Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La sopravvissuta della scuola residenziale NAN Evelyn Korkmaz condivide un messaggio con Papa Francesco

    La sopravvissuta della scuola residenziale NAN Evelyn Korkmaz condivide un messaggio con Papa Francesco

    CITTÀ DEL QUEBEC, QC: Nishnawbe Aski Nation (NAN) La sopravvissuta alla scuola residenziale indiana Evelyn Korkmaz, membro della Fort Albany First Nation, ha presentato una lettera con il seguente messaggio a Sua Santità Papa Francesco nel tradizionale territorio della Cree First Nation di Waswanipi questo mattina:

    “Questa è stata una settimana emozionante per me come sopravvissuto, come lo è stata per altri sopravvissuti. Ho aspettato 50 anni per le scuse e finalmente l’ho sentito questa settimana. Ma alcuni sopravvissuti non sono riusciti a sentirlo perché li abbiamo persi a causa del trauma causato dalle Scuole Residenziali.

    Non dobbiamo dimenticare che questa visita non riguarda voi, Santità. Riguarda il genocidio secolare commesso contro i popoli indigeni a Turtle Island. Quando sono state scoperte tombe anonime, ha inorridito il mondo. La Chiesa cattolica è stata costretta al silenzio e costretta a rispondere ai crimini che ha commesso.

    Per più di 10 anni, il governo canadese e la Chiesa cattolica hanno violato l’Indian Residential Schools Settlement Agreement, firmato da entrambe le parti nel 2004. Questo è stato l’inizio dei sopravvissuti alla St. Anne’s Residential School che sono stati trascinati attraverso il sistema giudiziario canadese. I sopravvissuti di Sant’Anna sono stati costretti a portare la loro battaglia alla Corte Suprema del Canada per chiedere giustizia per i crimini di genocidio commessi contro il nostro popolo. Noi come popolo non saremo più soggetti a restare a guardare e lasciare che i nostri diritti umani vengano violati. Ci alzeremo insieme come nazione.

    All’inizio di questa settimana a Edmonton, Vostra Santità, ha detto di voler camminare, lavorare e pregare con noi. Per cercare verità, giustizia e riconciliazione. I popoli indigeni di Turtle Island chiedono alla Chiesa cattolica di assumersi la responsabilità e la responsabilità degli orribili crimini commessi contro i nostri antenati, i bambini, le famiglie e le nostre comunità.

    Non bastano le scuse a nome della fede cristiana. La Chiesa cattolica deve assumersi la responsabilità. Le scuse NON POSSONO annullare il dolore e la sofferenza che un sopravvissuto ha sopportato sotto la cura del clero. Vogliamo giustizia per il nostro popolo che è stato danneggiato dalle istituzioni religiose.

    Per la riconciliazione, la Chiesa cattolica deve lavorare con i sopravvissuti per produrre un piano concreto su come la Chiesa andrà avanti.

    Tutti i documenti, i registri, i diari e le fotografie della Scuola Residenziale ancora in tuo possesso in Vaticano devono essere rilasciati. Questi documenti aiuteranno a localizzare tombe non contrassegnate e identificare dove sono state sepolte le anime perdute. Aiuterà a identificare i bambini che sono morti o che sono ancora scomparsi. Questi documenti appartengono qui in Canada; è la nostra storia. Queste azioni aiuterebbero a chiudere i nostri cari e le loro famiglie a cui è stata negata la chiusura e la guarigione per così tanto tempo.

    La Chiesa cattolica dovrebbe anche modificare le regole e le politiche per coloro che sono accusati di abusi sessuali. Ciò consentirà ai sopravvissuti di assicurare questi predatori alla giustizia e di aiutare i sopravvissuti a trovare una chiusura. Ricollocare i predatori, solo per recidivare, non è la risposta. Una tabella di marcia sulla loro ubicazione e movimento è essenziale per la sicurezza e il benessere dei nostri bambini e dei futuri leader.

    Vi chiediamo inoltre di revocare la Dottrina della Scoperta per quei paesi colpiti da questo documento razzista.

    In chiusura vorrei dire: ‘Se un membro soffre tutti soffrono insieme ad esso 1 ‘”.

    Evelyn Korkmaz ha frequentato la famigerata scuola residenziale indiana di Sant’Anna tra il 1969 e il 1972, gestita dalle suore cattoliche oblate a Fort Albany First Nation, sulla remota costa di James Bay.

    È una delle 22 sopravvissute della scuola residenziale indiana a cui è stata concessa un’udienza privata con il Papa per condividere messaggi personali nell’ultimo giorno del suo Viaggio Apostolico in Canada. È stata accompagnata e supportata dal vice gran capo della NAN Anna Betty Achneepineskum, che ha partecipato a eventi a Edmonton e Quebec City con sopravvissuti provenienti da tutti i territori del Trattato NAN n. 5 e n. 9.

    I sopravvissuti dell’IRS, le loro famiglie e chiunque necessiti supporto emotivo o assistenza possono contattare:

    • IRS Survivors Society al numero 1-800-721-0066 (numero verde)
    • Linea di crisi dell’IRS al numero 1-866-925-4419
    • NAN Hope 1-844-NAN-HOPE (626-4673)
  • Il governo canadese insiste: «Le scuse del Papa non bastano»

    Il governo canadese insiste: «Le scuse del Papa non bastano»

    OTTAWA – Il governo canadese non ha usato giri di parole: le scuse di Papa Francesco verso i popoli indigeni, per gli abusi nelle scuole residenziali gestite dalla Chiesa, non sono sufficienti. Le dichiarazioni sono arrivate quando il viaggio del Pontefice è giunto alla seconda tappa, a Quebec City. Nella città canadese il Papa ha incontrato, durante la giornata di ieri, il primo ministro Justin Trudeau e la governatrice Mary Simon.

    Il tentativo del Vaticano di fare chiarezza su un passato tanto controverso quanto ambiguo, ha sollevato parecchie critiche. Le perplessità del governo canadese si sono unite all’indignazione di alcune vittime, che non hanno apprezzato il silenzio sugli abusi sessuali subiti dai bambini indigeni nelle scuole. Il mea culpa del Papa non ha raccolto quindi i consensi sperati. Alcune lacune nelle scuse presentate da Francesco non sono piaciute e sono state rimarcate da molte vittime.

    Un «pellegrinaggio penitenziale» – L’obiettivo dichiarato del capo della Chiesa, all’inizio del viaggio, era di compiere «un pellegrinaggio penitenziale» per assumersi le responsabilità delle atrocità commesse ai danni della popolazione indigena. I popoli nativi hanno da tempo chiesto a Papa Francesco di assumersi la responsabilità non solo degli abusi commessi da singoli sacerdoti, ma anche per il sostegno della Chiesa cattolica alla politica di assimilazione delle istituzioni locali.

    Più di 150’000 bambini nativi in ​​Canada sono stati portati via dalle loro case dal 19° secolo fino agli anni ’70 e collocati nelle scuole cattoliche nel tentativo di isolarli dall’influenza delle loro famiglie e della loro cultura.

    Solo il primo passo – Il primo ministro Justin Trudeau, di religione cattolica e il cui padre, Pierre Trudeau, era primo ministro mentre erano in funzione le ultime scuole residenziali, ha insistito sul fatto che la Chiesa deve fare più per estirpare la sua colpa. «La visita di Papa Francesco ha un grande impatto» ha dichiarato il primo ministro, aggiungendo però che è solo il primo passo.

    Lo stesso Papa Francesco ha riconosciuto che le ferite non possono essere rimarginate dopo un solo viaggio. Il processo richiederà molto tempo. Il Papa ha ribadito la volontà della Chiesa di «andare avanti in un viaggio fraterno e paziente con tutti i canadesi, in conformità con la verità e la giustizia, lavorando per la guarigione e la riconciliazione e costantemente ispirato dalla speranza».

    https://www.tio.ch/dal-mondo/cronaca/1597668/il-governo-canadese-insiste-le-scuse-del-papa-non-bastano

  • Il paradosso italiano mentre in Canada il papa chiede scusa per le scuole residenziali

    Il paradosso italiano mentre in Canada il papa chiede scusa per le scuole residenziali

    Proprio in questi giorni papa Francesco è in Canada per porgere le scuse ai nativi per il genocidio nelle “scuole residenziali”, una rete di scuole fondate dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche.

    Mentre in Canada i sopravvissuti vogliono non le scuse, ma i documenti, i registri per sapere chi e dove sono sepolti i corpi delle loro famiglie e cercare di uscire in qualche modo da questo incubo, in Italia…

    Da anni stiamo sempre più affidando attraverso le amministrazioni pubbliche, in particolare quelle locali, servizi che riguardano in particolare minori. Moltissimi, gestiti dal clero o da surrogati al quale fanno riferimento. Naturalmente non c’è nulla di caritatevole, i comuni e le regioni li sovvenzionano abbondantemente, togliendo ai servizi pubblici oramai quasi azzerati nel paese.

    Ma questa è solo una triste realtà italiana, stando all’inchiesta UAAR l’Italia elargisce ogni anno alla chiesa cattolica più di sei miliardi. Una cifra che se investita nel pubblico sicuramente eviterebbe a chi va nelle scuole pubbliche, non solo di portarsi la carta igienica da casa.

    La differenza tra l’Italia e il Canada, sta nel fatto che li spesso i nativi erano costretti ad entrare nelle scuole residenziali. In Italia non c’è una coercizione, a cui supplisce però l’attuale crisi economica, che se pur in un’altra forma, di fatto costringe le tante famiglie in crisi, in assenza di una alternativa pubblica statale, ad affidare a questi servizi parastatali indicati dalle amministrazioni locali i propri figli.

    Al di la della triste facciata, ora è importante entrare nel vero problema introdotto sopra, ma qui riguarda non l’aspetto economico, più importante chi poi sarà tutore di quei bambini e con quali qualifiche.

    L’Italia (denunciata nuovamente alle Nazioni Unite nel febbraio scorso dalla Rete L’ABUSO sulla base del Protocollo OPIC che da facoltà in caso di gravi inadempienze, l’avvio di un’indagine da parte dell’organo di controllo Garante sovranazionale) è stata riconosciuta inadempiente già nel 2019 dal Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite e anche se ignorata dai riflettori dei media, stando ad Agenzia NOVA, pochi giorni fa – non proprio così inattesa – l’Italia ed altri 3 paesi sarebbero stati messi in mora dalla Commissione UE, proprio per inadempienze in merito al rispetto della direttiva sulla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, di cui è titolare il Ministero delle Pari Opportunità, Ministro uscente Elena Bonetti.

