Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le vittime di abusi sessuali chiedono l’intervento dell’ONU e del Vaticano

    Le vittime di abusi sessuali chiedono l’intervento dell’ONU e del Vaticano

    “È una pandemia e deve finire”, ha detto martedì ai giornalisti a Ginevra Adalberto Mendez, fondatore di Ending Clergy Abuse (ECA). “È un problema enorme, un problema di diritti umani, non solo in Europa, ma in tutto il mondo”.

    A Ginevra, i membri dell’ECA e le vittime terranno dei colloqui a margine del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. L’obiettivo è quello di avere un primo incontro con i rappresentanti degli Stati su come ritenere il Vaticano responsabile delle violazioni dei suoi obblighi internazionali.

    Sono previsti colloqui anche con i Comitati per i diritti dell’infanzia e contro la tortura. L’ECA vuole sapere se la Santa Sede ha risposto ufficialmente alla richiesta avanzata quasi dieci anni fa nei rapporti degli esperti indipendenti di questi due organismi affinché il Vaticano onorasse i suoi obblighi internazionali.

    La Corte intende continuare il proprio lavoro all’Aia. Vuole chiedere alla Corte internazionale di giustizia (ICJ) un’analisi dello status giuridico della Santa Sede. Vuole anche che la Corte penale internazionale (CPI) si occupi di alcuni casi.

    Coinvolto il Canada

    “I genocidi e i crimini contro l’umanità non vengono perpetrati esclusivamente durante le guerre”, ha affermato Mendez. “Nel caso degli abusi del clero in Canada, si tratta chiaramente di un genocidio”, ha detto. “E in Colombia abbiamo assistito forse al primo caso concreto di crimini contro l’umanità da parte di un’agenzia ecclesiastica e di un gruppo di sacerdoti.”

    I leader dell’ECA sono stati accompagnati a Ginevra da diversi sopravvissuti agli abusi provenienti da diversi paesi. “Chiedo a Papa Francesco di smettere di insabbiare alcuni autori”, ha detto Diego Perez dall’Argentina. Il suo aggressore si è suicidato, ma Perez sta dando la caccia all’uomo che ha protetto il prete, Victor Fernandez.

    Era uno dei nuovi cardinali nominati pochi giorni fa dal Papa, insieme a Emil Paul Tscherrig del canton Vallese in Svizzera.

    Un’altra vittima, la canadese Evelyn Korkmaz, ha chiesto alla Chiesa cattolica del suo Paese di aprire i suoi archivi dopo la scoperta, due anni fa, di fosse comuni che coinvolgevano più di 200 bambini indigeni in Canada. “Continuerò a parlare apertamente finché non ci sarà tolleranza zero”, afferma.

    Questi bambini furono allontanati con la forza dalle loro famiglie e educati in un istituto cattolico dalla fine del XIX secolo fino alla fine degli anni ’60. Il sito fu poi rilevato dal governo negli anni ’70 e chiuso a metà degli anni ’90.

    Lunedì, l’ECA ha presentato a Roma una proposta per una legge di “tolleranza zero”, che vuole che il Vaticano faccia rispettare. Secondo l’Ong, i preti responsabili di abusi e coloro che li insabbiano dovrebbero essere privati ​​di ogni titolo religioso.

    In Svizzera, un recente studio dell’Università di Zurigo ha riferito che dal 1950 in Svizzera sono stati perpetrati oltre 1.000 atti di abuso sessuale da parte di chierici cattolici e membri dell’Ordine.

    “Il caso della Svizzera mostra la portata del problema”, ha detto Mendez. Il numero totale delle vittime nel mondo è incerto. Ufficialmente si stima che siano circa 100.000. Ma questa cifra potrebbe essere tre volte superiore solo in alcuni paesi, afferma il fondatore dell’ECA.

    https://www.swissinfo.ch/eng/society/victims-of-sexual-abuse-demand-action-from-un-and-vatican/48858128

  • Rete L’ABUSO NEWS – edizione 4 del 30 settembre

    Rete L’ABUSO NEWS – edizione 4 del 30 settembre

    • Franceso Zanardi – Report delle vittime sulle omissioni al Motu proprio della Conferenza  Episcopale Italiana

    “Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”

    Matteo Zuppi

    … Le botte poi invece le hanno date e a prendersele sono state ancora una volta le loro vittime.

    Abbiamo cercato di fare chiarezza sui progressi della chiesa in tema di abuso sessuale su minori e persone vulnerabili aiutati da un dato a campione notevole, 332 casi italiani, quelli documentati direttamente attraverso i sopravvissuti che si sono rivolti all’Associazione durante i suoi 13 anni di attività unica in Italia.

    Le interrogazioni che ci siamo posti nell’indagine;

    • Quale livello di giustizia per le vittime è stato ottenuto?
    • Quale livello di sicurezza, prevenzione si è raggiunto?
    • Quale livello di controllo sulle gerarchie e coloro che insabbiano?
    • Quali differenze tra l’Italia e gli altri paesi?
    • Affidabilità della “linea italiana” della Cei ?

    Ebbene non i risultati, ma nello scrutinio delle schede, questi i dati che emergono sistematici, quindi scontati.

    Il report sarà reso pubblico nei prossimi giorni a Roma, durante il sinodo e la annessa manifestazione di 3 giorni (dal 27 al 30) organizzata da Eca Global di cui Rte l’Abuso è fondatrice e che raggruppa le associazioni dei sopravvissuti in tutto il mondo.

    A questo proposito la Redazione del TG NEWS annuncia fuori dalla sola edizione del sabato, contributi speciali sugli eventi che avranno luogo a Roma.


    • Alessio Di Florio – Un prete-preside videopedofilo su cui è calato il totale silenzio

    La settimana scorsa abbiamo raccontato una vicenda partita dalla Sicilia e giunta in Vaticano di un prete che ha molestato ed umiliato per anni un ragazzo. «Mi convinse a fare delle video chat erotiche con un prete di Chieti» ha dichiarato la vittima a Repubblica ormai quasi un anno fa. Il prete «da un lato lo umilia dicendogli che è “un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente”, dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: “il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione”» si legge nell’inchiesta di Federica Tourn sul quotidiano Domani.

    Sono passati oltre nove mesi dalla pubblicazione dell’inchiesta di Federica Tourn e ancora di più dalla pubblicazione di Repubblica. Sin dal novembre 2022 su WordNews.it abbiamo cercato di spezzare il totale silenzio che in provincia di Chieti è calato sulla vicenda. Nonostante se ne sono occupati organi di stampa nazionale nessun turbamento e nulla di nulla. Così come nessun intervento da parte della Diocesi e del vescovo Bruno Forte, grande protagonista del Sinodo per le Famiglie, dopo che nei primi mesi di quest’anno a Chieti è scattata un’inchiesta per prostituzione e pornografia minorile e atti sessuali con un minorenne, chat sulle principali piattaforme social e di messaggistica istantanea in cui si sono diffusi foto e si coordinavano gli accusati nulla di nulla

    Il vescovo che ha trovato il tempo di polemizzare con un sindaco per le «strade», che in occasione dell’Abruzzo Pride ha inviato un comunicato contro (rimasto per giorni e giorni in alto e in grande evidenza sul sito della Diocesi) mentre nulla sulle violenze omofobe e neofasciste contro alcuni partecipanti, che ripetutamente ha preso posizione contro incontri pubblici (appoggiando di fatto posizioni di Forza Nuova, senza nulla dire quando Roberto Fiore – la cui storia è ampiamente pubblicata sul web – è venuto in città), che ama la famiglia e i più piccoli, nulla di nulla ha mai avuto da dire su questi fatti, sulla denuncia di un «preside» e sull’inchiesta dell’inizio di quest’anno. Sono passati ormai oltre dieci mesi e nessuno è stato turbato. E come su WordNews.it abbiamo sottolineato più volte resta un pesante interrogativo su tutti: se nulla si sa, se nulla si vuol dire, se nessuna posizione si prende il personaggio accusato dalla vittima di Siracusa continua a frequentare scuole e quindi anche minorenni? Una circostanza che turberebbe chiunque ma non, a quanto pare, nella provincia teatina chi dovrebbe …

    Fonte: Repubblica, Domani, WordNews.it


    • Ludovica Eugenio – Francia: il cardinale Ricard condannato dal Vaticano per abuso sessuale

    Il card. Jean-Pierre Ricard, 78 anni, arcivescovo emerito di Bordeaux, figura di spicco della Chiesa francese, è stato interdetto dal Dicastero per la Dottrina della Fede dall’esercizio pubblico del suo ministero presbiterale, tranne che nella diocesi dove risiede, quella di Digne, nell’Alta Provenza, secondo quanto riporta il quotidiano francese La Croix (27/9). L’accusa era di violenza sessuale aggravata su una donna minore all’epoca dei fatti, ed era stato archiviato per prescrizione dalla procura di Marsiglia il 25 febbraio scorso. La giustizia ecclesiastica nel frattempo è andata avanti, con un processo canonico; il dossier, nelle mani dell’arcivescovo di Marsiglia card. Jean-Marc Aveline, è stato così trasmesso a Roma, al Dicastero per la Dottrina della Fede.

