La libera scelta di aderire ad una comunità “religiosa” e lo stato di libertà fisico nel quale si continua a vivere dopo l’adesione alla setta, non bastano per escludere la riduzione in schiavitù. La tutela penale deve, infatti, essere assicurata contro ogni manipolazione anche psicologica, tesa ad annientare o a comprimere in modo sensibile la sensibilità altrui. Partendo da queste premesse la Corte di cassazione (sentenza 13815) accoglie il ricorso della Pubblica accusa che chiedeva la condanna per il reato di riduzione in schiavitù per l’imputato: un ex parroco, che per 20 anni aveva condizionato la vita e sfruttato molti suoi ex parrocchiani che lo avevano seguito, dopo la sua sospensione a diviniis, nel suo nuovo cammino “religioso”, che lo aveva portato a creare una comunità in un ex convento di Montecchio.
Elargizioni in denaro e scelte indotte
Per due decenni l’uomo aveva condizionato le scelte di vita dei suoi seguaci, imponendo matrimoni, inducendoli ad abbandonare le famiglie, soprattutto quelle che facevano resistenza alla “conversione”, il lavoro, gli amici. Insomma tutto quello che li portava lontano dalla salvezza eterna. Era questa, infatti, l’unica minaccia usata dell’ex prete: la dannazione eterna. Con questo spauracchio si era fatto fare donazioni per la comunità, visto che né lui né i suoi più stretti collaboratori lavoravano, e aveva orientato le esistenze dei “fedeli”. Per arrivare allo stato di grazia erano previsti anche dei riti purificatori, che si traducevano, di fatto, in violenze sessuali, reato per il quale era stato condannato. La Corte d’assise d’appello aveva però escluso la riduzione in schiavitù, valorizzando alcuni elementi. La scelta di seguire l’ex parroco era stata libera, l’imputato esercitava un’influenza solo spirituale sugli adepti, priva di minacce, al netto della dannazione eterna, gli aderenti alla comunità vivevano altrove, lavoravano, frequentavano altre persone con le quali potevano confrontarsi. Tanto bastava per negare la riduzione in schiavitù.
Una tutela più ampia contro il reato
Per la Suprema corte però si tratta di una decisione basata su una nozione superata del concetto di schiavitù, legato alla limitazione fisica della libertà, all’inganno iniziale nell’instaurazione di un rapporto, alla stato di necessità, all’annientamento totale della libertà. Se così fosse – chiarisce la Cassazione – la tutela penale sarebbe troppo limitata, e non potrebbe essere applicata ad ogni forma di umiliazione dei diritti fondamentali dell’individuo. Il reato, previsto dall’articolo 600 del Codice penale, è invece compatibile con il quadro esaminato dai giudice. I “fedeli” erano persone, in origine, certamente libere, indubbiamente in una condizione di fragilità psicologica dovuta alla solitudine, alla depressione, a problemi affettivi o fisici, anche questi ultimi, tra l’altro, curati con riti vari perché sempre ricondotti a una presenza del maligno. Condizioni delle quali l’imputato si era subdolamente approfittato. L’ex prete, autoproclamatosi santo, prometteva una via d’uscita, da malattie, ansie e paure. La sua influenza era così penetrante da abbandonare mariti e mogli, accettare matrimoni combinati, lasciare l’attività, come era accaduto ad una farmacista, o vendere l’unico bene immobile per sostenere la comunità.
No alle umiliazioni anche se legate a convinzioni religiose
Una chiara condizione di sudditanza, che era durata per 20 anni. La Cassazione annulla dunque il verdetto, chiedendo di considerare il reato alla luce dei principi enunciati. E ricordando che il nostro ordinamento non consente «forme di umiliazione e di violazione dei diritti fondamentali, quali quelli descritti dalle vittime delle condotte dell’imputato, anche se correlate a convinzioni religiose o spirituali, quando compromettono in modo significativo i diritti fondamentali dell’individuo riconosciuti e garantiti dalla Costituzione».
Il prete è sempre lo stesso, quello di Enna, della parrocchia del Duomo prima e di San Cataldo poi , accusato di violenza sessuale aggravata.
E i ragazzi sono sempre gli stessi, quelli dell’associazione che Don Giuseppe Rugolo, 40 anni quest’anno, aveva creato prima di essere spostato a Ferrara, dopo la denuncia alla Diocesi di Piazza Armerina, di un giovane, minorenne all’epoca dei fatti.
Ma ad accusare Don Rugolo ci sarebbero anche altri ragazzi, che avrebbero confermato date e circostanze alla Polizia.
Quelli della foto, invece, sono gli stessi che abbiamo pubblicato qualche mese fa, quando abbiamo dato notizia dell’ennesima violenza che un uomo di chiesa avrebbe fatto ai danni di un minore. E’ apparsa ieri su Facebook. Un modo davvero stravagante, dal sapore macabro, per augurare buona Pasqua.
A sinistra il grande parroco, Don Giuseppe Rugolo, Peppe, così lo chiamano i fedelissimi, amico dei giovani che, il vescovo di Piazza Armerina, Mons Rosario Gisana, decide di non trasferire per sempre al nord dopo avere visitato la sua parrocchia.
Gisana, che ha anche offerto 25 mila euro della Caritas ai genitori del giovane nel tentativo di evitare uno scandalo, sa già che il tribunale ecclesiastico di Palermo ha concluso che la violenza sul giovane c’è stata, seppure quando Rugolo era seminarista ma il ragazzo, comunque, minorenne.
Ma ritratta la promessa fatta ai genitori del giovane, che era quella di spostare definitivamente Rugolo in un’altra parrocchia del Nord Italia. Non può Gisana, non ce la fa. Rugolo, che nella sua vita avrebbe potuto fare lo show man, il regista, l’attore il cantante e persino il saltimbanco, è un catalizzatore di giovani.
La Chiesa di Enna, per Gisana, non può perdere Rugolo. Così si inventano una fantomatica malattia e Rugolo viene mandato a Ferrara, dove vive la sorella.
Nonostante, si apprende dopo, il vescovo Gisana abbia informato la Diocesi estiense del problemuccio del parroco di Enna, il vescovo di Ferrara Gian Carlo Perego, gli affida un gruppo di giovani.
Don Rugolo a sinistra e a destra Monsignor Petralia, per 50 anni a capo del Duomo di Enna, morto lo scorso anno.
Colui che di fatto ha consegnato le chiavi della chiesa Madre al giovane Rugolo e che, con ogni probabilità, si è portato nella tomba, non pochi segreti. E sullo sfondo i ragazzi, nella stessa foto che ritrae un parroco accusato di violenza sessuale aggravata.
Quando abbiamo pubblicato la foto con i ragazzi, molti dei quali sono gli stessi ritratti in questa foto, c’è stata una levata di scudi. Decine di lettere , mail e interlocuzioni con gli avvocati delle famiglie indignate che i loro figli fossero accomunati ad un prete che è sotto inchiesta. Le stesse famiglie, padri e madri, che ora hanno condiviso su Facebook l’augurio di Buona Pasqua con l’immagine di Padre Rugolo, gli stessi genitori che hanno aderito ad un fantomatico Comitato fondato da qualche “Pia” donna in solidarietà del povero Don Giuseppe.
Quel parroco, con il quale tutti in città hanno avuto commistioni.
Dagli amministratori, agli ambienti sportivi, dai club service, alle associazioni di donazione del sangue, dai musicisti alle bigotte che frequentano la chiesa solo per avere garantita la Vita Eterna.
L’inchiesta della Procura di Enna è affidata alla Squadra Mobile che avrà il compito, lo scriviamo in maniera retorica, di scardinare l’assunto, come si sono subito affrettati a dichiarare a Ferrara , Polizia e avvocati dell’indagato, che dentro i supporti informatici del parroco, telefoni e computer, sequestrati nel seminario della città degli estensi, non ci fosse niente.
E aldilà dei rilievi penali che questi documenti potranno assumere, ci sono i risvolti etici e morali. C’è che i genitori avrebbero affidato ad un uomo di Chiesa, a quello che reputavano un maestro, un educatore, i propri figli. E c’è che, se tanti ragazzi hanno confermato le violenze, ancora tanti tacciono.
Perché Enna è piccola e meglio avere un figlio abusato, che porta la croce, piuttosto che un figlio palesemente violentato e, ancora peggio, gay.
Ottawa richiede una revisione indipendente di migliaia di documenti che descrivono in dettaglio gli abusi sessuali e fisici di bambini indigeni nella scuola residenziale di St. Anne.
Il ministro per le relazioni della Corona-Indigeno Carolyn Bennett afferma che la revisione di terze parti è in risposta alle preoccupazioni sollevate da alcuni sopravvissuti di Sant’Anna che affermano che il governo non ha divulgato tutti i documenti pertinenti come parte del modello di compensazione creato dall’accordo di transazione per le scuole residenziali indiane federali .
Prima del 2015, anche alcuni documenti relativi a St. Anne’s, a Fort Albany, Ontario, non erano inclusi nel modello di risarcimento extragiudiziale creato dall’accordo transattivo – una mossa che la corte ha stabilito era un errore da parte del Canada e ha detto dovrebbe essere risolto.
Bennett dice che il governo liberale capisce che questo ha influenzato la fiducia e la guarigione di alcuni sopravvissuti di St. Anne’s, che ha operato dal 1902 al 1976.
