La diocesi ha scelto di divulgare lo scambio epistolare tra il prete ed il Vescovo.
Lo scorso marzo la diocesi di Savona-Noli era stata investita da un grosso scandalo: don Pietro Pinetto, parroco di Celle, sarebbe infatti stato accusato di pedofilia. La notizia aveva avuto un grande risalto sulla stampa: a seguito state condotte indagini sia da parte della difesa che della Magistratura a seguito delle quali non hanno trovato riscontro i fatti denunciati.
Coerentemente con la ferma volontà di totale chiarezza ribadita in più occasioni, e in particolare nell’Omelia della festa Patronale del 18 marzo scorso, il vescovo Vittorio Lupi ritiene opportuno portare a conoscenza della comunità diocesana e della cittadinanza questa notizia che, di fatto, pone fine alla vicenda e restituisce la dignità a un sacerdote. Il sacerdote ha scritto una lettera al Vescovo e da lui ha ricevuto una risposta.
Come già affermato, il Vescovo rinnova la propria totale disponibilità ad accogliere ogni tipo di segnalazione che riguardi eventuali comportamenti inappropriati in ambito ecclesiale, ma la diocesi respingerà con forza la pratica di processi sommari e mediatici e le accuse strumentalmente diffamatorie, operando per il corretto accertamento dei fatti e, se del caso, tutelando gli interessati nelle sedi appropriate.
Di seguito riportiamo entrambi gli interventi:
Lettera di don Pietro Pinetto, inviata al Vescovo “Caro Vescovo,
dopo tanti mesi di angoscia e tormento personale dovuto alla diffusione di notizie di stampa che mi vedevano accusato e descritto come un mostro, finalmente ho ritrovato un po’ di serenità e trovo giusto condividere questo mio stato d’animo.
A seguito di quelle notizie ho fatto svolgere accurate indagini sugli episodi, assai risalenti nel tempo, dei quali venivo accusato; sulla base dei risultati ottenuti mi sono determinato a querelare coloro che le avevano diffuse. La Magistratura ha ritenuto di svolgere, a sua volta, indagini a riscontro delle mie affermazioni e, alla fine, ho avuto modo di confrontarmi personalmente con chi mi aveva accusato.
Da questo confronto è emerso che le cose, in effetti, non erano andate come inizialmente era stato affermato contro di me e che, in particolare, taluni episodi erano stati del tutto travisati.
Ritengo di poter serenamente convivere con la mia coscienza, come ho fatto finora, sapendo di non aver assolutamente commesso gli abusi dei quali ero stato accusato e ben potendo veder riconosciuta da tutti – proprio in ragione delle ritrattazioni del mio accusatore – la mia innocenza; peraltro sono consapevole, ancor di più di prima, di quanto sia necessario perdonare e ricevere perdono.
Qualcuno, forse – e per ragioni imperscrutabili – vorrà continuare in operazioni strumentali di scandalo e di conflitto violento, non pago delle profonde e personali conclusioni a cui sono pervenute (con fatica, ma costruttivamente) le parti in causa: me ne farò una ragione, convinto – come sono – di aver personalmente agito secondo coscienza e in modo conforme alla mia realtà sacerdotale; costoro faranno i conti con la propria di coscienza e, se del caso, si assumeranno la responsabilità del loro malevolo comportamento.
Voglio concludere ringraziando quanti mi sono stati vicino e, in particolare, quanti hanno consentito un positivo epilogo di questa vicenda, capaci di farci mettere in discussione e di accettare di comprendere le ragioni dell’uno verso l’altro.
Don Pietro Pinetto”
Lettera del vescovo Vittorio Lupi a don Pietro Pinetto Carissimo Don Pietro,
ho ricevuto la tua lettera in cui esprimi il sollievo per la felice conclusione della vicenda che, tuo malgrado, ti ha visto coinvolto. Sono stati mesi di sofferenza per tutti, ma alla fine fa piacere constatare che la verità viene a galla ed in termini assai distanti da quelli che erano stati originariamente prospettati.
Come sai, ho voluto anch’io appurare le eventuali responsabilità senza nemmeno avere la presunzione della tua innocenza: dalle indagini da me fatte svolgere e seguite da vicino ho potuto rilevare l’infondatezza delle accuse che ti venivano rivolte.
Nella mia convinzione, e nella mia certezza che man mano si faceva strada circa la tua innocenza, ero confortato dalle tantissime testimonianze dei tuoi parrocchiani, dei tuoi giovani e di tanti scout che ti conoscono bene e che mi hanno espresso nei tuoi confronti stima e apprezzamento e si sono dichiarati assolutamente determinati nel non dare nessun credito alle accuse che ti venivano mosse. Particolarmente significativa è stata l’adesione degli ex seminaristi che hanno voluto incontrarti per manifestarti la loro stima e il loro affetto. Sono la conferma del tuo positivo operare come educatore del Seminario.
Peraltro ho molto apprezzato che il tuo approccio alla vicenda non si sia limitato ad un arroccarsi su certezze e contrapposizioni: il tuo atteggiamento di comprensione verso le ragioni dell’altro e la riconciliazione che ne è conseguita mi paiono significative di uno stile che dovrebbe sempre informare il modo di procedere di questa nostra Chiesa.
Non mi resta che ringraziare il Signore per questa felice circostanza che vede da una parte restituita la dignità e l’onorabilità a un sacerdote ingiustamente e pubblicamente accusato e dall’altra, una personale presa di coscienza di situazioni di disagio e sofferenza. E’ questa presa di coscienza che ci fa capaci di ricondurre gli eventi nel loro giusto alveo di situazioni personali e non di messa sotto accusa di tutta la linea formativa del seminario quasi fosse una patologia di sistema, come affermato in maniera aberrante da alcuni.
Hai potuto, e noi con te, sperimentare la beatitudine di Gesù per coloro che sono ingiustamente insultati e accusati. Ti ricordo con affetto, prego per te e ti invio la mia benedizione.
Pubblichiamo con piacere la lettera aperta del parroco di S. Dalmazio uscita sabato 5 sul Secolo XIX. La Diocesi di Savona, circa 70 sacerdoti, una delle Diocesi più travolte e compromesse dallo scandalo pedofilia, uno scandalo che ha avuto risonanza in tutto il mondo al punto che Silvia Luzi ne ha voluto fare un film, uscito due settimane fa in 34 paesi.
Durante quello scandalo su settanta sacerdoti, solo due ebbero il coraggio di opporsi ad una “mafia” che non si vede ma c’è, una mafia che non è solo savonese.
