Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Franco Bordo: “Don Inzoli al forum sulla ‘famiglia tradizionale’? E’ uno dei potenti di Cl, impossibile che non lo conoscano”

    Franco Bordo: “Don Inzoli al forum sulla ‘famiglia tradizionale’? E’ uno dei potenti di Cl, impossibile che non lo conoscano”

    Il deputato di Sel ha presentato un esposto in procura contro il prete, già giudicato colpevole dal Vaticano

    di MATTEO PUCCIARELLI

    IL “colpevole” risponde al nome di Franco Bordo, deputato lombardo di Sinistra Ecologia e Libertà. È stato lui ad accorgersi della presenza di don Inzoli al convegno.

    Com’è andata? Era anche lei al forum sulla “famiglia tradizionale”?
    “No, ero al presidio in piazza Einaudi contro l’omofobia. Solo che il giorno dopo apro il giornale e vedo la foto della platea. Mi si accende la lampadina”.

    Come fa a conoscere così bene “don Mercedes”?
    “Siamo concittadini, ho seguito le sue vicende giudiziarie dentro la Chiesa; ho presentato un esposto in Procura l’estate scorsa, perché anche la giustizia italiana deve giudicare quest’uomo”.

    Oggi si scopre che nessuno conosceva don Inzoli, se non di sfuggita.
    “Ipocriti. Stiamo parlando di uno degli uomini più potenti di Comunione e Liberazione fino a non molto tempo fa”.

    Formigoni dice di averlo visto un paio di volte, non di più.
    “Chiamo i miei amici giornalisti di Crema e vediamo di fare una bella rassegna? Altro che due volte. Campagne elettorali, cene al ristorante, inaugurazioni di strutture legate all’associazione di don Inzoli. Non scherziamo”.

    Sempre Formigoni dice di non averlo visto seduto alle sue spalle, altrimenti lo avrebbe fatto allontanare.
    “Può crederci solo lui”.

    Ma come si spiega un autogol di questo livello della Regione?
    “Sono rimasto sbalordito anche io, non pensavo fossero così spudorati. L’ho legato alla persona in sé e anche a chi aveva intorno. Nel mio territorio mi occupavo di sociale e abbiamo sempre visto il legame strettissimo e quotidiano di don Inzoli con i vertici del Pirellone. Cl nel nostro territorio è una potenza vera, quasi intoccabile”.

    Quindi anche Maroni dovrebbe conoscerlo?
    “A parte che sono uscite foto eloquenti, ci può stare che lo conoscesse meno del Celeste, ma ripeto: qui parliamo di un potente, di un uomo influente, conosciuto anche da chi lo osteggiava”.

    E quali erano i suoi sponsor politici?
    “Formigoni, Cattaneo e il cremasco Gianni Rossoni. Aggiungo che l’assessore Cappellini è originaria di un paese a 15 chilometri da Crema: figuriamoci se non sapeva chi fosse”.

    Mentre la vicenda strettamente giudiziaria legata a “don Mercedes” a che punto è?
    “La procura di Cremona ha chiesto degli atti al Vaticano. La decisione del vescovo e della Congregazione per la dottrina

    della fede di allontanarlo per cinque anni dal territorio farebbe pensare che gli atti di pedofilia si siano verificati in quel territorio. Ma toccherà alla magistratura far luce su questa vicenda “.

    Uno dei rari casi in cui la giustizia vaticana si muove prima di quella italiana, non crede?
    “Sì, e penso che l’arrivo di papa Francesco e i cambiamenti interni a quel mondo abbiano reso possibile una decisione così risoluta”.

