Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sacerdoti e pedofilia, Zanardi: “Con il nuovo vescovo di Albenga nulla è cambiato”

    Sacerdoti e pedofilia, Zanardi: “Con il nuovo vescovo di Albenga nulla è cambiato”

    Non stiamo parlando della recensione di un nuovo libro di Marcello Simoni, dal titolo “La diocesi dei cento peccati”, ma di quell’oscuro mondo che si cela a volte dietro la veste di un prelato. La diocesi di Albenga è stata spesso passata al setaccio per alcuni fatti di cronaca nel corso degli anni. Infatti si registrano casi di pedofilia, sacerdoti indagati per abusi sessuali nei confronti di donne, aspiranti sacerdoti con fede debole ammessi in seminario, preti indagati per circonvenzione d’incapace, religiosi fuggiti con i soldi delle parrocchie, alcuni preti sorpresi in locali notturni malfamati e molto altro.

    L’argomento preti, abusi sessuali e pedofilia rappresenta un tema difficile e delicato da trattare perché pone sotto i riflettori una categoria di persone cui vengono affidati i minori perché se ne occupino, perché li formino e non soltanto dal punto di vista dell’educazione. E’ emerso però dall’incrocio di diverse testimonianze che in alcuni casi alcune persone in difficoltà economiche avrebbero acconsentito ad attenzioni sessuali in cambio di denaro.

    Stiamo parlando di un sottobosco diffuso, seppellito e nascosto, di atteggiamenti morbosi, di esplicite attenzioni sessuali e violenze su minori e persone indigenti. Si ha paura di parlarne perché si ha paura di incappare nell’accusa di pregiudizio, nell’avversità e nei confronti del clero.

    Non solo di fronte alle inchieste giudiziarie, ma anche al moltiplicarsi di voci, anche se non sempre controllate, il sentire comune contro la pedofilia è sempre più d’attualità. Vale non soltanto per le diocesi savonesi (Albenga-Imperia e Noli-Savona), ma per tutti quegli ambienti dove prevalga la promiscuità, il contatto, non controllato tra adulti e bambini e tra personaggi abbienti di chiesa e persone indebolite dall’indigenza, che vendono il proprio corpo al costo di sopravvivere.

    Grazie alla sensibilità contemporanea i riflettori si stanno accendendo sulle “volpi del pollaio”, affinché vengano alla luce i casi gravi e condannabili di abuso o di molestie verso i più deboli, quelli che sino a qualche anno fa venivano nascosti o taciuti. A vigilare anche la Rete L’Abuso con Francesco Zanardi, da anni impegnato a tutela delle vittime della pedofilia. Abbiamo raccolto la sua opinione sul passaggio di consegne alla guida della diocesi di Albenga-Imperia.

    Cos’è cambiato dopo l’avvicendamento tra il Vescovo Oliveri ed il nuovo Vescovo Guglielmo Borghetti nella diocesi di Albenga?

    “L’ambiente ecclesiastico della Diocesi di Albenga è sempre stato un luogo limaccioso, contornato di segreti invisibili che negli anni sono stati cementati tra le mura di questa struttura religiosa. Dopo l’insediamento del nuovo vescovo tutto è finito per il momento sotto il tappeto, se ne parla pochissimo quasi come se fossimo in un territorio dove regni l’omertà. Sembra sempre che io ce l’abbia con la chiesa, ma non ce l’ho affatto con la chiesa, comunque con l’arrivo di Borghetti non è cambiato nulla, la chiesa copre ancora troppi casi, lasciando al loro posto preti pedofili e Papa Francesco non sta davvero cambiando le cose. Monsignor Borghetti è arrivato nella diocesi di Albenga come coadiutore nel gennaio del 2015, su scelta di Bergoglio, dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, però nulla purtroppo è cambiato. La diocesi di Albenga è da sempre stata un rifugio pecatorum per diversi preti già condannati per pedofilia in altre regioni e poi trasferiti e lì accolti. E’ sempre stata la diocesi degli scandali per tanti anni. Io stesso, da bambino, fui abusato da un sacerdote proprio in questa diocesi, a Spotorno, dagli 11 ai 16 anni. Vicenda che si è ultimata con la condanna del prete nel 2012. A causa di questa esperienza con l’associazione abbiamo dovuto cercare un modo per abbattere i tempi di prescrizione e siamo partiti dal fatto che la pedofilia non passa, continua nel tempo. E così ci siamo messi a cercare altre vittime, vittime di reati non ancora caduti in prescrizione. Le abbiamo trovate e abbiamo denunciato. In questo modo siamo riusciti, non solo nel caso del mio abusatore, ad innestare dei procedimenti penali per dare giustizia alle vittime”. 

    E cosa dice di Monsignor Mario Oliveri?

    “Il predecessore di Borghetti, il presule Mario Oliveri, aveva aperto le porte della diocesi a numerosi sacerdoti che avevano avuto problemi, avendo così a disposizione numerosi religiosi deboli. Sicuramente sapeva da dove venivano queste persone. Tra i vari nomi degli scandali possiamo annoverare: quello di don Paolo Piccoli, rinviato a giudizio dalla procura di Trieste per l’omicidio di un sacerdote. Poi, quello di don Francesco Zappella, ordinato sacerdote in diocesi dopo essere stato condannato a quattordici mesi per abusi sessuali su minore nel 1992 a Pinerolo (Torino), quello di don Luciano Massaferro, di Alassio (Savona) arrestato nel 2009 e condannato per aver molestato una chierichetta e don Sandro Marsano, poi suo segretario nonostante l’arresto per un furto di libri dalla biblioteca Girolamini di Napoli. E infine c’è poi il caso di don Renato Giaccardi, condannato per isitigazione alla prostituzione minorile a Cuneo, e poi accolto ad Albenga. Insomma, una serie di personaggi indagati in varie zone d’Italia che poi ci siamo ritrovati in questa diocesi. Lo stesso Oliveri ha attirato voci pesanti, ma tutto è passato nel dimenticatoio”.

    Ad Albenga si è appena concluso il Giubileo straordinario della Misericordia che ha concesso a migliaia di fedeli tra cui anche sacerdoti, due vescovi e seminaristi, la possibilità di incontrare l’abbraccio misericordioso del Padre nella confessione dei propri peccati. Un modo semplice per potersi rinnovare agli occhi di Dio, partecipando alle celebrazioni del Giubileo della Misericordia. Lei pensa che questo vuole essere il segno di una pacificazione? 

    “Il vescovo Borghetti ha dichiarato che in quest’anno Giubilare c’è stato ‘un risveglio di passione per Gesù Cristo volto della Misericordia del Padre e che si è trattato di un anno di grazia davvero terapeutico per la nostra diocesi e sono convinto per tutta la Chiesa’. ‘Terapeutico’ è un termine forte, però non penso che un anno Giubilare consenta di cancellare quanto sia accaduto in precedenza. Inoltre, come ci si può sentire di fronte a simili argomentazioni quando secondo un’inchiesta appena pubblicata dalla nostra rete L’Abuso, esisterebbero alcune strutture della chiesa dove vengono ospitati sacerdoti con varie problematiche tra cui la pedofilia, spesso per nasconderli da occhi indiscreti in attesa di una futura destinazione, altre volte per scontare la pena agli arresti domiciliari. Sono almeno 100 i sacerdoti attualmente indagati per pedofilia e più di 120 condannati solo negli ultimi 15 anni e ben 5 solo nella diocesi di Albenga”. 

    Il Governo italiano, a differenza degli altri Stati europei, non si è mai occupato in modo approfondito del problema. Cosa pensa sulla posizione di Papa Bergoglio nei confronti delle sue “pecorelle smarrite”?

    “Non c’è peccato che Dio non possa perdonare, ha così dichiarato il Pontefice Francesco. Infatti ha chiarito che ‘l’unica condizione è quella di sentirsi peccatori, perché la misericordia di Dio non cancella l’esistenza del peccato. La Chiesa condanna il peccato perché deve dire la verità. Ma allo stesso tempo abbraccia il peccatore che si riconosce tale, lo avvicina, gli parla della misericordia infinita di Dio’. Bisognerebbe andarlo a dire alle vittime di abuso, che il perdono serva per raggiungere la serenità del cuore e che rappresenti la condizione necessaria per vivere felici. Ma gli abusi di cui si sono macchiati certe persone e che passando attraverso la Porta Santa si siano potute anche redimere, resteranno comunque impuniti. I peccati commessi oltre a rimanere un’impronta negativa, nella vita degli abusati, potranno pur sempre essere perdonati dalla chiesa, ma non da chi li ha subiti”. 

    Maurizio Losorgio

    http://www.savonanews.it/2016/11/15/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/sacerdoti-e-pedofilia-zanardi-con-il-nuovo-vescovo-di-albenga-nulla-e-cambiato.html

  • Rimosso vescovo di Albenga. “Ma gli abusi ci sono ancora”

    Rimosso vescovo di Albenga. “Ma gli abusi ci sono ancora”

    di Alessandro Principe

    Il vescovo della diocesi di Imperia e Albenga Mario Oliveri è stato rimosso dal suo incarico dal papa. Formalmente, Bergoglio ha accettato oggi, con una bolla papale, le dimissioni presentate dallo stesso Oliveri. Ma si tratta di una procedura che, nella sostanza, prende atto e ratifica le accuse rivolte al monsignore. In particolare, quella di aver coperto, accogliendoli nella propria diocesi, preti accusati e, in alcuni casi, condannati, per pedofilia. La scelta di papa Francesco era arrivata dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, tutti raccolti in un dossier che il nunzio apostolico Adriano Bernardini consegnò a papa Francesco dopo una visita alla diocesi di Imperia e Albenga, guidata da Oliveri dal 1990.