Don Carlo Rebagliati e Giovanni Lupino furono gli unici due che sollevarono il problema di fronte ai fedeli e alla chiesa, che sprofondò come da manuale in un assordante silenzio.
Nel Trailer del Docu-Film di Silvia Luzi che vi proponiamo, alcune delle dichiarazioni di Giovanni Lupino, dichiarazioni in quel caso generiche ma che chiarisce accuratamente nella sua lettera aperta.
QUI il film completo “Il silenzio nel nome di Dio”
LETTERA APERTA:
Il Dott. Torello dice, sull’ultimo numero del giornalino diocesano, Il Letimbro, dove noto che da tempo imperversa un “bravo cortigiano” di nome Marco Gervino, tuttologo, che «le decisioni degli spostamenti dei parroci, fossero già state prese ratificate, in esclusivo ambito clericale». Caro dottore è sempre stato così. Anzi sottolineerei “in esclusivo ambito clericale molto ristretto” vale a dire quello dei cortigiani.
Entriamo nel dettaglio di alcuni pesanti esempi. Cari Fratelli in Cristo tutti noi abbiamo letto sul Letimbro le dichiarazioni d’amore di Don Giusto per il nuovo vescovo Lupi, a cui tutti dovevamo associarci come «figli” devoti dell’ennesimo sposo della nostra Madre Chiesa di Savona. Ma qualcuno ci ha mai spiegato quali cortigiani savonesi siano stati consultati per la sua nomina? O quale “Padrino’” Ligure o Romano lo ha battezzato? E che pensare del demenziale stile antiecclesiale dell’incardinazione dei preti stranieri? Decidono solo i vescovi, che dopo pochi anni lasciano la nostra Diocesi senza consultare nessuno. Questi preti non saranno mai veramente integrati Che Dio li assista.
Questo ci porta pensare il nostro Seminario vuoto, a quanto tempo abbiamo perso in questi anni. Vescovi insensibili e paurosi incapaci di affrontare seriamente il problema, per esempio coinvolgendo tutti i Teologi savonesi e gli amici delle grandi Facoltà Teologiche. Vescovi irresponsabili che hanno preferito che ogni Teologo coltivasse il proprio orticello, anche per emarginare Teologi sgraditi, contribuendo a distruggere ogni forma di collaborazione e progettazione futura. Da anni ormai il seminario di Savona è affidato a un Rettore che non sa neppure dove stia di casa la Teologia. Eventuali Laici educatori o teologi? E chi li ha p.ensati? In Diocesi i laici più illuminati dovrebbero essere quelli che hanno fatto scelte di servizio e di studio della Teologia Per esempio gli insegnanti di Religione. Purtroppo però, la cultura cortigiana, da anni, li ha travolti. Infatti solo i cortigiani e i clericali possono parlare e decidere la sorte dei colleghi. Servi della gleba. Da anni si sono arresi a chiedere criteri oggettivi di assunzione, concorsi interni graduatorie pubbliche. Non godono neppure troppa stima degli altri laici “impegnati” nella chiesa. In fondo sono privilegiati, poiché hanno un lavoro retribuito nella scuola pubblica. Quando, anche il Concordato, voluto da vescovi e politici dell’antico testamento, machiavellici e non cristiani, finirà di massacrare la dignità di tante persone?
I laici e i beni della chiesa. Tante chiacchiere e tanta demagogia poiché la logica curiale travolge tutti. Pratiche lente, burocrazia peggiore di quella pubblica, bilanci poco chiari, scandali edilizi trattative poco chiare col comune di Savona. Poveri, sfrattati con durezza scandalosa. E le colonie bergamasche?
I laici e gli scandali del clero. Qui responsabilità dei laici ne abbiamo vista davvero poca. Sembra prevalere nei più la logica della difesa della casta. Soprattutto se i preti sono amici. Come pure negli scandali della scuola si difendono i colleghi, non gli alunni. La vittima che grida e vuole giustizia dà fastidio. In fondo per i più uno deve continuare a soffrire in silenzio senza troppo strepito. Svegliare i fantasmi della nostra vigliaccheria, delle nostre rimozioni, dei nostri disagi, non ci piace. Come pure non accettiamo di mettere in discussione una chiesa che si nasconde dietro un diritto canonico incapace di gestire diritti e doveri di un cristiano. Tutto il Diritto vive una profonda crisi di identità, dominato com’è da un positivismo giuridico inguaribile, dall’idolatria sempre più insostenibile dei diritti esclusivi del singolo, ma il Diritto Canonico è semplicemente fuori dalla realtà, poiché i concetti di “legge di Dio” e “Legge di Natura” non condano più nulla. Va ripensata la Grazia, il Dono, l’Amore di Dio in Cristo, come realtà prima e ultima che fonda la vita cristiana, il sacro rispetto della vita di tutti a cominciare dagli ultimi, i piccoli, i poveri, gli innocenti.
Inizia un nuovo anno pastorale e tutti vogliamo riscoprire la nostra identità cristiana nella piena accettazione della nostra vita sacramentaria a partire dal battesimo. E allora bandiamo ogni prepotenza di chi decide per noi senza interpellarci, di chi cerca di blandirci con belle parole senza ascoltare le nostre ragioni, di chi vuole essere obbedito senza obiezioni e critiche fraterne, come un “tirannucolo permaloso”.
A Savona santa madre chiesa predica bene ma razzola…. malissimo.
Sono Francesco Zanardi, portavoce nazionale della Rete l’abuso, un ragazzo savonese che da anni si occupa di raccogliere, catalogare e denunciare storiacce di pedofilia e omertà a danno di minori perpetrate in particolare da ecclesiastici.
Io sono una vittima tra queste.
Uno che può essere antipatico, ma che ha svolto un lavoro corposo e delicatissimo nella raccolta e denuncia di casi analoghi, ora al vaglio di diverse Procure della Repubblica italiane compresa quella Savonese che ha già prodotto diverse condanne.
Uno che – su questi raccapriccianti argomenti- è stato intervistato dalle Iene, da Cnn, Servizio Pubblico e altre d testate internazionali. Uno che è diventato un simbolo per le vittime di questa lotta senza giustizia, in Italia.
La notizia è che dal 31 agosto scorso sono sotto sfratto : 55.000 euro mi sarebbero dovuti dal padrone di casa.
E il padrone di casa è tecnicamente il Seminario Vescovile di Savona.
La Chiesa, dunque, la quale ricevette come donazione ai fini di carità (sic), non solo l’appartamento in cui vivo, ma l’intero palazzo.
