Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Don Pascal Manca: in carcere per violenza sui minori/ “Li drogava e poi ne abusava”

    Don Pascal Manca: in carcere per violenza sui minori/ “Li drogava e poi ne abusava”

    E’ stato condannato a otto anni di carcere con le gravissime accuse di violenza sessuale su minori, don Pascal Manca, un sacerdote di 47 anni originario di Nuraminis, nella provincia di Sud Sardegna.

    La condanna è stata confermata in Cassazione, e dall’inchiesta è emerso l’agghiacciante modus operandi dello stesso prelato, che utilizzava i sonniferi, sciolti nelle bevande, per approfittare dei ragazzini.

    “Don Pascal – le motivazioni dei giudici come si legge su l’Unione Sarda – mischiava i pesanti sedativi nelle bibite che poi offriva ai ragazzi convocati nella casa parrocchiale per segrete riunioni: quando avevano sete per i minorenni non c’era mai acqua, ma soltanto bevande allungate a loro insaputa con sonnifero incolore e insapore”.

    Storie Italiane programma di Rai Uno, ha intervistato la madre di una delle vittime degli abusi: “Ci siamo accorti quasi subito di questa situazione, e già dal secondo incontro l’abbiamo portato in ospedale. Mio figlio tornava a casa completamente drogato dalla canonica”.

    DON PASCAL MANCA, “MIO FIGLIO AVEVA 13/14 ANNI…”

    La donna ha poi continuato: “Si incontrava con il prete per fare le ore di religione per ricevere i sacramenti. I ragazzini venivano adescati, invitati a pranzo, invitati a casa, avevano contatti frequenti con il sacerdote. Al momento dei fatti aveva 13/14 anni mio figlio, sono passati circa 4 anni. Noi lo mandavano con molta serenità in quanto ci fidavamo da lui”. Una volta che i ragazzini erano addormentati, il prete ne approfittava, abusandone. Non contento, mandava loro dei messaggi pornografici col tentativo di indurli a compiere degli atti sessuali. “L’ex parroco di Mandas e Villamar – hanno aggiunto a riguardo i giudici – era solito mandare messaggi a sfondo sessuale anche a numerosi adulti, era una sua pratica molto frequente”. “Quando ho visto che mio figlio non stava bene – ha proseguito il racconto la donna – ho immediatamente contattato il medico e la seconda volta siamo andati al pronto soccorso, dove però è stato rimandato a casa un po’ frettolosamente, nonostante lui stesse molto male. Gli abusi con mio figlio non si sono propriamente verificati in quanto, essendo molto grosso, la dose di sonniferi non riusciva ad addormentarlo completamente. I bambini coinvolti – ha aggiunto – sono tantissimi, il sacerdote cercava bimbi problematici o figli di famiglie problematiche. Al secondo incontro chiesi che mio figlio rimanesse poco con lui perchè avevamo già capito qualcosa, ma lui minimizzò la cosa”.

    https://www.ilsussidiario.net/news/don-pascal-manca-in-carcere-per-violenza-sui-minori-li-drogava-e-poi-ne-abusava/1987904/

  • Don Nelson, il prete pedofilo che ha messo incinta una bambina: “L’amore arriva senza preavviso”

    Don Nelson, il prete pedofilo che ha messo incinta una bambina: “L’amore arriva senza preavviso”

    “L’amore arriva senza preavviso perché non ha una data sul calendario” e ancora “Non sono certo il primo uomo ad essersi innamorato di un minorenne”. Si è difeso così Nelson William Montes Lizarazo, ex sacerdote colombiano di 50 anni, accusato di aver violentato e messo incinta Paola, che all’epoca in cui sono cominciati gli abusi aveva solo 10 anni. Il cardinale dell’arcidiocesi di Bogotà, inoltre, avrebbe cercato di insabbiare lo scandalo inviando il prete pedofilo in Venezuela.

    Ha abusato e messo incinta una minorenne. Violenze iniziate quando la giovanissima vittima aveva solo 10 anni e proseguite per 5 anni, fino al momento in cui Paola (un nome di fantasia) ha dato alla luce un bambino. Tuttavia, per Nelson William Montes Lizarazo, ex sacerdote colombiano di 50 anni, quella relazione era “frutto dell’amore”. “L’amore arriva senza preavviso perché non ha una data sul calendario”, ha affermato il prete pedofilo. E ancora: “Non sono certo il primo uomo ad essersi innamorato di una minorenne”. È stata questa la difesa di don Nelson dopo le pesanti accuse di Paola, che adesso ha 30 anni.

    I fatti risalgono a due decenni fa, ma solo lo scorso gennaio quella bambina diventata adulta ha trovato il coraggio di rendere pubbliche le violenze subite dal parroco. In un’intervista a Caracol Radio, una delle principali emittenti radiofoniche in Colombia, ha raccontato quando sono iniziate le prime molestie da parte di Montes Lizarazo, all’epoca seminarista nell’arcidiocesi di Bogotá. Paola viene da una famiglia molto cattolica e la parrocchia era come la sua seconda casa. “Aveva molto carisma – ha affermato – gli piaceva molto stare con i bambini, suonare la chitarra. Per noi e per le nostre famiglie non c’era nulla di male”. Quel giovane avviato al sacerdozio, però, presto si rivelerà un pedofilo. “Cercava sempre il modo di rimanere solo con me – ha proseguito Paola – gli abusi sono cominciati con dei toccamenti quando avevo 10 anni. La paura è stata fortissima perché una bambina non si immagina che un prete possa fare una cosa simile”.

    Violentata nel seminario Mayor di Bogotà

    Nel frattempo, Montes Lizarazo continua il suo percorso per diventare prete e per tre anni non vede Paola. Quando si rincontrano, la bimba ha compiuto 13 anni. È allora che avviene la prima violenza carnale a casa del fratello del sacerdote. “Quando siamo arrivati mi ha chiuso dentro una stanza e mi ha stuprata. Avevo paura. Volevo gridare ma lui mi ha tappato la bocca, dicendomi che non c’era nulla di male in tutto ciò, perché era ‘un disegno di Dio’, che era ‘un inviato del Signore’. La seconda volta che mi ha violentata – prosegue Paola – è stato nel seminario Mayor di Bogotà, dove alloggiava. Mi ha fatta entrare facendomi passare come sua cugina”. Gli abusi continuano fino al 2005, quando Paola rimane incinta. “Per me è stato uno choc – ricorda – e anche per la mia famiglia è stato molto difficile accettare che il padre di mio figlio fosse un sacerdote. È stato particolarmente duro per mia mamma che si è ammalata. I miei fratelli non hanno preso molto bene la notizia e non volevano neanche vederlo”.

    Don Nelson, intanto, non sveste l’abito talare ed è sempre sacerdote. “I primi giorni era presente – sottolinea Paola – ma poi ha iniziato ad allontanarsi, soprattutto quando ho cominciato a chiedergli il denaro per il mantenimento di nostro figlio”. Poco tempo dopo, siamo al 2007, padre Montes Lizarazo scompare definitivamente. L’anno successivo, la madre di Paola scrive una lettera al cardinale di Bogotà raccontandogli la situazione, senza ottenere alcuna risposta da parte della curia. Nel 2012, di fronte al silenzio delle autorità ecclesiastiche, Paola decide di rivolgersi alla giustizia. Per ben due volte, però, i magistrati rigettano le sue denunce.