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/01/20/news/franco_brodo_don_inzoli_al_forum_sulla_famiglia_tradizionale_e_uno_dei_potenti_di_cl_impossibile_che_non_lo_conoscano-105341291/

  • FEDERICO TULLI – Quei preti pedofili a spasso e la tolleranza di papa Francesco

    FEDERICO TULLI – Quei preti pedofili a spasso e la tolleranza di papa Francesco

    Il volto disteso di don Mauro Inzoli immortalato al Convegno di Milano organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale» ha sorpreso molte persone. Non sono pochi infatti, specie in Italia, coloro che quando sentono papa Francescoinvocare la tolleranza zero, pensano a un effettivo giro di vite della Chiesa nei confronti dei sacerdoti pedofili e a una concreta battaglia del pontefice contro la diffusione della pedofilia nel clero. E invece, quel volto serafico evidenzia ancora una volta l’assoluta continuità della linea intrapresa dal cosiddetto papa rivoluzionario con quella dei suoi due predecessori: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Come ha scritto nero su bianco la Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza il 5 febbraio 2014, nulla è stato fatto prima di Bergoglio per garantire l’incolumità dei minori che frequentano scuole, parrocchie, oratori cattolici e così via, e nulla di realmente efficace sta facendo il papa gesuita. Con in più un paradosso inquietante.

    Leggendo le parole di condanna della Congregazione per la dottrina della fede nei confronti di don Inzoli, e vedendo quella persona tranquillamente seduta due file indietro al presidente della Lombardia, Roberto Maroni, e all’ex presidente Roberto Formigoni (che a don Inzoli, anch’esso appartenente a Comunione e liberazione, era solito confessarsi), si ha la sensazione di assistere oltre a una incredibile sottovalutazione di un crimine seriale, violento e distruttivo come la pedofilia, quasi a uno spot in favore di essa.

    «In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale» tuonavano i giudici dell’ex Tribunale dell’Inquisizione a giugno 2014. Una condanna solo a prima vista durissima, avallata da papa Francesco, che evidentemente non ha inciso più di tanto sulla vita pubblica e di relazione del  sacerdote riconosciuto colpevole di aver violato il VI Comandamento (“..atti impuri..”), ma nei fatti responsabile della distruzione della vita di esseri umani indifesi. Considerando che lo stesso pontefice a luglio 2014 ricordava nell’articolo di Scalfari su Repubblica che «dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento», chissà in quanti pensando al placido don Inzoli staranno tirando un sospiro di sollievo vedendo a cosa andrebbero incontro qualora fossero scoperti e condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede. Secondo la stima del papa, solo in Italia, dove vivono circa 35mila sacerdoti, potrebbero essere almeno 700.

    Del resto quello di don Inzoli non è un caso isolato. Dopo il presunto giro di vite realizzato nel luglio 2013 da Bergoglio con l’inasprimento del codice penale in materia di pedofilia clericale (che segue quello applicato nel 2010 da Benedetto XVI al Diritto canonico), un altro personaggio eccellente nell’indifferenza generale ha subito e subisce (si fa per dire) un trattamento simile a quello dell’ex presidente ciellino della onlus Fraternità che, per inciso, tra le altre cose si occupa dell’affido di bambini provenienti da famiglie in difficoltà.

    Si tratta dell’arcivescovo polacco Józef Wesołowski condannato – come il confessore di Roberto Formigoni – per pedofilia in primo grado dalla Congregazione per la dottrina della fede a giugno 2014, e arrestato a settembre scorso vicino piazza Navona a Roma dai gendarmi pontifici su disposizione del promotore di giustizia vaticano in base al codice penale modificato da papa Francesco. Dopo 60 giorni di arresti domiciliari nel Collegio dei Penitenzieri, Wesołowski oggi passeggia indisturbato per le viuzze di Città del Vaticano in attesa del termine della fase istruttoria coperta da un impenetrabile vincolo di segretezza. È stato lo stesso portavoce della Santa sede, mons. Federico Lombardi, a raccontarlo il 3 dicembre scorso come riporta Radio Vaticana: «La Magistratura dello Stato della Città del Vaticano, continuando le indagini, ha compiuto un primo interrogatorio dell’imputato, a cui ne seguiranno altri. Essendo scaduti i termini per la custodia preventiva e in considerazione delle sue condizioni di salute – spiegava Lombardi – mons. Wesołowski è stato autorizzato a una certa libertà di movimento, ma con obbligo di permanenza all’interno dello Stato e soggetto a opportune limitazioni nelle comunicazioni con l’esterno».

