Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • BELLOCCHIO INCRIMINA A CANNES L’ABUSO DI POTERE DELLA CHIESA CATTOLICA CON “RAPITO”

    BELLOCCHIO INCRIMINA A CANNES L’ABUSO DI POTERE DELLA CHIESA CATTOLICA CON “RAPITO”

    Cannes (Francia), 24 maggio (EFE).- Il veterano Marco Bellocchio accusa l’abuso di potere della Chiesa cattolica durante il periodo dello Stato Pontificio attraverso la storia vera di un bambino ebreo di sei anni rapito per ordine di Papa Pio IX in “Rapito”, film in concorso al Festival di Cannes

    Sebbene Bollocchio abbia assicurato questo mercoledì durante una conferenza stampa di aver fatto un film “né contro il papa né per condannare la Chiesa cattolica”, la verità è che “Rapito” racconta una storia terribile, quella di Edgardo Mortara, battezzato di nascosto da un domestico da bambino e rapito all’età di sei anni per essere portato a Roma ed educato come cattolico.

    “C’è un principio di fede che è la tolleranza, ma è come se la religione avesse qualcosa che la rende intollerante, perché ci sono dei dogmi che vanno assolutamente rispettati, altrimenti le religioni sparirebbero”, ha sottolineato Bellocchio in conferenza stampa.

    In ogni caso, ha aggiunto, “questo non giustifica l’atteggiamento del Papa nel film”, ispirato al libro “Il caso Mortara”, di Daniele Scalise.

    Bellocchio lo lesse e iniziò a indagare sui documenti raccolti durante il processo giudiziario che la famiglia di Edgardo aveva avviato per cercare di recuperare il figlio, rapito nel 1857 quando l’Emilia-Romagna apparteneva allo Stato Pontificio.

    Era il momento in cui il potere dello Stato Pontificio e del Papa stava crollando e che portò alla riduzione del territorio pontificio nel Lazio nel 1861 quando fu proclamato il Regno d’Italia.

    “Il papa non ha voluto lasciare il potere” e per questo ne ha abusato, come hanno fatto nella storia tanti altri dittatori politici e spirituali, ha sottolineato Bellocchio, per il quale il bambino “è diventato il simbolo della temporanea difesa di un sistema” che stava per scomparire.

    Per questo motivo, la cosa più importante nella realizzazione di questo film è stata trovare il ragazzo giusto per interpretare Edgardo, che Belloccio ha trovato in Enea Sala.

    “Enea mi ha sorpreso con il suo sguardo e la sua voce, che descrive la situazione (…). Ha portato la sua umanità, il suo dolore nascosto e l’enigma di uno sguardo”, ha sottolineato il regista.

    È proprio il fatto di non aver trovato il figlio adatto al ruolo a far dimettere Steven Spielberg, che stava preparando anche un film sulla sua storia.

    “Ho scoperto che Spielberg voleva preparare un film sulla vita di Edgardo ma basato su un altro libro. Aveva già contattato collaboratori e location in Italia e aveva anche contattato attori per ruoli importanti”, ha spiegato Bellocchio.

    Ma ha abbandonato il progetto quando non è riuscito a trovare l’attore di Edgardo, ha detto il regista italiano, che ha ritenuto che fosse una storia “che non si può fare in una lingua diversa dall’italiano, con dialetti regionali ed ebraico”, come i protagonisti parlato. . reale di quello che è successo.

    Accanto a Sala, attori come Leonardo Maltese, Fausto Russo, Barbara Ronchi, Filippo Timi, Fabrizio Gifuni o Paolo Pierobon.

    Per la Ronchi, che interpreta Marianna Mortara, la madre di Edgardo, la cosa importante del suo personaggio è che lei è “una donna che era stata tagliata in due ma che ha conservato la sua dignità non essendosi convertita al cattolicesimo – cosa che ha chiesto al Papa di ottenere figlio e difendere la storia e la fede della sua famiglia.

    Le famiglie ebree, durante il sabato, erano obbligate ad avere una domestica cattolica che potesse occuparsi di ciò che non potevano fare, «e spesso accadeva che i bambini fossero battezzati di nascosto dalle domestiche, come accadde a Edgardo», ricorda Bellocchio.