    “Una buona notizia, ma la Chiesa copre ancora troppi casi, lasciando al loro posto preti pedofili. E Bergoglio non sta davvero cambiando le cose”: questa l’accusa lanciata da Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete l’Abuso, che denuncia casi di pedofilia nella Chiesa e assiste le vittime. Lo stesso Zanardi, da bambino, venne abusato da un sacerdote, proprio in quella diocesi.

    “La diocesi di Albenga – racconta Zanardi – in questi anni è diventata un rifugio pecatorum di diversi preti già condannati per pedofilia in altri paesi e poi trasferiti e lì accolti. Ma non solo casi di pedofilia. Addirittura con il caso di don Paolo Piccoli, qualche giorno fa rinviato a giudizio per omicidio. E’ stata la diocesi degli scandali per tanti anni”.

    Il vescovo Oliveri che ruolo ha avuto in tutto questo?

    “Sicuramente sapeva da dove venivano queste persone. L’ultimo caso di pedofilia che abbiamo denunciato è quello di don Francesco Zappella, condannato nel 1992 a Pinerolo per abuso di minori e poi accolto nella diocesi di Albenga. C’è poi il caso di don Renato Giaccardi, condannato per isitigazione alla prostituzione minorile a Cuneo, e poi accolto ad Albenga. Insomma, una serie di personaggi indagati in varie zone d’Italia che poi ci siamo ritrovati in questa diocesi”.

    Ma il ricollocamento di preti accusati o condannati per pedofilia in diocesi diverse da quelle di provenienza è una pratica diffusa?

    “Purtroppo sì, i casi sono molti, e per questo noi diciamo di non denunciare all’autorità ecclesiastica ma alla magistratura. C’è un caso, quello di don Francesco Rutigliano, condannato dall’autorità ecclesiastica per abuso di minori nella Locride, mai denunciato all’autorità giudiziaria e trasferito a Civitavecchia. Lo abbiamo scoperto l’anno scorso”.

    Perché succede questo?

    “Innanzitutto perché se le condanne restano solo a livello canonico – e non giudiziario – vengono spesso taciute. C’è anche una grossa lacuna che non riguarda solo la Chiesa ma la pedofilia in generale: in Italia non abbiamo un database nazionale dei condannati per pedofilia, come avviene in molti Paesi. Noi come Rete l’Abuso abbiamo fatto una mappa che trovate sul nostro sito intitolata ‘Diocesi non sicure’: abbiamo raccolto i casi che conosciamo riferiti agli ultimi 15 anni in Italia. E siamo arrivati a 230 casi di sarcerdoti tra i condannati e gli indagati per pedofilia: molti di questi li ritroviamo in altre parrocchie”.

    Anche a contatto con i bambini?

    “Assolutamente sì. Nel caso che citavo prima, quello di don Renato Giacardi, condannato a Cuneo e spostato a Loano, sono insorti anche i parrocchiani. Ma questo non è bastato a rimuoverlo dalla parrocchia, dove si presume, ci siano anche attività con minori”.

    Questo suo impegno nasce da un’esperienza personale: lei da bambino è stato vittima di un prete pedofilo.

    “Sì, io sono stato abusato da un sacerdote a Spotorno, dagli 11 ai 16 anni. Che poi siamo riusciti a far condannare nel 2012. Abbiamo dovuto cercare un modo per abbattere i tempi di prescrizione. E siamo partiti da fatto che la pedofilia non passa, continua nel tempo. E così ci siamo messi a cercare altre vittime, vittime di reati non ancora caduti in prescrizione. Le abbiamo trovate e abbiamo denunciato. In questo modo siamo riusciti, non solo nel caso del mio abusatore, a innestare dei procedimenti penali per dare giustizia alle vittime”.

    Il prete che abusò di lei aveva dei precedenti?

    “Certo. Nel 1980, lo stesso anno in cui prese i voti, abusò di un ragazzino. Venne spostato a Spotorno, dove vivevo anch’io, è lì continuò ad abusare di ragazzi, tanti miei coetanei, me compreso. Malgrado nel paese si chiacchierasse molto di quello che faceva il sacerdote, il vescovo ebbe la brillante idea di fargli aprire una comunità per minori in difficoltà. Una pratica che abbiamo riscontrato in altri casi: i preti pedofili spesso vengono messi a contatto con minori che si presume siano più deboli, più in difficoltà, e quindi molto meno propensi a denunciare”.

    Quando ha denunciato per la prima volta pubblicamente quello che le era successo?

    “Molto tardi, nel 2009. E’ una questione di consapevolezza. Perché si denuncia dopo tanti anni? A un certo punto della tua vita ti rendi conto che le problematiche che hai da adulto sono causate da quello che ti è successo da piccolo”.

    La Chiesa di papa Bergoglio sta facendo di più per combattere la pedofilia?

    “Purtroppo sono costretto a dire di no. Nonostante tutti gli appelli, i provvedimenti presi sono sempre a tutela della Chiesa stessa. Noi abbiamo più di 500 vittime in associazione: non vediamo nessun aiuto alle vittime, nessun risarcimento, nessun atto concreto. Ci sono solo delle promesse: ‘Non succederà più’. Ma queste promesse le sentiamo dai tempi di papa Wojtyla. Gli spostamenti dei preti pedofili da una parrocchia all’altra continuano ad esserci. Restando sempre ad Albenga, c’è un altro caso clamoroso, quello di don Luciano Massaferro. Anche lui ha scontato il carcere, condannato a 7 anni e 8 mesi per molestie sessuali su una bambina, è tornato a casa, fa ancora il sacerdote. Insomma, i buoni propositi andrebbero applicati, ma ancora non è così”.

    http://www.radiopopolare.it/2016/09/preti-pedofili-rimosso-vescovo-di-albenga-ma-gli-abusi-ci-sono-ancora/

  • Lapo Elkann, la rivelazione: “A 13 anni ho subito abusi sessuali in collegio”

    Lapo Elkann, la rivelazione: “A 13 anni ho subito abusi sessuali in collegio”

    Poi il momento arriva: “Per dire la verità, per smetterla di nascondere le cose, per affrontare quel che mi è successo ed essere onesto, con me stesso e gli altri”. Da 36 anni, con relativa fantasia,Lapo Elkann è declinato sempre con la stessa nota. Alternativamente raccontato come l’erede inconcludente , l’eterna promessa, il ragazzo selvaggio perso nell’apparenza, l’esteta annegato negli amori di frontiera, negli errori e nei vizi. “Oggi sono schiavo solo delle sigarette” dice. E mentre aggredisce un pacchetto di Marlboro, libera i silenzi rimasti chiusi a chiave. Li tira fuori senza filtro, una boccata dopo l’altra, e in una nuvola di fumo, vestito di velluto arancione, scherza: “Quando Torino è così grigia bisogna fregarla con il colore”.

    Lapo affronta le curve della memoria senza freni. Va veloce. Si schianta spesso. Riparte sempre. Guarda nello specchietto retrovisore del passato e vede l’infanzia, la dislessia, i traumi mai svelati prima, le incomprensioni e i sensi di colpa. Li osserva con la malinconica consapevolezza del sopravvissuto. Sotto le luci del neon, parla per quattro ore. Soffre, ride, si cerca dentro.

    Tortura il volto tra le mani e non smette di rievocare neanche quando in una vaschetta di alluminio, arriva una milanese da divorare al ritmo di un’intensa seduta di autoanalisi. Sull’epopea mediatica che ne segue ogni passo riverberandone un’immagine alterata, ha le idee chiare: “In Italia l’eccentricità non è ben accetta perché non sei incasellabile in una scatola. E io di essere messo in una scatola non ho voglia. Credo di averne il diritto. Io non sono solo una persona leggera, un imprenditore, il nipote diGianni Agnelli o il figlio di Margherita. Sono tantissime altre cose. Ho le mie sfaccettature e i miei difetti, ma forse la mia fortuna è che i miei difetti sono stati resi pubblici costringendomi ad affrontarli. Uno sforzo che mi ha reso più umano. Più libero. Sono a un punto della mia vita in cui ho deciso di essere coerente al cento per cento”. Nell’ufficio torinese, circondato dai coetanei che lavorano alla creazione dei suoi occhiali dal nome sciovinista: “Italia independent”, diffusione planetaria e quotazione borsistica da decine di milioni di euro, brillano lenti di tutti i tipi. Occhiali che galleggiano. Occhiali che puoi torcere. Occhiali di legno, di velluto. Leggeri, pesanti, per la fauna e l’amazzonia, a tinte arcobaleno per il Gay Pride e neri in stile Batman per il volto di Lady Gaga: “Provateli, sono in Carbonio”. Lapo si muove tra le stanze e ci vede benissimo. In fondo ai ricordi c’è una camerata e una divisa verde.

    Brigata Taurinense, fine anni Novanta. Soldato semplice Lapo Elkann: “Non sono mai stato un chierichetto e qualche cazzata, anzi più di qualche cazzata, l’ho fatta anch’io. Non sono stato perfetto neanche durante la leva. Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo, come diceva Totò”.

    La leva finì in commedia?
    Mio nonno voleva che facessi l’allievo ufficiale. Ma io non ne avevo alcuna intenzione. Grazie a Dio ero già ipertatuato. Mi declassarono. Che soddisfazione.

    Perché?
    Così non ero tra i raccomandati. Però i commilitoni mi vedevano lo stesso come un marziano. Un volontario di carriera mi provocava. Quando mi vedeva lavare i piatti mi prendeva per il culo: “Agnellino di merda, pulisci anche questo”. Allora mi sono incazzato .

