Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chiesto un milione al vescovo di Sora per abusi sessuali su un minore

    Chiesto un milione al vescovo di Sora per abusi sessuali su un minore

    Un milione di euro. Monsignor Gerardo Antonazzo, vescovo del Frusinate, e don Stefano Rocca, prete della diocesi di Ugento, sono stati citati in giudizio per danni conseguenti ad abusi sessuali. Un ex insegnante di religione chiede un milione di euro di risarcimento per le violenze sessuali, che dichiara di aver subito quando era ancora minorenne, ai due ecclesiastici e alla diocesi di Ugento, dove si sono verificati i fatti alla fine degli anni Ottanta. La prima udienza si è tenuta il 22 ottobre davanti alla giudice del Tribunale di Lecce Silvia Saracino.

    Avete letto bene: un vescovo è chiamato in giudizio con la richiesta di un risarcimento milionario per abusi sessuali ripetuti su un minorenne. I presunti reati sono ormai prescritti, ma resta aperta la possibilità di ottenere un risarcimento in sede civile, anche a quasi quarant’anni dai fatti denunciati. Tutti e tre i convenuti – don Stefano Rocca, monsignor Gerardo Antonazzo e la diocesi di Ugento – hanno contestato le accuse e, nelle rispettive memorie difensive, eccepito la prescrizione del diritto al risarcimento.

    La palla ora passa alla giudice, che si è riservata di decidere sulle eccezioni della controparte, ma la notizia di per sé è enorme, a prescindere dall’esito del procedimento, perché illumina con chiarezza un mondo di preti e vescovi che vive nel terrore della denuncia ed è disposto a fare qualsiasi cosa per evitare che la verità venga alla luce. Un sottobosco di ricatti, pentimenti, confessioni, promesse e segreti per nascondere un reato orribile – l’abuso su minori – che avevamo già incontrato a Enna, nella storia processuale di don Giuseppe Rugolo e del suo protettore, il vescovo Rosario Gisana, e che ora vediamo riprodotta in un’altra diocesi. Una storia che vale la pena ricostruire nei minimi dettagli, proprio come abbiamo fatto con Gisana e Rugolo, perché è l’unico modo per descrivere compiutamente l’abisso in cui la Chiesa rischia di essere trascinata dal silenzio e dall’omertà sugli abusi clericali.

    Vedremo anche come il vescovo si attardi a discutere dei propri peccati con la stessa persona che è andata da lui a chiedergliene conto, e cosa si inventerà per tenerla buona.

    Ma andiamo con ordine.

    In Italia non ci sono vescovi indagati o tantomeno condannati per abusi sessuali. Ci sono vescovi accusati di aver insabbiato e coperto casi di sacerdoti accusati di pedofilia e, certo, c’è almeno un caso di vescovo indagato per falsa testimonianza nell’ambito di un processo per violenza su minori – il già citato vescovo di Piazza Armerina, che deve rispondere davanti a un tribunale dello Stato (la sentenza è attesa per l’11 dicembre) di menzogne e omissioni su Rugolo, già condannato a tre anni in Cassazione.

    Per il resto, le più che scarne cronache del nostro paese restituiscono qualche nome di vescovo interpellato come testimone (Oscar Cantoni, Diego Coletti della diocesi di Como, nell’ambito dell’intricata faccenda del Preseminario San Pio X) e un caso più unico che raro: un vescovo che ammette di aver sbagliato e di non aver vigilato a sufficienza su quello che accadeva in diocesi (Ivo Muser, vescovo di Bolzano, a capo dell’unica diocesi ad aver richiesto un’indagine indipendente sugli abusi, resa pubblica nel gennaio 2025).

    Quindi tutti buoni in Italia?

    Certo che no: nel nostro paese, semplicemente, pesa molto di più la cappa di omertà sulle responsabilità (anche penali) delle autorità ecclesiastiche e, per il malvezzo nostrano di non cercarsi guai, delle rogne della Chiesa non si parla. Di quel che avviene nei tribunali vaticani non val nemmeno la pena dare conto perché niente si dice – non siamo tenuti a sapere, neanche le vittime che denunciano una violenza ne hanno il diritto – e i pochissimi casi di denuncia nei confronti di personaggi di rilievo arrivati davanti a un giudice dello Stato sono finiti con un’archiviazione per denuncia tardiva o prescritti. Uno per tutti, il mancato vescovo ausiliario di Palermo, il frate cappuccino Giovanni Salonia; ma lo stesso si potrebbe dire del “mendicante d’amore”, missionario e predicatore carismatico della diocesi di Bergamo Valentino Salvoldi. Un caso a parte è quello della suora che osò denunciare per stupro il cosentino padre Fedele, un’ordalia giudiziaria durata dieci anni e che si è conclusa con l’assoluzione del francescano.

    In Italia non ci sono vescovi indagati per abusi sessuali o citati in sede civile in seguito ad abusi sessuali su minorenni, o almeno non c’erano fino ad oggi, ma ancora una volta la stampa sembra lenta (diciamo così) nel darne conto. Repubblica il 9 dicembre 2025 dà la notizia che due sacerdoti sono stati chiamati in giudizio da un ex insegnante di religione, che chiede un mega risarcimento per i danni conseguenti alle violenze subite dai due quando era un seminarista minorenne: 300mila euro per la perdita di qualsiasi prospettiva lavorativa e altri 700mila per il danno psico-fisico. Un milione tondo.

