Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’ex parroco e quei rapporti con una minorenne: “Lei consenziente”. Il giudice lo condanna a 20 mesi

    L’ex parroco e quei rapporti con una minorenne: “Lei consenziente”. Il giudice lo condanna a 20 mesi

    Ha patteggiato per l’ipotesi di reato che tutela in forma più ampia i minorenni dagli abusi sessuali: l’articolo 609 quater del codice penale. È l’ex parroco del Cuore Immacolato di Maria, don Carlo Occelli detto «don Ocio», 50 anni, attualmente trasferito ad altro servizio. Ieri, in tribunale, attraverso i suoi avvocati Andrea Cianci e Fabrizio Revelli, ha patteggiato una pena di un anno e 8 mesi (con la sospensione condizionale) per abuso sessuale su minore consenziente. Secondo quanto emerso il rapporto abusante tra il sacerdote e la ragazza che frequentava gli oratori iniziò quando lei aveva meno di 16 anni. In quella fase sino al compimento della maggiore età si sarebbero verificati i comportamenti delittuosi.

    È notizia, non confermata né smentita dai diretti protagonisti, che la frequentazione tra i due sarebbe comunque durata anni. Seppure sia stata esclusa la costrizione fisica il fatto che si trattasse di una ragazzina fa sì che la legge presuma che non ci sia stato il consenso informato. In Italia il sesso tra un maggiorenne e un’infra-sedicenne non è reato a meno che il primo non abbia funzioni particolari tra cui quella dell’educatore, ruolo che è stato riconosciuto al parroco.

    Dopo la denuncia, le indagini e il rinvio a giudizio, l’imputato, attraverso i propri difensori, ha fatto istanza di patteggiamento concordando la pena con il pm Alberto Braghin poi approvata dal giudice Alberto Boetti. Il procedimento di applicazione della pena su richiesta delle parti non prevede una statuizione del giudice sul risarcimento dei danni e per ottenere un indennizzo la donna – che pure aveva presentato costituzione di parte civile – dovrà rivolgersi, sentenza alla mano, al giudice civile. Sul piano organizzativo è del 19 settembre la comunicazione della diocesi di Cuneo e Fossano del provvedimento del vescovo secondo cui don Occelli è stato destinato «per un anno a un’esperienza in ambito caritativo su iniziative della Caritas Italiana». Nella guida della parrocchia gli è subentrato il vicario episcopale per la pastorale don Flavio Luciano, nominato dal vescovo amministratore parrocchiale, dal 1° ottobre 2025.

    Don Occelli, classe 1975, è stato ordinato sacerdote nel 2001, già addetto alla pastorale giovanile ha svolto, tra il resto, prima l’incarico di vice parroco e poi di parroco al Cuore Immacolato di Maria. Grande appassionato di montagna, amatissimo dai ragazzi non solo del Cuneese e apprezzato dagli adulti per i commenti al Vangelo affidati alla rete.

    Sui dettagli della vicenda c’è stretto riserbo a protezione della sfera privata. Contattata da La Stampa, l’avvocata cuneese che assiste la donna conferma il patteggiamento e il fatto che «non c’è stato un risarcimento dei danni». «Valuteremo – aggiunge – di rivolgerci al giudice civile». «Si è trattato di una scelta dettata unicamente da ragioni di opportunità processuale ed assai sofferta, atteso che il mio assistito non si riconosce nelle accuse che gli sono state mosse – dice l’avvocato del sacerdote, Andrea Cianci -. La sentenza di patteggiamento, d’altro canto, non determina un accertamento di merito sulla colpevolezza ed ha, semmai, una chiara finalità deflattiva. L’auspicio è che la narrazione venga svolta nel rispetto dei fatti e delle persone coinvolte».

    https://www.lastampa.it/cuneo/2025/10/22/news/l_ex_parroco_e_quei_rapporti_con_una_minorenne_lei_consenziente_il_giudice_lo_condanna_a_20_mesi-15362626/

  • Abuso sessuale su una parrocchiana minorenne: sacerdote di Cuneo patteggia 1 anno e 8 mesi

    Abuso sessuale su una parrocchiana minorenne: sacerdote di Cuneo patteggia 1 anno e 8 mesi

    Ha patteggiato per l’ipotesi di reato meno «grave» prevista dal codice ma quella che tutela in forma più ampia i minorenni dagli abusi sessuali: l’articolo 609 quater del codice penale. Un sacerdote, 50 anni, fino a un mese fa parroco a Cuneo, attualmente trasferito ad altro servizio, ha patteggiato stamattina (21 ottobre) in tribunale una pena di un anno e 8 mesi di reclusione per abuso sessuale su minore consenziente.

    Un rapporto che durava da anni

    Secondo quanto emerso il rapporto tra il sacerdote e la ragazza, iniziata quando lei aveva meno di 16 anni, è durata anni. In Italia il sesso tra un maggiorenne e un’infra sedicenne è consentito a meno che il primo non abbia funzioni particolari tra cui quella dell’educatore, ruolo che è stato riconosciuto al parroco in questo caso.