Non ci aspettavamo una mazzata simile a danno di una persona in difficoltà, con un credito di 55000 euro in lavori di ristrutturazione svolti, oggi senza lavoro e attorno al quale mani benedette e non, hanno fatto a dir poco terra bruciata.
Punire uno per educarne cento?
Ed educarli come, al silenzio timorato nei confronti di pedofili variamente conclamati?
Spero d’aver capito male, e che Santa Madre Chiesa sappia mettere in atto comportamenti perlomeno all’altezza dei Valori che promuove, ovunque e con ogni mezzo.
Papa Francesco docet.
Confido nel fatto che dopo le recenti dichiarazioni (menzogne senza pudore e coscienza) pubbliche del Vescovo di Savona e le promesse fatte alle vittime, riportate da tutte le testate giornalistiche locali e nazionali, i cattolici, lo stesso Papa Francesco, se veramente vuole rinnovare la sua decadente chiesa, si indignino ad avere un simile rappresentante nella Diocesi di Savona, ormai soprannominata dai media “la Diocesi della vergogna” o “ Il diavolo a Savona”.
Allego la documentazione e gli atti del tribunale comprovanti quanto sopra.
Racconto più dettagliato
Parte 1 http://www.casadellalegalita.info/archivio-storico/2013/11052-savona-i-gironi-infernali-perpetuati-dai-preti-e-protetti-dalla-chiesa-e-non-solo-prima-parte.html
Se i pedofili e la loro rete di protezione è ben protetta dalla Curia, le Diocesi si adoperano per far passare il peggio a chi osa denunciare la pedofilia e gli affari sporchi del clero. Savona ne è l’esempio più eclatante. Dove alle “coincidenze” (come nel caso di don Rebagliati) si aggiungono gli elementi documentali (come nel caso di Francesco Zanardi)…
Don Rebagliati non era un prete qualunque. Era l’Economo della Diocesi di Savona-Noli. Non riusciva più ad assistere agli affari sporchi che, soprattutto nella stagione del Vescovo CALCAGNO , detto “mitraglietta” per la sua passione per armi da fuoco e da guerra, divenuto poi elemento di punta del Vaticano e della gestione economico-patrimoniale della Santa (sic) Romana Chiesa. Rebagliati non poteva nemmeno veder perpetuata l’omertà che proteggeva, nella Chiesa, i preti pedofili.
Don Rebagliati raccontò quel sapeva a Francesco Zanardi e ad altri. Lasciò documenti che raccontavano giri di soldi da capogiro per “finte donazioni” che servivano a ripulire denaro sporco o per tornare indietro facendo fisso il Fisco. Raccontò del legame saldo con pezzi della ‘ndrangheta per riciclare denaro e per operazioni immobiliari. Raccontò dei casi di pedofilia, perpetuati da uomini della Chiesa, che i Vescovi di Savona-Noli aveva coperto, con la complicità di una ampia rete “civile”. Raccontò tutto anche in Procura. Verbalizzò.
Don Rebagliati di punto in bianco venne accusato di crimini sessuali da un soggetto che, guarda caso, venne sorpreso anche ad intimidire Francesco Zanardi, sotto la sua abitazione. Racconta Zanardi nel dettaglio: “Era il 2011, quando Giancarlo CASELLATO denuncia sotto spinta del vescovo Lupi (emerge agli atti) Carlo Rebagliati. L’accusa è tentato omicidio (hiv) e istigazione alla prostituzione. Il Vescovo subito dopo la denuncia rimuove Rebagliati dalla parrocchia e nel giro di poche settimane lo riduce allo stato laicale. Chissà perché non sono così veloci quando il prete è pedofilo. Rebagliati viene poi assolto per quell’accusa ma oramai la sua vita era distrutta. Il CASELLATO sempre nel periodo un cui è accaduta quella vicenda una notte pianta degli stuzzicadenti nel mio citofono per bloccarlo ed indurmi a scendere. Per sua sfortuna gli stecchini non tengono e così è costretto a inserirne in più volte più di uno. Nel frattempo avevo chiamato la mobile che lo sorprende proprio sotto casa.”.
Rebagliati quindi è uscito pulito da quella denuncia, che si dimostrò infondata, ma quella calunnia è servita a metterlo fuori gioco. La Diocesi, per volontà di CALCAGNO e con il Vescovo LUPI quale “esecutore”, cercò prima di “imprigionarlo”. Lo lasciarono Economo della Diocesi – nonostante la sua volontà di dimettersi – ma gli tolsero l’accesso alla gestione contabile della Diocesi stessa. Insomma: tenuto a forza a quella carica ma con una benda agli occhi ed i lacci alle mani.
Don Rebagliati era malato. Non aveva nulla. Se avesse abbandonato la Chiesa si sarebbe trovato senza possibilità di sopravvivere. E la Diocesi di Savona-Noli ecco che dopo la “bastonata” offre la mano dell’aiuto (avvelenato). Garantisce le cure a Rebagliati. Chi lo deve accudire e dove deve essere accudito è la Diocesi di Savona-Noli a deciderlo… Rebagliati è in balia dei suoi carnefici.
Il Vescovo LUPI lo riceve ed ha una sola preoccupazione – come testimonia la registrazione dell’incontro, in nostro possesso, effettuata da Rebagliati -. Questa preoccupazione del LUPI è di sapere che cosa aveva raccontato Rebagliati al Procuratore Capo di Savona, Francantonio Granero e cosa questi gli aveva domandato e messo a verbale.
Don Rebagliati aveva paura. Lo ha raccontato in un lungo dialogo che in parte abbiamo già pubblicato da tempo. Ed Don Rebagliati è morto, dopo due guasti alla macchina per la dialisi. Il primo lo mandò in setticemia. Pure se debilitato si riprese… ma al secondo guasto la setticemia lo ha annientato e di lì a breve tirò l’ultimo respiro.
Il girone infernale per Rebagliati inizia, guarda caso dopo che entrò in rotta di collisione con il potentissimo Mons. CACALGNO che da Savona salì nella gerarchia della Curia, nel “cerchio magico” del Vaticano. E quando le indagini sulle denunce delle vittime dei preti pedofili nel savonese, così come quelle sui conti e gli affari comuni che più di “santità” sapevano di “mafiosità”, per Rebagliati è stata la fine. Anche durante i ricoveri non mancava l’emissario della Diocesi che gli ricordava che era Chiesa a pagare le cure così che gli fosse chiaro che se fosse venuto meno al vincolo “omertoso” si sarebbe trovato in strada senza più cure.