    Alice García de Francisco

  • Croazia. Lo scandalo pedofilia scuote Fiume: sei sacerdoti indagati per abusi

    Croazia. Lo scandalo pedofilia scuote Fiume: sei sacerdoti indagati per abusi

    Ha pianto, ha rivolto appelli accorati, ha chiesto scusa e rivolto parole di solidarietà alle vittime e alle loro famiglie. Monsignor Mate Uzinic, arcivescovo di Fiume, ha tenuto una conferenza stampa in cui ha confermato le voci che in città, nel Quarnero e anche oltre, circolavano da tempo. Nel territorio di competenza dell’Arcidiocesi fiumana ci sono stati casi di abusi sessuali perpetrati da sacerdoti. Vicende drammatiche, denunciate alle competenti autorità ecclesiastiche e alla Procura di Stato.

    Con la voce rotta dall’emozione, l’alto prelato ha parlato ai giornalisti, chiarendo che sono in corso procedimenti giudiziari e indagini per accertare le responsabilitdi alcuni preti dell’arcivescovado di Fiume accusati di abusi. Uno scandalo che non ha precedenti nel Fiumano, dove i cattolici costituiscono la maggioranza schiacciante dei credenti, tra ortodossi, musulmani, ebrei e fedeli di altre religiosi. Il caso più grave segnalato ai media da Uzinic – molto apprezzato per le sue dichiarazioni concilianti – ha riguardato il sacerdote M. Šp (l’arcivescovo ha fornito solo le iniziati dei religiosi coinvolti), 70 anni: questo prete – che ha ammesso ogni addebito – aveva abusato sessualmente di 14 bambini di età compresa tra i 6 e i 13 anni. «Sono stati delitti imperdonabili – così ’Uzinic – perpetrati negli anni Ottanta e Novanta. Al mio arrivo a Fiume, mi era stato detto che la vicenda era stata archiviata e che il sacerdote era dispensato dagli obblighi sacerdotali e dal celibato. Parte dei reati erano stati commessi mentre il religioso insegnava alla facoltà fiumana di Teologia. Nonostante l’archiviazione del caso, ho voluto rivolgermi alla polizia fiumana per denunciare questi orribili episodi». A detta di Uzinic, M. Šp, vivrebbe ora in un monastero benedettino in Italia.

    C’è poi la vicenda legata a M. Šl, del 1941, che nel 2006 e il 2007 (in base ad una denuncia anonima) avrebbe inviato messaggi sms dai contenuti sessualmente molto espliciti ad alcuni minorenni. Poi avrebbe anche molestato una minorenne e scritto messaggi in cui chiedeva a giovani teologi – di cui era docente – di avere rapporti sessuali con lui. Attualmente si trova nell’abitazione di famiglia e denunciato, mentre è ignoto a che punto sia arrivato il procedimento penale nei suoi confronti. Il dicastero competente gli ha vietato di avere contatti con minorenni e il servizio sacerdotale.

    Per un altro prete – L.L del 1953 -, l’accusa è di avere spedito tra il 1999 e il 2005 messaggi di chiaro contenuto sessuale a ragazze minorenni, ripetendo la stessa cosa tra il 2017 e il 2019, con mail inviate ad un adulto e ad una minorenne. La Congregazione per la dottrina della fede non ha avuto dubbi, allontanandolo dall’incarico, vietandogli i contatti con minorenni e imponendogli di sottoporsi a cure psicoterapiche.

    In totale le accuse di abusi e molestie sessuali hanno riguardato sei sacerdoti dell’Arcidiocesi di Fiume. «Mi scuso a nome mio e dell’Arcidiocesi con chi è stato vittima di abusi e anche con i suoi familiari – ha concluso Uzinic –. Esprimo solidarietà e appoggio alla gente maltrattata dai sacerdoti. Noi non copriamo le malefatte di nessuno e anzi invito la gente a non avere paura, a denunciare questi atti ignominiosi commessi da persone della Chiesa».

    Croazia. Lo scandalo pedofilia scuote Fiume: sei sacerdoti indagati per abusi

  • Prete nudo in canonica insieme a dei minori per “spirito di cameratismo”: arriva il patteggiamento

    Prete nudo in canonica insieme a dei minori per “spirito di cameratismo”: arriva il patteggiamento

    “E’ stata una goliardata”. Alcune settimane fa, dopo essere stato interrogato come testimone in Tribunale nel processo per i volantini del “Corvo”, il patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, aveva definito così il comportamento di un sacerdote che in canonica si era spogliato assieme ad alcuni ragazzini. Era stato il vescovo a raccontare l’episodio che aveva dato avvio a un procedimento canonico nei confronti del parroco, poi sospeso per cinque anni dall’esercizio dell’attività a contatto con i fedeli. Un fatto significativo, che in qualche modo ha dimostrato come – pur nel loro eccesso e nell’infondata generalizzazione – le accuse formulate nel volantino e riguardanti comportamenti non appropriati del clero avessero qualche fondamento.