    Il procedimento penale nei suoi confronti è stato aperto dal promotore di giustizia del Tribunale vaticano, Gian Piero Milano, che ne aveva disposto l’arresto con le accuse di abusi sessuali su minori e possesso di materiale pedopornografico, motivando il provvedimento con il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. Rischi che evidentemente non sussistono più sebbene Wesołowski abbia alle spalle una carriera diplomatica ultra decennale. Prima di diventare nunzio in Repubblica Dominicana nel 2008, il vescovo polacco aveva infatti prestato servizio nelle missioni diplomatiche della Santa Sede in Africa meridionale, Costa Rica, Giappone, Svizzera, India e Danimarca, quindi come nunzio apostolico in Bolivia, dal 1999 al 2002, e nei Paesi ex-sovietici dell’Asia centrale (Kazakhstan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan), dal 2002 al 2008. Ed è anche in questi Paesi che l’Interpol, considerando la serialità del crimine in questione, sta svolgendo le sue indagini, sulla base di un mandato d’arresto internazionale spiccato nel 2013 dalla Repubblica dominicana al quale Wesołowski non più protetto dall’immunità diplomatica è sfuggito nel momento in cui le guardie pontificie lo hanno invitato a seguirle Oltretevere.

    Per quanto riguarda don Inzoli occorre ricordare che costui è colpevole per la Santa Sede e innocente fino a sentenza definitiva per lo Stato italiano. Come pure che il suo caso è arrivato finalmente sotto la lente della Procura di Cremona solo nell’autunno scorso dopo due esposti presentati dall’onorevole Franco Bordo, deputato di Sel, e dalla associazione di vittime Rete l’Abuso. Secondo Il Fatto quotidiano i magistrati italiani indagano su 40 episodi di abusi e avrebbero già fatto la richiesta di rogatoria alla Santa sede per acquisire elementi utili dal processo svolto alla Congregazione per la dottrina della fede. Considerato il vincolo di segretezza pontificia che grava sugli atti di questo tribunale, pena la scomunica, solo una persona può consentire di accelerare l’inchiesta e aiutare a fare piena luce: il popolarissimo fautore della tolleranza zero.

    Federico Tulli

  • Don Mauro Inzoli, il prete accusato di pedofilia al convegno sulla famiglia: “Sono libero di andare dove voglio” (FOTO)

    Don Mauro Inzoli, il prete accusato di pedofilia al convegno sulla famiglia: “Sono libero di andare dove voglio” (FOTO)

    La sua presenza al convegno sulla famiglia tradizionale ha scatenato infinite polemiche, compresa una presa di stanza del governatore lombardo Roberto Maroni – promotore dell’iniziativa che si è svolta sabato a Milano tra le proteste delle associazioni gay: “Peccato che il cerimoniale non mi abbia informato altrimenti il sacerdote sarebbe stato allontanato”.

    “Il sacerdote” è don Mauro Inzoli, condannato dal Vaticano per abusi sessuali sui minori e sul quale pende una indagine della procura di Cremona. Braccato dai giornalisti, al Corriere della Sera rivendica “il diritto” di andare dove vuole essendo “libero di farlo”. Con queste parole spera di mettere a tacere le voci molto critiche che hanno giudicato inopportuna la sua visita al convegno.