    L’Arcidiocesi di Bogotà sapeva degli abusi
    Sarà solo dopo un’inchiesta giornalistica sugli abusi del clero che l’Arcidiocesi di Bogotà si metterà in contatto con Paola. Nel 2018, infatti, esce in Colombia “Lasciate che i bambini vengano a me” (Dejad que los niños vengan a mí). Una forte denuncia non solo delle violenze sessuali commessi dai sacerdoti ma anche dell’impunità di cui ha goduto la chiesa cattolica nel Paese sudamericano. E tra le vittime c’è anche Paola. Il 3 maggio 2018, alcuni giorni dopo la pubblicazione del reportage, padre Mauricio Uribe Blanco, giudice della Corte ecclesiastica di Bogotá e decano della facoltà di Filosofia dell’Università Sergio Arboleda, chiama Paola, che registra la telefonata.

    Caracol Radio ha emesso l’audio in cui Uribe Blanco comunica a Paola che don Nelson è stato allontanato dalla Chiesa nel 2009. Una versione contraddetta da un documento che dimostra invece come il prete pedofilo abbia lavorato per anni nella diocesi di San Carlos in Venezuela. Inviato con una raccomandazione del cardinale colombiano Pedro Rubiano. “L’arcidiocesi – avverte Uribe Blanco ad un certo punto della conversazione – ha già l’artiglieria preparata nel caso questa vicenda dovesse continuare”. Di fronte alle proteste di Paola, il giudice della Corte ecclesiastica afferma: “Puoi fare tutte le denunce che vuoi, tanto la Chiesa è blindata giuridicamente”.

    Solo nel 2018, l’arcidiocesi di Bogotà ha riaperto il caso che si è concluso con le dimissioni dallo stato clericale del prete pedofilo. A fine gennaio, infine, la curia della capitale colombiana ha dichiarato che avrebbe collaborato con Paola e le autorità civili affinché sia fatta giustizia.

    https://www.fanpage.it/esteri/don-nelson-il-prete-pedofilo-che-ha-messo-incinta-una-bambina-lamore-arriva-senza-preavviso/

  • Il lato oscuro degli amish

    Il lato oscuro degli amish

    Si riconoscono facilmente grazie al loro abbigliamento: barba lunga e senza baffi per gli uomini, un abito grigio, lungo appena sopra le caviglie e un cappello per le donne. Si muovono su carrozze trainate da cavalli e conducono una vita apparentemente semplice. Rifiutano, anche se in parte, la tecnologia e la contemporaneità e vivono come contadini e artigiani, in campagna. La loro comunità, soltanto negli Stati Uniti, conta circa 342mila persone, tutte sparse nelle aree rurali della Pennsylvania, dell’Ohio, dell’Indiana, del Kentucky, dello Stato di New York, del Michigan e del Wisconsin. E se in tanti li conoscono per il loro isolamento e le loro abitudini, nelle ultime settimane, in America, agli amish vengono ritenuti responsabili di abusi sessuali perpetrati (negli anni) sui bambini all’interno della comunità e, soprattutto, dentro i nuclei familiari.

    A raccontare i diversi casi di violenza sessuale, omissioni e stupri è un’inchiesta di Sarah McClure che, su Cosmopolitan, ha ricostruito le vicende di alcune vittime, le quali hanno raccontato (nel dettaglio) le loro personali storie di violenza, vissute spesso in silenzio e taciute per anni. La maggior parte degli abusi si sono consumati all’interno delle mura domestiche o dentro gli spazi della comunità: niente denunce alla polizia, né coinvolgimento di persone esterne al gruppo religioso. Il muro di omertà è cresciuto così, sconvolgendo la vita di decine di bambine e bambini che, nel tempo, sono diventati spesso adulti terrorizzati dalla sofferenza e dilaniati dal senso di colpa.

    I 52 casi accertati

    Secondo quanto emerso dal rapporto pubblicato sulla rivista americana, negli ultimi dieci anni, i casi ufficiali di violenze sessuali su minori amish sarebbero 52, tutti avvenuti nei sette stati in cui la comunità vive da secoli. Ma il numero riportato dall’inchiesta non illustrerebbe il quadro completo. Questo perché è necessario considerare il sommerso, ovvero le storie mai raccontate e gli abusi tenuti nascosti per anni. In base a quanto riportato dall’inchiesta, infatti, praticamente ogni vittima ascoltata (maschio o femmina) avrebbe dichiarato di essere stata dissuasa dalla famiglia o dai leader della comunità dal denunciare le violenze e tutti hanno affermato di essere stati condizionati a non chiedere aiuto all’esterno. In molti hanno fatto sapere di essere stati intimiditi o, addirittura, minacciati di scomunica e le storie raccolte mostrano un’idea diffusa, soprattutto in passato, che le violenze sessuali sui minori (anche da parte delle autorità religiose amish) dovevano rimanere all’interno della comunità, o peggio, della famiglia. E per fare presa sulla coscienza, a molti di loro, per esempio, veniva detto che non era “cristiano” denunciare un parente e, più in generale, una violenza.

    Chi sono gli amish

    La comunità religiosa, nata in Svizzera nel Cinquecento, si trasferì in America nel Settecento. Attualmente, il gruppo più nutrito si trova in Ohio ed è stato calcolato che, in media, per famiglia, ci siano sette figli. Anche per questo motivo, sono tra le popolazioni a maggior incremento demografico al mondo e proprio perché il nucleo familiare è così centrale nelle loro vita è molto più complesso affrontare episodi di sfruttamento o abuso (quando ci sono). La stragrande maggioranza di loro parla, tradizionalmente, un dialetto tedesco chiamato “tedesco della Pennsylvania”, ma una minoranza comunica con due diversi dialetti alemanni. Anche il fattore linguistico, in effetti, ha contribuito a separarli dal resto della società e a rendere più difficile la rottura del silenzio, nei casi in cui gli elementi più deboli, come le donne e i bambini, hanno avuto bisogno di denunciare casi di abuso o di violenza. Mancando di un leader centralizzato, vivono in congregazioni locali o distretti ecclesiali, ciascuno composto da 20 a 40 famiglie.

    Come vivono gli amish

    Gli amish vivono all’interno di una comunità dal tessuto sociale molto robusto, basato proprio sui forti legami familiari e su un’ancora più forte identità religiosa. Per gli elementi della comunità, nel tempo, è stato fondamentale salvaguardare questo tipo di società e le azioni di ogni suo componente sono state votate a questo. Compresi la copertura e l’insabbiamento di violenze sessuali (soprattutto negli anni passati). Così, a partire dall’infanzia, gli amish sono “protetti” da ogni influenza esterna: nessuna intrusione deve arrivare dal mondo e, fino a qualche anno fa, la maggior parte dei componenti di questa comunità vietava l’utilizzo della televisione o l’ascolto della musica pop (e c’è chi lo fa ancora). Niente deve intaccare i principi di una comunità dalle caratteristiche rigide: i bambini amish, infatti, studiano fino a 13 anni sotto la supervisione di un loro insegnante, in una scuola di stanza unica. Le maestre sono, di frequente, donne nubili della comunità, che non possiedono un vero e proprio curriculum professionale ma sono promosse dagli anziani e dai religiosi per le loro virtù morali. Tutto è progettato per uno stile di vita umile, ben disciplinato e, soprattutto, devoto.

    La storia di “Sadie”

    Nell’inchiesta pubblicata dal sito americano emerge, fra le altre, la storia di Sadie, una ragazza amish stuprata da bambina, il cui nome è stato modificato e che oggi ha 32 anni, un marito e cinque figli. Dal 2013, è uscita definitivamente dalla comunità. Un percorso di terapia l’ha aiutata a gestire la rabbia, la paura e la diffidenza, ma a chi la intervistava ha dichiarato di avere ancora delle difficoltà nel vedere degli uomini adulti vicino ai suoi bambini. Tra i primi ad approfittarsi della sua infanzia, quando era piccola, era stato uno dei suoi fratelli che, in base ai suoi racconti, si introduceva nel suo letto, nel cuore della notte, per abusare di lei. Poi un altro che, la mattina, all’alba la afferrava, dopo che aveva finito di dare da mangiare ai maiali, e la violentava. E anche se lei, piccola e minuta, avesse voluto liberarsi da quella morsa, farlo era impossibile vista la stazza dei suoi familiari, tutti più grandi e più forti di lei.