    Adesso il sacerdote ha affrontato anche la giustizia civile, dopo quella ecclesiastica, e ha patteggiato una pena di un anno e quattro mesi per il reato di adescamento. Il prete gestiva contemporaneamente tre chiese della parrocchia dei Carmini, tra cui la chiesa dei Gesuati alle Zattere. A far arrivare la voce in curia di strani incontri con alcuni ragazzini completamente nudi erano state le catechiste. Il vescovo aveva convocato il sacerdote, il quale aveva confermato tutto, spiegando di non avere avuto nessuna finalità di tipo sessuale. Moraglia aveva informato le famiglie, che si erano raccomandate la massima segretezza. Così la vicenda aveva seguito il corso canonico, fino alla sospensione e al trasferimento del prete in una comunità, con l’impegno a seguire corsi di recupero psicologico per un paio d’anni.

    Contemporaneamente si è aperto il filone penale. In un primo tempo il pubblico ministero aveva contestato la violenza sessuale. Gli interrogatori hanno escluso l’esistenza di gesti o atti che confermassero un’accusa del genere, finita in archivio su richiesta del pubblico ministero Giorgio Gava, senza che nessuna delle parti interessate facesse ricorso. È rimasta quindi l’ipotesi di adescamento di minorenni, per la quale si è avuto ora il patteggiamento. Il sacerdote si sarebbe giustificato dicendo che invitava i ragazzi (tutti diciassettenni) a spogliarsi, facendo lui lo stesso, perché così voleva creare un clima di cameratismo, inducendo i minorenni a frequentare la canonica. Una volta nudi, avrebbero chiacchierato, fumato e bevuto qualche spritz. Nessun toccamento, né discorso a sfondo sessuale.

    I fatti, stando al capo d’imputazione, si sono verificati tra giugno e luglio 2020, in più occasioni, e avrebbero coinvolto tre minorenni. Il sacerdote è stato sottoposto a consulenze psicologiche e avrebbe motivato il proprio comportamento parlando del proprio passato e dei problemi della propria pubertà. Gli stessi psicologi avrebbero escluso una finalità sessuale, ipotizzando una forma di regressione all’epoca dell’adolescenza.

    Il nome del sacerdote era indicato nei volantini che nel 2019 vennero affissi sui muri del centro storico di Venezia e che portavano la firma di “fra.tino”, fustigatore dei costumi asseritamente corrotti della chiesa lagunare. Secondo il patriarca di Venezia la curia aveva effettuato controlli sui preti citati, senza trovare nulla di significativo. Il processo sta però portando alla luce situazioni perlomeno opache, la più clamorosa delle quali è ora arrivata a un epilogo giudiziario. Gli imputati del processo al Corvo sono due, accusati di diffamazione. Si tratta innanzitutto di Enrico Di Giorgi, milanese, un ex dirigente della Montedison, amico di don Massimiliano D’Antiga, amministratore di parrocchia in centro storico che si era opposto al trasferimento deciso nel 2018 dal vescovo Moraglia. L’altro imputato è un tecnico informatico milanese Gianluca Buoninconti, amico di Di Giorgi. Pur non essendo citato nel capo d’imputazione, la pubblica accusa sospetta che la campagna di volantini contro la chiesa veneziana e il Patriarca (accusato di aver insabbiato gli scandali) avrebbe un ispiratore, proprio don D’Antiga, che è stato ridotto allo stato laicale per la sua ribellione contro il vescovo. Alla luce anche del patteggiamento del parroco dei Carmini, il processo per diffamazione rischia di diventare incandescente quando sarà interrogato non solo Di Giorgi, ma anche il professore Alessandro Tamborini, grande fustigatore di D’Antiga, che qualche settimana fa è stato interrogato dal promotore di giustizia della Curia, lanciando nuove accuse di abusi sessuali e frequentazioni gay da parte di sacerdoti.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/05/12/prete-nudo-in-canonica-insieme-a-dei-minori-per-spirito-di-cameratismo-arriva-il-patteggiamento/7159620/

  • Ex presidente dei vescovi tedeschi, «gravi violazioni» nella gestione dei casi di abuso

    Ex presidente dei vescovi tedeschi, «gravi violazioni» nella gestione dei casi di abuso