    Intanto nessuno sembra volersi assumerela responsabilità di avere rilasciato un accredito a don Inzoli:

    Fonti del Corriere, domenica, hanno rivelato due elementi: la conferma che il sacerdote non è entrato casualmente ma lo ha fatto grazie a “un lasciapassare” ottenuto dagli uffici di Raffaele Cattaneo, presidente del Consiglio regionale ed esponente di spicco di Cl. Ieri dallo staff di Cattaneo hanno precisato che “gli accrediti istituzionali sono stati gestiti dalla Giunta regionale”. Vero o falso?

    http://www.huffingtonpost.it/2015/01/20/inzoli-sono-libero_n_6504982.html

  • Altre ombre su Don Inzoli

    Altre ombre su Don Inzoli

    Il caso – Secondo il quotidiano “Il Fatto” la Procura indagherebbe su 40 episodi, nessuna conferma. Ma il sacerdote mostra serenità: «Ho fiducia nel giudizio divino»

     Ha risposto a sorpresa ad alcune domande, ma poi ha chiuso, come ha sempre fatto negli ultimi tre anni. Parliamo di don Mauro Inzoli, tornato al centro della cronaca nell’ultima settimana e pesantemente tirato in ballo, mercoledì scorso, da una cronista de Il Fatto quotidiano, la quale scrive come la procura di Cremona stia indagando il prete in Mercedes e sigaro addirittura per 40 episodi di violenza su minori perpetrati ai loro danni nell’arco di 10 anni…

  • “Abusi su 40 minori”. L’ex uomo forte di Cl ora rischia la galera

    “Abusi su 40 minori”. L’ex uomo forte di Cl ora rischia la galera

     (Sara Nicoli) Don Inzoli, confessore di Formigoni, è stato già punito da Bergoglio che collaborerà con i Pm di Cremona.

    — Prete in Mercedes Don Mauro Inzoli, già capo del Banco alimentare di Cl —

    L’accusa, atroce, è di aver abusato nel corso di quasi una decina d’anni di 40 bambini e ragazzi affidati all’associazione Fraternità di Crema, che si occupa di minori in difficoltà e di cui era presidente. Ora la Procura di Cremona la rivolge direttamente a don Mauro Inzoli, un tempo uomo forte di Comunione e liberazione, per 15 anni presidente della Fondazione fiore all’occhiello dell’organizzazione di don Giussani, il Banco Alimentare, nonché tra i confessori più fidati di Roberto Formigoni.
    Il presule è già stato punito da papa Francesco dopo aver subìto ben due processi da parte del Tribunale Ecclesiastico, ma ora anche la giustizia terrena vuole la sua parte. E così il procuratore di Cremona, Roberto Di Martino, ha prima aperto un fascicolo, quindi ha chiesto notizie alla Santa Sede, attraverso una rogatoria internazionale, per acquisire testi e documenti agli atti dei processi ecclesiastici contro don Inzoli.
    La Rogatoria è arrivata in Vaticano nei giorni scorsi, ma già è stato fatto trapelare, attraverso fonti del ministero della Giustizia, che sarà dato seguito, “con ampia disponibilità” alla richiesta della magistratura cremonese; il nuovo corso di trasparenza e denuncia degli abusi inaugurato da Francesco prosegue dunque senza tentennamenti.
    D’ALTRA PARTE, lo scandalo di don Inzoli è stato reso pubblico dallo stesso vescovo di Crema, monsignor Oscar Cantoni, con un comunicato stampa e una lettera alle parrocchie della Diocesi, nelle quali si parlava espressamente dei “gravi comportamenti” di cui si era reso responsabile il confessore del governatore, a partire “dall’abuso di minori” accertato da molte testimonianze durante i processi in Vaticano.