    Ma mentre l’Onu, nel suo report del 2019 ha analizzato sia lo stato generale della situazione dei bambini in Italia, riservando al punto 21 le risposte specifiche all’istanza della Rete L’ABUSO sulle problematiche riguardanti l’area specifica del clero, contenute nel nostro report iniziale, la messa in mora di cui parla Agenzia NOVA è un atto di carattere più generale, cioè che non riguarda la specifica area del clero, ma la situazione di pericolo a cui ogni bambino che è sul suolo dello Stato membro o vi entra anche solo temporaneamente per una vacanza con la famiglia, è sottoposto.

    Entrando ora nella specifica area del clero andiamo a vedere quali criticità che vi accorgerete essere gravi, vanno ad aggiungersi a quelle già dette sopra.

    In Italia manca un obbligo di denuncia per tutti i cittadini oltre a vuoti di vario genere, ma uno dei nodi cruciali è quel vuoto lasciato al decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 39, ovvero il Certificato penale antipedofilia, emanato in attuazione della direttiva 2011/93/UE.

    Solo in Italia (come contesta oltre al Comitato ONU anche l’Onorevole Matteo Mantero in una Interrogazione parlamentare chiesta dalla Rete L’ABUSO e inascoltata dal novembre del 2017) troverebbe applicazione in tutte le scuole o strutture per minori gestite dalla cosa pubblica o privata, ma stranamente, nel nostro paese si nota che il Legislatore ha voluto sollevare dall’obbligo di questo importante “strumento di prevenzione”, tutti coloro che non hanno un contratto continuato (esempio gli stagionali) e comunque tutto il mondo del volontariato, paradossalmente quello da sempre più a rischio nell’area civile, al quale appartiene anche il mondo del clero ed il suo indotto.

    Cito uno dei casi recentissimi, senza entrare nel merito per rispetto alle indagini. Nell’esperienze sessuali che ogni undicenne fa, questo viene sorpreso con un amico dai genitori, che dopo diverse vicissitudini, preoccupati si rivolgono per un consulto ad una struttura terapeutica per minori alla quale spesso vengono affidati anche dal tribunale, gestita da un sacerdote, tra le tante come dicevamo all’inizio, caritatevolmente finanziate dal pubblico. La chiesa sapeva dei problemi del prete, già trasferito da un’altra diocesi anni prima per via delle sue tendenze pedofile. Di come sia finito il consulto credo non sia il caso di spendere parole.

    Questo è uno degli aspetti, che forse essendo il sacerdote già stato denunciato anni prima alla magistratura, il Certificato penale antipedofilia avrebbe quasi certamente evitato.

    Ma questo è l’aspetto più superficiale del vuoto lasciato dalla disapplicazione del certificato, ce n’è uno ben più subdolo e basta provare a mettersi pochi secondi nei panni di un pedofilo per comprenderlo.

    Non a caso chiamati predatori, si muovono con attenzione e lucidità, studiano preda e l’ambiente e sanno (soprattutto se pregiudicati per questi reati) che non possono inserirsi in nessuno degli ambienti dove esige il certificato. Sanno però di avere tutto l’ambiente del volontariato, generalmente popolato da molti minori, anche se però è spesso un pò rischioso, magari qualcuno si accorge e facilmente denuncia.

    Sempre nell’ambito del volontariato però sanno di avere anche quello legato al circuito del clero, tradizionalmente e notoriamente omertoso e che mette in primo piano il buon nome dell’istituzione, lasciando come secondaria la salute psicofisica dell’eventuale minore rimasto vittima. Una ulteriore tutela per un predatore che sa che se verrà scoperto, difficilmente sarà denunciato, in quanto l’istituzione tende ad auto tutelarsi e al massimo, lo allontanerà.

    Certo non siamo alla drammatica situazione canadese che tuttavia, con altre modalità ha vissuto anche l’Italia – vedi il caso dell’istituto per Sordi Antonio Provolo di Verona le cui vittime non hanno mai ricevuto giustizia o quello delle comunità CARITAS di don Lucio Gatti , il Forteto, Bibbiano ecc. ecc. – ma paradossalmente, mentre in Canada come in tutti gli altri paesi dell’Eurozona c’è stato un allontanamento responsabile dal dare in gestione la cosa pubblica a chi non aveva garanzie e trasparenza per farlo, la tendenza italiana va esattamente all’opposto, con tutti i rischi di un ambiente già di suo compromesso anche dove è maggiormente tutelato, con tutti i vuoti che a questo si vanno ad aggiungere quando si entra in quella enorme area incontrollata (nelle garanzie) che è il volontariato, oggi collettore dei tanti rifugiati che accogliamo nel paese, spesso violati già solo nella loro cultura religiosa, alla quale palesemente ne imponiamo un’altra.

    L’Italia deve intervenire in questo o probabilmente tra qualche anno, quando l’oggi verrà preso in considerazione qualcuno chiederà ancora scusa, questa volta però per qualcosa di annunciato e di volutamente ignorato.

    Zanardi

  • Zanchetta, l’amico di Francesco condannato in Argentina per abusi sessuali, ottiene il beneficio degli arresti domiciliari. Le proteste non si sono fatte attendere

    Zanchetta, l’amico di Francesco condannato in Argentina per abusi sessuali, ottiene il beneficio degli arresti domiciliari. Le proteste non si sono fatte attendere

    Tratto da korazym.org di Vik van Brantegem

    Nuova proteste a Salta in Argentina per lo “strano caso Zanchetta”. Il 4 marzo 2022 si era capito che il Vescovo emerito di Orán, Mons. Gustavo Zanchetta, amico di Papa Francesco, fu condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi di reclusione effettiva per essere stato riconosciuto colpevole di abusi sessuali semplici continuati e aggravati in quanto ministro di culto religioso riconosciuto a danno di due ex seminaristi [QUI]. Era la seconda condanna di un sacerdote per abusi sessuali nella provincia di Salta. Zanchetta doveva scontare la pena in un carcere comune, non nell’ambito di un monastero frequentato anche da possibili future vittime.

    La Sezione II del Tribunale di Orán, composta dal Presidente María Laura Toledo Zamora e dai giudici Raúl Fernando López e Héctor Fabián Fayos, gli stessi che lo hanno condannato, ha concesso gli arresti domiciliari a Zanchetta. Attualmente è ospitato nella casa di riposo per sacerdoti anziani del Monastero di Nuestra Señora del Valle delle Monache Concezioniste a La Nueva Orán, frequentato da bambini per il catechismo e la Santa Messa. Ovviamente, la notizia ha scosso i sopravvissuti degli abusi sessuali e provocato concerto nella provincia più cattolica dell’Argentina.

    Il difensore di Zanchetta, l’Avv. Darío Palmier ha confermato al quotidiano locale Salta|12, che al suo assistito “sono stati concessi gli arresti domiciliari” e ha assicurato che ciò era “a causa del suo delicato stato di salute”. Come abbiamo riferito [QUI e QUI], dopo la condanna Zanchetta è stato ospitato in una stazione di polizia per un po’ di tempo prima di essere condotto in carcere, poi ricoverato per più di un mese in una clinica privata per un picco di ipertensione. “Da un momento all’altro lo trasferiscono al monastero. La sentenza è conforme alla legge, nel rispetto dei diritti umani. Zanchetta potrà essere curato secondo il suo disturbo e speriamo che risponda favorevolmente al trattamento”, ha detto Palmier, precisando che la diagnosi sarebbe “grave ipertensione aggravata da aneurisma delle arterie renali”.

    Si era sparsa la voce che Andrés Buttu, uno dei 5 sacerdoti che lo hanno denunciato, sarebbe ospite nella stessa casa di riposo per sacerdoti anziani, in cui Zanchetta è stato mandato agli arresti domiciliari. Cioè, denunciante e accusato sotto lo stesso tetto? Poi, è stato confermato che Buttu aveva già lasciato la casa, ma sia lui che Diego Calvisi, che anche lui ha denunciato Zanchetta, hanno vissuto lì. Secondo la giornalista Silvia Noviaski, diversi benefattori del Monastero avrebbero espresso il loro disaccordo sul fatto che Zanchetta si trovi lì a scontare la sua pena. Avrebbero deciso di ritirare le loro “collaborazioni”, che di solito destinano alle monache ospitanti.

    Salta|12 ha contattato la Procura della Repubblica e il Tribunale, ma non è riuscito ottenere informazioni, perché il Pubblico ministero Soledad Filtrín Cuezzo e il Presidente della Corte María Laura Toledo Zamora sono in ferie. Inoltre, il beneficio degli arresti domiciliari è stato concesso poco prima dell’inizio della vacanza giudiziaria.

    La Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina e la Commissione Investigativa Indipendente sugli Abusi Ecclesiastici di Argentina con un comunicato hanno respinto fermamente la decisione del Tribunale, prendendo di mira i giudici che hanno concesso il beneficio degli arresti domiciliari e le monache che hanno ospitato volontariamente Zanchetta.

    L’ex seminarista M.C., uno dei due denuncianti vittime degli abusi sessuali nel procedimento penale in cui Zanchetta è stato condannato, ha assicurato che esiste una rete di potere che include medici, avvocati, sacerdoti, un legislatore, contadini, funzionari giudiziari e lo stesso Papa Francesco per favorire l’abusatore condannato e che dopo aver tentato di non farlo entrare in un carcero comune, l’hanno fatto uscire dall’Unità Carceraria N. 3 di Orán. “La giustizia mi sembra così ingiusta, [Zanchetta] non ha passato nemmeno un anno in prigione e con tante bugie gli hanno dato gli arresti domiciliari, sapendo che sta andando in un posto frequentato da bambini. La giustizia non veglia sulla società come dovrebbe. Mi sembra anche che l’attuale Vescovo di Orán, Mons. Luis Scozzina [pure lui amico stretto di Papa Francesco] e molti sacerdoti, abbiano scelto di tacere su tale ingiustizia di fronte a un atto che tanto ha danneggiato la Chiesa diocesana”, ha detto M.C. a Salta|12.