    FRIBURGO-ADISTA. L’ex presidente della Conferenza episcopale tedesca (DBK) e arcivescovo di Friburgo, mons. Robert Zollitsch, risulta gravemente responsabile della pessima gestione degli abusi nella sua diocesi, secondo quanto risulta dal rapporto di 600 pagine sull’arcidiocesi di Friburgo pubblicato il 19/4, che riporta gravi comportamenti scorretti e violazioni della legge da parte di Zollitsch e del suo predecessore Oskar Saier nell’affrontare reati penali da parte di sacerdoti, dando la priorità alla protezione della Chiesa come istituzione e degli autori, ha spiegato l’autore dello studio Eugen Endress. Nessun aiuto per le persone colpite e le loro famiglie. Il capo della commissione indipendente per il trattamento degli abusi sessuali nell’arcidiocesi di Friburgo, Magnus Striet, presume che più di 250 sacerdoti si siano resi colpevoli di abusi o ne siano stati accusati dal 1945; almeno 540 le vittime presunte per difetto.

    L’inchiesta documenta che la Chiesa «è stata indifferente per decenni nei confronti dei bambini maltrattati e feriti nell’anima», secondo una dichiarazione iniziale della Commissione dell’arcidiocesi per le persone colpite, proteggendo al contrario gli autori dei crimini.

    Zollitsch ha restituito la Croce federale al merito, conferitagli nel 2014 per i suoi servizi alla Chiesa e alla società, e ha rinunciato al “privilegio” di essere sepolto nella cattedrale di Friburgo dopo la sua morte, come è consuetudine nella diocesi.

    Il primo ministro del Baden-Württemberg Winfried Kretschmann ha informato l’agenzia KNA che Zollitsch si era offerto di restituire la medaglia Staufer assegnata nel 2014 e l’Ordine al merito statale del 2011. «Accetto questa offerta», ha detto Kretschmann, che è anche commissario del governo statale per la religione. «I risultati dello studio sugli abusi di Friburgo mi sconvolgono. Mi lasciano sbalordito. Le vittime di abusi sono state esposte impotenti a questo evidente fallimento delle strutture ecclesiastiche per anni».

    Gli autori dello studio non hanno trovato, invece, evidenze di insabbiamenti a carico dell’arcivescovo in carica Stephan Burger (dal 2014). Il quale è rimasto sconvolto dai risultati: «I miei predecessori in carica hanno semplicemente ignorato la legge ecclesiastica applicabile, che prevedeva l’intervento e la segnalazione dei casi».

    Contro Zollitsch è stato avviato un procedimento canonico secondo il motu proprio Vos estis lux mundi, che regolamenta le modalità di denuncia dei vescovi. In qualità di arcivescovo, Burger ha chiesto perdono alle vittime e ha assicurato loro il sostegno. «Lo faccio con piena convinzione», ha affermato (katholisch.de, 18/4). Nessun commento sul processo in corso.

    Quanto a Zollitsch, non ha voluto commentare la questione, per il momento. «Per rispetto nei confronti delle vittime di violenze sessuali e per rispetto di un lavoro necessario e completo», Zollitsch ha imposto il silenzio, ha detto il suo portavoce. A ottobre aveva ammesso di aver commesso errori in passato.

    https://www.adista.it/articolo/69912

  • SHAME- EUROPEAN STORIES- L’ESPOSIZIONE – MILANO 23 marzo 8 aprile

    SHAME- EUROPEAN STORIES- L’ESPOSIZIONE – MILANO 23 marzo 8 aprile

    L’orrore e la vergogna non conoscono confini. Dalla Romania alla Francia, dall’estremo nord della Scandinavia all’Italia, passando per Spagna, Svizzera, Belgio, Austria e molti altri paesi. Realtà diverse, altri abusi, altri autori, ma sempre le stesse vittime: i bambini.

    Adozioni forzate, abusi sessuali in collegi e scuole, bambini allontanati con la forza dalle loro famiglie, vittime del traffico di esseri umani, bambini sottoposti a esperimenti sociali e bambini maltrattati in famiglia. Questo viaggio cerca di delineare un fenomeno che emerge dalle ombre del passato per evitare che questi crimini cadano nell’oblio e che le vittime vengano dimenticate senza che sia fatta giustizia.

    Decine di ritratti fotografici in bianco e nero denunciano la vergogna: la vergogna che pervade e intossica le vite di chi ha subito violenza; la vergogna che dovrebbe provare chi ha calpestato queste giovani vite e ne ha abusato senza ritegno; la vergogna di noi spettatori per la nostra impotenza di fronte a un fenomeno fuori dalla nostra portata; e, infine, la vergogna di una realtà europea che vorrebbe essere moderna e sociale ma che non riesce a gestire in modo completo una situazione drammatica.

