Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Corte di cassazione

  • Sciacca, “Fece sesso con minori”, condanna definitiva per ex sacerdote

    Sciacca, “Fece sesso con minori”, condanna definitiva per ex sacerdote

    La Corte di Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso deglla difesa di Davide Mordino, 47 anni, e parroco della Basilica di San Calogero a Sciacca.

    L’uomo era stato condannato a 9 anni e 8 mesi di reclusione per atti sessuali su minori. Modino era stato arrestato nel luglio del 2012 ed era finito prima in carcere e poi ai domiciliari.

    Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe compiuto atti sessuali con due minori, mentre avrebbe tentato un approccio anche con altri due ragazzini, senza riuscirvi.

    L’ex sacerdote si è sempre difeso dicendo di essere vittima di un complotto.

  • “Rapporti omosessuali obbligatori e disabili costretti a ingoiare il proprio vomito”: vi racconto i miei 12 anni nella “setta” del Forteto

    “Rapporti omosessuali obbligatori e disabili costretti a ingoiare il proprio vomito”: vi racconto i miei 12 anni nella “setta” del Forteto

    “È stata una scuola di orrori e di aberrazioni in cui ho trascorso ben 12 anni della mia vita. Ci ho messo troppo tempo per rendermi conto di cosa succedesse lì dentro. Tutto è accaduto sotto i miei occhi per giorni, mesi e anni. Poi, finalmente, ho trovato il coraggio di scappare, fuggire via, il più lontano possibile”.

    Sergio Pietracito è entrato nella “setta” del Forteto a febbraio del 1978, aveva 18 anni. Ne è uscito a 30 rendendosi conto che aveva consegnato la sua vita a un progetto dai contorni “criminosi”.

    Il Forteto nasce proprio nel 1978 nel Mugello, in Toscana, come una comunità strutturata in forma di cooperativa agricola. In poco tempo diventa un modello, il simbolo dell’opposizione ai valori della società borghese e della famiglia tradizionale, un’esperienza concreta di nuove relazioni tra i sessi, un riferimento ideale per politici e intellettuali.

    Da quel momento molti giovani, soprattutto provenienti da Prato, decidono di provare questa “sperimentazione sociale” e di dedicarsi alla terra.

    Il fondatore del Forteto è Luigi Rodolfo Fiesoli, poi conosciuto come il “Profeta”. Sarà lui che per anni guiderà, insieme a Luigi Goffredi, quella che Sergio ci descrive come una psico-setta.

    Sergio, entrato nella comunità a 18 anni e per sua stessa volontà, si rende conto che di quel progetto ideale resta ben poco. Altre cose accadono al Forteto, cose che fanno paura, che non fanno dormire la notte.

    “Dovevamo seguire delle regole, quelli che io chiamo ‘i dieci comandamenti del Forteto’, imposizioni che sono poi state accertate come reati su molti imputati durante i processi”, racconta Sergio. (Qui i dieci i comandamenti). 

    “Eravamo obbligati ad avere rapporti omosessuali come mezzo per la purificazione, dovevamo rifiutare la famiglia di origine, uomini e donne non potevano stare insieme, la donna era considerata come una meretrice, diventava schiava degli uomini per tutte le operazioni quotidiane”, racconta ancora Sergio. 

    “Lavoravo tutto il giorno nei campi perché mi piaceva, perché era quello che volevo fare e mi teneva lontano dagli orrori. La sera era il momento più brutto, venivamo sottoposti a una sorta di inquisizione durante la quale venivano scandagliati tutti i nostri pensieri. Eravamo costretti a raccontare i nostri sogni, specialmente quelli di natura erotica, era un’ossessione. Ogni sera avveniva questa riunione a cui dovevano partecipare tutti, anche chi era malato”.

    Sera dopo sera Sergio ha vissuto il suo incubo che andava avanti consumando le giornate. Il tempo passava senza che se ne rendesse conto, “troppa vergogna a tornare indietro, troppa paura a lasciare un posto in cui ci avevano fatto il lavaggio del cervello”, ci racconta.

    “Il mondo esterno era il male assoluto, erano stati bravi a farci credere che dovevamo stare lì, che dovevamo seguire quelle regole. Il Forteto si era posto come alternativa alla chiusura dei manicomi, avvenuta con la legge Basaglia. La comunità era diventata l’alternativa per quelle persone con problemi che venivano portate al Forteto anche da illustri psichiatri toscani”.

    E nel Forteto le aberrazioni avvenivano anche nei confronti dei disabili: “Ci mettevano di fronte a scene terribili per farci vivere una sorta di terapia, secondo loro. Ricordo che una delle scene che mi ha spinto a uscire è stata vedere un 28enne disabile psichico costretto a ingerire del mangime per mucche da una ciotola per cani. Vomitò e fu costretto a mangiare il suo vomito. I maltrattamenti servivano per terrorizzare le persone”.

    Pur non essendo una struttura d’accoglienza, al Forteto vengono inviati in affidamento disabili fisici e psichici, minori con problemi d’inserimento; il modello educativo appare, ai tanti esperti, funzionale e valido.

    Ben presto alla comunità del Forteto arrivano in affido giudiziario anche minori con situazioni familiari problematiche. E per molti ragazzi, come hanno accertato le inchieste giudiziarie, quella cooperativa agricola si rivelò una comunità-setta degli orrori.