“Riteniamo che questo approccio bilancerà l’intervento tempestivo del tribunale, l’inclusione e il desiderio di non richiedere ulteriori passaggi da parte dei sopravvissuti di St. Anne, delle loro famiglie o comunità per partecipare alla revisione”, ha detto Bennett.
Il Canada fornirà anche fondi di assistenza sanitaria dedicati ai sopravvissuti durante questo processo di revisione, in riconoscimento della natura angosciante degli abusi subiti dai bambini indigeni che hanno frequentato la scuola di Fort Albany, nel nord dell’Ontario.
“Il maltrattamento dei bambini indigeni, compresi quelli che hanno frequentato la scuola residenziale indiana di St. Anne, è una parte tragica e vergognosa della storia del nostro paese”, ha detto Bennett.
“Indipendentemente dalla determinazione della corte, le nostre azioni oggi hanno lo scopo di dimostrare passi concreti per iniziare a ricostruire il rapporto tra il Canada e i sopravvissuti di St. Anne’s. Non dobbiamo mai dimenticare il tragico impatto delle scuole residenziali e dobbiamo imparare dalle coraggiose esperienze condivise dai sopravvissuti “.
L’Italia è uno dei pochi paesi che non ha adottato politiche concrete in tutela dei minori e questo, malgrado abbia aderito a convenzioni e trattati di vario genere in tutela dei minori e dei diritti umani.
L’iniziativa #PARTIAMODALBASSO promossa dalla Rete L’ABUSO, che nei prossimi giorni formulerà un testo di impegno che voi stessi come elettori o cittadini (dove non si vota), potete consegnare ai vostri candidati o ai vostri Sindaci chiedendone l’applicazione.
#PARTIAMODALBASSO è un invito indirizzato ai cittadini, alle famiglie e alle comunità dove ci sono minori che attualmente in Italia, pur avendo ratificato Convenzioni come quella per i 10 diritti dell’infanzia e quella di Lanzarote, nei fatti vedono enormi falle nei comuni italiani, scoperti da queste importanti norme preventive, lasciando i minori esposti a rischio.
L’obbligo del certificato penale (c.d. Certificato anti pedofilia) per esempio, vale solo per i neo assunti e per rapporti di lavoro subordinato o parasubordinato. Se poi il datore di lavoro è un privato basta un’autocertificazione da parte del lavoratore. Le zone più a rischio sono il volontariato, lavoratori autonomi (baby sitter), gli occasionali e i collaboratori. Nella folle applicazione del decreto legislativo n. 39 del 2014 in materia di lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, le categorie sopracitate ed esonerate dall’obbligo del c.d. certificato anti pedofilia, oltre ad essere quelle più a contatto con i minori e storicamente più a rischio, indirizzano il predatore verso le stesse, che diventano una sorta di “free zone”.
Ma non è l’unico effetto collaterale. Spesso ci contattano persone che lamentano che in scuole o asili lavorino pedofili conclamati e condannati. Oppure riferiscono di violenze denunciate ai presidi Come nel caso di Molfetta, che però a loro volta non hanno denunciato alle autorità civili, limitandosi a spostare o ammonire il pedofilo. Un pò come accade nella chiesa, anche lei esonerata dal certificato anti pedofilia in quanto appartiene alla categoria del volontariato. Un doppio problema, prima per i minori, poi per il fatto che se il predatore non viene denunciato, oltre a continuare a molestare minori, non sarà mai segnalato alla magistratura, di conseguenza risulterà pulito qualora richieda il certificato.
#PARTIAMODALBASSO è un’iniziativa attraverso la quale la Rete L’ABUSO vuole accendere un importante faro sulla mancanza di prevenzione, problema che parte davvero dal basso e riguarda tutti e ci auguriamo che coinvolga non solo i genitori, ma l’intera comunità, a partire da sindaci e giunte comunali, che hanno il dovere di garantire la sicurezza dei più piccoli.
Francesco Zanardi
Se vuoi candidarti per questa iniziativa come portavoce della Rete L’ABUSO presso il tuo comune di residenza, compila il questionario sottostante.
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Gli abusi sui minori nella Chiesa cattolica in Spagna continuano a venire lentamente alla luce e, dopo il passo dei gesuiti due settimane fa, riconoscono 81 vittime di 65 religiosi dal 1927 e la loro intenzione di risarcirle, altre congregazioni stanno già seguendo lo stesso percorso. EL PAÍS ha consultato 10 dei più grandi e sette rivelano di aver anche svolto indagini sul passato o sono in corso, e accettano anche di risarcire le vittime. Sono semplici revisioni di file, non studi rigorosi, che non hanno reso pubblico e sono lontani dal riflettere la realtà degli abusi in Spagna se confrontati con quelli di riferimento in altri paesi. D’altra parte, di queste dieci entità, i Fratelli Maristi, La Salle e gli Agostiniani continuano a rifiutarsi di rivedere il loro passato. Il resto ammette al momento 61 casi di pedofili religiosi, 42 dei quali fino ad ora sconosciuti. Se queste cifre si aggiungono a quelle dei gesuiti – 65 casi, 54 dei quali nuovi secondo le stime di questo giornale -, gli ordini ammettono 126 casi, 96 di loro sconosciuti fino ad ora. Questi numeri sparano alle statistiche totali e aumentano le vittime di abusi nella Chiesa in Spagna a più di 500, secondo la contabilità tenuta da EL PAÍS con informazioni su condanne, media e proprie indagini, in assenza di dati ecclesiastici e ufficiali .
Fino a questo mese erano noti 125 casi dal 1986, ma in un colpo solo dobbiamo aggiungerne altri 96. In totale, 221 con almeno mezzo migliaio di vittime dal 1927. Cioè, in poche settimane si sono conosciuti quasi gli stessi casi di 35 anni. E nell’ottobre 2018, quando questo giornale ha iniziato a indagare sugli abusi e ha aperto un’e-mail di denuncia , sono stati contati solo 34 casi. Successivamente, questo giornale ha ricevuto più di 200 messaggi e ha pubblicato una trentina di casi. Il numero è salito alle stelle con numerose segnalazioni di vittime nei media.
Scolopi, clarettiani, corazonisti e legionari di Cristo hanno già svolto indagini interne. Sono marianisti e salesiani, che danno dati provvisori, 28 in quest’ultimo caso, i più alti dopo i gesuiti. L’Opus Dei completa il suo studio interno. Queste indagini sono solo un primo e minimo passo verso la verità. Le ordinanze affermano che in passato non è mai stato denunciato, nella maggior parte dei casi solo l’accusato è stato trasferito, espulso o lasciato dalla congregazione, con la quale poteva continuare a commettere abusi in altri luoghi e l’istituzione l’ha ignorato. È solo un primo approccio a quanto accaduto. Un’altra iniziativa è stata quella di aprire le e-mail per ricevere reclami, un modo attraverso il quale sono emersi alcuni di questi crimini. In altri casi l’istituzione religiosa si limita a informarsi sulla stampa. Ernesto Gasco, che ha rivelato di essere stato vittima di abusi in un’intervista due mesi fa.
Gli scolopi della provincia centrale dell’ordine in Spagna hanno potuto tracciare solo le tracce di uno dei suoi membri, accusato nel 1972, che ha lasciato l’ordine ed è finito negli Stati Uniti. Dicono di aver assunto un detective per scoprirlo. Gli abusi che sono riusciti a determinare sono avvenuti a Madrid, Salamanca, Toro e nella diocesi di Cadice-Ceuta. Affermano che gli altri non hanno potuto saperne di più o dove sono avvenuti.
Le indagini sugli ordini non erano note e ora vengono alla luce solo le domande di questo giornale. I suoi risultati sono molto limitati e non sono stati realizzati da estranei, tranne che nella provincia catalana dei clarettiani. Non offrono dettagli – nomi, luogo e data degli eventi – che se divulgati potrebbero portare a più vittime. Grattano solo la superficie, ma sono ancora un’avanzata nella Chiesa spagnola, che fino al 2018 taceva. E, soprattutto, rende ancora più evidente la posizione della Conferenza episcopale spagnola (CEE), caso praticamente unico nei grandi paesi cattolici: si rifiuta di indagare sul passato e di considerare un risarcimento per queste vittime .
Si sono incontrati due anni del vertice in Vaticano sugli abusi sui minori tenutosi nel febbraio 2019 e la Chiesa spagnola ha appena preso provvedimenti. Gli uffici di assistenza alle vittime sono stati aperti solo in ogni diocesi, per ordine del Papa. Nell’ottobre 2018 ha creato una commissione contro la pedofilia per aggiornare i protocolli anacronistici in vigore dal 2010, ma più di due anni dopo non si sa nulla del suo lavoro. I vecchi continuano ad apparire sul suo sito web . La Cee ha scelto di non rispondere alle domande di questo giornale e fa riferimento a note e conferenze stampa del 2020. A novembre il portavoce dei vescovi, Luis Argüello, ha solo dichiarato che le denunce ricevute erano “zero o pochissime”.