    Questa è solo la punta dell’iceberg, uno scorcio di una realtà immensa, sommersa e difficile da quantificare che permea il tessuto sociale europeo e rende la vita di migliaia di persone difficile, se non impossibile. Uomini e donne che sono stati spezzati durante l’infanzia, quello che dovrebbe essere il periodo più sereno e spensierato della loro vita, e che meritano riconoscimento, scuse e giustizia. Riconoscimento, scuse pubbliche e giustizia sono tra gli obiettivi principali di Justice lnitiative.

    Questo progetto riporta le vittime al centro dell’attenzione e mira a un’azione congiunta a livello europeo affinché i singoli Stati e governi prendano in mano la questione e presentino soluzioni concrete e fattibili che permettano a migliaia di cittadini di superare un passato drammatico e traumatico.

  • Gli abusi nella Chiesa in Germania e in Italia – Podcast

    Gli abusi nella Chiesa in Germania e in Italia – Podcast

    di Luciana Caglioti, Agnese Franceschini e Daniela Nosari – Il cardinale Marx di Monaco ha chiesto scusa e uno studio presentato a Mainz riapre la discussione sull’atteggiamento della Chiesa Cattolica tedesca verso le vittime di abusi sessuali perpetrati nelle diocesi.

    Ci sarebbero stati insabbiamenti e censure che ora vengono ammessi pubblicamente.

    Sono segnali di cambiamento? Ce ne parla Agnese Franceschini. Francesco Zanardi della “Rete L’Abuso” invece racconta come viene affrontato il problema in Italia da parte delle gerarchie ecclesiastiche.

    Lo studio sulla diocesi di Mainz

    Lo studio dal titolo “Esperire – Comprendere – Prevenire” è stato commissionato dalla stessa diocesi di Mainz. Secondo questo rapporto, sono oltre 400 le vittime di abusi sessuali nella diocesi di Mainz e 181 gli accusati. Di fronte a questi numeri inquietanti, il vescovo di Mainz Peter Kohlgraf ha ammesso un fallimento della Chiesa. Per la prima volta, inoltre, non si parla solo di atti commessi da chierici, ma da tutti i dipendenti della chiesa. Inoltre, sono stati inclusi anche i casi di abuso nei confronti di adulti, non solo di minori. Sono state esaminate circa 25.000 pagine di fascicoli e materiale d’archivio per il periodo dal 1945 al 2019 e sono state condotte 246 interviste personali, scritte o telefoniche. Dei 181 accusati, due terzi erano chierici, un terzo laici.

    Le accuse ai vescovi Volk e Lehmann

    Lo studio ha rivelato che i vertici della diocesi hanno fallito nel trattare almeno 48 presunti colpevoli. Tra gli altri, gli autori hanno adottato una linea dura nei confronti degli ex vescovi di Mainz, Hermann Volk e Karl Lehmann. Nel periodo sotto Volk, cioè tra gli anni Sessanta e Ottanta, gli atti di abuso sono stati particolarmente frequenti, ma la preoccupazione principale del vescovo era quella di non causare un fastidio pubblico e la sofferenza delle vittime non aveva importanza.

    Per quanto riguarda Karl Lehmann, che è stato vescovo di Mainz dall’83 al 2016, colpisce il contrasto tra la sua immagine pubblica e mediatica e il suo atteggiamento e azioni personali, comunque volte a non prendere in considerazione i casi di violenza sessuale. In effetti Lehmann, anche come presidente della conferenza episcopale tedesca, era considerato tra i cardinali più aperti al dialogo e aveva più volte condannato i casi di abuso, ma secondo il suo successore Kohlgraf, Lehmann sarebbe la personificazione di una chiesa che non si assume le proprie responsabilità nei confronti delle vittime di abusi e le esclude. Avrebbe infatti ripetutamente messo in dubbio la responsabilità sistemica della Chiesa e della diocesi per gli atti di abuso e avrebbe mostrato nei suoi incontri con le vittime di violenza sessualizzata una durezza e un rifiuto incredibili.

    La complicità di alcune famiglie

    Secondo il rapporto anche le famiglie e i genitori di alcune vittime di abuso abbiano contribuito ad insabbiare. Questa è un’ulteriore dimostrazione di quanto la pratica sistematica di sminuire, nascondere e non perseguire abbia portato molti fedeli a non denunciare quanto stava accadendo e un atteggiamento complice e non critico da parte degli adulti.