E se il fascicolo “chiave” che porta a scoperchiare il caso GIRAUDO (che abbiamo visto nella prima parte) e quindi la vergognosa protezione posta in essere dalla Chiesa verso i pedofili, è del 2009, la Diocesi savonese non perde tempo nel muove subito contro il grande accusatore: Francesco Zanardi. Andiamo con ordine per capire come si è arrivati alla vendetta… Zanardi conosce bene la Diocesi savonese (ci aveva lavorato per la gestione informatica). Ma è soprattutto una vittima di GIRAUDO che ne abusò quando era minorenne. E’ uno di quelli che non sta zitto. Racconta e denuncia. Non si piega al “ricatto”. Anzi, cerca le vittime come lui e le indirizza a denunciare alla Magistratura per avere Giustizia.
Zanardi vive in una casa della Diocesi savonese. Un appartamento in via dei Cambiaso, che è diventato patrimonio della Chiesa per uno di quei tanti lasciti per “opere di bene” e che non si sa bene come è stata classificato “bene storico culturale”. Un lascito da parte di VESCOVO Giustina (di Alessandria cl. 1892) che fece ben due testamenti, in due giorni consecutivi con un notaio di Varazze, per quell’immobile ed altri (*). Per entrare in quell’appartamento Zanardi ha un regolare contratto di affitto, stipulato dal 1 gennaio 2005 che prevede un canone annuo di 3.600 euro d’affitto. E per poterci vivere deve fare dei lavori. Una radicale ristrutturazione che gli va a costare decine e decine di migliaia di euro oltre che non poter abitare nell’immobile affittatogli per diversi mesi.
L’Economo della Diocesi Carlo Rebagliati (che è il titolare della questione e che non a caso aveva firmato anche il contratto di locazione) concorda con Zanardi che quanto da lui speso (55.000 euro) per il restauro dell’appartamento saranno scalati dall’affitto.
L’Economo procede già nell’aprile del 2005 ad annotare che le mensilità da gennaio ad aprile viste le spese per i lavori sostenute da Zanardi. Il 1 gennaio 2006 sempre l’Economo della Diocesi, Rebagliati, mette nero su bianco che i canoni d’affitto di Zanardi sono da considerarsi pagati sino ad esaurimento del credito di Zanardi per i 55.000 euro di lavori di ristrutturazione.
Poi si aggiunge anche la liquidazione dovuta a Zanardi per il lavoro svolto presso la Diocesi sino al marzo 2007 e Don GIOCOSA mette nero su bianco che per tale liquidazione (unitamente al pagamento effettuato con assegno) che i canoni di affitto coperti con tale liquidazione portano a considerare pagate tutte le mensilità dall’aprile a dicembre 2007.
Di punto in bianco, eliminato Rebagliati (il “traditore” da schiacciare) per schiacciare Zanardi entra in azione il 2 settembre 2011 l’Avv. Stefano SAVI che su mandato del Vescovo LUPI chiede il pagamento dei canoni di affitto dal 2009, annunciando che in caso di mancato pagamento aveva già avuto mandato dal Vescovo di promuovere la causa di sfratto per “morosità”.
Ma come “morosità”??? Chi è “moroso” è la Diocesi verso Zanardi non l’inverso… Facciamo due conti:
– le mensilità coperte con il credito di Zanardi dalla Diocesi per i lavori di ristrutturazione (55.000 euro) sono 183;
– le mensilità coperte con il credito di Zanardi dalla Diocesi per la liquidazione sono 9;
– nel complesso si parla di 192 mensilità, ovvero 16 anni!!!
Zanardi ha quindi un affitto pagato con quanto la Diocesi gli deve dal 1 gennaio 2005 sino al 2021!
In Diocesi forse si sono resi conto che stanno entrando su un percorso minato.
E’ allora direttamente il Vescovo LUPI che il 14 settembre 2011 scrive in una raccomandata a Zanardi in cui comunica che il 31 dicembre 2012 non sarà rinnovato il contratto d’affitto.
Il giorno seguente, il 15 settembre 2012, l’Avv. SAVI Stefano e RUSSO Marco (lo stesso legale del GIRAUDO) promuovono l’azione di legale presso il Tribunale di Savona con un Atto di Intimazione di sfratto per “morosità”…
Zanardi resiste e promuove la sua difesa. Produce tutti gli atti, le lettere, tutto nero su bianco.
Gli avvocati del Vescovo LUPI e della Diocesi savonese cercano di disconoscere le lettere di Rebagliati dicendo che non aveva titolo a firmarle. Ma come, l’Economo che ha titolo di gestire gli immobili ed i fondi della Diocesi (tanto che aveva firmato lui il contratto di locazione) di punto in bianco viene “disconosciuto”? Non solo. Gli avvocati della Diocesi affermano che la comunicazione firmata da Rebagliati non sarebbe valida perché mancava la firma… ma poi producono una serie di “ricevute” per canoni di affitto “pagati” (ma che in realtà non erano stati pagati da Zanardi ma scalati dal credito che la Diocesi aveva con Zanardi) che sono prive di numero progressivo, di timbro e pure di firma!
Il Giudice, in udienza, afferma che se il Vescovo LUPI vuole “disconoscere” quel documento firmato da Rebagliati deve recarsi alla successiva udienza di persona ed affermarlo, assumendosi la responsabilità piena. A quel punto escono gli articoli sulla stampa… Il giorno seguente Rebagliati, ricoverato, riceve la visita di “MINACCIA” di mons. Antonio FERRI (attuale vicario generale della Diocesi) che gli dice di disconoscere quella lettera (abbiamo l’audio di Rebagliati che lo racconta, se dovesse servire a qualche Autorità!), ricordandogli che è la Diocesi che gli paga le sue cure!
Tra i testimoni indicati dagli Avvocati della Diocesi ci sono gli uomini fedeli del Vescovo LUPI e del Mons. CALCAGNO ma non c’è don Carlo Rebagliati. Ovvero per dire che Rebagliati non ha firmato un’accordo con Zanardi non si chiede al Giudice di sentire Rebagliati (allora ancora vivo), bensì altri!
All’udienza successiva il Vescovo LUPI non si presenta. Il Giudice non riconosce quindi la “morosità” imputata a Zanardi dalla Diocesi e proroga lo sfratto al 31 dicembre 2012 sino al 31 agosto 2013, rinviando per il merito a successiva udienza (che deve ancora tenersi).