    Una “notizia criminis”, quel comunicato, per la Procura, alla quale, tuttavia, ha deciso di rivolgersi, con un esposto, anche Franco Bordo, deputato di Sel. “Era chiaro – racconta Bordo – che la Chiesa aveva già lavato i panni sporchi in casa e che dunque era necessario sollecitare la giustizia italiana a muoversi per ottenere una condanna per un reato così pesante. Per questo ho deciso di mandare l’esposto, mettendo semplicemente in fila le frasi contenute nei documenti resi pubblici dalla Diocesi di Crema. E la Procura si è mossa”.
    Don Inzoli è stato prima sospeso a divinis, poi in appello ha ottenuto un alleggerimento della pena, ma gli è stato vietato dal Vaticano di accedere al territorio di Crema per almeno 5 anni, di dispensare sacramenti e di esercitarli in pubblico e, in ultimo, di “redimersi”. Lo scandalo, a dire il vero, è scoppiato due anni fa, per la precisione il 9 dicembre del 2012, quando il sito della Curia cremasca pubblicò la decisione del Vaticano di ridurre allo stato laicale don Inzoli, provvedimento contro il quale il sacerdote ricorse nel febbraio del 2013.

    Il 12 giugno scorso, quindi, ecco il decreto, durissimo, della Congregazioneper la Dottrina della Fede (il dicastero guidato dall’allora cardinale Ratzinger prima di diventare Papa) che, su incarico di papa Francesco, lo trasmise a Crema. Un decreto che, appunto, infliggeva la pena perpetua al presule, pur lasciandogli gli abiti talari, vietandogli anche in modo tassativo di svolgere “accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o di altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano, compresi ruoli a scopo educativo. Dopo i divieti, i doveri: “Dovrà intraprendere per almeno cinque anni, un’adeguata psicoterapia”.
    NON C’È SOLO l’aspetto più crudo e violento dell’abuso sui minori nella vita di don Inzoli. A Milano lo chiamavano “il prete in Mercedes”.
    Sigaro in bocca, auto e ristoranti di lusso, frequentazioni politiche di peso, un uomo di potere attraverso la Fondazione Banco alimentare, l’organizzazione del Meeting di Rimini di Cl. Soprattutto tanto vicino a Roberto Formigoni. Ebbene, se il fascicolo romano d’Oltretevere non tiene conto di questi aspetti profani, l’altro fascicolo aperto dalla Procura di Cremona potrebbe ampliare la propria visione anche alla vita privata del presule, certamente vissuta e ostentata in modo ben al di sopra le possibilità di un modesto prete di campagna. Sul fronte economico gli accertamenti sono solo all’inizio.
    fonte

  • IL CASO DI DON INZOLI NON È POLITICO. ZANARDI POTREBBE CHIEDERE IL RISARCIMENTO DANNI

    IL CASO DI DON INZOLI NON È POLITICO. ZANARDI POTREBBE CHIEDERE IL RISARCIMENTO DANNI

     Sul sito on line del giornale La Provincia, che a volte dà più notizie del cartaceo stesso, si può leggere che esiste un solo esposto a Cremona sul caso di don Mauro Inzoli. Non viene infatti nemmeno menzionato l’esposto della rete l’Abuso, firmato da Francesco Zanardi, che ha seguito la vicenda sin dall’inizio e ha presentato un esposto con ben 43 documenti allegati: un quadro completo. Il giornale non ne ha tenuto conto? Bisogna frugare in tasca alla ricerca di pesanti monete (eureka, l’euro!) per venirlo a sapere?

    Viene citato dal giornale cremonese solo il pubblicizzato esposto di Franco Bordo, deputato di Sel attento alle vicende cremonesi e cremaschi: tre gli allegati del suo documento di denuncia.

    Vale sempre la presunzione d’innocenza. La Chiesa ha condannato don Inzoli e nemmeno si sa chiaramente perché. L’articolo del codice canonico è il 1270, che contiene anche una drammatica indicazione: potrebbe esserci un reato di abusi sessuali. E don Inzoli, come deciso dalla Chiesa, non deve nemmeno più avvicinare minori.

