Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Próvolo: lunedì si conoscerà la storica sentenza contro i sacerdoti e l’ex giardiniere

    Próvolo: lunedì si conoscerà la storica sentenza contro i sacerdoti e l’ex giardiniere

    Proprio quel giorno sarà il terzo anniversario da quando gli abusi sessuali sono venuti alla luce presso l’istituto religioso di Luján de Cuyo.

    Lo stesso giorno in cui saranno trascorsi i tre anni da quando è venuto alla luce lo scandaloso caso Próvolo , la sentenza sarà conosciuta contro i sacerdoti Horacio Corbacho e Nicola Corradi  e contro l’ex giardiniere Armando Gómez .

    I tre arrivano alla fine del processo con 25 accuse formali da parte del Pubblico Ministero per episodi di  abuso sessuale e corruzione di ragazzi e ragazze sordi all’istituto religioso Antonio Próvolo.

    Pochi minuti fa si è conclusa l’udienza di mercoledì destinata alle scosse di assestamento dopo le accuse delle parti, quindi il tribunale, composto dai giudici Carlos Díaz, Mauricio Juan e Anibal Crivelli, ha istituito una sospesione fino a lunedì. Dalle 9 verrà letta la sentenza.

    Gli imputati stessi avranno la possibilità di parlare, se lo desiderano, prima di leggere. La sentenza includerà le vittime e le loro famiglie. La pena massima che gli imputati rischiano è di 50 anni di carcere. Questo è esattamente ciò che i due gruppi di avvocati hanno chiesto il sacerdote Corbacho, che ha 16 imputazioni.

    La Procura, nel frattempo, ha richiesto 45 anni di prigione per i sacerdoti  e 22 anni e mezzo per l’ex giardiniere Armando Gómez .

    Per quanto riguarda Corradi, i denuncianti Sergio Salinas e Lucas Lecour hanno accompagnato la richiesta della Procura nella richiesta di condanna – e lo hanno fatto anche con Gómez. Mentre gli avvocati Oscar Barrera e Leandro Lanci hanno chiesto 50 anni per entrambi i sacerdoti e 30 anni di carcere per Gomez.
    L’avvocato difensore Alicia Arlotta ha diviso in tre la sua richiesta. Innanzitutto, ha richiesto che il processo fosse dichiarato nullo . Nel caso in cui i giudici non dessero spazio a questa richiesta, ha chiesto che i tre imputati fossero assolti. E, se c’è una condanna, ha chiesto che fosse per la pena minima (10 anni).
  • Padova: prete posta foto porno sulla chat dei cresimandi. La Diocesi lo rimuove

    Padova: prete posta foto porno sulla chat dei cresimandi. La Diocesi lo rimuove

    Genitori sotto choc. L’ipotesi è che abbia digitato il tasto sbagliato

    PADOVA Una foto «hot», con tanto di santini sullo sfondo, nella chat del catechismo. Grande sconcerto e imbarazzo a Padova tra i fedeli di una delle chiese più frequentate della zona ovest della città, dalla quale è di recente stato allontanato un sacerdote di 73 anni, strettissimo collaboratore del parroco.

    Rimosso per la «disavventura»

    L’anziano religioso, che fino a un paio d’anni fa si occupava della sala di preghiera allestita all’interno di un grande centro d’accoglienza per i profughi della provincia di Venezia, è stato rimosso dal proprio incarico, su decisione del vescovo padovano monsignor Claudio Cipolla, in seguito appunto a una «disavventura» dai contorni piuttosto «hard». La vicenda, sulla quale i vertici della parrocchia e quelli della Diocesi hanno invano provato a mantenere il più assoluto riserbo, risale alla fine di settembre scorso. Ma inevitabilmente, come quasi sempre succede in circostanze del genere, la cosa è venuta a galla. E nel giro di poco più di tre settimane, è giunta alle orecchie di decine di persone. Tanto che da un po’ di giorni, dentro e fuori il quartiere in questione, non si parla d’altro.

    Le immagini dello scandalo

    Teatro dell’«incidente» a luci rosse, come dimostrano gli «screenshot» memorizzati in tanti telefonini, è una chat di WhatsApp creata dallo stesso sacerdote e da due catechiste insieme con i genitori di circa venti bambini di quinta elementare (quindi di nove/dieci anni), prossimi a ricevere i sacramenti della Comunione e della Cresima. Una chat, come ormai capita un po’ in tutti gli ambiti, dalla scuola allo sport passando per il lavoro, che viene adoperata per scambiarsi informazioni e darsi appuntamenti. E proprio questo sta accadendo quando, una sera, tra un messaggio e l’altro, qualcuno pubblica la foto «incriminata». Cioè un pene in primo piano, una mano «tempestata» di anelli e, sullo sfondo, una mensola con appoggiati due santini religiosi. Lì per lì, evidentemente, nessuno fa caso a chi l’ha spedita. Tutti, infatti, si concentrano su altro. Poi però, quando ci si accorge che il mittente è proprio l’anziano prete, mamme e papà stentano a credere ai loro occhi e reagiscono imbufaliti: «Padre, ma cosa fa? E’ impazzito? Cos’è questa schifezza? La tolga immediatamente! Per fortuna che i nostri figli sono già a letto e non invece qui a guardare il cellulare assieme a noi!».

    Catechiste sotto choc

    A quel punto, nel disagio più totale, una delle catechiste tenta di placare gli animi, sostenendo che il telefonino del sacerdote sarebbe stato colpito da un hacker e che, di conseguenza, lo scatto «hard» sarebbe stato inviato da qualche ignoto pirata informatico. Il religioso invece, senza apparentemente mostrare alcun turbamento, si rifà vivo soltanto la mattina seguente: «Carissimi, sono dispiaciuto di quanto successo ieri notte. Stamattina – scrive – ho parlato con il parroco e mi ha consigliato di mettermi in contatto con la polizia postale. Cosa che ho fatto. Ora sono in attesa di avere delle informazioni precise. Vi auguro buona giornata».