Zanardi ha vinto, sbugiardando la Diocesi savonese che, con i propri legali affermava che lui fosse “moroso”. Ma è senza soldi. Ha investito tutto per quella ristrutturazione. Si è visto bruciare la terra intorno dal punto di vista lavorativo…La Diocesi lo sa… e non dimentica che Zanardi è una vittima ed anche uno dei grandi accusatori proprio dei pedofili savonesi e delle coperture a questi garantite dalla Diocesi. Zanardi ha costruito, in questi anni, una rete di monitoraggio e denuncia dei preti pedofili, in Italia ed all’estero. Raccoglie testimonianze e le porta a conoscenza delle Autorità e della pubblica opinione. Ed allora Zanardi deve finire per strada…
Ecco le “opere di bene” ed il senso di Giustizia della Chiesa, in terra di Savona!
Se non la volete chiamare vendetta, spietata vendetta per distruggere – mentendo sapendo di mentire – una persona, in che altro modo si può chiamare tutto questo?
(*) SUL LASCITO ALL’ISTITUTO DIOCESANO PER IL SOSTENTAMENTO DEL CLERO
La signora VESCOVO Giustina Placida Giuseppina Faustina, nata il 1 giugno 1982 e residente in vita a Savona sino aldecesso il 29 luglio 1983 fece ben due testamenti presso il Notaio MANUTI Domenico di Savona. Il primo testamento il 26 luglio 1983 ed il secondo il giorno seguente, il 27 luglio 1983.
La DIOCESI prima di accettare tale eredità di cui cui ai due testamenti in prossimità della morte, attese anni, ovvero sino al 13 gennaio 1988.
Per l’Atto di Successione dovrà trascorre ancora oltre un anno. Questi infatti venne iscritto alla Conservatoria dei registri immobiliari solo il 1 marzo 1989.
Guardandoai due testamenti, quello del 26 luglio 1983, si apprende che la VESCOVO Giustina annullava con quello, a pochi giorni dalla morte, il precedente testamento, indicando che lasciava tutto il suo patrimonio alla DIOCESI savonese per “OPERE DI BENE” (chissà se l’affittarlo, farsi pagare la ristrutturazione, e poi sfratatre gli inquilini senza rimborsagli le spese sostenute rientra nelle “OPERE DI BENE”… ma ci pare di no).
In quello del 27 luglio invece aggiunge un ulteriore bene all’eredità (una cascina ad Alessandria) che viene lasciata al suo “Amministratore e Procuratore generale”, Bianchi Felice.
Le firme della signora VESCOVO appaiono radicalmente diverse, seppur poste a distanza di un giorno…
A Savona tutto doveva restare nel più assoluto silenzio. Nell’assoluta impunità. Per la Diocesi gli abusi sessuali sui minori dovevano restare impuniti. Chi finiva vittima di quel girone infernale doveva subire in silenzio. Qualcuno però, alla fine, ha avuto il coraggio di denunciare. Di incoraggiare le altre vittime a denunciare. E questo non è stato tollerato dalla Diocesi che, con i suoi Vescovi, sapeva di don Nello Giraudo (come di altri) e lo (li) proteggeva e protegge.
Francesco Zanardi ha denunciato. Ha convinto a denunciare chi era stato, come lui, vittima. Ha convinto a parlare di quei fatti, di quelle vergogne, chi nella Diocesi sapeva. Francesco Zanardi, così come don Carlo Rebagliati (l’ex economo che raccontò tutto, e non solo sui prelati pedofili, anche alla Procura della Repubblica) entrarono così in un altro girone infernale.
Ora qui, in questa prima parte, pubblichiamo ciò che non è mai stato pubblicato. La storia, con gli Atti, delle inchieste a carico di don Nello GIRAUDO e monsignor LANFRANCONI e, con questi, le omissioni della DIOCESI savonese e di quanti altri sapevano ed hanno omesso di impedire che Nello GIRAUDO frequentasse minori, tra campi scout e parrocchie…
E’ una storia che ha origine nei campi Scout “Savona 10”, dove il prelato Nello GIRAUDO poneva le sue attenzioni e pratiche sui ragazzini. Era il campo scout dove tra i “responsabili” vi erano il fratello di GIRAUDO, Livio, ed uno dei due “capi-gruppo” era Isabella SORGINI, divenuta poi moglie di Livio GIRAUDO e cognata di don Nello GIRAUDO. Livio GIRAUDO poi alla guida dell’ATA, la municipalizzata del Comune di Savona e Isabella SORGINI attuale Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Savona. Due nomi indicati dallo stesso GIRAUDO nelle pagine della sua difesa.
Una storia che poteva essere stroncata sul nascere se chi aveva responsabilità, dagli Scout alla Diocesi, avessero presentato denuncia contro Nello GIRAUDO. Una storia che – come hanno raccontato le Iene – è stata invece coperta da una cappa di omertà meschina. Al diffondersi delle “voci” (e delle prime denunce!) sugli abusi compiuti dal GIRAUDO, la Diocesi applicava la più perversa pratica che la rendeva complice: tacere nel più assoluto stile omertoso, spostando di sede e funzione il GIRAUDO nella zona del savonese, permettendogli di continuare nella sua vergognosa pratica sui minori.
Il fascicolo su Nello GIRAUDO viene aperto dalla Procura di Savona nel 2009. Dalle testimonianze raccolte, così come dalle denunce ed esposti presentati, il quadro sui suoi comportamenti diventano evidenti quanto inconfutabili. Evidenti come il fatto che la Diocesi sapeva tutto, così come – dalle stesse memorie difensive di GIRAUDO, prodotte dal noto avvocato Marco RUSSO, esponente del PD – il fatto che una delle vittime certamente “era affidato “per ragioni di cura, educativa, vigilanza e custodia” a Stefano CORSINOVI e Daniela CARINI, nonché a Isabella SORGINI e Sandro FOLCO”.
Questa storia racconta che Nello GIRAUDO andava ai campi Scout del “Savona 10” sia responsabilità della propria funzione “pastorale”, sia occasionalmente e senza alcuna specifica “missione”. Come detto la Diocesi savonese (così come il Vaticano) sapeva tutto, tanto che, in un carteggio tra il Vaticano ed il Vescovo di Savona-Noli, Vittorio LUPI, tra il 29 marzo 2010 ed il 16 aprile 2010, si legge “mi riferisco al caso del Rev. Nello GIRAUDO, del Clero della Sua Diocesi, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al Vicariato Generale la propria tendenza pedofila”.
Dagli Atti interni della Diocesi savonese si apprende che nonostante si sapesse delle pratiche sessuali del GIRAUDO Nello, gli si permetteva di avere continui rapporti con minori e che la principale preoccupazione del Clero fosse che nulla trapelasse sui giornali. Si legge chiaramente, per le stesse affermazioni del Vescovo LUPI, che sul “banco degli imputati” per la Diocesi, non vi era il “povero” Nello GIRAUDO, bensì Francesco Zanardi che denunciava tali fatti e li rendeva noti attraverso gli organi di informazione.