GRAF7172. ROMA, 19/09/2020.- El secretario general de la Conferencia Episcopal Española, el obispo auxiliar de Valladolid, Luis Argüello (i), el presidente de la CEE, cardenal arzobispo de Barcelona, Juan José Omella (c), y el vicepresidente, cardenal arzobispo de Madrid, Carlos Osoro (d), que han sido recibidos en audiencia por el papa Francisco, han pedido este sábado que los responsables políticos españoles muestren mayor unidad en la gestión de la pandemia del coronavirus para responder a los problemas que enfrenta la gente, como la pérdida de empleos. EFE/Laura Serrano-Conde
Quanto alle indagini, la parola d’ordine è che ogni vescovo faccia ciò che vuole, a differenza delle conferenze episcopali di Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi o Francia, che hanno condotto ampie indagini nei loro paesi. In Germania, i vescovi hanno commissionato un audit esterno . Ci sono voluti quattro anni e nel 2018 è stato reso pubblico: dal 1946 3.677 minori hanno subito abusi per mano di 1.670 religiosi. La stessa Santa Sede ha pubblicato due mesi fa il devastante rapporto McCarrick , che sottolineava come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avessero ignorato le accuse di abusi.
La risposta delle 70 diocesi spagnole è stata lenta e poco trasparente. Tranne alcuni casi, a Cartagena, Madrid, Barcellona e Bilbao, i vescovati sono riluttanti a rendere pubblico il numero di casi che arrivano nei loro uffici. La stragrande maggioranza si rifiuta di indagare sui propri registri e di risarcire le vittime. La verità è che in tutti i paesi la realtà degli abusi del passato è venuta alla luce solo con autentiche commissioni per la verità – dei governi, della Chiesa o di entrambe – che hanno dato sufficiente seria fiducia alle vittime per fare il passo di raccontare il loro caso. In caso contrario, rimangono nascosti.
“L’equilibrio è molto scarso”, dice Juan Ignacio Cortés, autore di uno dei pochi libri sull’argomento pubblicati in Spagna, Lupi con pelle di pastore (San Pablo). “Un protocollo molto famigerato è ancora in vigore, hanno aperto uffici nelle diocesi, ma è stato fatto molto poco. In Spagna nessuno fa nulla, non è nell’interesse né della Chiesa né dello Stato, che in passato doveva vigilare perché molte istituzioni, dagli internati agli orfanotrofi, facevano parte del sistema di welfare statale. Anche adesso, nei pochi casi che arrivano in tribunale, le vittime non smettono di picchiarle, come nel caso Gaztelueta , dove la Corte suprema ha ridotto la penada 11 anni di carcere a due. C’è una totale mancanza di sensibilità da parte di tutti. Tutti dicono: che oltraggioso. Ma poi guardano dall’altra parte ”.
Stolen Childhood, la prima associazione nazionale delle vittime, ritiene che, nonostante gli ordini espliciti del Papa, alcune Conferenze episcopali “abbiano fatto pochissimi progressi e altre, come la Cee, niente”. Dubita dell’efficacia degli uffici diocesani e li definisce “una strategia di marketing ” per lavare via il passato della Chiesa. Al momento, avvertono, nessuno ha contattato le vittime giunte in associazione negli ultimi due anni, quasi un centinaio. “Dicono di aiutare le vittime, ma non hanno ancora rilasciato alcun rapporto. Non ci hanno nemmeno contattato ”, sottolinea Juan Cuatrecasas, presidente dell’associazione e padre della vittima del caso Gaztelueta . “Ripetiamo ancora che ci apriamo a collaborare con la Chiesa come intermediari”, dice.
Gemma Varona, criminologa dell’Università dei Paesi Baschi e che ha svolto uno studio pionieristico nel 2015 sui casi registrati in Spagna, elogia la decisione degli ordini di indagine, ma a fronte dell’unico rapporto noto, quello dei gesuiti, lei è molto critica. Egli ritiene che la sintesi che hanno rilasciato “sia incompleta e metodologicamente molto dubbia”. “Non spiegano come l’hanno fatto né rendono pubblico lo studio completo”, dice. Soprattutto, come hanno sottolineato le vittime, ritiene “ridicolo” il numero di casi che sta registrando. “Non è credibile, è di più, è incredibile che abbiano il coraggio di dirlo, qualche anno fa, come inizio, potrebbe essere accettato, ma siamo indietro da tempo”, dice.
L’indagine dei gesuiti indica che l’1% dei suoi membri dal 1927 ha commesso abusi. Gli studi più rigorosi che sono stati presentati, ad esempio negli Stati Uniti, Germania, Francia o Irlanda, concordano sul fatto che la cifra media è compresa tra il 4% e il 5% del clero. Dall’altra, rapporti come quello della Pennsylvania nel 2018 (300 sacerdoti accusati, 1.000 vittime) o quello più recente in Francia (1.500 sacerdoti, 3.000 vittime)mostrano che un molestatore abusa spesso di più di un minore. Varona ritiene che “le denunce devono essere per le vittime, che sono quelle che ne hanno bisogno, e quindi devono essere trasparenti e ben fatte. “Devi rispondere a queste domande: perché le vittime non denunciano? Perché non ti permetti? Ecco perché è dovuto un numero così basso ”. Questa specialista ha lavorato negli ultimi anni ad un altro studio sulle vittime, che presenterà quest’anno, e su tutti coloro che ha intervistato “la vittimizzazione secondaria è molto chiara”: si riferisce alla nuova sofferenza che denuncia e non viene ascoltata e anche mezzi maltrattati per la chiesa.
“Mi hanno rubato altri nove anni”
Il caso di Javier Paz, vittima di abusi a Salamanca, e uno dei primi a comparire in televisione nel 2014 , raccontando il suo caso, è significativo: “Mi hanno derubato di altri nove anni, da quando ho denunciato nel 2011, perché ho si sono fidati di loro, denunciando in sede vescovile, ma il processo canonico che hanno fatto è stato un teatro per farmi ingannare e in silenzio, finché non mi hanno accusato di volere solo soldi, mi hanno umiliato e ho deciso di apparire in tv. Ti schiacciano ancora e la ferita non si chiude ”. Aggiunge, in ogni caso, per sottolineare che un’altra parte della Chiesa fa bene il suo lavoro, che nell’attuale vescovo di Barbastro-Monzón (Huesca), Ángel Pérez Pueyo, ha trovato tutto il sostegno. La sua ultima battuta d’arresto: ha chiesto al Vaticano la documentazione del suo processo canonico e loro l’hanno negato.
Diversi ordini hanno pagato un risarcimento o sono disposti a farlo se il caso si presenta ma, a parte il risarcimento finanziario, Josep Tamarit, professore di diritto penale all’Università aperta della Catalogna e specializzato in vittimologia, valuta i processi di giustizia riparativa: ” tra le parti coinvolte, e hanno un senso perché molti sono reati prescritti, non possono rivolgersi alla giustizia penale, ed è quasi più soddisfacente per le vittime ”. Gli Scolopi catalani, che hanno ricevuto consigli dalla Fondazione Vicki Bernadet, hanno fatto ricorso in alcuni casi alla mediazione del difensore civico, il Síndic de Greuges. “Era una vittima che abbiamo individuato e non voleva sapere niente di noi, e grazie alla mediazione abbiamo parlato con lui. È stato molto positivo, molti fantasmi sono caduti. Suppongo che pensasse di trovare la scuola degli anni Cinquanta e quando ci ha trattati ha cambiato la sua percezione. A Natale mi ha chiamato per congratularsi con me per le vacanze ”, dice il provinciale di quest’ordine in Catalogna, Eduardo Pini. “Se il Parlamento fa una commissione d’inchiesta, contino su di noi, la Chiesa deve affrontarlo e indagare”.
“Per le vittime è molto importante che ci sia un’istituzione laica e indipendente, perché non si fidano di loro”, spiega una portavoce. del Síndic. “Nelle adunanze c’è stato un importante ascolto attivo, che qualcuno le ascolti è già un passo, e poi si sono svolti compiti di mediazione con le congregazioni”. I Salesiani, ad esempio, non provvedono al risarcimento e si sono concentrati su un progetto di giustizia riparativa in cui, attraverso un team di lavoro esterno all’ordine, offrono terapie a lungo termine, della durata di circa 20 mesi. Hanno già avviato nove di questi processi dove, sottolineano, cercano “oltre a migliorare la salute delle vittime, di farsi riconoscere per i danni subiti.
Ma l’indignazione delle vittime non è solo con la Chiesa: “È un peccato che il Governo non faccia nulla. È un argomento molto delicato e nessuno vuole affrontarlo. Tutto ciò di cui hai bisogno è un gruppo di esperti, una dotazione e aprire un’e-mail, indagare. Non costa niente e noi cambieremmo la situazione ”, lamenta Manuel Barbero, presidente di Mans Petits e padre di una vittima. È l’associazione che ha aperto una causa contro i maristi a Barcellona e ha ottenuto un risarcimento di 400.000 euro per 21 famiglie. “Manca il coinvolgimento delle istituzioni, che avrebbero dovuto assumere il ruolo guida, come in altri Paesi. Nel 2010 in Belgio è intervenuto il Parlamento ed è stato creato uno speciale organismo di riparazione in collaborazione con la Chiesa ”, ricorda Josep Tamarit, professore di diritto penale all’Università aperta della Catalogna ed esperto di vittime.Era uno dei membri della commissione formata dal Síndic de Greuges, il difensore civico catalano, per indagare sul fenomeno in Catalogna. Il difensore civico catalano è una delle poche istituzioni che è intervenuta sul problema: nel 2019 ha creato questa squadra per ascoltare le vittime e ha presentato un rapporto lo scorso anno al Parlamento . Ha chiesto una commissione d’inchiesta sui casi prescritti. Anche il governo della Navarra è stato sensibile alle vittime nella comunità provinciale: sono state invitate al parlamento regionale, organizzato un congresso sul problema e finanziato terapie psicologiche. Nel resto della Spagna silenzio.