    Inizialmente composta da 33 giovani, la comunità nel corso degli anni è cresciuta fino a diventare un’importante realtà economica del Mugello. Ma, per le inchieste giudiziarie che l’hanno vista coinvolta, le cronache hanno parlato di comunità-setta e comunità-lager.

    “Non c’erano sabati o domeniche, le giornate erano tutte uguali. Passavo tanto tempo nel frutteto, lavorando gratis, ero utile a quel sistema e questo in qualche modo mi proteggeva, mi permetteva anche di dormire quando il ‘guru’ parlava. Le persone erano come congelate, avevano perso il contatto con il mondo ma io, non essendo entrato da bambino ma già da adolescente, avevo dei ricordi cui appellarmi. Quando questi ricordi hanno cominciato a ripresentarsi nella mia mente, mi sono reso conto di quello che stavo perdendo stando lì”.

    Così, dopo quasi 13 anni, Sergio decide di scappare e riprendere in mano la sua vita: “Fuggo prima in Francia, poi in Olanda. Viaggio molto e trovo la mia attuale moglie. Con lei costruisco una famiglia e torno in Italia. Non ho trovato subito il coraggio di denunciare quello che succedeva al Forteto, volevo solo dimenticare, ma dopo aver incrociato le storie di altre persone che erano scappate, capisco che devo fare il mio dovere”.

    “I fuoriusciti mi hanno raccontato molte altre cose assurde, come bambini indotti a credere che i genitori li avevano venduti a dei pedofili per soldi. In questo modo li allontanavano per sempre, perché i genitori venivano arrestati con false accuse; si trattava di famiglie deboli che potevano essere distrutte dal sistema Forteto”.

    Le vicende giudiziarie

    Nel 1978 Rodolfo Fiesoli, conosciuto come “il profeta” della comunità, viene arrestato per violenza sessuale, corruzione di minorenni e maltrattamenti. Resta in carcere per quasi tre mesi per violenza sessuale e maltrattamenti. Con lui viene processato anche Goffredi.

    Nel 1985 la condanna per Fiesoli e Goffredi diventa definitiva: due anni il primo, 10 mesi il secondo. Anche dopo la condanna Fiesoli continua a guidare la comunità. La condanna però poi passa ‘nell’oblio’, per vari motivi, ancora oggi oggetto di discussioni e polemiche, tanto che alla comunità del Forteto vengono nuovamente affidati altri minorenni.

    Nel 2000 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo condanna l’Italia per l’affidamento di due minori al Forteto.

    Il 22 dicembre 2011 Fiesoli viene arrestato di nuovo con l’accusa di violenza sessuale e maltrattamenti. L’inchiesta parte dalle denunce di decine di persone. Nelle indagini furono coinvolti molti collaboratori del “profeta”.

    Nel 2013 la Procura di Firenze chiede e ottiene il rinvio a giudizio per 23 componenti del Forteto, Fiesoli compreso. Nell’ottobre 2013 inizia il processo a Fiesoli e agli altri componenti della comunità.

    In contemporanea il Consiglio regionale della Toscana istituisce una commissione d’inchiesta (presiedente da Stefano Mugnai di Forza Italia) per far luce sui motivi degli abusi perpetrati nella comunità a cui sono stati affidati numerosi minori nel corso degli anni. Una seconda commissione regionale d’indagine (presieduta da Paolo Bambagione del Pd) ha svolto il suo lavoro nel 2016.

    Il 17 giugno 2015 il Tribunale di Firenze ha condannato Fiesoli a 17 anni e mezzo di reclusione per maltrattamenti e abusi sessuali su minori.

    Il 15 luglio 2016 la Corte d’Appello di Firenze condanna Fiesoli a 15 anni e 10 mesi di reclusione, mentre Goffredi è condannato a 6 anni di reclusione. Per entrambi le pene vengono ridotte per la prescrizione delle accuse per alcuni episodi contestati. Condanne ridotte anche per gli altri 8 imputati, 6 gli assolti.

    Il 22 dicembre 2017 la Corte di Cassazione ha emesso la sentenza definitiva per Fiesoli, che è stato arrestato. Per Goffredi i reati sono andati in prescrizione.

    Sul Forteto è stata anche istituita una commissione regionale bis per indagare sulle responsabilità istituzionali, che del Forteto sarebbero state lo scudo. Ma non avendo i poteri di un’autorità giudiziaria, la commissione finora ha avuto le mani legate di fronte alle reticenze di chi è stato interpellato alle audizioni, o peggio ha scelto di tacere. Nessuno infatti ricorda, nessuno c’era o sapeva.

    E sulle responisabilità istituzionali si vuole ancora fare chiarezza, perché le pressioni sul caso, anche a livello dei media, sono state negli anni sempre molto forti.

    Il giornalista della Rai Bruno Vespa si occupò della vicenda in una puntata di ‘Porta a Porta’ nel 2001, dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo.

    “È di grande conforto vedere forze politiche, con posizioni e interessi diversi, unite su un fatto così grave – sottolineò Vespa – Ma è abbastanza straordinario che solo nel 2011 si sia deciso di intervenire. Siamo in presenza di due persone condannate in via definitiva per violenze sui minori nella stessa struttura cui lo Stato andava dei bambini”.

