Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le vittime italiane ignorate dalla CEI

    Le vittime italiane ignorate dalla CEI

    Non è un mistero il prossimo incontro che si terrà a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019. Da settimane ne parlano i giornali di tutto il mondo perché è un evento atteso: il Papa ha convocato i Presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per affrontare il tema della pedofilia clericale.

    Il Comitato organizzatore, nelle persone di Padre Hans Zollner, card. Blase Joseph Cupich, mons. Charles Scicluna, card. Oswald Gracias, ha inviato una lettera ai Presidenti delle Conferenze episcopali invitandole a incontrare le vittime prima di febbraio.

    Come Comitato di Vittime & Famiglie dell’unica Associazione italiana che si occupa in modo specifico delle vittime dei preti pedofili, abbiamo accolto con molto favore tale invito e abbiamo scritto al card. Bassetti poco prima di Natale.

    Abbiamo espresso la nostra disponibilità ad essere ricevuti per fornire un contributo che riteniamo utile alla preparazione dell’evento.

    Ma i giorni passano, le settimane passano, e nessuno ha contattato l’Associazione rete L’ABUSO per organizzare l’incontro con una delegazione del Comitato Vittime & Famiglie.

    Si dirà poi che in Italia non sono state incontrate le vittime?

    Oppure si dirà che sono state incontrate? Ma quali vittime? Quelle che “preferiscono rimanere anonime” così che non vi sia modo di verificare che l’incontro sia realmente avvenuto?

    Oppure il silenzio totale? La notizia che la CEI non ha incontrato le vittime sarà totalmente ignorata…?

    È bastato scrivere che il Comitato organizzatore ha invitato i Vescovi a incontrare le vittime per far credere che ciò avverrà o sia avvenuto?

    Ma la realtà italiana è un’altra, non si crede più alle favole, ormai fin troppo scontate.

    Pronti a ricrederci e ad essere eventualmente smentiti, restiamo in attesa del 21 febbraio.

    Il Comitato Vittime & Famiglie della Rete L’ABUSO

  • L’ITALIA parte male: Il Presidente della CEI Bassetti non risponde alle vittime… e neppure ha idea di quanti pedofili ha in casa, ma ha 5 vescovi insabbiatori nel Consiglio Episcopale permanente

    L’ITALIA parte male: Il Presidente della CEI Bassetti non risponde alle vittime… e neppure ha idea di quanti pedofili ha in casa, ma ha 5 vescovi insabbiatori nel Consiglio Episcopale permanente

    Non che ci avessimo creduto, ma siccome non ci piace avere pregiudizi, cerchiamo sempre un riscontro e nell’eventualità che non arrivi come in questo caso, semplicemente ci domandiamo il perché dell’invito.

    Il 20 dicembre scorso, stimolati dall’invito del Comitato organizzatore ai presidenti delle Conferenze episcopali, nel quale chiedeva, prima dell’incontro di febbraio con Papa Francesco, di ricevere le vittime dei sacerdoti pedofili, il Comitato Vittime & Famiglie  cattoliche della Rete L’ABUSO, ha colto l’appello e immediatamente scritto (in veste ufficiale) al cardinale Gualtiero Bassetti, attuale Presidente della Cei.

    La richiesta, anticipata per posta elettronica, letta il giorno successivo, al momento non ha ottenuto alcuna risposta. Da quanto si apprende da un’intervista di Claire Giangravè a padre Stefano Russo, Segretario generale della Conferenza episcopale italiana, nel corso di un evento stampa del 16 gennaio, lo stesso Russo smentisce quanto apparso su alcuni organi di informazione in merito ad un incontro con le vittime italiane prima del summit di febbraio e rettifica: “Le vittime dovranno aspettare fino a marzo per incontrare i membri del CEI”.

    Un summit che pare partire con più di una zampa azzoppata, non solo per la mancata risposta della Cei alle vittime, ma anche per quanto riguarda i dati: eh sì, alla Cei sembra abbiano così a cuore il problema dei preti pedofili che, in tutti questi anni, come dichiara ancora una volta padre Stefano Russo, “Non siamo in grado di dare alcun numero”. Eppure, anche se incompleto, in quanto manca tutto il sommerso, noi qualche dato lo avremmo già prodotto, e lo si può vedere sulla nostra mappa. Quasi 300 casi in soli 15 anni, da Nobel!

    Che il Vaticano e la Cei non ce ne abbiano a male, ma dopo anni di appelli fatti a vuoto, siamo certi comprenderanno se qualche altra perplessità sulla credibilità del meeting sorge sfogliando l’elenco dei membri del Consiglio Episcopale permanente, nel quale troviamo il Cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, che da anni protegge il sacerdote accusato di abusi Silverio Mura, il cardinale Angelo Bagnasco, che ha nascosto nella sua diocesi padre Carlos Buela, accusato di abusi e per questi condannato dalla chiesa Argentina. C’è poi il cardinale Giuseppe Betori, anche lui accusato di aver protetto don Daniele Ralti, accusato di pedofilia e trasferito di parrocchia in parrocchia. C’è poi monsignor Mario Delpini, quest’ultimo non è neppure accusato di aver insabbiato il caso di don Mauro Galli, è lui stesso ad ammetterlo in una deposizione rilasciata alla Questura di Milano. Il vescovo Claudio Maniago, accusato di aver protetto il prete pedofilo Lelio Canti. Qui la lista completa degli insabbiatori italiani.

    Caparezza, in una sua canzone recita “mi fido di te, come di chi fa autostop in manette”. Ci sentiamo di riporre nel Vaticano e nella Cei, fino a prova contraria, la stessa fiducia.

    Zanardi

  • Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    La quinta parte dell’inchiesta di Panorama è dedicata a Don Luciano, riconosciuto colpevole di abusi ma difeso da grandi avvocati e dall’arcivescovo di Genova, Bagnasco

    Antonio Rossitto

    Il 22 febbraio 2018 la Chiesa ha sconfitto lo Stato. È il giorno in cui un tribunale canonico ha assolto un sacerdote condannato per pedofilia. La giustizia ecclesiastica che fa carta straccia di quella penale. A corredo, c’è anche l’indiscussa levatura del «giudice» delegato dal Vaticano: Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e, fino maggio 2017, presidente della Conferenza episcopale italiana. Uno dei cardinali che, cinque anni fa, entrò nel novero dei papabili.

    Un caso esemplificativo e kafkiano. Che Panorama è in grado di ricostruire grazie a documenti inediti. Com’è possibile che un pastore incolpato del peggiore dei peccati ottenga divina salvezza? Gli atti processuali concordano. Primo grado, Appello, Cassazione. Nei tre gradi di giudizio, i magistrati non hanno dubbi: Luciano Massaferro, «don Lu» per i fedeli, è colpevole di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni. La corte suprema, a luglio 2012, conferma la pena: sette anni e otto mesi, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 200 mila euro di risarcimento alla vittima. Ma lo scorso febbraio il tribunale ecclesiastico ligure riabilita completamente il prete: «Non consta che abbia commesso i delitti a lui ascritti».