    E che è successo?
    Sarò anche buono e non sono cinico, ma so come difendermi. Sono uscito dalla mensa ed è finita a botte. Non dico che ho fatto bene, i pugni non sono mai una soluzione, ma da quel giorno mi hanno rispettato tutti. Non ero più solo il cognome o la mezza calza senza coraggio, ma Lapo. Il Capitano Valle però non era d’accordo e mi diede qualche giorno di camera di consegna. Ho avuto sfiga, tifava per il Toro.

    Che disse?
    “Elkann, dove credi di essere?”. Gli spiegai che poteva punirmi. Ma se provocato ancora, pur essendo un non violento, l’avrei rifatto. Accetto tutto, non gli insulti alla mia famiglia.

    LA FAMIGLIA

    Eredità pesante sin da bambino?
    Da piccolo non capivo che cosa avevamo di così speciale. Anche perché io volevo fare il negoziante. Vedevo i miei amici francesi, ebrei sefarditi, con le loro botteghe, sempre pieni di contanti. Si potevano comprare i vestiti e mille altre cose. Io mi vendevo gli stivali da cow boy in lucertola e il giubbotto dell’Avirex per comprarmi il motorino. Volevo essere come loro, che invece mi guardavano stupiti e mi dicevano: “Ma che vuoi? Tu hai le fabbriche”.

    Non doveva essere male crescere tra cavallini rampanti e autografi di Platini.
    Il mio film preferito era Big. Vedi Tom Hanks da bambino circondato da macchinine. Io avevo proprio la fissa. Andavo da mio nonno e gli chiedevo: “Scusa, se tu fai le macchine perché non posso avere le mini-macchine anch’io?”. Quando ci hanno regalato il go kart, a Villar Perosa, è stato un sogno. Giravamo da mattina a sera. Le estati più belle, disinvolte e libere della mia vita. C’erano mio fratello e i cugini a cui di notte mettevo il dentifricio nelle orecchie. Invece mia sorella Ginevra era diversissima: lei bruna, io biondo. Ci scambiavano per fidanzati. Ce la ridevamo.

    LE FERITE

    Eravate tutti a scuola insieme?
    No, perché in classe avevo grandi difficoltà. Ero dislessico, amavo solo le lingue e la storia. Ero molto più bravo a parlare che a scrivere. Dunque i miei fratelli sono rimasti al liceo pubblico, e io, che ero il secondo di otto, sono stato spedito in collegio, dai gesuiti. L’ho vissuta come una vera e propria punizione.

    Come mai?
    Da quando ho compiuto 13 anni ho vissuto cose dolorose che poi mi hanno creato grosse difficoltà nella vita. Cose capitate a me e ad altri ragazzi. Parlo di abusi fisici. Sessuali. Mi è accaduto, li ho subiti. Altre persone che hanno vissuto cose simili non sono riuscite ad affrontarle. Il mio migliore amico, che era in collegio con me per quasi 10 anni e ha vissuto quello che ho vissuto io, si è ammazzato un anno e mezzo fa. Non ne ho mai parlato prima anche perché voglio che questa storia serva a qualcuno. Sto pensando a una fondazione. Voglio aiutare chi ha passato quello che ho passato io. Parlare è giusto, ma facendo qualcosa di utile, di positivo.

    Che impatto hanno avuto queste esperienze nella tua vita?
    Tu puoi essere una persona solare e positiva, ma certe cose, quelle cose, riescono a conficcarti il male dentro. Però io non mi considero una vittima, le vittime sono altre.

    Come si affronta un trauma simile?
    Ho dovuto fare un enorme lavoro su me stesso, anche vedere cose che non avevo voglia di vedere. Non nasconderle più. Non nascondermi. Ho dovuto essere sincero con me stesso e con gli altri. Anche perché quando si ammazza il tuo migliore amico ti metti in discussione. Ti fai delle domande. Avrei potuto fare qualcosa? Stargli più vicino? Me lo sono chiesto anche quando è morto mio zio Edoardo.

    Il figlio di Gianni Agnelli scomparso nel 2000.
    A mio zio penso molto spesso. Mi manca. Mi mancano anche tutti gli altri: mio nonno, Giovannino, Umberto, mio cugino Filippo, che se ne è appena andato. Tutti. Però Edoardo era una persona speciale. Atipica. Che ha vissuto una vita estremamente travagliata. Certe cose dure che ha vissuto, oggi le capisco ancora meglio di ieri. E ho sempre un grande dolore nel pensare che si sarebbe potuto fare di più. Che avremmo dovuto fare tutti di più.

    L’AVVOCATO

    Hai detto che essere nipote dell’Avvocato è stato più facile che esserne il figlio.
    Molto più facile. Essere figlio di Gianni Agnelli non poteva essere una passeggiata di salute. Sono sicuro che non sia stato semplice averlo come padre. Perché il nonno te lo puoi godere, ma un genitore ti deve educare. Da giovane volevo somigliare a mio nonno. Era il mio esempio, il mio modello. Pensavo esistesse solo lui. Poi ho capito che il nonno era il nonno e io sono solo io. È giusto così. Oggi non ho più nessuna voglia di essere come lui, il che non vuol dire che non lo rispetti. Però io sono diverso.

    Pensi di avere più cose in comune con tua nonna, donna Marella?
    Non faccio mai confronti. I paragoni sono pericolosi. Presuntuosi. Sarebbe facile sostenere che mia nonna è bella ed elegante, ma preferisco dire che è una donna forte e veramente buona. Una persona che mi è stata vicina nei momenti più bui. Quando ho sofferto di più, lei c’era. Con grande generosità. Buona com’era anche la madre di mio padre, nonna Carla che hanno rapito nel 1977 eppure non ha mai perso la gioia di vivere.

    Si parla da anni della rottura con Margherita Agnelli.
    Non è vero che non parlo con mia madre. Nei rapporti umani ci sono delle fasi. Succede con fratelli, amici, cugini e anche con i genitori. Non sono fiero di certe cose che ho detto su di lei e del modo in cui le ho dette, ma ho i miei limiti, non ho mai preteso di essere perfetto. Ho avuto momenti di grande insicurezza e sofferenza personale e professionale che mi hanno portato a essere duro, freddo e, a volte, verbalmente violento. Poi io e mia madre ci siamo confrontati. Ma quello che ci siamo detti riguarda solo noi, non lo condivido con i giornali. E anche se oggi con lei ho un dialogo nel quale di certe cose non si parla e non si discute, il rapporto è costruttivo. E auspico che con il tempo migliori. Parto sempre dal presupposto che se c’è buona volontà da entrambe le parti, le cose possano prendere una buona piega. Anche perché so che per me è basilare.

    LE DONNE

    Per arrivare a cosa?
    Io nasco da lei. Non da un’altra donna. E se un domani voglio costruire una famiglia tutta mia so che il rapporto con mia madre è fondamentale per avere una relazione sana con le donne, per non nutrire uno spirito vendicativo, o cattivo nei confronti delle donne in generale.

    Ci pensi davvero, a mettere la testa a posto?
    Una volta pensavo che sarei stato ricco solo dopo aver guadagnato da solo i miei soldi. Oggi credo che la vera ricchezza non dipenda da quanti zeri hai sul conto in banca. Ma da come stai interiormente. E io ho ancora tanta strada davanti. Per me farcela significa conquistare una vita normale e creare la mia famiglia, avere dei bambini. Non vedo la mia vita senza moglie e figli. Ho 36 anni, entro i 40 ci arrivo.

    È vero che vuoi chiamare tua figlia Italia?
    Certo che è vero. Sempre che la moglie sia d’accordo. Come esistono Asia e India, perché Italia non va bene?

    L’ITALIA

    Sei innamorato di un Paese che va sempre peggio.
    Non sono d’accordo. I problemi ci sono, ma anche i segnali positivi. Guardate questo Papa, è fantastico, umano, moderno. E anche se il Vaticano non è in Italia, la sua influenza si sente parecchio. L’Italia soffre, ma non è sconfitta. Solo che dovremmo evitare di prenderci a schiaffi da soli. C’è un enorme potenziale non espresso.

    Per esempio?
    Si parla tanto di Alitalia, ma ancora prima bisogna guardare ai problemi strutturali. Abbiamo infrastrutture inadeguate. Gli aeroporti, per dire, vengono gestiti molto male. Se atterri a Madrid o a Barcellona – e cito la Spagna perché sta peggio di noi – puoi passare la giornata a girare i duty free senza annoiarti. A Fiumicino un’esperienza come quella raccontata nel film The Terminal me la risparmio volentieri.

    E del declino di Berlusconi cosa pensi?
    Non sono paraculo né finto, e a differenza di molti altri dirò le cose come stanno. Ammetto che io Berlusconi, nel ’94, l’ho votato. Nel suo lavoro aveva creato slancio e pensavo potesse replicare lo stesso schema in politica. Poi molto di quel che era stato promesso non è stato fatto e io non l’ho votato più. Come imprenditore e italiano il mio scopo non è dimenticarmi delle tasse. Guadagno e sono contento di pagarle. Poi Berlusconi che pure non è un mio amico, non mi sta affatto sulle palle. Non partecipo al tiro al bersaglio. Qui da sempre prima si fa un applauso, poi si prepara il plotone di esecuzione. Troppo comodo.

    La sua epoca è davvero finita?
    È una domanda complessa. Berlusconi non è solo un individuo. È un sistema: un modo di pensare, comportarsi, comunicare. Ha compiuto errori, come tanti altri, ma sarei stato felice se avesse fatto di più. Per me non è mai stata questione di destra o di sinistra. Non faccio il radical chic, né fingo di essere comunista o di sinistra. Di principe rosso ce n’era uno e si chiamava Carlo Caracciolo. Fantastico e inimitabile, ma io sono diverso.