    L’imputato attraverso i propri difensori ha fatto istanza di patteggiamento e il pubblico ministero, Alberto Braghin ha concordato la pena poi approvata dal giudice Alberto Boetti. Il procedimento di applicazione della pena su richiesta delle parti non prevede una statuizione del giudice sul risarcimento dei danni. Per ottenere l’indennizzo la donna dovrà rivolgersi eventualmente al giudice civile. Carlo Occelli

    https://www.lastampa.it/cuneo/2025/10/21/news/abuso_sessuale_su_minorenne_sacerdote_di_cuneo_patteggia_un_anno_e_8_mesi-15361755/
  • Condannato per i rapporti sessuali con le sorelline e i fratellini, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso della difesa

    Condannato per i rapporti sessuali con le sorelline e i fratellini, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso della difesa

    Tutto nacque quando uno dei nove figli raccontò alle sue insegnanti che cosa succedeva a casa: suo fratello maggiore lo toccava in modo strano. Da qui, le indagini condotte della Procura di Torino che portarono all’arresto del ragazzo e alla scoperta che quelle “strane carezze” in realtà erano anche rapporti sessuali, consumati con le sorelline più piccole. Fatti, questi, che si sono trascinati per anni e anni rimanendo nei silenzi più assordanti dei segreti famigliari.

    Una madre, nove figli e un’abitazione di fortuna costruita dal padre nelle campagne di un centro delle Langhe. Un’educazione religiosa rigidissima, che si sarebbe risolta anche in botte con la cinghia, preghiere, redenzione e il silenzio dei genitori che non avrebbero impedito nulla di tutto ciò che avvenne sotto il loro tetto e che la Corte di Cassazione ha confermato in toto.

    C’è tutto questo nell’inchiesta giudiziaria nata al tribunale di Torino,  piombata sulle spalle di una famiglia di origini romena. Qualche mese fa la corte d’Assise d’Appello, per madre e  figlio, aveva messo un punto alla loro posizione processuale. Per il padre, invece, il lungo travaglio processuale dovrà ricominciare di fronte a un altro di palazzo di giustizia, quello di Cuneo.

    Le violenze per cui il ragazzo era stato processato e condannato in abbreviato a otto anni di reclusione dal “tribunale degli adulti” andavano dal 2017 al 2021, anno in cui è diventato maggiorenne. Gli episodi pregressi, invece, quelli che si sarebbero consumati a partire dal 2006, sono al vaglio del tribunale per i minorenni.

    Attualmente in carcere al Cerialdo, era stato anche condannato per la detenzione di materiale pedopornografico, motivo per cui le indagini erano state svolte a Torino. Ad aggravare le accuse nei suoi confronti si aggiunse il fatto che le sue sorelle ai tempi avessero meno di dieci anni. Ad oggi, alcune di loro si trovano in comunità mentre un’altra ha preso i voti e vive in un convento in Romania con due fratelli. “Sì, è vero. Io queste cose le ho fatte – aveva confessato il ragazzo di fronte al giudice per l’udienza preliminare-. Mi sento responsabile. Sono pronto ad affrontare la pena. Qualunque pena mi vogliate dare” .

    Il legale bolognese Claudio Cenacchi aveva presentato il ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione e nei giorni scorsi la decisione dei giudici del “Palazzaccio”: rigettato. La pena finale inflitta al giovane in secondo grado è stata di 8 anni di carcere. Per la pena definitiva, però, il magistrato dell’esecuzione dovrà tenere anche conto del periodo del pre-sofferto, ossia il tempo trascorso dal ragazzo in misura cautelare, nel caso specifico, si tratta di 2 anni e 9 mesi di gli arresti domiciliari. Il fine peneaè previsto per il 24 giugno del 2030 fa sapere l’avvocato. 

    Assieme a lui, era stata condannata in abbreviato di fronte al tribunale di Torino anche la mamma, assistita dall’avvocato di Cuneo Mauro Mantelli. La Corte di Appello aveva abbassato la pena a 3 anni e 8 mesi di carcere. Su di lei pendevano le accuse di maltrattamenti e violenza sessuale omissiva perché, pur sapendo che cosa accadeva fra le mura di quella cascina, è sempre rimasta in silenzio.

    Quanto al padre, assistito dall’avvocato Alice Battisti di Torino, su di lui erano cadute le accuse che rendevano il reato distrettuale: pertanto sarà la Procura di Cuneo e non più quella di Torino a occuparsi del processo.

    Intanto, l’avvocato Michela Giraudo, che assisteva un fratello e due sorelle (ad oggi di età comprese fra i 15 e i 35 anni), aveva ottenuto un risarcimento per circa 125mila euro.

    CharB.

    https://www.lavocedialba.it/2025/04/01/amp/argomenti/cronaca-17/articolo/condannato-per-i-rapporti-sessuali-con-le-sorelline-e-i-fratellini-la-corte-di-cassazione-rigetta-i-1.html

  • “Ai media cattolici il 36% dei 72 milioni di fondi per il pluralismo informativo, doping religioso sulla stampa”: il dossier dell’Unione atei

    “Ai media cattolici il 36% dei 72 milioni di fondi per il pluralismo informativo, doping religioso sulla stampa”: il dossier dell’Unione atei

    È lo Stato a finanziare i giornali della Chiesa cattolica. Quasi un media su due che ha come editore il Vaticano è pagato con denaro del contribuente. A sostenerlo è L’unione degli atei e degli agnostici razionalisti che ha pubblicato un dossier con l’elenco delle 55 testate e riviste di chiara matrice cattolica che ricevono migliaia di euro dallo Stato.