    Alassio, Pasqua 2009. È primavera, ma la riviera di Ponente già ribolle dal caldo. Don Lu è il parroco di San Vincenzo e il responsabile della pastorale giovanile scolastica della diocesi di Albenga. S. è invece una turbolenta chierichetta. Come ogni anno, in questo periodo il sacerdote inforca il suo scooter per portare la benedizione alle famiglie. E un pomeriggio si fa accompagnare proprio da S. Quel giorno, ricostruiranno i giudici, abusa per tre volte della giovane undicenne.

    La prima volta accade in sella al motorino. Don Lu chiede alla ragazzina, seduta dietro, di toccarlo proprio lì: per fare andare la Vespa più veloce. Il secondo episodio avviene mentre, dalle colline, ritornano ad Alassio. Il prete porta la chierichetta nel suo orto: dentro il capanno degli attrezzi, lo costringe a masturbarlo. L’ultima violenza, invece, si compie nella biblioteca della canonica di San Vincenzo: il parroco spoglia S. e le tocca il seno.

    La ragazzina tace fino a luglio 2009. Solo durante un campo estivo della chiesa, racconta tutto a quattro amichette. Le bimbe ne parlano con i genitori. La voce gira. E arriva anche alla madre e al nonno di S., che organizzano un incontro con Don Lu. Il sacerdote nega tutto e li minaccia, riferiranno i due agli inquirenti. Gli intima di stare attenti: lui, a differenza della loro famiglia, è molto stimato. Ci sarebbero decine di avvocati della curia ben lieti di difenderlo in un eventuale processo. Ma i parenti della ragazzina non hanno nessuna intenzione di metterlo nei guai. Anzi, decidono perfino di seguire il consiglio del prete: portare S. da uno psicologo. Un suggerimento che, per Don Lu, si rivelerà però nefasto.

    Gli specialisti del Gaslini di Genova ascoltano il racconto della chierichetta. E lo considerano talmente fondato e realistico da denunciare i fatti all’autorità giudiziaria: a insaputa della famiglia di S., che avrebbe evitato quest’onta al sacerdote. La procura di Savona comincia a indagare. E il 29 dicembre 2009 arresta il parroco di San Vincenzo. I fedeli e la curia sono increduli. «La notizia desta molto stupore, perché le accuse fatte sembrano inverosimili» dichiara il vescovo di Albenga, Mario Oliveri. «Don Massaferro è da ritenersi innocente fino a prova contraria».

    I magistrati sentono decine di persone. Il 12 marzo 2010 convocano anche una suora: C.A. La donna riferisce un «episodio ambiguo», così lo definiranno i giudici, accaduto qualche mese prima: in sacrestia avrebbe visto un bambino tra le gambe del prete sotto inchiesta. «Una posizione anomala, difficilmente compatibile con un gioco» chiarisce la sorella. «Ebbi pure la netta impressione che don Luciano avesse le mani infilate nella tuta di M. e che il ragazzo avesse una gamba nuda». C.A. aggiunge un altro particolare: «Due anni fa la parrocchia organizzò una gita a Lourdes e M. avrebbe dovuto condividere la stanza con don Luciano. Ricordo che la mamma del bambino mi disse che una sua conoscente l’aveva messa in guardia, dicendole: “Fai dormire tuo figlio con un pedofilo?”. Ma lei non gli aveva dato retta».

    Ai pm la suora spiega di aver informato Giorgio Brancaleoni, allora vice vescovo di Albenga: «Lui mi ha creduto, però mi ha detto di non farne parola con nessuno». Qualche giorno più tardi, il 16 marzo 2010, i magistrati chiedono conferma a don Brancaleoni: «Era turbata da questo fatto» ammette, riferendosi alla confidenza della monaca. «Mi disse di temere che io o altri della parrocchia potessimo esporci troppo nella difesa di don Luciano. Io la rassicurai dicendole che avrei parlato di questa cosa con il vescovo». Quanto alla presunta richiesta di tacere, minimizza: «Le dissi solo di usare cautela».

    Le testimonianze della suora e del monsignore, trascurate dai giudici di primo grado, sono inedite. E pongono nuovi interrogativi. Di certo, però, il vescovo vicario non diede molto peso alla segnalazione della religiosa. Poco più di un mese dopo la sua deposizione, il 26 aprile 2010, organizza ad Alassio una partecipata veglia di preghiera per Don Lu. C’è lui alla testa di un migliaio di fedeli in corteo. A una giornalista di Repubblica Genova, spiega: «Ho l’intima convinzione che questo sacerdote sia innocente. Vogliamo fargli sentire che non l’abbiamo abbandonato. Noi sappiamo che è stato un bravo prete». E se alla fine risultasse colpevole? «Ci inginocchieremmo a chiedere il perdono della vittima». Un atto di penitenza che però la curia non farà mai. Anzi.

    A febbraio 2011 il Tribunale di Savona condanna il religioso alassino: sette anni e otto mesi di reclusione; interdizione perpetua dai pubblici uffici, scuole e strutture frequentate da minori; risarcimento di 200 mila euro alla parte civile. «L’istruttoria dibattimentale» conclude la sentenza «ha dato piena conferma della consumazione dei fatti così come contestati». A novembre 2011 la Corte d’Appello di Genova conferma la decisione: «Emerge piena prova della penale responsabilità dell’imputato». A luglio 2012 la Cassazione rigetta tutti e sette i punti del ricorso presentato dai legali del parroco: sono infondati. La condanna diventa definitiva. E il risarcimento? «Abbiamo avuto solo poche migliaia di euro, dopo aver chiesto il pignoramento del quinto dello stipendio che l’Istituto sostentamento del clero dava al prete» spiega l’avvocato della ragazzina, Mauro Vannucci. «Ma il sussidio, dopo qualche mese, è stato sospeso».

    Eppure Don Lu è stato difeso da un penalista di vaglia: Mauro Ronco, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino. Mentre il ricorso in Cassazione è stato discusso in aula dal più blasonato dei principi del foro italiani: Franco Coppi. Difficile che i due legali abbiano lavorato pro bono. Improbabile che le loro parcelle siano state saldate da un umile pastore. Così gli indizi condurrebbero alla diocesi di Albenga o, comunque, a un’istituzione religiosa. Per questo, il difensore di S. ha chiesto il pagamento di quanto dovuto dal prete al vescovo Oliveri. Invito poi reiterato al suo successore, Guglielmo Borghetti. Entrambi si sarebbero sfilati. «Si sono limitati a dire che avrebbero pregato per la ragazza» sostiene Vannucci. Che comunque adesso non esclude un’azione civile nei confronti della curia di Albenga.