    Il giornale non fa i nomi degli accusati ma non dice nemmeno che uno dei due non è un semplice prete ma addirittura un vescovo; non fa nemmeno il nome della vittima, salvo poi lasciarselo sfuggire alla fine:

    «In aula verranno raccolte le deposizioni di altri sette seminaristi citati da Schiavano che chiede anche di disporre una consulenza medica per accertare le lesioni fisiche e psichiche causate dai presunti abusi».

    In ogni caso, la notizia passa sostanzialmente sotto silenzio (altre due mele marce, secondo la narrazione della Chiesa, niente di particolarmente rilevante) e non se ne sa più nulla. In realtà quella cronaca frettolosa come abbiamo visto contiene una bomba: uno dei due preti accusati di abusi su un adolescente è un vescovo.

    I fatti, con nomi e cognomi, sono questi: Antonio Schiavano, un ex insegnante di religione di Taurisano, in provincia di Lecce, ha citato in giudizio davanti al giudice civile con la richiesta di risarcimento per danni derivati da abusi sessuali don Stefano Rocca, all’epoca seminarista e oggi sacerdote della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, e l’allora rettore del Seminario minore di Ugento, monsignor Gerardo Antonazzo, dal 2013 vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, in provincia di Frosinone. Don Stefano Rocca (che ha già affrontato un’indagine per abusi nell’oratorio di Ugento nel 2011, poi archiviata per mancanza di querela) e monsignor Gerardo Antonazzo, anche lui come vedremo non nuovo a guai giudiziari, sono stati chiamati davanti alla giudice civile di Lecce il 22 ottobre.

    Le accuse sono pesantissime. In seminario Antonio Schiavano dichiara di aver subito insieme ad altri ragazzi reiterate aggressioni sessuali da parte di un altro seminarista, Stefano Rocca. Il rettore don Gerardo Antonazzo sa tutto e ci aggiunge del suo, come si legge nell’atto di citazione nella prosa ispirata dell’avvocato Vito Nicola Ciullo:

    «diffuse violenze sessuali perpetrate in danno dell’attore e di altri adolescenti del seminario minore della Diocesi di Ugento avvenivano con allarmante frequenza nella piena consapevolezza – o, forse, è meglio dire accondiscendenza – dell’allora Rettore del Seminario, Don Gerardo Antonazzo, anch’egli, purtroppo, già noto alle cronache di Sora e anch’egli autore di morbose attenzioni nei confronti dell’adolescente e ingenuo Antonio, inconsapevole vittima di palpeggiamenti dei genitali, masturbazioni, maliziosi baci e tentate penetrazioni consumate nella camera da letto, (…) dove il sacerdote si recava con il pretesto di un raccoglimento individuale di preghiera; inducendolo, in un crescendo di attenzioni e di minacce, a subire violenze sessuali ripetute».

    Insomma il rettore, stando a questa ricostruzione, invece di fermare il seminarista abusatore approfitta della sua posizione e violenta a sua volta Antonio, che all’epoca ha soltanto quattordici anni. Chi dovrebbe proteggerlo è colui che gli fa violenza: a chi potrebbe chiedere aiuto il ragazzo?

    È una storia terribile ma illuminante perché, se dovesse essere confermata, descriverebbe nel dettaglio come si mette in moto la macchina omertosa della Chiesa quando si verifica un caso di abuso. Una vicenda ricca di colpi di scena e che vale davvero la pena ricostruire dall’inizio.

    Nella sua ormai lunga carriera ecclesiastica (Antonazzo è del 1956), il vescovo del Frusinate oggi citato in giudizio ha avuto anche diversi incarichi importanti – è stato membro della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, cappellano di Sua Santità – ma è stato soprattutto in mezzo ai ragazzi. Lo troviamo educatore presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore, delegato per la pastorale giovanile e soprattutto rettore del Seminario minore di Ugento dal 1987 al 1995. Ed è proprio qui che incontra Antonio Schiavano che, appena quattordicenne, è entrato in seminario con la vocazione di farsi prete.

    Antonio, che all’epoca è chierichetto e frequenta la parrocchia di Santa Maria Ausiliatrice di Taurisano, un piccolo centro a un’ora di distanza da Lecce, comincia a sentire una tensione verso il sacerdozio, alimentata proprio da don Antonazzo, impegnato nella pastorale vocazionale – il prete di fatto va a caccia di seminaristi – nelle parrocchie della diocesi di Ugento.

    «Don Gerardo era molto bravo nella pastorale vocazionale – ricorda oggi Antonio Schiavano – il seminario di Ugento si era svuotato e il suo incarico era proprio di suscitare nuove vocazioni. Era molto coinvolgente e io che ero già chierichetto avevo spesso occasione di stargli vicino. A dodici anni ho cominciato ad andare d’estate a Tricase Porto, dove ci trovavamo tutti insieme: chi era già seminarista e chi era interessato a diventarlo, come me. L’ambiente era amichevole, si giocava a calcio, ci si confrontava; l’atteggiamento di don Gerardo era affettuoso e particolarmente attraente per un ragazzino bisognoso d’affetto come me».