    Su 72,3 milioni di euro, 55 beneficiari che hanno come editore diocesi o associazioni come Comunione e Liberazione o i Focolarini, incassano 25,9 milioni di euro, cioè il 35,84% del totale.

    Sul podio della classifica – elaborata dallo Uaar sulla base dell’elenco pubblicato dallo Stato dei beneficiari del contributo saldato nel 2023 per le imprese editrici di quotidiani e periodici editi e diffusi in Italia – ci sono il settimanale Famiglia cristiana (6 milioni) della congregazione dei Paolini; il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire (5,6 milioni) e Il cittadino (1.424.000 euro), una testata diocesana del Lodigiano e del sud di Milano.

    Con cifre minori seguono i giornali La Guida (763.445,85 euro) della diocesi di Cuneo; L’eco del Chisone (715.508,85 euro) edito da una cooperativa culturale che fa capo al Vescovo di Pinerolo; Il Biellese (565.870,08 euro) di proprietà della Chiesa locale; Toscana oggi (418.803,32 euro) della diocesi di Arezzo.

    Quanto ai movimenti che pubblicano le loro testate grazie ai soldi dei cittadini cattolici e non: Comunione e Liberazione riceve 408.370,33 euro per pubblicare Litterae communionis tracce e il più noto Tempi (211.883,40 euro); la congregazione di Chiara Lubich edita Città nuova grazie a 361.005,88 euro che arrivano dallo Stato. Ci sono poi i soldi che vanno alle congregazioni: 332.335,31 euro per L’eco di San Gabriele dell’omonimo santuario a Teramo; 287.619,29 euro per La civiltà cattolica della Compagnia dei gesuiti e 158.929,04 euro per Il Regno dei Dehoniani.

    “È la prima volta – spiega a ilfattoquotidiano.it il segretario dello Uaar, Roberto Grendene – che andiamo così in dettaglio in questa operazione. La presenza di organi di stampa controllati dalla Chiesa e finanziati dallo Stato è massiccia. C’è un iper finanziamento non certo in veste pluralista di Avvenire, dove la Cei già riceve l’otto per mille. Da notare, inoltre, che spesso i giornali pubblicati dalle diocesi hanno dei nomi non riconducibili al cattolicesimo, vedi ad esempio Il Cittadino o La voce del popolo di Brescia. Tra i 117 giornali e periodici che si dividono la fetta più grossa della torta dei contributi pubblici all’editoria, ben 55 (pari al 47,01%) sono testate e riviste di chiara matrice cattolica”.

    Grendene parla di “doping religioso”: “È impressionante che a far man bassa di contributi pubblici sia per l’ennesima volta il mondo cattolico. Ben il 36% dei 72 milioni che in teoria dovrebbero essere destinati a sostenere il pluralismo dell’informazione vanno infatti a finire in tasca alla stampa controllata da diocesi, congregazioni religiose e gruppi ultra cattolici come Comunione e liberazione”.

    Non solo. Federico Tulli, su Nessun dogma, la rivista dello Uaar, ha dedicato un approfondimento al tema: “Il quotidiano dei vescovi detiene un discutibile record: l’85% delle copie – cartacee e digitali – è costituito da copie gratis, iperscontate o acquistate da non specificati terzi (con tutta probabilità parrocchie: in un circolo vizioso per cui le vendite lievitano e con esse anche i fondi ricevuti). In pratica con i milioni dei contribuenti può permettersi di circolare gratuitamente o a prezzi di estremo favore, rappresentando così il giornale proporzionalmente meno scelto (rispetto ai fondi ricevuti) da chi vuole spendere qualcosa per leggersene uno”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/08/01/ai-media-cattolici-il-36-dei-72-milioni-di-fondi-per-il-pluralismo-informativo-doping-religioso-sulla-stampa-il-dossier-dellunione-atei/7246006/
  • Rischio prescrizione nel processo al prete condannato per abusi

    Rischio prescrizione nel processo al prete condannato per abusi

    di GIORGIO GANDOLA

    “Ora si rischia che la giustizia sfugga, nascosta dietro la prescrizione. Per noi sarebbe un nuovo dramma”. La famiglia del giovane Alessandro di Rozzano (Milano), vittima di abuso sessuale da parte di don Mauro Galli, vede all’orizzonte il pericolo principale dopo il pronunciamento di Cassazione che ha rimandato il caso in Appello per colpa di due parole. “Costrizione” e “induzione”, termini che galleggiano alternativamente dentro le sentenze di colpevolezza del sacerdote (condannato in secondo grado a 5 anni e 6 mesi) diventano improvvisamente macigni: definiscono lo stesso reato, conducono alla stessa pena (secondo l’articolo 609 bis del Codice penale), ma non sono la stessa cosa e vanno uniformate. Quindi, la sentenza va riscritta.