    Le scuse

    Nessuno, chiaramente, presta fede alle parole del prete. E più di qualche genitore, sempre più stupefatto e rabbioso, si sente addirittura preso in giro: «Hacker, polizia postale – sbotta un papà – Ma credono forse che siamo tutti scemi?». Indignazione e collera, insomma, crescono a dismisura. A tal punto che poche ore dopo, rispondendo alla sommossa delle famiglie, tocca sempre a una delle catechiste comunicare che «i superiori e la Curia stanno prendendo provvedimenti nei confronti del don, il quale non sarà più presente nella nostra comunità. Vi chiediamo di mantenere riservatezza sull’accaduto, dato che si tratta di una vicenda molto delicata». La storia però, in questa grande parrocchia di Padova, è subito diventata di dominio pubblico. E la foto di quel pene e di quella mano piena di anelli, con quei santini sullo sfondo, ha presto cominciato a fare il giro di tante altre chat di WhatsApp. Preti, sesso e nuove tecnologie. Un mix esplosivo. Da noi contattata, per la cronaca, la Diocesi ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione. Almeno per ora.

  • I figli dei preti: il nuovo scandalo che potrebbe travolgere il Vaticano

    I figli dei preti: il nuovo scandalo che potrebbe travolgere il Vaticano

    Gerald Erebon è nato 30 anni fa Archer’s Post, un villaggio del profondo Kenya e da sempre ha un grosso problema: non assomiglia per niente all’uomo che per anni gli è stato raccontato essere suo padre. Ha infatti pelle chiara, capelli ondulati, lineamenti sottili. Differenze che l’hanno costretto a una vita da reietto, da “figlio di un bianco”, come lo chiamavano compagni di scuola e parenti.

    Non era infatti un mistero per nessuno che il suo vero padre fosse un prete italiano allora 50enne, appartenente all’ordine dei Missionari della Consolata, giunto ad Archer’s Post per diffondere la fede tra le tribù semi-nomadi della Rift Valley una trentina di anni prima. Ma il missionario oltre alla parola di Dio ha anche diffuso il (suo) seme, abusando, secondo le accuse presentate anche all’Interpol, di una ragazzina di 15 anni che lavorava nella missione. E quando questa rimase incinta, intervennero le gerarchie ecclesiastiche, che trasferirono il missionario in un’altra parrocchia del Kenya e trovarono un uomo – l’allora autista e catechista della chiesa –  che accettò di sposare la ragazzina, dando il proprio nome al neonato. In cambio, avrebbe avuto un lavoro sicuro per la chiesa e aiuti economici.

    Anni dopo, alla morte della madre, Erebon ha avuto certezza della verità. Ha cercato quel missionario oggi 83enne e ha tentato inutilmente di creare un rapporto con lui. Il missionario ha respinto ogni contatto, e, con l’appoggio del clero keniota, ha rifiutato il test del Dna. Oggi il prete è sotto inchiesta da parte della Congregazione per il clero ed è stato segnalato, come detto, dell’Interpol.

    La vicenda di Erebon – venuta alla luce grazie allo psicoterapeuta Vincent Doyle, il figlio di un prete irlandese che nel 2014 ha fondato l’associazione Coping International per tutelare i diritti dei bambini figli dei sacerdoti – è solo una delle tante storie che spiegano come per decenni la Chiesa cattolica abbia affrontato i casi di sacerdoti accusati di aver abusato giovanissime donne dei Paesi in via di sviluppo e che abbiano poi generato dei bambini in seguito a quelle violenze.

    Storie che solo oggi stanno emergendo ma con difficoltà, visto che in Africa lo scandalo degli abusi sessuali della Chiesa è stato appena sfiorato. Il continente infatti è rimasto indietro rispetto agli Stati Uniti, all’Europa e all’Australia nell’affrontare il problema dei sacerdoti pedofili, perché lì le priorità della chiesa si sono concentrate sulla lotta alla povertà. Per Augusta Muthigani, responsabile dell’istruzione religiosa della Conferenza episcopale keniota, per anni è stata in vigore “una cultura del silenzio e del compromesso” che ha permesso abusi di ogni tipo nella società africana.

    Ma in Africa oltre al tema dell’abuso sessuale, c’è un problema in più: i figli non riconosciuti dei sacerdoti, evidentissimi frutti del peccato, visto che spesso hanno la pelle chiara, come Erebon. Persone destinate a una vita da reietti sociali, sebbene spesso le autorità ecclesiastiche abbiano previsto aiuti economici alle loro famiglie. In pratica ne hanno pagato il silenzio.

    Secondo il reverendo Stephane Joulain, uno dei massimi esperti nella prevenzione dell’abuso del clero in Africa, la maggior parte dei casi di abusi sessuali su minori nel continente africano coinvolgono sacerdoti stranieri. Ma per Joulain esiste anche un significativo problema da parte dei sacerdoti africani che generano figli a causa delle norme culturali: “Diventi uomo solo quando hai avuto figli”, ha spiegato. “Molti sacerdoti soccomberebbero a questa pressione da parte della famiglia o della tribù. Altri”, ha aggiunto, “razionalizzano il loro comportamento dicendo che il celibato è una tradizione “occidentale”, importata, che non ha posto in Africa, dove le ragazze sono spesso considerate adulte quando raggiungono la pubertà, indipendentemente dalla legge”.

    Verità scomode che, declinate sul versante dell’America Latina, in questi giorni stanno infiammando il Sinodo sull’Amazzonia, in corso a Roma. Nell’assise romana si stanno confrontando senza esclusione di colpi l’ala progressista della chiesa, guidata da papa Francesco e quella oltranzista e conservatrice, che si riconosce nel prefetto emerito dell’ex Sant’Uffizio, il Cardinale Gerhard Müller, sul tema del celibato dei sacerdoti.

    La fazione bergogliana ha infatti apertamente messo in discussione il voto di castità, ricordando come non questo non sia un dogma, proponendo che “uomini sposati, anziani e di provata fede” – i cosiddetti viri probati – possano essere ordinati sacerdoti. Dovrebbero essere la risposta alla scarsità di sacerdoti che si regista in alcune terre lontane, dove “gli indigeni non concepiscono il celibato”, come l’Amazzonia. Oppure l’Africa.

