Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Violentò 15 minorenni nel Catanzarese, prete pedofilo condannato

    Violentò 15 minorenni nel Catanzarese, prete pedofilo condannato

    Di Gabriella Passariello – Tredici anni, sei mesi di reclusione, l’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio, attinente alla tutela, curatela e l’amministrazione di sostegno, nonché interdetto da qualsiasi incarico nelle scuole di ogni ordine e grado e da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente dai minori. E’ il verdetto pronunciato, dopo tre ore di camera di consiglio, dal Tribunale collegiale di Catanzaro, presieduto da Alessandro Bravin, a latere Antonella Galati  e Maria Cristina Flesca, nei confronti di R. M. , parroco di Belcastro, nel Catanzarese, dal 2007 al 2010,  accusato di violenza sessuale aggravata dalla minore età . I giudici del collegio hanno inoltre condannato il sacerdote al risarcimento del danno a favore delle costituite parti civili da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalle stesse parti.

    La richiesta del pm.  Il pm Graziella Viscomi al termine della requisitoria aveva chiesto una pena di poco inferiore, 12 anni di reclusione, richiesta alla quale si sono associati i legali delle parti civili, il Comune di Belcastro e le famiglie delle vittime degli abusi, rappresentate dagli avvocati Concetta Stanizzi, Filomena Brescia, Antonello Talerico, Giovanni Scarpino, Vincenzo Ranieri e Paolo Carnuccio, mentre il legale difensore dell’imputato Silvano Cavarretta, ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e in seconda battuta l’assoluzione per insufficienza di prove. Si dovranno attendere 90 giorni per conoscere le motivazioni della sentenza.

    Abusi e violenze.  Pesanti le contestazioni mosse al sacerdote che  avrebbe abusato di quindici minorenni, tutti di età inferiore a 14 anni, che frequentavano la parrocchia di San Michele Arcangelo, secondo le risultanze di un’inchiesta scattata in seguito alla denuncia presentata da alcuni genitori delle giovanissime vittime. Segnalazione cui se ne aggiunsero altre nel corso delle indagini, durante le quali i carabinieri raccolsero le dichiarazioni di decine di persone, e furono anche acquisiti nelle forme dell’incidente probatorio i racconti dei minorenni coinvolti in una serie di violenze  e abusi dal sacerdote, rinviato a giudizio nel 2015 dal gup, che aveva accolto la richiesta della Procura di mandare R. M. sul banco degli imputati. Oggi l’epilogo del processo di primo grado con una condanna pesante per il sacerdote a 13 anni e sei mesi di reclusione.

    https://www.zoom24.it/2020/07/10/violento-15-minorenni-nel-catanzarese-prete-pedofilo-condannato/

  • Colombia: il Parlamento approva l’ergastolo per chi stupra o uccide i bambini

    Colombia: il Parlamento approva l’ergastolo per chi stupra o uccide i bambini

  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (quarta e ultima parte: pillole)

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (quarta e ultima parte: pillole)

    VDP – “Cara bambina – perché tu sei ancora una bambina, e cerca di rimanerlo il più a lungo possibile -, in questi giorni e forse anche in quelli della vacanza precedente e tutte le volte che mi hai fatto visita a casa, soprattutto negli ultimi tempi, avrai avuto agio di renderti conto che non sono una donna soddisfatta come voglio far credere. Ho i soldi, le ville, le pellicce, i gioielli e le invidie degli altri ma, credimi, non sono la ricchezza e la nobiltà, come pensavo, che donano la felicità… Sarei stata felice se solo fossi stata amata in maniera normale. Camillo ha sempre cercato di convincermi del contrario. Mi dice che il suo amore per me aumenta e si sublima quando mi vede scopare con altri, uomini o donne che siano purché sia lui a sceglierli, e io sono stanca, stanca, stanca…”

    “Negli ultimi mesi le sue fisse di fare e di trasgredire sono aumentate come se fosse incalzato da un’irrefrenabile frenesia che lo costringe a correre e a farmi correre appresso alle sue fantasie. Adesso come non mai sono arrivata alla convinzione che lui non stia tanto bene con la testa, e che la sua situazione mentale stia peggiorando… È arrivato il momento di dire basta, ci vuole audacia, tanta audacia, lo so. Avevo già provato, qualche tempo fa, a dirgli che se non la smetteva intendevo lasciarlo, e lui mi ha risposto che me ne sarei dovuta andare via da casa sua nuda e cruda come mi avava presa. Io però non intendo ridiventare povera. Come si fa a vivere se non si possiede più niente?”

    “Pensa che ti ripensa ho elaborato un piano che non può fallire. Gli parlerò chiaramente e se i miei prossimi giorni si metteranno nel verso giusto, come mi auguro, continuerò a essere nobile e ricca. Nel caso si dovesse rifiutare di accontentarmi, lo ricatterò, lo minaccerò di rivelare le sue perversioni pubblicamente con il testimone che mi sono trovata e, se ci sarà bisogno, metterò di mezzo e in moto anche tuo padre, i carabinieri, la magistratura, tutto quanto mi sarà possibile. Se voglio, ho tantissime risorse a cui attingere per farmi valere, non posso dargliela vinta a quel prepotente. Certo è un peccato, io ancora lo amo, ma dopo le ultime cose che mi ha obbligato a fare prima che arrivassimo sull’isola e poi anche qui, ho capito di non sapere più che farmene di un amore così devastante e avvilente. Desidero solamente ridiventare libera da costrizioni e riconquistare la dignità che ho perso in questi anni.”

    “Ciao, spero di rincontrarti quando sarò diventata una donna migliore, credo di meritarmi qualcosa di più dalla vita”.
    Non fu gelosia, dunque. Fu un ricatto, una notte di fine agosto di quarant’anni fa, ad armare la mano del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, erede di una fra le più ricche e antiche famiglie della nobiltà milanese, contro la moglie, Anna Fallarino, e il giovane studente che allietava i loro amplessi, Massimo Minorenti, prima di uccidersi a sua volta con un colpo di fucile in bocca. Lo rivela in una biografia una bella signora dal parlare rapido e asciutto: Mariateresa Fiumanò.

    Vive a Roma con il marito e una bassotta, ha tre lauree nel cassetto (Medicina, Psichiatria forense, Criminologia clinica) e, soprattutto, un legame di parentela e di lontano affetto con Anna Casati Stampa, di cui frequentò, fino a qualche giorno prima della tragedia, le case (l’attico di Roma e Villa San Martino ad Arcore, oggi residenza del premier) e l’isola privata (Zannone, a nord di Ponza).

    Il libro ricostruisce la storia dei Casati e del loro scandaloso ménage a partire da una lunghissima lettera che la marchesa Casati consegnò alla cugina in una busta gialla, con la promessa di leggerla soltanto quando fosse successo «qualcosa di veramente importante». Due settimane dopo, il 30 agosto 1970, nel lussuoso attico romano di via Puccini, il marchese sparò alla moglie tre colpi di fucile, uccidendola al terzo. Con un altro colpo liquidò il ragazzo. Con l’ultimo si fece saltare le cervella. Dramma della gelosia, stabilirono gli investigatori, chiudendo in fretta una vicenda che aveva scatenato la morbosa curiosità dell’Italietta benpensante e guardona. Ma il libro di Mariateresa Fiumanò apre oggi scenari diversi.

    Perché ha aspettato quarant’anni, signora Fiumanò? «Perché l’impatto di quella storia su di me e sulla mia famiglia, sanamente borghese e imbevuta di regole e principi tradizionali, fu di una tale violenza che nessuno seppe reagire. Mio padre, vicequestore di polizia e capo della Buoncostume, che pure era affezionatissimo ad Anna, cercò di rimanerne fuori il più possibile.