    In quella puntata Vespa dichiarò di aver subito pressioni come mai gli era sucesso in tanti anni di trasmissione.

    Dichiarazione che ribadirà il 17 giugno 2016 nella seconda commissione di inchiesta costituita dalla Regione toscana: “Ho confermato alla commissione di aver subito pressioni, di natura prevalentemente politica, ma non solo”.

    “Non ci fu ‘una’ telefonata, ma una serie di telefonate, di avvertimenti, perché non si pronunciasse nemmeno il nome del Forteto. In tanti anni di lavoro non ho mai ricevuto così tante pressioni. Solo ora però ho capito davvero la ‘forza’ del Forteto e sono molto contento di aver fatto quella trasmissione”. 

    https://www.tpi.it/2018/04/27/forteto-orrori-setta-intervista/

  • LA DENUNCIA DELL’AVVOCATO GREZIO : “PRETI PEDOFILI A NAPOLI, CI POTREBBERO ESSERE ALTRI CASI”

    LA DENUNCIA DELL’AVVOCATO GREZIO : “PRETI PEDOFILI A NAPOLI, CI POTREBBERO ESSERE ALTRI CASI”

    di Arnaldo Capezzuto

    Non accennano a diminuire le preoccupazione e le polemiche sul caso di Don Silverio Mura, ex parroco di Ponticelli. Avrebbe esercitato violenza sessuale su almeno tre ragazzini sul finire degli anni Ottanta.

    A sollevare il caso è stato Diego Esposito (nome di fantasia) che prima sollecita l’arcidiocesi del cardinale Crescenzio Sepe e poi si affida direttamente a Papa Francesco.

    Don Silverio Mura viene inviato in un convento nel Pavese – questa la versione ufficiale della Curia di Napoli – in realtà il parroco di Ponticelli cambia nome in Don Saverio Aversano e come nulla fosse svolge l’attività di parroco nella parrocchia di Montù Beccaria, un piccolo centro del Pavese.

    A seguire la vicenda di Diego Esposito è l’avvocato Carlo Grezio che ha depositato anche altri atti. Ma è lo stesso legale che sulla sua bacheca Fb lancia l’allarme rispetto ad un altro caso che di recente ha visto i riflettori mediatici.

    Si tratta dell’ex don Mauro Inzoli, 68 anni, condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione per abusi sessuali su minori con l’aggravante dell’abuso di autorità.

    Cinque giorni fa l’ex parroco si è presentato spontaneamente in carcere a Bollate. Lo scorso mese di marzo la Suprema Corte aveva infatti confermato la sentenza d’appello emessa il 21 settembre dell’anno scorso.

    In primo grado, Inzoli, processato con il rito abbreviato, era stato condannato a 4 anni e 9 mesi di reclusione, pena ridotta in appello per l’intervenuta prescrizione di due episodi contestati all’imputato.

    E l’avvocato Grezio lancia l’allarme e fa notare come l’ex don Inzoli negli anni Novanta è stato rettore dell’Istituto Santa Dorotea e proprio nel suo ruolo avrebbe potuto aver fatto qualche vittima anche a Napoli.

    La denuncia non si ferma qui e su Fb scrive : “Tra piazza San PAsquale, Riviera di Chiaia, Piedigrotta, Mergellina e via Orazio  e relativamente a tre chiese sono state confermate le mie informazioni sullapresenza di preti pedofili”.

    Un’accusa grave e clamorosa che forse la Curia di Napoli dovrebbe disporre gli accurati accertamenti e non avere un atteggiamento attendista e superficiale com’è stato per la vicenda di Diego Esposito.

    http://il24.it/la-denuncia-dellavvocato-grezio-preti-pedofili-napoli-ci-potrebbero-altri-casi/

  • Abusi su minori, l’ex don Mauro Inzoli si consegna in carcere a Bollate

    Abusi su minori, l’ex don Mauro Inzoli si consegna in carcere a Bollate

    Cremona, 7 aprile 2018 – Si è presentato questa mattina al carcere di Bollate, consegnandosi spontaneamente, Mauro Inzoli, l’ex sacerdote – è stato ridotto allo stato laicale nel maggio 2017 – condannato per abusi ai danni di cinque ragazzi, tutti minorenni, commessi fra il 2004 e il 2008.

    Lo scorso 14 marzo la Corte di Cassazione aveva confermato la condanna a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni pronunciata il 21 settembre 2017 dalla prima sezione penale della Corte d’Appello di Brescia. L’ex don Mauro Inzoli è ora detenuto nel carcere milanese in un reparto per “sex offender”, gli autori di reati sessuali.

  • Ex don Inzoli, la Cassazione  conferma la condanna:  4 anni, 7 mesi e 10 giorni

    Ex don Inzoli, la Cassazione conferma la condanna: 4 anni, 7 mesi e 10 giorni

    Per l’ex don Mauro Inzoli, 68 anni, è arrivato l’ultimo grado di giudizio: la Corte di Cassazione ha confermato la condanna emessa in appello il 21 settembre del 2017: 4 anni, 7 mesi e 10 giorni invece dei 4 anni e 9 mesi inflitti in primo grado per abusi sessuali su minori con l’aggravante dell’abuso di autorità. La riduzione della pena è dovuta all’intervenuta prescrizione di due episodi contestati all’imputato, ridotto nel maggio del 2017 con sentenza definitiva allo stato laicale da Papa Francesco.