    I pronunciamenti della Chiesa sono autonomi e liberi e riguardano i rapporti tra fedeli e clero: la sentenza ecclesiale che impone vita ritirata e di penitenza, oltre a psicoterapia, per don Inzoli, è autonoma quanto limitata alla giurisdizione della Chiesa cattolica.

    Don Inzoli è però cittadino italiano: l’evidente motivo dei due esposti dipende dalla disparità di trattamento che si può verificare tra il reato di un sacerdote e quello di un cittadino non sacerdote. Francesco Zanardi non è per niente apprezzato dalla Chiesa cattolica. Se è vero che don Inzoli ha commesso proprio quel reato (e non possiamo saperlo prima di una sentenza definitiva), Francesco Zanardi a nome della Rete l’Abuso, che solitamente rappresenta le vittime degli atti accertati di abusi sessuali da parte del clero, chiederà il risarcimento danni.

    Ciò che la Chiesa teme di più è proprio questo: dover pagare i danni alle vittime. E quando i danni sono certi sono gravi. Il minore abusato subisce un trauma che lo scuote, di solito, per molti anni. Sono vite rovinate a  lungo dalla violenza esercitata da alcuni preti che i vescovi generalmente non denunciano mai.

  • Il prete allontanato dalla Chiesa: “Non temo il giudizio umano”

    Il prete allontanato dalla Chiesa: “Non temo il giudizio umano”

     Don Mauro, le è caduta un’altra tegola in testa. Parte così la telefonata a don Mauro Inzoli, il prete di Comunione e Liberazione da ormai quasi tre anni alle prese con guai grossi. Prima la riduzione allo stato laicale, poi la riammissione nel novero dei preti ma con obblighi pesanti, causa le accuse formulate dal Vaticano nei suoi confronti. E adesso l’apertura di un fascicolo da parte del procuratore Roberto di Martino di Cremona che ha chiesto al Vaticano di inviargli i documenti in base ai quali don Mauro è stato punito. Documento che parlerebbero di pericolosissime frequentazioni di minori che, se provate, vedrebbero il prete di Cl prima davanti ai giudici e poi, in caso di condanna, dietro le sbarre.

    Don Mauro, ha saputo dell’iniziativa del magistrato?
    «Sì, me l’hanno detto».

    E che cosa ne pensa?
    «Niente in particolare»

    Il procuratore sta indagando sui suoi trascorsi e chiede aiuto al Vaticano
    «Mi rimetto al giudizio divino e umano»

    Il primo è definitivo, il secondo potrebbe essere fallace…
    «Se la giustizia umana mi chiamerà, risponderò»

    Ma lei si sente tranquillo?
    «Sì, non ho problemi»

    Lei ha fatto appello contro la riduzione allo stato laicale ed è tornato prete. Soddisfatto?
    «Per questo ringrazio Papa Francesco».

    È stato visto al meeting di Cl di Rimini, a fine agosto.
    «Sì, ci sono andato, come tutti gli anni»

    È stato visto anche nel santuario di S. Maria in Bressanoro a Castelleone, ai primi di luglio
    «Impossibile, ero in Terra Santa»

    Le mancano i suoi amici?
    «Gli amici sono rimasti»

    E la sua parrocchia?
    «Ho Crema nel cuore»

    Don Mauro Inzoli, 65 anni, nato a Torlino Vimercati (Cremona) nel 1950, parroco della SS. Trinità, dove aveva creato una comunità efficiente e pronta a molto, se non a tutto, è stato il fondatore del Banco alimentare, organizzazione che raccoglie i prodotti in eccesso dalle aziende e li distribuisce a chi ne ha bisogno. Osannato e odiato, portato in palmo di mano da molti, vituperato da altri come le persone che hanno successo, don Mauro ha fondato a Crema la comunità Fratellanza, che aveva il compito di assegnare bambini con problematiche familiari a coppie che si prestavano, a pagamento, a tenerli in famiglia. Il Vaticano può rifiutarsi di mostrare le carte nelle quali si parla di abusi su minori e con ogni probabilità lo farà, appellandosi al Concordato bis. «Come ho già detto, mi rimetto sia al giudizio degli uomini, ma soprattutto a quello divino». Anche lui potrebbe essere richiamato in Vaticano e lì giudicato. Ipotesi che i giuristi stanno valutando.