    L’interdizione a dire messa in pubblico e ad amministrare i sacramenti è valida però solo fuori dai confini della diocesi in cui Ricard risiede, Digne, nell’alta Provenza, grazie a un accordo con il vescovo locale, mons. Emmanuel Gobilliard, che tuttavia appare piuttosto critico: «Non sono d’accordo – si legge su La Croix – che il cardinale Ricard celebri per il momento nella diocesi di Digne, gliel’ho detto, spero che la sanzione venga applicata anche qui». Quanto a Ricard, ha detto di non voler “generare né alimentare alcuna controversia” .

    Presidente della Conferenza episcopale di Francia dal 2001 al 2007, Ricard si era autoaccusato lo scorso novembre, durante l’assemblea d’autunno dei vescovi, in una lettera ai suoi confratelli: «Mi sono comportato in modo riprovevole, 35 anni fa, quando ero parroco, con una ragazza di 14 anni. Il mio comportamento ha necessariamente causato conseguenze gravi e durature in questa persona», aveva detto. Emerse poi che il caso era già noto da diversi mesi al presidente dei vescovi mons. Eric de Moulins-Beaufort, allertato da suor Veronique Margron, presidente dei religiosi francesi, alla quale la vittima si era rivolta, indignata per il ruolo di delegato pontificio attribuito a Ricard nella gestione degli abusi di una nuova comunità carismatica.

    Fonte : La Croix


    • Federica Tourn – Un tribunale ecclesiastico penale per la Chiesa cattolica in Svizzera 

    La Conferenza episcopale svizzera vuole istituire un tribunale ecclesiastico penale e disciplinare per la Chiesa cattolica in Svizzera. Questa decisione fa seguito all’ampiezza dei casi di abusi sessuali rivelati da uno studio recente condotto dall’Università di Zurigo.

    In un comunicato diffuso sabato scorso, i vescovi si dicono “sconvolti” dai risultati della ricerca, che ha messo in luce l’esistenza di un gran numero di casi di abusi nella Chiesa cattolica negli ultimi 70 anni. Auspicano quindi l’istituzione di un tribunale nazionale: i vescovi stanno lavorando per organizzare un incontro con i responsabili vaticani nelle prossime settimane.

    Le leggi svizzere continuerebbero ad avere la precedenza e le autorità penali sarebbero obbligatoriamente coinvolte in tutti i casi di abusi o altri reati commessi in ambito religioso. Il tribunale ecclesiastico si occuperebbe anche delle sanzioni necessarie in caso di violazione della legge ecclesiastica.

    Il presidente della Conferenza episcopale svizzera, il vescovo di Basilea Felix Gmür, ha riconosciuto che sono stati commessi degli errori nell’indagine sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. “La prospettiva delle vittime non è stata presa sufficientemente in considerazione. Sono molto dispiaciuto per questo”, ha detto monsignor Gmür.

    Il vescovo di Basilea ammette che all’inizio del suo mandato episcopale dava maggiore importanza alla gestione giuridicamente corretta dei casi di abuso, ma che con il tempo ha cambiato prospettiva.

    Il vescovo Gmür si è detto favorevole a un sostegno esterno per le indagini della Chiesa sui casi di abusi sessuali, come richiesto dalla Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera. Il vescovo di Coira, Joseph Bonnemain, che è responsabile di un’indagine sull’insabbiamento di casi di abusi all’interno della Chiesa, “ha detto che sarebbe felice di ricevere tale sostegno. E penso che sia un’ottima cosa”.

    Per il vescovo di Basilea, il potere all’interno della Chiesa deve essere distribuito meglio. “Lavorerò a Roma per garantire che la Chiesa sia decentrata. È necessaria una nuova morale sessuale e la possibilità di prendere accordi a livello regionale”, ha sottolineato.

    Fonte: RSI e RTSInfo


    • Federico Tulli – Le radici del silenzio, dell’omertà, della complicità, dell’impunità

    «Quando emergono nuovi casi di pedofilia, ascoltando attentamente le dichiarazioni della Chiesa cattolica ci si rende conto che le frasi del portavoce di turno allontanano velocemente l’attenzione dal passato, portandola sul presente e sul futuro. In questo modo il Vaticano vuole farci credere che gli abusi non si ripeteranno nel futuro. In realtà non vuole assolutamente ripulire o risolvere i danni procurati nel passato. I casi di violenza sui bambini nella Chiesa non sono incidentali, ma sono strutturali in tutto il mondo, in tutte le scuole cattoliche, negli oratori, negli istituti: l’abuso non è un difetto nel sistema, l’abuso era ed è “il” sistema della Chiesa cattolica».

    A parlare è Ton Leerschool. Vittima a 13 anni di un sacerdote pedofilo, Leerschool è nato e vive in Olanda ed è membro di una fondazione non-profit che si occupa delle vittime di abusi sessuali. Nel 2011 fondò, insieme con Sue Cox, Survivors voice Europe, un’associazione internazionale per la tutela dei diritti di persone violentate in età prepubere da preti. In quello stesso anno la “Commissione Deetman” si avvalse anche della “consulenza” di Leerschool per indagare sui crimini compiuti nella Chiesa olandese tra il secondo Novecento e i primi anni Duemila. Grazie al suo contributo gli investigatori sono riusciti a ricostruire le responsabilità di circa 850 sacerdoti, stimando un numero di vittime compreso tra 10mila e 20mila.

    «Non aspettiamoci che la Chiesa ripulisca spontaneamente il danno fatto, non lo farà mai» ci ha detto ancora Leerschool. «Solo incalzando il Vaticano con crescenti e continue pressioni da tutti i fronti, politico, opinione pubblica, cattolici praticanti e così via, potremo vedere un giorno i responsabili in ginocchio». Proprio tutto ciò che manca oggi in Italia.

    Federico Tulli


    • Pierelisa Rizzo – Don Mauro Galli condannato in via definitiva a tre anni

    Il 26 settembre scorso si è conclusa una vicenda durata 12 anni. Al Tribunale di Milano, Seconda Sezione Penale della Corte d’Appello, si è svolta l’ultima udienza dell’Appello Bis con la sentenza di condanna definitiva a tre anni di reclusione per don Mauro Galli. La condanna verrà scontata ai domiciliari.

    Erano presenti i familiari della vittima che si sono dichiarati sufficientemente soddisfatti dell’esito finale del processo: “era la migliore conclusione possibile per evitare il rischio della prescrizione che, di fatto, avrebbe vanificato tutto l’iter processuale.”

    Tecnicamente si tratta di un «concordato in Appello», una sorta di patteggiamento proposto dalla difesa e accettato dalla Procura Generale. La riduzione della pena a tre anni era l’unica possibilità per evitare il carcere e quindi l’unica richiesta da parte della difesa per chiudere definitivamente questo processo. Don Mauro Galli, ex coadiutore della parrocchia di Sant’Ambrogio di Rozzano, era accusato di violenza sessuale su un ragazzo di a15 anni. In appello era stato condannato a 6 anni.

    Rimane ora aperta e da ridefinire la parte ecclesiastica: un prete che ha commesso un reato, per il quale è stato condannato, viene posto ai domiciliari ma non vi è traccia di un percorso di cura affinché comprenda la portata di ciò che ha fatto. L’ammissione di colpa, sancita dal patteggiamento e dal risarcimento in via extra-giudiziale, non ha finora dato seguito a nessuna richiesta di perdono alla vittima, alla sua famiglia e alla stessa Parrocchia in cui operava all’epoca dei fatti.

    Ora i fedeli si chiedono se chi non ha avviato nessuna Indagine Previa, appena venuto a conoscenza dei fatti, e ha invece deciso di spostare subito il prete mettendolo ancora a contatto con i minori, può continuare a fare il Vescovo.

    Queste domande dovranno trovare una risposta esaustiva.
    Intanto oggi, con questa sentenza, è terminato un lungo e doloroso processo.

    Fonte Rete L’Abuso

  • Papa Francesco e l’Opus Dei

    Papa Francesco e l’Opus Dei

    Il 15 agosto un’importante rivista cattolica statunitense, Crisis Magazine, ha pubblicato un articolo intitolato: «Cos’ha il papa contro l’Opus Dei?». Con la riforma della curia romana del marzo 2022, con la lettera apostolica motu proprio, cioè una specie di decreto papale, intitolata Ad charisma tuendum di qualche mese dopo e con un nuovo motu proprio dello scorso 8 agosto, il papa ha modificato il quadro giuridico che regola le prelature personali, ovvero quelle istituzioni religiose che all’interno della Chiesa cattolica hanno un’ampia autonomia. Poiché l’Opus Dei è l’unica prelatura personale, i provvedimenti del papa riguardano direttamente l’Opus Dei: di fatto, ne limitano l’indipendenza e ne circoscrivono il potere, facendo perdere all’organizzazione lo status esclusivo ed eccezionale di cui fino ad ora aveva goduto.

    L’Opus Dei, in breve
    La Prelatura della Santa Croce e Opus Dei, più conosciuta nella forma abbreviata Opus Dei (che letteralmente significa “Opera di Dio”) o come Opera, è una delle organizzazioni più influenti e conservatrici della Chiesa cattolica. Venne fondata nel 1928 in Spagna dal sacerdote Jose María Escrivá de Balaguer. La dottrina dell’Opus Dei si basa in maniera piuttosto netta sui concetti di gerarchia, autorità e famiglia, oltre che sull’essere «santi in mezzo al mondo» e sull’onorare Dio tramite gli sforzi nel proprio lavoro quotidiano.