    Abusata dai fratelli e dal padre

    La 32enne ha raccontato di aver subito il primo stupro da uno dei suoi fratelli a nove anni. Il padre, invece, abusò di lei tempo dopo, quando di anni ne aveva 12. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, l’uomo, un chiropratico della comunità, l’avrebbe penetrata con le dita sullo stesso tavolo in cui era solito visitare i pazienti. Davanti allo sguardo perplesso della figlia, forse alla ricerca di una motivazione che non poteva esserci, le disse che la stava toccando per “tastare il suo utero”, al fine di garantire la sua fertilità. Appena diventata adolescente, a 14 anni, altri tre fratelli l’avrebbero violentata più volte alla settimana. Di quegli episodi, in seguito, sarebbe stata lei a vergognarsi, senza un motivo reale ma tutto culturale. Secondo quanto riportato da Sadie, le sue sorelle, che con lei condividevano la camera e qualche volta anche il letto, non si sarebbero mai opposte a quel tipo di violenza e tempo dopo la 32enne sarebbe venuta a sapere che anche loro venivano abusate con una certa regolarità.

    L’intervento delle autorità (e il silenzio)

    Tra le virtù richieste agli appartenenti a questa comunità, in particolare in passato, c’erano l’adesione alle regole e, in particolare, il silenzio, perciò nessuna di loro pensò mai di raccontare ad altri quegli episodi. E così, a lungo, nessuno disse nulla. In base a quanto riportato dall’inchiesta, infatti, il giorno in cui le forze dell’ordine si presentarono a casa di Sadie (allora ancora 12enne) per interrogare il padre a proposito dei presunti abusi sulle figlie, lei non disse nulla. Così come il resto della famiglia. E la stessa cosa accadde tempo dopo, quando il genitore venne condannato da un giudice a soli cinque anni di libertà vigilata. Rimase zitta anche quando durante uno stupro da parte di uno dei suoi fratelli, che la accantonò nella dispensa e la violentò sul lavandino, probabilmente ebbe un aborto spontaneo, visto che il sangue, dopo quel rapporto forzato, le scese lungo la gamba.

    La “punizione” per chi abusa

    Dopo che gli abusi del padre di Sadie erano diventati di dominio pubblico, i dirigenti della chiesa locale decisero di infliggergli una punizione. Così venne “evitato” per sei settimane, una forma comune di disciplina in cui l’accusato è socialmente ostracizzato e gli è proibito mangiare allo stesso tavolo dei membri della chiesa, per esempio. Dopo questa forma di allontanamento, è previsto che la persona confessi in chiesa il suo peccato e che la comunità sia costretta a perdonarlo, “dimenticando” così il peccato. Che, a quel punto, è come se non fosse mai accaduto. Nella vicenda di Sadie raccontata nell’inchiesta, dopo quel procedimento, a casa sua tutto tornò alla “normalità”, cioè prima delle accuse. Quando la polizia tornò a casa di Sadie per fare altre domande a suo padre, lui rispose che il problema era stato superato, anche se aveva confessato di avere fatto sesso con due dei suoi figli almeno tre volte ciascuno, insistendo però di non averli feriti e di non aver fatto loro del male.

    Il volere della famiglia

    Nel caso della famiglia di Sadie, un parente aveva ricordato che la madre, in seguito a quanto accaduto, aveva detto agli assistenti sociali di mettere in pratica ogni strategia possibile per impedire che il marito fosse incarcerato. E la cosa funzionò, in effetti. Il padre di Sadie, nel 2001, si dichiarò colpevole di abuso sessuale ma non di incesto, proprio perché la famiglia non voleva fosse messo in un penitenziario. Così, invece di scontare una pena che (all’epoca) poteva durare almeno cinque anni, ottenne la libertà vigilata. La 32enne, oggi, sostiene che da quel momento il padre abusò di lei per altri cinque anni.

    Un “segreto” condiviso da generazioni

    In base ai dati forniti dalla giornalista, dopo aver interpellato quasi circa 36 persone amish, oltre a polizia, giudici, avvocati, operatori, specialisti e studiosi della questione, sarebbe emerso che l’abuso sessuale all’interno di questo tipo di comunità rappresenta una sorta di “segreto condiviso“, che coinvolge intere generazioni. Così le vittime, tempo dopo, raccontano storie di avvicinamenti inappropriati, rapporti ambigui, carezze, esposizione ai genitali degli adulti, penetrazioni digitali, sesso orale coatto, sesso anale e stupri di ogni genere da parte di familiari e leader religiosi con un minimo comune denominatore: l’occultamento e il silenzio assoluto. Perché chi decide di parlare, spesso viene deriso o, addirittura, incolpato. E perché l’idea di non dire nulla è radicata.

    Cosa si sta muovendo oggi

    Eppure, siccome da qualche anno, di violenza sulle donne si parla con maggiore frequenza, anche la parte femminile della comunità ha imparato a confrontarsi con le denunce, anche se con lentezza. Linda Crockett, fondatrice e direttrice di Safe Communities, un’organizzazione che si adopera per prevenire l’abuso sessuale sui minori ha fatto notare come questo movimento di denuncia da parte delle donne amish sia meno visibile ma che, comunque, negli ultimi dieci anni sia anche cresciuto. Secondo la direttrice, infatti, le vittime (o ex vittime) si sentono e si sostengono reciprocamente, proprio all’interno delle comunità stessa. Secondo quanto testimoniato da Craig Stedman, ex procuratore distrettuale della contea di Lancaster, in Pennsylvania, che ospita circa 40mila amish, e che ha fatto parte di un gruppo che collega la comunità alle forze dell’ordine e ai servizi sociali, di frequente, però, sono gli uomini a chiamare al posto delle loro mogli, per esempio.

    Perché gli abusi nelle comunità amish

    Tra gli elementi che favoriscono la diffusione degli abusi dentro la comunità come quella degli amish esistono una serie di fattori oggettivi, come un’impostazione sociale profondamente patriarcale, uno stile di vita isolato in cui le vittime hanno poche occasioni di esporsi al mondo esterno, un sistema educativo che finisce all’inizio dell’adolescenza e non fornisce alcun insegnamento legato alla sessualità o al corpo, una cultura legata al senso di inadeguatezza, vergogna e biasimo della vittima, un limitato accesso agli strumenti tecnologici che possono consentire la comunicazione o, almeno, una certa consapevolezza sociale e, soprattutto, una religione che privilegia il perdono rispetto all’effettiva punizione. Inoltre, i leader amish tendono anche a diffidare dalle forze dell’ordine, preferendo gestire le proprie controversie in autonomia.

    La storia di Lizzie Hershberger

    Oltre alla storia di Sadie, il cui nome è stato cambiato per ragioni di riservatezza, dall’inchiesta di Cosmopolitan è emersa anche la vicenda di Lizzie Hershberger, che a a 14 anni venne assunta da una famiglia di amish per aiutare il nucleo con il loro quattro figli nei lavori contadini. La donna ha raccontato che a quell’età, una notte, dopo aver munto le mucche, il capofamiglia 27enne la baciò, la spinse contro ai sacchetti di cibo e le tolse i vestiti che lei, faticosamente, cercava di tenersi addosso. Le avrebbe detto “rilassati”, prima di violentarla, e lei per molto tempo non riuscì a capire la ragione per cui, durante quello stupro, sentisse dolore e sangue tra le gambe. Nessuno le aveva mai parlato di come funzionava un rapporto sessuale, delle mestruazioni, né della rottura dell’imene. Per molte ragazzine violentate, raccontare un abuso diventa ancora più difficile proprio per la scarsa conoscenza che le giovani hanno del loro corpo e della loro sessualità.