Se sei a conoscenza di un caso di abuso sessuale che non ha visto la luce, scrivici con il tuo reclamo a abusos@elpais.es
La Conferenza episcopale spagnola (CEE) e i vescovi non sono gli unici a non muoversi nella lotta contro gli abusi sui minori nella Chiesa, né lo fa lo Stato. Il ministero della Giustizia, quando era in carica Dolores Delgado (nella foto), ha fatto una prima mossa nel febbraio 2019, come reazione all’allarme sociale in un momento in cui stavano venendo alla luce decine di casi. Ha chiesto alla Cee di informarlo dei casi di cui era a conoscenza, gesto che lo ha fatto stare male nella gerarchia ecclesiastica. Tanto che non gli hanno nemmeno risposto. La cosa successiva che la giustizia ha fatto è stata richiedere un rapporto dall’ufficio del procuratore generale dello Stato sul problema. Quel rapporto è arrivato nel giugno 2019 ed è stato anche controverso, perché indicava l ‘”opacità” della Chiesa. Tuttavia, non aveva dati, perché le statistiche della Procura raccolgono i reati non lo status o la professione dell’imputato. In ogni caso, il rapporto sollecitava le autorità ad agire perché “le prospettive sono scarse” e “in questo tipo di comportamenti erano necessari meccanismi di persecuzione e riparazione”. Inoltre, ha indicato l’impegno della Procura a “collaborare e farsi coinvolgere nelle iniziative che si potrebbero sviluppare nel nostro Paese per ottenere una conoscenza storica” del problema. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco.
Il sistema statistico rimane lo stesso e non fornisce alcuna informazione. Un portavoce dell’Ufficio del Procuratore ammette che “questa difficoltà nella raccolta dei dati persiste”, a causa delle applicazioni informatiche stabilite, e che non dipende dall’Ufficio del Procuratore. L’unità specializzata per minori ha mantenuto contatti con la Conferenza Episcopale e altre istituzioni religiose, per rafforzare l’individuazione precoce del crimine e la protezione della vittima. Hanno anche aperto un file per raccogliere tutte le azioni in quest’area, ma riconoscono che con la pandemia tutto si è fermato. “Questo problema è di grande preoccupazione per la Procura e lo prendiamo molto sul serio, ma all’interno del nostro campo di azione e degli strumenti di cui disponiamo, il nostro ambito di azione è l’indagine procedurale”. Il problema è che la stragrande maggioranza dei casi in passato ha prescritto. In Cile,
I portavoce della giustizia riconoscono inoltre che in seguito non è stato fatto nulla. In parte perché il cambio di governo nel gennaio 2020 ha portato al trasferimento della giurisdizione degli Affari religiosi alla Prima Vice Presidenza, di Carmen Calvo, e lì non hanno affrontato la questione. L’unico anticipo è stato la bozza della legge per la tutela dei minori, che proroga il termine di prescrizione. È una delle principali pretese delle vittime, ma d’altro canto criticano che il testo non faccia alcun riferimento specifico al problema specifico dell’abuso sui minori nella Chiesa. La legge, in ogni caso, è ancora in attesa di elaborazione parlamentare.
Articolo tratto da korazym.org- di Vik van Brantegem
Australian Gate vivo e vegeto. La verità sugli abusi sessuali del clero può anche emergere, ma il male non deve essere divulgato. Il male prospera solo nel buio
21 Gennaio 2021Korazim http://www.korazym.org/54760/australian-gate-vivo-e-vegeto-la-verita-sugli-abusi-sessuali-del-clero-puo-anche-emergere-ma-il-male-non-deve-essere-divulgata-il-male-prospera-solo-nel-buio/
di Vik van Brantegem
L’Arcidiocesi di Perth ha accettato di pagare quello che si ritiene essere il più alto risarcimento a una vittima di abusi sessuali in Australia, dopo che gli avvocati dell’Arcidiocesi hanno costretto un uomo di 52 anni a rendere in tribunale una straziante testimonianza sullo stupro subito da parte di un prete negli anni ’70. Peter (non è il suo vero nome) riceverà 2,45 milioni di dollari AUS più le spese legali, a titolo di risarcimento per gli abusi sessuali subiti da parte dell’insegnante e sacerdote Bertram Richard Adderley, morte nel 1983, che lo ha violentato tra il 1977 e il 1980, quando aveva dai 10 ai 12 anni.
Attualmente, la Chiesa in Australia sta affrontando centinaia di richieste di risarcimento – scrive oggi WAtoday – dopo che un certo numero di giurisdizioni ha rimosso le regole, che impedivano alle persone di andare in tribunale per chiedere un risarcimento per abusi sessuali storici, anche se avevano precedentemente accettato pagamenti da schemi gestiti dalla Chiesa come la Melbourne Response (Risposta di Melbourne). Una serie di pagamenti significativi per abusi sessuali hanno sminuito quelli offerti dal National Redress Scheme (Schema di Risarcimento Nazionale) del governo federale, istituito dopo la Royal Commission sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori.
Nell’ultimo anno finanziario, secondo i dati governativi sono stati effettuati 2.504 pagamenti per il risarcimento di vittime di abusi sessuali, da meno di 10.000 fino a 150.000 dollari AUS, con un pagamento medio di 81.876 dollari AUS, per un totale di più di 205 milioni di dollari AUS.
«Di per sé la verità occultata è molto difficile da scoprire, ma nonostante le enormi difficoltà vi sono donne e uomini coraggiosi e determinati che a costo della loro stessa vita questa verità difficile da individuare la trovano. Grazie al loro estenuante e infaticabile impegno, la verità emerge. Ma c’è chi pensa che di una “certa” verità non bisogna parlare, come il sole che sorge la mattina di cui tutti abbiamo contezza, ma di cui non dovremmo parlare.
Il concetto più inflazionato per nascondere le verità di mafia, e il più evidente, è il presunto “condizionamento dell’opinione pubblica”, che a causa della notizia di verità la sola divulgazione non fosse del tutto opportuna, giustificata o addirittura “legale”. Negli ultimi tempi è chiaro il segnale, che le menti raffinatissime vogliono far arrivare, e cioè che la verità può anche emergere, ma non deve essere divulgata, pena la delegittimazione a vario titolo».
Risarcimento record della Chiesa Cattolica nel caso di abuso sessuale su un minore
di Heather McNeill WAtoday, 21 gennaio 2021 (nostra traduzione di lavoro italiana dall’inglese)
L’accordo è stato offerto a Peter (non suo vero nome) il 13 gennaio scorso, poche ore dopo essere entrato nel banco dei testimoni durante il processo civile del tribunale distrettuale a Perth e ha raccontato come Adderley, morto nel 1983, l’abbia abusato per diversi anni. Gli abusi includevano di portarlo in una spiaggia per nudisti, violentarlo in un appartamento e costringerlo a fare sesso orale all’interno di una chiesa di Perth dove era un chierichetto.
Peter ha detto al The Age e al Sydney Morning Herald che essere stato costretto dalla Chiesa a rivivere gli abusi attraverso la testimonianza al processo lo aveva traumatizzato di nuovo, ma che era determinato a denunciare Adderley e ad incoraggiare altri a farsi avanti.
“Nel momento in cui si verificava l’abuso, mi diceva: ‘Tieni il nostro piccolo segreto, va tutto bene. Vuoi davvero che tua madre si arrabbi per questo?’”, ha detto Peter. “È stato difficile raccontare i segreti più profondi, oscuri e custoditi in modo sicuro, a una stanza piena di estranei in tribunale. È traumatizzante, ma ero determinato a farlo perché ciò che la chiesa permetteva ai loro membri di fare era il male e il male prospera solo nel buio, e quello che ero determinato a fare era portarlo alla luce”.
L’avvocato di Peter, Michael Magazanik di Rightside Legal con sede a Melbourne, ha affermato che il pagamento storico è la prova che le vittime di abusi potrebbero ottenere un risarcimento adeguato se avessero la determinazione a combattere. “La Chiesa ha una storia scioccante”, ha detto. “L’abuso è la prima parte, e poi il bullismo legale contro i sopravvissuti è la seconda parte, quando si impongono alle persone somme pietose e offensive”. Magazanik ha detto che le leggi sono cambiate per consentire alle persone di chiedere un risarcimento, ma la Chiesa non ha ancora accettato che il terreno si sia spostato sotto i suoi piedi. Non puoi aspettarti che la Chiesa agisca in modo ragionevole o caritatevole, devi costringerla a farlo ed è per questo che il mio cliente ha avuto il coraggio e la straordinaria determinazione di entrare effettivamente nel banco dei testimoni e raccontare la sua storia. Questo ha davvero costretto la Chiesa ad arrendersi”. Prima di raggiungere l’accordo da 2,45 milioni di dollari AUS, Peter ha avuto dalla Chiesa un’offerta di 50.000 dollari AUS.