    Oggi governano Letta e Alfano, il parricida.
    Possono fare un buon lavoro e anagraficamente, il tempo è dalla loro parte. Quando c’è stato lo show down nel Pdl, ho cercato il numero di Alfano che incontro spesso in treno e poi l’ho chiamato: “Lei ha dato prova di avere grandi coglioni”, gli ho detto.

    L’Huffington Post Italia in primavera titolava ‘Elkann vota Grillo’.
    Impossibile, ero in America, non avrei potuto neanche volendo. Ma non l’avrei votato comunque.

    Nella stessa intervista si riferisce di un tuo duro giudizio su Renzi: “Si è venduto a Bersani per un piatto di lenticchie”.
    Impossibile anche questo. Non ho mai parlato male di Renzi. Mi pare uno che si comporta nello stesso modo che abbia davanti un cameriere o il presidente della Repubblica. Un atteggiamento che mi piace. Troppo facile giocare a fare il duro con chi lavora per te, meno semplice farlo con chi ha più capacità, intelligenza o palle di te.

    Guarda che ti invita a pranzo.
    All’epoca del mio incidente di percorso Renzi mi scrisse una lettera estremamente gentile e umana. Altri dissero cose più sgradevoli. Fini dichiarò che mi dovevo vergognare. Quando penso ai politici separati dalla realtà, appartati in comode salette e circondati da guardie del corpo, penso a gente come lui.

    ZITTI E MUTI

    Un altro uomo di potere che critica spesso gli Agnelli è Diego della Valle.
    Sono amico di suo figlio, ma a Diego Della Valle che ho incrociato spesso, non ho mai risposto nel merito. Un po’ perché credo che quando dice: “Parlano i risultati” abbia ragione mio fratello. Un po’ perché non sono un tuttologo e su certi temi, mi astengo. Come imprenditore Della Valle ha fatto un gran cammino, ma non basta trasformare un’aziendina in un’aziendona per far di te uno che può parlar di tutto e di tutti. Della Valle non se l’è presa soltanto con la mia famiglia, ma anche e in maniera poco graziosa, con Giorgio Armani. Ha detto che avrebbe dovuto restaurare il Castello Sforzesco come lui aveva fatto con il Colosseo.

    Armani cosa ha risposto?
    Gli ha fatto sapere che se deve far beneficenza lo fa con i suoi soldi e non con quelli degli azionisti e che in ogni caso, non ha bisogno di sbandierarlo. Nella storia italiana esistono due GA. Uno era Gianni Agnelli, l’altro è Giorgio Armani e allora zitti e muti perché Armani è uno che si è fatto da solo, è un esempio di distinzione, garbo ed eleganza, è in ufficio alle 7 e 30 del mattino e rappresenta l’Italia in giro per il mondo al massimo livello. Detto questo, non ho nessuna animosità né nessuna polemica da rialimentare con Della Valle. Spero capisca che è inutile perder tempo e che oggi il Paese non ha bisogno di conflitti interni né di piccoli giochi di potere. Ci sono imprenditori interessati ai Cda delle banche e dei giornali, ma c’è anche chi, di quel sistema, non ha voglia di far parte né oggi né domani. In generale, se devo confrontarmi con gente con cui non vado d’accordo, la chiamo direttamente. Non ho bisogno di pubblicità e se posso averne meno, sono anzi più sereno. Provoca dicendo che la mia famiglia ama andare in barca a vela. É vero, ma gli ricordo che io la barca l’affitto, lui ce l’ha di proprietà.

    LA FIAT

    Della Valle se la prende con la Fiat che delocalizza. Come giudichi le scelte di Marchionne?
    Prima di lui la Fiat era un’azienda europea, oggi è mondiale. Marchionne non aveva molte opzioni. L’alternativa era tra vivere e morire. Penso abbia scelto bene. E vedo la delocalizzazione come una forma di internazionalizzazione . Ma parlo da azionista, in Fiat non lavoro più dal 2005, quando mi dimisi.

    Prima di quello scandalo legato alle tue dipendenze si parlava di te come futuro presidente della Ferrari. È un sogno che coltivi ancora?
    A Maranello vado circa cinque giorni al mese, ho un contratto di consulenza. Le macchine sono il mio primo amore, una vera passione. Ma il lavoro che faccio ora con “Italia Independent” non è un gioco. Ci sono famiglie che dipendono da me, prospettive, orizzonti che, al momento, nel mondo dell’auto non ci sono.

    La prima esperienza nelle aziende di famiglia è stata però alla Piaggio di Pontedera, sotto falso nome.
    Io ero il terzo in linea di montaggio, linea 2 amortizzatore-cavalletto in un contesto molto comunista e iper incazzoso. C’era un operaio che si vestiva come mio nonno. Si metteva l’orologio sulla camicia. Era il figo della linea di montaggio, io non volevo farmi scoprire, ero discreto e mi vestivo con le canotte da Renegade, quelle con l’aquila. Questo mi prendeva da parte e diceva ad alta voce: “Oh, sei vestito come uno sfigato! Un po’ di stile”. Stetti due mesi, dormivo in una pensioncina al centro di Pontedera, ma non ci prendiamo per il culo. La gavetta è un’altra cosa e due mesi non sono niente. Quello in fabbrica è un lavoro durissimo, dalla monotonia straziante, per cui provo profondo rispetto.

    Ti hanno scoperto?
    Ebbi un gran culo. Il giorno in cui ho smesso alla Piaggio sono andato a vedere la Juve allo stadio. Mi videro in tv, ma lo stage era già finito. Peccato, perché a Pontedera ero pazzo di un’operaia, che era veramente bella. Ma mi frenai e mi dissi: “Non ti permettere neanche di pensarlo, sarebbe una cosa da stronzo”.

    È vero che, a Capri, rubasti un Taxi al grido di “la Fiat è mia”?
    Ma vi pare che avrei mai detto “La Fiat è mia”? Il “Lei non sa chi sono io” non mi appartiene a iniziare dal lei. Io do del tu a tutti. A Capri non è andata così. Ho tanti difetti, ma non sono arrogante. Eravamo un po’ brilli, c’era stato il compleanno di un amico. Scherzai con un tassista e guidai l’auto per 10 metri. La mia fidanzata di allora mi disse di smetterla e finì lì. Qualcuno pensò poi di sfruttare la storia per fare pubblicità all’isola, ma non successe niente. Veramente niente.

    Però in Fiat hai lavorato: alcune idee, come le felpe col logo dell’azienda, furono efficaci.
    Arrivai in Fiat in un momento drammatico. L’azienda aveva perso il proprio padre e inventare comunicazione senza soldi e ringiovanire un marchio senza prodotto partendo dalla Stilo non fu facile. Bisognava ricreare empatia attorno a un marchio che vende auto ma paradossalmente, non ha auto. Riaccendere l’orgoglio, anche internamente. Per prima cosa inaugurammo l’Open Space. Una questione di trasparenza, non si doveva nascondere nulla ai lavoratori.

    LA DIPENDENZA

    Poi è arrivato il 2005, lo spartiacque della tua vita. Sei finito in rianimazione e sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Come è stato risalire dallo sprofondo?
    Lento, sofferto, complesso. Difficilissimo come tutte le scalate per raggiungere il bello. Sono servite fatica e sofferenza.

    E adesso ti senti in salvo?
    Ora sono a metà strada. Adesso ho una certa pace interiore perché a quella definitiva – e chi lo nega mente – non arrivi mai. Ho pianto il mio miglior amico, ho visto gente morire, ho perso una donna che amavo molto e un lavoro che adoravo. Mi sono salvato per un soffio dopo aver visto la morte in faccia, ho avuto l’immensa fortuna di potermi giocare una seconda occasione. Ma il mio passato alla fine è stato un enorme aiuto. Anche con Italia Indipendent non è stato tutto rose e fiori. Momenti durissimi. Ma quando hai vissuto quello che ho vissuto io certo non ti fai scoraggiare. E oggi, senza presunzione, se penso alla competizione, penso a Ray-Ban. Con i nostri occhiali arriveremo o siamo già arrivati in Europa, America, Giappone ed Emirati Arabi. Vogliamo diventare quello che era la Swatch negli anni Ottanta.

    LA RISALITA

    Si dice che il primo a convincerti a uscire di casa, dopo lo scandalo, fu l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger.
    So cosa dicono di lui. Che è una persona senza etica, un figlio di puttana per quello che fece in Vietnam e in Sudamerica negli anni 70. Ma con me è stato leale e paterno. Mi ha aiutato moltissimo, è stato tra i primi a tendermi la mano.

    Cos ’hai imparato da lui?
    Mi ha fatto capire che qualsiasi cosa facessi non era mai abbastanza. E che la fame la si coltiva, da ricchi e da poveri. Per migliorare non ci sono scorciatoie, devi combattere e lottare. Se mi chiedi di dare il 100 per cento nel lavoro, io non ci riesco. Do sempre il 400 per cento. E sapete perché? Perché i miei eccessi e la mia natura additiva non remano solo contro di me. Per la passione che ci metto sono lo stereotipo di un italiano.

    Che uomo vuole diventare Lapo Elkann?
    Uno che riesce a raggiungere i suoi obiettivi con etica, correttezza e umanità. Ho l’illusione che si possa emergere senza sotterfugi. Con la bontà: essere buoni non è qualità né un difetto. Se la classe imprenditoriale ha fatto credere che essere furbi fosse un valore, io rivendico il valore della bontà. Ci sono quelli che mi criticheranno sempre e quelli a cui non piacerò mai. Io vado per la mia strada. Senza arroganza, magari sbagliando, ma a modo mio.

    Da Il Fatto Quotidiano del 18 ottobre 2013

  • Monsignor Oliveri convocato in Vaticano dal cardinal Ouellet

    Monsignor Oliveri convocato in Vaticano dal cardinal Ouellet

    Toccata e fuga a Roma per il vescovo ingauno, che giovedì incontrerà il prefetto della Congregazione per i Vescovi.