    Il senso di colpa

    Dopo quello stupro, Hershberger iniziò a provare un forte senso di colpa, dovuto principalmente al fatto di non essersi allontanata prima da quella stalla. Secondo quanto riportato dall’inchiesta, dai diari della donna e dai documenti del tribunale, il 27enne la stuprò altre 25 volte, per circa cinque mesi. Accadeva nel fienile, all’esterno e, persino, all’intero di casa sua. In base a quanto testimoniato da Hershberger qualcuno vide quelle scene, ma nessuno la aiutò o allontanò il suo persecutore. Che, alla fine, confessò. Venne evitato, come il padre di Sadie, per sei settimane e la chiesa lo perdonò. Hershberger, invece, a lungo è stata additata come una schlud o una hoodah, termini olandesi utilizzati in Pennsylvania che stanno per troia o puttana. Derisa, bullizzata e incolpata, secondo quanto riportato dalla donna, nessuno le chiese come si sentisse. La comunità sostenne che fosse affetta da disturbo mentale ed è comune che le vittime amish siano viste colpevoli almeno quanto gli aggressori, perché ritenuti “partner consenzienti” che commettono adulterio (anche se si tratta di bambini). Ci si aspetta che le vittime condividano certe responsabilità e che, dopo il perdono della chiesa, arrivi anche il loro.

    Gli amish in tribunale

    In base a quanto ricostruito, quando un caso, raramente, è finito in tribunale, gli amish hanno parteggiato (in maniera palese) per chi abusa. Secondo quanto testimoniato da vittime e forze dell’ordine, i colpevoli, infatti, entrano nelle aule di giustizia accompagnati quasi con le loro intere congregazioni dietro di loro. Così, quasi nessuno difende chi è abusato e la maggioranza si schiera con gli stupratori. In alcuni casi le giovani vittime sarebbero state costrette a perdonare il padre e i fratelli dopo la violenza, addirittura con l’obbligo di scrivere lettere di supplica al tribunale per impedire l’incarcerazione dei familiari. Accordi come questi, probabilmente, hanno contribuito a salvare gli imputati da quelle che avrebbero potuto essere condanne da 25 a 30 anni di reclusione.

    La “struttura” per problemi mentali

    Secondo quanto raccontato, poi, esisterebbero delle strutture (gestite da amish o da mennoniti) per la riabilitazione delle vittime di stupro. Luoghi in cui, secondo le testimonianze, non si approfondisce per davvero il trauma, ma si lavora sugli stati emotivi delle vittime e le consulenze sono basate sui testi biblici. Nessuno possiede una licenza per ciò che fa e le aggressioni sessuali non sembrano essere trattate nel modo più adeguato. Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, le vittime sarebbero state costrette, in alcuni casi, all’assunzione di farmaci e tranquillanti, e sarebbero tornate a casa come sotto effetto di sostanze stupefacenti. In base a quanto testimoniato dalle cartelle cliniche di una vittima di violenza sessuale, in uno di quei centri, le era stata prescritta l’olanzapina, un farmaco antipsicotico che tratta solitamente malattie mentali come la schizofrenia. E rifiutarsi di prendere quelle medicine non è un’opzione contemplata, né consigliabile. Solitamente, poi, i certificati di rilascio consigliano alle vittime di stupro di “sfidare i pensieri malsani utilizzando pensieri positivi e buoni”. In base alla testimonianza di una delle vittime (comparsa sempre nell’inchiesta di Cosmopolitan), i leader amish utilizzerebbero questi soggiorni coatti per mettere a tacere le donne che, negli ultimi tempi, hanno deciso di parlare e di non tenere nascosti abusi ed episodi di violenza.

    Voci di speranza

    Ma siccome la sopportazione di certe situazioni si è fatta più complicata, anche grazie all’evolversi della società, più sensibile a certe tematiche, negli ultimi anni si sono formati gruppi e strutture in grado di ascoltare e accogliere le vittime di stupro. Circa due anni fa, Lizzie Hershberger e Dena Schrock (entrambe ex componenti della comunità amish) hanno lanciato Voices of Hope, unìassociazione per donne maltrattate. Altre persone, invece, trovano uno spazio in “The Plain People”, uno spettacolo lanciato nel 2018 che racconta episodi accaduti nelle comunità di amish e mennoniti di soprusi e violenza. Intanto, in Pennsylvania, in diversi stanno lavorando per riformare la cultura amish. Nella contea di Lancaster, infatti, esiste una task force, composta da polizia, procuratori e agenzie di servizi sociali che incontra, alcune volte l’anno, i leader religiosi. Anche se, come riportato dall’inchiesta, nessuna donna è inclusa tra i rappresentanti amish del gruppo.

    La volontà di cambiare

    Tuttavia, la sensibilità legata a questo tema sembra stai trasformando le abitudini di queste comunità e alcuni amish hanno avviato iniziative per combattere questi fenomeni. In diversi Stati, infatti, i loro comitati si mettono in contatto con le autorità locali per riferire e perseguire i casi di stupro. Secondo quanto testimoniato da diversi leader amish, l’urgenza è quella di informare ed educare le famiglie e l’atteggiamento sembra essere cambiato anche nei confronti del concetto di perdono. Processo molto complesso, quando non impossibile.

    https://it.insideover.com/religioni/il-lato-oscuro-degli-amish.html

  • Don Bucci, interviene il suo vescovo: “Abusi sessuali su minori sono come l’aborto, non peggio”

    Don Bucci, interviene il suo vescovo: “Abusi sessuali su minori sono come l’aborto, non peggio”

    Dopo le dichiarazioni di don Bucci su pedofilia e l’aborto, è intervenuto il vescovo di Providence, Thomas Tobin. “Le violenze sessuali ai minori sono da condannare tanto quanto l’aborto”, ha detto Tobin. La polemica non si placa e un gruppo di politici del Rhode Island, assieme a due vittime di abusi sessuali del clero, hanno chiesto al vescovo di sospendere padre Bucci.

    di Mirko Bellis

    Le dichiarazioni di don Richard Bucci su pedofilia e aborto hanno provocato una bufera. Il sacerdote 72enne della chiesa del Sacro Cuore di West Warwick, nello Stato di Rhode Island, durante un’intervista ha detto che “la pedofilia non uccide mentre l’aborto sì”. Per cercare di calmare gli animi è dovuto intervenire Thomas Tobin, il vescovo di Providence, la capitale del piccolo Stato sulla costa est degli Usa. Se padre Richard è convinto che l’aborto sia peggio della pedofilia in quanto il primo uccide e la seconda no, il vescovo Tobin mette sullo stesso piano le violenze sessuali su minori e l’interruzione di gravidanza. È quanto si legge in un comunicato diffuso il 13 febbraio dalla diocesi di Providence.