    “La casa di riposo dove andrebbe [Zanchetta] è collegata al monastero, che è un luogo pubblico. Un sacerdote ci va a celebrare la Santa Messa. Ci vanno i bambini che frequentano il catechismo e ci vanno i chierichetti”, ha detto M.C. Inoltre, ha specificato che c’è una segreteria e una libreria, dove le suore servono il pubblico e le famiglie ci vanno perché lì vendono oggetti religiosi o prendono le intenzioni della Messa. “Una persona denunciato per un abuso sessuale non può stare vicino ai bambini”, ha detto l’ex seminarista M.C. “Quella casa in cui Zanchetta vuole andare è stata costruita di Padre Diego Calvisi, che l’ha pensato per i preti anziani”, ha detto. Il paradosso è che Calvisi, scomparso, sia stato uno dei 5 sacerdoti che hanno depositato le prime denunce contro Zanchetta.

    M.C. ha dichiarato a Salta|12, che la superiora che ha autorizzato Zanchetta a scontare gli arresti domiciliari nel monastero è la badessa Margarita Pérez Argo, che l’avrebbe acconsentito su richiesta di Mons. Scozzina.

    Secondo M.C. la malattia di Zachetta “non è vera”. “Prima aveva presumibilmente preso un picco di pressione sanguigna in prigione. Hanno chiamato un medico del tribunale, che ha detto che non aveva nulla, che soltanto la sua pressione era aumentata e che avrebbe dovuto prendere medicine. Successivamente lo portarono in ospedale; qui dissero la stessa cosa e che non aveva bisogno di ricovero. Quando era in carcere hanno chiamato un altro medico [della magistratura] e lo hanno corrotto”, ha detto MC a Salta|12.

    “Ci ferisce l’ingiustizia mostrata dalla Chiesa, con tutto ciò che viene rivelato e reso noto. Ma purtroppo dobbiamo continuare e portare con noi tutto ciò che abbiamo dovuto vivere”, ha detto M.C. D’altra parte, ha sottolineato, nel processo canonico “il ministero non è stato tolto” a Zanchetta. “Oltre al fatto che è rimasto vescovo, se è provato che ha commesso abusi, la Chiesa non dovrebbe essere più giusta o più retta con ciò che predica?”, ha chiesto.

    Contemporaneamente alla concessione del beneficio degli arresti domiciliari in un monastero per scontare la pena, la Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina osserva che cercano di favorire Zanchetta in una nuova indagine canonica a suo carico [Da difensore canonico e portavoce di Zanchetta a “investigatore previo” per “notitia criminis ricevuta”, sempre ad Orán “per altra causa”… Come (non) si risolve un problema come Zanchetta – 28 giugno 2022], al momento che si apre un nuovo processo canonico interno alla Chiesa. La Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina è contraria a qualsiasi approccio “investigativo” canonico, perché non ci sono garanzie per i sopravvissuti, per mancanza di trasparenza e per essere altamente vittimizzanti, per gli accusatori di Zanchetta.

    Parlando con Salta|12, M.C. ha denunciato che nella nuova indagine previa condotta dall’Avvocato canonista José Belda Iniesta – che è il difensore di Zanchetto nel processo ecclesiastico a Roma e che fu mandato da Papa Francesco per assisterlo ad Orán – “cercano di accusare i sacerdoti che hanno testimoniato contro Zanchetta”. M.C. ha detto di averlo appreso da persone che erano già state ascoltate da Belda Iniesta e che gli hanno detto di cosa trattavano le domande. “Chiedono questioni economiche, chiedono conti e cercano di accusare un prete di avere un figlio di 7 o 8 anni la cui madre è una donna devota alla Chiesa”, ha detto M.C. “Cercano di accusarlo in qualche modo e con questo vogliono ripulire l’immagine di Zanchetta”, ha insistito, sottolineando che la nomina di Belda Iniesta per svolgere un’indagine previa su queste questioni è “rara”, perché è un avvocato di Zanchetta e sta sviluppando un’indagine sui preti che hanno testimoniato contro il suo assistito. E ha evidenziato il fatto che non è intervenuto il giudice unico del Tribunale ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Salta, Mons, Loyola Pinto e San Cristoval. Ha sottolineato che, nonostante il Vescovo Scozzina abbia assicurato in una dichiarazione che stavano accompagnando le vittime, c’è un “doppio standard” perché “come vescovo predispone e organizza il monastero dove Zanchetta dovrebbe scontare gli arresti domiciliari, dove vivrà come un re, cibo, elettricità, internet, tutto ciò che vorrà avere, lo avrà”, ha detto. Ha anche ricordato: “La Chiesa non mi ha accompagnato”, né prima né dopo la denuncia.

    “La Chiesa dovrebbe cominciare a chiedere scusa alla gente, la gente ha diritto ad avere buoni sacerdoti, vescovi, e un buon Papa, che sia coerente con quello che dice e con quello che è in fondo. La Chiesa ha bisogno di un grande cambiamento. un’istituzione che parla del bene, della verità, in teoria sono esperti di cosa sia la morale ma non la praticano”, ha detto M.C. Terribile è una Chiesa e le sue autorità che continuano a proteggere i sacerdoti abusatori, a trasferirli o a fare pressione a farli scontare la pena comodamente agli arresti domiciliari, quando sono stati condannati dalla giustizia civile. E purtroppo lo consente a delle persone che, protetti dalla loro autorità, hanno abusato sessualmente di altre persone, generalmente giovani, traumatizzate a vita.

    Il problema più eclatante è che Papa Francesco stringe la mano a chi commette reati contro l’integrità sessuale delle persone vulnerabili e gli manda in aiuto consiglieri dal Vaticano.

    Di fronte alla notizia degli arresti domiciliari in un monastero concessi a Zanchetta, Valeria Zarsa, leader della Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina a Salta, parlando con il giornalista Daniel Luchelli per Radio Nacional Santa Rosa – La Pampa, ha evidenziato le somiglianze dello “strano caso Zanchetta” con il “caso Rosa Torino” [Agustín Rosa Torino era il primo sacerdote condannato per abusi sessuali dal Tribunale di Salta, a 12 anni di reclusione, per tre denunce] e le azioni corporative della Chiesa Cattolica Romana: “Il messaggio del Vaticano era molto chiaro: questo è mio amico, non toccarlo”.

    La Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina ha rilasciato una dichiarazione questo fine settimana, per repudiare il beneficio degli arresti domiciliari “per un molestatore e manipolatore che, dal suo ruolo di gerarca, si è approfittato delle persone vulnerabili”, si legge nella nota. “Ripudiamo le azioni del tribunale a favore della Chiesa cattolica. Ripudiamo le monache Concezioniste del Monastero di Nostra Signora della Valle di La Nueva Orán, che ospiteranno il violentatore Zanchetta”, continua il comunicato diffuso sui social network. “Siamo profondamente solidali con i sopravvissuti e con tutte le persone colpite da questa decisione di una giustizia senza una prospettiva dei diritti umani e che non inquadra affatto il problema degli abusi ecclesiastici in Argentina e America Latina”, conclude il testo.

    La Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina ha anche aderito alla manifestazione davanti alla Cattedrale di Salta, che si è svolta dalle ore 10.00 di ieri, 12 luglio 2022. I manifestanti hanno chiesto: “Giustizia per le vittime di questi malvagi e l’adempimento effettivo delle pene imposte dalla giustizia degli uomini”. Hanno chiesto alle autorità ecclesiastiche di smettere a proteggerli e a coprirli: “Altrimenti saranno come i politici che dicono una cosa e poi fanno il contrario. Smettila di diventare complici”.

    Zanchetta, l’amico di Francesco condannato in Argentina per abusi sessuali, ottiene il beneficio degli arresti domiciliari. Le proteste non si sono fatte attendere

  • Purgatorio Canada

    Purgatorio Canada

    Il pomeriggio del 25 luglio il Papa incontrerà finalmente i rappresentanti delle popolazioni indigene delle First Nations, per chiedere scusa alle famiglie dei bambini indigeni vittime di assimilazione forzata nelle Residential School religiose. Non sappiamo se queste scuse si limiteranno a un intento retorico e auto assolutorio oppure se ci sarà la volontà concreta di rispondere alle richieste scomode già poste a papa Ratzinger da dodici anziani del Consiglio, in rappresentanza delle nazioni Cree, Haida, Metis, Squamish e Anishinabe.

    Sappiamo solo che chiedere pubblicamente scusa, come già fatto in questi anni dai governi canadesi che si sono succeduti, è il minimo che si possa fare per una vergogna di tali proporzioni. E sappiamo pure che i risarcimenti stanziati per le famiglie delle vittime sono stati rifiutati in molti casi, vuoi per principio e vuoi per dignità, perché certi crimini non hanno un prezzo che possa risarcirne l’orrore.

    NELLE STESSE ORE della visita papale, verrà trasmesso il reportage Purgatorio Canada, di Raffaele Manco e Irene Sicurella (in onda lunedì 25 luglio alle 23,15 su Rai3) che ripercorre proprio la tragedia dei 150mila bambini nativi del Canada internati nelle 118 scuole religiose, attive fino al 1998, la maggior parte delle quali dipendeva direttamente dalla Santa Sede. Quegli istituti in realtà erano dei veri lager istituzionali che, grazie a una serie di leggi razziali, praticarono impunemente un metodico genocidio durato un secolo, e dove almeno 50mila piccoli indigeni, dopo essere stati abusati in ogni modo, hanno perso la vita.

    Un genocidio che nessuno ha mai voluto vedere e tanto meno denunciare. Da qui la definizione di “purgatorio”, perché di un inferno almeno conosci i nomi dei dannati e i loro eventuali peccati, mentre delle innocenti vittime indigene delle Residential School canadesi si doveva sapere poco o nulla. Negli ultimi anni migliaia di corpi di bambini sono riemersi da parecchie fosse comuni, ma nonostante questo la maggior parte delle loro spoglie non verranno mai alla luce perché date in pasto ai maiali, piombate in fondo a fiumi e laghi canadesi o cremate nei forni degli istituti religiosi. La cosa più crudele è che spesso si utilizzavano gli stessi bambini indigeni per sbarazzarsi dei corpi dei loro coetanei.