    Albenga. Viaggio in Vaticano andata e ritorno, una toccata e fuga per il vescovo Mario Oliveri. Quello in programma giovedì sarà un viaggio di lavoro già fissato in agenda da qualche giorno. Il numero uno della Diocesi di Albenga e Imperia incontrerà il cardinale Marc Ouellet, una figura importante per la Chiesa mondiale. E’ il prefetto della Congregazione per i Vescovi e Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina.

    Impossibile sapere dalle “segrete stanze” vaticane il motivo di quella convocazione, ma è lecito ipotizzare che cardinal Ouellet voglia dare le ultime indicazioni al vescovo di Albenga prima dell’arrivo  del coadiutore, il vescovo Guglielmo Borghetti previsto per il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione e giorno del suo compleanno. Come non è da escludere che il vescovo di Albenga chieda di poter incontrare Papa Bergoglio.

    Borghetti, come noto, affiancherà ed aiuterà Oliveri durante il suo percorso supportandolo nei momenti e negli impegni quotidiani da assolvere. Alloggerà nel seminario mentre ad Oliveri rimarranno gli alloggi vescovili che già impegna.

    Nel frattempo è entrato in vigore anche il nuovo Collegio dei consultori, costituito da alcuni sacerdoti nominati liberamente dal vescovo Oliveri tra i membri del consiglio presbiterale, e per i prossimi cinque anni composto da don Ettore Barbieri, Mons. Giorgio Brancaleoni, don Gabriele M. Corini, don Alessandro Ferrua, don Tiziano Gubetta, Mons. Mario Ruffino e don Bruno Scarpino. Il collegio dei consultori è un gruppo più ristretto di sacerdoti scelti dal vescovo tra i membri del consiglio presbiterale, che il vescovo è tenuto a consultare negli eventi straordinari della vita diocesana e nel caso si debba procedere per morte o per trasferimento alla nomina dell’amministratore diocesano”.

    Al tempo stesso sono stati anche nominati i nuovi parroci in alcune chiese locali. Don Matteo Boschetti andrà parroco a Pontedassio oltre che essere amministratore parrocchiale di Villa Guardia a Villaviani; don Gabriel Tirla, a Pietrabruna; Don Giuseppe Scandurra, a Verzi; don Alberto Casella, a Oliveto; e, ancora, amministratori parrocchiali, don Arockiasamy Joseph, a Castelvecchio S. M. Maggiore; don Stefano Mautone, a Chiusavecchia e Borgoratto; don Enrico Giovannini, a Rezzo; don Benedetto Durante, a Aquila d’arroscia e don Pierdamiani Esposito a Gevenola.

    In diocesi è attivo anche il nuovo Consiglio presbiterale diocesano, ovvero un gruppo di sacerdoti che consigliano il pastore diocesano nei casi di maggiore importanza che richiedano un confronto. Durerà cinque anni e vede al suo interno anche membri di diritto come Mons. Giorgio Brancaleoni, don Giancarlo Cuneo, Mons. Giovanni Battista Gandolfo, e Mons. Mario Ruffino, Vicario Episcopale per la Pastorale Scolastica. I membri, invece, nominati dal Vescovo sono don Stefano Caprile, don Alessandro Ferrua, don Danilo Galliani e don Tiziano Gubetta. Infine, i membri eletti sono don Ettore Barbieri, don Edmondo Bianco, don Gabriele M. Corini, don Lucio Fabbris, don Luciano Pizzo, don Ivo Raimondo e don Bruno Scarpino. A rappresentare i religiosi è padre Giuliano Gherardi Ocd.

    http://www.ivg.it/2015/03/monsignor-oliveri-convocato-vaticano-dal-cardinal-quellet/

  • Lupino non mente ! Quello che mente è il vescovo Lupi.

    Lupino non mente ! Quello che mente è il vescovo Lupi.

    Il vescovo Lupi si vergognasse di quello che ha fatto e di quello che continua a fare non solo a noi vittime, offese con violenza ad ogni sua menzogna, ma anche tutti coloro che con impegno stanno cercando di fare luce sugli intrighi di questa diocesi.

    Se io avessi un figlio sicuramente non lo manderei in nessuna delle parrocchie savonesi, tranne che in quella di Don Lupino, perché al di la delle divergenze di opinione che ci possono essere tra me e lui, si è sempre dimostrato una persona responsabile. Una persona che non si è mai nascosta dietro falsi dogmi, come invece fa il 100% meno 1 dei preti savonesi.

    E’ inquietante che su più di 60 sacerdoti della diocesi di Savona, solo uno abbia avuto il coraggio della verità. Gli altri, invece hanno solo dimostrato intolleranza e irritazione di fronte allo scandalo pedofilia che è durato, grazie all’omertà di clero & co., 30 lunghi anni. 

    Non abbiamo visto nessuno di loro dare un sostegno concreto alle vittime.

    Abbiamo visto però un’ intolleranza traducibile in un solo modo: se domani ci sarà un altro prete pedofilo nella diocesi di Savona, lo copriremo, come abbiamo fatto fino ad oggi.

    Queste non sono nostre affermazioni, ma sono quello che emerge dalle promesse del vescovo Lupi, che nel 2013 garantì che se le accuse nei confronti di don Pietro Pinetto sarebbero risultate veritiere, non avrebbe esitato a fare un processo canonico. 

     Comunicato stampa della Diocesi di Savona

    Settembre 2014: Don Pinetto è stato rinviato a giudizio per calunnia, perché  querelò con l’accusa di diffamazione, lo scrivente, una vittima e due giornalisti. La procura ha indagato e il risultato è che quelle accuse a Pietro Pinetto, risulterebbero fondate.

    Perché allora il vescovo Lupi non mantiene ciò che ha promesso? Dov’è il promesso processo canonico? Pinetto fa ancora il prete, non ha subito alcun processo e non è neppure stato sospeso. 

    Non ha forse ragione don Lupino a dire che ci si deve vergognare?

    Perché il vescovo Vittorio Lupi non dice verità come quelle che emergono, ad esempio dai verbali di interrogatorio di don Rebagliati ? Chiedete a Lupi il perché, prima dello scandalo di don Nello Giraudo, avesse già deciso di trasferire (nascondendolo di fatto) don Nello in una parrocchia nei pressi di Cuneo?

     Estratti degli interrogatori della Procura di Savona

    Chiedete a Lupi il perché dice di aver ridotto Giraudo allo stato laicale, quando invece è stato proprio Giraudo a chiedere la dispensa dallo stato clericale?

     Estratti degli interrogatori della Procura di Savona

    Chiedete anche perché si vanta di collaborare con la giustizia civile e invece, a due anni dalla chiusura del caso Giraudo fanno capolino altre 10 (dieci) vittime della comunità che il Giraudo gestiva. Nel suo incessante collaborare con la giustizia, si sarà per caso dimenticato di consegnare agli inquirenti l’elenco dei minori ospitati in quelle specie di lager?

    Chiedete ancora a Lupi perché don Giulio Grosso, don Luigi Peluffo, don Franco Parodi, don Emilio Damele, don Silvio Delbuono e lo stesso don Carlo Rebagliati, tutti Vicari Foranei della diocesi di Savona, sapendo delle devianze pedofile del Giraudo, decisero che non era il caso di denunciare. Altro particolare che emerge dai verbali di interrogatorio.

     Estratti degli interrogatori della Procura di Savona

    Chiedetegli ancora perché Rebagliati sia stato ridotto allo stato laicale, perché omosessuale e gli altri no.

    Chi, alla luce di tutto questo, ha il coraggio di dire che don Giovanni Lupino mente e diffama i colleghi?

    Chi ha ancora il coraggio di lasciare i propri figli nelle mai di un prete, sapendo che è sotto la tutela di Vittorio Lupi, un vescovo con una spiccata attitudine alla consapevole menzogna?

    Come Rete L’Abuso esprimiamo tutto il nostro appoggio a Don Lupino, per il coraggio che sta dimostrando, per l’amore concreto che ha nei confronti della sua chiesa. Vai avanti Giovanni, gli onesti sono con te!

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Don Luciano Michelotti, arrestato e condannato per pedopornografia, dice tranquillamente messa,

    Don Luciano Michelotti, arrestato e condannato per pedopornografia, dice tranquillamente messa,

    —————————————————————– Pedofilia, parroco finisce in manette Perquisita la canonica: spuntano floppy – disk con immagini proibite e foto equivoche di un minore La vicenda nel Cuneese Il sacerdote: “E’ un errore non ho fatto niente di male” DAL NOSTROINVIATO MONDOVI‘ (Cuneo) – Ci sono le foto di un bambino di otto anni, ci sono ventitre’ dischetti da computer con immagini di pornografia infantile.

    E c’ e’ Don Luciano Michelotti, 59 anni, parroco di Fiamenga – 1500 abitanti, una piccola frazione di Mondovi’ – arrestato per sfruttamento minorile, detenzione e diffusione di materiale pornografico riguardante minorenni. Accuse tremende. Infamanti per tutti, figurarsi per un sacerdote di paese. Quando lo sono venuti a prendere, ha salutato la sua perpetua dicendole soltanto: ” + un equivoco, io non ho fatto niente di male, vai in paese a dire che domani saro’ qui a dir messa”. Si sbagliava: ieri il gip di Mondovi’ Luigi Acquarone gli ha concesso gli arresti domiciliari, ma Don Luciano ha ancora molto da spiegare al pm Ezio Basso.