    “È importante affermare che sia l’abuso sessuale su minori sia l’aborto sono entrambe azioni orribili e immorali che hanno conseguenze molto gravi e dannose”, premette il vescovo. “In primo luogo – scrive Tobin – non è mai accettabile la sottovalutazione del danno provocato dalle violenze sessuali ai minori. Gli abusi di carattere sessuale, ovunque e in qualsiasi momento, causano danni duraturi, a volte permanenti e devastanti alle vittime sopravvissute, alle loro famiglie e all’intera comunità”. “Le accuse di abuso sessuale devono sempre essere prese molto sul serio – continua – e dovrebbe essere fatto ogni sforzo per proteggere i bambini e i giovani, per eliminare gli abusi, per incriminare gli abusatori e per offrire assistenza alle vittime”. Dopo queste necessarie considerazioni il vescovo di Providence affronta il tema dell’interruzione di gravidanza.

    “Anche l’aborto è un atto peccaminoso e immorale, un ‘crimine abominevole’. (Concilio Vaticano II) l’aborto distrugge la vita innocente non nata; sfrutta le donne vulnerabili; svilisce la vita familiare; e corrode il tessuto morale della società. Non ci sono circostanze, personali o politiche, che giustifichino l’interruzione della gravidanza di bambini non ancora nati. La Chiesa cattolica è stata molto chiara e coerente nel condannare il male dell’aborto e affermiamo che coloro che promuovono, sostengono e approvano l’aborto, compresi i leader civili, sono responsabili di un grave male agli occhi di Dio Onnipotente”. “Nell’attuale discussione pubblica, esorto tutte le parti ad astenersi da inutili e provocatorie retoriche e a riflettere personalmente e con la preghiera sulle conseguenze di queste gravi questioni. Possiamo rinnovare i nostri sforzi per proteggere la vita e promuovere il bene comune, specialmente per i bambini e i giovani, e possa Dio benedire il nostro impegno con saggezza, prudenza, umiltà e carità”.

    https://www.fanpage.it/esteri/don-bucci-interviene-il-suo-vescovo-abusi-sessuali-su-minori-sono-come-laborto-non-peggio/

  • Ex parroco con precedenti per abusi sessuali su minori, paura tra le famiglie, la Curia prende distanze

    Ex parroco con precedenti per abusi sessuali su minori, paura tra le famiglie, la Curia prende distanze

    Ex parroco con precedenti per abusi sessuali su minori, paura tra le famiglie, la Curia prende distanze

    «Cari genitori, abbiamo ricevuto una segnalazione relativa a tale Don******** ( se cercate in internet troverete molte informazioni) che ha un passato di abusi su minori. Il soggetto è stato già condannato più volte ma è ora in libertà. Ora si trova nella nostra città ed è stato già avvistato fuori dalle scuole di Ponte San Giovanni e Balanzano. Anche a Case Bruciate. I Carabinieri sono allertati. Sembra adescare i bambini con giochi, bambole etc. Si raccomanda attenzione anche al di fuori dei luoghi scolastici come parchi o luoghi in cui i bimbi svolgono attività pomeridiane. Si raccomanda di accompagnare i bambini alla porta di ingresso dei plessi scolastici fino a nuove disposizioni. Grazie per l’attenzione ».

    E’ una mamma che ci ha fatto pervenire questo messaggio di famiglie spaventate per la presenza in zona di questa persona. La comunicazione l’abbiamo ricevuta questa mattina e oggi è arrivata anche la lettera dalla Curia Arcivescovile di Perugia Città della Pieve.

    «Un ex religioso sta soggiornando in una zona periferica della città di Perugia – c’è scritto -, che cerca di avvicinare le persone e soprattutto i ragazzi con la scusa di esercitare il suo ministero sacerdotale. La Curia arcivescovile di Perugia-Città della Pieve, venuta a conoscenza della condotta di quest’uomo che indossa abiti religiosi, ha informato le competenti autorità di pubblica sicurezza. Inoltre invita sacerdoti e fedeli a segnalare anch’essi alle suddette autorità, oltre che alle autorità religiose, qualsiasi comportamento messo in atto da quest’uomo contrario alla morale o all’esercizio del ministero sacerdotale che esercita abusivamente».

    Si tratta di un ex religioso, appartenuto alla Congregazione Benedettina Silvestrina, ordinato presbitero nel 1999, che a seguito di gravi vicende giudiziarie è stato raggiunto, già nel 2006, da un procedimento di sospensione cautelativa da ogni pubblica attività e funzione sacerdotale.

    Successivamente lui stesso ha chiesto ed ottenuto dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le società di Vita Apostolica l’Indulto di essere liberato da tutti gli obblighi sacerdotali e religiosi. Pertanto qualunque suo atto o sua iniziativa che dovesse porre in essere a nome della Congregazione, oppure a nome dell’Archidiocesi, è da considerarsi arbitrario e privo di ogni valore.

    Una delle scuole ha anche chiesto di diffondere il messaggio in inglese che vi incolliamo qui

    Dear Parents, we have received a warning about a man named Don ******** (if you look on the internet you will find a lot of information) who has a history of child abuse. He has already been convicted several times but is now at large. He is now in our city and has already been sighted outside the schools of Ponte San Giovanni and Balanzano, also in Case Bruciate. The Carabinieri are on alert. He seems to lure children with toys, dolls, etc.. Close attention is also recommended outside school places such as parks or other locations where children do afternoon activities. We recommend accompanying children to the entrance door of the school buildings until new arrangements are made.
    Thank you for your attention. We are sending a photo of him.

    https://www.umbriajournal.com/cronaca/exparroco-con-precedenti-per-abusi-sessuali-su-minori-paura-tra-le-famiglie-347375/

  • Lo scandalo degli abusi degli amish sta sconvolgendo l’America

    Lo scandalo degli abusi degli amish sta sconvolgendo l’America

    Un ambiente isolato, protetto e in cui vige l’omertà. Ma finalmente il velo si sta alzando.

    Negli Stati Uniti ci sono circa 340mila amish, sparsi per le zone rurali di Pennsylvania, Ohio, Indiana, Kentucky, New York, Michigan, Wisconsin e noti soprattutto per il loro rifiuto di qualunque forma di tecnologia (anche se questa posizione è più sfumata di quanto si pensi). Non solo: grazie all’elevata natalità e al fatto che pochi abbandonano la comunità, gli amish sono uno dei gruppi religiosi americani dalla crescita più rapida.

    Ma ci sono altri elementi, molto meno noti, che sono al centro di una recente inchiesta di Cosmopolitan grazie alla quale è stato svelato il lato oscuro di questo mondo. Un numero in particolare colpisce: 52. Sono i casi documentati di bambini che hanno subito abusi sessuali in sette diversi stati nel corso di due decenni. Una cifra preoccupante, ma che – stando alle indagini condotte per oltre un anno dalla reporter Sarah McClure – rappresenta solo in minima parte la situazione complessiva che si vive in questo mondo chiuso, tradizionalista e suddiviso in congregazioni di 20-40 famiglie.

    “Praticamente ogni amish con cui ho parlato – soprattutto donne ma anche parecchi uomini – mi hanno detto che la loro famiglia o i leader della chiesa li avevano dissuasi da denunciare gli abusi alla polizia o li avevano condizionati al fine di evitare che cercassero aiuto esterno”, racconta McClure. “Alcune vittime hanno raccontato di essere state intimidite e minacciate di scomunica. Le loro storie raccontano quanto sia diffuso e distribuito l’insabbiamento dei casi di abusi sessuali da parte del clero amish”.

    Una di queste storie è quella di Sadie, nome di fantasia dietro cui si cela una ragazza della comunità della Pennsylvania: “Fin da bambina, Sadie è stata attentamente protetta dalle influenze esterne, non le è mai stato permesso di guardare la tv, ascoltare musica pop o ottenere il suo foglio rosa. Frequentava invece una scuola amish composta da un’unica classe e si recava in chiesa su un calesse trainato da un cavallo; una vita progettata per essere umile, disciplinata e timorata di Dio”, racconta sempre Cosmopolitan.