    L’Opus Dei, secondo quanto consentito da un decreto del Concilio Vaticano II, ricevette lo status di prelatura personale nel 1982 da papa Giovanni Paolo II. La prelatura personale è una struttura istituzionale e gerarchica simile a una diocesi, una circoscrizione territoriale posta normalmente sotto la giurisdizione di un vescovo. Ma a differenza della diocesi, la prelatura personale non è delimitata da un territorio e possono dunque aderirvi persone da tutto il mondo che appartengono a varie diocesi. Trasformando in prelatura personale l’Opus Dei, spiega il sito Adista, papa Wojtyla «aveva dunque svincolato il movimento da qualsiasi legame con i vescovi delle diocesi dove operava, rendendolo direttamente dipendente dal papa e concedendo al prelato a capo dell’Opera il titolo di vescovo e prerogative proprie di chi guida una circoscrizione ecclesiastica». Nessun’altra istituzione dentro la Chiesa aveva questo privilegio, al quale, nel 1982, molti vescovi si opposero.

    Chiunque aderisca all’Opus Dei dipende dal prelato per tutto ciò che riguarda direttamente la sua vita spirituale e sociale. E al prelato, che non è sottomesso al potere di alcun vescovo e che è anzi lui stesso un vescovo, sono riconosciuti alcuni poteri: ha potestà propria, ha giurisdizione sui sacerdoti incardinati nella prelatura e sui laici che ne fanno parte. La prelatura è dunque definita “personale” perché il “popolo” che ne fa parte è circoscritto mediante un legame personale al prelato, anziché attraverso un criterio di territorialità.

    In questa istituzione possono essere incardinati i chierici (possono cioè essere assegnati alla prelatura dei sacerdoti e dei diaconi) e hanno un ruolo fondamentale i laici, che possono collaborare anche in modo significativo all’interno degli organi di governo. I membri laici dell’Opus Dei sono divisi in varie categorie: ci sono i numerari, donne e uomini che sono laureati e vivono all’interno delle strutture del gruppo anche se hanno lavori normali; ci sono le numerarie ausiliari, che dedicano la propria attività alla cura dei centri dell’Opus Dei, cioè fanno le domestiche e vivono nei centri dell’organizzazione; e ci sono infine gli aggregati e i soprannumerari, uomini e donne che vivono con le loro famiglie. Numerari, uomini e donne, numerarie ausiliari, aggregati e aggregate «vivono il celibato come dono di Dio e per motivi apostolici», dice l’Opus Dei.

    Quando il fondatore Jose María Escrivá de Balaguer morì nel 1975, al suo posto fu eletto il suo più stretto collaboratore, lo spagnolo Álvaro del Portillo, che dopo la concessione di prelatura personale all’organizzazione, nel 1982, venne nominato prelato, e nel 1991 venne consacrato anche vescovo. Alla sua morte, nel 1994, Giovanni Paolo II nominò prelato lo spagnolo Javier Echevarría Rodríguez, anch’egli tra i più stretti collaboratori di Escrivá de Balaguer, e nel 1995 lo consacrò vescovo. Dal 2017 il prelato dell’Opus Dei è Fernando Ocáriz, che però papa Francesco non ha nominato vescovo.

    Dalla Spagna l’Opus Dei si è progressivamente diffusa soprattutto in Europa e in America ed è oggi presente in almeno 68 paesi: è composta da circa 93.600 membri laici (57 per cento donne e 43 per cento uomini) e da 2.095 sacerdoti, secondo i dati della stessa prelatura, impossibili però da verificare.

    Una multinazionale religiosa 
    L’Opus Dei è stata definita dal País una «multinazionale religiosa». Tra le numerosissime opere che dirige e promuove direttamente o tramite i suoi membri ci sono chiese, centri pastorali, mense, istituzioni educative e di formazione professionale, tra cui la IESE spagnola, considerata una delle migliori facoltà economiche d’Europa, la Pontificia Università della Santa Croce o l’Università Campus Bio-Medico di Roma. Queste scuole «hanno reso l’Opus Dei una fucina di talenti che sono andati a occupare posizioni di potere», ha scritto in un articolo di qualche tempo fa il New York Times.

    Fin dai suoi primi anni l’Opus Dei ha attirato su di sé molte critiche e sospetti. Anzitutto per la sua vicinanza al regime spagnolo di Francisco Franco («Ci hanno fatti ministri», fu la famosa frase attribuita a Escrivá de Balaguer quando apprese che alcuni dei suoi erano stati scelti come ministri del dittatore spagnolo). E poi per l’influenza dell’organizzazione che si estende ad ambiti che vanno ben oltre le sue chiese. L’Opus Dei, ha scritto il País, «è una delle istituzioni ecclesiastiche più conservatrici, opache e ricche della Chiesa»: è spesso stata definita una setta, una lobby o una «massoneria bianca».

    “Leggi anche: Che cos’è la massoneria “

    Il patrimonio e i dati economici dell’Opus Dei sono difficili da calcolare e quantificare  proprio perché la sua struttura è completamente decentralizzata e perché la maggior parte delle scuole, delle università, degli ospedali o degli immobili è intestata a fondazioni o a società presiedute o dirette da suoi membri. Nel 2005 John L. Allen, vaticanista della rivista National Catholic Reporter, aveva comunque calcolato che il patrimonio totale dell’Opus Dei ammontasse a circa 2.800 milioni di dollari (circa 2.590 milioni di euro).

    Uno dei momenti più contestati nella storia dell’istituzione fu la beatificazione di Escrivá de Balaguer, avvenuta nel 1992, e poi la sua canonizzazione del 2002 voluta da Giovanni Paolo II, avvenuta attraverso un procedimento che era stato definito da molti insolitamente rapido. La teologa, giornalista e scrittrice Adriana Zarri, morta nel 2010 e spesso vicina alle istanze del femminismo, scrisse ad esempio:

    «Si sta avvicinando la data in cui il beato Escrivà de Balaguer (il discusso fondatore della più discussa Opus Dei) verrà proclamato santo. Di questo papa è stato detto che soffre di una incontinenza canonizzatrice: definizione invero impertinente ma ben giustificata. In effetti il numero dei beati e di santi proclamati da papa Wojtyla supera il numero delle canonizzazioni decretate da tutti i suoi predecessori messi insieme: un fatto anomalo, nella storia della chiesa, e non certo positivo, anche perché la quantità è spesso a discapito della qualità».

    Ricordando l’amicizia di Escrivà de Balaguer con il governo del dittatore Franco, Zarri scrisse anche che l’Opus Dei aveva sempre sostenuto e continuava a sostenere «i regimi di destra contro gli interessi del popolo e dei poveri».

    Nel tempo molte critiche all’Opus Dei sono arrivate anche da persone che ne avevano fatto parte.

    Una delle più celebri è contenuta nel libro Tras el umbral: una vida en el Opus Dei pubblicato nel 1992 e tradotto in italiano con Oltre la soglia. Una vita nell’Opus Dei. Un viaggio nel fanatismo. È stato scritto da Maria del Carmen Tapia, che era entrata nell’Opus Dei nel 1948 ricoprendo ruoli dirigenziali. Aveva conosciuto molto bene il fondatore ed era uscita dall’organizzazione nel 1966.

    Nel libro, a partire dalla propria esperienza personale, Maria del Carmen Tapia denunciava il sistema chiuso dell’Opus Dei, l’obbedienza a ogni costo, la pratica della delazione e dell’indottrinamento, i gravi sacrifici economici richiesti ai suoi membri, l’umiliazione, la mortificazione e la disistima esaltate come mezzo di santificazione, la strumentalizzazione delle amicizie per scopi apostolici o proselitistici, la repressione della sessualità e, in generale, il controllo e l’esercizio di autorità su ogni sfera della vita dei membri:

    «La casa di Roma è una sorta di fortezza medievale a cominciare dalla porta principale che è blindata e non ha serratura esterna, aprendosi unicamente dall’interno. Per aprirla bisogna dare cinque mandate e la chiave deve essere annessa alla cintola della persona incaricata della portineria. Chi vuole uscire deve suonare un campanello posto accanto alla porta e attendere che la portinaia venga ad aprirgli. Quando qualcuno suona per entrare ad aprire vanno due persone. L’accompagnatrice rimane indietro di un passo e la portinaia apre. Quello che voglio sottolineare è che nessuno, assolutamente nessuno, a Roma, può aprire direttamente una porta e uscire sulla strada».

    Nel suo libro Maria del Carmen Tapia aveva parlato di microfoni piazzati in diversi punti della sede dell’Opus Dei a Roma, tutti collegati con la stanza del fondatore, e di armadi con documenti segreti in cui si prescriveva di tenere della benzina per poter bruciare le carte in caso di emergenza. Aveva raccontato inoltre di quello che era successo dopo che lei aveva preso le distanze dalle posizioni dell’Opus Dei, tra le altre cose venendo rinchiusa in una stanza senza possibilità di contatti con l’esterno: «Ero talmente terrorizzata che mi venne un tremito continuo. Avevo paura che mi chiudessero in manicomio, come avevano fatto con altre persone». Maria del Carmen Tapia riuscì ad andarsene grazie all’intervento di un amico:

    «Mi dissero di recarmi nella sala delle riunioni. Monsignor Escrivà cominciò a camminare su e giù agitato, rosso, furioso, dicendomi: “non parlare con nessuno né dell’Opus Dei né di Roma perché se vengo a sapere che parli male dell’Opus, io Josè Maria Escrivà de Balaguer, che ho in mano la stampa mondiale, ti disonoro pubblicamente”. E guardandomi negli occhi con una furia spaventosa, agitando le braccia, come se volesse picchiarmi, urlò: “puttana porca”»

    Quella di Maria del Carmen Tapia non è l’unica testimonianza di come sia stato molto difficile restare e poi uscire dall’organizzazione: «La via d’uscita che alcuni scelgono è sempre più complessa e traumatica. E molte volte hanno bisogno di aiuto psicologico», ha raccontato ad esempio Antonio Moya Somolinos, un ex numerario che ha trascorso più di quarant’anni nell’organizzazione e che oggi guida il più grande fronte critico dell’Opera.