    Giustizia, dunque, è fatta. O quasi. A febbraio 2018 proprio monsignor Borghetti comunica la «sentenza canonica di assoluzione» su Don Lu: «Deve essere completamente riabilitato, in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti». Il prete può «tornare a celebrare pubblicamente la messa e i sacramenti della vita cristiana». Disposizione con mal si concilia con le interdizioni perpetue imposte dalla giustizia penale.

    La decisione arriva dopo più di quattro anni di processo canonico. Normalmente, sui preti sospettati di pedofilia, le indagini sono svolte dalla Congregazione per la dottrina della fede. Stavolta, invece, nel 2013 il caso è affidato a un «giudice delegato»: l’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Bagnasco. Il «capo» dei vescovi è coadiuvato da due «assessori officiali» del Tribunale ecclesiastico regionale ligure. Che, al termine di un procedimento «meticoloso e puntuale» conclude: don Lu è innocente. La bambina, quindi, s’è inventata tutto. Al contrario, nel 2011, la Corte d’Appello di Genova scriveva: «S. non nutriva alcun astio nei confronti del suo parroco, ma gli era affezionata… Non si vede per quale motivo possa aver architettato accuse infondate, consapevole del rischio di perdere chi le offriva una vita più serena».

    Bagnasco, però, spiega: «Mi risulta che siano state fatte tutte le procedure previste canonicamente e giuridicamente per il reintegro. Se si è arrivati a questa sentenza, sicuramente ci sono ampie motivazioni». L’arcivescovo di Genova aggiunge: «L’augurio è che, ripristinata la verità, secondo le procedure previste giuridicamente, lui possa essere sereno in ciò che potrà fare da sacerdote, nei limiti delle possibilità previste».

    Insomma, la giustizia divina ha «ripristinato la verità». Eppure la diocesi di Albenga, visti i reiterati scandali, nel 2016 viene perfino commissariata da Papa Francesco. Pedofilia, omosessualità, supposte ruberie: la curia più chiacchierata d’Italia. Un florilegio di maldicenze. Una sterminata aneddotica. Che comprenderebbe anche la canzonatura dell’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, a un poco accorto prelato ligure: «Sei di Albenga, figliolo? Allora sei perdonato…».

    https://www.panorama.it/news/cronaca/chiesa-abusi-giustizia-inchiesta/

  • Il Comitato Vittime & Famiglie dell’Associazione Rete L’ABUSO scrive al Card. Bassetti

    Il Comitato Vittime & Famiglie dell’Associazione Rete L’ABUSO scrive al Card. Bassetti

    In previsione dell’importantissimo incontro convocato da Papa Francesco dal 21 al 24 febbraio 2019 con i presidenti di tutte le Conferenze episcopali del mondo, il Comitato organizzatore, nelle persone dei Vescovi e Cardinali Zollner, Cupich, Scicluna e Gracias, ha invitato gli episcopati nazionali a svolgere nei rispettivi Paesi – prima dell’appuntamento di febbraio – incontri con le vittime di sacerdoti o religiosi abusatori.

    Il Comitato delle Vittime & Famiglie dell’Associazione Rete L’ABUSO, accoglie con favore questo invito e scrive direttamente al Presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, in attesa di essere ricevuti: “lettera al card. Bassetti”

    Il Comitato Vittime & Famiglie

  • Prete pedofilo, l’allarme: “Mai un giorno di carcere, intervenga il Papa”

    Prete pedofilo, l’allarme: “Mai un giorno di carcere, intervenga il Papa”

    Don Ruggero Conti, già insegnante di educazione sessuale a Legnano, è stato condannato in via definitiva ma non ha mai scontato la pena in carcere

    di CRISTIANA MARIANI

    Legnano (Milano), 19 dicembre 2018 – Il carcere pare essere destinato a rimanere un tabù per don Ruggero Conti, religioso sospeso “a divinis” dal sacerdozio nel 2011 che è stato condannato in via definitiva a 14 anni per pedofilia e la cui pena è poi diventata di 11 anni e 10 mesi per prescrizione. «Abbiamo appreso che l’ex parroco don Ruggero Conti, condannato in giudicato per violenze su sette ragazzini tra i 13 e i 17 anni, è stato di nuovo scarcerato e si trova ai domiciliari in un istituto religioso, nonostante sia già evaso dai domiciliari a settembre del 2017 (scappando in taxi fino a Milano dalla clinica vicino Roma dove era ricoverato) e nonostante l’esito dell’ultima perizia psichiatrica richiesta nell’autunno del 2017 dal tribunale di Roma che definisce il prete un simulatore e manipolatore in condizioni di salute compatibili con i centri clinici interni dei penitenziari» è l’allarme lanciato da Roberto Mirabile e Nino Marazzita dell’associazione La caramella buona onlus che ha rappresentato in tribunale diverse persone che sarebbero state abusate proprio dal religioso.

    «Chiediamo a questo punto una risposta chiara e univoca anche da parte delle istituzioni italiane rispetto alle istanze di giustizia dei ragazzi abusati da don Conti e delle loro famiglie, le quali non hanno mai ottenuto né dal sacerdote né per suo conto dalla Curia o dalla Santa Sede il risarcimento che il prete è stato condannato dai giudici a pagare».

    Oltre il danno, l’ennesima beffa quindi per le vittime degli abusi, sanciti tali dal tribunale, commessi dal religioso. Nessun risarcimento – l’uomo risulterebbe nullatenente – e neanche un giorno di carcere per una persona che è stata condannata in via definitiva. Don Ruggero Conti, che era stato parroco a Selva Candida a Roma ma ancora prima insegnante di educazione sessuale a Legnano, era stato arrestato nel 2007 con l’accusa di essere stato il responsabile di abusi su diversi minori. Poi è arrivata la condanna. E poco dopo essa anche un’evasione: il religioso è fuggito in taxi da una clinica di Roma a una di Milano. Nel Legnanese, infatti, l’uomo ha diversi parenti e quindi probabilmente riteneva più comodo «avvicinarsi a casa». Ora i domiciliari in una struttura religiosa. «Chiediamo giustizia e imploriamo l’intervento di Papa Francesco» affermano i vertici della onlus La caramella buona.

  • La giustizia italiana porta al banco i massimi esponenti dei Legionari di Cristo per insabbiamento in un caso di pedofilia

    La giustizia italiana porta al banco i massimi esponenti dei Legionari di Cristo per insabbiamento in un caso di pedofilia

    La decisione, che porta all’accusa contro la Legione sale ad un altro livello, e porta a sedersi sul banco degli imputati per la prima volta in Italia alti prelati dell’organizzazione per la loro gestione di una denuncia di abusi, è stata presa dal procuratore generale di Torino (nord) Francesco Enrico Saluzzo, come ha rivelato giovedì l’avvocato delle vittime, Daniela Cultrera.

    “Il Procuratore Saluzzo ha preso la decisione in base alla considerazione che ci sono presunti casi da processare con l’accusa di aver favorito l’insabbiamento del caso Reséndiz Gutierrez per aver depistato le indagini e cercato di indurre una famiglia, maniponandola, a commettere il reato di falsa testimonianza”, ha spiegato l’avvocato.