La Diocesi ha una responsabilità oggettiva negli atti perpetuati da Nello GIRAUDO. E’ chiaramente indicata anche dal GIP di Savona in merito all’ex Vescovo Mons. LANFRANCONI.
Si legge nell’Ordinanza del GIP di Savona: “alla luce di tutti gli elementi sopra elencati non vi è dubbio che LANFRANCONI fosse a conoscenza delle gravi condotte addebitate al GIRAUDO e, nonostante spettasse a lui, quale ordinario della Diocesi alla quale detto sacerdote apparteneva, tutelare la comunità dei fedeli (ed in special modo i minori) che venivano a contatto con Don Nello si guardò bene dall’assumere qualsivoglia iniziativa volta ad evitare che questi continuasse nelle sue esecrabili condotte, addirittura consentendogli di gestire una comunità per minori con difficoltà familiari (e, per ciò stesso, particolarmente fragili e privi di protezione)”. Ed ancora: “insomma, nonostante l’indagato (LANFRANCONI, ndr) avesse il potere ed il dovere di scongiurare la perpetrazione da parte del GIRAUDO di gravi condotte delittuose (quali quelle compiutamente descritte dalle sue vittime ZANARDI Francesco, (…omissis…) o, comunque, di limitarle, nulla fece in tal senso, non agendo neppure al fine di fare giustizia all’interno dellasocietas perfecta costituita dalla chiesa (cfr. le dichiarazioni ex art. 362 CPP rese da Don REBAGLIATI) e rendendosi in tal modo corresponsabile di tali condotte”.
Il successore del LANFRANCONI alla guida della Diocesi di Savona-Noli, Mons. Domenico “armeria” CALCAGNO, era ben conscio della questione GIRAUDO. Né scrisse a RATZINGER quando questi era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Era nel settembre 2003. Scrive non per annunciare una denuncia all’Autorità Giudiziaria ma per chiedere consiglio. Consigli che non arriveranno, nemmeno quando RATZINGER (già informato) divenne Papa.
Sono passati 33 anni da quando GIRAUDO venne denunciato la prima volta, appena ordinato sacerdote e nominato vice-parroco a Valleggia. 33 anni passati da quanto (lo si legge nelle stesse carte della Diocesi) “si è verificato il primo, serio inconveniente (incoveniente, sic! ndr): insegnante di religione nelle statali è stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei riguardi del suo bambino (tenuto sulle ginocchia e palpato in modo difficilmente precisabile)”.
In Diocesi (e poi in Vaticano) sanno ma tacciono. Lo sanno per certo i Vescovi con i quali GIRAUDO si è confessato. Scrive il GIP del Tribunale di Savona: “la circostanza (riferita dal medesimo GIRAUDO) che egli avesse confidato “soltanto in confessionale” i suoi problemi ai Vescovi che si erano succeduti alla guida della Diocesi (e quindi al LANFRANCONI), avrebbe impedito a quest’ultimo di denunciare il sacerdote alle autorità competenti, non non di assumere i provvedimenti opportuni atti a scongiurare il compimento da parte dello stesso di atti di pedofilia”.
La stessa Comunità per Minori che era stata attivata dallo stesso GIRAUDO nell’ambito della propria attività pastorale, è sta chiusa solo a dopo che non venivano più mandati minori a tale comunità.
In una nota interna della Diocesi savonese si legge che la Comunità veniva vista dal Vescovo CALCAGNO come un pericolo per don GIRAUDO e non invece, come dovrebbe essere, per i minori affidati ad una Comunità gestita da un pedofilo.Testualmente: “Mons. CALCAGNO, giunto a Savona nel marzo 2002, già in angustie perché intuisce il pericolo a cui don Nello (GIRAUDO, ndr) si espone (anche perché continua a gestire la comunità senza un preciso programma educativo), riceve confidenze allarmate di un assistente sociale che gli comunica che vari Comuni hanno deciso di non affidare altri ragazzi alla Comunità”.
Incalza il GIP di Savona:“triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del GIRAUDO e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.”
GIRAUDO ha evitato il processo patteggiando un anno di reclusione, ma resta aperta la domanda del perché, oltre alla Diocesi, nessuno dei responsabili Scout del gruppo SAVONA 10 (tra cui il fratello di don GIRAUDO, Livio e la SORGINI) abbiano impedito che Nello GIRAUDO – noto già dal 1980 per la predilezione a rapporti sessuali con i minori !!! – frequentasse i campi scout (sia in veste formale, sia in quella informale).
Resta anche un’altra amarezza, che affronteremo nella seconda puntata, per il fatto che per la Diocesi (e amici fedeli) la “peste” da annientare non erano i pedofili che indossano l’abito talare, ma coloro che aveva avuto la “colpa” di denunciare all’Autorità Giudiziaria il GIRAUDO ed i suoi protettori.
Monsignor LUPI, attuale Vescovo di Savona, aveva annunciato lo scorso anno che la Chiesa vuole Giustizia, ma l’unica cosa certa è stata la “vendetta” contro chi ha osato rompere l’omertà… ed allora di tutto questo occorre che la comunità venga a conoscenza, diversamente Zanardi e i compagni di sventura, saranno vittime per la seconda volta.