L’abuso di bambini di Adderley è venuto alla luce per la prima volta negli anni ’60, quando era sacerdote nella città di Narrogin, nell’Australia occidentale. A seguito delle accuse, è stato spostato nelle parrocchie di Nannup e Manjimup. Nel 1974 fu accusato di aver molestato un ragazzo dentro una chiesa di Bunbury e ammise gli abusi. Il Vescovo emerito Myles McKeon ha detto alla ABC nel 2008 che Adderley, sebbene non sia mai stato accusato, era stato successivamente “rimosso dal ministero sacerdotale”. Tuttavia, i documenti dimostrano che fu trasferito a Perth e che ha continuato il suo ministero sacerdotale lì.
“La Chiesa cattolica sapeva che questo tizio era un delinquente e, come d’abitudine, lo hanno spostato 175 chilometri più in avanti e gli hanno dato la licenza per avvinarsi ad altri ragazzini”, ha detto Magazanik. “[Peter] proveniva da una famiglia felice ed è stato preso di mira da questo uomo vergognoso che ha cambiato il corso della sua vita. Peter soffriva di disturbo da stress post-traumatico e soffre ancora oggi di depressione e ansia. Ha fatto fatica a tenere un lavoro per più di 12 mesi prima dei 50 anni, e si era dato alla droga. Il trauma dell’abuso lo ha accompagnato sempre, ha detto l’avvocato. [Il risarcimento] è una sorte di vendetta, sollievo e giustizia, perché la Chiesa non può più nasconderlo”, ha detto Magazanik.
L’Arcidiocesi di Perth ha rifiutato di commentare.
L’avvocato Judy Courtin, che rappresenta le vittime di abusi istituzionali, ha accolto con favore i risarcimenti più elevati concessi dai tribunali, ma ha detto che “non eravamo ancora lì” in termini di un equo compenso per la sofferenza subita. Courtin ha detto che lo Schema di Risarcimento Nazionale è “disgustoso” e “progettato in combutta con le istituzioni, tra cui la Chiesa Cattolica e lo Stato, per proteggere ulteriormente la proprietà della Chiesa e delle istituzioni”.
La vittima di abusi sessuali parla dopo che la Chiesa Cattolica di Perth ha acconsentito a pagare un risarcimento di 2,45 milioni di dollari AUS
di Keane Bourke e Amelia Searson Abc.net.au, 21 gennaio 2021 (nostra traduzione di lavoro italiana dall’inglese)
Una vittima che ha ottenuto 2,45 milioni di dollari AUS a titolo di risarcimento per gli abusi sessuali subiti da parte di un prete cattolico ha parlato dell’impatto “grave” che l’abuso continua ad avere sulla sua vita. L’Arcivescovo di Perth ha acconsentito a pagare il risarcimento dopo che la vittima, che ora ha 50 anni, ha descritto di essere stata violentata dal sacerdote Bertram Richard Adderley negli anni ’70.
La sentenza storica è stata pronunciata da un giudice del tribunale distrettuale la scorsa settimana e si ritiene che sia una delle somme più alte pagate dalla Chiesa Cattolica in Australia a una vittima di abusi sessuali storici.
Peter (il nome della vittima è stato cambiato per proteggere la sua identità) ha parlato alla ABC degli abusi subiti per mano dell’ormai defunto sacerdote, che era un insegnante laico presso il prestigioso Aquinas College di Perth negli anni ’50, prima di servire come sacerdote nella Diocesi di Bunbury. Adderley prestò servizio anche a Perth nella parrocchia di Hamilton Hill, dove incontrò Peter quando questo aveva nove anni intorno al 1977.
Peter, che non vuole essere identificato, ha detto che era spaventoso rivivere il momento peggiore della sua vita in tribunale, ma è andato avanti perché sentiva che la reazione della Chiesa alla Royal Commission sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori era ” arrogante”. “Per quanto facesse male, mi sono fatto coraggio per andare avanti e ho contattato gli avvocati”, ha detto Peter. Ha detto che la Chiesa non si è comportata in modo corretta nei confronti delle vittime. “Voi avete influenzato così tante vite, compresa la mia, e ci state solo spazzolando sotto il tappeto”, ha detto. “Non offrite alcun rispetto alle future vittime e non state mostrando alcun desiderio di prevenire future vittime”.
L’avvocato di Peter, Michael Magazanik, ha detto che Adderley ha avuto “dozzine e dozzine” di altre vittime, compresi dei ragazzi dell’Aquinas College, dove ha lavorato come insegnante laico negli anni ’50. Magazanik ha detto che Adderley ha abusato di “molti ragazzi” nella regione di Bunbury negli anni ‘60 e ‘70, e che la Chiesa è stata informata di queste accuse. Invece di agire, ha detto Magazanik, la Chiesa “lo ha spostato a Perth “dove ha incontrato Peter quando era un chierichetto nella parrocchia di Hamilton Hill. “Adderley ha abusato di [Peter] in modo orribile dal 1978 al 1980”, ha detto. “La Chiesa Cattolica sapeva che Adderley era un violentatore di bambini, ma gli ha permesso di trasferirsi a Perth e servire presso la parrocchia dove ha abusato del mio cliente. Ha preso di mira i ragazzi che ha incontrato in spiaggia, i ragazzi delle scuole, i chierichetti e ha preso di mira soprattutto i ragazzi dell’Aquinas College di Perth”, ha detto. “Ha avuto molte vittime e so che alcune di quelle vittime non ce l’hanno fatta”.
Magazanik ha definito la sentenza “estremamente significativa”. “Questa è la più grande somma di risarcimento che la Chiesa Cattolica abbia mai pagato a una vittima di abusi in Australia”, ha detto.
Peter ha detto: “Quello che mi è successo non sarebbe mai dovuto accadere, perché [la Chiesa Cattolica] era consapevole della sua malattia, della sua malattia della mente, prima di arrivare a me”. Ha detto che questa “negligenza del loro dovere di diligenza” lo ha spinto a portare avanti il suo caso. “La cosa che mi ha fortificato per andare avanti con questo processo è la ferma convinzione che il male prospera nell’oscurità”, ha detto. Ha detto che anche se non si sentiva “felice” del giudizio, questo lo ha portato ad un fine in un certo modo e a trovare sollievo. Ha detto che ogni mattina quando si veglia, la prima cosa che vede è il suo violentatore. Ma ha detto di aver preso conforto dal giudizio storico. “Non ha vinto, non mi ha battuto”, ha detto del suo aggressore. “Ma non potevo lasciarlo vincere e non potevo lasciar vincere [la Chiesa Cattolica]. Poi, Peter ha detto che auspicava che altre vittime cercassero aiuto e sapessero che non è colpa loro. “Non sentirvi in colpa per questo, non ve ne vergognate”, ha detto.” Se siete ancora con noi, se non avete ceduto a quel senso di colpa e vergogna, andate a vedere un avvocato”.
Peter ha detto che all’inizio degli anni 2000, la Chiesa ha intrapreso quello che ha chiamato il “Processo verso la guarigione” in cui ha riconosciuto che alcuni sacerdoti avevano “fatto cose atroci ai bambini nel loro gregge”. Ha detto di aver ricevuto 50.000 dollari AUS a titolo di risarcimento finanziario ed era stupito di un documento legale che affermava che non poteva parlare di quello che gli era successo, che lo aveva lasciato senza speranza.
L’Arcivescovo di Perth Timothy Costelloe ha affermato in una dichiarazione di essere “contento che la vittima di questo sconvolgente abuso abbia avuto l’opportunità di vedere la sua storia raccontata e creduto ed è stato compensato finanziariamente”. “La Chiesa Cattolica ha una storia deplorevole in relazione all’abuso sessuale sui minori e sui vulnerabili “, ha detto l’Arcivescovo Costelloe. “La Royal Commission ha fatto luce su questo oscuro capitolo della storia della Chiesa qui in Australia. Niente può giustificare o cancellare i terribili errori del passato. Ciò che la Chiesa può fare oggi e in futuro è impegnarsi a trattare coloro che hanno subito abusi con dignità, rispetto e integrità. La Chiesa può e deve anche prendere tutte le misure necessarie affinché, per quanto umanamente possibile, tali abusi non si ripetano mai più all’interno delle strutture cattoliche”. Ha aggiunto che la Chiesa aveva istituito due organismi che erano “funzionalmente indipendenti” per garantire la sicurezza dei componenti e garantire che i denuncianti fossero supportati quando denunciavano abusi. Ha detto che la Chiesa ha partecipato a pieno titolo al Commonwealth Redress Scheme, che è stato istituito in risposta alla Royal Commission sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori.
PIETRO ORLANDI, ESCLUSIVA AFFARITALIANI: “La Verità vi renderà liberi”. Purtroppo queste semplici parole ancora non riescono a entrare in quelle mura (Vaticane)
Mirko Crocoli
IL 14 GENNAIO SIT-IN A ROMA PER IL COMPLEANNO DI EMANUELA ORLANDI
“Dietro la scomparsa di Emanuela c’è chi continua ad occultare la verità. Un sistema di ricatti che lega Stato, Chiesa e criminalità e quella sepoltura (De Pedis) ne è l’esempio più alto”.
“Istanze, lettere, suppliche…
Ma gli ambienti vaticani tacciono. Anche Papa Francesco non ci ascolta…” Parola d’ordine del Vaticano? “Rallentare le indagini”…e io “me le faccio da solo”. “Lo Stato italiano e la Procura non hanno avuto il coraggio. La verità fa ancora paura!!!”
“L’importante è danneggiare nel minor modo possibile la Santa Sede e se si tratta di pedofilia all’interno del Vaticano è stato mirato”.