    La Cassazione ha accolto il tecnicismo dell’avvocato Mario Zanchetti, difensore di don Galli, membro della commissione diocesana per la tutela dei minori e storico legale dell’arcidiocesi di Milano. E, di fatto, ha sospeso l’esecuzione della condanna. La difesa chiedeva l’annullamento della sentenza di Appello e non l’ha ottenuto, ma l’impianto dovrà essere ridefinito e spiegato meglio. La violenza è stata confermata, il 99% delle richieste di don Galli sono state dichiarate inammissibili “perché entravano nel merito” (parole del procuratore generale), ma il cavillo è passato e si è infilato come un cuneo nella porta. Ora la procedura verso la fine di una vicenda che dura da 11 anni diventa una traversata nel deserto, al termine della quale potrebbe esserci la beffa suprema per la vittima e la sua famiglia, sfinite da questa impervia ricerca della verità. La prescrizione, obiettivo della strategia della difesa del sacerdote, attende come una tagliola nell’estate del 2023.

    Non riesce a chiudersi uno dei processi più dolorosi e scabrosi per l’Arcidiocesi di Milano coinvolta nella triste storia per proprietà transitiva. Dopo l’abuso sessuale fra il 19 e 20 dicembre 2011, don Galli non fu fermato e avviato a “indagine previa” come prevede il Diritto canonico dall’allora vicario episcopale Mario Delpini, oggi arcivescovo della metropoli lombarda, e dal responsabile dei giovani sacerdoti Pierantonio Tremolada, oggi vescovo di Brescia. Ma fu semplicemente spostato da Rozzano a Legnano, sempre a contatto con gli adolescenti. Lo stesso arcivescovo di quel tempo, Angelo Scola, in una lettera di scuse alla famiglia stigmatizzò il “comportamento maldestro” dei suoi collaboratori. Dal giorno in cui il prete-catechista invitò Alessandro, allora quindicenne, a “dormire nel lettone” del suo appartamento privato, il lungo calvario della vittima e della sua famiglia non si è ancora concluso. E forse non si concluderà mai.

    La colpevolezza di don Galli, 50 anni, nato a Cislago in provincia di Varese, non è in dubbio, ma le vie del Signore non sono infinite. Ora la procedura somiglia a un ottomila himalaiano: si devono attendere i 90 giorni per le motivazioni della Cassazione, ci sarà la sospensione dell’esistenza agostana, il tribunale di Milano dovrà celebrare il processo di Appello bis in un’unica udienza (con accusa e difesa) al termine della quale dovrebbe esserci la sentenza con le parole al posto giusto. Ad andare bene potremmo essere già a gennaio 2023. Poi si dovranno attendere altri 90 giorni per le motivazioni di questa sentenza e 30 per consentire un nuovo ricorso in Cassazione con relativa tempistica prima della sentenza finale. Senza la pandemia, i 10 anni fra reato e prescrizione sarebbero già trascorsi.

    Così il piano inclinato consente al due volte colpevole di sperare di farla franca. L’intera vicenda è un esempio della discrepanza fattuale fra le indicazioni paradigmatiche di Papa Francesco riguardo ai reati sessuali dei sacerdoti e la realtà nelle parrocchie, il desino delle vittime, la possibilità concreta di ottenere una giustizia. A tutto ciò si aggiunge la sentenza assolutoria che, nonostante le due condanne in un tribunale italiano, don Galli ha ottenuto l’anno scorso nel primo processo canonico, quello istruito dal Tribunale ecclesiastico regionale lombardo.

    Per lui è stata usata la formula della “sentenza dimissoria”, che di fatto equivale all’insufficienza di prove. Il caso è stato poi trasferito in Vaticano, alla Congregazione per la dottrina della Fede, ed è scomparso dai radar, lasciando una lunga ombra sui proclami di ritrovata trasparenza da parte della Chiesa. Un atteggiamento da più parti stigmatizzato anche da chi è culturalmente vicino alla Santa Sede; per esempio dal libro “Agnus Dei” di Lucetta Scaraffia, Anna Foa e Franca Giansoldati.

    Il caso rimane aperto e la strada verso la conclusione sempre più stretta. C’è un dispositivo di Cassazione, ci sono due parole che litigano fra loro, c’è meno di un anno per metter ordine, c’è una vicenda evaporata nelle segrete stanze del Vaticano, ci sono due sentenze di colpevolezza. C’è anche un libro della mamma della vittima, Cristina, dal titolo eloquente: “Chiesa, perché mi fai male?”. In attesa di un risposta, c’è infine una famiglia che si sforza di credere nella giustizia umana e divina, ma non riesce a trovare la pace.

    (trascrizione da LaVerità del 15 giugno 2022)

  • In crociera dagli Stati Uniti a Imperia per ascoltare i racconti sulla pedofilia clericale.

    In crociera dagli Stati Uniti a Imperia per ascoltare i racconti sulla pedofilia clericale.

    A bordo della ‘Artemis’ attraccata in calata Cuneo il presidente della ‘Rete l’Abuso’ vittima dei pedofili ha parlato della sua esperienza e della situazione nel nostro Paese.