    Antonio vuole entrare in seminario ma i genitori, in particolare la madre, non sono d’accordo. Il ragazzino è ancora piccolo e la retta costa, ma don Gerardo, che nel frattempo è diventato rettore, li convince che il ragazzo e la sua vocazione sono in buone mani. Così nel 1988, appena quattordicenne, Antonio entra nel Seminario minore di Ugento. In un primo tempo, tutto funziona regolarmente: Antonio segue le lezioni, si fa degli amici, fra cui Stefano Rocca, di qualche anno più grande di lui. Rocca ha l’incarico di assistere i seminaristi più giovani nelle attività educative e sportive e questo gli dà l’occasione di avvicinarsi ad Antonio. D’estate, come abbiamo visto, i seminaristi si trasferiscono al mare, a Tricase Porto, ed è qui che cominciano le molestie e gli approcci sessuali da parte di Rocca, che dai baci si spinge alla masturbazione e al tentato stupro nei confronti di Antonio. Ecco cosa si legge nell’atto di citazione:

    «Don Stefano Rocca (…) nei confronti dell’incolpevole e ingenuo attore (Schiavano, ndr), che mai avrebbe pensato che proprio in quei luoghi sacri, oltre al latino, al greco e alle consuetudini formative proprie di un seminario, avrebbe scoperto, altresì, quelle ripugnanti prassi che albergavano serenamente nelle stanze della Diocesi di Ugento, senza alcuna vigilanza dei prelati e dell’allora Vescovo Monsignor Mario Miglietta».

    Come abbiamo anticipato, anche il rettore Antonazzo è accusato di aver costretto Antonio con le minacce «a subire violenze sessuali ripetute». Il ragazzo reagisce alle violenze con il terrore e, come spesso accade alle vittime di abusi, con «una reazione emotiva di congelamento e di involontaria e temporanea paralisi e impotenza che gli inibiva il movimento e la parola e che lo isolava in un profondo stato di sottomissione».

    «Per me don Gerardo era una guida spirituale, nella mia innocenza mi affidavo totalmente a lui ed ero sempre disponibile ad aiutare», racconta Antonio. Nel 1988 mi chiese di dargli una mano a organizzare il seminario estivo a Tricase Porto, così siamo rimasti qualche giorno da soli prima che arrivassero gli altri. Lui cercava ogni occasione buona per avere dei momenti di intimità con me e mi baciava dappertutto, mi toccava. Io non rispondevo, non sapevo nominare quel che succedeva. “È un modo per volersi bene”, mi diceva, o anche “il Signore vuole cementare la nostra amicizia e mettere alla prova la tua vocazione” e “la nostra amicizia durerà per sempre, anche quando sarai prete”. Ovviamente non dovevo parlarne con nessuno e tenere per me “questa amicizia particolare”».

    Antonio sostiene di non essere stato l’unico a subire le attenzioni del rettore: «Nel dormitorio non c’era la possibilità di accendere una lampada vicino al letto – ricorda Antonio – il rettore spegneva la luce e chiudeva la porta e lo stanzone piombava nel buio. A volte, di notte lo sentivo accanto al mio letto con un altro ragazzo, sentivo la sua voce e il suo ansimare. L’ho anche sorpreso a baciare altri seminaristi e una volta ho visto un ragazzo, poi diventato prete, fare la doccia nel suo bagno privato».

    E qui si mette in moto la catena del silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche. Il vescovo dell’epoca Mario Miglietta (morto nel 1996) viene avvertito della situazione (da un ragazzo che oggi è stato chiamato come testimone da Schiavano) ma non prende provvedimenti, anzi, secondo l’atto di citazione liquida le segnalazioni attribuendo ai ragazzi un’eccessiva fantasia, consentendo di fatto agli abusatori di continuare a fare violenza sui ragazzini. «Miglietta d’altronde non disdegnava nemmeno lui di allungare le mani, come ho potuto verificare di persona», ricorda Schiavano.

    Lo stesso fa il vescovo Vito De Grisantis, che regge la diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca dal 2000 al 2010, e che affida proprio a Stefano Rocca, nel frattempo diventato prete, la gestione dei ragazzi dell’oratorio:

    «il successivo Vescovo Monsignor Vito De Grisantis – anch’egli esaustivamente edotto delle abitudini pedofile che albergavano nel clero diocesano di Ugento- affidava paradossalmente a Don Stefano Rocca la guida spirituale dell’oratorio di Ugento».

    La difesa della diocesi contesta espressamente il linguaggio dell’atto di citazione, compreso il passaggio su monsignor Miglietta, e ne chiede la cancellazione ai sensi dell’articolo 89 del codice di procedura civile. Vedremo che cosa deciderà di fare la giudice.

    Intanto Antonio è stato “prudentemente” mandato ad Alba, in provincia di Cuneo, a frequentare il seminario maggiore, probabilmente nella speranza che il cambiamento d’aria gli faccia dimenticare le brutte esperienze subite. Per qualche anno tutto sembra proseguire tranquillamente, finché nel 1998 viene dichiarato non idoneo al ministero.

    «Non me ne capacitavo, l’espulsione dal seminario dopo dieci anni è stato un altro trauma – dice Schiavano – Ho chiesto a tutti cos’era successo: al vescovo di Ugento Caliandro, al rettore del Seminario di Alba, ma nessuno mi ha dato una spiegazione. Oggi, dopo 28 anni, la diocesi di Ugento ha prodotto per la causa civile un documento dell’epoca in cui si dice che mi avevano espulso per problemi psicologici, utilizzando tra l’altro un documento coperto da privacy».