    Riferendosi a quest’ultimo reato, ha aggiunto l’avvocato, il Pubblico Ministero ha ritenuto che vi sia la possibilità che gli imputati abbiano  violato l’articolo 611 del codice penale italiano, che prevede pene fino a cinque anni di carcere.

    In particolare, come rivelato nel corso del processo da  due ampi rapporti pubblicati in giugno e agosto di quest’anno (edizioni 2173 e 2179), i sei accusati  – oltre ai sacerdoti sono stati anche accusati Reséndiz Gutiérrez e un avvocato dell’istituzione – avrebbero tramato permettere a tacere la vittima e i suoi genitori, proponendo un oscuro accordo di riservatezza che implicava che negassero gli abusi e qualsiasi coinvolgimento della congregazione nei fatti, in cambio di una grossa somma di denaro.

    Tale proposta di accordo sarebbe stata fatta alla fine del 2013, dopo che un altro sacerdote ha denunciato gli abusi del Reséndiz Gutiérrez davanti alla polizia italiana e durante il commissariamento dei legionari sotto l’autorità del commissario nominato dal Vaticano per il rinnovamento dopo gli scandali, il Cardinale Velasio De Paolis ormai defunto. Quest’ultimo, secondo la testimonianza di un testimone, non avrebbe autorizzato la gestione e non sarebbe stato informato nell’immediatezza.

    L’accordo stabiliva anche che la vittima doveva restituire alla Legione il doppio dell’importo concordato, se alla fine decidevano di denunciare gli abusi alle autorità, come riportato.

    “La falsa testimonianza non può essere oggetto di una transazione. Questo in Italia è considerato un crimine”, ha detto Cultrera, i cui assistiti, inoltre, non sono particolarmente benestanti.

    Tra i quattro imputati spicca il messicano Óscar Náder Kuri, che nel 2010 ha sostituito il potente Luis Garza come ex-direttore territoriale in Italia, ruolo che ha ricoperto fino al 2014.Dal 2015, Náder Kuri è cappellano di una delle sezioni femminili di Monterrey, in Messico, e superiore della casa di apostolato di San Pedro, secondo le informazioni pubbliche della Legione.

    Manuel Cordero Arjona, il sacerdote e psicologo Víctor de Luna e il sacerdote Luca Gallizia, che avrebbero materialmente consegnato l’accordo a una delle famiglie, secondo la ricostruzione delle vittime, sono anch’essi sulla lista.

    Innocenti, secondo i Legionari

    Oltre a loro, anche l’avvocato Corrado D’Agostino e lo stesso Reséndiz Gutiérrez, che non è più formalmente integrato nella congregazione dopo aver perso il suo stato clericale, andrà in giudizio. Tutti loro, secondo una dichiarazione rilasciata dalla Legione di Cristo il 16 novembre, “si sono dichiarati innocenti”. Nella stessa nota, la congregazione ha anche affermato che, non appena sarà emessa una sentenza,”informerà al riguardo”.

    La pratica di offrire denaro in cambio di silenzio è stata anche denunciata, in passato, da diversi ex membri dei Legionari. E con questo come base, alcuni ex-legionari hanno anche suggerito che, nel coprire il caso di Reséndiz Gutiérrez, avrebbero potuto essere coinvolta la Legione ai suoi massimi livelli. Negli ultimi mesi, il caso, infatti, è stato oggetto di vivaci dibattiti sui social network.

    La decisione del procuratore di Torino, che divenne nota giovedì durante un’udienza a Novara, ha così risolto la richiesta di archiviazione della causa, inizialmente proposta dal procuratore di Novara, e sostituisce anche la denuncia iniziale di tentata estorsione che gravava sulla Congregazione.

    “La decisione del procuratore di Torino, di intervenire nel caso, è legittima sulla base della legge italiana, anche se piuttosto rara. Evidentemente ha ritenuto necessario che il caso non dovesse finire su un pezzo di carta “, ha detto l’avvocato.

    Secondo Cultrera c’è ora un periodo di circa 30 giorni per formalizzare le accuse contro gli imputati, dopo di che si dovrebbe conoscere la data della prima udienza del processo.

    In questa linea, l’avvocato ha affermato di essere convinta della possibilità di vincere il processo in questione, che considera “molto importante, perché mette in evidenza il funzionamento di un sistema e non di un singolo individuo”.

    “La difficoltà è che le minacce contro le vittime sono state eseguite con molta manipolazione e ingegno, cosa che le rende più difficili da dimostrare”, ha detto Cultrera.

    Un altro processo

    Parallelamente a questo caso, una nuova udienza del processo penale sugli abusi sessuali su minori contro Reséndiz Gutiérrez, che si sarebbe tenuta all’inizio di questo mese e rinviata a causa di uno sciopero degli avvocati in Italia, sarà discussa il 27 marzo.

    Da parte loro, i Legionari di Cristo hanno recentemente ricevuto l’approvazione del Vaticano per le loro nuove costituzioni per i consacrati e per i laici del Regnum Christi, in un nuovo passo verso il loro presunto rinnovamento. Al contrario, il Vaticano non ha ancora parlato pubblicamente dei nuovi problemi legali che ora gravano sulla Congregazione nata in Messico.

  • Prete cattolico americano arrestato nelle Filippine con l’accusa di pedofilia

    Prete cattolico americano arrestato nelle Filippine con l’accusa di pedofilia

    Scagionato invece ex arcivescovo Wilson condannato per aver coperto abusi

    di Diana Sarti

    La chiesa cattolica è nuovamente al centro di un caso di pedofilia. Kenneth Bernard Hendricks, prete cattolico statunitense, è stato arrestato nelle Filippine con l’accusa di aver abusato sessualmente di sette chierichetti in una città remota del Paese. Il prete di 77 anni è stato incriminato in Ohio, dove un tribunale ha emesso un mandato per il suo arresto.

    L’uomo, che vive nelle Filippine da 37 anni, è ora in attesa di essere estradato. Il caso è scoppiato a seguito della denuncia delle presunte vittime. Secondo quanto riferito, gli abusi sarebbero avvenuti in casa del prete, il quale avrebbe fatto un bagno con ciascuna delle vittime. Ai bambini l’uomo avrebbe detto che sarebbero finiti in prigione se avessero detto a qualcuno degli abusi subiti.

    È stato invece scagionato in appello Phillip Wilson, ex arcivescovo australiano di Adelaide, condannato in agosto per aver occultato gli abusi sessuali su minori, di un prete negli anni ’70. Il giudice Roy Ellis, della Corte distrettuale di Newcastle, Sydney, ha accolto il ricorso di Wilson sottolineando come vi sia un ragionevole dubbio che il sacerdote abbia commesso il reato. Il prelato aveva già scontato quattro mesi di detenzione domiciliare a seguito della condanna.