    Mia madre visse per mesi con addosso l’angoscia di subire giudizi negativi, tanto che non uscì più di casa se non per andare in chiesa. Io, invece, dopo aver letto e riletto la lettera per un paio di mesi, tutti i giorni, fino a impararla a memoria, mi distaccai da Anna e da quello che era successo gettandomi anima e corpo negli ultimi esami di specialità. Soltanto molto tempo dopo, rielaborando la vicenda, capii che la mia apparente indifferenza era un rifiuto di quanto era accaduto».

    Si sentiva in colpa? «Sì. Anche perché Anna aveva pregato mio padre di accompagnarla all’incontro con Camillo e lui, in dubbio se andarci o no, mi aveva chiesto consiglio. Ma io, che per tenere fede alla promessa non avevo ancora letto la lettera, lo sconsigliai. Non potevo immaginare che sarebbe finita così. Per questo nel cuore mi è rimasto come uno strappo».

    Se aveva chiesto aiuto, Anna davvero aveva paura. «Non di essere uccisa: semmai di ridiventare povera. Era consapevole che stava per giocare la partita della vita e si sentiva come chi cammina senza rete su un filo. Il suo terrore era che Camillo la mandasse via senza una lira e senza titolo, come l’aveva presa. Una cosa cui lei non poteva nemmeno pensare: quel marito se l’era conquistato a caro prezzo e se lo voleva tenere. Per questo aveva architettato il ricatto con lo studente. E per la medesima ragione mi aveva consegnato la lettera: pensava potesse servirle in caso di separazione».

    E lei l’ha distrutta. «Non volevo che finisse nelle mani dei miei. A casa si parlava sottovoce, senza contatti fisici, neanche ci si baciava: sarebbe successo il finimondo se avessero saputo. Volevo, in qualche modo, proteggere Anna che già era stata oggetto di giudizi, chiacchiere e calunnie per troppo tempo. E continuava a esserlo anche dopo la morte».

    Come mai solo oggi ha deciso di renderla pubblica? «Perché la storia di Anna e Camillo è stata oggetto di ricostruzioni spesso irreali. Io ho avuto per loro dell’affetto: desideravo raccontare come erano realmente. Senza farne dei santi, perché non lo erano».

    E com’erano? «Belli, eleganti, ricchi, generosi. Una coppia affiatatissima, molto invidiata. La profonda intesa amorosa li aveva fatti decidere, di comune accordo e fin dall’inizio, di infrangere i canoni della morale borghese. “Certe volte, non posso mentire, mi è anche piaciuto, ma la faccenda è degenerata”, scriveva Anna, che non smise mai di amare il marito. E lui amava lei, alla follia, ma a modo suo.
    Non che lui fosse omosessuale o impotente, come poi raccontò qualcuno. Anzi, a detta di Anna, Camillo era “capace di fare l’amore per ore”. Gli piaceva infilare anche altre donne nel letto coniugale, e “passare senza sosta dall’una all’altra per notti intere”, anche se ciò che gli procurava maggior piacere era guardare la moglie con altri uomini».

    «Io sono felice, felice, felice», ripeteva Anna. Lo era davvero? «Non credo: non avrebbe avuto bisogno di buttare in faccia a tutti questa felicità. Penso si trattasse di una specie di mantra con cui cercava di convincere se stessa».
    Eppure, aveva realizzato i suoi sogni. «Ma lo scrive lei stessa: “Non sono la ricchezza e la nobiltà che danno la felicità”. Felicità, per lei, sarebbe stato un figlio: aveva fatto l’impossibile per averlo. Rimaneva incinta, si sottoponeva a mesi di assoluta immobilità ma poi, invariabilmente, non riusciva a portare a termine la gravidanza. Arrivò a proporre a una delle sue cameriere, che era rimasta incinta a 45 anni e aveva già tre figli, di cederle il bambino che aspettava. Si sarebbe fatta vedere con una pancia finta e avrebbe denunciato il bimbo come suo. Era pronta a sborsare qualsiasi cifra, ma la cameriera non ne volle sapere. Lei pianse tutte le sue lacrime senza riuscire a capire che esistono persone che non si lasciano comprare».

    La stampa favoleggiò a lungo dei festini di Zannone. Lei ci passò le vacanze: che cosa ricorda?
    «Ricordo un’isola dalla bellezza selvaggia, sulla quale nessuno poteva sbarcare senza permesso e dalla quale Camillo si divertiva a tenere lontani i curiosi sparando in acqua vicino ai gommoni che si avvicinavano troppo. All’inizio, a parte i parei trasparenti di Anna e gli ospiti che giravano nudi, a me parve tutto abbastanza “normale”. Fu in seguito, durante una passeggiata solitaria fra le rocce, che mi capitò di scoprire in uno spiazzo gli accoppiamenti a tre e a quattro degli ospiti, con Camillo che saltellava attorno a loro fotografandoli. Venni a sapere degli scambi di coppia, delle orge alla cocaina, delle pareti a specchio nella camera da letto di Anna e Camillo che consentivano di spiare le stanze confinanti… Decisi di partire immediatamente.

    Anna non mi chiese spiegazioni, disse che quello non era un posto adatto a me. Poi mi pregò, se avevo visto o sentito qualcosa di strano, di non riferirlo a nessuno. Lasciai l’isola e non ci misi più piede per cinque anni. Ci tornai nell’estate del ’70, dopo gli esami del quinto anno di Medicina: Anna mi supplicò di raggiungerla, voleva parlare con qualcuno che fosse in grado di capirla. Fra gli ospiti, c’era anche Massimo Minorenti. Partii da Zannone il 15 agosto.
    Salutandomi, Anna mi consegnò una grande busta gialla sigillata: “Quando leggerai, ti prego di non giudicarmi male, di non condannarmi e, soprattutto, di non farti influenzare da ciò che potranno dire e pensare gli altri. Ricordati che spesso le cose della vita sono diverse da quello che possono sembrare”. Mi salutò soffocandomi nel suo abbraccio: fu l’ultima volta che la vidi».

    Vincenzo Cerami – Fattacci. Il racconto di quattro delitti italiani – Einaudi, Torino 1997
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    Professor Servadio, la storia del marchese Casati e di sua moglie ha risvolti molto interessanti
    Professor Servadio, la storia del marchese Casati e di sua moglie ha risvolti molto interessanti. È possibile, sulla scorta di quanto sappiamo, inquadrare le loro personalità, compilare una specie di cartella clinica “a posteriori”?
    «È senz’altro possibile e, direi, abbastanza facile. Innanzitutto, vediamo la figura del marchese, prima di sua moglie: quello che colpisce, in questo personaggio, è la sua deviazione. Una volta si usava il termine di perversione, ma oggi in sessuologia questa definizione è stata abbandonata. Che cosa troviamo, allora, di “deviato” nel marchese Casati? Prima di ogni cosa, quello che si chiama “voyeurismo”, cioè il desiderio di assistere, di vedere, di osservare. L’accentuazione, in altre parole, di ciò che un celebre psicoanalista americano ha chiamato “spinta visiva”. È un fenomeno che ha origini molto lontane, perché sono i bambini che, a una certa età, sviluppano una certa curiosità che si risolve nel voler vedere, voler sapere, guardare. Se questa tendenza non viene superata nello sviluppo psicosessuale può rimanere come componente assai importante della sessualità di un individuo anagraficamente adulto, il quale avrà il morboso desiderio di vedere quello che, sul piano sessuale, fanno altre persone».