    Sul finire degli anni ’90, all’età di nove anni, Sadie era già stata violentata da uno dei suoi fratelli più anziani. A 12 anni aveva subito abusi sessuali anche da parte del padre Abner (nome di fantasia), chiropratico che la penetrava con le dita affermando di star “controllando il suo utero” per assicurarsi che la figlia fosse fertile. A 14 anni, sempre stando ai racconti di Sadie, era stata violentata da altri tre fratelli, anche più volte a settimana. E la stessa cosa, come scoprì più tardi, accadeva nello stesso periodo anche alle sorelle.

    Quella di Sadie non è l’unica terrificante storia investigata da McClure. Lizzie Hershberger aveva 14 anni quando, nel 1989, venne assunta come ragazza alla pari da Chriss Stutzman e dalla moglie per prendersi cura dei quattro figli e dare una mano nella fattoria. Nel giro di cinque mesi, Lizzie venne violentata 25 volte da Stutzman.

    Perché questi episodi sono così comuni tra gli amish? Ovviamente, non è solo una questione religiosa: “Si tratta piuttosto di una tempesta perfetta di fattori”, scrive McClure. “Uno stile di vita patriarcale e isolato in cui le vittime hanno poca possibilità di entrare in contatto con la polizia o con chiunque altro possa aiutarle, un sistema educativo che finisce in terza media e in cui nessuno insegna ai bambini nulla che riguardi il sesso e il loro corpo, una cultura che colpevolizza la vittima e in cui c’è scarso accesso a tecnologie che possono aiutare a comunicare o a conquistare una maggiore consapevolezza. E infine di una religione che dà la priorità al pentimento e al perdono sulla punizione e la riabilitazione”.
    In effetti, le “pene” che hanno dovuto scontare i due stupratori al centro delle vicende appena narrate confermano tutto ciò. Uno dei parenti di Sadie raccontò ai leader della congregazione che cosa stesse avvenendo in quella casa. Risultato? Abner, il padre, fu “respinto” per sei settimane: una punizione tipica in cui “l’accusato viene ostracizzato vietandogli per esempio di mangiare allo stesso tavolo degli altri membri della congregazione”. Al termine del respingimento, la persona confessa in chiesa e alla comunità viene chiesto di perdonare e dimenticare. In poche parole, dopo un mese e mezzo di relativo isolamento, la vita riprende come se nulla fosse. Lo stesso trattamento è stato riservato anche a Stutzman.
  • Randazzo e dintorni: corso per assolvere i preti pedofili?

    Randazzo e dintorni: corso per assolvere i preti pedofili?

    La notizia è di qualche giorno fa, del 27 gennaio 2020. Le sottolineature sono mie.

    “Il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, ha reso noto che nei prossimi giorni inizierà un corso contro gli abusi sui minorenni e le persone vulnerabili, destinatari della formazione saranno preti ed insegnanti, si tratta del frutto dei tre testi promulgati da Papa Francesco per la tutela di queste persone”.

    Potrebbe sembrare interessante: “La Diocesi ha messo a disposizione degli strumenti a favore dei presbiteri e degli operatori che hanno contatti con i più piccoli e le eventuali vittime, così da offrire loro più informazione per prevenire ed ascoltare i casi di trasgressione”.

    Così si legge nell’articolo: “ “Abbiamo tutti il dovere di accogliere con generosità i minori e le persone vulnerabili – dice Francesco – e di creare per loro un ambiente sicuro, avendo riguardo in modo prioritario ai loro interessi. Ciò richiede una conversione continua e profonda, in cui la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la credibilità dell’annuncio evangelico e a rinnovare la missione educativa della Chiesa. Desidero, quindi, rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili nella curia romana e nello Stato della Città del Vaticano”. Obiettivo è quello di “mantenere una comunità rispettosa e consapevole dei diritti e dei bisogni dei minori, nonché attenta a prevenire ogni forma di violenza o abuso fisico o psichico, di abbandono, di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento che possano avvenire sia nelle relazioni interpersonali che in strutture o luoghi di condivisione”.”

    Ad una prima lettura, senza approfondire nulla, sembrerebbe una iniziativa davvero ottima. Finalmente la Chiesa fa qualcosa di concreto per contrastare la pedofilia clericale. Ma di cosa si sta parlando?

    Si parla di “ascoltare i casi di trasgressione”. Trasgressione?! Non viene ricordato nell’articolo che, per la Chiesa, una violenza sessuale è considerata un attacco al Sesto Comandamento (“Non commettere atti impuri”) e non espressamente un crimine, un reato. Ecco perché si parla di “trasgressione” e non di un atto di violenza compiuto da un adulto nei confronti di un bambino. La prospettiva è decisamente diversa.

    Si parla di creare un “ambiente sicuro”. E per chi è stato già abusato? Per le vittime che già ci sono? Cosa sta facendo la Chiesa per loro?

    La “credibilità dell’annuncio evangelico” è decisamente minata per ogni vittima, e nulla si sta facendo per ricostruirla. Quale attenzione ha la Chiesa per quell’esercito di bambini (e anche ormai giovani o adulti) che sono già vittime dei preti pedofili?

    Il Vescovo di Acireale, mons. Antonino Raspanti, lo stesso che ha annunciato il Corso contro la pedofilia, evidentemente sa cosa fare: a settembre 2019 ha mandato uno scritto alla vittima di un prete pedofilo della sua zona, informandolo della sentenza del processo canonico per il prete. Ma faccio una premessa: il sacerdote in questione è stato condannato in Primo Grado di giudizio (dal Tribunale Civile) a quattro anni, è stata confermata la sentenza di colpevolezza in Appello con la pena ridotta a tre anni, mentre in Cassazione il prete è stato assolto per DECORRENZA DEI TERMINI DI PRESCRIZIONE…. Dunque una assoluzione non “per non aver commesso il fatto” ma per un cavillo “legale”: prescritto per 9 giorni!

    Ecco: cosa ha fatto la Chiesa per “contrastare gli abusi”? Prontamente il Vescovo ha firmato la sentenza del processo canonico… “Dichiaro non colpevole il Rev.do Sac. XXXXXX in ordine alla commissione dei delitti di cui al can. 1395, §2 C.D.C. e art. 6 §1, 1° Norme gravioribus delictis, oggetto di imputazione e, per l’effetto, lo assolvo da ogni accusa”.

    Con questa azione è sicuramente stato raggiunto uno degli obiettivi del futuro Corso: “mantenere una comunità rispettosa e consapevole dei diritti e dei bisogni dei minori”, davvero una grande attenzione alla vittima, complimenti! Non sarebbe stato più serio riconoscere, moralmente, che il prete non è stato assolto dalla giustizia civile perché è stato accertato che non ha commesso il fatto, ma solo per PRESCRIZIONE DEI TERMINI???

    Con quella sentenza la Chiesa ha dichiarato che la vittima, un minore all’epoca, può “arrangiarsi”: è più importante salvare la faccia del prete e della chiesa!

    Perché il Vescovo non ha suggerito al sacerdote di rinunciare alla prescrizione e di chiarire fino in fondo la sua posizione? Non sarebbe stata una vera ricerca della Verità? Non è la Verità ciò che dovrebbe contraddistinguere i cristiani?

    Le premesse affinché questo Corso possa essere utile quali sarebbero? Interessante parlare di prevenzione, ma se non si affronta seriamente ciò che è già avvenuto “in casa propria” (nella propria Diocesi), come si può pensare di saper cosa fare per ciò che non è ancora avvenuto?