    Il carismatico capo di CL, che è stato anche fondatore e presidente del Banco Alimentare di Crema, animatore della Onlus “Fraternità”, parroco della chiesa della Santissima Trinità di Crema e rettore del liceo linguistico Shakespeare, processato con il rito abbreviato, doveva rispondere di otto casi di violenza sessuale commessi sia nel suo ufficio dove teneva gli esercizi spirituali con i ragazzini, sia negli alberghi dei luoghi di villeggiatura dove CL portava i minori durante le vacanze estive.

    I fatti sarebbero accaduti tra il 2004 e il 2008. Tra le persone offese, un ragazzino all’epoca di soli 12 anni e un altro di 13. Sono gli episodi più gravi in quanto commessi ai danni di minori di 14 anni. Le altre vittime avevano tra i 14 e i 16 anni. Nel conteggio della pena è stato tenuto conto anche del risarcimento alle due parti civili e ad altre tre parti offese. A ciascuno dei cinque minori, in primo grado l’ex religioso aveva riconosciuto una somma di 25mila euro.

    Da parte dell’ex prete ci sarebbero stati baci, carezze, abbracci, toccamenti nelle parti intime e masturbazioni. “Negli anni”, scriveva il gup Letizia Platè nelle venti pagine di motivazione della condanna di primo grado, “don Inzoli ha approfittato con spregiudicatezza della propria posizione di forza e prestigio per ottenere soddisfazione sessuale, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso, così confondendo ulteriormente i giovani”.

    La difesa, rappresentata dagli avvocati Nerio Diodà e Corrado Limentani, del foro di Milano, oltre alle prescrizioni, ha sostenuto anche la linea del ‘Ne bis in idem’, e cioè il principio secondo il quale non si può essere condannati due volte per gli stessi fatti. In questo caso, essendo l’ex don Inzoli già stato condannato in sede ecclesiastica per gli stessi fatti, non avrebbe potuto essere di nuovo condannato in sede di giustizia ordinaria.

    Sara Pizzorni

  • Sesso con minori, Cassazione annulla sentenza di condanna e prete torna in libertà

    Sesso con minori, Cassazione annulla sentenza di condanna e prete torna in libertà

    Accolto il ricorso presentato dagli avvocati del sacerdote don Antonello Tropea. Disposto un nuovo giudizio davanti alla Corte d’appello di Messina

    La terza sezione penale della Corte di Cassazione ha disposto l’annullamento della sentenza di condanna emessa dalla Corte d’appello di Reggio Calabria a carico di don Antonio Tropea, parroco di Messignadi, e il contestuale rinvio degli atti alla Corte d’appello di Messina per un nuovo giudizio. Accolto il ricorso presentato dai legali del sacerdote, gli avvocati Andrea e Giuseppe Alvaro.

    Scarcerato. Il giudizio di rinvio avrà ad oggetto sia le statuizioni inerenti la responsabilità che quelle concernenti il trattamento sanzionatorio. La Corte di appello di Reggio Calabria, preso atto del dispositivo di annullamento pronunciato dalla Cassazione, ha disposto, in accoglimento dell’istanza presentata dai due legali, la revoca della misura degli arresti domiciliari in favore di don Tropea il quale, per l’effetto, ha riacquistato la piena libertà.

    L’iter giudiziario. Nel giudizio di primo grado, svoltosi dinanzi al gup di Reggio Calabria, il sacerdote, che era stato arrestato a dicembre dell’anno 2015 e che era stato poi rinviato a giudizio in relazione ad otto capi di accusa, era stato assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste, da cinque imputazioni, mentre era stato condannato alla pena di quattro anni di reclusione per i delitti di adescamento, detenzione di materiale pornografico e prostituzione minorile. All’esito del giudizio di appello, celebratosi a giugno dello scorso anno davanti alla Prima Sezione penale della Corte d’appello di Reggio Calabria, i giudici avevano riformato la sentenza di primo grado, assolvendo l’imputato, con formula piena e perché il fatto non sussiste, anche dal delitto di detenzione di materiale pornografico. Per i due residui capi di imputazione la pena detentiva era stata rideterminata in anni tre di reclusione. Gli avvocati Andrea e Giuseppe Alvaro, che hanno difeso il sacerdote sin dall’inizio del procedimento penale, hanno proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza di secondo grado, sostenendo che la motivazione utilizzata dai giudici di merito per condannare il Tropea non era rispettosa dei requisiti di completezza e di logicità previsti dalla legge. I motivi di ricorso sono stati discussi dai due difensori all’udienza del 15 febbraio scorso, in esito alla quale la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza impugnata, con rinvio degli atti alla Corte di appello messinese.

    http://www.zoom24.it/2018/03/12/reggio-calabria-don-antonello-tropea-verdetto-cassazione-66809/

  • Scarcerazione in vista. A breve don Walter lavorerà in parrocchia

    Scarcerazione in vista. A breve don Walter lavorerà in parrocchia

    Attesa per l’udienza, poi i servizi sociali lontano da Mantova. Il sacerdote è in carcere da quattro anni. Visita di Buscadi Giancarlo Oliani

    MANTOVA. Scarcerazione in vista per l’ex parroco di San Leonardo don Walter Mariani, dopo la condanna a sei anni di reclusione sancita dalla Corte di Cassazione per violenza sessuale nei confronti di due prostitute.