    Sembra, pero, che nel caso del marchese Casati si andasse più in là del semplice voyeurismo. Lo dimostrano i diari e le centinaia di fotografie, i film…
    «Evidentemente qui ci troviamo di fronte a qualche cosa di più specifico, direi, e il discorso che dobbiamo fare è ancor più tipico, più “specialistico”. Quest’uomo, infatti, non solo si compiaceva nel sapere che altri uomini avevano rapporti intimi con la moglie, ma esigeva di assistere a questi rapporti, li fotografava, li filmava, partecipava e, quel che più conta, arrivava al punto di incoraggiarli e di promuoverli. Ora, qual è la struttura di questi casi, che sono senz’altro abbastanza eccezionali, ma non rarissimi? La risposta mi viene anche da un’esperienza diretta. Io stesso ho avuto, tra i miei clienti, una distintissima persona, un signore, il quale, se non arrivava agli estremi del marchese Casati, però in qualche modo promuoveva degli incontri della moglie con altri uomini. Non assisteva a questi incontri, ma sapeva più o meno quando avvenivano e, in fondo, si compiaceva nel pensare a quello che i due amanti potevano fare in quel momento».

    Che cosa ha ricavato, professar Servadio, da questa sua esperienza diretta?
    «Le constatazioni fatte, che si adattano benissimo al caso di cui parliamo, sono parecchie. Innanzitutto, in questi uomini c’è sempre una forte componente omosessuale, che può essere inconscia o qualche volta pressappoco cosciente: ho letto che il marchese Casati avrebbe fatto delle “avances” dirette al partner della moglie: è una ipotesi di cui non mi meraviglierei affatto. Ciò che comunque rimane piuttosto inconsapevole, in genere, è il fatto che, in casi come questo, la donna inconsciamente rappresenta una parte femminile del proprio Io. Senza rendersene conto, in altre parole, l’individuo proietta la sua componente femminile sulla donna; dopo di che, il resto avviene quasi naturalmente e si comprende benissimo che rincontro diventa veramente un incontro omosessuale».

    Non si comprende, tuttavia, come si possa essere giunti all’omicidio, al suicidio.
    «Ci si deve chiedere, è giusto, come sia possibile che un uomo a un certo punto abbia avuto questa specie di “folgorazione” per cui prima andava tutto bene e, a un certo momento, la cosa non solo non va bene, ma addirittura lo sollecita a scatenare una sua furiosa aggressività, che si rivolge contro gli altri e poi contro se stesso. In effetti, oltre al comportamento omosessuale cui ho accennato, questi individui hanno una forte componente sado-masochistica. In fondo, in prima approssimazione, loro si pongono come vittime di una situazione: sono i mariti, o gli amici traditi nei cui riguardi la donna è infedele; e questo soddisfa la componente masochista che hanno in sé. C’è, in questi soggetti, un certo desiderio di passività masochistica che si manifesta spesso indirettamente: difatti Casati non era uno di quegli uomini a cui piace farsi frustare, picchiare o seviziare. Però quello che chiamerei masochismo morale lo trovo evidentissimo nel suo comportamento. Ma allora, ci si chiede, perché quest’uomo, ad un certo momento, si è ribellato ad una situazione che egli stesso aveva creato e di cui evidentemente godeva? La chiave dell’enigma (e per me la risoluzione del “caso”) sta in quest il masochista, contrariamente a quanto comunemente si crede, non è un individuo che si lascia maltrattare ad libitum, cioè secondo i desideri e i capricci dell’altra persona. Il masochista è sempre un regista, un programmatore di situazioni. Andiamo alle origini; Leopold von Sacher-Masoch, che ha dato il nome a questa perversione, scriveva alla sua donna, Wanda von Dunajew: “Verrò da te all’ora tale, tu sarai vestita con un paio di stivali alti e neri, avrai un frustino in mano e mi dirai: ‘Schiavo, inginocchiati, perché io sono la tua regina’”. Lo scriveva lui, dunque, dettava lui il programma; e se la partner, a un certo punto, si fosse dimenticata del suo ruolo e non gli avesse dato quelle tante frustate, Masoch si sarebbe ribellato in maniera terribile. Come fece, in effetti, quando tentò di strangolare sua moglie, trovata in una situazione che non era quella programmata».
    Casati come il “divin marchese”, dunque. E come von Sacher-Masoch.

    «Evidentemente sì. Il masochista, ripeto, è un uomo che non tollera deviazioni dalla linea che ha tracciato per il suo godimento. […] Si fa seviziare, il masochista, ma ci deve essere sempre presente una parte del suo Io, quella che domina. Nel caso di cui si discute, ho l’impressione che il marchese Casati si sia trovato proprio di fronte alla sensazione di non dominare più la situazione, di vedere che era avvenuto qualche cosa che sfuggiva ai suoi programmi. A questo punto vi è stata un’inversione di direzione dei suoi impulsi aggressivi, che ha provocato quel che sappiamo». […]

    Professore, in questa vicenda, al di là dei “giochi a tre” e di altri fatti, ci sono particolari ai quali, forse, si potrebbe dare un’interpretazione precisa, nel quadro che stiamo completando. Il fatto, per esempio, che il marchese Casati abbia scattato migliaio di foto alla moglie, in pose scabrose, le abbia conservate e amasse mostrarle agli amici.
    «Nel filmare, nel fotografare, nel registrare, c’è una accentuazione e un consolidamento della parte voyeuristica, e questo mi sembra più che evidente. Ma, ancora, mi sembra che ci sia un desiderio accentuato di padroneggiare la situazione: sono io che reggo le fila, io che ingabbio questi “momenti” nella mia macchina fotografica o nella cinepresa, sono io che vi metto in posa. C’è, in ogni caso, un’affermazione, sia pure stravolta, del proprio Io. Il fatto, poi, di collezionare queste foto, di catalogarle addirittura, non mi sembra che si allontani poi di troppo dalla abbastanza comune mania di conservare fotografie pornografiche: è una forma di voyeurismo che sappiamo benissimo come oggi sia alimentata, direi sul piano internazionale. Non dimentichiamo mai, parlando di questa vicenda, che siamo di fronte a personalità chiaramente deviate».
    E il fatto, professore, che fosse il marito a procurare i partner per la moglie, ad avvicinarli e infine a combinare gli incontri?

    «E ancora, secondo me, un’accentuazione del momento omosessuale della personalità del Casati. Lui sceglieva, quindi lui valutava, anche dal punto di vista fisico-sessuale, questi personaggi. Casati, facendo questo, immaginava (o forse constatava) fino a che punto i partner erano tali da potergli procurare, una volta vicini alla moglie, la soddisfazione che andava cercando. Ancora un passo in più, e li avrebbe cercati per se stesso. Che cosa fa, in effetti, un omosessuale? Va sulla spiaggia di Tor Vaianica, per esempio, e avvicina un militare: come fece Casati […]».

    Il diario, professore. Tutte quelle annotazioni precise, scrupolose sino alla minuzia. E, insieme, gli aggettivi laudativi per la moglie, i commenti alle “prestazioni” di lei.
    «Per il diario, potrei dire in generale che si tratta di una forma di voyeurismo, ancora una volta. Rileggendo, tipi di questo genere si rimettono nella scena vissuta, la rivivono, provano ancora soddisfazione. Ma c’è anche la componente ossessiva del soggetto, e il tenere un diario preciso ne è chiara testimonianza. Lodare la moglie, poi, per quel che abbiamo già detto, non significava altro che lodare se stess il Casati era felice di potere proiettare la sua pane femminile in una donna che era molto bella, molto apprezzata e, per certi punti di vista, molto abile. Evidentemente da questo il Casati traeva una nuova forma di soddisfazione».