    Crema, 19 ottobre 2014

    Il Giorno

  • Don Inzoli indagato a Cremona. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Don Inzoli indagato a Cremona. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    CREMA Il procuratore, Roberto di Martino, ha aperto un fascicolo e per sapere che cosa abbia accertato l’autorità ecclesiastica, ha chiamato in causa la Santa Sede. Lo ha fatto con una richiesta di rogatoria al Vaticano attraverso il ministero della Giustizia.

    L’indagine su don Inzoli (Il prete in Mercedes), 64 anni, per 15 presidente della Fondazione banco alimentare, onlus assistenziale fondata da don Giussani, qualcuno dice anche confessore di Roberto Formigoni, nasce da due esposti, il primo presentato il 30 giugno scorso in procura da Franco Bordo, deputato di Sel. Un documento di ventotto righe, più tre allegati, con la richiesta finale di accertare se gli elementi emersi «siano meritevoli di approfondimenti investigativi e, qualora dall’esito degli stessi, dovessero emergere ipotesi di reato, che sia esercitata l’azione penale nei confronti di chiunque li abbia commessi o, a qualsiasi titolo, abbia concorso alla loro commissione».

    Il secondo invece presentato dalla Rete L’ABUSO il 9 luglio 2014. In questo secondo esposto di tre pagine e ben altre 43 di allegati, la Rete L’ABUSO chiede non solo l’acquisizione del materiale di indagine in possesso dell’autorità ecclesiastica, ma chiede anche che vengano approfondite le eventuali responsabilità omissive da parte dei superiori di Inzoli e della stessa Diocesi di Crema.

    Paradossalmente la Rete L’ABUSO fornisce anche un precedente creatosi a Savona che chiama in causa, ironia della sorte, l’attuale vescovo di Cremona, Dante Lafranconi che nel 2012 fu accusato dalla Procura della Repubblica di Savona, di essere stato al corrente delle tendenze pedofile di un suo sacerdote, Nello Giraudo, ma di non aver fatto nulla per impedire che questi continuasse ad abusare dei minori affidati alle cure dello stesso.

    Quella di Inzoli è una vicenda dai contorni molto simili a quella savonese. Attendiamo che la procura di Cremona faccia luce su quanto accaduto e soprattutto ci auguriamo che il Vaticano, viste le continue promesse di Papa Francesco accetti di fornire alle autorità italiane la documentazione richiesta tramite rogatoria.

    Il portavoce della Rete L’ABUSO

    Francesco Zanardi

    Esposto Franco Bordo Esposto-Procura

    Esposto Rete L’ABUSO l-abuso–diocesi-crema-mauro-inzoli

  • Abusi sessuali, il Vescovo di Cremona ‘Non sapevo nulla’

    Abusi sessuali, il Vescovo di Cremona ‘Non sapevo nulla’

    Cremona. Nuovi casi di abusi sessuali sono emersi a Savona, dove monsignor Dante Lafranconi è stato vescovo prima di essere nominato a Cremona. La Procura ligure sta conducendo una seconda inchiesta su due sacerdoti già una volta condannati: il vescovo nega di aver saputo nulla delle loro inclinazioni.

  • Monsignor Dante Lafranconi scrive alle vittime savonesi; la loro indignazione.

    Monsignor Dante Lafranconi scrive alle vittime savonesi; la loro indignazione.

    L’associazione Rete L’ABUSO Onlus rende noto che in data 11 Luglio 2014 ha provveduto a comunicare la messa in mora nei confronti dei seguenti ministri di culto, diocesi e parrocchie coinvolte nello scandalo pedofilia savonese.