    L’uomo, 68 anni, è stato il più alto prelato cristiano al mondo a essere condannato per aver coperto un prete pedofilo. Wilson era stato dichiarato colpevole lo scorso maggio per aver tenuto segreti gli abusi sessuali compiuti dal sacerdote James Fletcher nei confronti di minori. Entrambi gli uomini erano, all’epoca dei fatti, nella diocesi di Maitland, Newcastle. La pubblica accusa ha dichiarato che presenterà a sua volta appello a fronte della decisione del giudice Ellis. L’arcidiocesi di Adelaide ha fatto sapere attraverso un comunicato come i sopravvissuti agli abusi sessuali e le loro famiglie siano nei loro pensieri e nelle loro preghiere.

    https://www.lumsanews.it/pedofilia-prete-cattolico-arrestato-nelle-filippine-con-laccusa-di-abusi-su-minori/

     

  • Due anni del caso Provolo: una metafora implacabile della vera Chiesa di Bergoglio – Dos años del Caso Provolo: una metáfora implacable de la verdadera Iglesia de Bergoglio

    Due anni del caso Provolo: una metafora implacabile della vera Chiesa di Bergoglio – Dos años del Caso Provolo: una metáfora implacable de la verdadera Iglesia de Bergoglio

    È il caso più grave nel paese (fino ad ora conosciuto) di abusi sessuali da parte di preti e suore su dozzine di ragazze e ragazzi. Perché in questi due anni il Vaticano ha fatto di tutto per nascondere e dare l’impunità?

    LUJÁN DE CUYO – MENDOZA

    In questi giorni sono trascorsi due anni dall’individuazione della causa degli abusi sessuali commessi su ragazze e ragazzi sordi nell’istituto religioso della città di Lujan de Cuyo Mendoza.

    Si tratta niente di meno che il caso più grave in Argentina (conosciuto fino ad oggi) di abusi sessuali compiuti da sacerdoti, sia per il numero di vittime, come per il numero di carnefici e il sistema di occultamento e di impunità orchestrato dalla gerarchia della Chiesa cattolica.

    Come in ogni caso con queste caratteristiche venuto alla luce negli ultimi decenni, sono i sopravvissuti e le loro famiglie che sono obbligati a combattere fino in fondo contro l’occultamento della Chiesa e la complicità dello Stato.

    Solo quando i casi sono insostenibilmente scandalosi, i giudici e i pubblici ministeri sembrano svegliarsi dal loro riposo eterno e aprire gli atti. E ci sono anche le vittime, che seguono passo dopo passo ciò che viene fatto dai tribunali, aggiungendo al dolore dell’abuso l’odio per gli ostacoli del sistema.

    L’urlo

    Nel novembre 2016 un gruppo di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero ha riferito che diversi adulti dell’Istituto Antonio Provolo hanno commesso crimini aberranti in modo sistematico (tra cui la tortura fisica e psicologica) contro i bambini sordi. Dopo anni di silenzio ottenuto con il terrore, una coraggiosa manciata di vittime ha portato alla luce un vero sistema criminale con la complicità della gerarchia ecclesiastica e dello Stato.

    Come il vaso di Pandora, l’emanazione di un paio di denunce ha scatenato una tempesta che in breve tempo porto scandalo nel  paese di Jorge Bergoglio, negli ultimi tre anni e un anno e mezzo ha colpito Papa Francisco. Le prime vessazioni denunciate  non erano le uniche e in breve tempo si è appreso che i carnefici avevano una lunga storia criminale, sempre messa a tacere dalla Curia.

    Da subito lo scandalo collegherebbe Cuyo con il nord e il centro del paese. Da Salta raggiungere la testimonianza di Daniel Sgardelis , un uomo di 44 anni che non solo ha appoggiato ciò che è stato detto dalle vittime di Mendoza ma ha riferito gli abusi che ha subito negli anni ’80, nel Provolo di La Plata, con lo stesso capo della banda di molestatori arrestato a Luján de Cuyo.

    Così, un’altra causa penale fu aperta nella capitale di Buenos Aires, rivelando la complicità di Monsignor Hector Aguer, che per anni coprì due dei violentatori.

    Tutte le strade portano a Roma

    Come si è detto, per quanto è noto, questa è la causa più grave degli abusi sessuali ecclesiastici nel paese, a causa del numero di protagonisti e del livello di occultamento e impunità orchestrati dalla Chiesa.

    Per questo motivo la figura di Francesco si distingue, poiché gli anni in cui si sono svolti molti di questi crimini erano anni in cui Bergoglio ha svolto un ruolo chiave nella Chiesa Cattolica Argentina che transità la sua ascesa nella “carriera ecclesiastica.” E si sa che all’interno della Chiesa cattolica pochissime cose, almeno le più importanti, sfuggono alla conoscenza dettagliata dell’alta gerarchia.

    Solo a metà del 2017 il Vaticano avrebbe nominato una “commissione d’inchiesta” interna, composta da due sacerdoti dell’arcidiocesi di Córdoba, che fin dall’inizio hanno rifiutato, da una parte, di fornire informazioni sul caso giudiziario e, dall’altra, di cercare di ricavare tutto ciò che potrebbe essere di particolare interesse per loro.

    Per entrambe le cose hanno invocato il privilegio legale concesso dall’attuale Concordato del 1966, firmato tra la dittatura di Juan Carlos Onganía e la Santa Sede.

    E non dimentichiamo che nel 2014, come Papa, Bergoglio è stato informato, da diverse vittime italiane, di numerosi casi di abusi sessuali commessi da dieci sacerdoti presso l’Istituto Provolo di Verona, tra cui lo stesso Nicola Corradi, con il quale ha  vissuto per decenni nella sua chiesa argentina. E lui non ha fatto nulla.

    Attualmente il caso attende la data di inizio del processo. Ha quindici imputati, tra cui i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho e le suore Kumiko Kosaka e Asuncion Martinez (entrambe della Congregazione delle Suore della Compagnia di Maria, coinvolti in altri casi di abusi sessuali in altre città).

    Il numero delle vittime è ancora sconosciuto, in quanto i parenti riferiscono che non tutti i bambini che hanno frequentato la struttura sono stati citati. Inoltre, molte delle persone che sono state citate in questi due anni come testimoni hanno finito per sostenere di essere state vittime degli imputati.

    Occultamento e nuda complicità

    La denuncia ha anche evidenziato il modus operandi della Chiesa cattolica. Nel 1984 Nicola Corradi fu costretto dai suoi superiori a fuggire dall’Italia, dopo che erano comparse le prime notizie di abusi sessuali. Protetto dal Vaticano, fu trasferito per la prima volta nella sede del Provolo de La Plata. E dal 1998, protetto dall’Episcopato argentino, si stabilì nell’Istituto Lujanino.

    Un chiaro esempio del sistema di occultamento e impunità, orchestrato dalla stessa gerarchia ecclesiastica e applicato in tutto il mondo, come ha spiegato questo giornale nel suo documentario No abusarás. Il comando negato nella Chiesa di Francisco , pubblicato l’anno scorso.