    Un atteggiamento diverso verso gli abusi

    Il vescovo Kohlgraf ha dichiarato: “Stiamo parlando di un crimine, non di singoli scandali Le persone sono state distrutte nella fede e nella fiducia. Per me personalmente, come vescovo di Mainz, è importante assumermi le mie responsabilità e definire i percorsi futuri con le persone della diocesi.” Raramente ci sono state delle parole così chiare da parte di un alto rappresentante della Chiesa cattolica tedesca, che finalmente parla di crimine e chiede la collaborazione di tutti. È un’apertura al dialogo molto importante che viene ribadita anche da altri segnali di svolta. Ad esempio a gennaio di quest’anno il cardinale Reinhard Marx si è di nuovo scusato pubblicamente con le vittime di abusi nella diocesi di Monaco e ha ammesso di aver commesso degli errori. “Non posso cancellare quello che è successo, ma posso agire in modo diverso ora e in futuro”, ha dichiarato, e coerentemente con questo ha esortato a denunciare ogni indizio di abuso. Lo scorso anno era uscito uno studio anche sulla diocesi di Monaco, ma già nel giugno del 2021 il cardinale Marx aveva offerto le sue dimissioni, assumendosi la responsabilità della catastrofe degli abusi sessuali, ma papa Francesco le aveva rifiutate.

    I primi fatti concreti

    L’arcidiocesi di Monaco ha, ad esempio, rinunciato al diritto di invocare la prescrizione in un caso di abuso avvenuto 30 anni fa. Si è inoltre dichiarata pronta “a pagare un adeguato risarcimento per il dolore e la sofferenza del querelante e a trovare una soluzione appropriata per qualsiasi richiesta di risarcimento”, ha scritto in un comunicato pubblicato due giorni fa. Il caso è comunque interessante perché coinvolge anche il defunto papa Ratzinger che allora era Arcivescovo di Monaco e aveva permesso il trasferimento nella città bavarese del sacerdote colpevole di molestie, nonostante ci fossero già state accuse di abusi nei sui confronti. Per questo il 38enne vittima di abusi ha denunciato anche Benedetto XVI.

    Sul sito della “Commissione indipendente sui casi di abusi sessuali su minori in Germania” si trova un elenco degli studi ancora in corso, la maggior parte di loro riguardano la Chiesa tedesca.

    La situazione in Italia

    Francesco Zanardi è il presidente di “Rete L’Abuso” – Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, e mette in luce come in Italia l’elaborazione degli abusi sessuali da parte dei membri della chiesa sia ancora agli inizi. C’è ancora molto da fare per riconoscere e aiutare le vittime di abusi. E anche dal punto di vista legislativo mancano leggi adeguate.

    Nell’intervista che ci ha rilasciato Zanardi parla inoltre del rapporto sugli abusi redatto dall’associazione, che mette in luce molti più casi rispetto a quelli rilevati dal rapporto CEI di novembre 2022, e si augura che porti a indagini approfondite sui membri della Chiesa accusati.

  • Scarcerato Rodolfo Fiesoli il “profeta” del Forteto

    Scarcerato Rodolfo Fiesoli il “profeta” del Forteto

    Chissà come si sentiranno le vittime e i familiari dell’uomo accusato e condannato per abusi e molestie sessuali sui minori affidati alla sua comunità Il Forteto. Una vicenda che ha fatto da ribalta anche negariva per il Mugello anche sui media nazionali per svariati anni.

    È stato scarcerato Rodolfo Fiesoli, il “profeta” del Forteto. Fiesoli è stato scarcerato in quanto «le condizioni di salute sono incompatibili con la detenzione in carcere, sarà ospitato in una RSA del padovano.

    Il 22 dicembre scorso Fiesoli era stato portato nel carcere di Sollicciano (Firenze) dopo che la Cassazione lo aveva condannato a 15 anni per violenza sessuale e maltrattamenti avvenuti nella comunità. Tenendo conto di un periodo di arresto nel 2011, Fiesoli doveva scontare un residuo di pena di 14 anni. Ma, dopo soli 7 mesi, il fondatore del Forteto è di nuovo in libertà. Il 5 luglio scorso, infatti, la Cassazione ha accolto il ricorso dei suoi legali.

    Piccola ricostruzione. La comunità agricola nasce negli anni ’70 come esperimento di vita in comune dall’idea di Rodolfo Fiesoli. Il Forteto diventa ben presto una realtà economica e sociale molto importante in Toscana.