    Come evolverà lo scontro dentro San Pietro è difficile da prevedere. Le posizioni sono talmente lontane che alcuni osservatori hanno anche parlato di un possibile scisma. Ciò che è invece sicuro è che esiste un problema su come il vaticano ha gestito fino a oggi i casi dei sacerdoti-genitori e dei loro figli. A oggi non ci sono statistiche ufficiali, tuttavia Dayle sostiene che la sua organizzazione ha avuto contatti con almeno 40 mila persone nel mondo. Non tutti i figli di preti sono frutto di violenze sessuali, molti derivano da “semplici” relazioni clandestine, tuttavia lo stesso Doyle stima che circa il 5% di queste nascite sia il risultato di un abuso su un minore. Figli mai riconosciuti di sacerdoti sono stati scoperti “in Irlanda, Messico, Polonia, Paraguay, in città statunitensi grandi e piccole, virtualmente in ogni luogo dove la chiesa ha una presenza”, riportava nel 2017 l’inchiesta firmata dal Team Spotlight del “Boston Globe”, lo stesso pool giornalistico che fece scoppiare lo scandalo dei preti pedofili nel mondo. Boyle negli ultimi mesi ha ricostruito e trasmesso al Vaticano tre casi: oltre a quello di Erebon, quello di un 17enne del Camerun e di un 15enne nel Regno Unito.

    Formalmente, la posizione del Vaticano nei confronti dei sacerdoti-padri – codificata in un documento segreto che Doyle ha avuto il merito di portare alla luce nel 2017 ­–  è che questi debbano smettere l’abito talare e occuparsi della cura del bambino, il quale deve rappresentare il “focus prioritario”, il centro di interesse. Un orientamento recentemente confermato dal cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, in un’intervista a “Vatican News”.

    https://it.businessinsider.com/i-figli-dei-preti-il-nuovo-scandalo-che-potrebbe-travolgere-il-vaticano/

  • Biella, dopo gli abusi quell’uomo circola libero. La mamma del ragazzo vittima della violenza: “Non mi aspettavo l’arresto, ma così è troppo”

    Biella, dopo gli abusi quell’uomo circola libero. La mamma del ragazzo vittima della violenza: “Non mi aspettavo l’arresto, ma così è troppo”

    Se l’è trovato seduto a pochi passi di distanza, nella stessa rivendita di kebap in cui si era fermato a piangere, è rimasto sconvolto dall’incontro inatteso ed è scoppiato a piangere. Del resto il paese è piuttosto grande per gli standard biellesi ma non certo una metropoli, ed è quindi tutt’altro che improbabile che le strade di chi gli abusi li ha subiti e di chi è accusato di averli compiuti si incrocino. Questo è solo uno degli episodi che rendono la vita difficile alla famiglia del quattordicenne che, ritiratosi in chiesa per pregare, era stato avvicinato da un uomo di 54 anni che in parrocchia svolgeva, non ufficialmente, le funzioni del sacrestano che l’aveva costretto a subire una pratica sessuale.

    Nonostante gli fosse stato intimato di non parlare dell’episodio, il ragazzo si era confidato con la madre che aveva sporto denuncia ai carabinieri. Il caso era quindi finito in tribunale, ma una perizia dello psichiatra Daniele Barone aveva stabilito che il cinquantenne è incapace di intendere e volere ma non pericoloso socialmente, il che ha posto fine all’iter giudiziario. L’uomo è stato rimesso in libertà senza restrizioni e riaffidato al suo tutore, un avvocato.

    Una decisione che la madre del quattordicenne non riesce ad accettare. «Sono arrabbiata – spiega – perché mi raccontano che continua a frequentare la chiesa, e lo vedo qualche volta ai giardinetti, che sono frequentati anche da bambini e ragazzi. Non parlo per desiderio di vendetta ma neanche posso ignorare quello che ha fatto».

    Alcune mamme della zona hanno deciso di interessarsi e stanno creando un gruppo e anche l’associazione nazionale contro la pedofilia «Rete l’abuso» l’ha contattata per offrirle un supporto.

    «Mi sarebbe stato di conforto se ci fosse stata qualche presa di posizione ufficiale, almeno da parte del parroco, avrebbe attenuato il malessere che mi porto dentro e che aumenta tutte le volte che lo incontro. La mia paura è che poi possano ripetersi episodi come quello che ha visto mio figlio protagonista o, ancora peggio, che si siano già verificati ma le famiglie abbiano avuto paura di denunciare i fatti».

    https://www.lastampa.it/biella/2019/10/13/news/biella-dopo-gli-abusi-quell-uomo-circola-libero-la-mamma-del-ragazzo-vittima-della-violenza-non-mi-aspettavo-l-arresto-ma-cosi-e-troppo-1.37736963

  • La procura di Roma indaga sugli abusi in Vaticano

    La procura di Roma indaga sugli abusi in Vaticano

    Fatti ancora in via di accertamento, risalenti al periodo precedente il 2012. Il sospetto dei pm di piazzale Clodio è che i protagonisti dei fatti abbiano replicato (e subìto) gli stessi comportamenti anche su suolo italiano

    Per ogni fedele cristiano è a pochi metri dal luogo simbolo consacrato alla preghiera e alla devozione. Eppure anche nella sacrestia della basilica di San Pietro potrebbero essere stati consumati abusi sessuali. Protagonisti due ragazzi coetanei, all’epoca studenti, uno vittima, l’altro un violentatore. Fatti ancora in via di accertamento, risalenti al periodo precedente il 2012 e al centro di due inchieste: una della magistratura vaticana, e l’altra della procura di Roma. Indagini che procedono da anni parallele, delimitate dai rispettivi ambiti di competenza territoriale. Quanto successo all’interno di Città del Vaticano non è oggetto di verifiche da parte dei pm romani, se non in modo incidentale. E quindi quanto sarebbe accaduto nella sacrestia è materia esclusiva degli inquirenti della Santa Sede. Ma il sospetto dei pm di piazzale Clodio è che i protagonisti dei fatti vaticani abbiano replicato (e subìto) gli stessi comportamenti anche su suolo italiano. Ecco perché si procede in stretta coordinazione da anni.