    Costretto a cercarsi un lavoro, Schiavano si arrangia con diverse occupazioni finché nel 2009 ottiene un posto come insegnante di religione a Torino. Due anni dopo ottiene il sospirato trasferimento in Puglia, vicino a casa, al liceo Stampacchia di Tricase. Non ha più contatti con il suo ex compagno di seminario e il suo vecchio rettore, che intanto hanno fatto, a modo loro, carriera.

    Nel 2010 la Procura di Lecce iscrive infatti don Rocca nel registro degli indagati per presunti abusi sessuali nei confronti di giovani che frequentano l’oratorio parrocchiale. Secondo le cronache dell’epoca, durante gli interrogatori il sacerdote ammette di aver avuto rapporti sessuali con quattro giovani ma sostiene che si trattava di rapporti consenzienti con maggiorenni.

    Nel settembre 2011 il giudice per le indagini preliminari accoglie la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura con la motivazione che la querela non è stata presentata nei termini di legge e quindi non si può procedere. Don Stefano, rimpianto dai suoi parrocchiani e con gravi crisi personali, viene trasferito in Umbria.

    In quel periodo Antonazzo è per breve tempo amministratore diocesano di Ugento ma nel 2013 arriva la svolta con la nomina a vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo. I guai però arrivano anche per lui: il 3 aprile 2016 si apprende dai giornali che Antonazzo sarebbe accusato di abusi nei confronti di addirittura otto giovani. La procura della Repubblica di Cassino apre un’inchiesta, poi chiusa ancora una volta per difetto di querela:

    «Con decreto emesso il 17 agosto 2016, il Giudice per le indagini preliminari di Cassino, dott.ssa Donatella Perna, ha archiviato il procedimento penale iscritto a carico del Monsignor Gerardo Antonazzo, in quanto difettava una valida querela, necessaria per la procedibilità dell’azione penale».

    Passano pochi anni e in Antonio il trauma degli abusi torna a galla. A scuola gli hanno ridotto le ore di insegnamento e comincia a soffrire di depressione e disturbi psicosomatici. A quel punto decide di rifarsi vivo con quelli che ritiene la causa di tutti i suoi mali: vuole dei soldi per potersi curare e, al contempo, un’ammissione di colpa. Si susseguono whatsapp, telefonate e anche un incontro dal vivo con il vescovo Antonazzo, che Schiavano registra di nascosto.

    È il 25 ottobre 2018 e i due si vedono nella villa del vescovo per chiarire la situazione. Schiavano chiede ad Antonazzo se si sia mai confessato per quanto è accaduto in seminario e se abbia chiesto perdono a Dio per i suoi peccati.

    Nella prossima puntata vedremo come risponde il vescovo e cosa propone al suo ex allievo venuto a chiedere ragione dei turbolenti anni passati in seminario. Vedremo anche come reagisce don Rocca alle stesse richieste e la risposta della diocesi di Ugento, chiamata a risarcire Schiavano in solido con i due preti.

    (Continua. La foto di copertina è di Jomarc Nicolai Cala su Unsplash)

    https://federicatourn.substack.com/p/chiesto-un-milione-di-euro-di-risarcimento?r=95a78w

  • Pedopornografia on line, altri tre arresti nell’inchiesta che ha coinvolto il sacerdote bresciano

    Pedopornografia on line, altri tre arresti nell’inchiesta che ha coinvolto il sacerdote bresciano

    Tre persone arrestate in flagranza di reato e una, ancora minorenne, denunciata a piede libero: è il bilancio di un’operazione del Centro operativo sicurezza cibernetica Piemonte e Valle d’Aosta contro la pedopornografia online (Cncpo) nell’ambito dell’esecuzione dei decreti di perquisizione personale, locale e informatica emessi dalla procura di Torino.

    L’attività di polizia effettuata con la collaborazione dei Cncpo di Torino, Genova e dalle sezioni operative Sicurezza cibernetica di Como e Pordenone ha consentito l’arresto di due uomini, di 52 anni e di 40 anni, nelle province di Cuneo e Genova, per detenzione di ingente quantitativo di materiale realizzato mediante sfruttamento sessuale di minori, e l’arresto di un pordenonese di 27 anni anche per produzione di materiale di pedopornografia minorile.

    E’ stato denunciato a piede libero un minorenne del 2008, residente nel Comasco, considerato amministratore del gruppo Telegram da cui l’indagine aveva preso le mosse.

    L’inchiesta
    L’inchiesta è scattata dopo un’attività sotto copertura svolta dal Cncpo, durata più di due anni, che ha consentito di individuare quelli che sono ritenuti i promotori del gruppo: il sacerdote bresciano don Jordan Coraglia, parroco di Castelcovati, e un medico, già arrestati nel 2025 a Brescia e Torino.

    Tramite l’attività investigativa, con l’utilizzo di tecniche informatiche volte alla «de-anonimizzazione» degli utenti, è stata fatta luce sulla rete di contatti con cui il medico torinese scambiava materiale illecito nelle comunità dedite alla cessione del materiale di pedopornografia.