    Dagli Stati Uniti a Imperia per ascoltare i racconti sulla pedofilia clericale dalla viva voce del savonese Francesco Zanardi, il presidente della ‘Rete L’Abuso‘, a sua volta vittima dei preti pedofili che ieri ha tenuto una conferenza a bordo dell’ ‘Artemis’ la nave da crociera attraccata ieri mattina in calata Cuneo.

    Il triste primato della pedofilia ad opera dei preti in Italia, infatti,  è diventato il tema della vacanza che rientra nel filone dei viaggi cosiddetti tematici denominati ‘Controvesial topic’, ossia viaggio in cui i croceristi pagano non solo per visitare i luoghi ma anche per  informarsi su temi controversi del Paese che visitano.

    “Un problema, infatti – h dichiarato al nostro giornale Francesco Zanardi –  particolarmente acceso in Italia nel senso che nel nostro Paese, purtroppo, è ancora molto restia per quanto riguarda le istituzioni in confronto agli altri Paesi europei, ma non solo nell’affrontare questo problema.  Questo problema andrebbe affrontare in modo ampio a livello parlamentare, perché in Italia, purtroppo ci sono delle grosse carenze sotto l’aspetto legislativo. Ad esempio, l’obbligo della denuncia per tutti i cittadini, non solo per sacerdoti o pubblici ufficiali, l’estensione di questo obbligo sarebbe molto importante. Purtroppo l’Italia ha dati molto alti al momento contiamo circa 320 casi che sembrano pochi se messi a confronto, magari a tanti altri Paesi, ma sono 320 i casi che sono stati raccolti non nell’arco temporale di 50 o 70 anni, ma in un arco temporale neppure di 20 e, quindi, diciamo sono tantissimi e sono anche piuttosto recenti. Non è la prima volta che faccio di questi queste presentazioni, i croceristi rimangono sempre molto colpiti perché nei loro paesi, hanno appunto una serie di regole che partono anche da quelle più basilari come l’educazione sessuale per i bambini a scuola che quando vedono che in Italia non l’abbiamo certo li lascia piuttosto scossi”.

    Francesco Zanardi, vittima di abusi, ha fondato ‘Rete l’Abuso’ dopo gli scandali che scoppiarono nel 2012 a Savona. Zanardi nel 2019 è stato ricevuto da papa Francesco insieme ai leader delle 18 associazioni mondiali che lottano contro gli abusi sui minori da parte dei sacerdoti.

    Diego David – Imperia News

    https://www.imperianews.it/2022/04/20/leggi-notizia/argomenti/cronaca-6/articolo/in-crociera-dagli-stati-uniti-a-imperia-per-ascoltare-i-racconti-sulla-pedofilia-clericale-frances.html

  • L’inferno di Francesco, 40 anni dopo gli abusi “Le nostre vite distrutte dal prete orco”

    L’inferno di Francesco, 40 anni dopo gli abusi “Le nostre vite distrutte dal prete orco”

    NICCOLÒ ZANCAN INVIATO A SAVONA – Quarant’anni non sono bastati per avere giustizia. «Era il 1979. Mio padre, un sorvegliante dello stabilimento Fiat di Mirafiori, fu trasferito in Liguria. Partimmo con lui. Ero un bambino di nove anni quando incominciai a frequentare la parrocchia di Spotorno affidata a don Nello Giraudo».

    Ora tutto è scritto in una perizia. E quella perizia certifica la violenza subita, il disastro emotivo, i problemi psichici, l’impossibilità di ritornare a una vita normale fino ad oggi. Quella perizia incomincia spiegando i fatti, e poi quantifica il danno. «I primi approcci da parte di don Nello iniziavano con abbracci e toccamenti con cadenza almeno settimanale. Negli anni seguenti, dal 1981 al 1986, gli abusi del parroco diventavano più frequenti e gravi, arrivando alla penetrazione. Venivano realizzati anche in occasione dei frequenti campeggi organizzati dal gruppo parrocchiale presso la casa dell’Agesci a Garessio, Prati delle Manie, Dronero.

    Purtroppo, i comportamenti di don Nello si caratterizzavano anche per la violenza usata sull’allora minore Zanardi…». «Questa è la mia storia», dice Francesco Zanardi che oggi ha 49 anni. «Non ho avuto altri rapporti sessuali fino a trent’anni. Mi sono drogato, mi sono disintossicato. Ho avuto un tumore al colon, improvvise crisi epilettiche del tutto inspiegabili. Ho perso il lavoro da elettricista. Ho impiegato molto tempo per cavare da me stesso tutto quello che mi era stato fatto».

    Ha fondato un’associazione che segue i casi italiani di vittime di abusi sessuali in ambito ecclesiastico. Ma, soprattutto, ha messo insieme le vittime dello stesso prete pedofilo che ha violentato lui: cinque casi. Chiedono in totale 4 milioni e 700 mila euro di risarcimento alla Chiesa cattolica italiana per i danni biologici accertati dai periti. Esiste un solo precedente analogo a Trieste: una donna, in quella circostanza, è stata risarcita. Ora la curia può cercare un accordo entro il 15 novembre, oppure affronterà il processo civile.