    Il confine territoriale

    La vittima è un ex studente del pio collegio Opera di Don Folci, il preseminario vaticano, situato a due passi da Santa Marta. Il giovane, oggi un uomo, avrebbe subito vessazioni continue che ne hanno minato la capacità di reagire per il timore di subire ritorsioni da parte dei superiori. Uno stato di sudditanza psicologica facilitato dal contesto in cui ha vissuto il giovane, per anni studente del convitto dove tante famiglie mandano a studiare i figli per sfruttare l’opportunità di frequentare gratuitamente il San Pio X. La mattina il ragazzo si è recato per tanto in territorio italiano per andare seguire le lezioni scolastiche e poi il pomeriggio è rientrato a Citta del Vaticano, presso il pio collegio Opera di Don Folci. Un confine impercettibile nella vita di tutti i giorni, ma che per le due magistrature impone inchieste differenti. Gli educatori dell’epoca avrebbero prestato scarso controllo ai rapporti nati tra i seminaristi che avrebbero sviluppato amicizie morbose. Quattro giorni fa il tribunale vaticano ha chiesto il rinvio a giudizio del sospetto violentatore: oggi è un prete, e si chiama don Gabriele Martinelli, ma all’epoca era ancora studente. L’azione penale in Vaticano è stata esercitata anche nei confronti dell’allora rettore del pre seminario, monsignor Enrico Radice, ritenuto responsabile delle omissioni che avrebbero sviluppato le violenze. Sui comportamenti di Martinelli – ancora non indagato – ha acceso un faro anche la procura capitolina, frenata nell’inchiesta dalla diffusa omertà tra i seminaristi. Bisogna sottolineare e ricordare come i vertici dell’istituto Don Folci, tuttavia, hanno sempre smentito con forza che vi siano stati abusi sessuali all’interno della struttura.

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_settembre_21/procura-roma-indaga-abusi-vaticano-e4b873de-dc5c-11e9-95a3-10409ad8b828.shtml

  • Pedofilia in Vaticano, inchiesta choc: «Abusi anche nella sacrestia di San Pietro»

    Pedofilia in Vaticano, inchiesta choc: «Abusi anche nella sacrestia di San Pietro»

    di Franca Giansoldati e Giuseppe Scarpa

    CITTÀ DEL VATICANO Persino nella sacrestia della basilica di San Pietro. Persino lì, in quel luogo sacro e inviolabile, sarebbero avvenuti degli abusi sessuali tra due ragazzi quasi coetanei, entrambi ex studenti al pio collegio Opera di Don Folci, il pre-seminario vaticano, situato a due passi da Santa Marta, finito al centro di due differenti inchieste, una vaticana e l’altra avviata dalla Procura di Roma. Dagli elementi in mano ai magistrati italiani si fa riferimento a reati continuati relativi a violenze che si sarebbero sviluppate in un tempo ampio, attraverso imposizioni, abuso d’autorità, costrizioni, sudditanza psicologica tali da rendere la vittima – L.G. – impossibilitata a reagire con forza e autonomia.

    LA STRUTTURA EDUCATIVA
    Ad aggravare il quadro di tormento ci sarebbe stata anche la condizione di libertà limitata della vittima, visto che la struttura educativa è una specie di convitto in cui tante famiglie (soprattutto del Nord Italia) mandano i propri figli in modo che possano frequentare gratuitamente il San Pio X, uno dei licei privati più prestigiosi di Roma. Ogni mattina i ragazzi escono per le lezioni e rientrano di pomeriggio varcando il confine di Stato – per studiare, partecipare alle funzioni liturgiche del Papa e coltivare la eventuale futura vocazione sacerdotale. È in questa cornice, evidentemente sotto uno scarso controllo, che sono andate a svilupparsi amicizie morbose, legami malati e quasi patologici sfuggiti di mano agli educatori che non sono riusciti a riportare alla normalità. L’allora rettore del pre seminario, monsignor Enrico Radice, viene ritenuto responsabile di omissioni proprio per non aver fermato quelle violenze. Si parla anche di rapporti completi tra adolescenti.

    Quattro giorni fa il tribunale vaticano ha chiesto il rinvio a giudizio di due preti, don Gabriele Martinelli, il presunto abusatore, all’epoca dei fatti era ancora studente, oggi sacerdote ammesso ai sacri ordini e consacrato dalle autorità ecclesiali; e don Radice. Entrambi erano stati ascoltati nei giorni scorsi. La settimana prima, invece, con una contemporaneità che forse potrebbe spiegare l’annuncio del Vaticano, la magistratura italiana ha effettuato una perquisizione nella casa di don Martinelli, in un paesino del comasco, per prelevare messaggi e conversazioni utili al caso, file audio, video, e documenti cartacei. Non solo. La Procura di Roma ha anche inoltrato la domanda di rogatoria internazionale in Vaticano ai fini di un processo in Italia. I reati contestati sono pesanti. Violenza continuata e abuso di autorità contestati nel periodo in cui Martinelli è maggiorenne, mentre gli altri episodi relativi a quando era minorenne sono stati stralciati e inviati alla Procura dei minori.

    Si è trattato «di un disegno criminoso» che portava Martinelli, all’epoca minore ad esigere dalla vittima, suo coetaneo di sei mesi più giovane, «prestazioni sessuali, in più occasioni, con una media di due volte la settimana, iniziando le condotte fin dal primo settembre 2006; fatti per i quali procede la Procura». Gli episodi sarebbero avvenuti all’interno del pre seminario e nelle aree limitrofe «in particolare nelle camerate, nella camera singola di Martinelli, nonché in altri luoghi dentro la Città del Vaticano, tra cui la sacrestia della basilica di San Pietro». Il quadro complessivo che sembra affiorare dalle carte e da diverse testimonianze, a proposito dell’ambiente circostante al convitto dei chierichetti, mostra di avere una dinamica non sempre lineare, come del resto provano anche alcune lettere anonime e ricattatorie che arrivarono in Segreteria di Stato già nel 2012 per descrivere comportamenti immorali e una sorta di giro gay parallelo che gravitava su San Pietro, e che difficilmente si concilia con un ambiente sacro. Per i magistrati italiani si tratta ora di ricostruire quelle relazioni e non sarà facile. L’omertà sembra contrassegnare la vita interna, così come la scarsa trasparenza.