SENTENZA STORICA DELLA CASSAZIONE: STOP AI TENTATIVI DI INQUINAMENTO DELLE PROVE DA PARTE DEI MINISTRI DI CULTO DUE I CASI IN PROVINCIA DI SAVONA – DIOCESI DI ALBENGA E DI SAVONA-NOLI – CHE POTREBBERO ESSERE TOCCATI DALLA SENTENZA Maggio è il mese delle vittorie per la Procura della Repubblica di Savona. Un Ufficio che, a parere della rete nazionale a tutela dei bambini Rete L’ABUSO, sta combattendo da anni e senza timori non solo contro gli abusi sessuali a danno di minorenni, ma anche al fine di colmare un enorme vuoto legislativo di cui, in Europa, solo l’Italia è rimasta fanalino di coda anche in confronto a quei Paesi che noi definiamo del terzo mondo. La causa è da ricercarsi in una politica colma di connivenze le quali hanno spesso come obbiettivo la tutela del clero, ma che si riflettono naturalmente in tutto ciò che è materia di abusi sessuali sui minori anche da parte di laici. Lo scorso 8 maggio il Giudice Fiorenza Giorgi del tribunale di Savona ha emesso un provvedimento storico in Italia: per la prima volta ha perseguito le responsabilità di omissione da parte di Un Vescovo, Dante Lafranconi, ora a Cremona, nei delitti sessuali compiuti dal pedocriminale Nello Giraudo di cui per gli artt. 110, 40, II comma, 609 bis, 609 ter, 609 quater C.P., il Vescovo avrebbe omesso le sue responsabilità e il dovere/potere di fermare. Oggi una nuova sentenza storica della Cassazione, ottenuta ancora una volta grazie alla Procura della Repubblica di Savona la quale è riuscita a perseguire chi cerca di inquinare le prove o fare in modo che le vittime ritrattino. In sostanza fino a oggi i tribunali, qualora ci fosse stata omissione di denuncia da parte della vittima o dei familiari nel denunciare un abuso, non tenevano conto di eventuali tentativi (inquinamento delle prove) da parte di terzi nell’influenzare vittime e familiari a non denunciare. Oggi, a seguito di questo pronunciamento, la situazione sarà ben differente: si dice infatti che “Per condotta di favoreggiamento personale deve intendersi non solo quella diretta a deviare le indagini già in atto, ma anche quella diretta ad evitare che l’autorità proceda ad accertamenti in ordine al reato e alla scoperta dell’autore di esso”. Si apre a questo punto un’altra “gatta da pelare” non solo per la Diocesi di Albenga, alla quale fa riferimento il caso esaminato dalla Cassazione, F.L. , parroco di (omissis), ma anche per la Diocesi di Savona-Noli che, attraverso i suoi rappresentanti e non, sta avvicinando le vittime savonesi chiedendo senza troppi mezzi termini di “ritrattare” le deposizioni. Come portavoce nazionale di Rete L’ABUSO, a nome delle vittime, voglio esprimere la mia massima stima al Procuratore Capo Francantonio Granero non solo per il risultato ottenuto, ma soprattutto per il senso civico e per l’interessamento e il notevole contributo che dimostra in questa battaglia di civiltà, dove troppo spesso vediamo ritrarsi istituzioni, servizi sociali e amministratori locali, nonché le famiglie, che oramai troppo frequentemente omettono per prime le denunce per paura di ripercussioni. Francesco Zanardi Portavoce Rete L’ABUSO
Don Carlo Rebagliati, ex Economo della Diocesi di Savona, racconta che per aver denunciato gli intrecci ed affari tra Chiesa, Ior, massoneria e ‘ndrangheta è a rischio della vita.
Che da Roma è arrivato l’ordine di eliminarlo, racconta… è fine 2011. Dall’estate 2012 ha “incidenti” con la macchina per la dialisi ed a gennaio 2013 muore.
Nell’audio di questo video alcuni frammenti di cosa raccontava nel finire del 2011, epurato dagli interventi degli interlocutori per non “esporli”.
A differenza di quel che avviene in Italia, negli Stati Uniti si è formato un gruppo di preti e religiosi, i Whistle-blowers (informatori), impegnati nella più severa lotta alla pedofilia nel clero. Sono loro gli autori di un’esplicita lettera a papa Francesco perché realizzi il proprio programma di tolleranza zero secondo precise tappe. Un appello drammatico, poiché “il ministero dei preti che commettono abusi sessuali distrugge il mio ministero”.
E’ dunque la risposta cattolica, proveniente dall’interno della Chiesa statunitense, all’attacco ateo contro gli stessi casi di pedofilia e abusi sessuali. Stessa strategia, stessa durezza richiesta al papa, sia da parte dei preti e religiosi americani che si sono dati appuntamento in un convegno a Manhattan, sia parte, per esempio, della rete L’Abuso. Si tratta in entrambi i casi di persone, in America consacrati in Italia atei o laici con l’aiuto e la testimonianza di sacerdoti, che hanno avuto conoscenza diretta di vittime di abusi, o lo sono loro stessi, e chiedono che i responsabili vengano denunciati e messi nelle mani della Giustizia, come ogni cittadino.
L’articolo uscito oggi sul New York Times mostra una decisione esemplare da parte di questi preti e suore. Si accorgono che il silenzio e la protezione omertosa delle vittime di abusi demolisce la credibilità della Chiesa: non c’è in loro l’atteggiamento inibito e sottomesso di gran parte del clero italiano.
I Whistle-blowers americani chiedono che i vescovi che non segnalano i responsabili di abusi sessuali vengano rimossi dall’incarico. Il recente caso di Newark assomiglia tanto a un caso italiano, anzi a più di uno. Un prete macchiatosi di abusi sessuali, grazie all’arcivescovo, ha potuto addirittura trascorrere dei weekend con gruppi di minori e ha avuto persino responsabilità di formazione del clero nella stessa diocesi in quel periodo. Poi è arrivata la polizia.
È lo stesso meccanismo cattolico di protezione di responsabili di abusi sessuali, in Italia come negli Stati Uniti. E gli esempi tratti dalle cronache americane (ben noto il caso di Los Angeles, ma non solo) danno ragione ai preti che vogliono informare la polizia e ottenere le dimissioni dei vescovi omertosi (è per questo che la rete l’Abuso ha denunciato proprio il vescovo di Cremona Dante Lafranconi, poi salvatosi grazie alla prescrizione), come altri vescovi della diocesi di Savona.
È questa la vicenda ricostruita anche a Cremona dalle Iene, tanto criticate dalla Chiesa locale ma dotate di documenti e testimonianze dirette.
Ecco le richieste degli Informatori statunitensi per salvare la Chiesa cattolica, in inglese per gli appassionati della lingua originale.
The group has sent a letter to Pope Francis asking him to take several significant steps to heal victims and restore the church’s credibility: revoke all oaths of secrecy, open the files on abuse cases, remove from office any bishops who obstructed justice and create an international forum for dialogue between survivors and church leaders.
A Papa Francesco gli Informatori chiedono con la loro lettera – traducendo questo programma rivoluzionario – di revocare la segretezza di tutti gli atti, aprire e rendere pubblici i dossier sui casi di abusi, rimuovere dall’incarico tutti i vescovi che hanno ostacolato la Giustizia e creare un forum internazionale per il dialogo fra i sopravvissuti dagli abusi e i leader della Chiesa.