    SARÀ COMUNQUE impossibile un conteggio documentato delle vittime, dato che, da una parte, tra il 1936 e il 1944 il governo canadese fece distruggere tonnellate di documenti cartacei relativi alle scuole residenziali, mentre dall’altra i registri degli istituti religiosi, sempre che esistano ancora, probabilmente non usciranno mai dagli impenetrabili archivi vaticani.
    Fa una certa impressione pensare che molti di questi crimini accadevano nei medesimi anni in cui nei forni crematori nazisti ci finivano ebrei, zingari, dissidenti e omosessuali. Ma se i criminali del nazismo oggi hanno il posto che meritano nella storia, quelli che invece hanno compiuto crimini altrettanto orrendi in Canada non vengono nemmeno messi davanti alle loro responsabilità. Tra loro figurano rappresentanti di vertici politici, religiosi e militari che
    hanno causato quest’immane tragedia e che ci hanno persino lucrato sopra, come già diverse volte denunciato sulle pagine di questo giornale, dal 2010 ad oggi.

    TRISTE È ANCHE il ruolo avuto dai media. Tutti erano a conoscenza della tragedia e delle sue enormi proporzioni, ma nessuno si è mai curato di aprire questo vaso di Pandora, perché forse avrebbe dato fastidio a troppi rappresentanti delle istituzioni o forse perché, più miseramente, avrebbe venduto poco in termini di audience: a chi vuoi che importi di bambini ammazzati negli istituti religiosi, se questi sono indigeni, quindi di rango inferiore
    nel nostro immaginario collettivo occidentale? E chi si azzarda a scrivere una riga di denuncia verso un paese che ancora prevede, come nella British Columbia, leggi razziali che permettono di sterilizzare donne indigene, che entrano negli ospedali per partorire e ne escono con le tube legate?

    IL DOCUMENTARIO di Manco e Sicurella è inserito in un format in onda su Rai3, dal titolo Il Fattore Umano, che prevede una serie di reportage giornalistici sulla violazione dei diritti umani nel mondo. Il regista del reportage, Raffaele Manco, commenta: «L’estate scorsa col ritrovamento dei corpi dei bambini in Canada ho deciso che avrei voluto realizzare un documentario che non solo raccontasse la vicenda delle Residential School, ma anche di
    come queste hanno avuto impatto sulla vita dei nativi oggi: poche possibilità di sviluppo, niente lavoro, difficoltà a intessere relazioni sociali, depressione, dipendenze, suicidi. Sul falso mito del Canada che ha fama di essere uno tra i primi paesi che rispetta i Diritti dell’Uomo, quando invece ha attuato e continua ancora oggi ad attuare un genocidio silenzioso. Ciò che più mi impressiona è che gli stessi mezzi di informazione non abbiano mai dato risalto a queste vicende e come quelli dei nativi (così come di altre etnie) vengano considerati diritti umani di serie b o c, non degni dell’attenzione mediatica. Abbiamo cercato di raccontare le storie che sono sempre ai margini. Troppo ai margini».

    ANCHE LA GIORNALISTA Irene Sicurella, che ha collaborato con Manco alla realizzazione di Purgatorio Canada, da questa esperienza ha maturato alcune considerazioni: «Tutte le persone che abbiamo incontrato nel nostro viaggio sono state generosissime con noi. Ci eravamo incontrati solo per qualche ora su Zoom e quando siamo arrivati in Canada, nelle loro case, nelle loro vite, ci hanno offerto nient’altro che verità. Hanno vissuto i traumi più enormi che si possano immaginare e ora li stanno gridando al mondo perché finalmente qualcuno ascolti. Se devo pensare al senso di questo documentario, vorrei che fosse al servizio di questo. Di solito associamo il genocidio dei nativi americani agli Stati Uniti e invece gli stessi orrori sono successi anche in Canada. Questo viaggio mi ha dato la possibilità di riflettere molto su cosa siano i poteri coloniali, molteplici, intrecciati e sistemici, e di quanto non siano residuali. Il documentario non parla di eventi isolati e fermi nella storia, ma del Canada di oggi. Le ferite che questo sistema infligge solcano il tempo e
    le generazioni».

    NEL DOCUMENTARIO, tra le tante testimonianze, c’è quella di Harvey McLeod, un sopravvissuto della Kamloops Indian Residential School: «La prima volta ero in classe, il prete è arrivato e mi ha chiamato: “Harvey McLeod, vieni con me”. Pensavo di aver fatto qualcosa di sbagliato, pensavo che avrei ricevuto di nuovo delle cinghiate. Ma non era una cinghia. Quella mattina sono stato stuprato. E poi la seconda volta che è successo, è successo di nuovo, la stessa cosa. Quindi la terza volta che è venuto a chiamarmi, sapevo esattamente cosa sarebbe successo. In questa scuola sono stato abusato sessualmente 17 volte».

    POI HARVEY ha aggiunto – «Stavamo facendo una cerimonia qui con una nostra amica e a un certo punto ho notato che non c’era più. Siamo andati a cercarla e l’abbiamo trovata, era giù al fiume. Mi ha chiesto se da dove dormivo la notte potevo vedere il fiume. Le ho risposto che no, non lo vedevo. Lei mi ha detto: sono felice che tu non lo vedessi, perché io ero una di quelle che seppellivano i bambini. Ero una delle ragazze che dovevano portare i bambini al fiume e seppellirli lungo la riva».

    https://ilmanifesto.it/purgatorio-canada

  • Denunciano che un prete li ha abusati quando erano in prima media e ora chiedono un risarcimento alla scuola

    Denunciano che un prete li ha abusati quando erano in prima media e ora chiedono un risarcimento alla scuola

    Mariana Iglesias – Era il 2002, avevano 10, 11 anni e un prete della scuola iniziò a maltrattarli . Per paura, vergogna, shock, tacquero. Già cresciuti, e chiacchierando con altri studenti,  si sono resi conto che c’erano stati molti – più di dieci – maltrattamenti . Sono andati a scuola per parlare con le autorità. Hanno ricevuto delle scuse molto tiepide, e non molto altro. Due di loro hanno presentato questa settimana una richiesta amministrativa alla scuola e alla congregazione. Cercano giustizia anche se il  sacerdote è già morto e il delitto prescritto.  

    I loro nomi sono Pablo Vio e Gonzalo Elizondo. Hanno 31 anni e sono ex studenti del Colegio Del Salvador , l’istituzione storica e tradizionale in Callao 542 che appartiene alla comunità dei Gesuiti . È una delle poche scuole del paese ad essere riservata ai maschi. La retta, pur essendo una scuola religiosa, è alla pari con la più cara del settore privato: 65.100 pesos al mese.

    Pablo è un comunicatore e pubblicista, Gonzalo un sociologo.

    Il sacerdote era César Fretes, persona di fiducia degli studenti, che fungeva da tutore, consulente, consigliere. Quello che hanno fatto le autorità quando hanno saputo degli abusi – tre famiglie lo hanno denunciato nel 2003 – è stato di trasferirlo in un altro istituto della congregazione a Mendoza . Nel 2015 Fretes è morto di cancro.

    Paolo in prima persona

    “Sono andato al Colegio del Salvador dall’età di quattro anni. Sia la mia infanzia che l’adolescenza sono state lì , dal lunedì al venerdì dalle 7:00 alle 16:00 e molte volte il sabato per alcune attività che si svolgevano nella scuola. Sono cresciuto e ho vissuto gran parte della mia vita in quel luogo.

    “Quel primo tutore, quella prima figura che abbiamo avuto come compagno, è stato padre César Fretes. Era uno di quei sacerdoti che si è avvicinato a te e ha conosciuto il tuo nome, ti ha abbracciato e ti ha fatto domande personali che non molti altri sacerdoti nel la scuola l’ha fatto. Ha generato una maggiore sicurezza”.

    “Nel 2002 ho iniziato la prima media… Cominciavo anche a conoscermi, il mio corpo e le domande cominciavano a sorgere… César ci chiamava nel suo studio individualmente… Quello che mi confonde è come questo ha portato all’argomento della sessualità, chiedendomi se mi masturbavo e se ho capito cosa si generava quando mi masturbavo, mi ha spiegato perché e come il pene si è fermato ed è diventato duro, mi ha parlato del liquido pre-seminale e dell’eiaculazione. ha lasciato la scuola improvvisamente nel 2003″.

    “Nel 2019 ho passato il Natale con un altro studente della scuola, che mi ha detto che la sua famiglia aveva denunciato il sacerdote per l’abuso di un altro compagno di classe. Il rettore era Rafael Velazco, che decise di trasferire Fretes a Mendoza. Quello stesso anno finì uno dei i miei migliori amici sono venuti a parlarmi di un evento accaduto a scuola in quel periodo con César Fretes. Mi ha riportato alla mente ricordi e gli ho raccontato cosa mi era successo. Quel discorso ovviamente ha sbloccato qualcosa in me che avevo avuto nel mio testa da molto tempo e non sapevo come incanalare . ”

    “Il 9 settembre 2020, la mattina, in un ufficio al secondo piano del Collegio, c’è stato un incontro con Rafael Velasco, Provinciale dei Gesuiti, e Andrés Aguerre, rettore quando sono stati denunciati gli abusi. Siamo andati con Gonzalo e hanno fatto un incontro in cui ci hanno ascoltato e ci hanno spiegato perché avevano deciso di non fare niente e  il protocollo che hanno ora, ci hanno chiesto di cercare di non fare molto fuori perché c’erano molti genitori che portavano i figli a scuola e che genererebbe solo un problema a terzi.

    Gonzalo, in prima persona

    “Tutta la mia istruzione primaria e secondaria l’ho spesa al Colegio Del Salvador. Nel 2002, quando avevo 11 o 12 anni, non ricordo la data esatta, durante un “Incontro con Cristo” (come si chiamavano i ritiri spirituali), Sono stato abusato sessualmente dal fratello gesuita César Fretes , che era il nostro tutore in prima media”.

    “Mentre dormivo nella mia stanza, mi sono svegliato nel cuore della notte e ho trovato Fretes nel mio letto, con una delle sue mani dentro i miei pantaloni, che mi toccava i genitali . Quando mi sono svegliato, ha iniziato a togliere la mano dai miei pantaloni e mi ha detto ‘stavi sonnambulo, ti ho trovato nel corridoio e ti ho portato in camera’. Mai, prima o dopo, sono stato sonnambulo…”.