    Sono vite distrutte. Tracolli. Malattie psicosomatiche. Bombe ad orologeria che si sono innescate, ogni volta, quando la vittima è riuscita a riconoscersi come tale. Un percorso tragico e molto lungo. I reati sono ormai prescritti. Solo un caso – il sesto – ha trovato ristoro nelle aule della giustizia penale.

    In quel procedimento, Nello Giraudo ha patteggiato la pena. Ha firmato la riduzione allo stato laicale il 27 marzo 2010. Oggi il prete spretato vive a Savona al piano terra di un palazzo del centro storico, cura le piante. Non ha mai rilasciato dichiarazioni. Ma in un verbale datato 21 dicembre 2011, davanti al pm Giovanni Battista Ferro, qualcosa aveva detto: «In passato ho effettivamente affrontato serie problematiche della sfera sessuale con psicologi competenti… Effettivamente parlai dei miei problemi anche con i miei vescovi, ma lo feci in confessione». Nato a Roccabruna in provincia di Cuneo nel 1954, Nello Giraudo ha fatto il seminario a Savona.

    È stato ordinato sacerdote il 27 settembre 1980. Primo incarico: vice parroco a Valleggia. Ed ecco cosa c’era scritto in un rapporto sul suo sacerdozio firmato dal vicario generale, monsignor Andrea Giusto, trovato dagli investigatori nella cassaforte della curia: «Mentre don Nello era vice parroco a Valleggia si è verificato il primo serio inconveniente. È stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei riguardi del suo bambino, tenuto sulle ginocchia e palpato in modo difficilmente precisabile». Affidano proprio a lui una comunità per minorenni disagiati a Feglino.

    Seguono altre segnalazioni, altri sospetti. Ma don Nello Giraudo continua a stare a contatto con i bambini. Annota ancora monsignor Giusto: «Attualmente, estate 2003, nulla è trapelato sui giornali. Don Nello si è impegnato a incontrare un religioso psicologo che lo aiuti a leggere in se stesso nel tentativo di ritrovare un miglior equilibrio». Anche Papa Ratzinger era stato informato. Tutti sapevano. Lo sapevano dall’inizio, ma i bambini non sono mai stati messi al riparo.

    Una situazione che il gip di Savona Fiorenza Giorgi, firmando l’archiviazione di un caso per avvenuta prescrizione, ha riassunto con queste parole: «È triste dirlo, la sola preoccupazione dei vertici della curia era quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima». Il nuovo vescovo di Savona, monsignor Gero Marino, sceglie di non commentare la notizia della richiesta di risarcimento danni. Due mesi fa ha attivato un centro di ascolto aperto anche ai minorenni: «Il desiderio è quello dell’assoluta trasparenza». Nessuno, però, ha ancora dato una risposta a Francesco Zanardi, violentato in parrocchia quando era un bambino di 9 anni. «Mi auguro che si possa trovare un accordo.

    Non ce l’ho con il vescovo, neppure con la Chiesa. Tutti noi, abusati da quel prete pedofilo, chiediamo soltanto di essere visti. Solo allora forse, dopo quarant’anni, potremmo incominciare finalmente una nuova vita».

    La STAMPA del 12-7-19
    La Stampa

  • Don Lu, prete a metà: pur riabilitato dalla Chiesa, non potrà né insegnare né sposare

    Don Lu, prete a metà: pur riabilitato dalla Chiesa, non potrà né insegnare né sposare

    Albenga – Potrà dire messa e somministrare i sacramenti, ma non insegnare nelle scuole cattoliche (e neppure in quelle statali) e neppure officiare i matrimoni concordatari, e in riviera c’è già chi parla di don Massaferro come di un sacerdote a metà. Sono gli effetti della combinazione tra la sentenza di condanna pronunciata dai tribunali penali per la vicenda delle molestie sessuali ad una giovanissima chierichetta durante la benedizione delle famiglie, e quella assolutoria della giustizia ecclesiastica, che sostanzialmente reintegra pienamente don Lu nell’esercizio del ministero sacerdotale.

    Un reintegro che però dovrà avvenire nel rispetto dei “paletti” della sentenza penale, compresi quelli riguardanti l’espresso divieto a ricoprire ruoli di insegnamento in scuole di ogni ordine e grado, con particolare riferimento a quelle frequentate da minorenni, e l’interdizione dai pubblici uffici. Vincoli che potrebbero riflettersi su quello che sarà il ruolo futuro di don Lu, che certamente non potrà far valere le sue due lauree e mezza (la terza è imminente) facendo l’insegnante. Per quanto riguarda l’attività vera e propria di sacerdozio non ci sarebbero particolari limitazioni alla nomina alla guida di una parrocchia (anche se non pare questo il destino immediato di Massaferro), ma anche in quel caso c’è qualcosa che don Lu non potrà fare, ossia officiare matrimoni concordatari, quelli cioè che hanno anche una valenza sul piano civile.

    Al momento di raccogliere e formalizzare il fatidico “sì” da parte degli sposi, infatti, il sacerdote riveste il ruolo di ufficiale di stato civile, che gli è precluso dall’interdizione decretata dal tribunale penale. Massaferro potrà celebrare esclusivamente matrimoni di carattere squisitamente religioso, come quelli tra persone già sposate civilmente, o che intendono separare le due cerimonie. Per quelli concordatari la questione è ben più complessa, ma secondo gli esperti di diritto (canonico e penale) don Lu potrebbe trovare una scappatoia, che però rischia di creare qualche imbarazzo alla diocesi e che difficilmente avrebbe (almeno al momento) l’appoggio del vescovo.