    Il Tribunale dei minori di Firenze affida negli anni alle coppie che vivono all’interno della comunità molti bambini con grossi problemi familiari. Ma già nel 1985 Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, suo braccio destro nella comunità, vengono condannati a due anni il primo e a 10 mesi il secondo per atti di libidine violenti e maltrattamenti nei confronti di adolescenti disabili. Il Tribunale dei Minori continuerà però per 30 anni a affidare bambini alla comunità.

    Il Forteto era un simbolo della sinistra in Toscana, un esempio di imprenditorialità.  “Rodolfo Fiesoli è riuscito a far passare tutto come se fosse una persecuzione da parte del giudice, che era di destra. Così nel Mugello il pregiudizio ha iniziato a fare il suo lavoro”.

    Fino a che, nel dicembre 2011, scoppia lo scandalo più grande, con nuove accuse di violenza sessuale. Vengono rinviati a giudizio non solo Rodolfo Fiesoli, ma anche il suo braccio destro Luigi Goffredi e altre 20 persone tra i vertici del Forteto. Il 22 dicembre 2017 Rodolfo Fiesoli viene arrestato e portato in carcere, mentre per Goffredi i reati sono andati in prescrizione.

    Dietro la meravigliosa realtà della cooperativa agricola con frutteti, oliveti e il caseificio, c’era una specie di setta. Tutti dovevano sottostare alle regole del profeta, il Fiesoli.

    Anche il sistema degli affidamenti all’interno della comunità sarebbe stato gestito da lui. Infatti, i bambini tolti alle famiglie d’origine venivano sì affidati a una coppia, ma sarebbero poi stati “ridistribuiti” su indicazione del Fiesoli ad altri all’interno del Forteto.

    “A questi bambini veniva fatto il lavaggio del cervello”, ha raccontato Luisa Chincarini della Commissione d’Inchiesta. “Si diceva loro che la famiglia d’origine li violentava”. I bambini sarebbero stati spinti a denunciare violenze da parte delle famiglie d’origine.

    Rodolfo Fiesoli, dopo la scarcerazione, si trova in una località segreta. “Sapere che dopo poco più di sei mesi dal suo arresto sia già stato scarcerato fa male. Fa male a me, ma non oso immaginare cosa stiano provando in questo momento le vittime dell’orco”, ha commentato Stefano Mugnai (FI), presidente della prima commissione regionale d’inchiesta sul Forteto.

    Altre reazioni

    “La scarcerazione di Rodolfo Fiesoli, il capo della comunità ‘Il Forteto’ condannato poco più di tre anni fa a 14 anni e 10 mesi di reclusione, dimostra che c’è ancora molto da fare per la ricerca delle responsabilità su questa triste vicenda. Fratelli d’Italia ha presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere di conoscere le motivazioni espresse sulla decisione dal Tribunale di sorveglianza di Venezia”. Lo affermano i deputati di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, Francesco Michelotti e Chiara La Porta.

    “Per questi motivi – aggiungono – abbiamo già chiesto la calendarizzazione della proposta di legge presentata da Fratelli d’Italia per istituire una nuova Commissione d’inchiesta parlamentare sul caso. Lo Stato – concludono Donzelli, Michelotti e La Porta – non può lasciare sole le vittime, da parte nostra metteremo in campo ogni sforzo”.

    Scarcerato Rodolfo Fiesoli il “profeta” del Forteto

  • Caso Orlandi, il governo stoppa la Commissione d’inchiesta: opposizione sorpresa

    Caso Orlandi, il governo stoppa la Commissione d’inchiesta: opposizione sorpresa

    «Sono sorpreso della richiesta del governo di un rinvio per approfondimenti del voto sulla Bicamerale di inchiesta. Era da qualche settimana che ne discutevamo in commissione, e la richiesta è arrivata proprio al momento del voto». Lo dice parlando con l’Ansa Roberto Morassut (Pd), presentatore di una delle proposte di legge che istituise la commissione di inchiesta sul caso di Emanuela Orlandi. «La richiesta del governo – ha riferito Morassut – è stata avanzata non dal sottosegretario Molteni, ma dal presidente della Commissione, che ha riferito che il governo aveva trasmesso questa richiesta, ma non ci ha detto il motivo».

    «Il governo ha chiesto di attendere per l’istituzione della Commissione d’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, ma non ne ha spiegato le ragioni e i tempi. Questa scelta incomprensibile danneggia le famiglie di queste due ragazze e tutti i cittadini che chiedono di fare luce su questa torbida vicenda». Così Francesco Silvestri, capogruppo M5S alla Camera che all’AdnKronos dice: «Adesso sentirò il governo per capire se l’impreparazione con cui sono arrivati in commissione derivi da una loro incapacità di leggere di cosa si discute in commissione e quindi prepararsi prima, o da un fattore politico».