    Qualcuno, cercando un movente al fatto, ha parlato di gelosia. Si può accettare questa ipotesi, che cioè il marchese Casati, a un certo punto, temesse l’innamoramento della moglie per il ragazzo?
    «[…] A mio avviso, chiaramente non si può parlare di gelosia, nella fase finale di questa vicenda, ma soltanto dell’esplosione di aggressività di un individuo che, a un certo momento, si è trovato a non essere più il deus ex machina della situazione».

    Quindi anche quella annotazione lasciata sul diario, «Mi uccido perché non sopporto che non mi ami più», non e una affermazione di gelosia.
    «Direi proprio di no. Piuttosto potrebbe essere la constatazione di una nuova situazione tale da provocare la reazione aggressiva. D’altro canto non darei molto peso a questa annotazione così come alla lettera “di rinuncia” della moglie, o alla presunta lettera del ragazzo. Perché, in ogni caso, sono frasi scritte in momenti del tutto particolari, direi quasi anormali, e quindi non significative» […].

    Abbiamo la “cartella clinica” di Camillo Casati. È possibile fare altrettanto per la moglie?
    «È molto, molto più difficile. Possiamo dire però quest che ogni giorno constatiamo che certe donne appaiono più disponibili a deviazioni, più o meno rilevanti, che non l’uomo. Quando la donna ha varcato un certo limite, una certa soglia, praticamente è pronta a tutto. La questione è vedere quali possono essere le sue motivazioni profonde; nel caso delle prostitute, per esempio, le motivazioni le conosciam la loro degradazione, accettata, è compensata dal denaro che ottengono, per cui, da loro, il cliente può avere tutto. Ora, io non voglio assolutamente accostare la signora Fallarino Casati a questi esempi: ma evidentemente era una donna che aveva varcato molti limiti, e aveva imboccato molti binari. Mi sembra altrettanto evidente che la signora trovava il suo godimento, oltre che possibili vantaggi economico-sociali, nel lasciarsi strumentalizzare dal marito. Non c’è solo quest è dimostrato che nella donna la stessa componente masochistica o sadica è più facilmente rilevabile che non nell’uomo. Quindi può essere che lei ricavasse un piacere diretto dalle situazioni torbide, anormali, in cui veniva inserita dal marito. Prendiamo il farsi fotografare nuda, per esempio, o in pose lascive: fa parte di quella disposizione alla perversione che la donna ha più dell’uomo. E in fondo, guardiamo all’omosessualità: nell’uomo, avere delle chiare manifestazioni omosessuali è considerato notevole deviazione dalla norma; ma che una donna si sbaciucchi un po’ di più del normale con una sua amica è da tutti accettato come una cosa tollerabile. Il che vuol dire che la sessualità della donna è più diffusiva, meno centrata di quella dell’uomo. Ecco perché (e torniamo al caso della marchesa Casati) la donna è più facilmente strumentalizzabile in situazioni di questo genere, proprio per la sua stessa costituzione sessuale».

    Professore, L’Osservatore Romano ha scritto che «il tragico fatto passionale. .. rivela al suo fondo degradazioni e tolleranze di ordine coniugale ed extraconiugale che gettano sinistra luce sui cedimenti di costume cui giunge il nostro tempo… la ricchezza può diventare condizione agevole al perseguimento di torbide licenze… la dimensione estensiva del “male oscuro”… in queste catastrofi si conferma l’assurdità delle diffuse concezioni mondane ed eversive intorno al sesso». Un episodio come quello avvenuto a Roma, nella villa dei Casati (e con tutto quello che c’è stato prima) è veramente sintomo, professore, di una morale, di un costume correnti?
    «Sono uno psicologo, uno psicoanalista e un sessuologo, ma non un sociologo, e la risposta m’è difficile. Comunque ritengo assai probabile che certi “giochi” abbiano larga diffusione. Il discorso, qui, si fa vasto, perché andiamo a parlare di rivoluzione sessuale e delle esagerazioni e delle distorsioni che ne sono fatte. Non c’è dubbio, però, che ci sia una forte tendenza ad abbattere anche gli ultimi giochi e le ultime oppressioni; ma non c’è dubbio, allo stesso tempo, che vi sia una vasta strumentalizzazione di tutto questo a fini molto chiaramente commerciali. Il “caso” Casati, tuttavia, è troppo particolare, troppo tipico, fa storia a sé. Casi di questo genere ve ne sono sempre stati e ve ne saranno sempre, perché esistono, sono esistite ed esisteranno le deviazioni sessuali. Di sadismo, di masochismo, di voyeurismo non si parla oggi per la prima volta, guardando al marchese Casati. Certo, ci troviamo di fronte a un caso notevole, ad alto potenziale, con una conclusione drammatica. Ma, per rifarci a un esempio che già ho ricordato, la moglie di von Sacher-Masoch avrebbe fatto la fine della marchesa Casati, se non fosse arrivato qualcuno in tempo. È un caso notevole, voglio dire, ma non è unico né irripetibile, ripercorre uno schema noto».

    Come dire che, date le premesse, la conclusione, quella tragica conclusione era logica, prevedibile.
    «Certamente sì. Si è trattato di una parabola che ha avuto le sue varie fasi. Date certe premesse di alta patologia, le premesse che conosciamo, la conclusione non poteva essere diversa da quella che è stata».
    E secondo lei, professore, i protagonisti di questa storia sapevano, andando a quell’incontro, la sera di domenica 30 agosto, che sarebbe avvenuto quel che è avvenuto?

    «Probabilmente sì». Perché il destino del torbido triangolo di villa Casati non era scritto nelle pagine del libro con la copertina di raso verde che “don Camillo” teneva sulla sua scrivania, davanti a una delle foto sexy di Anna. Non era neppure segnato nei messaggi che, in quelle ultime ore, il marchese, la moglie e l’amico si sono scambiati, concitatamente. Questa storia, prima ancora dei giornali di oggi, l’hanno scritta Leopold von Sacher-Masoch e Donatien-Alphonse-François de Sad: e sapevano benissimo come sarebbe andata a finire.

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  • Abuso sessuale da parte del clero Asia Pacifico L’abuso sessuale di minori nelle scuole religiose pakistane è endemico

    Abuso sessuale da parte del clero Asia Pacifico L’abuso sessuale di minori nelle scuole religiose pakistane è endemico

    PAKPATTAN, Pakistan (AP) – Muhimman scrive con orgoglio il suo nome lentamente, con attenzione, una lettera alla volta, sorridendo ampiamente quando finisce. Ha solo 11 anni ed era un bravo studente che sognava di fare il medico.

    La scuola lo spaventa adesso. All’inizio di quest’anno, un religioso della scuola religiosa che ha frequentato fedelmente nella città del Pakpattan, nel sud del Punjab, lo ha portato in un bagno e ha cercato di violentarlo. La zia di Muhimman, Shazia, che voleva usare solo il suo nome, disse che crede che l’abuso dei bambini piccoli sia endemico nelle scuole religiose pakistane. Ha detto di conoscere il chierico, Moeed Shah, da quando era una bambina e lo descrive come un abusatore abituale che era solito chiedere alle bambine di tirarsi su le camicie.

    “Ha sbagliato con i ragazzi e anche con due o tre ragazze”, ha detto Shazia, ricordando a una ragazza il chierico brutalizzato così gravemente che le ha spezzato la schiena.

    Un’indagine dell’Associated Press ha rilevato dozzine di rapporti di polizia, noti qui come First Information Reports, che denunciavano molestie sessuali, stupri e abusi fisici da parte di chierici islamici che insegnano nelle madrasse o nelle scuole religiose in tutto il Pakistan, dove molti degli studi più poveri del paese. L’AP ha inoltre documentato casi di abuso attraverso interviste con funzionari delle forze dell’ordine, vittime di abusi e loro genitori. Le presunte vittime che hanno parlato di questa storia lo hanno fatto con la comprensione che sarebbero stati usati solo i loro nomi di battesimo.