    Massaferro potrebbe infatti concelebrare la funzione con un altro presbitero, che al momento fatidico assumerebbe il ruolo di ufficiale di stato civile, oppure potrebbe addirittura officiare da solo la Santa Messa (in realtà per la Chiesa Cattolica i ministri del culto sono gli sposi stessi e non il sacerdote) salvo farsi sostituire da un diacono per quelle formalità che hanno valenza civile. Una sostituzione in stile calcistico che però non sembra in armonia con il nuovo corso della Chiesa ingauna, visto che il vescovo Guglielmo Borghetti non ama che si susciti clamore con gesti che stimolino curiosità e polemiche. Un ostacolo in più sulla strada di un possibile ritorno di Massaferro alla guida di una parrocchia.

    «Ci sono anche sacerdoti che non sono parroci e che pure ricoprono ruoli importanti, come ad esempio monsignor Giorgio Brancaleoni, che è direttore dell’ufficio per i beni culturali, o don Giancarlo Cuneo che è l’economo della diocesi» ha detto Borghetti. E un destino simile potrebbe essere riservato anche Massaferro. Si dice che entro un mesetto dovrebbe arrivare un “giro” di nomine e che per don Lu ci potrebbe essere un posto in Cancelleria, oppure nella struttura dei musei diocesani: un settore che si dice Borghetti voglia rafforzare. A proposito invece di don Giancarlo Cuneo, voci ricorrenti lo vorrebbero parroco ad Alassio, con il posto di economo (quello che è stato prima di don Fiorenzo Gerini, poi dell’attuale vescovo di Sanremo e Ventimiglia Tonino Suetta) che verrebbe affidato ad un laico.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2018/02/27/ACyeYGdB-riabilitato_chiesa_sposare.shtml

  • Ancora offese alle vittime dall’ormai ex vescovo di Savona Vittorio Lupi

    Ancora offese alle vittime dall’ormai ex vescovo di Savona Vittorio Lupi

    Bugiardo senza vergogna e con un senso civico profondo quanto una pozzanghera, questo è quello possiamo dire per esperienza personale di Vittorio Lupi che con noi vittime si è comportato tutt’altro che da uomo di chiesa.

    Ieri sui giornali online, oggi purtroppo anche sulla carta stampata le vittime dei preti pedofili savonesi, don Nello Giraudo Pietro Pinetto e Giorgio Barbacini, sono ancora una volta costrette a subire l’umiliazione pubblica di un uomo che nella sua ultima omelia si è detto addolorato per quanto accaduto e col senno di poi oggi rifarebbe le stesse cose.

    Ma cosa ha fatto di concreto Lupi?

    Da quanto testimoniano i carteggi prelevati dal fascicolo sul caso Giraudo va detto che Lupi nel 2009, aveva consigliato don Giraudo di non ritirarsi ma di trasferirsi a Cuneo in una parrocchia dove aveva studiato (vedi deposizione allegata), fu la magistratura scongiurare l’ennesimo disastro e non certo il senso civico di Lupi.

    Promesse mai mantenute anche sulla vicenda di don Pietro Pinetto per la quale la diocesi aveva garantito che qualora le accuse al sacerdote si fossero rivelate fondate, sarebbe intervenuta duramente.

    Anche in questo caso solo chiacchere di facciata, malgrado l’ammonizione della Congregazione per la Dottrina della Fede ha spostato Pinetto nella parrocchia di S. Francesco da Paola dove non solo abita una delle sue vittime che da quel giorno va in un’altra chiesa, ma è frequentata da circa 200 minori. A nulla sono servite neppure le lamentele dei genitori, il prete li era e li è rimasto.

    Nei confronti di noi vittime, alcune pesantemente ostracizzate proprio da Lupi, altre addirittura querelate dai pedofili, non ha fatto nulla anzi, di fronte alle legittime richieste di indennizzo ha risposto “non riteniamo di avere nei suoi confronti un obbligo in senso civilistico e quindi la richiesta non può essere allo stato accolta” costringendo le vittime a una costosissima azione civile che sarà il successore di Lupi a subire.

    Qui un doppio sfregio, il primo per le vittime, il secondo alla giustizia la quale, contrariamente a quanto dice Lupi, ha invece ravvisato le pesantissime responsabilità della diocesi di Savona che il gip Fiorenza Giorgi descrive con queste parole “da tali documenti perfettamente in linea con l’atteggiamento assolutamente omissivo del Lafranconi risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima, e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non avesse esercitato il suo potere – dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli; altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue attenzioni”.

    Onestamente facciamo molta fatica a capire cosa Lupi abbia fatto per affrontare il problema, di certo vediamo che Lupi trasferendo don Giraudo a Cuneo stava ripetendo gli stessi identici errori che il gip Fiorenza Giorgi contesta a Lafranconi e non possiamo non prendere atto che se tutto ciò non si è ripetuto è solo grazie all’intervento della magistratura e non a Lupi.