    Nell’udienza dello scorso 19 dicembre, la Procura ha chiesto la condanna di don Coraglia. Il processo è stato aggiornato al prossimo 6 febbraio per le eventuali repliche e la camera di consiglio da cui il giudice uscirà con la sentenza.

    https://www.bresciaoggi.it//territorio-bresciano/brescia/pedopornografia-on-line-altri-tre-arresti-nell-inchiesta-che-ha-coinvolto-il-sacerdote-bresciano-1.12908655

  • Vittime di abusi nella Chiesa: “Non vengono ascoltate, bisogna fare di più”. Casi anche nella Granda

    Vittime di abusi nella Chiesa: “Non vengono ascoltate, bisogna fare di più”. Casi anche nella Granda

    La settimana del 18 novembre è dedicata alla preghiera per le vittime di abuso: è l’iniziativa che la Chiesa cattolica porta avanti dal 2020 e a cui aderisce anche la diocesi di Cuneo-Fossano, dove, come in 130 diocesi su 226, è attivo il centro di ascolto chiamato Servizio diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. A raccontare lo stato dell’arte in Italia è Ludovica Eugenio, torinese, responsabile del settimanale cattolico romano Adista e fra le organizzatrici di un recente convegno milanese sugli abusi nella Chiesa.

    “Manca una riflessione strutturata”

    «Nel nostro Paese manca ancora una riflessione strutturata sul tema – spiega -. Le vittime non trovano spazio adeguato per farsi ascoltare: fa eccezione la Rete L’Abuso (che dal 2000 ha ricevuto segnalazioni di 24 casi nella Granda, ndr), fondata da Francesco Zanardi – lui stesso vittima a 11 anni – che dal 2010 lavora per mappare i casi, individuare le diocesi a rischio, offrire sostegno psicologico e legale gratuito».

    La spinta a una maggiore consapevolezza è arrivata dalla Francia. Nel 2021 il Rapporto Sauvé, una vasta inchiesta indipendente sugli abusi nella Chiesa francese dal 1950 al 2020, ha rivelato cifre impressionanti: 216 mila vittime minorenni di sacerdoti, che salgono a 330 mila includendo i laici collaboratori delle istituzioni cattoliche. I preti coinvolti sarebbero tra 2.900 e 3.200, circa il 3% dei sacerdoti francesi del periodo. Una media che fa rabbrividire: 63 vittime per ogni abusatore.

    “La Cei rifiuta di avviare un’indagine indipendente”

    «In Italia, invece, la Cei si rifiuta di avviare un’indagine indipendente, sostenendo che qui non esista un problema sistemico – osserva Eugenio -. Eppure, una parte sempre più sensibile del mondo cattolico, spesso composta da gruppi e realtà femminili, chiede con forza più trasparenza e responsabilità».

    Secondo Eugenio, la radice del problema affonda nella concezione stessa del ministero ordinato: «Il prete, per tradizione tridentina (1546-1563), viene investito di un potere spirituale che lo colloca ontologicamente sopra i fedeli. L’identificazione eccessiva con il ruolo di “alter Christus” può generare derive di potere, soprattutto se accompagnata da una formazione insufficiente sul piano affettivo, psicologico e sessuale, e dai tabù che ancora gravano sul corpo e sull’altro sesso». Tre quarti degli abusi, spiega, avvengono in contesti di cura pastorale e direzione spirituale, spazi privi di regole codificate. «Sono relazioni profondamente asimmetriche, dove il rischio di abuso di potere è altissimo. Per molte religiose, ad esempio, il direttore spirituale è una figura a cui è dovuta obbedienza». Da qui la richiesta di codici chiari, simili a quelli in vigore nella psicoterapia: confini definiti, formazione adeguata, strumenti di supervisione. Senza una cornice regolativa, la relazione di aiuto rischia distorsioni pericolose.

    “Molti fedeli difendono i sacerdoti”

    Un altro nodo riguarda la reazione delle comunità. «Molti credenti tendono spontaneamente a difendere il sacerdote, percepito come figura sacra e quindi “oltre” il sospetto. Una idealizzazione che porta a mettere in dubbio la parola delle vittime» afferma Eugenio. Le dinamiche di potere, ricorda, trasformano la fiducia in ferita. «La Chiesa dovrebbe smettere di difendersi dalla sofferenza delle vittime e riconoscere la propria vulnerabilità. È l’unico modo per trasformarla in consapevolezza e guarigione, invece che in vulneranza e ulteriore danno».

    I centri di ascolto diocesani – 58 attivi su centotrenta, secondo Rete L’Abuso – sembrano mostrare segnali di indebolimento. «Report che da annuali diventano biennali, équipe spesso non specializzate, dati incompleti e l’assenza dell’obbligo di denuncia alla magistratura, con il rischio che i tempi si allunghino fino alla prescrizione. E non va dimenticata – conclude Eugenio -. La differenza fra diritto canonico e diritto penale: nel primo un prete abusante rischia la dimissione dallo stato clericale; nel secondo, fino a tredici anni di carcere».

    https://www.lastampa.it/cuneo/2025/11/22/news/abusi_chiesa_vittime_poco_ascoltate-15406374/

  • Rete L’Abuso: i numeri del Piemonte e della provincia di Cuneo

    Rete L’Abuso: i numeri del Piemonte e della provincia di Cuneo

    In Italia oltre quattromilaquattrocento persone hanno segnalato abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi.

    È uno dei dati che emergono dal report di Rete L’Abuso, l’associazione fondata da Francesco Zanardi, sopravvissuto da ragazzo agli abusi di un prete a Savona e oggi tra le principali voci italiane ed europee sul tema.