    Il sacerdote infatti è in attesa dell’udienza, che si terrà a breve davanti al tribunale di sorveglianza, per l’affidamento ai servizi sociali.

    Una misura che viene concessa quando il residuo di pena è inferiore ai quattro anni, purché ci sia un anno di osservazione positiva in carcere.

    Il sacerdote, in questi mesi, ha ricevuto la visita anche dell’attuale vescovo di Mantova Marco Busca, oltre che di numerosi mantovani che non hanno mai smesso di sostenerlo e di credere nella sua innocenza. Più volte è andato a trovarlo anche il vescovo emerito Roberto Busti. Don Walter, però, anche quando sarà un uomo libero non tornerà più a Mantova. L’avrebbe confidato ai suoi parenti e al suo legale di fiducia.

    Con tutta probabilità, se otterrà di essere affidato ai servizi sociali – cosa pressoché certa – andrà a fare il volontario in qualche parrocchia lontana dalla nostra città.

    Don Mariani è in cella dal marzo 2014. Le violenze per le quali è finito in carcere sono avvenute tra il 2004 e il 2006 su due giovani straniere (per una terza, di origine lituana, la Corte d’appello lo ha prosciolto): una russa e una romena ospiti della Casa di Ruth di Curtatone per un programma di recupero di cui il sacerdote era responsabile.

    Quello non era stato il suo unico guaio giudiziario. A fine marzo 2012, infatti, aveva subito una seconda condanna dal tribunale di Ferrara: otto mesi di reclusione per aver indotto una testimone – una ragazza che lo accusava di violenza sessuale – a dire il falso, offrendole 3mila euro per ritrattare le accuse.

    Per questo l’avvocato Sandro Somenzi aveva presentato ricorso in Corte d’Appello a Bologna. Un procedimento che non ha avuto seguito per avvenuto prescrizione del reato.

    http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2018/01/12/news/scarcerazione-in-vista-a-breve-don-walter-lavorera-in-parrocchia-1.16342951

  • Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

    Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

    Natale amaro per il Forteto, la comunità agricola toscana alla quale il tribunale dei minori di Firenze affidava giovani “difficili” da restituire a una vita serena. Rodolfo Fiesoli, 76 anni, fondatore e “profeta” di questa comunità, è stato arrestato la mattina del 23 dicembre, poche ore dopo che la corte di cassazione aveva confermato in via definitiva la sua condanna a 14 anni di carcere.

    L’agghiacciante cronistoria del Forteto è stata anticipata da Settimo Cielo fin dal 2013, quando ancora la fama della comunità era alle stelle presso l’intellighenzia progressista, cattolica e laica, che dava credito alle asserzioni di Fiesoli di voler riprodurre “meglio e più in grande” l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani (1923-1967), il sacerdote fiorentino sulla cui tomba, a Barbiana, si è recato in visita lo stesso papa Francesco (vedi foto):

    > Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto

    Fiesoli era membro della Fondazione Don Lorenzo Milani, e il nesso tra le due realtà era stato confermato ed esaltato anche dai sociologi Giuseppe Fornari e Nicola Casanova, nel saggio “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, don Milani e il Forteto”, stampato nel 2008 dalla prestigiosa editrice “Il Mulino”, oltre che dalla costante prossimità a Fiesoli del presidente del tribunale minorile di Firenze, Gian Paolo  Meucci (1919-1986), grande amico di don Milani e figura di spicco del cattolicesimo progressista fiorentino.

    Ma quello che davvero accadeva dentro il Forteto era da brividi. E le più di mille pagine della sentenza del 17 giugno 2015, ora confermata dalla cassazione, lo documentano in modo dettagliato, nelle deposizioni degli imputati, dei testimoni, delle vittime.

    Nel Forteto vigeva un regime di forzata separazione tra maschi e femmine, anche se fidanzati o sposati, di divieto dei rapporti eterosessuali, di pratiche omosessuali incentivate e spesso imposte, di rottura con le famiglie d’origine, di pubblici processi e di punizioni umilianti dei disobbedienti, di culto della personalità del fondatore, di abusi sessuali sistematicamente compiuti da Fiesoli sui suoi sottoposti.

    Ma l’attrattiva del Forteto si estendeva ben al di là dei confini dell’azienda agricola e della Toscana. Tra i testimoni ascoltati dai giudici c’è un sacerdote dell’arcidiocesi di Bologna, don Stefano Benuzzi, la cui deposizione occupa sei pagine della sentenza e documenta in modo impressionante la deriva ideologica dalla quale anche lui si era fatto afferrare.

    Don Benuzzi, 47 anni, laureato in ingegneria, all’epoca del processo insegnava religione in un liceo di Bologna e celebrava messa in una parrocchia di periferia. Aveva incontrato Fiesoli a una marcia in memoria di don Milani, a Barbiana, nel 2001, e continuò a frequentarlo fino al 2008, sempre più “affascinato”. Creò anche lui attorno a sé una piccola comune di giovani, per imitare e incrementare gli ospiti del Forteto. E nel frattempo ebbe una relazione sentimentale con una donna, relazione di cui Fiesoli e i suoi erano a conoscenza, irridendola pubblicamente.