    Riteniamo vergognoso e offensivo nei confronti di noi vittime e in quelli della comunità cattolica savonese continuare a minimizzare in modo così falso e irresponsabile i fatti, è uno stile di difesa francamente inaccettabile.

    Francesco Zanardi

  • Preti pedofili “l’affetto paterno” del vescovo Lupi.

    Preti pedofili “l’affetto paterno” del vescovo Lupi.

    In riferimento al comunicato diramato ieri dall’ufficio stampa diocesano che ha irritato non poco le decine di persone che nel savonese si sono trovate la vita irreparabilmente distrutta a causa degli atti criminali commessi dai preti pedofili savonesi e coperti per anni dalla diocesi, riteniamo opportuno definire con precisione l’operato del vescovo dimissionario Vittorio Lupi, parecchio differente dal mieloso comunicato diramato ieri.

    Vittorio Lupi arrivò a Savona nei primi mesi del 2008 e fu immediatamente informato da don Carlo Rebagliati su quale fosse la drammatica situazione della chiesa savonese, una situazione senza ombra di dubbio ben conosciuta e anche documentata dalla stessa diocesi e dal Vaticano, come dimostrano le decine di carteggi prelevati dagli inquirenti durante le indagini.

    Malgrado ciò, il vescovo Lupi, nell’estate del 2009 aveva già organizzato il trasferimento di don Nello Giraudo, dopo don Giorgio Barbacini, uno dei più pericolosi pedofili che la diocesi savonese aveva in carico.

    La sua destinazione, come emerge dai documenti interni, era la diocesi di Cuneo. Per fortuna, pochi mesi dopo la Procura della Repubblica di Savona aprì un’inchiesta sul Giraudo e il trasferimento non fu più possibile.

    Le prime vittime che si fecero avanti da subito furono tre. D. D. che all’epoca lavorava proprio negli uffici della Diocesi di Savona, prontamente licenziato da Lupi il 31 dicembre dello stesso anno.

    La seconda fui io, Francesco Zanardi, che all’epoca non lavoravo già più per la diocesi ma che purtroppo vivevo ancora in uno dei loro appartamenti che nel 2005 avevo ristrutturato a mie spese. Per quella ristrutturazione costata ben 55.000€ esisteva un accordo tra me e l’allora economo, don Rebagliati, nel quale la diocesi di Savona si impegnava a rimborsare le spese di ristrutturazione attraverso i canoni di locazione. Inutile dire che Lupi non mantenne quell’accordo, anzi, ebbe il coraggio di sfrattarmi per morosità. Riguardo ai soldi che ancora avanzavo e che non avrei più potuto scalare dai canoni di locazione, inutile dire che non li vidi più.

    La terza vittima, Mirko Gabossi, visto quanto accaduto a me e all’altra vittima, si guardò bene dal rivolgersi a Lupi, il quale nel frattempo invitava le vittime savonesi ad un incontro.

    Da quel 2009 a oggi le vittime di Giraudo passate anche per la procura sono decine e i loro nomi sono emersi in ben 2 inchieste giudiziarie.

    Inutile dire che malgrado le pesanti responsabilità ravvisate dalla magistratura savonese e attribuite non solo al prete ma anche alla diocesi, malgrado il Codice di Procedura Canonica preveda nei casi accertati un risarcimento alla vittima, il vescovo Lupi ha rigettato tutte le richieste avanzate dalle vittime sostenendo che a suo avviso la Diocesi di Savona non si ritiene responsabile.

    Ma la pessima gestione da parte di Lupi dei casi di pedofilia nella diocesi savonese continua con la vicenda di don Pietro Pinetto, finita forse peggio di quella di Giraudo perche se Giraudo oggi non è più prete, non grazie a Lupi ma per propria volontà, Pinetto, malgrado la magistratura abbia riconosciuto le tendenze pedofile del prete, il quale a riguardo ha anche ricevuto una ammonizione dalla Congregazione per la Dottrina della Fede che il vescovo Lupi si è ben guardato dal renderla pubblica, è stato reintegrato proprio da Lupi nella parrocchia savonese di Villapiana che conta più di 200 bambini.

    A nulla sono servite la lamentele dei parrocchiani e le richieste di allontanarlo, almeno dai luoghi dove ci sono minori.

    In entrambi i casi Lupi ha fatto pubblicamente tante promesse, dal processare i preti in sede canonica al prendere seri provvedimenti perché questi crimini non avvengano più. Promesse che nei fatti hanno lo stesso valore delle scuse di facciata fatte in questi anni alle vittime.

    Non può che rimanere il disgusto nel vedere una chiesa così ipocrita e cosi sprezzante del valore dalla vita umana, una chiesa che nei 9 anni di presenza a Savona del vescovo Lupi lo ha visto scagliarsi con così tanta aggressività contro le vittime, costrette a subire l’ennesima umiliazione.

    Una chiesa che non ha risparmiato neppure sacerdoti come don Carlo Rebagliati e don Giovanni Lupino, finiti anche loro nel tritacarne di Lupi, colpevoli di aver cercato verità e giustizia.

    Francesco Zanardi