Ad oggi?… “Ci sono diverse iniziative investigative basate su fonti che mi auguro possano essere più attendibili di quanto accaduto in passato”. Emanuela?… “Nessun maniaco o adescatore. C’è dell’altro e più complesso dietro la sua sparizione”. … “In una foto brindisi a base di Champagne tra De Pedis e il Cardinal Poletti a Piazza Navona”…quello stesso De Pedis che frequentava la scuola di musica e che “usciva spesso dallo studio di Oscar Luigi Scalfaro!!!”.
“L’ipotesi che lega mia sorella alla banda della Magliana e il Vaticano è l’ipotesi seguita in particolar modo nella seconda inchiesta dopo le dichiarazioni di Sabrina Minardi. Ipotesi legata ad una questione economica riguardante i soldi della mafia che tramite elementi della Magliana sono entrati nelle casse dello Ior e probabilmente in quelle del banco Ambrosiano di Calvi, soldi, sempre secondo le ipotesi, utilizzati da Giovanni Paolo II per la questione Polacca di Solidarnosc e da qui il ricatto al Vaticano da parte della mafia-magliana per riaverli indietro”.
E’ un fiume in piena Pietro Orlandi ai nostri microfoni, e come biasimarlo. 38 lunghi anni sono trascorsi dalla scomparsa di sua sorella Emanuela, giovane cittadina vaticana che il 22 giugno del 1983 non ha fatto più ritorno a casa. Ha lottato con tutte le sue forze Pietro in questi quattro decenni, ma a depistare le indagini e ad occultare la verità ci hanno pensato “agenti atmosferici” vicini e lontani agli ambienti ecclesiastici. Una storia che conosciamo a menadito e alla quale “Chi l’ha visto” e gran parte dei rotocalchi italiani hanno dato risalto. Uno degli episodi di cronaca nera ancora irrisolti nella storia repubblicana di questo Paese.
Ma ascoltiamo cosa ha da dirci Pietro a pochi giorni dal sit-in per il compleanno di Emanuela.
D. Pietro Orlandi buongiorno,
ci spiega esattamente come funziona il ritrovo di giovedì 14 gennaio?
R. Come tutte le altre volte, ormai sono anni che ci ritroviamo, grazie alla solidarietà di tante persone. Due volte l’anno, il 14 gennaio, giorno del compleanno di Emanuela e il 22 giugno, giorno della sua scomparsa. Un modo per tenere alta l’attenzione e non dimenticare. Porto sempre con me un microfono e un amplificatore, per salutare e ringraziare i presenti e per poter dire quello che penso. E’ un momento liberatorio per poter sfogare la propria rabbia, senza censure o tagli, mantenendo però un’educazione che secondo me è doverosa quando si ha la possibilità di parlare pubblicamente. L’appuntamento è per giovedì 14 gennaio 2021 dalle ore 17:00 alle ore 19:00 a Largo Giovanni XXIII a Roma.
D. Lei scrive sul post di Facebook … “continuare a pretendere quel diritto alla Verità, urlando nelle orecchie di chi si ostina a non voler ascoltare….” Cosa intende per diritto alla verità e a chi si riferisce quando dice “ostina a non voler ascoltare”? E’ un messaggio indirizzato a chi?
R. La verità non può e non deve mai essere negata, è un diritto di ognuno di noi conoscerla e un dovere cercarla e pretenderla. Le persone che non vogliono ascoltare sono coloro che sia all’interno che all’esterno del Vaticano hanno avuto responsabilità sulla scomparsa di Emanuela. Le persone che non vogliono ascoltare è riferito a quelle gerarchie vaticane che si voltano continuamente dall’altra parte, nonostante le istanze, le lettere, le suppliche, come se il rapimento di Emanuela non li riguardasse. Lo stesso Papa Francesco non vuole ascoltare le tante richieste fatte per incontrarlo dopo quelle sue parole rivolte a me e mia madre fuori dalla Chiesa di Sant’Anna in Vaticano; “Emanuela sta in cielo”, un modo delicato per dire che è morta, quando ancora non si ha la prova certa, facendoci supporre che lui possa sapere qualcosa in più rispetto alla famiglia. E allora perché voltarsi dall’altra parte di fronte alle nostre richieste di spiegazione e verità, dimenticando che lui è il Papa e Capo di Stato, di quello stesso Stato dove Emanuela e la sua famiglia sono cittadini ed Emanuela è l’unica (da cittadina) che sia mai stata rapita. Chi non vuole ascoltare è anche Benedetto XVI, al quale mi sono rivolto durante il suo pontificato e anche negli ultimi mesi, richieste sempre cadute nel vuoto .
Le persone che non vogliono ascoltare sono anche quelle di uno Stato italiano e di una Procura che non hanno mai avuto il coraggio di puntare il dito nei confronti di chi sospettavano. Istituzioni che continuano a girare la testa dall’altra parte nonostante io abbia denunciato, pubblicamente e nei vari media, con documenti ufficiali le manipolazioni da parte di alcuni apparati delle istituzioni italiane. Prove importanti che avrebbero potuto contribuire a fare passi decisivi verso la verità.
Le assicuro che in tanti non vogliono ascoltare perché la VERITA’, nonostante tanti anni passati, fa ancora paura.
D. 38 anni dalla scomparsa di Emanuela. A oggi Pietro ci sono degli sviluppi sulle indagini? O meglio, ulteriori (e ancora celate) novità che possono far luce su uno dei casi di cronaca nera più discussi della prima repubblica?
R. Le indagini ufficiali purtroppo sono state interrotte quando, nel 2015, il Dott Giuseppe Pignatone, Capo della Procura di Roma, decise di richiedere l’archiviazione dell’inchiesta, portando all’esonero definitivo del Dott. Capaldo, il magistrato che insieme alla Dott.ssa Maisto seguiva le indagini, perché si rifiutò di firmare la richiesta di archiviazione. Archiviazione peraltro in seguito confermata dal GIP Dott. Giorgianni. Quindi, da quella data, le indagini sono diventate, diciamo, private, nel senso che me le faccio da solo aiutato dal 2017 dall’avv . Laura Sgro’. Il suo contributo è stato ed è molto importante perché grazie al suo patrocinio per il Vaticano (quindi poter accedere al Tribunale ed altre sedi della Santa Sede) abbiamo potuto dare un cambio di marcia alle mie azioni presentando direttamente denunce e istanze anche lì e al segretario di stato card. Parolin, nel tentativo (ancora non riuscito) di far aprire un’inchiesta all’interno della cinta muraria vaticana. Le uniche risposte ottenute sono state il silenzio e l’indifferenza. Sempre pronti però a far finta di essere propositivi sceneggiando indagini inesistenti per dare l’impressione (solo apparente) di essere collaborativi. Situazioni al limite del paradosso, fino alla tentata “corruzione” di magistrati della procura italiana promettendo fascicoli con alcuni nomi di chi ha avuto responsabilità sul rapimento di Emanuela a patto che la procura imbastisse, o meglio ancora inventasse, una versione verosimile della vicenda utilizzando alcuni dei nomi contenuti nel fascicolo per arrivare ad una sorta di conclusione e chiusura della vicenda che danneggiasse nel minor modo possibile la Santa Sede.
Al momento ci sono diverse iniziative investigative basate su fonti che – mi auguro – possano essere più attendibili di quanto accaduto in passato. Purtroppo il mitomane di turno è sempre pronto dietro l’angolo, ma non posso scartare alcuna possibilità con il rischio di rinunciare a quella giusta.
D. Banda della Magliana, Vaticano, criminalità organizzata. C’è correlazione? E se sì in che modo? Si sarà fatto una sua idea personale in tutto questo tempo.
R. Tutti i giorni mi faccio questa domanda. Le ipotesi fatte e le piste seguite sono state tante nel corso degli anni, alcune più valide di altre, ma sempre ipotesi rimangono. Nonostante sia passato tanto tempo non sono mai emerse prove che possano confermare una o l’altra ipotesi. L’unica cosa di cui sono certo è che Emanuela non si sia allontanata volontariamente o sia stata vittima di un maniaco, un adescatore seriale, ma che sia stata rapita per fini ancora a noi sconosciuti, questo è un mio convinto pensiero basato sui tanti particolari emersi nel corso delle indagini.
L’ipotesi che lega mia sorella alla banda della Magliana e il Vaticano è l’ipotesi seguita in particolar modo nella seconda inchiesta dopo le dichiarazioni di Sabrina Minardi. Ipotesi legata ad una questione economica riguardante i soldi della mafia che tramite elementi della Magliana sono entrati nelle casse dello Ior e probabilmente in quelle del banco Ambrosiano di Calvi, soldi, sempre secondo le ipotesi, utilizzati da Giovanni Paolo II per la questione Polacca di Solidarnosc e da qui il ricatto al Vaticano da parte della mafia-magliana per riaverli indietro. Io sinceramente non riesco a scartare alcuna ipotesi possibile perché in ognuna delle piste, compresa questa, ci sono indizi che hanno avuto riscontri, come per esempio l’effettivo legame che alcuni elementi della Magliana e dei Testaccini avevano con il Vaticano e lo IOR. Piccole verità in ogni ipotesi e la difficoltà è proprio questa, riuscire ad escludere le varie piste per seguirne una, ma per fare questo servono prove, conferme certe. Invece, di ogni ipotesi, non ci sono prove concrete né della loro attendibilità né della loro falsità .