    Nel 2021, in Argentina, 43 numerarie ausiliari denunciarono la prelatura dell’Opus Dei davanti al Vaticano e alla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi di potere e di coscienza con sottomissione delle vittime a situazioni di sfruttamento personale. Altri membri ancora hanno parlato di «lavaggi del cervello», di pratiche autopunitive o del fatto che erano stati obbligati a cedere i propri beni all’organizzazione, a devolvere lo stipendio e a fare testamento in suo favore. Sul País un responsabile della comunicazione dell’Opus Dei ha detto che queste cessioni sono sempre volontarie, ma ex membri che vivevano nei centri dell’Opus Dei hanno testimoniato che si tratta invece di una prassi, particolarmente problematica nel caso delle categorie di laici e laiche che vivono nei centri e delle numerarie ausiliari: se riescono a uscire dall’organizzazione si ritrovano senza nulla.

    Poche settimane fa un gruppo di ex membri guidati da Antonio Moya Somolinos ha presentato alla Santa Sede una denuncia per frode normativa e abuso di potere contro l’Opus Dei chiedendone la soppressione nella sua forma attuale. L’accusa è che l’organizzazione, come un’associazione segreta, si basi su una serie di regole vincolanti per chi ne fa parte, che sono state tenute nascoste alla Santa Sede e che prevedono pratiche che violano sistematicamente la coscienza dei membri «attraverso abusi di potere, di coscienza e spirituali».

    Il papa gesuita e l’Opus Dei
    La critica più diretta all’Opus Dei venne fatta fin dai suoi primi anni di vita dall’allora Superiore Generale dei gesuiti Wlodimir Ledóchowski, che definì l’organizzazione una specie di «massoneria cristiana» e un «pericolo per la Chiesa di Spagna».

    All’interno della Chiesa è piuttosto nota la storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei, entrambi di origine spagnola, e semplificando portatori di due visioni differenti del mondo e della Chiesa. Dopo il Concilio Vaticano II, ha spiegato lo storico del cristianesimo Massimo Faggioli, l’Opus Dei è diventato il simbolo «del mantenimento dello status quo politico, economico e sociale dominato da un certo tipo di élite», mentre i gesuiti, soprattutto in Sud America, sono diventati il simbolo della lotta «per una Chiesa di popolo, per la giustizia sociale». Papa Francesco proviene dall’ordine dei gesuiti.

    Nel 2017 il papa non ha ordinato vescovo il nuovo prelato dell’Opus Dei, Fernando Ocáriz, dando un segnale di discontinuità con i pontificati precedenti. Nel marzo del 2022 con l’atto Praedicate evangelium che riformava la curia romana (il complesso di organi e autorità che costituiscono l’apparato amministrativo della Santa Sede), poi con il motu proprio Ad charisma tuendum e con quello dello scorso 8 agosto, il papa ha infine ridimensionato l’autonomia e il potere dell’Opus Dei. Ha modificato la specificità giuridica della prelatura personale ponendola al livello di altri istituti interni alla Chiesa, e ha riformulato il suo rapporto con il Vaticano spostandola dalle dipendenze della Congregazione per i Vescovi al Dicastero per il clero, l’organismo che vigila sui sacerdoti nel mondo.

    Sarà a questo dicastero, e non più direttamente al papa, che il prelato dovrà riferire «sullo stato della prelatura e sullo svolgimento del suo lavoro apostolico», dando dunque ogni anno e non più ogni cinque anni spiegazioni sulla gestione dei suoi centri educativi, ad esempio, o sul modo in cui forma i propri sacerdoti o risponde alle accuse degli ex membri.

    Il papa ha poi deciso che il prelato dell’Opus Dei non possa diventare vescovo e che non possa dunque ordinare altri sacerdoti. E per quanto riguarda la partecipazione dei fedeli all’istituzione, l’Opus Dei sarà più controllato. I laici che vi appartengono potranno continuare a dedicarsi alla prelatura personale, ma ricordando che i fedeli laici hanno un proprio parroco e un proprio vescovo a seconda dell’indirizzo in cui risiedono, il papa ha stabilito che «il modo di questa organica cooperazione ed i principali doveri e diritti ad essa connessi saranno opportunamente determinati».

    Su Repubblica don Giancarlo Rocca, esperto di storia e diritto canonico, ha detto che con queste riforme l’Opus Dei sarà «privato dei laici, che costituivano la sua forza», i quali non potranno più essere considerati dei «membri» che si riferivano a un loro vescovo, il prelato: saranno soggetti alla giurisdizione del proprio parroco o del proprio vescovo locale.

    L’affermazione dell’autorità del vescovo locale ha già avuto delle conseguenze concrete. Dal primo settembre il santuario di Torreciudad, in Spagna, che era stato costruito negli anni Sessanta per volontà del fondatore dell’Opus Dei e che era gestito da sacerdoti dell’Opera, sarà amministrato da un prete nominato dal vescovo locale.

    Le decisioni del papa sull’Opus Dei sono state interpretate in diversi modi. Sono state criticate dagli ambienti cattolici più ostili all’attuale pontificato e più conservatori che hanno parlato di una volontà accentratrice del papa. Crisis Magazine ha fatto riferimento ad esempio a «un’offensiva canonica» del papa contro l’Opus Dei e ha spiegato come questo papa non si sia dimostrato affatto «timido riguardo al suo potere sia di legiferare che di imporre l’obbedienza»: «Sta usando il potere istituzionale per imporre la sua visione carismatica».

    “Leggi anche: Chi sono i Gesuiti “

    Altri hanno visto i provvedimenti del papa come una continuazione della storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei e tra le loro rispettive e divergenti visioni della Chiesa. Giovanni Maria Vian, storico e ex direttore dell’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, ha detto che la tensione tra gesuiti e Opus Dei potrebbe aver avuto un ruolo nelle decisioni del papa («anche se sarebbe completamente sbagliato pensare che tutti i gesuiti siano progressisti, o che tutti i membri dell’Opus Dei siano conservatori, nonostante questo sia effettivamente il loro tratto identitario»).

    Per Vian, le modifiche giuridiche all’Opus Dei sono un «tentativo di controllo» e di «normalizzazione canonica e di potere» che il papa ha fatto intervenendo nella vita anche di altri movimenti, come Comunione e Liberazione, o di altri ordini religiosi in conventi e monasteri.

    Alfonso Botti, storico, ispanista e professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, vede nel provvedimento del papa «il riverbero della linea caratterizzante l’attuale pontificato» contro il clericalismo che, come ribadito dal papa in una lettera al clero romano del 5 agosto scorso, può essere alimentato «vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri». Per Alfonso Botti, dunque, i provvedimenti del papa sono «un ammonimento» a tutti quei movimenti e gruppi che sono stati particolarmente sostenuti da Giovanni Paolo II, «promotore di un cattolicesimo identitario e trionfale poco compatibile con la Chiesa ‘ospedale da campo’ e punto di riferimento dell’umanità spaesata, del papa argentino».

    – Leggi anche: L’inchiesta di una tv polacca su papa Giovanni Paolo II

    Nel frattempo, il prelato dell’Opus Dei Fernando Ocáriz ha commentato le disposizioni del papa assicurando che l’Opus Dei le accoglierà «con sincera obbedienza filiale», chiedendo anche ai membri dell’Opera «di rimanere, anche in questo, tutti molto uniti».

    https://www.ilpost.it/2023/09/01/papa-francesco-opus-dei

  • Indicano i vescovi come criminali per aver coperto la pedofilia clericale

    Indicano i vescovi come criminali per aver coperto la pedofilia clericale

    Un’inchiesta di Bishop Accountability e Spes Viva indica più di 15 vescovi, arcivescovi e superiori religiosi che hanno coperto gli abusi sessuali di vari sacerdoti. Il 27 luglio, queste associazioni civili hanno pubblicato un elenco di vescovi e di una suora superiora accusati di proteggere penalmente preti pedofili.

    La lista non è un’altra. Sottolinea il comportamento di insabbiamento criminale e complicità criminale dei vescovi, questione sulla quale le autorità devono intervenire.

    Anne Barrett Doyle, co-direttrice di Bishop Accountability, ha dichiarato in una conferenza stampa virtuale che in genere i nomi degli autori di abusi e i registri segreti degli abusi della Chiesa vengono resi pubblici solo dopo pressioni esterne, come cause civili, indagini secolari, giornalisti e inchieste. . Ma in Messico sembra esserci ben poco di tutto questo .