    Il Comitato Vittime & Famiglie della Rete L’ABUSO è seriamente preoccupato nel constatare, ogni giorno, che si susseguono in tutta Italia proclami e iniziative per far credere che la Chiesa stia facendo qualcosa, ma poi, nel concreto, le vittime sono lasciate sole e, la Chiesa, non si pone al loro fianco ma contro di loro.

    E la stampa? Difficile trovare articoli che approfondiscano davvero le notizie e facciano collegamenti. Ogni domanda di questo scritto è uno spunto di riflessione, affinché si possa dar voce a chi non ha voce, ai piccoli.

    Per il Comitato Vittime & Famiglie, Cristina

  • Abusi sessuali su due fratelli: finisce nei guai sacerdote di Aulla

    Abusi sessuali su due fratelli: finisce nei guai sacerdote di Aulla

    Aulla – Stupore ad Aulla per l’indagine su presunti abusi di minorenni e stupri di gruppo che vede coinvolto anche padre Giglio Gilioli, un sacerdote di 73 anni che da tempo si trova in paese.

    Padre Giglio aveva celebrato la messa ad Aulla domenica scorsa e nessuno poteva immaginare che il sacerdote dalla parlata fluente e il tono di voce deciso, fosse coinvolto in un’indagine insieme con altri preti sospettati di aver perpetrato abusi sessuali su minori.

    L’inchiesta sugli stupri di gruppo ai danni di ragazzini è stata affidata dalla Procura alla Squadra mobile della questura, è nel frattempo stata supportata dalle dichiarazioni effettuate di fronte agli investigatori dalle due presunte vittime. Nei giorni scorsi, su disposizione dei pubblici ministeri titolari dell’inchiesta, Laura Canovai e Valentina Cosci, sono scattate perquisizioni personali sia a carico dei nove indagati sia relative alle varie sedi dell’ex comunità religiosa compresa quella di Aulla. Questo perché, secondo la Procura, c’è un fondato motivo per ritenere che gli indagati possano conservare in quei locali documenti cartacei e informatici, comprese registrazioni audio e video, relativi agli episodi incriminati.

    Documenti, pensano gli investigatori, dai quali potrebbe anche emergere l’esistenza di altre vittime, oltre ai due ragazzi che accusano i religiosi. Da qui la necessità di scoprire nuovi indizi che portino all’individuazione di altre possibili giovani vittime.

    L’arrivo ad Aulla di padre Giglio e dei suoi collaboratori non è certo passato inosservato. I sacerdoti si sono subito attivati anche nei confronti della comunità locale e celebrando la Santa Messa anche nelle chiese più distanti dal centro. Ma è sempre stato padre Giglio il catalizzatore del gruppo di nuovi sacerdoti giunti in paese che era riuscito ad avvicinare molte persone e a conquistare la loro fiducia. Per questo ad Aulla in molti sono scettici sull’inchiesta partita da Prato e sentita ora come un vero e proprio terremoto e i più preferiscono attendere prima di commentare.

    Don Giglio Gilioli era arrivato da Verona in Toscana nel 2005. A Prato fondò la comunità religiosa I discepoli dell’Annunciazione che ricevette la prima visita canonica nel 2013. Ne seguì un’altra nel 2018 voluta dalla Santa Sede. Poi pochi giorni prima del Natale dello scorso anno il Vaticano decise di sopprimere la Comunità religiosa. All’origine della drastica decisione assunta dal Vaticano vi sarebbero stati una serie di problemi fra i quali “forti perplessità sullo stile di governo del fondatore e sulla sua idoneità nel ricoprire tale ruolo” come evidenziato dal decreto del Vaticano. —

  • Francia, Card. Barbarin assolto in Appello/ “Non coprì prete pedofilo”, ma si dimette

    Francia, Card. Barbarin assolto in Appello/ “Non coprì prete pedofilo”, ma si dimette

    Francia, Cardinal Barbarin assolto in Appello: l’arcivescovo di Lione “non coprì il prete pedofilo Preynat”. Restano però le dimissioni inviate al Papa

    Il Cardinal Philippe Barbarin è stato assolto da ogni accusa in Appello dopo la condanna di primo grado presso la Procura di Francia: l’Arcivescovo di Lione era stato accusato di aver coperto gli abusi sessuali su minori di un ex prete pedofilo, Bernard Preynat (destituito dallo stato clericale l’estate scorsa). Il prelato si è sempre definito innocente, spiegando che il suo unico giudice è Dio, ma l’opinione pubblica in Francia da tempo ne chiedeva le dimissioni perché lo considerava, anche prima della sentenza di Primo Grado, colpevole per aver coperto gli abusi del suo ex sacerdote nella Diocesi di Lione: 6 mesi con la condizionale per «omessa denuncia» prese ormai all’inizio del 2019, oggi però in Appello la sentenza è stata del tutto ribaltata. «Non ho mai – ripeto: mai – cercato di nascondere né tantomeno di coprire questi fatti orribili», si è sempre difeso Barbarin che nel 2015 sospese e rimosse Preynat da ogni incarico dopo aver ricevuto le prime denunce nel 2014 (secondo l’accusa). Il procuratore generale di Lione ha osservato nella sua requisitoria che «le vittime, divenute adulte, potevano presentare loro stesse denuncia alle autorità e bisognava distinguere le responsabilità morali e penali della Chiesa come istituzione dal caso individuale di Barbarin, considerato che i fatti erano avvenuti decenni prima che fosse nominato arcivescovo».

    CARDINAL BARBARIN CONFERMA LE SUE DIMISSIONI

    Ora che però la sentenza lo assolve da ogni colpa, il Cardinal Barbarin che lo scorso 19 marzo si era già dimesso da Arcivescovo di Lione per le pressioni fortissime giunte sulla sua missione di pastore della Diocesi (ma che erano state rifiutate da Papa Francesco) ha deciso di rinnovare la sua scelta, ripresentando le dimissioni al Vaticano. «Questa sentenza permette di voltare pagina. Rimetterò di nuovo il mio incarico di arcivescovo di Lione nelle mani del Santo Padre. Naturalmente, se il Santo Padre desidera vedermi, andrò a Roma. A marzo aveva respinto le mie dimissioni, accettando che mi ritirassi per la durata del processo. Ora posso serenamente rinnovare la mia domanda. I miei pensieri vanno alle vittime. Continuerò a pregare per loro e le loro famiglie, ogni giorno», ha spiegato ai cronisti il Cardinal Philippe Barbarin, in attesa di una nuova decisione della Santa Sede circa le sue dimissioni. In una nota in serata della Sala Stampa Vaticana, il portavoce di Papa Francesco Matteo Bruni fa sapere «La Santa Sede ha appreso la notizia della sentenza della Corte d’Appello di Lione nei confronti del Cardinale Philippe Barbarin e della decisione di Sua Eminenza di rimettere nuovamente il suo mandato nelle mani di Papa Francesco». Lo stesso portavoce conclude poi come «Unitamente alla Conferenza episcopale francese, la Santa Sede riafferma la propria vicinanza a tutte le vittime di abusi, nella loro sofferenza, e alle loro famiglie e comunità, ed è al fianco della Chiesa di Lione, duramente provata. Il Santo Padre, che continua a seguire da vicino lo svolgimento di queste dolorose vicende, comunicherà la propria decisione a tempo debito».

    Francia, Card. Barbarin assolto in Appello/ “Non coprì prete pedofilo”, ma si dimette

  • PRATO: 9 indagati per abusi su minori. La diocesi è realmente intervenuta, o gli è deflagrata tra le mani una bomba?

    PRATO: 9 indagati per abusi su minori. La diocesi è realmente intervenuta, o gli è deflagrata tra le mani una bomba?