D. Enrico “Renatino” De Pedis sepolto a Sant’Apollinare. Emanuela rapita o sparita in zona Sant’Apollinare. C’è qualche nesso?
R. E’ quello che la Procura pensò nel 2005 dopo una telefonata anonima alla trasmissione “Chi l’ha visto”, che indicava un legame tra il rapimento di Emanuela e quella sepoltura, messaggio interpretato come se si volesse intendere che all’interno della bara di De Pedis ci fossero i resti di Emanuela. A mio avviso quel messaggio che diceva: “se volete sapere cosa c’e dietro la scomparsa di Emanuela andate a vedere chi è sepolto a sant’Apollinare” voleva far capire che dietro la scomparsa c’era la Santa Romana Chiesa e la criminalità. In parte questo rappresenta un po’ anche il mio pensiero. Dietro la scomparsa di Emanuela c’è chi continua ad occultare la verità. Un sistema di ricatti che lega Stato, Chiesa e criminalità e quella sepoltura ne è l’esempio più alto. La Basilica di Sant’Apollinare è inglobata nel palazzo che comprende la scuola di musica dove studiava Emanuela. Al piano della scuola di musica c’era anche l’ufficio di Oscar Luigi Scalfaro, molto amico sia della direttrice della scuola Suor Dolores che del Card. Poletti, il quale autorizzò la sepoltura di De Pedis nella Basilica. Entrambi, Scalfaro e Poletti, erano molto vicini al rettore della Basilica Don Vergari (indagato per concorso in sequestro dalla procura di Roma) che – a sua volta – sappiamo fosse molto amico di De Pedis. I tre – Poletti, Scalfaro e Vergari – spesso si ritrovavano, durante le varie cerimonie organizzate dalla scuola di musica, all’interno della Basilica di Sant’Apollinare. Il Card Poletti conosceva molto bene De Pedis, ne ho avuto conferma io stesso qualche mese fa. Ho avuto la possibilità di vedere una foto scattata in un appartamento a Piazza Navona che ritraeva De Pedis che versava dello Champagne al Card. Poletti in una sorta di brindisi. Insieme a loro anche un ufficiale, (del quale non ricordo purtroppo il nome e se appartenesse all’esercito o altra arma). La mia attenzione, in quei pochi secondi, fu concentrata sugli altri due. Di recente ho avuto anche alcune testimonianze molto attendibili riguardo al fatto che De Pedis prima della scomparsa di Emanuela, quando ancora non era latitante, era stato visto all’interno della scuola di musica perché amico di Suor Dolores, che lo considerava un benefattore della scuola, e più di una volta uscire dallo studio di O.L. Scalfaro.
D. Pietro, che prove ha di quello che sta dicendo? Scalfaro e De Pedis che si vedono nello studio dell’ex Presidente della Repubblica?
R. Una fonte che reputo molto attendibile. Una persona che frequentava la scuola di musica e si è presentata anche negli uffici della Digos insieme ad un amico per verbalizzare tutto. Sto cercando la documentazione in Procura. Sono sicuro che salterà fuori a breve.
D. Orlandi, mi scusi. Ha mai pensato all’ipotesi pedofilia all’interno delle “Sacre” stanze? E per mettere tutto a tacere la piccola Emanuela doveva essere eliminata.
R. E’ una delle tante possibili ipotesi che emergono dai numerosi indizi che ruotano attorno a questa vicenda. Io sono sempre convinto che il rapimento di mia sorella sia stato organizzato da tempo e non casuale, al di là del movente e delle modalità che hanno portato alla sua scomparsa. Se si tratta di pedofilia all’interno del Vaticano è stato mirato. Magari portare la ragazzina “sbagliata” a qualcuno, documentare e incastrare per creare quell’oggetto del ricatto che fa molta paura.
D. La brava Federica Sciarelli di “Chi l’ha visto” vi ha aiutato molto in tutti questi anni. Le meticolose indagini del suo staff hanno portato a informazioni rilevanti per la risoluzione della vicenda?
R. Federica Sciarelli ci ha aiutato tantissimo soprattutto nel periodo delle prime petizioni, mi invitava praticamente tutte le settimane dandomi quello spazio importante per fare degli appelli. Lei, e la sua redazione, sono stati importantissimi nel tenere alta l’attenzione su questa vicenda. La prima volta che andai in trasmissione aveva un’altro nome, si chiamava “Telefono Giallo” ed era condotto da Augias, era il 1987. Da quel momento si è stabilito un forte legame tra noi e loro, da Augias fino a Fiore de Rienzo e Federica Sciarelli. Ovviamente l’informazione più importante fu quella telefonata che ricevettero nel 2005 che – di fatto – aprì una nuova ipotesi, il possibile coinvolgimento della criminalità e di De Pedis in particolare.
D. Dentro di se coltiva la speranza che sia ancora viva Emanuela?
R. Io continuerò a pensarlo e sperarlo anche perché non c’è al momento una prova certa né della morte né della vita. Una cosa che ho sempre sostenuto è che finché non avrò un corpo per me sarà un dovere cercarla viva.
D. Tre i Santi Padri che si sono succeduti in questa vicenda. Con quale di essi ha instaurato un rapporto migliore? E poi, la ritiene colpevole la Santa Romana Chiesa?
R. Certamente un rapporto migliore basato sulla fiducia fu con Giovanni Paolo II nei primi sei mesi dalla scomparsa, lo ritenevamo un punto di riferimento, ci eravamo affidati a lui, ai suoi appelli e alle parole che ci disse quando venne a trovarci a casa nel Natale del 1983, “sto facendo quanto è umanamente possibile per una soluzione positiva della vicenda e che Emanuela possa tornare a casa”. Poi il silenzio e lui da quel momento permise al silenzio e all’omertà di calare su questa vicenda. Le cose da quel giorno non sono cambiate, anzi peggiorate, il nome di Emanuela è diventato tabù. Oltre alla mancanza di collaborazione, denunciata anche da alcuni magistrati, c’è sempre stata una volontà ad evitare di trattare l’argomento, come se non riguardasse loro, la Chiesa, il Vaticano, eppure (lo ripeto), parliamo di una loro concittadina. Chi indagava all’epoca mi disse che c’era pressione da parte del Vaticano affinché si rallentassero le indagini. L’obiettivo è sempre stato quello di dimenticare e far dimenticare. E questo vuol dire solo una cosa, che la Verità di cui sono a conoscenza è cosi pesante che rischia di minare un’istituzione che dura da 2000 anni.
D. Vuole indirizzare tramite questo giornale un messaggio a chi ipoteticamente sa ma non vuole parlare? Quale il suo appello?
R. Penso spesso alle persone che sanno ma non parlano, diventando di fatto complici dei veri responsabili. Come fate a vivere con questo fardello sulle spalle? Per difendere e coprire chi? Mi rivolgo soprattutto a chi in Vaticano sa tutto, alla loro presunta cristianità, “presunta” appunto, perché le parole verità e giustizia sono alla base della cristianità, sono le parole della persona che loro dicono di rappresentare, Gesù’ Cristo. “La Verità vi renderà liberi”. Purtroppo queste semplici parole ancora non riescono ad entrare in quelle mura, nonostante siano le parole che si sentono nominare dai vari Papi. Parole che purtroppo rimangono vuote, prive del loro significato. L’ultima, se mi permette, è la parola ipocrisia sulla verità, l’ha pronunciata Papa Francesco in un Lettera enciclica ad Assisi il 3 ottobre 2020. Ad un certo punto scrive:” …… Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi…..”
Grazie Pietro, il 14 ci saremo. Buona fortuna per tutto.
Paul Shanley, ex prete cattolico condannato nel 2005 per ripetute violenze sessuali su un bambino, è morto d’infarto a 89 anni. Il suo caso è uno dei tanti dello scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Boston nel 2002, dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Boston Globe sulla presenza di quasi un migliaio di preti pedofili in città. Non solo: i giornalisti del quotidiano avevano scoperto che le colpe di questi sacerdoti erano state insabbiate per decenni dalle alte sfere del clero. L’intera vicenda è raccontata nel film “Spotlight”, premio Oscar nel 2015. Shanley era in libertà da tre anni, dopo aver passato solo 12 anni in carcere.
È morto d’infarto a 89 anni Paul Shanley, ex prete cattolico condannato nel 2005 per ripetute violenze sessuali su un bambino di sei anni negli anni ’80. Il suo caso è solo uno dei tanti che costituiscono lo scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Boston nel gennaio del 2002, dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Boston Globe sulla presenza di quasi un migliaio di preti pedofili in città. Non solo: i giornalisti investigativi del quotidiano (il team Spotlight) avevano scoperto che le colpe di questi sacerdoti erano state insabbiate per decenni dalle alte sfere del clero, in primis dal cardinale Bernard Francis Law. L’intera vicenda è raccontata nel film “Il caso Spotlight”, premio Oscar nel 2015.
Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Paul Shanley era stato accusato di violenza sessuale da un giovane, oggi 27enne, che aveva raccontato gli incontri avuti da bambino con il prete. I fatti risalgono al 1983, quando Shanley era conosciuto e apprezzato per il suo ruolo di “prete di strada” che aiutava giovani delle periferie in difficoltà. Era solito chiamare la sua giovane vittima fuori dalle lezioni di catechismo per quelli che definiva “doveri speciali”.