    Ci sono più di 22.000 madrasse registrate in Pakistan, che insegnano a oltre 2 milioni di bambini. Ma ci sono molte altre scuole religiose che non sono registrate. Sono in genere avviati da un chierico locale in un quartiere povero, attirando gli studenti con la promessa di un pasto e alloggio gratuito. Non esiste un corpo centrale di chierici che governa le madrasse. Né esiste un’autorità centrale che può indagare o rispondere alle accuse di abuso da parte di chierici, a differenza della Chiesa cattolica, che ha una chiara gerarchia sormontata dal Vaticano.

    Il governo del Primo Ministro Imran Khan ha promesso di modernizzare il curriculum e di rendere più responsabili le madrasse, ma c’è poca supervisione.

    La polizia afferma che il problema degli abusi sessuali sui minori da parte dei chierici è pervasivo e le decine di denunce ricevute dalla polizia sono solo la punta dell’iceberg. Eppure, nonostante le dozzine di rapporti, nessuno ha portato alla convinzione di un chierico. I chierici religiosi sono un gruppo potente in Pakistan e si avvicinano quando vengono denunciate accuse di abuso contro uno di loro. Sono stati in grado di nascondere i diffusi abusi accusando le vittime di blasfemia o diffamazione dell’Islam.

    Le famiglie pakistane sono spesso costrette ai chierici “perdonatori”, ha affermato il sovrintendente della polizia Sadiq Baloch, parlando nel suo ufficio nel nord-ovest del paese, verso il confine con l’Afghanistan.
    Superato dalla vergogna e dalla paura che lo stigma dell’abuso sessuale seguirà un bambino nell’età adulta, le famiglie scelgono invece di abbandonare le accuse, ha detto. Molto spesso, quando una famiglia perdona il chierico, l’indagine termina perché le accuse vengono ritirate.
    “È l’ipocrisia di alcuni di questi mullah, che indossano la lunga barba e indossano il mantello della pietà solo per fare questi atti orribili a porte chiuse, mentre apertamente criticano coloro che sono ben rasati, che sono liberali e di mentalità aperta, “Ha detto Baloch. “Nella nostra società molti di questi uomini, che dicono di essere religiosi, sono coinvolti in queste attività immorali”.

    ‘VOGLIO QUESTO MULLAH APPOGGIATO’
    I funzionari di polizia affermano di non avere idea di quanti bambini siano stati maltrattati da religiosi in Pakistan. I funzionari hanno detto che i chierici spesso prendono di mira giovani ragazzi che non hanno ancora raggiunto la pubertà in parte a causa della natura restrittiva della società ancora per lo più conservatrice del Pakistan, in cui l’interazione maschile con ragazze e donne è inaccettabile. I chierici per la maggior parte avevano accesso e fiducia nei ragazzi, che hanno meno probabilità di denunciare un attacco sessuale.
    Yaous di otto anni proveniente dalla remota regione del Kohistan settentrionale del Pakistan è uno di quei ragazzi.
    Il padre di Yaous era un povero lavoratore che non aveva istruzione e parlava solo la lingua locale della sua zona, eppure voleva educare suo figlio. Aveva sentito parlare di una scuola religiosa a Mansehra, diverse centinaia di chilometri (miglia) a sud del suo villaggio, dove erano andati altri ragazzi della zona. Troppo povero persino per possedere un telefono, suo padre è andato per mesi senza parlare con suo figlio.
    Yaous è piccolo per i suoi otto anni. Le sue caratteristiche sono lievi. In un’intervista con l’AP, con l’interpretazione di suo zio, il piccolo corpo di Yaous rabbrividì mentre raccontava il suo calvario.
    Era quasi fine dicembre dell’anno scorso, una vacanza a Madrid. La maggior parte degli studenti se n’era andata. Solo Yaous e una manciata di studenti erano rimasti indietro. Il suo villaggio era a ore di distanza e il costo del trasporto a casa era troppo per i suoi genitori.
    Gli altri studenti erano andati a lavare i loro vestiti e Yaous disse che era solo all’interno della moschea con Qari Shamsuddin, il chierico. L’assalto sessuale è stato inaspettato e brutale. Il ragazzo disse che Shamsuddin gli prese la mano, lo trascinò in una stanza e chiuse a chiave la porta.
    “Faceva così freddo. Non capivo perché mi stesse togliendo i miei vestiti caldi, ”disse Yaous, la sua voce era appena un sussurro.
    Mentre Yaous si ricordava di quello che era successo, seppellì la testa più profondamente nella sua giacca. Il chierico afferrò un bastone, disse. Era piccolo, forse circa 12 pollici. I primi schiaffi taglienti pungevano.
    “Il dolore mi ha fatto urlare e piangere, ma non si sarebbe fermato”, ha detto Yaous. Il ragazzo è stato tenuto prigioniero per due giorni, violentato ripetutamente fino a quando era così malato che il chierico temeva che sarebbe morto e lo ha portato in ospedale.
    All’ospedale, il dottor Faisal Manan Salarzai ha detto che Yaous urlava ogni volta che provava ad avvicinarsi a lui. Yaous era così piccolo e fragile, Salarzai lo chiamava il “bambino”.
    “Il bambino aveva molti lividi sul suo corpo – sulla sua testa, sul suo petto, sulle sue gambe, così tanti lividi su altre parti del suo corpo”, ha detto Salarzai.
    Sospettoso, Salarzai ordinò a Yaous di trasferirsi nel reparto di isolamento dove lo esaminò, sospettando che fosse stato aggredito sessualmente. L’esame ha rivelato aggressioni brutali e ripetitive.
    Ma Solarzai ha detto che lo zio di Yaous ha rifiutato di credere che suo nipote fosse stato aggredito sessualmente, invece ha detto che il ragazzo era caduto. “Ha detto che lo zio alla fine ha detto: ‘Se si diffondono notizie nella nostra zona che è stato aggredito sessualmente, sarà molto difficile per lui sopravvivere nella nostra zona.’”
    “Non era disposto a parlarne o addirittura a pensare di essere stato aggredito sessualmente”, ha detto Solarzai. Ma le prove sono state travolgenti e il medico ha contattato la polizia.
    Il chierico è stato arrestato ed è ora in prigione. La polizia ha abbinato i suoi campioni di DNA a quelli trovati su Yaous. Ma nonostante l’arresto, altri chierici e fedeli nella moschea Madrassah-e-Taleem-ul-Quran situata in una remota regione del nord-ovest del Pakistan contestano le accuse. Dicono che Shamsuddin sia innocente, vittima di elementi anti-islamici nel paese. I chierici e i fedeli affermano anche che l’accusa fa parte di una cospirazione per screditare i leader religiosi pakistani e sfidare la supremazia dell’Islam, un grido di battaglia spesso usato dai religiosi di destra che cercano di far arrabbiare la folla per affermare il loro potere.
    Il padre di Yaous, Abdul Qayyum, si è vergognato di non aver parlato con suo figlio più di tre mesi prima dell’attacco.

    “Voglio che questo mullah sia impiccato. Nient’altro farà “, ha detto Qayyum.

    ‘PERDONAMI’

    I giovani ragazzi non sono le uniche vittime di abusi sessuali da parte di religiosi. Molte ragazze come Misbah, che proviene da Basti Qasi, un villaggio profondamente conservatore del Punjab, sono state prese di mira anche da leader religiosi.