    Interrogato dai giudici, don Benuzzi non chiarì perché a un certo punto cessò di frequentare Fiesoli. Nel raccontare l’ultimo incontro che ebbe con il fondatore della comunità disse:

    “Stetti in camera sua per un po’ e ci furono delle effusioni. Rodolfo mi ha abbracciato e baciato. Sulle mani, sì, e poi anche in bocca, ma non c’era niente di violento né di voluttuoso da parte sua. Quel bacio era di una purezza incredibile, da parte di una persona che voleva dedicarsi a rapporti con gli altri sinceri, trasparenti”.

    Nel Forteto “viene seguito il modello greco”, disse ancora don Benuzzi ai giudici. Lì vigeva “un’amicizia profonda, coinvolgente”, perché “nel rapporto uomo con uomo, donna con donna, si possono raggiungere picchi di intesa e di coinvolgimento superiori a quelli propri della relazione eterosessuale”.

    Dei poteri assoluti esercitati da Fiesoli sulla comunità, don Benuzzi disse:

    “Quando c’è qualcuno che mette in discussione le sue scelte, lo taglia fuori. Rodolfo non ha alcun interlocutore sopra di lui. Dopo di lui c’è Dio”.

    Da Fiesoli ammise di sentirsi ancora “affascinato”, nonostante – scrivono i giudici riferendosi al capo del Forteto – “il suo linguaggio scurrile, le bestemmie contro la Madonna, la sessualizzazione di ogni situazione”.

    E scrivono ancora i giudici al termine dell’interrogatorio del sacerdote:

    “È una deposizione sulla quale ogni commento appare superfluo. Pur connotata nelle parti maggiormente ‘sensibili’ da una evidente reticenza, ha tuttavia confermato cosa realmente fosse il Forteto e come Rodolfo Fiesoli riuscisse a fare presa su soggetti con profili psicologici particolari, con difficoltà interiori, conflitti e paure, privi di una solida capacità di critica e discernimento”.

    Oggi don Benuzzi è parroco a Badi, nell’alta valle del Reno, sull’Appennino bolognese.

    Sono passati i tempi gloriosi in cui il suo nome compariva, in qualità di “docente del Liceo scientifico Copernico di Bologna”, come relatore in un dotto convegno all’Università di Firenze dal titolo: “Crisi dell’educazione o educazione della crisi?”.

    Era il 2005 e a promuovere e coordinare quel convegno era Luigi Goffredi, numero due e ideologo del Forteto, oggi scampato al carcere per prescrizione dei fatti a lui addebitati. Tra i relatori c’era anche Massimo Toschi, assessore alla cooperazione internazionale e alla pace della regione Toscana, anche lui tifoso del Forteto e membro della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna diretta da Alberto Melloni.

    Non solo. Il relatore principe del convegno era nientemeno che René Girard (1923-2015), venuto dalla Stanford University, l’antropologo di fama mondiale che Fiesoli e Goffredi acclamavano assieme a don Milani come sommo maestro del loro metodo educativo. “Travisando completamente il suo insegnamento”, scrivono i giudici nella sentenza, dopo aver riportato le dichiarazioni di don Benuzzi, anche lui entusiasta di Girard, che aveva “incontrato a Parigi in occasione di una visita fatta assieme ad alcuni membri del Forteto”, gli immancabili Fiesoli e Goffredi.

    “All’evidenza – scrivono ancora i giudici – Benuzzi aveva trovato nel Forteto e nella sua guida, Fiesoli, la figura forte di cui aveva bisogno per essere sorretto e incoraggiato a fronte di problemi interiori, di conflitti, insicurezze, paure, e di una consistente confusione che lo affliggevano, attesa anche la scelta di vita sacerdotale attuata, in quegli anni, in forma alquanto ‘originale’”.

    ———-

    Lo scorso aprile, poco prima della visita di papa Francesco a Barbiana, ha fatto rumore un passaggio di una lettera scritta da don Lorenzo Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini, raccolta nell’opera omnia del sacerdote, pubblicata da Mondadori a cura di Alberto Melloni:

    “Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel fare scuola fosse portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel fare scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani più che la Chiesa e il papa? E so che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)”.

    E poco più avanti:

    “E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’inferno?”.

    Don Milani subì anche in vita l’accusa di pratiche omosessuali. Ma a rimetterla in circolo è stata la dedica proprio a lui, don Milani, dell’ultimo romanzo di un affermato scrittore italiano, Walter Siti, con protagonista un prete pedofilo, e le successive giustificazioni date da Siti a questa dedica.

    Da parte dei seguaci di don Milani sono venute repliche sdegnate.

    Ma riguardo a un’eventuale beatificazione del sacerdote, l’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, da cui dipende l’avvio del processo canonico, l’ha esclusa con decisione: “Assolutamente no, almeno fino a quando ci sarò io. Io non credo alla santità di don Lorenzo”.