    UN ALTRO ALLIEVO
    I vertici dell’istituto Don Folci, tuttavia, hanno sempre smentito con forza che vi siano stati abusi sessuali di qualsiasi natura all’interno, minimizzando e sconfessando anche le dichiarazioni di un altro allievo coinvolto, Kamil Jarembowki. Questo ragazzo entrato nel preseminario nel 2009 all’età di 13 anni venne allontanato per comportamenti immorali nel 2013. Fuggì dal preseminario per raggiungere un amico in Veneto, un altro ex alunno, per poi essere riammesso nella scuola previo impegno a mantenere fede alla vita comunitaria. È lui ad avere parlato con Gianluigi Nuzzi, il primo ad avere raccolto la testimonianza di Kamil che ha dato il via a tutto il filone di inchiesta. Due anni fa in Vaticano ci fu una riunione piuttosto burrascosa in cui si decise se procedere o meno per diffamazione contro Nuzzi per la pubblicazione del libro. Ma memori dei problemi che avevano dato i due processi precedenti di Vatileaks 1 e Vatileaks 2 si decise di lasciare correre. Adesso però i nodi sembrano essere arrivati al pettine.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_vaticano_inchiesta_abusi_sessuali_sacrestia_papa_francesco-4747641.html

  • Próvolo: richiesta di estradizione e tre nuovi testimoni

    Próvolo: richiesta di estradizione e tre nuovi testimoni

    Il ministero degli Esteri argentino ha inviato la richiesta di arresto per un prete italiano. Com’è stato il processo di selezione delle vittime a La Plata? Quali suggerimenti non sono ancora stati esaminati?

    Di Julián Maradeo

    “ Scoprirai cose brutte e molte sono vere “, Robert Frainer, ex superiore del Itituto Provolo, ha avvertito Gustavo Ariel Chamorro, all’epoca direttore del quartier generale di Plata. Aveva ragione.

    Dopo il lungo ritardo nella traduzione dell’esortazione, il Ministero degli Esteri argentino ha finalmente inviato in Italia la richiesta di estradizione del sacerdote Eliseo Pirmatti (82), che ha lasciato il Paese nel 2017 dopo che le accuse di abuso contro i non udenti sono state rese pubbliche. Oltre due decenni.

    Pirmatti compare nell’elenco che il commissario apostolico Alberto Bochatey ha consegnato a Cecilia Corfield, capo del 15 ° procuratore di La Plata. In esso c’è anche Giovanni Granuzzo, che, sebbene molti lo considerassero morto, è vivo a Verona. Granuzzo, nominato dalle vittime italiane come uno dei suoi aggressori sessuali, era, insieme a Corradi e Luiggi Spinelli, nel fascicolo distribuito dai sopravvissuti al Provolo di Verona.

    Per quanto riguarda la causa di Planse , Cordfield ha spiegato a Scope che sono comparsi tre nuovi testimoni che prenderanno testimonianza nei prossimi giorni . Finora ha ascoltato otto testimoni e tre imputati. Gli imputati sono l’ex precettore José Brítez e i sacerdoti Nicola Corradi ed Eliseo Primatti.

    D’altra parte, la richiesta di prescrizione presentata dagli avvocati di Brítez è stata respinta con un voto diviso dalla Corte penale d’appello, motivo per cui l’ascesa al processo orale è più vicina. In linea con le dichiarazioni in processi con caratteristiche identiche avvenute in altre province, i magistrati Carlos Arguero e Fernando Mateos hanno sottolineato i trattati internazionali che stabiliscono che i crimini contro l’integrità sessuale di bambini e adolescenti non prescrivono. Da parte sua, Ricardo Szelagowsky ha votato in dissenso, sostenendo che l’articolo 18 della Costituzione nazionale stabilisce “l’irretroattività del diritto penale”.

    Daniel Sgardellis, che attualmente risiede a Salta ed era nel Próvolo de La Plata tra il 1981 e il 1995, è uno dei sopravvissuti che hanno denunciato Brítez, detenuto a Posadas, Misiones, alla fine di aprile di quest’anno. Sgardellis è stato il primo a testimoniare all’inizio del 2017, quando il file è stato istruito dall’ex procuratore Fernando Cartasegna.

    Dalle testimonianze raccolte in quella prima fase, è stata creata una rete di reclutamento di minori, le cui strategie sono state modificate in base all’età. La metodologia comprendeva l’applicazione di un “gioco di ruolo” da parte degli autori, alcuni dei quali si sono comportati come “buoni” e altri erano “cattivi” nel modo appropriato per “infrangere la volontà dello studente”.

    I più piccoli, li hanno catturati nel bagno e hanno usato alcuni studenti più grandi per presentarli al mezzo da tentare e quindi sapere chi potrebbe essere più vulnerabile agli abusi. D’altra parte, coloro che erano resistenti hanno subito abusi di estrema violenza. Un altro modo per raggiungere i ragazzi era la chat di notte, con la quale veniva chiesto loro del loro umore o delle loro famiglie, presumibilmente per sondare la loro vulnerabilità. Tuttavia, tra gli eletti preferivano quei bambini i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni, quindi erano praticamente in isolamento.

    Pinamar

    Da quando gli abusi che sacerdoti, suore e laici hanno inflitto ai non udenti sono esplosi pubblicamente a Luján de Cuyo, Mendoza e La Plata, si sapeva che molti dei preti accusati erano stati inviati per lo stesso motivo da Verona, Italia; che hanno scelto quei bambini i cui genitori non erano sordi in modo da non poter dire cosa soffrivano; che la suora giapponese Kumiko Kosaka li ha selezionati per primi per notare chi ha resistito e chi potrebbe ribellarsi; che Nicola Corradi è stato accusato di vendere lotterie di trote per trattenere i soldi e che un procuratore di Mendoza aveva ignorato una denuncia nel 2008, tra molte altre rivelazioni

    Tuttavia, se si presta attenzione e le testimonianze delle cause che si sviluppano in entrambe le province si intersecano, la trama continua a diventare complessa.