    Secondo il database di Rete L’abuso, i casi totali di autori di violenze sessuali segnalate (presunte e accertate) nella Chiesa italiana sono 1.296, di cui 1.154 rappresentati da sacerdoti. Le vittime note sono 4.674, di cui 4451 di età inferiore ai 18 anni: 4.444 abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. Di queste, 2.414 sono seguite direttamente dall’associazione.

    L’incidenza dei preti coinvolti – il 3,72% dei circa 31 mila sacerdoti italiani – è considerata “molto alta”, soprattutto tenendo conto che si tratta di un censimento non ufficiale. Le segnalazioni raccolte da Rete L’Abuso coincidono quasi perfettamente con quelle riconosciute da fonti cattoliche nello stesso arco di tempo: uno scarto di soli 60 casi su più di mille censiti.

    Nel panorama regionale, il Piemonte con i suoi 106 segnalati è al secondo posto in Italia dopo la Lombardia che ne ha 174. Dal 2020 a oggi le segnalazioni in Piemonte riguardano 106 abusatori presunti o conclamati. Le vittime piemontesi note sono 388: 40 donne, 348 uomini, di cui 10 adulti vulnerabili e una persona con disabilità; 377 sono minori.

    La distribuzione per provincia mostra: Asti 6 abusanti, Biella 8, Cuneo 24, Novara 12, Torino 31, Verbano 6, Vercelli 8. Tra questi: 91 preti, 4 catechisti, 10 laici, 1 scout.

    Riguardo ai processi canonici ne risultano 5 avviati, 3 mai avviati, dei restanti 98 non si hanno dati, 0 risultano condannati in sede canonica.

    Per quanto riguarda la giustizia penale: 73 casi sommersi (casi noti e mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana), 1 denuncia, 4 indagati, 2 condanne in primo grado, 1 in secondo grado, 18 condanne definitive, 3 prescrizioni, 2 confessioni, 2 patteggiamenti. Rete L’Abuso pubblica sul proprio sito i dati che raccoglie. Esiste anche una sezione dedicata ai dati forniti dalla CEI, nei cui report ufficiali tuttavia non compaiono i nomi dei segnalati, né le diocesi di appartenenza, né i luoghi dei reati, né i provvedimenti adottati, né il numero di vittime coinvolte da ciascun caso.

    «Le scienze psicologiche definiscono gli abusi un vero e proprio omicidio psichico» afferma Zanardi. «Per questo non dovrebbero essere soggetti a prescrizione. E per questo la legge italiana dovrebbe prevedere l’obbligo di denuncia alla magistratura anche per i vescovi, come avviene negli altri paesi. Ma ciò non è possibile finché, in base al Concordato, non sono considerati pubblici ufficiali».

    Donatella Signetti

  • Chiesa e abusi sessuali: 174 casi in Lombardia

    Chiesa e abusi sessuali: 174 casi in Lombardia

    “La Lombardia è la regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 174, il cui sommerso è più della metà: 101 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana”. È quanto emerge da “Tolleranza zero?”, secondo “report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero“, a cura dell’osservatorio permanente della Rete L’abuso che censisce casi sollevati nell’arco temporale 2000-2025.

    Rispetto al dato lombardo, secondo l’Osservatorio, 23 casi riguardano la “provincia di Bergamo, 16 quella di Brescia, 12 quella di Como, 9 quella di Cremona, 10 quella di Lecco, 5 per Lodi, 8 per Mantova, 48 per Milano, 9 per Monza, 9 per Pavia, 8 per Sondrio e 17 per quella di Varese”.

    “Il Piemonte registra un totale di 103 casi di cui 10 nella provincia di Alessandria, 6 in quella di Asti, 8 in quella di Biella, 22 in quella di Cuneo, 12 per quella di Novara, 31 per Torino, 6 per Verbano Cusio Ossola e 8 per Vercelli”, sottolinea l’osservatorio.

    Tra le regioni più colpite anche la Sicilia con “un totale di 103 casi di cui, 10 nella provincia di Agrigento, 9 in quella di Caltanissetta, 14 in quella di Catania, 7 in quella di Enna, 16 per quella di Messina, 20 per Palermo, 6 per Ragusa, 10 per Siracusa e 11 per Trapani”.

  • Pedofilia e clero: nel Vco segnalati 6 casi negli ultimi 25 anni

    Pedofilia e clero: nel Vco segnalati 6 casi negli ultimi 25 anni

    “La Lombardia è la regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 174 il cui sommerso è più della metà, 101 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana”. È quanto emerge da ‘Tolleranza zero?’, secondo ‘report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero e il suo indotto’ a cura dell’osservatorio permanente della ‘Rete L’abuso’ che censisce casi sollevati nell’arco temporale 2000-2025.

    Rispetto al dato lombardo, secondo l’Osservatorio, 23 casi riguardano la “provincia di Bergamo, 16 quella di Brescia, 12 quella di Como, 9 quella di Cremona, 10 quella di Lecco, 5 per Lodi, 8 per Mantova, 48 per Milano, 9 per Monza, 9 per Pavia, 8 per Sondrio e 17 per quella di Varese”.

    “Il Piemonte registra un totale di 103 casi di cui 10 nella provincia di Alessandria, 6 in quella di Asti, 8 in quella di Biella, 22 in quella di Cuneo, 12 per quella di Novara, 31 per Torino, 6 per Verbano Cusio Ossola e 8 per Vercelli”, sottolinea l’osservatorio.