    Tale sistema, come ha denunciato più volte Carlos Lombardi, un avvocato per la Rete di vittime di abusi sessuali del clero dell’Argentina, è approvato da parte dello Stato stesso attraverso il Concordato del 1966, gestito da tutti i governi (militari e costituzionali) che seguirono Onganía.

    Per l’avvocato, le norme legali che la Chiesa applica ai casi di abuso sessuale sono la spina dorsale in cui è incastonato l’intero sistema di occultamento dei sacerdoti predatori. “La chiesa in ogni parte del mondo, di fronte alle notizie di un abuso, la prima cosa che fa è proteggere l’aggressore. Se il caso non è stato reso pubblico, il sacerdote è trasferito con la complicità del vescovo. Mentre se è diventato pubblico, inizia una procedura di indagine interna in cui le vittime non hanno altri diritti oltre a presentare il reclamo”, spiega Lombardi.

    La denuncia dei sopravvissuti portò alla luce la complicità dello Stato. Le famiglie non furono mai accompagnate da funzionari provinciali. L’associazione Xumek, sponsor di parte delle querele, ricorda che “nel 2008 è stata presentata una denuncia penale per reati sessuali nel Provolo, il cui dossier non ha sortito alcuna indagine, nessuna azione è stata presa in conformità con la legge e i protocolli di legge in caso di denuncia di abusi sessuali, e le vittime non udenti minorenni non sono stati convocati”.

    Due anni intensi

    Mentre il caso giudiziario viene portato in giudizio a Mendoza, i due anni trascorsi dallo scandalo del Provolo di Mendoza sono stati più che intensi. Nuove accuse di abusi sessuali sono venute alla luce in altre parti del paese contro sacerdoti e altri membri della Chiesa, mentre Francisco fu protagonista di nuovi scandali internazionali su questo tema, come il suo perfido ruolo nel caso dei vescovi clandestini del Cile o della sua crisi interna in Vaticano contro l’accusa delle vittime che fanno di tutto per coprire gli abusatori.

    Ma anche in Argentina c’è stato un intenso dibattito sulla legalizzazione dell’aborto e la piena applicazione della legge sull’educazione sessuale integrale, che ha trovato la gerarchia cattolica in prima fila nella lotta contro i diritti elementari, difendendo i presunti “valori” che la mettono più vicino alla famigerata Santa Inquisizione che a milioni di bambini e ragazzi che vogliono solo vivere la propria vita senza repressioni oscurantiste o ideologie incantate.

    Allo stesso tempo, questi dibattiti hanno messo sul tavolo un altro più completo sui veri interessi, non celesti ma molto terreni, che difendono con croci e spade l’istituzione governata da Bergoglio. La decisione di sostenere i suoi interessi economici multimilionari e il suo livello ingiustificabile di interferenza nell’inquadramento della vita quotidiana della popolazione, costrinse la Curia a una mostra politica che non si vedeva da tempo.

    Ecco perché la lotta cosciente per l’effettiva separazione della Chiesa e dello Stato è imposta come una necessità di milioni di persone che vogliono processare e punire gli autori di crimini aberranti come quelli del Provolo. La lotta nelle strade del movimento delle donne per conquistare l’aborto legale, sicuro e libero e per l’attuazione dell’istruzione sessuale completa in tutte le scuole ha molti vasi comunicanti con la lotta delle vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti e ” laici consacrati”. Una lotta più necessaria che mai.

    (traduzione con Google)

    http://www.laizquierdadiario.com/Dos-anos-del-Caso-Provolo-una-metafora-implacable-de-la-verdadera-Iglesia-de-Bergoglio

  • Il caso McCarrick mette nei guai il cardinale Sean O’Malley

    Il caso McCarrick mette nei guai il cardinale Sean O’Malley

    Il porporato di Boston, che nel 2015 aveva ignorato una denuncia dei comportamenti dell’arcivescovo di Washington, è stato escluso dal comitato che deciderà il da farsi sui casi di pedofilia nel clero

    By Maria Antonietta Calabrò

    Il Cardinale di Boston, Sean O Malley è stato escluso dal Papa, venerdì scorso, dalla partecipazione al Comitato organizzatore dell’Assemblea di tutti i presidenti delle Conferenze episcopali mondiali che a febbraio (dal 21 al 24) dovrà decidere una volta per tutte il da farsi sulla pedofilia del clero. Il termine di un anno, il 2018, funestato dal riesplodere dei casi in tutto il mondo.

    Al suo posto un altro cardinale americano Blase Cupich (Chicago) e un altro componente del C9 (il Consiglio della Corona di Francesco), il cardinale indiano, Oswald Gracias, mentre per la pontificia Commissione di tutela dei minori, presieduta da O’ Malley, sarà presente il padre gesuita della Gregoriana Hans Zollner. Ieri O’ Malley ha sentito la necessità di dire pubblicamente che “è e resta un uomo di Francesco”, resta presidente della Commissione pontificia sui minori e all’inizio di dicembre verrà a Roma per la prossima riunione del C9. Ha voluto insomma arginare le speculazioni sulla sua “esclusione”.

    Pur non facendo parte del Comitato né ricoprendo l’incarico di presidente della Conferenza episcopale americana, O’ Malley potrebbe comunque partecipare all’Assemblea di febbraio. Ma certamente Francesco non fa affidamento solo su di lui. Già a fine agosto il cardinale di Boston (che ha ereditato la cura della Diocesi che nel 2002 fu al centro dello scandalo rivelato dal team investigativo del Boston Globe “Spotlight” ) non aveva partecipato al Meeting delle famiglie a Dublino, quello reso famoso per l’irrompere sulla scena del famoso “comunicato” dell’arcivescovo, ed ex Nunzio negli States, Carlo Maria Viganò￲.

    Poco prima del viaggio di Francesco in Irlanda, un prete americano, padre Boniface Ramsey, aveva rivelato infatti che tre anni fa, il 17 giugno 2015 (cioè quando O’ Malley già era presidente della Commissione contro la pedofilia) gli aveva scritto una lettera per denunciare la decennale condotta del cardinale McCarrick (destituito agli inizi di luglio dal cardinalato per decisione di Francesco) in alcuni seminari americani. E gli aveva chiesto, qualora non fosse stato di sua competenza, di inoltrarla comunque in Vaticano.

    Il 20 agosto 2018, O’ Malley si è pubblicamente scusato per non aver dato seguito alla lettera di Ramsey, di cui in base ad alcune procedure del suo ufficio, quale Presidente della Commissione non aveva neppure saputo l’esistenza, fino alle notizie apparse sulla stampa statunitense quest’estate. E questo nonostante il problema della “responsabilità” dei vescovi sia una delle questioni esplose in modo virulento negli ultimi mesi.