    Un riferimento alla colonia di vacanze che il Próvolo ha in Valeria del Mar, la festa di Pinamar, appare in uno dei file in elaborazione a La Plata. Situato a Pedro de Mendoza N ° 2287, quella casa oggi, sulla scia dello scandalo internazionale, rimane chiusa e in uno stato di abbandono.

    Nel caso di La Plata, colui che ne parlò fu il già citato Gustavo Chamorro, che, nella sua testimonianza, fece notare che il prete italiano Corradi portò i bambini, negando la possibilità di essere accompagnati dai loro genitori, alla casa di Valeria del Mar. Questo è accaduto anche a Mendoza, dove una delle madri ha detto che, durante un viaggio in quella delegazione costiera, nel 2015, una delle studentesse ha riferito di aver visto come uno degli insegnanti ha portato un ragazzo a Horacio Corbacho, oggi arrestato e processato per corruzione aggravata di minori nella provincia di Cuyana.

    Ma la storia più difficile è stata raccolta dal procuratore Corfield. Fu quando rese testimonianza al sopravvissuto Lisandro Borrelli, che era nel Próvolo tra il 1989 e il 1993. Nel quartier generale della capitale di Buenos Aires, fu legato per ore a un binario che si trovava nel seminterrato della cucina e, a volte, lo tenevano anche rinchiuso nella gabbia per conigli. Un’estate è stato trasferito nella casa di Próvolo a Valeria del Mar, dove è stato costretto a prendersi cura di pulirlo e legato ad un albero per punirlo. Un fatto che sembra aneddotico, ma potrebbe non esserlo: quando lo portarono in spiaggia, i sacerdoti gli proibirono di identificarli come tali.

    Un altro elemento che appare nelle testimonianze di diversi testimoni, ma, a causa della mancanza di risorse, non è stato approfondito, è che gli imputati hanno fatto riferimento al quartier generale del Próvolo ad Asunción, in Paraguay. Lì è diretto dal ramo femminile.

    Tradotto con Google

    https://www.ambito.com/provolo-pedido-extradicion-y-tres-testigos-nuevos-n5051271

  • Papa Francesco sostiene le vittime: e nei Tribunali?

    Papa Francesco sostiene le vittime: e nei Tribunali?

    In occasione del 160° anniversario della morte del Santo curato d’Ars, Papa Francesco ha scritto una lettera a tutti i sacerdoti del mondo.

    Già dalle prime righe affronta il tema del dolore causato dalla pedofilia, esprimendo la sua vicinanza a tutti i sacerdoti che “si sentono ridicolizzati e “colpevolizzati” a causa di crimini che non hanno commesso”.

    Prosegue: “Negli ultimi tempi abbiamo potuto sentire più chiaramente il grido, spesso silenzioso e costretto al silenzio, dei nostri fratelli, vittime di abusi di potere, di coscienza e sessuali da parte di ministri ordinati. Indubbiamente, è un tempo di sofferenza nella vita delle vittime che hanno subìto diverse forme di abuso; anche per le loro famiglie e per tutto il Popolo di Dio.”

    E ancora: “Come sapete siamo fortemente impegnati nell’attuazione delle riforme necessarie per dare impulso, dalla radice, ad una cultura basata sulla cura pastorale in modo che la cultura dell’abuso non riesca a trovare lo spazio per svilupparsi e, ancor meno, perpetuarsi. Non è un compito facile e, a breve termine, richiede l’impegno di tutti. Se in passato l’omissione ha potuto trasformarsi in una forma di risposta, oggi vogliamo che la conversione, la trasparenza, la sincerità e la solidarietà con le vittime diventino il nostro modo di fare la storia e ci aiutino ad essere più attenti davanti a tutte le sofferenze umane”.

    Ad una prima lettura sono parole commoventi, parole del Pastore di un gregge attento al periodo drammatico che sta affrontando la Chiesa.

    In poche righe esprime comprensione per tutti quei preti che, pur non essendo coinvolti direttamente, rientrano nel “mucchio” di chi fa di tutta l’erba un fascio… così come esprime vicinanza alle vittime e alle famiglie per la sofferenza che li devasta… e il “pezzo forte” è la descrizione dell’impegno finalmente messo in campo dalla Chiesa, riconoscendo le omissioni – che attribuisce al passato – e parlando di “conversione, trasparenza, sincerità e solidarietà con le vittime”.

    Non c’è dubbio: per chi è distante da questo dramma le parole del Papa sono una boccata di ossigeno, dopo un “passato” oscuro si è finalmente arrivati ad una consapevolezza degna della più grande istituzione morale, una consapevolezza che cura le ferite e guarda avanti con speranza. Un applauso alle parole.

    Ma la realtà è davvero questa?

    Come Comitato Vittime & Famiglie di Rete L’ABUSO, ci sentiamo di esprimere tutta la nostra amarezza e il nostro dolore causato da queste parole di Papa Francesco. Fosse solo il suo pensiero saremmo rammaricati ma rassegnati. Il fatto che tutto ciò sia stato espresso in forma di Lettera indirizzata a tutti i sacerdoti di tutto il mondo ci impone invece di esprimere pubblicamente il nostro grido di indignazione perché sono parole ben distanti dalla realtà!

    Chi si prende la briga, tra tutti i sacerdoti non coinvolti direttamente o tra il Popolo di Dio, di andare a vedere cosa succede VERAMENTE quando una vittima riesce ad arrivare a denunciare il prete pedofilo, il prete che lo ha brutalmente violentato?

    Chi ha il coraggio di AFFIANCARE veramente una vittima nelle aule di Tribunale?

    Quando va bene (ASSAI RARAMENTE!) la Chiesa è totalmente assente.

    Nella stragrande maggioranza dei casi LA CHIESA È CONTRO LA VITTIMA!