    Comincia tutto quattro mesi fa, da Biella: inchiesta di una vicenda di sfruttamento di minori, durante un’ intercettazione ambientale spunta il nome di uno sconosciuto parroco del Cuneense. Si muove la Procura di Mondovi’ : anche qui intercettazioni telefoniche e ambientali, finisce sotto controllo anche l’ utenza del computer del religioso, il 10 settembre viene perquisita la canonica della chiesa di Semenga, sabato Don Luciano finisce in manette. Ieri, l’ interrogatorio e poi la concessione degli arresti domiciliari: il sacedote ammette che i floppy – disk contenenti il materiale porno sono stati “scaricati” dal suo computer. “Io non lo so usare – dice – evidentemente e’ stato utilizzato da qualcuno a mia insaputa. + una persona che mi ha confessato di aver problemi di pedofilia. Una persona molto in vista, non posso rivelarne il nome.

    E lui che mi ha dato quei dischetti, che io avrei provveduto a distruggere”. Di piu’ non dice, Don Luciano. L’ aspetto piu’ controverso di questa brutta storia pero’ riguarda un bambino. Otto anni, figlio di un tossicodipendente che in passato sarebbe stato aiuto dal sacerdote: a lui sono dedicati due album fotografici nel quale appare nudo. “Innocue foto scattate su una spiaggia di Fregene in compagnia di papa’ e mamma” dicono i legali di Don Michelotti. Il papa’ del bambino adesso vive in Toscana, considera don Luciano come il suo padre spirituale, e appena puo’ viene a trovarlo, in compagnia del figlio. “Tutte le foto sono state ritoccate ad hoc, isolando il corpo del bambino e affiancandolo ad oggetti simboli inequivocabili”, dice il pm Basso. Dalle intercettazioni emergono parole che andranno soppesate a fondo: “Guarda come e’ venuto bene – dice il religioso a un misterioso interlocutore -; gli ho tolto lo sfondo”. Per i legali si tratta di una faccenda “strettamente connessa al ruolo che questo prete ha sul territorio”.

    Don Michelotti – spiegano – da sempre si adopera per aiutare i tossicodipendenti. Ci sono e ci saranno punti da chiarire in questa storiaccia: il sacerdote dice di non saper usare il computer, a Fiamenga i ragazzi dell’ oratorio hanno imparato a navigare in rete grazie a corsi di Internet che lui teneva personalmente ormai da due anni. In attesa di scoprire l’ eventuale esistenza della persona citata dal religioso, restano i 23 dischetti. Contengono materiale di “pedofilia minorile omosessuale”. Sull’ etichetta di ognuno ci sono poche righe scritte a mano da don Luciano. “Come fosse la mini recensione di un film”, dicono gli investigatori. Comunque vada, un bruttissimo film. Marco Imarisio —————————————————————– IN PAESEIN PAESE La gente: “Non puo’ essere un mostro e’ soltanto la vittima di un complotto” DAL NOSTRO INVIATO MONDOVI‘ (Cuneo) – A Fiamenga fino a cinque anni fa c’ erano una tabaccheria, un negozio di alimentari e un ristorante, e basta. Poi era arrivato don Luciano e aveva creato l’ oratorio, dove aveva ridato vita, organizzando manifestazioni, facendo una cosa che qui nessuno aveva mai visto: “Si occupava dei giovani, dei loro problemi. E adesso non ci crede nessuno, non puo’ essere un mostro”. Corrado Guiseri annuncia la mobilitazione dei boy – scout, con i quali lavorava il religioso: “Raccoglieremo firme, faremo manifestazioni perche’ don Luciano e’ solo vittima di una macchinazione assurda”. Vola anche la parola “complotto”, ma nessuno sa dire di chi, e perche’ . Alessio e Fabio, 15 e 16 anni, hanno sentito dai telegiornali la storia di quel bambino: ” + vero – raccontano – veniva qui spesso con il padre e si fermava in canonica a fare i compiti, ma la storia del padre qui la sanno tutti”. Appena finita la messa, la racconta con le lacrime agli occhi Anna Trombetta: “Don Luciano aveva denunciato quell’ uomo, per liberarlo dalla tossicodipendenza. E quando era entrato in comunita’ aveva continuato a seguirlo. Si era affezionato: era orgoglioso della sua nuova vita, lontano da qui. E teneva molto anche al bambino, l’ aveva visto crescere. Le sue foto le mostrava anche a noi, che male c’ e’ ?”. Di Internet e di pedofilia, gli anziani parrocchiani di don Luciano non sanno e non vogliono sapere niente: “Quel sacerdote dai modi gentili non puo’ essere un mostro, e basta”. Cecilia Rocca tira giu’ la serranda del suo negozio di alimentari: “Sa, a noi in fondo importa solo che il prete dica messa. Don Luciano lo faceva bene, e questo ci bastava”. M.I.

    Imarisio Marco

    Pagina 19
    (21 settembre 1999) – Corriere della Sera

    http://archiviostorico.corriere.it/1999/settembre/21/Pedofilia_parroco_finisce_manette_co_0_9909214636.shtml


    www​.cdbchieri​.it/​r​a​s​s​e​g​n​a​_​s​t​a​m​p​a​_​2​0​.​.​.​i​_​i​n​_​i​t​a​l​i​a​.​htm

    L’1 ottobre la Corte d’Appello di Torino conferma la condanna inflitta in primo grado a don Luciano Michelotti, ex parroco di una frazione di Vicoforte (Cuneo) per la detenzione di materiale pedopornografico.

    www​.diocesimondovi​.it/​p​l​s​/​m​o​n​d​o​v​i​/​b​.​.​.​f​i​=​&​a​m​p​;​r​i​f​p​=​&​a​m​p​;​v​i​s=1

    Don Luciano MICHELOTTI
    Indirizzo: Via San Pio V 4 MONDOVI‘ 12084 CN
    Tel: 0174 553205

    Gli Incarichi:
    Parroco presso: MARIA V. ASSUNTA – Comune di TORRE MONDOVI‘
    Parroco presso: SANTI BARTOLOMEO E PLACIDO – Comune di TORRE MONDOVI‘
    Parroco presso: SANTI LUIGI E CARLO – Comune di TORRE MONDOVI‘
    Parroco presso: MARIA V. ASSUNTA – Comune di MONTALDO DI MONDOVI‘

    http://​laici​.forumcommunity​.net/​?​t​=​5​6​7​9​8​615

     

  • Cuneo, sesso con minori: condannato ex parroco Martin Varkey Parappillil

    Cuneo, sesso con minori: condannato ex parroco Martin Varkey Parappillil

    CUNEO, 27 GIUGNO 2014 – Martin Varkey Parappillil, ex parroco di Maruzzano e Marsaglia, in provincia di Cuneo, e di Mallare, in provincia di Savona, è stato condannato a quattro anni e mezzo di reclusione con l’accusa di aver compiuto atti sessuali con minorenni.

    Il sacerdote era inoltre in possesso di materiale pedopornografico. A confermare la condanna è stata la Corte di Cassazione, anche se in primo grado l’ex parroco era stato condannato a sei anni. La pena è stata infatti ridotta in appello.

    Martin Varkey Parappillil era stato fermato nel mese di Marzo dell’anno 2012 presso l’aeroporto di Milano Malpensa, poco prima di imbarcarsi sul volo aereo che lo avrebbe ricondotto in India.

    Alessia Malachiti

    http://www.infooggi.it/articolo/cuneo-sesso-con-minori-condannato-ex-parroco-martin-varkey-parappillil/67516/

  • Il caso del prete pedofilo di Como ed il silenzio delle istituzioni. L’appello delle vittime a Prometeo.

    Il caso del prete pedofilo di Como ed il silenzio delle istituzioni. L’appello delle vittime a Prometeo.

     “Il prete pedofilo di cui ci siamo fidati”….e la solita omertà
    Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di un gruppo di genitori.
    Ci impegniamo da oggi a seguire questo caso e tenervi aggiornati su ogni eventuale novità. Ma prima della lettera una breve cronistoria del caso, riportando un articolo de Il Giorno:

    Como, 29 maggio 2013 – I giudici della Corte d’Appello hanno confermato sentenza di colpevolezza e quantificazione della condanna. Con solo una leggera ridefinizione di uno dei capi di imputazione. Don Marco Mangiacasale, sacerdote di 49 anni ed ex economo della Diocesi di Como, è stato condannato anche in secondo grado a 3 anni e 5 mesi e 20 giorni di condanna, dieci giorni in meno dei 3 anni e 6 mesi di primo grado, in considerazione della ridefinizione di una delle accuse riguardanti una delle ragazze, che nel frattempo aveva compiuto i 16 anni di età. Le imputazioni infatti, riguardavano una serie di episodi di violenza sessuale, avvenuti a partire dal 2008. Adolescenti avvicinate in un contesto circoscritto e confidenziale, quando avevano tra i dodici e i tredici anni, e quasi sempre frequentate per almeno tre o quattro anni, quasi tutte gravitanti attorno al contesto della parrocchia di San Giuliano di Como, dove Mangiacasale era stato parroco prima di essere trasferito al ruolo di economo, e per le quali costituiva un punto di riferimento. Nelle imputazioni, comparivano i nomi di cinque ragazzine. A scatenare le indagini su di lui, e l’arresto avvenuto il 7 marzo dello scorso anno, era stata la denuncia di una di queste ragazzine, che si era confidata ai genitori. Da qui erano partiti gli accertamenti che avevano portato a configurare le accuse legate a cinque minorenni.

