sessuale nei confronti di un ragazzino bengalese, di cui avrebbe abusato tra il 2006 e il 2009 quando la vittima non aveva ancora compiuto 14 anni. Nonostante la sentenza, e la pena da scontare, Pezzini era comunque atteso a Sassari fino a ieri mattina, quando la sua partecipazione è stata cancellata per colpa di un malore che lo ha costretto a un repentino ricovero ospedaliero.

    L’invito, spiegano dalla curia, era partito dopo una recensione dell’opera legata al monaco Erberto inviata dal prete subito dopo la pubblicazione. Nessuno aveva però indagato sul passato del prelato.

    La diocesi. Il commento dell’arcivescovo Gian Franco Saba non ha lasciato margini di interpretazione: «Non lo sapevo, è un incidente spiacevole – spiega Saba –. La mia linea su questo argomento è quella di Papa Francesco: tolleranza zero. Comunque questo docente mercoledì non sarà alla presentazione del libro».

    Anche l’organizzatore del convegno, monsignor Giancarlo Zichi, non era al corrente dei precedenti del prete originario di Lodi: «Lo abbiamo invitato perché è uno studioso che conosce alla perfezione il periodo medievale ma anche perché era stato tra i primi a inviare una recensione sul lavoro che verrà presentato mercoledì». Nessuno aveva pensato che don Pezzini potesse avere alle spalle problemi così gravi: «Non facciamo certo indagini sul passato dei relatori che vengono invitati ai convegni – spiega ancora monsignor Zichi –, e se qualcuno si mettesse d’impegno per scavare nel passato delle persone sono convinto che troverebbe qualcosa che non va anche nei profili più insospettabili. In ogni caso Pezzini non verrà, si è ammalato, è stato ricoverato in ospedale ed è stato sostituito da un altro relatore».

    Il prete. Don Domenico Pezzini, nato a Borghetto Lodigiano e appartenente alla diocesi di Lodi (in cui figura ancora nelle liste dei prelati) non ha mai ammesso le colpe di cui è stato accusato e, anzi, ha contestato il racconto del ragazzo definendolo “inventato”. Un’opposizione convinta e continua che non ha fatto breccia nel cuore dei magistrati che, anzi, hanno ricostruito il legame tra l’anziano prelato, che all’epoca della prima denuncia (2010) aveva da poco superato i settant’anni, e la vittima. Secondo la procura di Milano il sacerdote si era occupato di un ragazzo in difficoltà economica originario del Bangladesh – paese in cui aveva effettuato alcune missioni – per circa tre anni. Oltre agli abusi, Pezzini si preoccupava di istruire il ragazzo suggerendo letture e indirizzi musicali. Sempre secondo le indagini dei magistrati milanesi, spesso il prete consegnava piccole somme di denaro al ragazzo che è rimasto nella rete organizzata dal prete per tre anni, da quando aveva tredici anni sino a quando ne aveva sedici.

    Quello di Don Pezzini, poi, era un nome noto nel mondo clericale anche prima che le cronache riportassero la notizia della sua condanna. Il sacerdote lodigiano si era autodefinito “il confessore dei gay” e aveva chiesto ai confratelli di usare un po’ di comprensione, e un surplus di misericordia, verso gli omosessuali dentro il confessionale. Non solo, sin dai primi anni ’80 Pezzini aveva provato ad avvicinare la chiesa ai gay di confessione cattolica, un intento portato avanti per anni e interrotto bruscamente solo dopo l’arresto ordinato dai magistrati di Milano.

    http://www.lanuovasardegna.it/regione/2019/01/06/news/condannato-per-pedofilia-al-convegno-della-curia-1.17628544

  • «Al Forteto condotte aberranti». Così i giudici inchiodano Fiesoli

    «Al Forteto condotte aberranti». Così i giudici inchiodano Fiesoli

    Le motivazione alla sentenza d’Appello che ha condannato il Profeta

    di AMADORE AGOSTINI

    Firenze, 18 novembre 2018 – Ci sono aspetti della vicenda del Forteto che non potranno mai essere dimenticati. Ci sono domande che la gente si fa e si farebbe ancor di più se leggesse ogni riga delle migliaia di carte processuali di questa dolorosissima storia.

    Intanto, con un certo anticipo rispetto alla scadenza dei 30 giorni richiesti, la terza sezione penale della Corte d’Appello, ha depositato l’ultima sentenza sulla vicenda, quella voluta dalla Corte di Cassazione. La relatrice e presidente del collegio, la giudice Paola Masi, ha messo una pietra tombale sulla sorte di Fiesoli e sodali. Sessantuno pagine per spiegare, accogliendo le istanze della Suprema Corte, i 14 anni e 10 mesi infilitti al guru Fiesoli, i 6 anni e 4 mesi per Daniela Tardani. Il collegio infine ha accolto il concordato raggiunto da Luigi Serpi, Maria Francesca Tardani, Elena Tempestini e Mariella Consorti a 2 anni.

    Non senza fatica con la sospensione condizionale della pena.

    Scrive infatti la giudice Masi: «La lunga durata del reato commesso, la palese intensità del dolo, la gravità di aver agito con abuso di autorità, la mancanza di gesti di resipiscenza nonchè il fatto che simili condotte siano state tenute anche nei confronti di altre vittime, anche se i relativi reati sono stati dichiarati prescritti, sono parametri che dimostrano una rilevante inclinazione a delinquere… però la comunità del Fiesoli è venuta meno e le inchieste hanno dimostrato in modo indiscutibile il carattere aberrante delle teorie e delle condotte che venivano tenute all’interno di essa». Ma, spiega il giudice, si può fondatamente ritenere che gli imputati ammessi al concordato abbiano commesso reati solo perché inseriti in quel contesto e che abbiano compreso, cessato il rapporto con Fiesoli, la natura dei loro reati. Che non ripeteranno.

    Dunque la vicenda, depurata da tutte le prescrizioni possibili, applicate con cura e scrupolo tutte le pene scevre da aggravanti, accolte le doglianze della difesa di Fiesoli, è finita. Restano comunque, a un lettore della strada, al di là degli artifici legali, una domanda e una sensazione orrida. La domanda è: come hanno fatto a finire nelle mani dell’orco bambini di 5 e 7- 8 anni? La sensazione invece pervade di tristezza: in quella setta il pensiero fisso era l’omosessualità, non come scelta libera, ma nel suo aspetto più putrido. Le donne, Fiesoli, le definiva «impure» e «puttane». E questo è in sentenza.