    Di Francesco Zanardi

    Il caso dei ‘Discepoli dell’Annunciazione’, esploso in esclusiva ieri sulle pagine de LA NAZIONE, la cui direttrice, questa mattina in diretta come me su Rai1 a STORIE ITALIANE, ha ribadito essere frutto di informazioni raccolte dai suoi giornalisti, lascia parecchi dubbi su quelle che sono le affermazioni della diocesi di Prato.

    Inutile chiedere la fonte della notizia, perché ci si appellerebbe immediatamente al diritto giornalistico sulla tutela delle fonti. Certo, la curiosità su dove siano state prese certe informazione, direi ben selezionate e fin troppo precise, resterà per noi mortali un mistero. Quello che è certo, dal momento che siamo, anzi, eravamo proprio nel pieno di iniziative investigative sollecitamente promosse dalla Procura, sulle quali vige un assoluto segreto istruttorio, escludiamo che sia stata la stessa Procura, violando paradossalmente il segreto, a fornire tali informazioni.

    Stupisce anche l’immediatezza con la quale la diocesi di Prato se ne esce, con un comunicato stampa e conferenza annessa, totalmente autoreferenziale, dove, di fronte all’ennesimo scandalo vanterebbe, a suo dire, l’efficienza, l’immediatezza di intervento e la trasparenza avuta.

    E’ la stessa direttrice de LA NAZIONE che congratulandosi per l’operato della curia commenta a STORIE ITALIANE; “non mi è mai successo che un vescovo convocasse una conferenza stampa a due ore dall’uscita di una notizia su queste vicende”

    Poi c’è anche quella voce che gira insistentemente da ieri e secondo la quale, sarebbe addirittura stato il vescovo Franco Agostinelli, a denunciare il tutto personalmente alla Procura della Repubblica.

    A ribadirla questa mattina in studio è don Bruno Fasani, piuttosto risentito dalle mie osservazioni critiche al quale dico, senza voler mettere in dubbio la sua buona fede, che chi gli ha passato quella notizia, gli ha dato – come dicono a Roma – una bella “sola”.

    Lei è un uomo di chiesa e certe cose è ammissibile che le ignori, tuttavia, è giusto che lei sappia che, secondo la legge italiana, né un vescovo né altri (tranne naturalmente i pubblici ufficiali), neppure la mia Associazione, che specificatamente nello Statuto indica queste finalità, può autonomamente sporgere una querela. La legge italiana, soprattutto in questo caso dove le presunte vittime sono maggiorenni, prevede obbligatoriamente una querela di parte. Nessun valore in questo specifico caso, avrebbe avuto nemmeno la denuncia dei genitori delle due presunte vittime. Su questo la invito a tirare le orecchie a chi le ha fatto fare non solo la figuraccia, ma ha tentato di farle divulgare, a sua insaputa, informazioni false e tendenziose.

    Ma come è andata nei fatti la vicenda? Cerchiamo di ricostruirla con un ordine cronologico chiaro e sopratutto completo.

    Premetto che nel rispetto di quel poco di segreto istruttorio rimasto, non accrescerò di una sola virgola con quanto sono a conoscenza dei fatti, mi limiterò ad analizzare quelli oramai pubblici.

    I ‘Discepoli dell’Annunciazione’ nascono nel 2010 e già nel 2013, il Vaticano attenziona la Compagnia e avvia un accertamento. Di certo non si può dire che sia stato molto sollecito, in quanto ci vogliono ben sei anni prima che il Vaticano intervenga e, anche qui, la tempistica è notevolmente sospetta, soprattutto alla luce del fatto che, come si poteva osservare sul sito dei ‘Discepoli dell’Annunciazione, il 18 dicembre 2018 la situazione era talmente serena, che l’ex vescovo di Prato, ordinava ancora un frate. Casualmente il sito è stato recentemente cancellato come potete ben vedere tuttavia, lo avevamo preventivamente scaricato ed è ancora presente in Google la sua cache .

    Ma cosa è accaduto a dicembre del 2019 ?

    Anche se questo LA NAZIONE non lo ha scritto, il 5 di dicembre 2019, la presunta vittima che aveva denunciato alla diocesi il 13 giugno 2019, insoddisfatta dell’inerzia della stessa diocesi, insieme ai genitori e al fratello (seconda presunta vittima) denunciano formalmente, con querela di parte, le presunte violenze, anche di gruppo, all’Autorità Giudiziaria, questa volta quella italiana.

    La Procura della Repubblica apre immediatamente un fascicolo, ma trattandosi di clero dovrà attenersi al protocollo addizionale, paragrafo b), dei Patti lateranensi, il quale recita; “b) La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici.”

    Ed ecco qui la “sola” nella quale è cascato questa mattina anche don Bruno Fasani, tuttavia smentito dallo stesso comunicato stampa della diocesi, nel quale nessuno ha mai detto che il vescovo ha denunciato alla Procura, ma si dice che il vescovo è andato autonomamente in Procura e questa prassi, è verosimilmente accaduta solo perché, come previsto dai Patti Lateranensi, la procura doveva comunicare l’apertura del fascicolo.

    Ed è qui che deflagra nelle mani della curia pratense una vera e propria bomba, con nove indagati e in un battibaleno,  La Santa Sede scioglie i Discepoli dell’Annunciazione. E’ il 22 dicembre del 2019.

    Forse adesso, esposti gli eventi in ordine cronologico, la vicenda vi apparirà più chiara e molto meno eclatante di quanto raccontato in quel comunicato autoreferenziale della diocesi diffuso ieri.

    Ma parliamo di quel comunicato, ci si domanda a che titolo, soprattutto in una fase così delicata come quella istruttoria di un processo italiano, viene rilasciato dalla diocesi ieri e, non come sarebbe stato coerente fare nel giugno scorso, cioè quando la prima presunta vittima si presentò in curia.

    Invece esce ieri e durante un’indagine della magistratura nella quale c’è attualmente un rigoroso segreto istruttorio, dietro al quale la Procura aveva già ordinato delle perquisizioni, ed è verosimile pensare che avesse in corso anche intercettazioni telefoniche, da ieri inutili, in quanto con la notizia su tutti i giornali, gli eventuali intercettati se ne guarderanno bene di parlare di certe cose al telefono .

    Ma parliamo anche delle due presunte vittime e delle loro famiglie, forse più importanti dell’immagine della chiesa, che dopo tanto silenzio da parte della curia pratense, si trovano in un momento di grossa difficoltà, sia per la recente querela che ha costretto le presunte vittime a ripercorrere quegli episodi di fronte ai magistrati, sia per il fatto che i genitori si sono trovati di fronte ad una situazione che nessun genitore vorrebbe mai provare nella vita. Ieri si sono trovati gravemente violati, non solo dall’inopportuna fuga di notizie, ma nella loro più profonda intimità perché, al di là delle notizie incomplete e dei comunicati autoreferenziali, ricordando che questo è un reato, qualcuno ha avuto il pessimo gusto di diffondere anche le generalità delle presunte vittime, che si sono trovate costrette a respingere i giornalisti dalla loro abitazione.

    L’Associazione ritiene questo episodio di una gravità estrema, oltre che violento nei confronti di coloro che in questo momento hanno il diritto di decidere in quanto presunte vittime, i limiti della propria privacy, che invece è stata indebitamente invasa, e si riserva – a meno che l’Autorità giudiziaria, data la gravità dei fatti non decida di procedere autonomamente – di valutare eventuali iniziative utili ad accertare eventuali reati punibili secondo Articolo 379 bis Codice penale.

    Francesco Zanardi