    Ha sottolineato che, nonostante la promessa di tolleranza zero per gli abusi, i vescovi cattolici consentono a molti sacerdoti accusati di rimanere nel ministero. Barrett Doyle afferma che la Chiesa messicana è tra le più opache al mondo.

    Il tema ha più di 20 anni. Su scala internazionale, le continue accuse di pedofilia clericale hanno gravemente minato la credibilità della Chiesa. Le diserzioni sono state una costante emorragia istituzionale. La fuga dei credenti si è trasformata in ostilità verso la Chiesa. La caduta della sua immagine anni fa era inconcepibile, anche sospettando le atrocità e la patologia sessuale di settori di un clero squilibrato.

    Il vescovo Alfonso Miranda Guardiola, allora segretario generale della Conferenza episcopale messicana, ha affermato che la Chiesa cattolica ha agito in modo scorretto nell’affrontare casi di pedofilia e che gli innocenti hanno subito persecuzioni . Miranda Guardiola ha chiesto che non ci sia più impunità e che la Chiesa chieda giustizia per le vittime.

    La produzione accademica e gli scandali mediatici riflettono il passaggio della Chiesa dall’incredulità alla conferma di una Chiesa trasgressiva. Di fronte alle inchieste giornalistiche e alla documentazione forzata dei casi, la Chiesa si è esposta nel peggiore dei modi. La resistenza e l’ostinazione clericale, di fronte all’evidenza, provocarono una profonda crisi che si estese ad ogni angolo della cattolicità. Oggi la struttura religiosa sembra esercitare una riflessione, non senza resistenze interne; il vertice convocato da papa Francesco nel 2019 è stato un tentativo fallito. Le azioni di prevenzione sono menzionate nel suo discorso. Tuttavia, continuano a emergere casi ostinatamente dolorosi. Gli spazi al di fuori della Chiesa hanno contribuito all’assunzione del comportamento pedofilo come una realtà perniciosa. I media hanno costretto la Chiesa ad aprirsi al dibattito per superare l’iniziale inerzia di negazione, che sosteneva la presunzione di innocenza, la buona reputazione e la possibilità di intenzioni perverse delle vittime. Tutto questo è stato lasciato alle spalle; Alla luce delle prove emerge il volto criminale di un settore importante del clero. Avvolto, purtroppo, dalla sua gerarchia. Coprire abusi sessuali su minori è un reato penale. Sono complici coloro che ostacolano o impediscono l’amministrazione della giustizia, per indagare su una violazione o per individuarne gli autori. Coprire significa coprire o nascondere il criminale. In senso penale, l’occultamento è una condotta dolosa che aiuta a eludere la giustizia o ad approfittare degli effetti del reato commesso. Alla conferenza stampa di Spes Viva, Sara Oviedo Fierro, membro di Ending Clergy Abuse,

    L’impunità fa male. Le vittime, le loro famiglie e gli attivisti sono costernati dai privilegi del clero che violano la legge perché sanno di essere protetti. È così che personaggi perversi come i legionari Marcial Maciel e Fernando Martínez sono morti senza rendere conto alla società. Personaggi lugubri come padre Nicolás Aguilar che muore anonimo, senza essere ricercato dalla giustizia.

    Il rapporto Spes Viva e l’elenco dei vescovi insabbiati non servono a sensibilizzare la Chiesa. Spetta allo Stato esercitare la giustizia.

    Viviamo ancora sotto il principio della giurisdizione religiosa ? Sembra così. Con alcune onorevoli eccezioni, le autorità sono tiepide, ignare e timorose quando si tratta di applicare la legge al clero. Sembra che la complicità non sia solo clericale, ma quella degli stessi funzionari. Risuonano le sentenze sugli abusi di Sergio Obeso, quando era vescovo di Xalapa nel 2002, avvertendoci che i panni sporchi si lavano in casa . La Chiesa al di sopra della legge, la Chiesa è governata da altri codici.

    Come ho avvertito in altri spazi, la Chiesa è debitrice alla società messicana. Perché la Chiesa difende così appassionatamente i diritti umani dei migranti, ma rimane riservata e indifferente ai diritti dei bambini abusati dal clero? Perché la Chiesa parla di pace e si scandalizza davanti alle vittime dell’insicurezza e della violenza, ma rimane imperturbabile davanti alle vittime che lei stessa ha provocato?

    https://www.jornada.com.mx/2023/08/02/opinion/014a1pol

  • Sanremo – Il caso Zuppi Suetta finisce per inadempienza alla Nunziatura Apostolica

    Sanremo – Il caso Zuppi Suetta finisce per inadempienza alla Nunziatura Apostolica

    Dopo le formali segnalazioni dell’Associazione questa volta, è il Comitato Vittime & Famiglie della Rete L’ABUSO a prendere posizione a seguito di un’altra lettera di alcuni parrocchiani, inviata al parroco e al vescovo Suetta, come le precedenti caduta puntualmente nel vuoto.

    Abbiamo scelto di non pubblicare il testo della missiva che circola liberamente da settimane, in quanto i contenuti, se pur autentici e verificati, porterebbero tuttavia in molti casi all’individuazione dei personaggi coinvolti, quindi per coscienza non ci siamo sentiti.

    Stessa cosa per quanto concerne la missiva inviata dal Comitato Vittime & Famiglie alla Nunziatura (di cui pubblichiamo solo la prima pagina), riservata nei contenuti che seguono a Sua Ecc.za Rev.ma mons. Emil Paul Tscherrig.

    La missiva questa volta include parte dei dati che il Vescovo Antonio Suetta e il Cardinale presidente della CEI Matteo Zuppi, non hanno voluto acquisire in palese violazione del Motu proprio.

    Segnalazioni già inviate alla chiesa sanremese e già insabbiate in precedenza.

    Una denuncia nella sostanza, per documentare alla Nunziatura Italiana il comportamento puntualmente omissivo dei vescovi e delle gerarchie, sulle quali Papa Francesco fa affidamento.

    Chissà, forse anche questo è causa del fallimento decennale della tanto proclamata TOLLERANZA ZERO?

    Certo… più ZERO di così si muore.

  • Un gruppo statunitense accusa i vescovi messicani di coprire preti implicati in abusi sessuali

    Un gruppo statunitense accusa i vescovi messicani di coprire preti implicati in abusi sessuali

    CITTÀ DEL MESSICO (AP) – Giovedì un gruppo con sede negli Stati Uniti ha pubblicato un elenco di 16 vescovi messicani e religiosi di alto rango che avrebbero coperto preti accusati di abusi sessuali.

    BishopAccountability, con sede nel Massachusetts, è un’organizzazione senza scopo di lucro che tiene traccia di come la gerarchia cattolica tratta le accuse di abusi sessuali da parte del clero.

    Il gruppo ha affermato giovedì che i funzionari della Chiesa cattolica romana, alcuni ora in pensione, avevano “coperto” i maltrattatori.

    “Ora abbiamo identificato alcuni leader della Chiesa cattolica che sembrano aver coperto, insabbiato, molestatori e scartato le loro vittime”, ha detto Anne Barrett Doyle, di BishopAccountability.org.

    L’elenco comprendeva i cardinali Norberto Rivera Carrera e Juan Sandoval Íñiguez, e gli arcivescovi José Martín Rábago, Fabio Martínez Castilla, Felipe Aguirre Franco, Luis Morales Reyes e Rafael Romo Muñoz.

    Un rappresentante del Consiglio episcopale messicano ha affermato che le affermazioni si basavano su notizie senza denunce formali o cause legali.

    L’arcivescovo Franco Coppola, ex ambasciatore pontificio in Messico, ha detto l’anno scorso ai media locali che il Vaticano sta indagando su 12 vescovi messicani per determinare se potrebbero aver coperto presunti molestatori.

    Papa Francesco ha promesso che la Chiesa cattolica aderirà a una politica di tolleranza zero contro gli abusi sessuali del clero.

    Ma Barrett Doyle ha affermato che in pratica “non è vero”.

    “Dei 250 preti nel nostro database… sono rimasto sorpreso dal numero di insabbiamenti e di coloro che li hanno coperti in ognuno dei casi”, ha detto Barrett Doyle.

    Uno dei casi più noti è quello di Fernando Martínez Suárez, un ex sacerdote messicano accusato di abusi già nel 1992.

    Le famiglie delle vittime lo hanno denunciato all’ordine religioso della Legione di Cristo – anch’esso screditato a causa del suo fondatore pedofilo – a partire dal 1992, ma Martinez è stato semplicemente trasferito in un seminario a Salamanca, in Spagna, senza restrizioni formali al suo ministero. È stato finalmente deposto nel 2020 ma non ha subito altre punizioni. È morto di recente in Italia.

    BishopAccountability.org è un gruppo di 20 anni che mantiene un archivio online che documenta la crisi globale degli abusi nella Chiesa cattolica romana.

    L’Associated Press

    A US group is accusing Mexican bishops of covering up for priests implicated in sex abuse

  • La diocesi cattolica di Syracuse pagherà 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali

    La diocesi cattolica di Syracuse pagherà 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali

    Syracuse, NY— La diocesi cattolica romana di Syracuse ha raggiunto un accordo in un caso di bancarotta per pagare $ 100 milioni ai sopravvissuti ad abusi sessuali.