    Tra le regioni più colpite anche la Sicilia che indica “un totale di 103 casi di cui, 10 nella provincia di Agrigento, 9 in quella di Caltanissetta, 14 in quella di Catania, 7 in quella di Enna, 16 per quella di Messina, 20 per Palermo, 6 per Ragusa, 10 per Siracusa e 11 per Trapani”.

    Ottantotto i casi in Veneto “di cui 5 nella provincia di Belluno, 16 in quella di Padova, 7 in quella di Rovigo, 11 in quella di Treviso, 9 per quella di Venezia, 32 per Verona e 8 per Vicenza”. Ottantuno i casi in Toscana di cui “6 nella provincia di Arezzo, 19 in quella di Firenze, 6 in quella di Grosseto, 6 in quella di Livorno, 9 per quella di Lucca, 6 per Massa, 9 per Pisa, 8 per Pistoia, 8 per Prato e 4 per Siena”.

    In Trentino Alto Adige il report registra “un totale di 80 casi di cui 71 nella provincia di Bolzano e 9 in quella di Trento”. Stesso dato per il Lazio “di cui 9 nella provincia di Frosinone, 13 in quella di Latina, 8 in quella di Rieti, 38 in quella di Roma e 12 per quella di Viterbo”.

  • Clero e pedofilia, in Piemonte 103 casi da inizio anni Duemila: 31 nella provincia di Torino

    Clero e pedofilia, in Piemonte 103 casi da inizio anni Duemila: 31 nella provincia di Torino

    Sono 31 i casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero (e il suo indotto) nella provincia di Torino. Questo il dato che emerge dal report “Tolleranza Zero” a cura dell’Osservatorio permanente della ‘Rete L’abuso’ e che censisce casi sollevati nell’arco temporale 2000-2025. 

    A livello nazionale i casi sono 1.250, di cui 1.106 risultano commessi da sacerdoti. Le vittime prodotte note risultano 4.625, di cui 4.395 per mano di sacerdoti, 9 per mano di suore, 91 per mano di catechisti, 76 dell’indotto laico, 54 di scout.

    Tutti i numeri (anche del sommerso)

    Delle 4.625 vittime sopravvissute, 2.414 sono nella disponibilità dell’associazione, delle restanti 2.211 non è stato possibile acquisire nessun dato, tranne quello che le cataloga come sopravvissuti. L’incidenza percentuale dei soli sacerdoti è pari al 3,57%, 1.106 su un totale di 31.000 sacerdoti attualmente attivi in Italia.

    Il sommerso della chiesa, ovvero i casi noti e mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana -spesso a causa dei termini prescrittivi maturati dalla vittima nell’attesa di un esito dai tribunali canonici – è di 839 casi su 1106 (dato sempre riferito ai soli sacerdoti).

    I dati delle province del Piemonte

    La Lombardia è la Regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 174 il cui sommerso è più della metà, 101 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana.

    Il Piemonte registra un totale di 103 casi di cui 10 nella provincia di Alessandria, 6 in quella di Asti, 8 in quella di Biella, 22 in quella di Cuneo, 12 per quella di Novara, 31 come detto per Torino, 6 per il Verbano e 8 per il Vercellese.

  • Le parole di don Carlo Occelli

    Le parole di don Carlo Occelli

    Don Carlo Occelli, il parroco di Cuneo che ha patteggiato una pena a 1 anno e 8 mesi per “atti sessuali su minorenne consenziente” (una parrocchiana che all’epoca aveva 16 anni), ha ripreso la sua rubrica quotidiana su Youtube, “Good morning”, nella quale per la prima volta ha parlato dello scandalo che lo ha travolto.

    https://www.lastampa.it/cuneo/2025/10/27/video/le_parole_di_don_carlo_occelli-15369928/

  • Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

    Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

    Nella giornata di ieri abbiamo parlato dello scabroso caso di don Carlo Occelli, sacerdote della Diocesi di Cuneo-Fossano che ha patteggiato una “pena di un anno e otto mesi per atti sessuali con minorenne consenziente”.

    A seguire è necessario analizzare come la Conferenza Episcopale della Regione Ecclesiastica Piemonte e Valle d’Aosta sta affrontando il tema della “tutela dei minori”.

    Intanto va detto che il Vescovo delegato regionale per la tutela dei minori risulta essere il Vescovo di Alba, monsignor Marco Brunetti, il quale deve attuare in tutto il Piemonte e nella Valle d’Aosta quelle che sono le direttive che provengono dal “Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori della Conferenza Episcopale Italiana”.

    La Conferenza Episcopale Italiana – CEI, il 18 ottobre 2025, pochi giorni fa, pubblicava un testo dal titolo “Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili: l’impegno delle Chiese in Italia”. Bellissimo che si facciano parole, si producano sussidi, si scrivano chilometri di documenti, ma bisogna che la CEI faccia concretamente qualcosa per arginare la piaga delle molestie e degli abusi all’interno della Chiesa Cattolica Italiana.

    Dall’Assemblea dei Vescovi tengono a precisare: “come emerge anche dalla III Rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, che prende in esame il biennio 2023-2024, ed è basata sul metodo della participatory action research, con il coinvolgimento di 184 Diocesi (il 94,2% del totale), 16 servizi regionali e 103 Centri di ascolto attivi, tutte le regioni e tutte le Diocesi italiane si sono dotate di un Servizio diocesano o interdiocesano per la tutela, così da svolgere un servizio di presidio e di formazione capillarmente distribuito”.