    “ Frestes era responsabile dell’accompagnamento degli alunni di prima media, quindi in più di un’occasione ho avuto colloqui privati ​​nel suo ufficio, dove ha diretto intenzionalmente i dialoghi su temi sessuali …  Quei dialoghi erano estremamente scomodi e invasivi per me”.

    “Per anni non ho capito cosa fosse successo, e l’ho considerato un errore o un semplice incidente. Partenza a sorpresa di Fretes alla fine del 2003, trasferito a Mendoza e poi espulso quattro anni dopo dalla Compagnia di Gesù, e le voci tra i miei colleghi che avevo abusato degli altri, mi hanno fatto risignificare quella situazione che avevo subito”.

    “Prima della trasferta di Fretes c’era solo silenzio inondato di voci. Con quell’atto, di evidente insabbiamento , non era possibile che nessuno parlasse e così  rimasi in silenzio…  Per lunghi anni ho dimenticato, insieme a un grande difficoltà a parlare dei miei sentimenti e delle mie emozioni… Tuttavia, mi sono tornate in mente, e sempre più frequentemente negli ultimi anni. Il contesto sociale, con le numerose segnalazioni di abusi, le campagne che mettono in evidenza l’importanza della denuncia… Il mio dolore e l’indignazione Di fronte a un simile insabbiamento, si sono svegliati per fare qualcosa al riguardo… Ho chiesto spiegazioni”.

    “A febbraio 2020 ho ricevuto una lettera…  ho provato un grande dolore, delusione e indignazione. Dolore, perché anche oggi ho grande difficoltà a parlare di quello che è successo con i miei cari. Delusione, per come l’ente ha agito in passato, per averci lasciato vittime in silenzio, per sentire che a nessuno importava di noi. Indignazione, per la negazione di quanto accaduto, perché la giustizia non è andata alla giustizia, per sentire che anche oggi c’è resistenza a farlo conoscere”. 

    “Il 21 giugno 2020 ho inviato una lettera a papa Francesco, che apparteneva anche alla Compagnia di Gesù , chiedendogli di intercedere per ottenere risposte concrete dall’istituzione. Non ho ricevuto risposta”.

    “È triste che coloro che erano rettori del Colegio del Salvador e ricevettero le prime denunce di abusi da parte di Fretes, siano oggi le massime autorità della Compagnia di Gesù in Argentina ”.

    pretesa amministrativa

    Questa settimana è stato presentato un ricorso amministrativo alle autorità dell’istituto. Il documento parla di danni morali, psicologici e patrimoniali e  della riparazione integrale proposta dal Diritto internazionale dei diritti umani:  “Entrambe le vittime sono lontane dall’avere una riparazione che si possa definire integrale” .

    Cita la Convenzione americana sui diritti umani per definire la riparazione globale: “Include l’accreditamento dei danni nella sfera materiale e immateriale , contestualmente alla concessione di misure quali: a) l’indagine sui fatti; b) il restituzione di diritti, beni e libertà; c) riabilitazione fisica, psichica o sociale; d) soddisfazione mediante atti a beneficio delle vittime; e) garanzie di non reiterazione delle violazioni, e f) risarcimento del danno patrimoniale e non “.

    “Non è una denuncia, né una causa. Non stanno reclamando la magistratura, ma l’autorità che era a conoscenza degli abusi. L’obiettivo è ottenere un risarcimento completo, come avviene in Europa. Se la domanda fallisce, lo farà andare in tribunale, alla giustizia, per l’eventuale denuncia penale contro le autorità per insabbiamento”  , spiega a Clarin l’ avvocato Carlos Lombardi, specialista in diritto canonico .

    Il ricorso amministrativo depositato cita papa Francesco: “I reati di abusi sessuali offendono Nostro Signore, provocano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e danneggiano la comunità dei fedeli. Perché questi casi, in tutte le loro forme, non si ripetano, è necessaria una continua e profonda conversione dei cuori, accompagnata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa…”.

    La risposta della Congregazione

    “Sono fatti che risalgono all’inizio degli anni 2000, contro un gesuita, fratel César Fretes, che ora è deceduto. Con questi ex studenti e altre vittime siamo in contatto, accompagniamo come possiamo. Adesso chiedono un risarcimento nel foro canonico, studieremo la questione”, spiega Clarín  Alvaro Pacheco, responsabile della Compagnia di Gesù (in Argentina e Uruguay) per aver accolto le denunce di abusi contro membri della congregazione religiosa.

    “Nel 2003 c’erano tre famiglie che hanno sollevato la questione, ma non hanno voluto sporgere denuncia penale. Qualche anno fa si sono fatti avanti questi due ex studenti, Pablo e Gonzalo. Difficile quantificare il numero e la tipologia degli abusi Non essendoci stata denuncia penale nei confronti delle famiglie, la Società ha svolto l’indagine canonica, lui è stato trasferito per facilitare l’indagine e perché non potesse fare più danni, infatti l’indagine si è conclusa con le dimissioni ”, afferma Pacheco.

    Riguardo alla denuncia di Pablo e Gonzalo, sostiene che “la loro testimonianza è stata accolta, è stato chiesto loro perdono”.

    “Perché c’erano e ci sono ancora abusi nella Chiesa cattolica?” chiede Clarin  .

    Pacheco dice: «Alcuni dicono che è per il celibato, altri piuttosto per il rapporto di fiducia asimmetrico che esiste nei luoghi della Chiesa, siano essi scuole o parrocchie, in ambienti che in un’altra epoca erano anche molto chiusi. ecco la risposta”.

    In Argentina, 63 sacerdoti sono stati denunciati per abusi sessuali, ma si stima che le denunce rappresentino solo il 10% degli abusi effettivi. La Campagna contro la prescrizione dei crimini di violenza sessuale in Argentina cerca di equiparare questo crimine alla tortura.

    Dopo la pubblicazione della nota a Clarín , la scuola ha inviato una dichiarazione alla comunità educativa: “Siamo profondamente dispiaciuti per quanto accaduto. In questi anni abbiamo accolto vittime di César Fretes, comprese quelle che oggi offrono la loro testimonianza. Le abbiamo ascoltate e abbiamo offerto e offerto accompagnamento. Il dolore è grande ed è per questo che ci scusiamo con le vittime. Non avrebbero dovuto soffrire così nel nostro istituto”.

    “Se qualche altro ex studente è stato colpito e non si è ancora avvicinato per parlare, può farlo attraverso il canale indicato su https: //jesuitasaru.org/prevencion o con qualsiasi altro mezzo”, continua.

    E si conclude: «A nome del Collegio e della Compagnia di Gesù ci scusiamo con le vittime per i danni causati, consapevoli del dolore che ancora oggi si manifesta, e ci impegniamo a fare tutto il possibile per accompagnare tutte le persone colpite, così come continuare il massimo sforzo di prevenzione per evitare il ripetersi di questo tipo di abusi”.

    https://www.clarin.com/sociedad/denuncian-cura-abuso-sexto-grado-ahora-piden-reparacion-colegio_0_g2g3L8E2Q9.html
  • La menzogna di Francesco.  Denunciano abusi e insabbiamenti in un importante collegio dei Gesuiti ai tempi di Bergoglio

    La menzogna di Francesco. Denunciano abusi e insabbiamenti in un importante collegio dei Gesuiti ai tempi di Bergoglio

    Questo sabato, nella sezione Società del quotidiano Clarín , la giornalista Mariana Iglesias ha pubblicato una grave denuncia che coinvolge papa Francesco e la sua congregazione cattolica per aver coperto gli abusi sessuali commessi dal sacerdote César Fretes contro minori. Gli eventi, secondo la testimonianza dei sopravvissuti, sono avvenuti due decenni fa in una delle scuole più “prestigiose” della Compagnia di Gesù , la congregazione dei Gesuiti che Jorge Bergoglio ha guidato per anni fino a quando si è trasferito a Roma per ricoprire il ruolo di “supremo pontefice”. “.”.

    Pablo Vio e Gonzalo Elizondo compiono oggi 31 anni. Nel 2002 avevano undici anni ed erano studenti di prima media al Colegio Del Salvador , che occupa gran parte dell’isolato che comprende Callao Avenue e le strade Lavalle, Tucumán e Riobamba nella città di Buenos Aires. La scuola (le cui rette mensili sono di circa $ 65.000) è una delle istituzioni educative più riconosciute dei Gesuiti in Argentina e lì Bergoglio era professore di Lettere e Psicologia, nonché “direttore spirituale” e “confessore”. Quando si verificarono i fatti, inoltre, l’attuale papa era già cardinale e arcivescovo di Buenos Aires .

    Da “tutor” a molestatore

    Vio ed Elizondo hanno raccontato cosa è successo loro in vent’anni. Il primo ricorda che in quella scuola frequentava la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria, «dal lunedì al venerdì dalle 7.00 alle 16.00 e molte volte il sabato per qualche attività che si svolgeva a scuola». Padre Fretes è stato il suo primo “tutore”, una sorta di compagno pedagogico e spirituale. “Era uno di quei sacerdoti che si avvicinava a te e conosceva il tuo nome, ti abbracciava e ti chiedeva cose personali (…) Ha generato una fiducia in più”, dice. Anche il suo ex compagno di classe ha frequentato le scuole primarie e secondarie, con Fretes come tutor.

    Riguardo ai fatti del 2002, Vio (allora undicenne) racconta che il sacerdote portava alcuni dei ragazzi nel suo ufficio , “individualmente”. Lì ha chiesto loro delle loro conoscenze sulla sessualità. “Mi chiedevo se mi fossi masturbato e se avessi capito cosa si generava masturbandomi. Mi ha spiegato perché e come il pene si è alzato ed è diventato duro, mi ha parlato del liquido pre-seminale e dell’eiaculazione”.

    Nel caso di Elizondo, oltre a portarlo nel suo ufficio e parlargli di questioni sessuali, padre Fretes lo ha abusato fisicamente durante un ritiro spirituale chiamato “Incontro con Cristo ” . L’uomo spiega che, mentre dormiva in una delle stanze durante quel ritiro, si è svegliato “nel mezzo della notte” e ha trovato Fretes nel suo letto. “Avevo una delle sue mani dentro i pantaloni, a toccarmi i genitali. Quando mi sono svegliato, ha cominciato a togliere la mano dai miei pantaloni e mi ha detto ‘stavi sonnambulo, ti ho trovato nel corridoio e ti ho portato nella stanza’. Mai, né prima né dopo, sono stato sonnambulo”, chiarisce.