    L’accordo è il secondo più grande contributo di un’istituzione cattolica romana e dei suoi affiliati in qualsiasi caso di bancarotta cattolica romana, secondo un comunicato stampa degli uffici di LaFave, Wein & Frament e Jeff Anderson & Associates. Insieme, gli uffici rappresentano oltre 120 sopravvissuti ad abusi sessuali nella diocesi di Siracusa.

    L’annuncio è arrivato giovedì in un comunicato stampa congiunto della diocesi e del Comitato ufficiale dei creditori chirografari. La diocesi e i funzionari del comitato hanno affermato che l’accordo è stato raggiunto nell’ambito del caso di bancarotta della diocesi che è stato presentato nel giugno 2020.

    Il Comitato ufficiale dei creditori chirografari è un comitato di persone che sono sopravvissute ad abusi sessuali nella diocesi di Siracusa da parte del clero o dei dipendenti della diocesi, hanno affermato funzionari della diocesi e del comitato. Il comitato ha approvato l’importo della liquidazione, hanno detto i funzionari.

    Le diocesi hanno presentato istanza di fallimento giorni dopo che 38 persone hanno intentato causa contro la diocesi per presunti abusi sessuali da parte di sacerdoti.

    Al momento del deposito, il vescovo Douglas Lucia ha dichiarato nei documenti del tribunale che i funzionari della diocesi hanno presentato istanza di fallimento per rispondere alle richieste del Child Victims Act, pur continuando il ministero della chiesa.

    “Questo accordo è un significativo passo avanti nel processo di guarigione per oltre 400 vittime in questo caso”, secondo Kevin Braney, di Denver, Colorado, che funge da presidente del comitato ufficiale. “Desidero estendere la mia sincera gratitudine ai miei compagni sopravvissuti e alle loro famiglie, per la loro resistenza mentre hanno pazientemente atteso questa notizia”.

    Lucia ha emesso oggi una lettera sull’accordo.

    “Posso dirvi quanto scioccante possa sembrare l’importo della liquidazione ai leader delle nostre stesse parrocchie e di altre entità cattoliche, più spaventoso e straziante per me è il dolore e il maltrattamento subiti dai sopravvissuti agli abusi sessuali su minori e adulti per mano di quelli di cui pensavano di potersi fidare”, ha detto Lucia.

    “Come attuale leader della Chiesa di Siracusa, non posso scusarmi abbastanza per gli abusi che si sono verificati o per qualsiasi negligenza nell’affrontarli”, ha detto. “Questo è il motivo per cui l’accordo finale includerà impegni intesi a rafforzare i nostri protocolli per un ambiente sicuro per garantire ulteriormente che il passato non si ripeta”.

    L’accordo non include i contributi di nessuna delle sei compagnie assicurative che hanno fornito copertura alla diocesi, hanno detto i funzionari. I 100 milioni di dollari sono ciò che la diocesi ha accettato di pagare; tutti i soldi dell’assicurazione sarebbero in cima a quei soldi.

    La diocesi ha già pagato 11 milioni di dollari a 79 sopravvissuti nel 2019 attraverso l’Independent Reconciliation Compensation Program della chiesa.

    La diocesi a un certo punto ha pubblicato un elenco di 57 sacerdoti sessualmente violenti.

    La transazione deve ancora essere approvata dal tribunale e da un voto dei creditori.

    I 100 milioni di dollari sono secondi solo a un accordo con la diocesi di San Diego nei primi anni 2000, che era di 107 milioni di dollari.

    La scrittrice dello staff Rylee Kirk copre le ultime notizie, la criminalità e la sicurezza pubblica. Hai un consiglio, un’idea per una storia, una foto, una domanda o un commento? Contattala al 315-396-5961, su Twitter @kirk_rylee o rkirk@syracuse.com .

    https://www.syracuse.com/crime/2023/07/syracuse-catholic-diocese-to-pay-sex-abuse-survivors-100-million.html

  • Ok, ma cos’ha detto Papa Francesco su Emanuela Orlandi che ha fatto esultare il fratello Pietro?

    Ok, ma cos’ha detto Papa Francesco su Emanuela Orlandi che ha fatto esultare il fratello Pietro?

    Emanuela Orlandi manca da casa da quarant’anni, da quando nel caldo pomeriggio del 22 giugno 1983 si sono perse le sue tracce. Svanita nel nulla, inghiottita dalla terra. Da anni ventila l’ipotesi che l’ambiente Vaticano possa avere una qualche responsabilità nella sua scomparsa, anni in cui suo fratello Pietro si è battuto ogni giorno per ottenere giustizia e verità. Quindici anni appena, e l’unica colpa, a quanto pare, quella di essere una delle poche cittadine vaticane. Molti capitoli di questa tragica storia sono stati scritti negli ultimi mesi.

    Papa Francesco, due giorni dopo la morte di Ratzinger, ha dato il via alla prima inchiesta interna sulla sparizione della ragazza. Un evento storico, come quello che si è verificato oggi in piazza San Pietro durante l’Angelus. Ma facciamo un passo indietro. Per ricordare il quarantennale della scomparsa di sua sorella, Pietro Orlandi ha organizzato un sit-in a poca distanza dal Vaticano, un sit-in che ha visto la calorosa partecipazione di persone provenienti da tutta Italia, giovanissimi soprattutto, che si sono stretti intorno a Pietro manifestandogli tutto il prorpio affetto.

    Un sit-in al quale noi di MOW non potevamo assolutamente mancare, e prima di dirigersi tutti quanti insieme, circa 500 persone, ad ascoltare l’Angelus in piazza San Pietro, abbiamo raccolto il commento di Pietro: “Mi auguro che Papa Francesco dica qualcosa, perché se così non fosse mi dispiacerebbe. C’è sempre quest’ansia di dire il nome di Emanuela, e non ho mai capito il perché. Quale occasione migliore di questa per prendere posizione, sarebbe un gesto molto positivo per tutti quanti”.

    Parole cariche di speranza, che non sono state tradite. Papa Francesco dopo dieci anni di silenzio dall’ultima volta in cui ha parlato pubblicamente di Emanuela, è tornato a pronunciare il suo nome, a distanza di ben quarant’anni dall’ultima volta in cui Emanuela è stata ricordata durante un Angelus: “In questi giorni ricorre il quarantesimo anniversario della scomparsa di Emanuela Orlandi. Desidero approfittare di questa circostanza per esprimere ancora una volta la mia vicinanza ai familiari, soprattutto alla mamma, e assicurare la mia preghiera.

    Estendo il mio ricordo a tutte le famiglie che sentono il dolore di una persona cara scomparsa”. Pietro ci ha commentato commosso le parole del pontefice, mentre una fiumana di persone gioiva con lui per il raggiungimento di questo piccolo ma grande traguardo: “Dopo quarant’anni il nome di Emanuela era un tabù. Dopo tutto questo tempo nel silenzio forse ha capito che le cose devono cambiare. Lui ha deciso di aprire un’inchiesta, è una fase nuova. Le sue parole sono state abbastanza chiare, anche se sono parole da interpretare. Ha comunque fatto capire di voler far chiarezza su questa situazione. Sono contento”. E chi scrive con te.

    https://mowmag.com/attualita/ok-ma-cos-ha-detto-papa-francesco-su-emanuela-orlandi-che-ha-fatto-esultare-il-fratello-pietro

  • Emanuela Orlandi, Papa Francesco: «Prego per lei». Il fratello Pietro: «Dopo 40 anni è caduto un tabù». Le parole di Bergoglio per l’anniversario

    Emanuela Orlandi, Papa Francesco: «Prego per lei». Il fratello Pietro: «Dopo 40 anni è caduto un tabù». Le parole di Bergoglio per l’anniversario

    Città del Vaticano – Papa Francesco si affaccia a mezzogiorno per l’Angelus e ricorda Emanuela Orlandi: «Desidero esprimere ancora una volta la mia vicinanza ai familiari, soprattutto alla mamma e assicurare alla mia preghiera estesa alle famiglie che portano il dolore di una familiare scomparso».

    Il fratello: «E’ caduto il tabù su Emanuela»

    L’immagine di Emanuela, la ‘vatican girl’ scomparsa 40 anni fa, sono ovunque sulla piazza: sulle magliette dei manifestanti, in un paio di striscioni, nei volantini.

    Si  sono tutti dati appuntamento a San Pietro per l’Angelus per chiedere la verità dopo 40 anni di silenzi, depistaggi e tanti passaggi opachi ancora da chiarire su una vicenda dove ha dominato tanta disinformazione. Ad oggi il mistero sul destino di questa ragazzina avente la cittadinanza vaticana, non ancora maggiorenne all’epoca dei fatti,  resta al centro di un mistero che si allunga fino ai giorni nostri. «È caduto il tabù su Emanuela. Il Papa l’ha ricordata», ha detto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dopo aver ascoltato il Papa che ha espresso il ricordo per la ragazza. «Se il Senato fa un passo indietro, le manifestazioni in futuro le andiamo a fare sotto al Senato: vorrebbe dire che uno stato, l’Italia, è suddito di un altro stato, il Vaticano».