    “Ora è chiaro – ha scritto nelle sue scuse O’Malley – che avrei dovuto vedere quella lettera proprio perché conteneva affermazioni sul comportamento di un arcivescovo nella Chiesa. Mi assumo la responsabilità delle procedure seguite dal mio ufficio e sono anche disposto a modificarle alla luce di questa esperienza”. Per il momento, comunque, O’Malley sta fermo un giro.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/11/27/il-caso-mccarrick-mette-nei-guai-il-cardinale-sean-omalley_a_23602285/?utm_hp_ref=it-culture

  • Santo silenzio

    Santo silenzio

    di Antonio Rossitto

    Quell’unica lancetta della Torre di Arnolfo, che svetta su Firenze, segna impietosa il passare del tempo. Giorni, mesi, anni… Inesorabili, sono passati sulla testa delle vittime dei religiosi. La curia della città ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dei suoi pastori. È stata un silenzioso avamposto dei mali che hanno sconquassato la Chiesa: la pedofilia e le violenze sessuali.

    Panorama ha raccolto prove e documenti inediti. Ha disseppellito faldoni giudiziari. Ha parlato con le vittime. Ha incrociato date e nomi. E la diocesi di Firenze è soltanto l’inizio: nelle prossime settimane, racconteremo altre storie di colpevoli omissioni. Omertà e inerzie che hanno sterilizzato la giustizia penale,  garantendo impunità ai rei. Grazie anche a un paradosso secolare: i vescovi italiani non hanno l’obbligo di denuncia penale. Un paravento dietro il quale troppe curie continuano a nascondere reati e oscenità.

    Com’è successo nella parrocchia Regina della Pace, periferia di Firenze, fino al 2004 scabroso regno di don Lelio Cantini. Qui si è consumato uno dei più gravi casi di abusi, fisici e morali, nella storia della Chiesa. Decenni di violenze e segreti. E solo nel 2007 la Procura di Firenze aprirà un’indagine: accerterà i fatti, ma il processo contro don Cantini si estinguerà per prescrizione. Quelle donne, al tempo ragazzine, si chiamano M.V. oppure L.P. Sono decine. E le loro storie sono tutte, tragicamente, identiche. Conoscono don Cantini mentre si preparano alla prima comunione. C’è anche chi ha appena dieci anni: è una bambina. Il prete chiama tutte nella sua stanza, dopo il catechismo o la messa. Le tocca, le bacia. Poi si spoglia e le costringe a rapporti orali o completi. «Dovete sentirvi delle privilegiate, scelte dal Signore». Su quegli incontri, si raccomanda, nemmeno un fiato.

    Un giogo atroce. E, per alcune, interminabile. È stato così per M.A., abusata dall’adolescenza fino alla sera del suo matrimonio, celebrato proprio da don Cantini. Mentre la curia voltava la testa dall’altra parte. «Le autorità ecclesiastiche», scriverà anni più tardi il pm fiorentino Paolo Canessa, «erano state avvisate all’epoca, o comunque per tempo, delle accuse rivolte al sacerdote Cantini. Ma nessuno, apparentemente, si era mosso per impedire che le violenze continuassero. E tantomeno per accertare la verità e la punizione dei fatti». Il magistrato annoterà: «Solo con la notorietà degli episodi segnalati s’erano determinate a prendere in considerazione la questione».

    ORRORI IN SACRESTIA E OMISSIONI ECCELLENTI 

    Già nel 1992, emerge dalle carte dell’inchiesta, viene denunciato un abuso al cardinale Silvano Piovanelli, allora arcivescovo di Firenze. Poi, di nuovo, nel 1995. Passano gli anni. Una vittima parla con un’altra. Qualcuno si libera dell’orrore. Chi l’ha seppellito per vergogna ritrova la forza. Nella primavera del 2005, dieci donne cominciano a stendere i loro memoriali. Li consegnano a Piovanelli. Gli chiedono di far da tramite con il suo successore: il cardinale Ennio Antonelli, oggi presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Don Cantini, intanto, viene spostato nella canonica di Mucciano, a 30 chilometri da Firenze. Le vittime però aumentano. Continuano a cercare risposte. Fino a quando, il 20 marzo 2006, non decidono di inviare una lettera con 19 firme a Papa Benedetto XVI. Alla missiva sono allegate quelle atroci testimonianze. Le vittime scrivono di essere state ascoltate il 28 febbraio 2006 da Antonelli, dopo «numerose richieste di intervento».

    Nella lettera viene chiamato in causa Claudio Maniago, in quel momento vescovo ausiliare a Firenze. È uno degli allievi di don Cantini, «cresciuto con tanti di noi nella parrocchia Regina della Pace». Maniago, sostengono i 19 firmatari, avrebbe saputo delle violenze del suo maestro già nel 2004. E nulla avrebbe fatto. Adesso Antonelli ha promesso che don Cantini, entro la fine di marzo 2006, lascerà la canonica di Mucciano: «Dove però, in piena tranquillità, ha continuato l’opera mistificatrice e diabolica con famiglie intere, giovani, ragazzi e bambini». La lettera aggiunge: «Chiediamo che vengano sospese a questo sacerdote le potestà derivanti dal suo stato». E conclude: «Qualora però la nostra richiesta non trovasse accoglimento, e questi fatti venissero ignorati od occultati, non potremmo che rivolgerci alla giustizia. Con conseguenze che tutti noi possiamo immaginare».

    La risposta di Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, è dell’1 aprile 2006. Panorama ne rivela il contenuto: «Alla luce della documentazione allegata, ho provveduto a prendere contatti con l’arcivescovo di Firenze (cioè Ennio Antonelli, ndr), il quale mi ha assicurato che la vicenda è all’esame dei competenti organi della Santa Sede. Nel contempo, mi ha assicurato che il sacerdote ha lasciato la diocesi, non celebra pubblicamente l’eucarestia e si astiene dall’amministrare il sacramento della penitenza. Auspico che quanto disposto dall’autorità ecclesiastica rafforzi la comunione e infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo».

    Nonostante la gravità dei fatti, il Vaticano non denuncia don Cantini. Tutto rimane chiuso tra le solida cinta della Santa Sede. E i passi successivi non infondono certo la «serenità» auspicata da Ruini. A maggio 2006 la Congregazione per la dottrina della fede autorizza «il processo penale amministrativo» contro il sacerdote. Indaga la curia di Firenze. Il verdetto arriva otto mesi dopo: il 12 gennaio 2007.

    L’arcivescovo Antonelli scrive: «Devo constatare, sia pure con intima sofferenza, che le accuse di falso misticismo, dominio delle coscienze, abusi sessuali dal 1973 al 1987, suffragate da abbondante documentazione, risultano oggettivamente credibili, almeno nella loro sostanza». Poi esplicita le pene: per cinque anni don Cantini non potrà confessare, dire messa e assumere incarichi ecclesiastici. A dispetto dell’enormità delle accuse, rimarrà quindi prete. Le successive sanzioni sono ancora più sbalorditive: il parroco è obbligato a versare un’offerta. E a recitare, per un anno, una volta al dì, «con umiltà e fiducia, compatibilmente con le condizioni di salute», il Salmo 51: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia».