    Per entrambi i bambini (e secondo loro anche per altri dieci studenti) queste situazioni li riempivano di confusione , incertezza e paura . “Per anni non ho capito cosa fosse successo e l’ho considerato un errore o un semplice incidente”, dice Elizondo. Da parte sua, Vio fa notare che appena 17 anni dopo ebbe un paio di colloqui che gli fecero “sbloccare” qualcosa in lui “che aveva in testa da tempo e non sapeva come canalizzare”.

    “Nel 2019 ho passato il Natale con un altro studente della scuola, che mi ha detto che la sua famiglia aveva denunciato il prete per l’abuso di un altro compagno di classe. Il rettore era Rafael Velazco , che decise di trasferire Fretes a Mendoza. Quello stesso fine anno uno dei miei migliori amici venne a raccontarmi un evento accaduto a scuola in quel periodo con César Fretes. Ha riportato alla mente ricordi e gli ho raccontato cosa mi era successo”, racconta Vio a Clarín .

    In effetti, Fretes è stato “improvvisamente” trasferito da Buenos Aires a Mendoza nel 2003 , a seguito di denunce contro di lui presentate da tre famiglie davanti alle autorità scolastiche. Così, probabilmente, è diventato un “tutore, consulente e consigliere” per gli studenti della scuola San Luis Gonzaga, situata nel centro della capitale Cuyo. Secondo la versione della Compagnia di Gesù, nel 2007 il sacerdote è stato “espulso” dalla congregazione dopo una “indagine” interna . Nel 2015 è morto di cancro, impunito dall’opera e dalla grazia dello spirito di corpo della Chiesa.

    bergoglio sapeva

    Sebbene la nota di Clarín e le sue ripercussioni su altre grandi società giornalistiche minimizzino le colpe di papa Francesco, sia la verticalità che la gelosa segretezza che caratterizzano la Chiesa cattolica evitano dubbi sulla conoscenza (e probabile responsabilità) di ciascuno di questi movimenti. cardinale Bergoglio. Ancor meno quando i protagonisti appartenevano alla propria congregazione.

    Elizondo afferma che “prima del trasferimento di Fretes c’era solo silenzio intriso di voci”, che per lui significa un “chiaro insabbiamento” che “è riuscito a non far parlare nessuno” . Così, ha finito per rimanere in silenzio. “Per molti anni mi sono dimenticato, insieme a una grande difficoltà di parlare dei miei sentimenti e delle mie emozioni… Però mi è tornato in mente, e sempre più spesso negli ultimi anni. Il contesto sociale, con le numerose denunce di abusi, le campagne che sottolineano l’importanza della denuncia… Il dolore e l’indignazione per un simile insabbiamento mi hanno fatto fare qualcosa… Ho chiesto spiegazioni”, precisa.

    Il sociologo oggi aggiunge che nel febbraio 2020 ha ricevuto “una lettera”. Sebbene non fornisca dettagli sul mittente, si trattava di una lettera dei gesuiti. “Ho provato un grande dolore , delusione e rabbia . Dolore, perché anche oggi ho grande difficoltà a parlare di quello che è successo con i miei cari. Delusione, per come l’istituzione ha agito in passato, per averci lasciato vittime in silenzio, per la sensazione che a nessuno importasse di noi. Indignazione, per la smentita dell’accaduto, perché non è andato davanti alla giustizia, per aver sentito che anche oggi c’è resistenza a farlo conoscere».

    Mesi dopo decise di inviare un messaggio in Vaticano. “Il 21 giugno 2020 ho inviato una lettera a papa Francesco, anch’egli appartenente alla Compagnia di Gesù, chiedendogli di intercedere per ottenere risposte concrete dall’istituzione. Non ho ricevuto risposta . È triste che coloro che furono rettori del Colegio del Salvador e ricevettero le prime denunce di abusi da Fretes, siano oggi le massime autorità della Compagnia di Gesù in Argentina”, aggiunge Elizondo.

    Il suo ex compagno di scuola aggiunge che la mattina del 9 settembre 2020 si sono incontrati entrambi “in un ufficio al secondo piano della Scuola” con chiunque fosse rettore all’epoca delle denunce di abusi e 18 anni dopo lui era nientemeno che il capo dei Gesuiti in Argentina , Rafael Velasco . “Ci hanno ascoltato e ci hanno spiegato perché avevano deciso di non fare nulla e il protocollo che hanno ora. Ci hanno chiesto di cercare di non fare molto all’esterno , dato che c’erano molti genitori che portavano i figli a scuola e questo avrebbe solo creato un problema per i terzi ”, ”Vio dettagli.

    Con tutto questo al seguito, Vio ed Elizondo hanno presentato qualche giorno fa una “ricorso amministrativo” alle autorità della Compagnia di Gesù , ritenendosi vittime di “danni morali, psicologici e patrimoniali ” . Allo stesso tempo, chiedono “risarcimento” (nonostante vi sia un danno irreparabile) per quanto subito, come previsto dal Diritto Internazionale dei Diritti Umani . Nel testo presentato, i due uomini citano lo stesso Francesco quando afferma (cinicamente) che «perché questi casi, in tutte le loro forme, non si ripetano, è necessaria una continua e profonda conversione dei cuori, accompagnata da concrete e che coinvolgano tutti nella Chiesa”.

    Che Dio ti aiuti

    Poche ore dopo la pubblicazione a Clarín della nota di Mariana Iglesias , la Compagnia di Gesù ha pubblicato sul proprio sito una breve dichiarazione che, curiosamente, non è stata rilasciata attraverso gli account ufficiali che l’ente ha su Facebook , Twitter e Instagram . Il testo è interessante per diversi aspetti.

    Da un lato, le autorità gesuitiche non negano una sola parola di Vio ed Elizondo . Già questo la dice lunga, vista la consueta reazione della Curia a casi simili o peggiori. Il “manuale” non scritto del Vaticano ordina, innanzitutto, di accusare le denunce di “calunnia” e di cercare di comprare (ad ogni costo) il silenzio dei sopravvissuti.

    D’altra parte, non fanno altro che giustificare le loro azioni di insabbiamento nei confronti di Fretes . Al limite della provocazione, affermano che poiché nel 2003 le famiglie “non ritenevano opportuno sporgere denuncia in ambito civile”, non potevano far nulla a causa “della legislazione dell’epoca”. Vale a dire, riconoscono la loro inerzia in termini giudiziali di fronte ai reati commessi da Fretes nei confronti di vari bambini, dando di fatto la copertura penale totale e, quindi, permettendogli di continuare ad abusare se ne avesse l’opportunità .

    Allo stesso tempo, dicono di “rimpiangere profondamente l’accaduto”, che “il dolore è grande” ed è per questo che chiedono “perdono alle vittime” che “non avrebbero dovuto soffrire così”. Oltre ad esprimere un impegno molto poco credibile per “l’accompagnamento di tutte le persone colpite, oltre a continuare il massimo sforzo di prevenzione per evitare il ripetersi di questo tipo di abusi”.

    Cosa diranno ora gli apologeti di Francisco, che negano la loro responsabilità di insabbiamento in casi che si ripetono in tutto il mondo e si uniscono anche alla campagna vaticana di stigmatizzazione e rivittimizzazione di chi riesce a denunciare dopo anni di silenzio tortuoso?

    Come sarebbero diverse le cose se la Chiesa fosse davvero del tutto separata dallo Stato e cessasse di godere di tutti i benefici e privilegi che le sono stati conferiti attraverso leggi, decreti ( molti della dittatura ) e il disastroso “Concordat” firmato nel 1966 da Paolo VI e Juan Carlos Onganía, ancora in forza.

    https://www.laizquierdadiario.com/Denuncian-abusos-y-encubrimiento-en-un-importante-colegio-jesuita-en-tiempos-de-Bergoglio

  • Busto Garolfo, accusato di abusi: don Tempesta torna libero

    Busto Garolfo, accusato di abusi: don Tempesta torna libero

    Busto Garolfo (Milano)-  Don Emanuele Tempesta è tornato libero dopo quasi un anno trascorso agli arresti domiciliari a Rho. Il sacerdote 30enne di Cornaredo, responsabile dei giovani della parrocchia di Busto Garolfo, arrestato il 14 luglio dello scorso anno, avrà solo il vincolo di non uscire dal territorio di Rho e di non incontrare i familiari e le vittime dei presunti abusi. Il gup Tiziana Landoni ha accolto l’istanza del pubblico ministero Flavia Salvatori per la revoca dei domiciliari con il solo obbligo di dimora.

    La misura cautelare disposta lo scorso anno subito dopo l’arresto del sacerdote mentre era in vacanza con i ragazzi a Bardonecchia era ormai in scadenza e solo un ipotetico rinvio a giudizio avrebbe di fatto impedito la decadenza dei termini. Con ogni probabilità a settembre si aprirà il processo che sembrerebbe – per scelta del difensore di don Emanuele, l’avvocato Mario Zanchetti – orientato al dibattimento in aula con la parola anche ai testimoni che scagionerebbero il don dalle accuse di abusi su una decina di bambini dodicenni.

    Per le presunte vittime invece l’incidente probatorio eviterà di riaprire altre dolorose ferite: le testimonianze delle persone offese sono state già tutte messe agli atti e pertanto in sede dibattimentale le vittime non saranno chiamate a raccontare gli episodi che le avrebbero viste protagoniste. Entrerà nella fase processuale di settembre, chiamata in causa dagli avvocati di parte civile, anche la Diocesi di Milano come responsabile civile di quanto accaduto. La Curia milanese potrebbe quindi essere costretta, in caso di colpevolezza accertata del sacerdote, a risarcire le famiglie.

    Per contro don Tempesta da un anno ribadisce in ogni sede davanti agli investigatori e agli inquirenti la propria innocenza e la totale estraneità ai fatti. Stando all’impianto accusatorio, don Tempesta durante il lockdown a causa della pandemia avrebbe più volte invitato nel proprio appartamento al primo piano di via Mazzini a Busto Garolfo una decina di 12enni. Dalle testimonianze raccolte dagli investigatori gli abusi avrebbero avuto luogo durante questi incontri, avvenuti ufficialmente per divertirsi con i videogiochi. Fatti che don Tempesta ha negato ripetutamente.