    Suo padre, Mohammad Iqbal, non è esattamente sicuro di quanti anni abbia Misbah. Pensa che lei abbia 11 anni perché nel Pakistan rurale molte nascite non sono registrate o sono registrate molto più tardi, ed è solo una supposizione quando nascono bambini. Condividono le loro piccole strutture di blocchi di cemento con diverse capre e sembra che una famiglia allargata sia composta principalmente da bambini che giocano a tag e corrono attorno al terreno. Misbah, che ha lottato per le parole, ha detto di essere stata violentata nella moschea della porta accanto, dove aveva studiato il Corano per tre anni.

    L’assalto è avvenuto una mattina dopo essere rimasta a spazzare la moschea. Gli altri bambini erano stati rimandati a casa e il chierico, qualcuno di cui si fidava, chiese a Misbah di aiutarlo.

    “Avevo appena iniziato a pulire quando ha sbattuto la porta della moschea”, ha detto nella sua lingua nativa Saraiki. “Non sapevo perché e poi all’improvviso mi afferrò e mi trascinò in una stanza vicina. Stavo urlando, urlando e piangendo. Non poteva dire per quanto tempo durò l’assalto. Tutto quello che riusciva a ricordare era gridare a suo padre di aiutarla, ma lui non si sarebbe fermato, non si sarebbe fermato, ripeté.

    Fu suo zio, Mohammed Tanvir, a salvarla. Stava andando al college ma si era fermato alla moschea per usare il bagno. Notò un paio di scarpe da bambino fuori dalla porta.

    “Poi ho sentito urlare dall’interno, stava urlando per suo padre”, ha detto Tanvir. Ha sfondato la porta e ha visto sua nipote distesa e nuda sul pavimento. “Sembrava che fosse svenuta”, ha detto. I suoi pantaloni macchiati di sangue erano in un angolo. Il chierico si inginocchiò ai suoi piedi.

    “” Perdonami “continuava a dirmi”, ha ricordato Tanvir. Il chierico fu arrestato ma liberato su cauzione.

    “TANTO UN BASTONE NON DOVREBBE RISPARMIARE”

    Sulla scia del tentato stupro di Muhimman, il giovane che aveva mostrato con orgoglio le sue capacità di scrittura, sua zia disse che c’era stato un tentativo concertato di mettere a tacere la famiglia.

    “La gente del villaggio dice che questi sono i nostri leader spirituali e gli imam dei nostri luoghi religiosi e si rifiutano di cacciarlo”, ha detto Shazia

    Dopo l’attacco a suo nipote, ha detto, gli abitanti del villaggio sono venuti a casa loro e li hanno supplicati di perdonare il chierico, Moeed Shah, che era fuggito dalla zona.

    “Sono venuti tutti a casa nostra e sanno che siamo poveri e lui è un imam e hanno detto che dovremmo perdonarlo ma non lo faremo”, ha detto Shazia. Ha detto che suo padre, il nonno di Muhimman, ha rifiutato.

    Shah non è ancora stato arrestato, anche se l’assalto è stato filmato da diversi ragazzi del villaggio che hanno abbattuto la porta del bagno e spaventato Shah mentre si stancava di violentare Muhimman.

    La polizia dice che stanno indagando e che è stata presentata una denuncia, ma Shah è un fuggitivo. Alcuni vicini della moschea hanno detto che la polizia non lo sta cercando vigorosamente. Sembravano arrabbiati ma anche rassegnati al fatto che non sarebbe stato imprigionato.

    La zia di Muhimman era inconsolabile.

    “Una tale bestia non dovrebbe assolutamente essere risparmiata”, ha detto Shazia.

    ___

    Gli autori della stampa associata Zarar Khan a Islamabad, Asim Tanvir a Multan, in Pakistan, e Riaz Khan a Peshawar, in Pakistan, hanno contribuito a questo rapporto.

    https://apnews.com/8fe530dc76beb1893b3b52af88cf99dd?fbclid=IwAR2vYwFLQwKJL02FRRGxVlu637HB1g8rgbGW4fE9qJfVqNXZv2A9O3knb8U

  • Colombia, maxi retata di preti pedofili: diocesi ne sospende 15

    Colombia, maxi retata di preti pedofili: diocesi ne sospende 15

    La comunità dei credenti di Villavicencio, una cittadina colombiana nella terra della guerriglia, è sotto choc dopo l’annuncio di sospendere 15 sacerdoti sotto inchiesta per presunti abusi sessuali. Una specie di maxi retata. La notizia è stata confermata dalla stessa chiesa locale che in un comunicato ha rivelato di aver ricevuto il 14 febbraio una denuncia di una persona riguardante «fatti contro la morale sessuale da parte di alcuni sacerdoti».

    A seguito di questo, la Commissione arcidiocesana di protezione dei minori ha informato della vicenda la Procura, offrendo la disponibilità a «collaborare con le indaghino che dovessero svolgersi su questo caso». Contemporaneamente la chiesa colombiana ha aperto una indagine preliminare per permettere l’avvio del «processo canonico penale» previsto per questi casi, rispettando i diritti degli imputati.

    Nella sua comunicazione l’Archidiocesi ha manifestato «profondo dolore per questa situazione», assicurando che «le vittime e le loro famiglie verranno per noi prima di tutto», nell’impegno di sradicare «il terribile male degli abusi dentro e fuori della nostra istituzione». Secondo Radio Caracol di Bogotà, infine, ai 15 sacerdoti sotto inchiesta se ne aggiungerebbero altri quattro, due dei quali si trovano in dipartimenti colombiani (Meta e Guaviare) e altri due in Italia e Stati Uniti.

    Papa Francesco aveva visitato Villavicencio durante il suo viaggio in Colombia tre anni fa.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_colombia_preti_sospesi_papa_francesco_news-5152200.html

  • La storia di Cristina Balestrini, tra dolore e forza

    La storia di Cristina Balestrini, tra dolore e forza

    Un adolescente che all’epoca aveva soli 15 anni racconta di aver subito abusi sessuali da un parroco della sua città, una notte in cui si trovava a casa sua. Siamo a Rozzano, nel dicembre 2011. Per quella testimonianza don Mauro Galli, noto anche a Legnano e che ha sempre negato le accuse, è stato condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi. Manca ancora l’appello e il terzo grado di giudizio ma nel frattempo la mamma di quell’adolescente, che oggi ha 24 anni, non si è lasciata andare e ora fa parte dell’associazione Rete L’ABUSO, al fianco del presidente Francesco Zanardi. L’abbiamo intervistata.

    La storia, tra fede e dolore

    Cristina Balestrini racconta la sua storia con un tono di voce calmo ma da cui traspare tutta la forza che di solito nasce dopo la sofferenza: “Tutte le persone alle quali ci siamo rivolte hanno minimizzato. Mio figlio già il giorno dopo aveva detto che era successo qualcosa di brutto anche se ha raccontato in modo completo solo anni dopo, durante una terapia. Il parroco e il coadiutore di allora si sono rivolti immediatamente in diocesi. Noi avevamo posto due condizioni: lo spostamento del parroco dalla parrocchia – cosa avvenuta – e che non si occupasse più di minori. Nella primavera del 2012 per motivi fortuiti abbiamo saputo che il parroco era stato spostato a Legnano e che si occupava di vari oratori. Mi chiedo ancora oggi come sia stato possibile. Usare la parola delusione è un eufemismo. Sia lui sia io e mio marito, che eravamo catechisti in parrocchia, abbiamo vissuto il dramma di sentirci come se non facessimo più parte della comunità della chiesa”. Il dolore non ha soffocato la fede di Cristina ma ha soffocato quella di suo figlio: “Io e mio marito continuiamo a credere ma mio figlio, dopo l’inizio del processo e il toccare con mano che la strategia della chiesa per difendere il prete fosse di dimostrare che lui mentisse, ha abbandonato l’esperienza di fede. Noi non lo obblighiamo. La sofferenza è troppo grande”.