    In Tribunale la Chiesa non risparmia nulla pur di difendere il prete pedofilo. E anche nelle Parrocchie i preti si guardano bene dall’avvicinarsi alle vittime!

    Chiedetelo alle vittime… l’elenco è lungo…

    Chiedetelo a chi si è visto arrivare in aula un pullman di preti della Diocesi, tutti rigorosamente in abito talare, per sostenere il “povero prete accusato”; chiedetelo a chi ha scritto più e più volte al Papa e a vari Cardinali senza ricevere nessuna risposta; chiedetelo ai genitori di quelle vittime che non sono riuscite a sopravvivere agli abusi e si sono suicidate, chiedetelo a chi si è visto sbattere la porta in faccia dal proprio parroco in seguito alla denuncia, chiedetelo a chi ha dovuto sopportare che sotto il suo balcone sfilasse una fiaccolata a sostegno del prete pedofilo; chiedetelo alle vittime delle suore, realtà di cui non parla nessuno; chiedetelo a chi non può affrontare un processo civile perché non ha nemmeno i soldi per fare una perizia medico-legale; chiedetelo alle famiglie che vivono ogni giorno accanto a chi soffre di sindrome post-traumatica…

    Chiedetelo alle vittime… l’elenco è lungo…

    Questa è la realtà.
    Una realtà che fa male.

    Le parole del Papa, ancora una volta, sono una pugnalata per le vittime.

    Per il Comitato Vittime & Famiglie, e amici

    Cristina

  • Abusi, in Cile esplode lo scandalo di un noto gesuita. La Compagnia di Gesù: perdono per la nostra negligenza

    Abusi, in Cile esplode lo scandalo di un noto gesuita. La Compagnia di Gesù: perdono per la nostra negligenza

    Conclusa l’indagine su padre Renato Poblete, icona nazionale, autore di libri e vincitore di premi, morto nel 2010: raccolte oltre cento testimonianze su 22 casi di violenze sessuali commessi dal sacerdote a danno di donne, anche quattro minorenni

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTÀ DEL VATICANO. Quattro abusi di minori, due relazioni stabili nel tempo e 16 casi di «approccio sessuale inaspettato e violento», con alcune vittime costrette anche ad abortire. Si stenta ancora a credere in Cile che l’autore di tali malefatte sia padre Renato Poblete Bach, il famoso gesuita per oltre 20 anni cappellano dell’istituzione caritativa “Hogar de Cristo” fondata da san Alberto Hurtado, vincitore di numerosi premi e autore di libri, al quale sono state dedicate statue e circoli culturali e pastorali.

    Personaggio amato e carismatico, amministratore di ingenti somme di denaro, il religioso è morto nel 2010 a quasi 86 anni, quarantotto dei quali trascorsi a condurre una doppia vita. Risalgono tuttavia al gennaio scorso le denunce da parte di Marcela Aranda e altre donne che dicono di essere state abusate da lui in modo continuativo e anche violento. Crimini confermati da una indagine indipendente avviata coraggiosamente dalla stessa Compagnia di Gesù che celebra amaramente la memoria del suo fondatore sant’Ignazio di Loyola dovendo chiedere perdono per gli abusi commessi dal confratello.

    Lo fa in un comunicato diffuso dalla provincia cilena della congregazione in cui vengono riportate le oltre «100 testimonianze» raccolte su 22 abusi che padre Poblete avrebbe commesso dal 1960 al 2008. Nel documento di 407 pagine vengono ricordate anche le varie fasi e le conclusioni dell’inchiesta affidata all’avvocato penalista Waldo Bown, dell’Università del Cile. E viene riportata anche una dichiarazione pubblica del superiore provinciale, padre Cristián del Campo, in cui ammette che la Compagnia di Gesù in Cile non ha saputo reagire «con decisione diligenza ed efficacia» a «notizie, informazioni o segnali preoccupanti» non solo nel caso di Probete ma anche di altre vicende di abusi.

    Contro quell’icona nazionale che era “padre Renato”, simbolo di prete brillante, scaltro e generoso ma anche di quel potere clericale che – come spesso affermato dal Papa – sfocia nell’abuso e nell’abuso sessuale, non ci sono infatti solo le confessioni delle vittime ritenute «plausibili e credibili» ma anche le testimonianze di un numero significativo di persone. Si tratta di confratelli gesuiti o altri laici che parlano di «comportamenti inappropriati» da parte del sacerdote che vanno quindi a confermare i fatti denunciati.

    A nessuno però era sorto il dubbio, mentre il gesuita era in vita, che tali comportamenti fossero mai sfociati nelle malefatte sessuali denunciate oggi dalle donne: troppo scaltro ed esposto per commettere gesti simili. Eppure nel report diffuso ieri si legge: «È stato definitivamente dimostrato che Renato Poblete Barth ha abusato in modo ripetuto, serio e sistematico, protetto dal potere conferitogli dal suo sacerdozio».

    Più nel dettaglio tra i 22 casi si è constatato che quattro di essi riguardavano ragazze minori di 18 anni, vittime di baci e palpeggiamenti. «In quei quattro casi di minori – spiega il report -, l’abuso è stato generato in un quadro di dipendenza psicologica, morale o economica con le famiglie delle vittime».

    Altre aggressioni venivano invece rivolte a signore più avanti con l’età e poi ci sono le relazioni “stabili” che il gesuita intratteneva con alcune donne. Come la Aranda che ha denunciato a gennaio di essere stata legata otto anni a Poblete che per tre volte l’avrebbe costretta ad abortire. «Un rapporto stabile e apparentemente consensuale, in cui la vittima ha recentemente sviluppato la situazione di abuso in cui si trovava», si sottolinea nel rapporto.

    In cui, tra l’altro, si legge che sarebbero sei le relazioni stabili avute dal sacerdote ma non tutte «sono presentate come denunce o testimonianze in questo processo», nonostante fossero presenti «aspetti abusivi» in almeno cinque di esse. Non solo, oltre le 22 vittime l’indagine ha raccolto informazioni su presunti abusi di padre Renato anche a danno di altre persone delle quali, tuttavia, per una serie di motivi diversi (chi è morto, chi risultava irraggiungibile o ha rifiutato di denunciare), non è stato possibile ottenere testimonianze dirette.