    La messa in mora riguarda il sacerdote pedofilo Nello Giraudo, la Comunità per minori La Lucerna, la parrocchia S. Lorenzo Martire di Orco Feglino, la parrocchia S. Nicolò di Calice Ligure, l’ACR parrocchiale di Calice Ligure, la parrocchia S.S. Annunziata di Spotorno, l’Agesci Savona 7° presso la parrocchia di S. Dalmazio Savona, monsignor Dante Lafranconi e la diocesi di Savona-Noli.

    Non è ancora stata comunicata la messa in mora nei confronti dei comuni liguri che affidarono alla comunità lager della diocesi di Savona-Noli gestita dal Giraudo diversi minori in quanto, nei primi mesi del 2014, altre 6 vittime, non ancora note, si sono presentate spontaneamente all’associazione e agli inquirenti.

    La messa in mora è un atto dovuto che serve a bloccare in sede civile la prescrizione in quanto come l’associazione aveva già annunciato, alcune delle decine di vittime del Giraudo hanno presentato il conto ai responsabili. Questo è potuto accadere grazie alla condanna del Giraudo e grazie al fatto che il tribunale di Savona, applicando i secondo comma dell’articolo 40 del codice di procedura penale, abbia ravvisato e ritenuto responsabile di tutti quegli abusi l’ex vescovo di Savona, ora a Cremona, Dante Lafranconi.

    Per quello che riguarda il Lafranconi fu salvato dalla “santa prescrizione” ma ciò nulla toglie al fatto che quelle responsabilità di fatto non solo esistano, ma siano anche state accertate. (Provvedimento Dante Lafranconi Pag 6)

    In data odierna proprio il Lafranconi, che in passato non solo aveva negato i fatti, ma aveva anche accusato pubblicamente sul sito della diocesi di Cremona di “complotto” la magistratura savonese, risponda alle vittime con la lettera che alleghiamo. (Lafranconi lettera vittime Savona)

    In alcuni passaggi il Lafranconi scrive di essere consapevole della gravità del fenomeno della pedofilia, “domanda alla chiesa tutta di restare fedele, come in passato, ad un concreto atteggiamento di ascolto delle situazioni e sopratutto, se necessario, di accoglienza delle persone coinvolte in tale vicenda”.

    Parole ipocrite che scatenano l’ira di coloro che grazie al comportamento criminale e alle omissioni del Lafranconi, non solo si sono trovate insieme alle loro famiglie la vita rovinata, ma che proprio da lui (e neppure dai suoi due successori) non hanno mai ricevuto ne udienza, ne tanto meno alcun appoggio.

    Il Lafranconi continua la sua missiva sottolineando che “sotto l’aspetto specificamente giuridico desidero però aggiungere che non ritengo possano essermi rivolti addebiti di natura civilistica, per cui la sua richiesta non può allo stato essere accolta”.

    Conclude dichiarando che “nell’ambito di una prospettiva cristiana, comunque, assicuro la mia preghiera per quanti avessero subito l’offesa, così come per chi l’avesse provocata”.

    Replichiamo con poche righe alla vergogna contenuta nella sua missiva caro, don Dante, sentendoci per l’ennesima volta offesi e non possiamo fare a meno di notare che in lei non emerge il minimo segno di pentimento, tanto meno di vergogna per ciò che ha saputo produrre nel suo mandato a Savona che lei stesso definisce “cristiano”.

    Siamo felici di essere uomini perbene e non uomini di chiesa come lei e le chiediamo cortesemente di non pregare per noi, ne facciamo volentieri a meno.

    Per quello che invece riguarda la sua opinione sull’aspetto giuridico le ricordiamo che in terra vige la giustizia civile. Potrà comunque, una volta giunto nell’aldilà, fare ricorso utilizzando la legge divina.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO.

    Il servizio sul caso savonese trasmesso da LE IENE