    In particolare, l’abuso sessuale contestato dal sostituto procuratore di Como Simona De Salvo, si configurava esattamente nel ruolo che lui ricopriva rispetto alle giovanissime frequentatrici della sua ex parrocchia, e quindi nell’aver approfittato del suo ruolo nel momento in cui ha portato a termine le condotte di cui è stato accusato. Dopo un periodo di alcune settimane trascorso in carcere al Bassone, a don Mangiacasale erano stati concessi gli arresti domiciliari in una struttura religiosa in Piemonte, dove si trova tuttora. Va da sé che i legali del sacerdote, ricorreranno ulteriormente in Cassazione, cercando così di allungare il più possibile i tempi di custodia cautelare che consentono all’imputato di consumare un periodo più lungo possibile agli arresti domiciliari, e scongiurando la possibilità di un nuovo ingresso in carcere in seguito alla pronuncia della sentenza definitiva. Infatti, per reati di questo genere, non è previsto l’affidamento in prova, e qualsiasi residuo di pena da scontare quando la condanna sarà definitiva, scorporata da quanto già scontato, lo porterebbe verso il periodo obbligatorio di osservazione della personalità, che avviene obbligatoriamente in carcere. Sollecitata circa il procedimento canonico, la Diocesi ricorda che, come da prassi, tale procedimento è già stato avviato «nei modi, nei tempi e nei termini previsti». Ricorda inoltre che «per la sua prosecuzione è comunque necessario attendere che il procedimento penale in atto esaurisca tutti i gradi di giudizio».

     Questa la lettera che abbiamo ricevuto:
    << Ecco un pezzo della nostra storia:
    siamo nel 2003: nella nostra parrocchia arriva un nuovo parroco, persona attiva,
    entusiasta che “affascina” soprattutto i ragazzi e i giovani.
    Noi siamo una famiglia che crede fortemente nella realtà dell’ oratorio e della
    parrocchia e, in più, non essendo neanche nativi di Como, ci avviciniamo
    volentieri a San Giuliano anche perchè desiderosi di entrare a far parte di un gruppo famiglia. Arriviamo a giugno 2008: la nostra figlia maggiore ha appena compiuto 13 anni e si sta preparando ad affrontare l’esame di Terza Media. Da un po’ di tempo, però, la vediamo un po’ strana, distratta, triste e poi felice…..Forse periodo tipico dell’età, ma quello che un po’ ci preoccupa è che pensiamo che si sia “infatuata”, “innamorata” del nuovo parroco. Insieme decidiamo che io , mamma , parlerò di questa cosa direttamente con lui, don Marco Mangiacasale anche perchè nostra figlia è poco più che una bambina e lui è un uomo maturo di 45 anni ; sicuramente potrà capire e ci potrà aiutare. Gli dico quello che penso e anche lui mi risponde di aver avuto un’ impressione simile, ma che è tipico dell’ adolescenza e del carattere egocentrico di nostra figlia. Ma, vista la mia preoccupazione, mi tranquillizza, mi rassicura dicendomi testualmente che ”ci avrebbe pensato lui”.
    Poi più nulla.
    Nostra figlia supera l’esame e si iscrive al Liceo.
    La scuola è difficile, impegnativa e “Simonetta” (nome fittizio messo da me! M.F.) trascorre il suo tempo sui libri a studiare. Unico sfogo l’oratorio, gli amici della parrocchia e il catechismo. Ma a don Marco non pensa più(o meglio cosi’ fa credere a noi genitori).
    Inoltre alla fine del 2009 don Marco viene nominato economo della diocesi e da noi arriva don Roberto. Tuttavia don Marco, non avendo una casa dove stare, viene invitato da don Roberto, che chiede il permesso al Vescovo, a rimanere ad abitare nella casa di San Giuliano, in oratorio. Il Vescovo concede il permesso , così don Marco può continuare ad occuparsi degli adolescenti a San Giuliano. L’anno successivo don Marco viene incaricato di seguire la pastorale giovanile a Lomazzo, paese limitrofo a Como, dove aveva svolto fino al 2003 il ministero di vicario. Arriviamo al 24 di febbraio 2012: “Simonetta” confessa al nuovo parroco (prima in confessione e poi fuori) quello che lei ritiene il “suo” peccato: dall’età di 13 anni tiene nascosto e sopporta da don Marco carezze sempre più insistenti che si spingono fino a far provare il piacere a “Simonetta” e a far si che anche “Simonetta” gli procuri piacere, sms spinti, fotografie delle parti intime, richieste morbose, celate da rassicurazioni, velate minacce rinchiuse dentro la parola “segreto” diventata una fortezza. L’ insistenza aveva un’ unico obiettivo chiaro: “ catechizzare” con la forza del proprio ruolo di potere, una ragazzina per convincerla ad avere rapporti sessuali
    completi e soddisfare le proprie perversioni senza scrupoli. Queste cose avevano avuto inizio nell’autunno 2008, nel dopo-catechismo, in casa di don Marco insieme agli altri amici dell’oratorio e continuavano anche durante i campi estivi. Ogni anno don Marco organizzava i campi estivi in una località piuttosto lontana da Como, in Piemonte a Sant’Anna di Vinadio in provincia di Cuneo. Più volte noi genitori dei ragazzi abbiamo chiesto a don Marco perchè non scegliesse posti più vicini e più comodi da raggiungere , ma lui rispondeva che quel posto era migliore di tutti.
    (Noi abbiamo fiducia che l’esperienza dei campi parrocchiali farà crescere i nostri figli e li farà maturare anche nella fede…..). Ma quando don Roberto ci chiama e insieme a “Simonetta” ci raccontano la verità di quegli anni, noi non riusciamo a credere che quel don Marco sia lo stesso che ha frequentato spesso casa nostra, con il quale abbiamo fatto i corsi per i fidanzati, che ha gioito con noi quando gli abbiamo annunciato di aspettare un altro figlio che poi ha battezzato…..
    Il tempo di renderci conto che tutto questo non è un incubo ma pura realtà, e, grazie all’aiuto di don Roberto, ci rivolgiamo all’autorità giudiziaria anche perchè, nel frattempo, incontriamo altri 2 genitori la cui figlia era stata molestata da don Marco nell’estate del 2008 e che si erano già rivolti al Vescovo nell’ autunno di quell’anno, denunciando verbalmente l’episodio e chiedendo al Vescovo di prendere dei provvedimenti. In pochi giorni don Marco finisce in carcere dove, oltre ad ammettere che è tutto vero, fa il nome di altre 4 ragazzine. Adesso, a più di un anno di tempo da ciò che è successo, la nostra sofferenza è ancora tanta, ma , soprattutto, quello che ci fa più male, è l’atteggiamento del nostro Vescovo, dal quale non abbiamo mai avuto un conforto diretto, neanche una telefonata, solo freddi comunicati stampa e parole vuote di vicinanza ufficiale. Anzi ha confuso le vittime con il carnefice , sono le ragazzine ad essere state violate e tradite nella loro apertura all’ amicizia accogliente verso il prete, verso il “padre” e “l’ educatore”. E’ la loro dignità di donne e di figlie di Dio ad essere stata calpestata e infangata, è la loro innocenza che è stata rubata e violata. Lui , che oggi continua a nascondere l’ evidenza dei fatti, a sminuire ciò che è successo, a dire che non è stato nulla di così grave, a far sentire in colpa noi genitori, nella speranza che tutto venga presto dimenticato. Ci sembra che noi di colpe proprio non ne abbiamo se non quella di esserci fidati di un suo uomo e da lui essere stati traditi. Ma noi non possiamo dimenticare e non riusciremo mai a dimenticare. Tutto questo non è giusto e noi vogliamo dire la nostra verità , quella vera, lo dobbiamo a “Simonetta” e agli altri nostri figli. Lo dobbiamo alla comunità, a tutta la Chiesa che non è nostra ,è di Dio che ce l’ ha affidata perchè la custodissimo. Non dobbiamo fare come si è sempre fatto, dobbiamo cambiare le cose e dobbiamo “salvare” la Chiesa. Un Vescovo non può continuare a farci ancora tanto male. Dice il Papa che il Vescovo deve difendere il suo gregge dai lupi, deve custodire, edificare e difendere il suo popolo. Come può un Vescovo essere così distante, come può predicare le parole di Gesù, come può “infangare” una cosa cosi’ grave e, in più, accusarci di colpe che, sinceramente, non pensiamo di meritare, come accaduto durante un’intervista trasmessa in una televisione locale e mandata in onda il giorno di Natale. Durante questa intervista il Vescovo ammette di essere stato avvisato delle “strane” inclinazioni di don Marco ma in merito ad un solo episodio, una “prima limitatissima segnalazione”. Poi aggiunge :” Ho convocato dopo la segnalazione don Marco e gli ho contestato quanto mi era stato riferito, e lui mi ha fornito le giustificazioni sufficienti”. Ma come possono esserci giustificazioni a questo ?
    Sempre durante la stessa intervista il Vescovo se la prende con la stampa:” il Vescovo sapeva, hanno scritto i giornali. Ma è seccante. Potrei dire a questi genitori: vi eravate accorti di altri episodi, come mai non siete venuti da me? E ci avete messo tre anni? “ Ci sembra che questo non lo meritiamo proprio!
    Noi non possiamo permettere che queste cose continuino a succedere e continueremo a far sentire la nostra voce perchè non vogliamo assolutamente che succeda mai più quello che è successo a San Giuliano.
    Vorremmo conoscere a che punto è arrivato lo svolgimento del processo
    canonico, se è vero che bisogna attendere la fine del processo civile ( che ha già
    espresso i primi due gradi, con la condanna a 3 anni 5 mesi e 20 giorni) .
    Con questo scritto noi genitori di “Simonetta” chiediamo di essere ascoltati e chiediamo che vengano presi provvedimenti seri nei confronti di un prete che ha infangato per anni il proprio abito e il volto della Chiesa stessa , rendendo 5 ragazzine oggetto delle proprie turpi pulsioni.
    E’ troppo? E’ troppo aspettarsi un po’ di umanità da parte di chi ricopre la più alta responsabilità nella nostra Diocesi? Era troppo aspettarsi meno superficialità in occasione della prima denuncia? E’ troppo restare sorpresi dal fatto che, pur avendo già ricevuto una denuncia, il Vescovo conceda il permesso di far risiedere don Marco ancora a san Giuliano continuando ad occuparsi degli adolescenti ? E ancora di più nominarlo responsabile della pastorale giovanile della Parrocchia di Lomazzo! E’ troppo attendersi dagli uomini di Chiesa un’ ammissione di responsabilità e una parola di scusa? Se tutto questo e’ troppo allora siamo in una brutta Chiesa. Attendiamo fiduciosi una Vostra risposta e alleghiamo la nostra “lettera aperta” pubblicata dal Corriere di Como dopo l’ intervista del nostro Vescovo:
    <<e’ passato=”” un=”” anno=”” dal=”” giorno=”” in=”” cui=”” abbiamo=”” conosciuto=”” da=”” nostra=”” figlia=”” la=”” verità=”” su=”” don=”” marco=”” mangiacasale.=”” parole=”” che=”” sono=”” entrate=”” nel=”” cuore=”” come=”” spade.=”” chi=”” consideravamo=”” riferimento=”” religioso=”” e=”” amico,=”” si=”” è=”” trasformato=”” incubo,=”” purtroppo=”” vero,=”” non=”” potevamo=”” fuggire.=”” davanti=”” ai=”” nostri=”” occhi=”” realtà=”” parlava=”” di=”” tre=”” anni=”” violenza=”” fisica=”” psicologica.<br=””> Nostra figlia, dall’età di tredici anni, aveva tenuto nascosto e sopportato
    “carezze” sempre più insistenti, sms spinti, richieste morbose, celate da
    rassicurazioni, da velate minacce, rinchiuse dentro la parola “segreto”,
    diventata una fortezza. L’insistenza aveva un obiettivo chiaro:
    “catechizzare”, con la forza del proprio ruolo di potere, una ragazzina per
    convincerla ad avere rapporti sessuali completi e soddisfare le proprie
    perversioni, senza scrupoli. Per noi, mamma e papà, il tempo trascorso non
    è stato medico. Ancora ci riecheggiano le parole tranquillizzanti di don
    Marco ai nostri dubbi sulla sua vicinanza e confidenza allegra. Lo shock di
    conoscere i particolari di una relazione per noi inimmaginabile non si
    affievolisce, anzi continua a scavare un tunnel verso il futuro, lastricato di
    sofferenza e di interrogativi inquietanti: quali saranno le conseguenze sulla
    affettività di nostra figlia? Quanto peserà nella sua vita di donna
    un’esperienza così terribile? Perché ingannare una ragazzina e non
    rivolgere le proprie attenzioni a persone adulte, consapevoli e padrone
    della propria esistenza? La lenta presa di coscienza del danno subìto
    alimenta la ferita, ancora infetta e viva. E’ il coraggio della denuncia, fatta
    da nostra figlia, l’unico bagliore nel buio della tristezza, l’appiglio che ci
    spinge a parlare ancora, a non fermare la nostra battaglia a favore della
    verità. Una lotta necessaria per dovere di trasparenza e per rispondere alle
    interpretazioni errate di una realtà, che ha un’unica faccia. Perché nutriamo
    una speranza: che non ci siano altre vittime, altre famiglie a pagare un
    prezzo così alto. Perché abbiamo una certezza: che la società non sia fatta
    solo di persone indifferenti e omertose, ma di individui onesti, con il
    coraggio di assumersi responsabilità. Perché ci è rimasta la fede, forza che
    risiede oltre i più alti campanili e non ha sempre corrispondenza con
    paramenti, abiti talari e stole di ogni ordine e grado.
    Dal Vescovo Diego Coletti non abbiamo avuto conforto diretto, se non
    freddi comunicati stampa e parole vuote di vicinanza ufficiale. Riceviamo,
    a distanza di tempo, colpe e mancanze inesistenti. Al Vescovo di Como
    chiediamo di prendere coscienza della gravità, ancora attuale, dei fatti, di
    lavorare nella direzione della verità, di condannare chi si macchia di un
    peccato così grave, di sostenerci con una presa di posizione netta. Non
    servono sorrisi o frasi di circostanza. Noi, che dal sorriso di un Suo uomo
    fidato, siamo stati traditi. A tutto il clero della Diocesi chiediamo di
    riflettere su quanto accaduto e di sostenere i deboli, le vittime, i poveri, chi
    non può pagare difese importanti, chi non ha voce, chi è minorenne.
    Chiediamo a tutti di non dimenticare. Siamo certi che insieme potremo
    lavorare per il bene dei giovani, della Chiesa, della nostra società.
    Attraverso un’ammissione di colpa, una condanna severa dei fatti accaduti,
    un’attenta vigilanza. Perché la nostra, insieme ad altre famiglie, possa
    uscire da questo angolo di dolore e riappropriarsi della serenità della vita
    che ci è stata rubata. Perché, ciò che è accaduto nella parrocchia di San
    Giuliano, non accada più.>>