    «Verità per Emanuela», «Verità e giustizia» le scritte che campeggiano sui fogli e le magliette. Tra le persone si scorgono anche l’avvocato della famiglia, Laura Sgrò, la sorella di Mirella Gregori, coetanea di Emanuela anche lei sparita nel nulla 40 anni fa. Viene avvistato anche un sacerdote venuto a Roma dalla Romania per prendere parte al sit-in. «Sono don Claudio dalla Romania. Sono sacerdote da 25 anni e ogni giorno celebro per lei la messa». «Per me è una battaglia che come famiglia Gregori portiamo avanti da 40 anni. Dopo l’unanimità alla Camera sulla Commissione di inchiesta, si era aperto uno spiraglio» afferma Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella, coetanea di Emanuela Orlandi e sparita come lei nel 1983. «Ora spero si si sblocchi la situazione, noi chiediamo solo di sapere che fine hanno fatto le nostre sorelle».

    «Ricordo che la commissione di inchiesta è su Emanuela Orlandi e Mirella Gregori». Ogni tanto la piccola folla, mentre il fratello della scomparsa parla ai giornalisti, si lascia andare a sentiti applausi spontanei. Qualcuno urla: «basta omertà». Dopo avere stazionato nei pressi di Castel Sant’Angelo la manifestazione si dirige composta nel centro della piazza per l’Angelus di papa Francesco.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/emanuela_orlandi_manifestazione_sit_in_angelus_vaticano_papa_francesco_commissione_senato-7483167.html

  • I Focolari e i bambini abusati. Le accuse e i silenzi vaticani

    I Focolari e i bambini abusati. Le accuse e i silenzi vaticani

    In caso di violenza clericale, oltre alla «tolleranza zero» predicata dalla Chiesa, è ormai di rito la richiesta di perdono alle vittime. Una prassi che vale anche per le comunità ecclesiali, come dimostra la «vergogna» espressa dalla presidente dei Focolari, Margaret Karram, al momento della diffusione, il 31 marzo scorso, del primo resoconto sui casi di abusi su minori e adulti vulnerabili e di abusi spirituali o di autorità avvenuti all’interno del movimento. Nel report, in particolare, si dà conto delle segnalazioni delle violenze sui minori pervenute alla Commissione interna per il Benessere e la Tutela della persona (Co.Be.Tu) dal 2014 al 2022. I risultati indicano che dal 1969 al 2012 66 membri del movimento, in tutto il mondo, sono stati accusati di aver abusato di 42 minori (29 fra i 14 e i 18 anni e 13 con meno di 14 anni) e di 17 adulti vulnerabili.

    Fondato nel 1943 da Chiara Lubich e approvato dalle gerarchie ecclesiastiche nel 1962 con il nome di Opera di Maria, il movimento dei Focolari ha la sede centrale a Rocca di Papa ed è diffuso in 182 paesi. I dati ufficiali sui membri che vivono in comunità, sia consacrati (cioè che hanno fatto voto di castità, povertà e obbedienza) che sposati, parlano di 4304 donne e 2540 uomini, a cui si aggiunge un imprecisato numero di aderenti (il sito dei Focolari parla di due milioni ma la cifra non è attendibile perché il movimento, come peraltro la Chiesa, soffre di un costante stillicidio di fedeli).

    A due mesi di distanza dalla pubblicazione dei dati sugli abusi interni, però, non si sa quali provvedimenti siano stati presi nei confronti degli autori delle violenze, né tantomeno si conoscono le circostanze, la portata e la durata nel tempo di questi abusi e, di conseguenza, nemmeno le eventuali responsabilità dei vertici del movimento. Il report comunica soltanto che di questi 66 abusatori (di cui 63 sono uomini), 20 sono stati dimessi (cioè dispensati dai voti presi), 9 sottoposti a sanzioni, 6 sospesi perché in attesa del giudizio dell’autorità ecclesiastica, 9 segnalati all’autorità giudiziaria, mentre 19 casi risultano ancora pendenti e 12 sono stati archiviati (11 in assenza di prove sufficienti e uno per decesso). In sostanza non abbiamo che qualche dato scarno, risultato di segnalazioni pervenute a una commissione interna in un periodo di tempo decisamente insufficiente. Una cosa, però, emerge chiaramente: non si tratta di poche mele marce, ma di un problema sistemico e che ha radici profonde.

    Questo rapporto, più che inaugurare una nuova stagione di trasparenza, sembra la reazione dovuta, tra imbarazzo e omissioni, allo scandalo scoppiato nel movimento dopo la pubblicazione, un anno fa, dell’inchiesta della società Gcps Consulting su un ex membro consacrato francese, Jean-Michel Merlin, responsabile di aver abusato di almeno 37 ragazzi a partire dagli anni ’70. Merlin, nonostante un processo penale a suo carico per violenza sessuale su minori, aveva continuato ad avere ruoli apicali nel movimento fino al 2016, quando era stato infine dimesso dai Focolari. Quanti Merlin ci sono anche in Italia, protetti dalla negligenza, se non addirittura dall’omertà dei vertici? Nel nostro paese, almeno sei casi sono stati considerati «verosimili» dall’indagine interna della Co.Be.Tu, secondo quanto dichiarava il coordinatore della commissione, l’avvocato Oreste Moscatello, in un articolo uscito su Domani il 25 luglio scorso. Quasi un anno dopo, non sappiamo se queste persone continuino ad avere un ruolo nel movimento o siano state segnalate alle autorità dello Stato. Il rapporto non lo dice: tace sui pedofili e rende invisibili le vittime.

    Eppure, dopo decenni di silenzio sul tema, oggi in mano a Margaret Karram e al copresidente Jesús Morán c’è una lista di almeno cinquantacinque nomi di persone le cui responsabilità sono state accertate da una commissione interna. Nomi che però il Movimento ha deciso di non rendere pubblici. «Non li abbiamo rivelatiper garantire la privacy delle persone coinvolte. Siamo presenti in paesi che hanno approcci anche molto diversi sulle sanzioni previste per questo genere di reati: vogliamo trasparenza, ma anche salvaguardare i diritti di tutti», ha dichiarato a Domani Joachim Schwind, sacerdote e responsabile della comunicazione dei Focolari. «In alcuni Stati, per l’abuso sui minori è prevista la pena di morte – ha aggiunto Schwind – davvero vogliamo esporre a tanto i responsabili?». Resta da chiedersi perché non si possano adottare soluzioni diverse a seconda dei paesi, a cominciare dall’Europa. Schwind, che è anche membro del Consiglio generale al Centro Internazionale dei Focolari, ammette che «è un grande problema, perché le persone che frequentano i nostri incontri ci chiedono di essere protette». E come fanno a tutelarsi, se non sanno chi sono i predatori? «Il fatto è che, in assenza di una sentenza che attesti la responsabilità in sede penale, potremmo essere denunciati per diffamazione», sottolinea Schwind. Tutti i casi della “lista”, però, sono ormai prescritti per la giustizia civile e i pochi considerati non risolti sono in attesa di una decisione del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita della Santa Sede, che ha la giurisdizione sulle comunità ecclesiali. Si tratta insomma di bilanciare il diritto alla privacy con il diritto dei bambini e delle famiglie ad essere al riparo da potenziali abusatori. Questa discrezione nel rivelare i nomi non nasconde anche imbarazzanti retroscena o complicità dei vertici del movimento, se non addirittura della stessa Chiara Lubich? Certamente, il divieto di divulgare i nomi dei pedofili rappresenta per i Focolari l’indubbio vantaggio di non dover rispondere delle decisioni prese negli anni in merito a trasferimenti o promozioni.

    «I vertici non hanno parlato apertamente degli abusi sui minori nemmeno ai loro membri – dice Oscar (nome di fantasia), un ex focolarino che ha trascorso 25 anni nel movimento – ma alcuni nomi sono circolati lo stesso nelle chat di chi aveva frequentato la scuola di formazione a Loppiano, vicino a Firenze». Uno di questi, italiano, oggi ottantaseienne, ha ricoperto diversi incarichi di responsabilità nei Focolari ed è stato vicino alla stessa Lubich. «Faceva parte del sistema e le denunce di abuso lo hanno perseguitato per anni: lo spostavano da una parte all’altra del mondo per toglierlo dai guai – racconta Oscar – Io l’ho conosciuto quando era responsabile dei giovani: ci controllava, faceva commenti su come ci vestivamo – continua Oscar – una volta ammise candidamente di essere influenzato dall’aspetto fisico del candidato alla consacrazione: per lui bastava quasi che un ragazzo sorridesse e fosse ben pettinato per essere ammesso fra i focolarini».

    Chi ha affidato la formazione dei giovani a una persona che aveva già ricevuto segnalazioni di molestie? Chi era al corrente della propensione per i ragazzini di questo infaticabile missionario della parola di Chiara Lubich, che ha attraversato i cinque continenti senza essere fermato? «Non sono a conoscenza di nessun caso di abuso noto ai responsabili del movimento, nè di persone che sono state spostate e hanno continuato ad abusare», commenta Schwind, che però ammette che questa persona è stata dimessa «per gravi motivi». La stessa sanzione è stata inflitta ad altri due membri che avevano incarichi rilevanti nell’Opera, i cui nomi sono stati fatti a Domani da diverse fonti. Uno di questi, ha testimoniato un ex focolarino, aveva l’abitudine di portare i minorenni sul suo letto, dove li abbracciava e si intratteneva con loro. Schwind conferma che sono stati entrambi allontanati dai Focolari già due anni fa.