    Con le nuove disposizioni il sacerdote potrà ricevere persone e muoversi nel perimetro cittadino di Rho in attesa che venga fissata la data della prima udienza durante la quale avrà la possibilità di replicare a tutte le gravissime accuse contenute nelle denunce che i genitori hanno depositato all’inizio dell’intera vicenda.

  • Lo sforzo di educare i sacerdoti cattolici su cosa fare quando sono accusati di abusi attira critiche

    Lo sforzo di educare i sacerdoti cattolici su cosa fare quando sono accusati di abusi attira critiche

    Una nuova iniziativa di un gruppo che rappresenta i sacerdoti cattolici statunitensi per informare i religiosi dei loro diritti canonici quando sono accusati di cattiva condotta, compresi gli abusi sessuali, sta attirando le critiche dei sostenitori dei sopravvissuti, che affermano che potrebbe aiutare a mettere i sacerdoti accusati in una luce eccessivamente comprensiva.

    Ma il clero dietro lo sforzo dell’Associazione dei Preti Cattolici degli Stati Uniti , o AUSCP, sostiene che sia necessario. Negli ultimi 20 anni, dicono, i leader diocesani non hanno rispettato i diritti dei sacerdoti secondo il diritto canonico, in alcuni casi permettendo ai chierici accusati di languire nel “limbo” amministrativo per diversi anni mentre le autorità civili e ecclesiastiche indagano sulle accuse mosse contro di loro.

    “E in così tanti casi è praticamente impossibile provare la loro innocenza, perché è piuttosto difficile dimostrare un negativo”, ha detto p. Mike Sullivan, un parroco del Minnesota, avvocato canonico e membro del gruppo di lavoro di sostegno reciproco dell’associazione, ha detto a NCR.

    Quel gruppo di lavoro, dopo quasi due anni di consultazioni con vescovi, canonisti e sacerdoti, ha elaborato un documento che delinea i diritti dei membri del clero ai sensi del Codice di diritto canonico quando sono accusati di illeciti, compreso l’abuso sessuale.

    L’associazione sta inviando quel documento, e una carta formato portafoglio di accompagnamento, agli oltre 30.000 sacerdoti diocesani e religiosi del Paese che sono elencati nell’elenco ufficiale cattolico .

    “Non prendiamo posizione sul fatto che qualcuno sia colpevole o non colpevole. Stiamo dicendo che c’è un giusto processo, ecco di cosa si tratta e ti aiuteremo ad accedervi se non riceverai quell’aiuto dalla tua diocesi”, disse p. Stephen Newton, un sacerdote della Santa Croce che serve come direttore esecutivo dell’associazione.

    Ma mentre sono d’accordo sull’importanza di un giusto processo, i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e i loro sostenitori esprimono preoccupazione per il fatto che porre troppa enfasi sulla difficile situazione dei sacerdoti accusati rischi di tornare ai giorni in cui la chiesa licenziava regolarmente le vittime e proteggeva i sacerdoti che le abusavano.

    «Nessun vescovo vuole mantenere in carica qualcuno che si rivela essere un abusatore di bambini. Il problema è che non tutte le accuse sono vere.’
    —Nicola Cafardi

    “Capisco l’angoscia dei sacerdoti

     che vengono ingiustamente accusati e strappati fuori da una parrocchia senza alcuna spiegazione. Ma per tutta quell’angoscia che provano, è minore rispetto al dolore, alla perdita e al tradimento vissuti dai sopravvissuti, dalle loro famiglie e le loro comunità parrocchiali”, ha affermato Donna Doucette, direttrice esecutiva del gruppo di riforma Voice of the Faithful, fondato a Boston dopo la denuncia nel 2002 di abusi e insabbiamenti in quell’arcidiocesi.

    Michael McDonnell, un portavoce del Survivors Network of those Abuded by Priests, ha citato una ricerca che, secondo lui, sottolinea la realtà che i ranghi dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero superano quelli dei preti falsamente accusati “di un ordine di grandezza”.

    “Riconosciamo che chiunque sia accusato di un crimine in America ha diritto a un giusto processo”, ha detto McDonnell a NCR. “Riaffermiamo inoltre che crediamo ai sopravvissuti e sosterremo coloro che si fanno avanti con accuse di abusi poiché, molto probabilmente, le loro storie sono vere”.

    I sacerdoti affiliati all’AUSCP hanno detto a NCR che non stanno cercando di distogliere l’attenzione dai sopravvissuti o di ostacolare le indagini sugli abusi sessuali da parte del clero. Hanno affermato che i sacerdoti condannati per aver abusato di bambini e adulti vulnerabili dovrebbero essere ritenuti responsabili dei loro crimini.

    “Non cerco di far assolre i preti colpevoli, non è il mio lavoro”, ha detto Sullivan, uno dei fondatori di Justice for Priests and Deacons , un’organizzazione con sede a Las Vegas che fornisce consulenza ai membri del clero sui loro diritti canonici.

    “Questo sarà visto dai sopravvissuti come una supplica speciale per le persone che in molti casi sono effettivamente i colpevoli”.
    —Terence McKiernan

    Sullivan e altri leader dell’associazione hanno affermato che il clero accusato ha ancora diritti ai sensi del diritto canonico e hanno suggerito che i leader della chiesa hanno spesso ignorato tali diritti, soprattutto nei 20 anni da quando i vescovi statunitensi hanno adottato la Carta per la protezione dei bambini e dei giovani a giugno 2002.

    “Forse il pendolo è andato troppo oltre”, ha detto p. Ed Palumbos, sacerdote della diocesi di Rochester, New York, che serve come presidente del gruppo di lavoro di sostegno reciproco dell’associazione. Palumbos ha affermato di credere che la Chiesa cattolica negli Stati Uniti sia nel mezzo di una “correzione del corso” nel modo in cui giudica i casi di abusi sessuali da parte del clero.

    “Quello che troviamo è che quando i ragazzi vengono accusati, falsamente o in altro modo, vengono immediatamente chiamati nell’ufficio della cancelleria, ed è quasi una situazione in cui sei colpevole fino a prova contraria, che è l’esatto opposto di ciò che è giusto e giusto”, Palumbos detto a NCR.

    Nicholas Cafardi , un avvocato civile e canonico non affiliato all’AUSCP, ha detto a NCR di vedere l’iniziativa come “un tentativo di riportare il pendolo un po’ più verso il centro, dove dovrebbe essere”.

    “Il problema è che i sacerdoti vengono chiamati in cancelleria non appena [un’accusa] arriva e prima che ci sia stato qualsiasi tipo di indagine preliminare. Tecnicamente, questo non dovrebbe accadere. L’indagine dovrebbe essere svolta prima di agire contro il sacerdote “, ha detto Cafardi, che ha suggerito che i vescovi cattolici statunitensi oggi “sono estremamente spaventati”.

    “Nessun vescovo vuole mantenere in carica qualcuno che si rivela essere un abusatore di bambini”, ha detto. “Il problema è che non tutte le accuse sono vere”.

    Il fatto che il gruppo parli a favore dei diritti canonici del clero accusato di abusi sessuali presenta alcuni punti di tensione unici per un’organizzazione cattolica che è relativamente progressista e ha collaborato con i gruppi di sopravvissuti del clero per sostenere la responsabilità nella chiesa.

    “Molti [membri dell’associazione] sono membri della nostra organizzazione. Abbiamo un ottimo rapporto”, ha affermato Doucette, che ha notato che Voice of the Faithful e l’associazione hanno pubblicato congiuntamente un white paper del 2019 sul clericalismo. Ha detto a NCR che i gruppi hanno lavorato insieme per raccogliere contributi durante il Sinodo dei Vescovi sulla famiglia nel 2014 e che hanno collaborato a iniziative relative al ruolo delle donne nella Chiesa cattolica.

    Doucette ha detto che Voice of the Faithful non è coinvolta nel progetto per i diritti dei sacerdoti dell’AUSCP. Doucette ha aggiunto che, come ha fatto in passato, quest’anno ha partecipato all’assemblea annuale dell’AUSCP . Si è tenuto dal 20 al 23 giugno a Linthicum, nel Maryland, e ha visto gli interventi principali di due vescovi: Lexington, il vescovo del Kentucky John Stowe e il cardinale Peter Turkson, cancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali del Vaticano.

    “Penso che la paura tra il clero sia che alla gerarchia non importi se l’hanno fatto o meno”, ha detto Doucette. “[I vescovi] vogliono solo che se ne vada e il prete verrà calpestato nel processo. È un problema e penso che tu debba guardare ogni caso. Non c’è una risposta facile a questo”.

    Newton, il direttore esecutivo dell’associazione, ha detto a NCR che l’iniziativa del gruppo ha lo scopo di informare i sacerdoti dei loro diritti canonici. Ha detto che l’associazione sosterrà i membri del clero che si sentono disorientati e isolati quando accusati di aver commesso un errore.

    “Possiamo riferire [preti accusati] ad avvocati canonici. Possiamo anche indirizzarli ad avvocati civili se è appropriato”, ha detto Newton. “Non ci coinvolgiamo affatto come associazione nel caso del sacerdote, in un modo o nell’altro. Ma vogliamo che la persona sappia cosa può fare e cosa funziona e cosa non funziona”.

    La carta formato portafoglio dell’associazione istruisce i sacerdoti, se ricevono una chiamata inaspettata dalla loro cancelleria, a chiedere il motivo per cui sono chiamati a presentarsi alla sede diocesana. La carta dice di “SEMPRE” portare con sé un “fidato amico sacerdote”.

    Citando il diritto canonico, la carta consiglia ai sacerdoti di non firmare nulla in cancelleria o di dimettersi dalla loro posizione e di far prendere appunti al loro amico. Il sacerdote accusato ha il diritto di chiedere che la diocesi paghi per i suoi canonici e avvocati civili, si dice. La scheda rileva anche che i sacerdoti hanno il diritto di rimanere in silenzio e afferma che il loro amico dovrebbe porre e rispondere alle domande.

    “Voglio dire, non voglio rendere le cose difficili a vescovi e diocesi, ma se voglio rimanere sacerdote, non mi giova versare le mie viscere”, ha detto Sullivan, l’avvocato canonico che ha detto a NCR che il diocesano i funzionari spesso dicono ai sacerdoti accusati che sarà meglio per loro essere disponibili.