Per la prima volta nel nostro Paese si farà appello ai tribunali ecclesiastici. Negli Stati Uniti nel 2007 l’arcidiocesi di Los Angeles venne condannata a versare 660 milioni di dollari. Tutto parte dalla diocesi di Savona dove Francesco Zanardi, vittima e fondatore di Rete L’Abuso, aveva portato alla scoperto una catena di scandali
È in arrivo un terremoto per le diocesi italiane: le vittime di pedofilia chiederanno un indennizzo ai vescovi per gli abusi subiti dai preti passando attraverso i tribunali ecclesiastici diocesani. A riferirlo è Francesco Zanardi, fondatore di Rete l’Abuso che, molestato da ragazzo, ha portato allo scoperto la catena di scandali che ha coinvolto la diocesi di Savona
Il codice canonico inserisce la pedofilia nei delicta graviora (i delitti più gravi), riconoscendo procedure di risarcimento delle vittime. È tutto scritto nel codice, ma in Italia nessuno ancora l’aveva fatto. Gli abusati, rappresentati da avvocati specializzati in diritto canonico, possono chiedere i danni ai vescovi delle diocesi competenti, che sono quindi obbligati a procedere istituendo un processo canonico civile. Secondo Rete l’Abuso sarebbero almeno 400 le vittime dei preti pedofili in Italia che possono dare il via alla procedura canonica di risarcimento danni, rischiando di mettere le finanze delle diocesi in seria difficoltà.
Nel 2007 negli Stati Uniti l’arcidiocesi di Los Angels versò 250 milioni di dollari dei 660 totali riconosciuti alle 580 vittime accertate, oltre 1 milione di dollari a vittima (i rimanenti furono versati dalle assicurazioni). Per risarcire le vittime la diocesi vendette un grattacielo, immobili e terreni di proprietà. Fu l’indezzo più alto mai imposto dalla giustizia americana nello scandalo dei preti pedofili.
In Italia l’apertura di procedure canoniche civili potrebbe portare all’avvio di processi penali canonici che, secondo Rete l’Abuso, difficilmente vengono promossi dai vescovi delle diocesi competenti contro i preti accusati. Uno fra tutti è il caso della diocesi di Savona dove don Nello Giraudo accusato di aver abusato di ragazzini tra gli 1980 e il 2009, nel febbraio 2012 patteggiò un anno con la condizionale. Nel fascicolo raccolto contro di lui dalla Procura di Savona emersero alcuni documenti che dimostravano come le gerarchie ecclesiastiche fossero a conoscenza degli abusi, senza che nella diocesi si fossero mai presi adeguati provvedimenti. In una lettera del 2010 dell’Arcivescovo Luis Ladaria all’attuale vescovo di Savona Vittorio Lupi si legge: “Mi riferisco al caso del Rev. Nello Giraudo del clero della sua diocesi, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minore e che nel 2002 manifestava al Vicario Generale la propria tendenza pedofila […] il suo predecessore Mons. Domenico Calcagno segnalava il caso a questa Congregazione […] il 4 aprile 2006 egli fu invitato ad avvicinare il chierico per chiedergli se intendesse domandare al Santo Padre la dispensa da tutti gli oneri sacerdotali, in caso contrario avrebbe dovuto attivare un processo penale amministrativo ex can 1720 nei confronti del sacerdote, essendo ormai trascorsi quattro anni la invito a informare questo dicastero sull’evoluzione del caso”.
Secondo Rete l’Abuso il processo canonico contro Giraudo non si è mai celebrato e don Nello è di fatto, ancora oggi, un prete. La mancata apertura di un procedimento penale canonico avrebbe anche impedito il conseguente riconoscimento dei danni alle vittime da parte della diocesi. L’associazione si sta mettendo in contatto con tutti gli abusati da suore e preti in Italia per fornire loro adeguate indicazioni su come meglio procedere. “Il primo consiglio”, dice Francesco Zanardi, “è quello di non andare da soli a parlare con i vescovi, ma rivolgersi prima a un avvocato esperto in diritto canonico e fare le giuste rivendicazioni alle diocesi”. È evidente che, se questo procedimento inedito dovesse avere successo, si aprirebbe un precedente in Italia per tutte le vittime che, ancora oggi, non hanno avuto giustizia.
RITENIAMO CHE“la sola preoccupazione dei vertici della curia sia stata quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti… l’allora Vescovo di Savona non ha esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli… nessuna espressione di rammarico risulta a favore degli innocenti fanciulli rimasti vittime delle ‘attenzioni’ del sacerdote“. Sono le parole tratte dalla sentenza del Giudice della Procura di Savona Fiorenza Giorgi riferite agli atteggiamenti omissivi a danno di decine di minori della Diocesi di Savona-Noli.
Oggi il problema si affronta con una sonora e assordante strombazzata mediatica apparsa sulle prime pagine di tutti i giornali. Nulla di fatto neanche questa volta malgrado le scuse alle vittime e le promesse al grido “MAI PIU” fatte dal Vescovo Lupi durante l’omelia davanti alle 5000 persone intervenute alla festa Patronale lo scorso 18 marzo al Santuario di N.S. di Misericordia. Una strombazzata, come quella della collaborazione con CISMAI, il Coordinamento Italiano contro gli Abusi all’Infanzia, grazie al quale la Diocesi savonese si è spacciata come risolutiva e all’avanguardia, ma nei fatti non ha offerto alcun sostegno alle vittime che, al contrario, si sono dovute rivolgere a Rete L’ABUSO.
Scuse sì, atti concreti nessuno.
Difficile, quindi, accettare quelle scuse. Perché nel frattempo il Vescovo non dava seguito alle denunce delle vittime. Vittime che non chiedevano soldi, ma tutela per ibambini rispetto agli stessi sacerdoti che avevano abusato di loro, nulla di più. La Diocesi invece continua a perseguitare con ritorsioni quelle stesse vittime e quei testimoni, sacerdoti compresi che hanno osato denunciare le molestie.
Anche il recente caso del sacerdote accusato di molestie era già stato denunciato da Rete L’ABUSO e da alcune vittime al Vescovo ben 3 anni prima. Ma anche quella volta, al di là delle promesse e delle rassicurazioni, venne meno la parola data.
Tante rassicurazioni arrivano solo dopo la trasmissione LE IENE che ha lasciato sgomenta Savona e tutta Italia. Ma le rassicurazioni se non sono seguite da fatti concreti diventano bugie, in questo caso BUGIE CHE FANNO MALE AI BAMBINI.
Cosa possiamo pensare oggi: alla beata ingenuità della Diocesi e dei vescovi o a un comportamento omissivo e reiterato di fronte a questo tipo di crimini?
Con quale coraggio i savonesi potranno ancora mandare i propri figli in parrocchia o al campo solare o in campeggio, sapendo che questa è la tutela che la Diocesi savonese dà non ai bambini, ma ai sacerdoti molestatori? CON TUTTO IL BENE CHE LA CHIESA DICE DI FARE NEL MONDO, SOLO A SAVONA NON SA FARE NULLA PER LE VITTIME DEI SUOI PRETI PEDOFILI.