  • Scandalo Forteto, arrestato il fondatore della Comunità: abusi e maltrattamentiScandalo Forteto, arrestato il fondatore della Comunità: abusi e maltrattamenti

    Scandalo Forteto, arrestato il fondatore della Comunità: abusi e maltrattamentiScandalo Forteto, arrestato il fondatore della Comunità: abusi e maltrattamenti

    I carabinieri questa mattina a casa di Rodolfo Fiesoli che poi per un malore viene portato in ospedale. Ieri la sentenza della Cassazione

    Si sono presentati alla porta della sua casa di Pelago questa mattina presto, i carabinieri. E’ stato arrestato Rodolfo Fiesoli, 76 anni, per 34 il “profeta” della Comunità del Forteto nel Mugello al centro dell’inchiesta per abusi e maltramenti anche su minori ospiti del centro in provincia di Firenze. L’arresto avviene all’indomani nella sentenza della Cassazione che confermava in gran parte la sentenza di appello. La vita nella comunità del Forteto di Vicchio è stata “una esperienza drammatica, a tratti criminale” ha affermato la Cassazione. I carabinieri hanno portato Fiesoli alla caserma di Pontassieve, l’uomo ha avuto un malore e prima di essere traferito al carcere di Sollicciano è stato portato per una visita in ospedale a Ponte a Niccheri.

    Per gli altri nove imputati, condannati in appello per maltrattamenti a pene comprese fra 6 anni e 1 anno e 8 mesi, è intervenuta la prescrizione, che fra l’altro ha annullato interamente la condanna a 6 anni dell’ideologo e braccio destro di Fiesoli, Luigi Goffredi. Confermati i risarcimenti alle parti civili. Quanto a Fiesoli la sentenza rimanda a nuovo processo di appello limitamente a un caso di violenza sessuale.

    Quella del Forteto è una storia che sembra non volersi concludere mai. Dopo due processi di primo grado e di appello in cui – è stato scritto – sono state raccolte “prove granitiche” di abusi e maltrattamenti, dopo due sentenze di condanna in cui si afferma “con sereno giudizio” che non è mai venuto meno il rispetto del diritto di difesa degli imputati, la Corte di Cassazione ha rinviato la sua decisione finale il 23 ottobre, poi il 20 novembre, e ieri i cinque supremi giudici, dopo essere entrati in camera di consiglio alle 12, a notte inoltrata stavano ancora discutendo nel palazzo ormai deserto.

    La Cassazione è il giudice di legittimità, non deve entrare nel merito, deve verificare se la legge è stata applicata correttamente e se sono stati rispettati i diritti delle parti. Tuttavia, è difficile scacciare il dubbio che la difficoltà di decidere sia dipesa in parte dal fatto che la storia del Forteto è anche la storia di un “corto circuito istituzionale”, di una “totale rimozione e strumentalizzazione”, di una “linea di credito illimitata” di cui la comunità di Vicchio del Mugello ha beneficiato per decine di anni da parte del tribunale dei minori di Firenze, dei rossi Comuni del Mugello e della rossa Regione Toscana. Motivo per cui anche in anni recenti il Pd si è opposto a lungo alla istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulla comunità di Vicchio del Mugello, fondata nel 1977 da un gruppo di giovani e quasi subito finita sotto inchiesta per atti di libidine violenti e maltrattamenti nei confronti di adolescenti disabili.

    I fondatori Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi furono arrestati nel 1978 e dopo alterne vicende furono definitivamente condannati nel 1985. Ma sul Forteto e sulla sua esperienza educativa si divisero sin dall’inizio non solo destra e sinistra, Dc e Pci, ma anche la magistratura. Il tribunale dei minori, guidato allora da Giampaolo Meucci, continuò ad affidare bambini al Forteto. Meucci morì nel 1985, non ebbe tempo per ricredersi. I suoi successori si convinsero che Fiesoli e Goffredi fossero vittime di un errore giudiziario. Così in quasi 30 anni il Forteto ha accolto cinquanta minori, si è accreditato come un rifugio sicuro e una eccellenza educativa e – grazie anche a generosi finanziamenti pubblici – è divenuto una realtà economica importante nell’agricoltura e nella produzione di formaggi.

    La “linea di credito illimitata” si è frantumata nel 2011 quando Fiesoli è stato nuovamente arrestato per violenza sessuale su minori e maltrattamenti, accusa quest’ultima estesa poi ad altri 22 membri della comunità. Con la nuova inchiesta, coordinata dai pm Giuliano Giambartolomei e Ornella Galeotti, è emerso il profilo di una “setta” governata da “regole maltrattanti, crudeli e incomprensibili”. Nelle sentenze si parla di “un’esperienza drammatica, per molti aspetti criminale”, di “un martellante e sistematico lavaggio del cervello”. Per venti anni al Forteto non sono nati bambini perché i rapporti fra uomo e donna erano ritenuti impuri, mentre venivano promossi quelli omosessuali. Il Forteto – hanno scritto i giudici – era il “territorio di caccia di Rodolfo Fiesoli”, che ha avuto rapporti sessuali con quasi tutti gli uomini della comunità e con molti adolescenti, sostenendo che in tal modo li “liberava la materialità”. Con la pratica dei “chiarimenti” i bambini accolti in comunità erano costretti a rievocare pubblicamente gli abusi a cui erano stati sottoposti prima di essere affidati al Forteto, anzi spesso a inventarli e ad accusare i genitori, sistematicamente denigrati. Mentre, al contrario, la finalità dell’affido, un istituto temporaneo, dovrebbe essere quella di ricomporre il rapporto fra il bambino o l’adolescente con la sua famiglia disastrata.