    Il sostegno della Rete L’ABUSO

    Nel momento della sofferenza però si può sempre vedere un bagliore di luce al quale aggrapparsi. E così è stato per Cristina: “Poco prima dell’inizio del processo siamo venuti a conoscenza della Rete L’ABUSO. Per noi era una situazione di grossissima solitudine e fatica. Mi sentivo parte di un dramma infinito. Purtroppo Dal disturbo da stress traumatico non si guarisce, anche se si può tenere sotto controllo. Mio figlio continua ad avere attacchi di panico, anche se in misura minore rispetto a quando era più piccolo. Nell’associazione ho trovato un ambiente dove mi sono sentita capita e non giudicata. Era una conversazione in cui capivi che l’altro capiva. Una dimensione che non c’è neanche con gli amici, che non potevano capire cosa stavamo passando semplicemente perché non c’erano passati. E’ stato come se si aprisse un mondo. Mi sono detta che anche io avrei potuto capire cosa provano gli altri. Io non finirò mai di ringraziare Francesco per un grandissimo regalo che mi ha fatto: mi ha restituito la capacità di ridere. Non mi ero resa conto che era da qualche anno che non ridevo più. Raccontarsi e riuscire a ridere è stato un regalo enorme. Ho capito di voler collaborare con lui nella battaglia contro la pedofilia”.

    La forza dell’ascolto

    Cristina inizia così a collaborare con la Rete L’ABUSO. Cristina lavora da anni nell’ambito della psichiatria. Ogni giorno ha a che fare con il dolore e la sofferenza. E nell’associazione trova il modo di essere utile anche alle famiglie delle vittime di pedofilia: “Partecipo a una sorta di rete delle mamme con WhatsApp. Con alcune sono in contatto telefonico, anche solo per una chiacchierata o un sostegno. Collaboro in parte anche con Francesco, che segue nello specifico la chat dedicata alle vittime, sempre confrontandoci. Ci si rende conto che il bisogno è tantissimo. Io posso dedicarmi all’ascolto, all’empatia, a far vedere che c’è speranza. Ci sono vittime che riescono a parlare dopo anni e che hanno innescato meccanismi difensivi difficili da rimettere in discussione. E’ importante però che tutti si sentano compresi, rassicurati. A volte si può solo piangere insieme, ma non è di poco conto. Si tratta di persone che hanno avuto il primo approccio con il sesso in modo violento, drammatico, doloroso, devastante e che rende difficile fidarsi degli altri. Bisogna dare spazio a ciascuno, rispettando i tempi di tutti, perché ci sono ferite aperte.”. Quell’empatia di cui parla anche Rogers, in ‘Un modo di essere’, che fa in modo che l’altra persona possa dire: “Per un altro essere umano ho un senso”. Accanto all’ascolto accogliente, senza giudizio, però è necessario anche altro, come sottolinea Cristina: “E’ fondamentale che tutti possano accedere ai trattamenti da disturbo post traumatico, che utilizzano approcci e tecniche specifiche. Non tutti riescono ad accedere a questa tipologia di trattamenti”

    “No al male della chiesa che distrugge i bambini”

    Cristina ha fatto della sua storia un libro, ‘Chiesa, perché mi fai male?’. Un libro ricco di nomi e documentazioni, che però Cristina ha potuto solo auto pubblicarsi. Il ricavato della vendita andrà totalmente all’associazione: “Ho scritto il libro in primis per me, per tirare fuori quello che è stato. Poi ho deciso di metterci la faccia perché esprime la fatica, il dolore della vicenda ma anche un messaggio per gli altri. E’ un libro in cui c’è una fortissima denuncia ma che al tempo stesso è una testimonianza di fede. Sia gli editori anticlericali sia quelli clericali per pubblicarlo avrebbero voluto che togliessi o la parte della fede o quella della denuncia. Così alla fine ho scelto si auto pubblicarmi”. Cristina racconta una chiesa ancora lontana e silenziosa. Ma non tutta. “L’impegno dell’associazione non è contro la chiesa ma quello che fa male della chiesa, che è reato e che distrugge i bambini. Una parte della chiesa collabora con l’associazione, anche se un po’ in sordina. E anche molte persone ci sostengono. Ricordo una volta, un’anziana ex catechista, che fuori dalla Messa mi ha stretto la mano e mi ha dato 20 euro per l’associazione. Sono fatti che toccano il cuore”.

    Sara Riboldi

  • Lettera anonima al Vescovo: don Francesco Martino è accusato di pedofilia

    Lettera anonima al Vescovo: don Francesco Martino è accusato di pedofilia

    Tutto gli si può dire ma etichettarlo come “Prete pedofilo” è la più schifosa delle accuse soprattutto se la mano accusatrice si cela dietro una lettera anonima inviata alla Diocesi. Così don Francesco Martino, parroco di Belmonte del Sannio, deve difendersi da una calunnia che fa sorridere chi conosce davvero il “don”.

    A schierarsi, fortemente, dalla parte del sacerdote sono state le mamme di Belmonte.
    Quelle dei bambini che sarebbero dovuti essere le vittime del parroco. Lo hanno fatto con una lunga lettera inviata a don Francesco che dovrebbe far riflettere anche (altro…)

  • I divieti sul coronavirus non fermano il funerale per il prete pedofilo a Legnano, vittime sotto choc

    I divieti sul coronavirus non fermano il funerale per il prete pedofilo a Legnano, vittime sotto choc

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Esequie funebri choc in una parrocchia di Legnano, in provincia di Milano, dove è stato celebrato un affollato funerale per la morte di un prete pedofilo, don Ruggero Conti, ben conosciuto alle cronache e al tribunale di Roma visto che era stato condannato per gli abusi su otto ragazzini che seguiva all’oratorio. Un caso quello di don Ruggero che nel 2008, a Roma, fece scalpore perchè si trattava di un parroco molto conosciuto e ben introdotto negli ambienti politici ed ecclesiali, tanto da essere stato persino uno dei consulenti dell’allora sindaco Alemanno.

    Le esequie del sacerdote condannato a 14 anni e due mesi per avere abusato di almeno 8 minori si sarebbe svolto in chiesa, con una grande folla e in totale sfregio al decreto sicurezza legato all’allarme del coronavirus che in Lombardia ha limitato i funerali solo agli stretti familiari e ha fatto persino chiudere le chiese per le messe feriali.

    L’Associazione Rete L’abuso oltre ad avere formalmente denunciato alla Procura della Repubblica di Milano la parrocchia della Madonna delle Grazie di Legnano, ha sollevato collateralente il problema di dove finiscono in Italia i preti pedofili e perchè spesso questi non vengono nemmeno ridotti allo stato laicale dalla Chiesa. Don Ruggero Conti non solo non ha mai fatto un solo giorno di carcere, ma era pure ospitato (a spese della diocesi) in una delle cliniche per preti problematici a Verbania .

    Malgrado il divieto per il coronavirus, alle sue esequie erano presenti centinaia di persone, come testimoniano le fotografie circolate e pubblicate sul Giorno.

    Ruggero Conti, ex direttore della Caritas diocesana di Porto e Sant Rufina, è morto a 67 anni. L’ordine del suo arresto nel 2008 aveva causato una grossa frattura nel quartiere di Selva Candida, vicino a Roma tra chi riteneva le accuse inverosimili e chi, invece, si batteva per fare emergere la verità.