    “Quindi la maggior parte dei sacerdoti tende a pensare che sia una specie di confessione”, ha detto Sullivan. “Ma non è tenuto segreto, e non sono sicuro di come [parlare] ti avvantaggia. I sacerdoti non devono collaborare; ecco perché dovrebbero portare qualcuno con loro che parli per loro”.

    Potrebbe essere un buon consiglio dal punto di vista legale, ma dal punto di vista di un sopravvissuto, sembra che a un membro del clero venga data “una licenza per fare ostruzionismo”, ha affermato Terence McKiernan, co-fondatore e presidente di BishopAccountability.org .

    “Questo sarà visto dai sopravvissuti come una supplica speciale per le persone che in molti casi sono effettivamente i colpevoli”, ha detto McKiernan, che ha detto a NCR che l’iniziativa dell’associazione rischia di proteggere i sacerdoti dalla responsabilità, indipendentemente dalle prove contro di loro.

    “Posso capire perché parecchi sacerdoti – a sinistra, a destra e al centro – si sentono come se fossero stati buttati fuori con l’acqua sporca. È un ambiente molto impegnativo per loro”, ha detto McKiernan. “Ma se vuoi sistemare quell’ambiente, vuoi davvero rendere più difficile rendere la chiesa un luogo veramente sicuro?”

    Cafardi ha affermato che il Codice di diritto canonico, come scritto, “è molto giusto” e consente a una diocesi di indagare sulle accuse nel rispetto dei diritti di un sacerdote. Il problema, ha detto, è che il codice “non è sempre seguito” e si traduce in situazioni in cui i sacerdoti sono effettivamente nel “limbo” mentre i loro casi languiscono per anni.

    “E’ più o meno un carcere diocesano”, ha detto Cafardi, che ha detto di ritenere che un’iniziativa come quella dell’Auscp si sarebbe dovuta fare anni fa.

    “È giusto che i diritti canonici di un sacerdote siano protetti”, ha detto, “così come è giusto che ascoltiamo le vittime per determinare se le loro storie sono vere”.

    Brian Fraga

    https://www.ncronline.org/news/effort-educate-catholic-priests-what-do-when-accused-abuse-draws-criticism

  • In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    CARACAS, Venezuela — Il bambino di sei anni si è recato in chiesa con notizie entusiasmanti da condividere.

    Aveva riflettuto sulla questione, ha detto al sacerdote Luis Alberto Mosquera, e aveva deciso di voler essere un cattolico praticante.

    Secondo il ragazzo, il sacerdote ha risposto: “Se vuoi fare il chierichetto, devi superare una prova”. Anni dopo, la testimonianza del ragazzo su quel pomeriggio nella casa parrocchiale si sarebbe rivelata cruciale: un tribunale concluse che Mosquera lo aveva abusato sessualmente.

    Mosquera è stato condannato nel 2006 a più di sette anni di carcere per abusi sessuali su un bambino, ma non ha terminato la sua pena. I suoi avvocati temevano per la sua sicurezza in prigione e hanno chiesto la libertà vigilata. Un giudice ha acconsentito; Mosquera è stato rilasciato dopo due anni ed è tornato nella chiesa nello stato di Lara, dove è ancora sacerdote. Una foto pubblicata sulla sua pagina Facebook nel 2016 e ripostata nel 2017, lo mostra circondato da bambini.

    Il caso del religioso 63enne è tra i 10 che coinvolgono accuse di abusi sessuali su minori esaminati dal Washington Post negli ultimi due anni. Questo giornale ha intervistato leader cattolici, agenti di polizia, funzionari giudiziari e vittime e ha esaminato documenti giudiziari e di polizia. Nella metà dei casi, dal 2001 al 2022, sono stati trovati sacerdoti condannati per abusi che sono stati rilasciati anticipatamente o non hanno scontato la pena detentiva. In almeno tre casi, i sacerdoti sono stati autorizzati a tornare al ministero.

    Gli intervistati notano che esiste un modello che suggerisce una collusione tra un sistema giudiziario corrotto e la Chiesa per proteggere i colpevoli piuttosto che le vittime. L’elemento comune a tutti i 10 casi: i bambini coinvolti provenivano da ambienti poveri e vulnerabili.

    Le accuse di abusi da parte dei sacerdoti hanno scosso negli ultimi anni la Chiesa in America Latina. Gli attentati denunciati in Messico, Argentina, Cile, Colombia e Perù hanno portato a condanne e dimissioni ai massimi livelli dell’istituto.

    Ma il Venezuela è riuscito a sfuggire all’onda. Gli analisti affermano che uno dei motivi è che l’attenzione si è concentrata solo sulle turbolenze politiche nel paese socialista in bancarotta. Un sistema giudiziario rotto è un altro. L’influenza della Chiesa e la sua relativa stabilità è una terza.

    “Tanto è stato rimandato a causa di sconvolgimenti sociali e politici”, ha detto in un’intervista David Smilde, un sociologo dell’Università di Tulane la cui vasta ricerca sul paese si è concentrata in parte sulla religione. “Una delle istituzioni che i venezuelani rispettano di più è la Chiesa cattolica. Questo limita quanto puoi agire.

    Hugo Chávez, fondatore dell’attuale Stato socialista in Venezuela, ha pubblicamente criticato la Chiesa. Ma il suo successore, il presidente Nicolás Maduro, è stato molto meno esplicito sulle trasgressioni dei sacerdoti e la Chiesa è diventata un intermediario tra il governo e l’opposizione.

    “Il nostro rapporto con la Chiesa è stato di mediazione e sostegno politico”, ha affermato Julio Borges, un politico dell’opposizione.

    Per i membri del clero che hanno abusato di minori, lo status della Chiesa sembra aver fornito protezione. Un sacerdote di Zulia, ad esempio, non ha trascorso del tempo in carcere nonostante fosse stato condannato per abusi sessuali aggravati su una ragazza di 12 anni. Un sacerdote nello stato di Falcón si è dichiarato colpevole di aver commesso un atto carnale nei confronti di una ragazza di 14 anni, ma gli sono stati concessi gli arresti domiciliari a condizione che stesse lontano dalla vittima. È tornato alla Chiesa, dove continua il suo ministero oggi.

    Per le vittime di questi casi, la vita è ancora una lotta. Di solito hanno poco supporto quando cercano di andare avanti.

    Sfidare il silenzio e l’impunità della Chiesa

    Mosquera lavora nella cittadina di Humocaro Alto, a circa 300 miglia a ovest di Caracas. È stato assegnato ad almeno due diverse parrocchie dal 1996, quando un ragazzo di 12 anni lo ha accusato di aver tentato di violentarlo sotto la minaccia delle armi, secondo i registri della polizia. Mosquera è stato infine assolto dall’accusa di tentato stupro.

    A gennaio, Mosquera ha confermato al Washington Post di rimanere un sacerdote lavoratore, ma ha rifiutato di rispondere a qualsiasi ulteriore domanda.

    Il suo ruolo attuale non sorprende l’avvocato che ha rappresentato il bambino di sei anni e ha contribuito a far condannare Mosquera. “La Chiesa ha davvero protetto il sacerdote. Gli hanno dato tutto il supporto”, ha detto l’avvocato Jorge Mendoza. Ha aggiunto che gli hanno fatto pressioni affinché si tirasse indietro: “L’arcivescovo di Barquisimeto mi ha detto che mi avrebbero scomunicato se avessi continuato a difendere il bambino”.

    L’arcivescovo è morto l’anno scorso. Il Rev. Oswaldo Araque, vicario generale di Barquisimeto, ha detto al Post che l’arcidiocesi è “attenta” nel recepire e agire sulle accuse contro i sacerdoti. Alla domanda sulla colpevolezza della Chiesa nel riportare al ministero un pedofilo condannato, ha detto che avrebbe indagato se fossero stati forniti dettagli. “Anche lo Stato è responsabile!”, ha detto. “Lo hanno lasciato andare”.

    Anche altri casi esaminati dal Washington Post si sono conclusi con, se non altro, un tempo minimo dietro le sbarre. In uno, un sacerdote nello stato di Mérida ha scambiato messaggi di testo con una ragazza di 13 anni, l’ha portata in una stanza d’albergo e l’ha baciata, secondo un tribunale. La ragazza ha testimoniato che ha cercato di sollevare la sua maglietta. I suoi avvocati hanno sostenuto che voleva partire con lui e che nessun atto sessuale è stato consumato. Nel 2006 è stato dichiarato non colpevole di atti osceni aggravati.

    Data la poca fiducia che hanno nelle forze di sicurezza o nei tribunali venezuelani che rispondono in modo rapido ed efficace alle denunce di abusi, alcune vittime hanno attirato l’attenzione sulla questione trasmettendo le denunce sui social network.

    Nel 2018, una richiesta di aiuto su Twitter ha contribuito a esporre un caso nello stato di Anzoátegui. “Prete pedofilo”, diceva il tweet, che poi ha nominato la parrocchia e ha implorato: “Aiutaci, Santità”. Il sacerdote Enrique Castro Azócar è stato arrestato l’anno successivo e accusato di abusi sessuali su due minori.

    La ricerca di giustizia è stata estenuante per il padre delle vittime. “Le nostre vite sono cambiate per sempre a causa di questo” , ha detto al Post Robing Damián Salazar, un falegname . “Sono stato molestato e minacciato, ho combattuto per i miei figli”.

    Castro si è dichiarato colpevole di due capi di imputazione per abusi sessuali su un bambino ed è stato condannato a cinque anni. Ma invece di andare in prigione, gli è stato concesso un tipo di libertà condizionale noto in Venezuela come misura sostitutiva della libertà. È stato rilasciato a condizione che stesse lontano dalle vittime, fosse curato da uno psicologo e si presentasse in tribunale ogni 30 giorni.

    I sostenitori delle vittime sostengono che la sentenza ha violato una sentenza del 2017 della Corte Suprema di Giustizia, la più alta corte del Venezuela, secondo cui le persone condannate per tali crimini non possono beneficiare di alternative all’incarcerazione. “Cose come queste riflettono lo stato di indifesa e impunità che prevale nel Paese”, ha affermato l’avvocato Carlos Trapani, capo dell’organizzazione per i diritti dei bambini Cecodap.