    Oggi la Commissione Affari costituzionali, ha rinviato il voto su richiesta del sottosegretario all’interno Nicola Molteni, che ha chiesto a nome del governo il rinvio «per approfondimenti». «Se si tratta di impreparazione – continua Silvestri – è un conto. Se è una questione politica vedremo. Io temo che sia la prima ipotesi… Se chiedono tempo, però, è un fattore rilevante. Glielo chiederò, voglio che questa questione si risolva perché non è una questione di bandiera, ci sono delle famiglie che stanno guardando alla serietà di cosa stiamo facendo, se questo percorso è stato avviato va portato a compimento. Non è una cosa da niente, è l’istituzione della commissione Orlandi, la questione va chiarita».

    Caso Orlandi, il governo stoppa la Commissione d’inchiesta: opposizione sorpresa

  • Canada: segnalate 751 tombe vicino a scuola residenziale

    Canada: segnalate 751 tombe vicino a scuola residenziale

    (ANSA) – ROMA, 22 FEB – Ricerche via radar hanno rivelato, vicino a una ex scuola residenziale cattolica canadese della Columbia britannica, 17 fosse che potrebbero contenere i corpi di 751 bambini delle comunità autoctone.

    Lo riferisce la Canadianpress citando una First Nation (una comunità di indigeni in Canada) che sta pubblicando i risultati di una ricerca preliminare sulle tombe anonime individuate sul terreno di un’ex scuola residenziale.

    Il cimitero si trova nei pressi dell’ex Marieval Indian Residential School, situata nell’area della Cowesses First Nation, nel sud del Saskatchewan.

    Più di 150 mila bambini nativi furono costretti a frequentare le scuole cristiane finanziate dallo Stato dal 19/o secolo fino agli anni ’70 nel tentativo di isolarli dall’influenza delle loro famiglie e della loro cultura, cristianizzarli e assimilarli nella società dominante, che i governi precedenti consideravano superiore. Il governo canadese ha ammesso che i maltrattamenti e gli abusi fisici e sessuali erano dilaganti, con studenti picchiati perchè parlavano la loro lingua madre. Quell’eredità di abuso e isolamento è considerata dai leader indigeni come una delle cause principali dei tassi epidemici di alcol e tossicodipendenza nelle riserve.

    Nell’aprile dello scorso anno papa Francesco ha chiesto scusa per i crimini commessi con la complicità della chiesa, e nel luglio successivo si è recato in Canada e ha incontrato i rappresentanti delle comunità indigene. (ANSA).

  • IL GOVERNO DEL CANADA PAGA 2 MILIARDI DI EURO ALLE COMUNITÀ INDIGENE MALTRATTATE

    IL GOVERNO DEL CANADA PAGA 2 MILIARDI DI EURO ALLE COMUNITÀ INDIGENE MALTRATTATE

    Il Canada pagherà centinaia di comunità indigene per un totale di 2,8 miliardi di dollari canadesi (l’equivalente di quasi 2 miliardi di euro) a titolo di risarcimento. Questa è stata la regola per quasi un secolo di abusi sui minori nei collegi.

    Almeno 324 comunità indigene avevano intentato un’azione legale collettiva. L’importo che il governo canadese pagherà sarà depositato in un fondo indipendente dal governo.

    Secondo una dichiarazione del governo, il fondo mira a “rilanciare l’istruzione, la cultura e la lingua indigene, per aiutare i sopravvissuti a guarire le loro ferite e riconnettersi con la loro eredità”.

    Dalla fine del 1800 agli anni ’90, il governo canadese ha inviato circa 150.000 bambini aborigeni in 139 scuole. Queste scuole erano gestite principalmente dalla Chiesa cattolica.

    I bambini venivano deliberatamente tenuti separati dalle loro famiglie, dalla loro lingua e dalla loro cultura. Molti bambini hanno subito abusi sessuali e migliaia sono morti di malattia, malnutrizione o abbandono. Secondo una commissione nazionale d’inchiesta, il sistema era un genocidio culturale.

    Negli ultimi due anni, gli abusi su larga scala sono stati sotto i riflettori. Ciò era dovuto alla scoperta di centinaia di tombe anonime nei luoghi in cui si trovavano le scuole. Sono già state identificate più di milletrecento tombe. Papa Francesco ha visitato il Canada l’anno scorso per scusarsi per gli abusi.