    Nella stessa inchiesta dell’avvocato Bown si evidenzia inoltre che: «Le condotte di abuso di potere, di coscienza, di reati sessuali e altri delitti commessi da Renato Poblete sono stati sostenuti in una sorta di doppia vita, protetti dalla sua immagine pubblica di persona buona. L’abuso, trasversalmente, è stato compiuto dalla posizione di potere che ha conferito lui quella immagine, la sua enorme rete di contatti e il potere economico che aveva quando gestiva autonomamente somme di denaro importanti per molti anni».

    Sembra che dalla indagine non siano emersi elementi di insabbiamento dei crimini di Poblete ma si è ravvisata, in alcuni casi, una «responsabilità etica» per una non adeguata vigilanza da parte della Compagnia di Gesù. La stessa di cui parla padre del Campo che, nella succitata nota, afferma: «Non abbiamo agito con prontezza e serietà e ci scusiamo con le vittime di abusi. Il danno arrecato è enorme e, in molti casi, è così grande che è difficile misurarlo con parole». A nome di tutti i gesuiti del Cile il superiore aggiunge: «Ci vergogniamo e ci spezza il cuore sapere che ci sono persone che abbiamo ferito. Questo è contrario alla ragione fondamentale della nostra missione… Chiediamo perdono per gli abusi e per la nostra cecità e negligenza».

    Un’altra ferita, insomma, per la Chiesa cilena già messa in ginocchio da scandali di abusi del clero vecchi e nuovi, alcuni risalenti anche a decenni fa ma deflagrati con forza dopo la visita del Papa nel Paese nel gennaio 2018. Un tornado che ha portato anche alle dimissioni dell’arcivescovo di Santiago, il cardinale Ricardo Ezzati, attualmente sotto processo. Con lui anche otto vescovi, oltre 150 sacerdoti e laici legati alla chiesa, mentre le vittime denuncianti superano le 250.

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/07/31/news/abusi-in-cile-esplode-lo-scandalo-di-un-noto-gesuita-la-compagnia-di-gesu-perdono-per-la-nostra-negligenza-1.37279311

  • Vaticano, nuove regole per fare emergere gli abusi (Preseminario dei chierichetti sotto la lente di ingrandimento)

    Vaticano, nuove regole per fare emergere gli abusi (Preseminario dei chierichetti sotto la lente di ingrandimento)

    di Franca Giansoldati Città del Vaticano – Vista la scarsa trasparenza con la quale è stato affrontato al di là del Tevere il caso dei presunti abusi all’interno del preseminario – il collegio dove vivono decine di ragazzini inviati dalle famiglie per verificare se hanno la vocazione a diventare preti – il cardinale Angelo Comastri (dal quale dipende la struttura) ha inviato una lettera a tutti i capi dicastero per annunciare che entro l’anno il territorio di sua competenza (il Vicariato della Città del Vaticano) stabilirà un sistema pubblico, permanente e facilmente accessibile, per la presentazione di rapporti riguardanti crimini e negligenze in materia di abusi su minori e persone vulnerabili.

    La lettera contiene le linee base della procedura da seguire per far emergere eventuali informazioni e accuse di abuso. L’iniziativa recepisce quanto disposto da Papa Francesco con la promulgazione delle norme entrate in vigore lo scorso primo giugno, con il motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabilie (Vos estis lux mundi).

    Il sistema – spiegano il Vaticano – verrà progressivamente integrato con le misure adottate da altri organismi competenti, in particolare quelli individuati nelle Linee guida per la protezione dei minori. A giugno è stato nominato un Referente per la Tutela nella persona di monsignor Robert Oliver, il quale sarà tenuto a rivolgersi chi avesse informazioni o sospetti che un minore o una persona vulnerabile sia a rischio di abusi o li abbia subiti nell’ambito delle attività pastorali del Vicariato, come pure se sapesse di qualsiasi atto di negligenza delle Autorità.

    La lettera contiene le linee base della procedura da seguire per far emergere eventuali informazioni e accuse di abuso. L’iniziativa recepisce quanto disposto da Papa Francesco con la promulgazione delle norme entrate in vigore lo scorso primo giugno, con il motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabilie (Vos estis lux mundi).

    Il sistema – spiegano il Vaticano – verrà progressivamente integrato con le misure adottate da altri organismi competenti, in particolare quelli individuati nelle Linee guida per la protezione dei minori. A giugno è stato nominato un Referente per la Tutela nella persona di monsignor Robert Oliver, il quale sarà tenuto a rivolgersi chi avesse informazioni o sospetti che un minore o una persona vulnerabile sia a rischio di abusi o li abbia subiti nell’ambito delle attività pastorali del Vicariato, come pure se sapesse di qualsiasi atto di negligenza delle Autorità.

    Il caso del Preseminario era esploso in tutta la sua ambiguità nel 2017, a seguito di un libro di Gianluigi Nuzzi. Un testimone (un ex chierichetto polacco) raccontava di morbosità nei confronti dei ragazzini. Il cardinale Comastri aveva smentito che fossero mai avvenute violenze o altri episodi d’abuso. La vicenda è finita dritta al tribunale del vaticano – che ha apposto il segreto su tutto – ma poi la vicenda (come spesso accade) è finita nel silenzio.

    Il preseminario San Pio X, il collegio situato a palazzo San Carlo, dentro le mura leonine, ospita da decenni i cosiddetti «chierichetti» del Papa. Tutti  minorenni. Una prima inchiesta interna aveva portato alla luce uno spaccato piuttosto ambiguo. Più che di abusi sui minori, si trattava di ripicche interne tra omosessuali. Erano anche arrivate lettere anonime che raccontavano di un giro di gay all’ombra della basilica di San Pietro che figurava come una specie di porto delle nebbie. In ogni caso tante chiacchiere e tante voci malevole. A riprova forse che la bonifica di Papa Francesco in Vaticano forse – nonostante gli sforzi – non è riuscita ad essere così radicale.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_vaticano_regole_ultime_notizie-4649413.html