    Come mai, se c’è così tanta attenzione, una così capillare presenza, un presidio di formazione che la Chiesa sponsorizza a più canali, ci sono innumerevoli casi di appartenenti al Clero che abusano e mettono in atto condotte penalmente rilevanti sul fronte sessuale?

    Eppure – a detta della CEI, che sicuramente asserisce il vero – “i Centri diocesani godono della presenza di professionalità formate e competenti quando si tratta di ascolto e accoglienza delle vittime o di familiari: sorti sul territorio, sono in un numero circoscritto proprio per poter contare su personale qualificato e costantemente aggiornato”.

    Sarà sicuramente così ma intanto i casi di abusi ci sono e sono sempre più presenti. Jorge Mario Bergoglio aveva promesso di fare una “pulizia” nella Chiesa che si sarebbe vista. Robert Francis Prevost non ha ancora avuto tempo di iniziare le azioni di nettezza interna ai Sacri Palazzi.

    Evidentemente dalle parti di Via Aurelia, sede della CEI nella Capitale, hanno chiaro che esiste un problema ed infatti specificano che “nelle prossime settimane saranno presentati due strumenti operativi destinati agli operatori ed elaborati per uniformare le procedure a livello nazionale”.

    Si doveva aspettare la fine del 2025, o più verosimilmente l’inizio del 2026, per “uniformale le procedure a livello nazionale” ed essere più solerti ed incisivi nel consegnare alla Magistratura quei soggetti che violano l’innocenza dei minori e degli adulti vulnerabili?

    Sul tema è intervenuto il Segretario Generale della CEI, Arcivescovo di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, che ha spiegato come “tra le collaborazioni avviate a livello nazionale, si evidenzia la partecipazione all’Osservatorio contro la pedofilia e pedopornografia, contribuendo alla stesura delle schede di azione del Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso dello sfruttamento sessuale dei minori”. Bene, ma non benissimo.

    Bisogna fare di più.

    Non basta fare riunioni, associarsi a realtà terze, creare osservatori e luoghi di confronto.

    Bisogna intervenire, ridurre allo stato laicale quei preti che compiono abusi, arrivare in tempo quando iniziano ad esserci segnalazioni, seppur anonime, per fare le opportune “indagini previe” e poi consegnare tutto alla Procura della Repubblica territorialmente competente.

    Il resto sono parole che nulla hanno di rassicurante ma, soprattutto, che offendono le vittime dei carnefici e le famiglie delle stesse.

    Non è raro assistere a trasmissioni televisive in cui le vittime raccontano, registrazioni alla mano, di Vescovi e Diocesi che cercano di giustificare il sacerdote e che riducono tutto ad una mera questione risarcitoria.

    Da Roma fanno trapelare che “la Conferenza Episcopale Italiana, il 28 ottobre 2022, ha siglato un accordo con la Pontificia Commissione per la tutela dei minori per un progetto “Memorare” volto a promuovere da quel momento in poi, quindi anche nel 2023, un impegno comune sempre più incisivo nel combattere gli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Alla base c’è la condivisione di un approccio integrale e delle buone prassi adottate dalla Chiesa in Italia per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”.

    Tutto bello, pregevole, aulico, … ma nel concreto?

    Concretamente non c’è nulla se non un cumulo imbarazzante di “buone intenzioni” che il Presidente della CEI, Arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Maria Zuppi, descrive così: “In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino inarrestabile”.

    Intanto, a Cuneo, un sacerdote ha patteggiato una condanna di un anno e otto mesi per “atti sessuali con minorenne consenziente” e non si sa se il Vaticano lo ridurrà allo stato laicale e lo allontanerà da ambienti frequentati da minori e persone vulnerabili.

    La Diocesi di Cuneo-Fossano, in uno scarno “Comunicato”, si è limitata a dire che sarebbe in atto “un processo canonico, ancora in corso, di cui ora si attende l’esito”. In molti dicono: “speriamo non finisca come con padre Rupnik che, impunito, continua a celebrare i divini misteri, come nulla avesse fatto”.

    Intanto alcuni cuneesi hanno preso la ferma decisione di non più mandare i loro figli all’oratorio perché la CEI è tanto brava a creare commissioni per la tutela dei minori ma, vista la cronaca, meglio non rischiare.

    Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

  • A margine di una notizia pubblicata su organi di stampa

    A margine di una notizia pubblicata su organi di stampa

    Nei giorni scorsi, alcuni organi di stampa hanno riportato la notizia del patteggiamento, con pena di un anno e otto mesi, di un sacerdote già in servizio a Cuneo, accusato di atti sessuali con minorenne consenziente. Si tratta di don Carlo Occelli, 50 anni, ordinato presbitero nel 2001, incardinato nella Diocesi di Cuneo-Fossano, ora destinato ad altra attività fuori diocesi, in ambito caritativo.

    Nel rispetto del segreto istruttorio, il Vescovo diocesano di Cuneo-Fossano non si era espresso pubblicamente al riguardo, pur avendo subito adottato le procedure canoniche previste non appena informato dei fatti e del procedimento penale, e cioè un’indagine previa, trasmessa al Dicastero competente della Santa Sede, e l’avvio di un processo canonico, ancora in corso, di cui si attende l’esito.

    Comunicato