  • Lapo Elkann: “Io vittima di abusi in collegio. Sto pensando a fondazione”

    Lapo Elkann: “Io vittima di abusi in collegio. Sto pensando a fondazione”

    Il nipote dell’Avvocato racconta, in un’intervista al Fatto quotidiano, il passato mai svelato prima. E parla anche della caduta di Berlusconi, del governo Letta e di Renzi

    ROMA –  “Da quando ho compiuto 13 anni ho vissuto cose dolorose che poi mi hanno creato grosse difficoltà nella vita. Cose capitate a me e ad altri ragazzi. Parlo di abusi fisici. Sessuali. Mi è accaduto. Li ho subiti”.

    Lapo Elkann si racconta in una lunga intervista al Fatto Quotidiano e parla anche di aspetti della sua vita che non aveva mai svelato prima. Dalla decisione della famiglia di farlo studiare in un collegio gesuita per i problemi di dislessia (“l’ho vissuta come una vera e propria punizione”, spiega), alla sua esperienza da militare a Cuneo (che è finita a botte con un commilitone, “sarà anche buono e non sono cinico ma so come difendermi. Accetto tutto, non gli insulti alla mia famiglia”). Ma soprattutto gli abusi sessuali. “Altre persone che hanno vissuto cose simili non sono riuscite ad affrontarle. Il mio migliore amico, che era in collegio insieme a me per quasi 10 anni e ha vissuto quello che ho vissuto io, si è ammazzato un anno e mezzo fa”, dice ancora Elkann.

    “Non ne ho mai parlato prima – spiega ancora Lapo – anche perché voglio che questa storia serva a qualcuno. Sto pensando a una fondazione. Voglio aiutare chi ha passato quello che ho passato io. Parlare è giusto, ma facendo qualcosa di utile, di positivo”.

    Il nipote dell’Avvocato parla anche di politica e dice la sua sul declino del Cavaliere: “Ammetto che io Berlusconi, nel ’94, l’ho votato. Nel suo lavoro aveva creato slancio e pensavo potesse replicare lo stesso schema in politica. Poi molto di quel che era stato promesso non è stato fatto e io non l’ho votato più. Come imprenditore e italiano il mio scopo non è dimenticarmi delle tasse. Guadagno e sono contento di pagarle. Poi Berlusconi che pure non è un mio amico, non mi sta affatto sulle palle. Non partecipo al tiro al bersaglio”.

    Silvio Berlusconi “ha compiuto errori, come tanti altri – continua Lapo – ma sarei stato felice se avesse fatto di più. Per me non è mai stata questione di destra o di sinistra. Non faccio il radical chic, nè fingo di essere comunista o di sinistra. Di principe rosso ce n’era uno e si chiamava Carlo Caracciolo. Fantastico e inimitabile, ma io sono diverso. Oggi governano Letta e Alfano, il parricida. Possono fare un buon lavoro e anagraficamente, il tempo è dalla loro parte. Quando c’è stato lo show down nel Pdl, ho cercato il numero di Alfano che incontro spesso in treno e poi l’ho chiamato: ‘Lei ha dato prova di avere grandi coglioni’, gli ho detto”.

    Elkann, che smentisce di aver votato per Grillo, parla anche di Matteo Renzi. “Mi pare uno che si comporta nello stesso modo che abbia davanti un cameriere o il presidente della Repubblica. Un atteggiamento che mi piace. Troppo facile giocare a fare il duro con chi lavora per te, meno semplice farlo con chi ha più capacità, intelligenza o palle di te”.

  • Mondovì: chiesti 6 anni e 30mila euro di multa per il prete pedofilo

    Mondovì: chiesti 6 anni e 30mila euro di multa per il prete pedofilo

    10 ottobre 2012 Nessun Commento

    Per don Martin Varkey Parappillil, ex viceparroco quarantacinquenne di Murazzano e Marsaglia (Cuneo), accusato di atti sessuali con una minorenne, l’accusa, nell’udienza preliminare ha chiesto sei anni di carcere e 30 mila euro di multa. Il sacerdote fu arrestato il 15 marzo scorso all’aeroporto di Malpensa mentre cercava di allontanarsi. Aveva dichiarato di essere diretto in India per assistere il padre malato.

    Don Martin avrebbe avuto più volte rapporti sessuali con una 15enne, nel 2004, e con un’altra ragazza oggi di 23 anni.

    La ragazzina di 15 anni ha ammesso gli atti sessuali con l’accusato, confermando che questi avrebbero avuto luogo in più occasioni, durante le lezioni di sostegno che don Martin avrebbe dovuto impartirle per aiutarla in alcune materie.

    http://www.zipnews.it/2012/10/mondovi-chiesti-6-anni-e-30mila-euro-di-multa-per-il-prete-pedofilo/