    «Dove abbiamo riscontrato una verosimiglianza dei fatti, i responsabili sono stati dimessi dal movimento, anche per casi avvenuti decenni fa», precisa Schwind. Per quanto riguarda la segnalazione alle autorità giudiziarie, che secondo il report ha riguardato soltanto nove persone su 66, Schwind spiega che la commissione si è regolata secondo le leggi dei diversi paesi. «Dove non c’è obbligo di denuncia, abbiamo segnalato i responsabili soltanto se erano le vittime a volerlo; dove c’è l’obbligo invece abbiamo interrotto le nostre verifiche per non interferire con le indagini», spiega il sacerdote. «Con le nuove linee guida, entrate in vigore il 31 marzo – aggiunge Schwind – abbiamo stabilito che porteremo tutti i casi a conoscenza delle autorità giudiziarie, anche nei paesi in cui non è espressamente prescritto». Alla domanda se questa decisione riguardi anche i 66 casi evidenziati nel report, Schwind ammette «che non ci hanno ancora pensato», così come non sono ancora riusciti a formare una commissione disciplinare, annunciata un anno fa, che stabilisca le complicità dei vertici del movimento nel caso di Jean-Michel Merlin.

    Dal primo maggio, la Co.Be.Tu è stata sostituita dalla nuova commissione indipendente centrale, che in realtà di indipendente ha ben poco, visto che i suoi membri saranno scelti direttamente dalla presidente Karram. La nuova commissione, a cui è affiancato un organo di vigilanza di cinque membri esterni, si occuperà soltanto della gestione delle segnalazioni, mentre la formazione verrà coordinata a livello centrale e locale da un altro team di esperti e consulenti. Un’impalcatura che dovrebbe garantire, almeno sulla carta, “la tutela integrale della persona”, come viene definito il piano anti-abusi, ma che per ora lascia trasparire molta approssimazione sulla gestione dei pedofili e vaghi accenni a non meglio precisati interventi disciplinari. Al posto di un chiaro percorso di trasparenza che assicuri giustizia alle vittime, con l’apertura degli archivi e la ricostruzione delle responsabilità personali, si preferiscono la maldicenza e la gogna sotterranea del “lo sanno tutti”, alimentata dalle voci di corridoio e dalle chat di whatsapp.

    In questo quadro, delle vittime sappiamo ancora meno: quante sono, quanti anni avevano al momento degli abusi, quali sono state le conseguenze che hanno dovuto affrontare? L’Oref, Organizzazione ex focolari, un’associazione nata nel 2021 come spazio di ascolto per i sopravvissuti, non è stata coinvolta nell’indagine della Co.Be.Tu, ma Schwind tiene a dire che la presidente ha «speso molto tempo in incontri personali con altre vittime». Sulla “riparazione finanziaria” esiste un protocollo che invita chi lo desidera a farsi avanti ma non stabilisce l’entità dei risarcimenti in caso di abuso accertato: «non abbiamo stabilito cifre perché valuteremo caso per caso, anche a seconda dei paesi in cui è avvenuto il reato – dice Schwind – non sempre si parla di un aiuto economico: a volte chi si rivolge a noi chiede di essere sostenuto in un percorso terapeutico, o di trovare un lavoro o una casa».

    Molti sopravvissuti, in realtà, si sono trovati di fronte a un muro. Silvia Ciccarelli, figlia di due membri attivi del movimento, nel 2016 ha addirittura mandato una lettera personale alla Co.Be.Tu e all’allora presidente dei Focolari, Maria Voce, in cui raccontava di essere stata picchiata senza pietà per anni da suo padre, ritenuto un “uomo di fede”. «Diceva sempre che lo faceva “per volontà di Dio”, così come diceva che mi picchiava in modo da non lasciare tracce o lividi, per “non darmi la soddisfazione di fare la vittima” – si legge nella lettera – Mia madre non si è mai frapposta. Ho visto vestitini nuovi, a cui tenevo, sparire nell’immondizia perché macchiati di sangue». Nè la Co.Be.Tu né Maria Voce, dice Ciccarelli, hanno risposto.

    «Nel movimento continua a esserci una forte omertà sulle violenze strutturali che lo attraversano, che riguardano il sesso, la manipolazione delle coscienze, l’abuso di potere e lo sfruttamento economico – dice Oscar – Per decenni i focolari hanno organizzato happening per giovani, a cui partecipavano anche migliaia di bambini e adolescenti senza precauzioni né controlli: era un bacino di caccia perfetto per i predatori». Il terreno dell’abuso (di potere, in primo luogo) era preparato dall’obbedienza assoluta imposta da Chiara Lubich: le “pope” e i “popi”, come venivano chiamati i suoi seguaci in un linguaggio non a caso infantilizzante, dovevano «tagliarsi la testa», affidandosi totalmente a lei e ai capifocolare che la rappresentavano. «Se si voleva fare la volontà di Dio, bisognava seguire Chiara – racconta Cintia Costa – era richiesta un’obbedienza cieca, non potevi avere dubbi o fare domande». Costa ha fatto parte dai 12 ai 19 anni del movimento Gen, la sezione dei giovani, prima a Belem, in Brasile, e poi a Loppiano, dove ha subito ed è stata testimone di violenze psicologiche pesantissime su ragazzine appena adolescenti. «La nostra responsabile ci insultava senza una spiegazione, eravamo terrorizzate – racconta – io sono stata costretta a lasciare il mio fidanzato, che era in Brasile. Dato che piangevo disperata, lei si è seduta vicino a me e mi ha dettato la lettera per lui, che poi ha spedito con posta prioritaria». Non solo: Cintia racconta che nell’estate del 1992, insieme a una quindicina di altre ragazze, si è ritrovata a cucire le copertine per i diari della Benetton: «eravamo in un capannone, dove i visitatori che arrivavano a Loppiano non potevano vederci, e dovevamo applicare le etichette su queste agende – dice – Ovviamente, come per tutti i lavori che facevamo, non siamo state pagate». Una circostanza confermata anche da Oscar: «negli anni ’80 e ’90 i Focolari prendevano spesso commissioni da aziende per dei lavori, e Benetton era una di queste». Difficile pensare che la partita di agende fatta a mano dalle ragazze fosse un regalo per la multinazionale. «Per ironia della sorte, in quei giorni si vedeva ovunque la campagna pubblicitaria della United Colors of Benetton con la foto di un prete che bacia una suora – commenta Costa – e a noi ripetevano che dovevamo essere pure e che non potevamo nemmeno abbracciare i nostri amici maschi».

    Cintia e moltissime altre ragazze arrivate a Loppiano in quegli anni per fare un’esperienza religiosa si sono ritrovate in realtà alla mercé di persone che le hanno private di ogni libertà, le hanno fatte lavorare gratis e hanno persino interferito con la loro vita intima e famigliare. Silvia Ciccarelli testimonia che da bambina le fu proibito di vedere i nonni, perché considerati “non allineati” alle regole dellla comunità e quindi nocivi; a quattordici anni, inoltre, le fu fatta una visita ginecologica da un medico focolarino per accertare che non avesse già avuto rapporti sessuali. Magda (nome di fantasia), una focolarina slovena che voleva studiare, fu costretta dalla responsabile di zona a lasciare gli studi perché «i libri andavano messi in soffitta». Negli anni Settanta è stata anche molestata dalla sua capofocolare quando era alla scuola di formazione di Loppiano: «una sera, con la scusa di darmi la sua benedizione, è entrata nel mio letto e mi ha baciata – racconta a Domani – ho saputo che in seguito è stata allontanata, ma nessuno mi ha mai detto il motivo».

    Se Rocca di Papa tace, Roma certo non parla: il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, messo al corrente dall’ex focolarina Renata Patti, già alcuni anni, fa di alcune denunce di abuso sessuale nel movimento, non ha mai dato riscontri ufficiali. Il prefetto del Dicastero, il cardinale Kevin Farrell, interpellato in proposito da Domani, non ha mai risposto e la responsabile per la comunicazione Pamela Fabiani ha spiegato che «il Dicastero tratta le segnalazioni che riceve in maniera riservata, nel rispetto dei criteri previsti dall’ordinamento canonico, in generale e specificamente per la Curia Romana, e nel rispetto delle persone coinvolte». Quindi, non soltanto non sappiamo come sono stati trattati questi casi, ma non sappiamo nemmeno se sono stati presi in considerazione o archiviati.

    Per quanto la tendenza alla riservatezza (per non dire l’omertà) accomuni Focolari e Vaticano, fra i due si avverte una certa tensione, se è vero che, come attesta una nostra fonte, il Dicastero sta facendo pressione sul movimento perché metta finalmente mano ai problemi interni. «Siamo in contatto con il Dicastero e la curia romana, ma le indicazioni su cosa fare non sono univoche», ha ammesso Joachim Schwind parlando dell’opportunità di rendere pubblica “la lista”. Lo stesso papa Francesco, d’altronde, durante l’assemblea generale dei Focolari del febbraio 2021 aveva già ammonito le comunità ecclesiali di «evitare ogni autoreferenzialità». La situazione è delicata: all’orizzonte per i Focolari potrebbe esserci addirittura lo spettro del commissariamento, e la trasparenza sugli abusi è una carta importante su cui puntare, ma ci sono certamente diversi equilibri in gioco di cui tenere conto.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/chiesa-abusi-minori-lista-segreta-degli-le-accuse-contro-il-movimento-dei-focolari-h7n1mjbm