    Don Ruggero era stato condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi nel 2011, poi in appello la pena era stata ridotta a 14 anni e due mesi, perché nel frattempo per il primo dei 7 episodi contestati era intervenuta la prescrizione. Il timore dei legali delle famiglie delle vittime era di far pronunciare la giustizia prima del 2018, altrimenti anche l’ultimo caso contestato sarebbe caduto in prescrizione. La Cassazione ha invece bruciato le tappe, arrivando il 16 marzo 2015 a confermare la sentenza di secondo grado.

    Il processo si era svolto in modo regolare, senza nessun dubbio o vizio di forma: per la legge italiana, don Ruggero Conti era colpevole di pedofilia. Scarcerato, era tornato a vivere a Legnano, dove lo avevano accolto la famiglia e gli amici che avevano sempre creduto nella sua innocenza. Le vittime avevano chiesto un risarcimento danni di 10 milioni di euro.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/ruggero_conti_parroco_funerale_pedofilo_papa_francesco_abusi_vittime_coronavirus-5084584.html

  • Morto il prete dello scandalo

    Morto il prete dello scandalo

    Se n’è andato in silenzio, lontano dalla sua Legnano. Ruggero Conti, l’ex coordinatore dell’oratorio di San Magno che nel 2008 era stato arrestato a Roma con l’accusa di pedofilia, è mancato ieri in una casa di cura di Verbania, dove era ricoverato da qualche tempo in seguito alle conseguenze di un’emorragia celebrale.

    Aveva 67 anni: malato da tempo, la sua storia ha segnato almeno due generazioni di legnanesi. Nato e cresciuto a Legnano, dove tra gli anni Settanta e Ottanta da laico era stato un punto di riferimento dell’oratorio di via Monte Nevoso, dopo aver preso i voti era diventato missionario ed era partito per l’Uganda. Tornato in Italia, la Chiesa gli aveva assegnato la parrocchia della Natività di Maria Santissima di Selva Candida a Roma, dove era diventato anche consulente per le tematiche della famiglia dell’allora sindaco Gianni Alemanno.

    L’arresto era arrivato il 30 luglio 2008, alla vigilia della partenza del campeggio estivo che come sempre don Ruggero avrebbe condiviso con i ragazzi della sua parrocchia. Secondo il pm della Procura di Roma Francesco Scavo esisteva il concreto pericolo di una reiterazione del reato.

    Il provvedimento aveva spaccato in due non solo il quartiere di Selva Candida, ma anche Legnano: visto che a denunciare il sacerdote era stato un altro prete, c’era chi sosteneva fosse tutta una macchinazione. Don Ruggero sapeva farsi amare e apprezzare, impossibile anche solo pensare male di lui. Dall’altra parte invece non mancava chi sottolineava che già 25 anni prima a Legnano l’allora educatore dell’oratorio di San Magno aveva avuto qualche atteggiamento ambiguo. Anche di quegli episodi, ampiamente prescritti, si era parlato a Roma in occasione del processo di primo grado, con l’obiettivo di ricreare il “clima” in cui erano poi maturati gli abusi di Roma.

    Don Ruggero era stato condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi nel 2011, quando era stato riconosciuto colpevole di abusi nei confronti di 8 minorenni; due anni dopo in appello la pena era stata ridotta a 14 anni e due mesi, perché nel frattempo per il primo dei 7 episodi contestati era intervenuta la prescrizione.

    Il timore dei legali che rappresentavano le famiglie delle vittime e le associazioni che si battono contro la pedofilia era che una condanna definitiva non potesse essere pronunciata prima del 2018, quando anche l’ultimo caso contestato sarebbe caduto in prescrizione. Consapevole del rischio, la Cassazione aveva invece bruciato le tappe, arrivando il 16 marzo 2015 a confermare la sentenza di secondo grado.

    Il processo era stato regolare, nessun dubbio o vizio di forma: per la legge italiana, don Ruggero Conti era colpevole di pedofilia. Scarcerato, l’ormai ex sacerdote era tornato a vivere nella sua Legnano, dove lo avevano accolto la famiglia e gli amici che avevano sempre creduto nella sua innocenza.

    Nel procedimento civile, le vittime romane avevano poi avanzato una richiesta danni per un totale di dieci milioni di euro: distrutto dal processo e minato nel fisico, Conti ha passato i suoi ultimi anni in silenzio. Fino a ieri, quando è arrivata la notizia che ha messo la parola fine alla sua storia.

    Luigi Crespi

    https://www.prealpina.it/pages/legnano-morto-il-prete-dello-scandalo-217274.html
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/03/01/legnano-denuncia-alla-parrocchia-per-i-funerali-del-pedofilo-ruggero-conti-in-violazione-dellordinanza-per-covid-2019/

  • Pedofilia: 150 ex alunni seminario Treviso a difesa due preti accusati di abusi

    Pedofilia: 150 ex alunni seminario Treviso a difesa due preti accusati di abusi

    Treviso, 20 feb. (Adnkronos) – “Le cronache di questi giorni provocano in noi ex-alunni del Seminario di Treviso un grande dolore. L’esperienza formativa che noi, firmatari di questa lettera, abbiamo vissuto nel Seminario diocesano, a stretto contatto con gli stessi educatori di cui si parla, è stata caratterizzata da profondo rispetto: ci sentiamo pertanto in dovere di testimoniare che esiste un’altra storia.

    Alcuni tra di noi hanno vissuto in Seminario insieme alla persona che ora, inspiegabilmente, sta lanciando gravi accuse contro don Paolo Carnio e don Livio Buso, educatori di indiscussa integrità morale ed alto profilo spirituale. Noi, firmatari di questa missiva-testimonianza, non possiamo, al contrario, che essere grati alla loro persona per il ministero che hanno svolto durante molti anni a favore nostro e di tanti altri giovani.

    Ci hanno aiutato a discernere la nostra vocazione, nel pieno rispetto della libertà di ciascuno, tanto da consegnare a tutti le chiavi per entrare e uscire dal Seminario”. Lo scrivono 150 ex alunni del seminario di Treviso in risposta alle accuse che un ex seminarista ha rivolto a due preti, allora insegnanti del seminario, di presunti abusi sessuali di cui sarebbe stato vittima una trentina di anni fa.

    “Anche molte nostre famiglie, che sono state coinvolte nei vari momenti della vita in Seminario, ora stanno soffrendo quanto noi e si uniscono nella solidarietà, nella fiducia e nell’affetto verso di loro – sottolineano -La vita che abbiamo trascorso in Seminario, in particolare per quanti di noi sono stati nella Comunità Vocazionale, è stata sempre caratterizzata da uno stile molto familiare, sia per i tanti momenti comunitari che per la disposizione degli spazi.

    Qualunque strana situazione difficilmente sarebbe potuta rimanere nascosta. Abbiamo vissuto in un ambiente sereno dove c’era fiducia tra di noi e verso gli educatori; comprendevamo, anche senza dircelo, quali erano le normali difficoltà che ciascuno stava vivendo nel suo cammino vocazionale”.

    “Sentiamo dunque di poter interpretare il pensiero di molti nell’esprimere a don Paolo e a don Livio tutta la nostra stima e fiducia; siamo solidali con il loro dolore, e allo stesso tempo fiduciosi che la limpidezza della loro vita e del loro ministero possa portare a una rapida chiarificazione dei fatti .

    A don Paolo e a don Livio desideriamo esprimere, con cuore grato, tutto il nostro affetto e la nostra vicinanza che si fa preghiera accorata affinché Dio li sostenga”, concludono.

    https://www.liberoquotidiano.it/news/cronaca/13565972/pedofilia-150-ex-alunni-seminario-treviso-a-difesa-due-preti-accusati-di-abusi.html