    Nella comunità il dissenso non era ammesso. Le regole del Forteto – hanno scritto i giudici – non miravano alla crescita e al miglioramento di ciascuno con l’aiuto degli altri “ma, esclusivamente, al controllo delle persone, alla possibilità di una loro manipolazione, attraverso il chiarimento, la punizione, l’isolamento, la denigrazione, la mortificazione”.

    “Al Forteto adulti e bambini erano in trappola”, ha detto Petra Filistrucchi di Artemisia, capofila del progetto “Oltre” finanziato dalla Regione Toscana, che ora sta cercando di porre rimedio alle sofferenze di chi ha vissuto nella comunità-setta. “Oltre” ha preso in carico 41 persone e le loro vite “sgretolate” e cerca di aiutarle a superare i traumi causati dalle “circostanze estreme” che hanno dovuto subire.
    Per evitare tutto questo bastava leggere le sentenze del primo processo, ha scritto il magistrato Vittorio Borraccetti, esponente storico di Magistratura Democratica, che ha accolto la richiesta della Associazione delle vittime e ha studiato gli atti giudiziari: “Ma chi ha letto ha detto: questo è un complotto. E la gravità è che questa tesi veniva dalle istituzioni. La vicenda del Forteto è stata una catastrofe sotto ogni punto di vista”.

    “E’ stato un percorso lungo e di grande sofferenza, ma giustizia è fatta”, ha dichiarato il presidente della prima commissione regionale di indagine sul Forteto Stefano Mugnai, capogruppo di Forza Italia nel consiglio regionale toscano: “Esprimo soddisfazione – ha proseguito – per la sentenza con cui la Suprema Corte ha confermato le condanne inflitte a Rodolfo Fiesoli, Luigi Goffredi e agli altri sottoposti a giudizio per l’orribile vicenda del Forteto. Ciò rende alle vittime giustizia nel diritto. Ora si apra la via della necessaria giustizia morale verso questi ex bambini che venivano affidati dalle istituzioni all’interno di quella comunità-setta, giustizia morale che passa per l’ammissione ciascuno del proprio segmento di responsabilità e per pubbliche scuse. Se, come durante il lavoro d’indagine effettuato in Commissione d’inchiesta è emerso, il conformismo culturale e amministrativo è stato determinante affinché le violenze e gli abusi sui minori al Forteto si protraessero per trent’anni, con questa sentenza, oggi, l’asse del conformismo si ribalta. Già altre sentenze affini, sempre sul Forteto, rimasero inascoltate. Non permetteremo che accada di nuovo”.

    http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/12/23/news/pelago_arresto_fiesoli_scandalo_forteto-184977959/

  • “Abusi sessuali su minori”, la Cassazione non decide sull’ex prete

    “Abusi sessuali su minori”, la Cassazione non decide sull’ex prete

    Rimesso tutto alle sezioni unite penali della Suprema Corte. Davide Mordino è stato condannato, in primo grado e in appello, a 9 anni e 8 mesi di reclusione

    La terza sezione della Cassazione non decide su Davide Mordino, l’ex parroco della basilica di San Calogero, a Sciacca, di 46 anni, condannato in primo grado e in appello a 9 anni e 8 mesi di reclusione, accusato di atti sessuali con minori, e rimette tutto alle sezioni unite penali della Suprema Corte. Lo riporta oggi il Giornale di Sicilia. Il ricorso contro la sentenza di condanna è stato presentato dalla difesa di Mordino, rappresentata dagli avvocati Antonino Agnello e Giovanni Aricò, i quali hanno eccepito la nullità della fase delle indagini preliminari e il giudizio di primo grado oltre a vizi di motivazione della sentenza della Corte di Appello di Palermo. Mordino si trova ai domiciliari. Adesso l’ordinanza della terza sezione sarà depositata alle sezioni unite della Cassazione che dovranno fissare un’udienza pubblica per la discussione. Se ne riparlerà il prossimo anno.

    Davide Mordino ha lasciato la basilica di San Calogero, a Sciacca, pochi giorni prima del Natale 2009, ed arrestato a luglio del 2012. Prima il carcere e poi i domiciliari. Con quattro minori all’epoca dei fatti, secondo l’accusa, avrebbe compiuto atti sessuali, con altri due avrebbe tentato, ma non ci sarebbe riuscito. L’ex sacerdote ha sempre respinto le accuse, già dall’interrogatorio di garanzia. Un complotto contro l’ex sacerdote, un’azione da parte di giovani appartenenti allo stesso gruppo affinché andasse via da Sciacca. È stata questa la linea difensiva ribadita anche davanti ai giudici della terza sezione della Corte di Appello di Palermo dai difensori di Mordino, che poi hanno chiesto l’annullamento della sentenza alla Corte di Cassazione.

    Nel processo di primo grado, al tribunale di Sciacca, il sostituto della Dda Alessia Sinatra aveva chiesto la condanna di Mordino a 15 anni di reclusione.

    http://sciacca.agrigentonotizie.it/abusi-sessuali-su-minori-la-cassazione-non-decide-sull-ex-prete.html