Alla richiesta della procura di una condanna all’ergastolo, il giudice che si occupava del processo Shanley ha replicato con una pena molto più limitata: dai 12 a 15 anni di reclusione. L’ex sacerdote, che era stato spretato dal Vaticano nel 2004 a seguito delle accuse, è stato infine rilasciato nel 2017. La sua scarcerazione ha scatenato accese proteste da parte di alcune delle vittime coinvolte nel “caso Spotlight” e delle loro famiglie.
La polizia di Ware, la città del Massachusetts dove Shanley aveva vissuto gli ultimi tre anni di libertà, ha confermato la sua morte.
Dopo un nuovo capitolo dello scandalo pedofilia che ha investito l’ex segretario storico di Papa Giovanni Paolo II, il mondo torna a parlare delle vittime di abusi subiti da religiosi. Arturo Borrelli è uno dei sopravvissuti agli abusi: dai 13 ai 17 anni avrebbe subito violenze da parte del parroco del suo quartiere di Napoli. Nonostante le denunce e le prove presentate insieme ad altre vittime in tribunale, Don Silverio Mura può celebrare di nuovo la messa. Arturo racconta la sua storia a Fanpage.it.
La storia di pedofilia che ha investito anche l’ex segretario storico di Papa Giovanni Paolo II riapre il sipario sul fenomeno degli abusi in Chiesa, noto alla cronaca ma sempre difficile nelle aule di tribunale. Arturo Borrelli aveva 13 anni quando ha subito abusi sessuali per la prima volta. Andava a scuola come tutti i ragazzini della sua età e la sua triste routine fatta di violenze è durata fino ai 17 anni. Ad abusare di lui, un prete che aveva la cattedra di religione nella sua scuola. Aveva iniziato a frequentare l’oratorio e poi, un giorno, il religioso lo aveva invitato nella casa dove viveva con la madre. Lì ha abusato di lui più e più volte negli anni. In quel periodo di tempo, Arturo riceveva alcuni regali dal religioso. Modalità, spiega Arturo, che l’uomo aveva adottato anche con altre persone. Don Silverio è stato denunciato per i fatti avvenuti tra l’87 fino ai primi anni ’90.
Il sacerdote ora è stato assolto dal Tribunale ecclesiastico metropolitano di Milano. Sono stati analizzati gli atti del processo penale: le testimonianze di altre vittime, le ricostruzioni e tutte le perizie. Papa Francesco si era premurato di riaprire il caso nel 2018, ma l’interessamento del Pontefice non ha portato a sostanziali cambiamenti. A Fanpage.it, Arturo racconta di aver anche perso il lavoro a causa dei suoi tentativi di ottenere giustizia dalla curia napoletana.
Cosa intende quando dice che denunciare le è costato il lavoro?
Facevo la guardia giurata e cercando di ottenere giustizia per quanto mi è successo, ho scritto una lettera al cardinale Crescenzio Sepe chiedendogli di prendere in considerazione il mio caso. Pur di far ascoltare la mia storia avrei fatto di tutto, così gli ho scritto che se non mi avesse dato udienza, mi sarei sparato con la pistola d’ordinanza. Lui ha mandato quel testo alle forze dell’ordine e io sono stato sospeso in via precauzionale. Attualmente vivo con una pensione mentre mia moglie lavora un po’ di più.
La curia napoletana l’ha ascoltata?
No. Don Silverio è tornato a celebrare la messa perché per il tribunale ecclesiastico è innocente. Il cardinale Sepe lo ha riabilitato e quindi lui per i suoi superiori è innocente. Abbiamo un processo ancora in corso nelle aule di tribunale, ma sapere che è la stessa Chiesa a giustificarlo fa male, è forse lo schiaffo più forte per le vittime, soprattutto per quelle che hanno fede in Dio o che l’hanno avuta.
Lei ha presentato il suo caso anche a Papa Francesco. Proprio lui ha voluto riaprire la vicenda.
Sì è vero, ha voluto incontrarmi e abbiamo parlato. Ha detto che sarebbe stato vicino alle vittime, ha voluto persino fare luce su quanto gli ho detto, ma cos’è cambiato da allora? Don Silverio può di nuovo esercitare e prima ancora era stato addirittura trasferito in un paesino del Nord Italia dove girava con un nome e un cognome falso per evitare che le persone sapessero di cosa era accusato. Quello con Francesco è stato un incontro molto bello i cui effetti però non si sono visti, la situazione è ancora questa. Per me come per tanti altri.
Quante sono le vittime che hanno denunciato insieme a lei?
Altre due. Un ragazzo è stato abusato come me e purtroppo descrive dinamiche molto simili alle mie, mentre un’altra persona lo ha denunciato per tentata violenza. Entrambe le vittime erano chierichetti.
Cosa hanno in comune le vostre vicende?
I posti in cui ci portava, per esempio. Tutte le vittime poi hanno descritto la malformazione ai genitali che aveva Don Silverio. Si tratta di un dettaglio che conosci solo se hai avuto rapporti sessuali con lui, perché era visibile solo in quel contesto. Al tribunale ecclesiastico ha detto che era solito fare la doccia con noi bambini e che per questo motivo eravamo al corrente della sua malformazione. Come se fosse normale addurre come giustificazione a un’accusa di violenza la storia di un uomo adulto che fa la doccia nudo tra alcuni ragazzini.
Quante altre persone sono coinvolte?
Tante. Troppe. Abbiamo denunciato in tre, ma sono convinto che le vittime della stessa persona in quegli anni siano almeno dieci.
Dieci? Sarebbero davvero tante
Sono convinto di questa cosa. Alcune persone lo hanno confessato a me direttamente ma non hanno voluto denunciare perché neppure le famiglie sanno del loro passato, altri casi invece sono soltanto un mio sospetto. C’era però una folla di bambini nell’abitazione di Don Silverio che desta per forza qualche sospetto. Ci sono molti più coinvolti di quelli che crediamo.
In quanti riescono davvero ad andare avanti?
Pochi. Ognuno di noi deve rielaborare quanto gli è successo. Io sono in cura, prendo dei farmaci perché soffro di attacchi di panico. Altre persone sfogano la propria frustrazione nella lotta in tribunale oppure cercano di costruirsi una vita normale e rendono gli abusi un segreto. Altre ancora poi si uniscono a delle associazioni con un fine comune. Io, insieme ad altri sopravvissuti, faccio parte della “Rete L’abuso”. Abbiamo organizzato manifestazioni davanti al Vaticano, abbiamo condiviso le nostre storie e insieme cerchiamo la forza di andare avanti.
E alle manifestazioni in quanti siete?
Circa 50 persone. Veniamo da tutt’Italia e ovviamente siamo tutti vittime di persone diverse, ma le fa capire quanto è esteso questo fenomeno e quante altre persone si nascondono in giro per l’Italia. Per ognuno degli accusati ci sono altre vittime che hanno in comune la stessa storia e che non vogliono uscire allo scoperto. Non mi sento di giudicarle: se denunciando ottieni l’indifferenza dell’autorità ecclesiastica che per prima dovrebbe difenderti e tutelarti, cosa lo fai a fare?
Dove crede che sia adesso Don Silverio?
Non lo sappiamo. Può celebrare di nuovo la messa e probabilmente ha ancora la possibilità di far del male ai bambini. Ci avevano detto che si trovava in un centro di recupero e non era vero, ora che è stato scagionato da tutte le accuse non ha neppure motivo per cambiare nome. Il Tribunale ecclesiastico non ha ascoltato neppure i testimoni.
Cioè?
Una vicina di casa aveva dichiarato per prima che in quell’appartamento c’erano troppi bambini e che qualcosa non tornava. Ha rilasciato la sua testimonianza al tribunale e tutto quello che ha rivelato è stato gettato nel cestino. Fanno così: ascoltano quello che sai per poi nasconderlo.
Oliver O’Grady, 75 anni, già protagonista del documentario candidato all’Oscar Deliver Us from Evil , è stato giudicato colpevole da una giuria due settimane fa.
È stato accusato di un conteggio di possesso di un video di una ragazza minorenne impegnata in un atto sessuale.
Il caso è nato dopo che uno dei coinquilini di O’Grady lo ha denunciato a gardaí dopo aver scoperto un video sessualmente esplicito sul computer.
Mentre O’Grady ha affermato di non essere a conoscenza dell’esistenza del video fino a quando non è stato scoperto durante le indagini di Gardaí.
Tuttavia ha accettato il verdetto di colpevolezza.
O’Grady era già apparso nel documentario del 2006 Deliver Us from Evil .
Il film acclamato dalla critica esplora la vita di O’Grady come prete cattolico irlandese negli Stati Uniti.
O’Grady ha ammesso di aver molestato e violentato circa 25 bambini nel nord della California dalla fine degli anni ’70 fino all’inizio degli anni ’90.
Utilizzando filmati di una deposizione videoregistrata di 15 ore in cui O’Grady ha dettagliato i suoi numerosi crimini, il film racconta i crimini commessi dall’ex prete e la copertura che ne è seguita ed è stata orchestrata all’interno della Chiesa cattolica.
Affronta anche il tumulto emotivo e l’impatto delle azioni di O’Grady sulle sue vittime e sulle loro famiglie.
Un orologio difficile ma necessario, Deliver Us from Evil è stato nominato per l’Oscar del miglior documentario agli Academy Awards del 2006, perdendo infine contro An Inconvenient Truth.