    «LO STILE EVANGELICO»: SILENZIO E MITEZZA

    Per le vittime è l’ennesimo sfregio. I fatti cominciano a trapelare. I memoriali girano. La notizia finisce sui giornali. E il 10 aprile 2007, finalmente, la procura di Firenze apre un’inchiesta. Quattro giorni dopo, il 14 aprile 2007, il cardinale Antonelli interviene pubblicamente: «Nell’estate del 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Nel clamore mediatico finora ho taciuto, non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché, prima di parlare, volevo confrontarmi e consigliarmi con alcuni autorevoli sacerdoti, i vicari foranei». Prosegue: «Comprendo che le vittime ritengano la punizione troppo leggera (…). Ma la Chiesa deve mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e a cercare di vincere il male con la forza della mitezza».

    Il cardinale si duole anche dell’eco avuto dal caso: «Ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili. La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede». «Lo stile evangelico» impone, dunque, che i panni sporchi della Chiesa si lavino nelle case del Signore: la curia e il Vaticano.

    «DECENNI DI INERZIA» OGGI È TUTTO PRESCRITTO

    La decisione, e i successivi commenti di Antonelli, si trasformano in boomerang. Tanto che la diocesi è costretta a un’istruttoria supplementare, avviata il 30 giugno 2007. L’indagine dura un altro lunghissimo anno. Alla fine, il 12 ottobre 2008, Papa Benedetto XVI decide la riduzione allo stato laicale di don Cantini. Dalla denuncia dei primi abusi sono passati 16 anni. «Oltre un decennio di inerzia e assordante silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche» scrive il giudice Paola Belsito, che il 27 aprile 2011 chiede «l’archiviazione per intervenuta prescrizione di tutti i reati ipotizzabili a carico di don Lelio Cantini».

    «Inerzia e assordante silenzio». A cui si sono aggiunte, continua il giudice, «le più o meno velate minacce, pure in tempi recenti, da parte di alcuni alti prelati, tra cui viene segnalato il vescovo ausiliario Maniago, anch’egli allievo di don Cantini». Minacce. Cioè «conseguenze negative per le loro attività professionali legate alla diocesi a quelle vittime che manifestavano la volontà di ottenere giustizia» dettaglia il pm Canessa nella richiesta d’archiviazione del 7 febbraio 2011, accolta dal Tribunale. Il monsignore però è salvo: «Si tratta di condotte perseguibili solo a querela di parte, che non è stata mai presentata» annota Belsito.

    Ma è tutta la curia fiorentina a finire sotto accusa. «Gli abusi, di natura tanto sessuale che morale, vennero denunciati da alcune parti offese già molti anni fa» chiarisce il giudice. «Da G.M., che era una vedova con quattro figli che lavorava in parrocchia, già nel 1975 al cardinale Piovanelli. Da F.A., ex sacerdote che s’era recato dal cardinale Piovanelli una prima volta nel 1992, poi nel 1995. Dalle mole delle parti offese, ancora nel 2005, allorché si erano rivolti anche, tra gli altri, a monsignor Maniago». Che, scrive Belsito, sarebbe stato protagonista nell’agosto 1996 di un «festino», rivelato da P.C.: «Abuso perpetrato in una parrocchia livornese da alcuni sacerdoti, tra i quali avrebbe riconosciuto Maniago». Gli investigatori avrebbero trovato «precisi riscontri»: «Un bonifico bancario di 4 milioni di lire a favore di P.C. da un conto intestato “parrocchia per contributo”». Denaro che sarebbe servito, sostiene P.C., a fargli tenere la bocca chiusa. Ma l’uomo non ha mai presentato querela: quindi «anche i reati ipotizzabili in questo caso non sono perseguibili».

    SESSO CON UNA MINORENNE E POI TRE ABORTI

    Negli stessi giorni in cui si prescrivono le pene di don Cantini, il 21 marzo 2011 il tribunale di Firenze, nel silenzio generale, condanna a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale un altro prete: John Moniz, 51 anni, parroco in una chiesa di Montelupo Fiorentino. Un altro caso di violenze su una minorenne coperto dalla curia.

    L’inchiesta, scrive il giudice Linda Vannucci, nasce nel 2006. C.B., una ragazza di 22 anni, si presenta ai carabinieri. È angosciata. Continua a ricevere telefonate anonime. Di fronte alle domande del maresciallo scoppia a piangere. Ripercorre i suoi rapporti con un prete: fin da quando aveva 15 anni, poco dopo la sua cresima. S’invaghisce del sacerdote. Resta incinta per la prima volta due anni più tardi, ancora minorenne, ma lui le chiede di abortire. C.B. scivola nell’anoressia. Cerca di troncare la relazione. Il parroco, riferisce, comincia a tempestarla di telefonate: le promette che lascerà la tonaca. A vent’anni la ragazza rimane di nuovo incinta, ma ha un aborto spontaneo. Una terza interruzione di gravidanza  «naturale» avviene a marzo 2006. Poi C.B. si decide a troncare quel rapporto malato. Due mesi dopo comincia a ricevere chiamate nel cuore della notte. Ansimi. Minacce. Ha paura. Va dai carabinieri. E, sotto pressione, racconta tutto.

    Le indagini non rivelano però solo la relazione tra i due. Ma, ancora una volta, i silenzi degli alti prelati. La ragazza, accompagnata dal legale Antonio Voce, che la assiste nel processo, viene sentita il 28 giugno 2010. Riferisce di aver già confessato la sua storia, nel dicembre 2005, a Paolo Brogi, parroco di una chiesa vicina. Il prete, dopo il colloquio, ne parla con il cardinale Antonelli. E ad aprile 2006  C.B. viene ricevuta proprio dall’arcivescovo, che le promette l’allontanamento del sacerdote: «Mi disse che lo mandava in questa struttura di riabilitazione dei preti a Collevalenza. Aveva assicurato che sarebbe rimasto lì, in attesa di partire per una missione».

    LA CURIA CANCELLA GLI SMS E INVITA: «NON DENUNCIATE»

    C.B. fornisce altri dettagli: «Il cardinale Antonelli aveva preso il mio cellulare dell’epoca». Nella memoria ci sono i messaggi di Moniz. «Lasciai il telefono al suo segretario, don Alessandro, in modo che lo desse a monsignor Antonelli, perché me lo chiesero loro… Ma quando me l’hanno reso, i messaggi erano cancellati». Insomma le prove della relazione, memorizzate su quel vecchio Nokia, spariscono.

    All’incontro con il cardinale partecipano pure i genitori della ragazza: «Questo cellulare lo diede al vescovo» conferma la madre di C.B.. «So che lo volevano per vedere questi messaggi. Al pm, Giulio Monferini, dettaglia: «Glielo chiesero per accertarsi di queste cose». Il magistrato insiste: «Vi fu chiesto di non fare denuncia?». «Sì» risponde la donna. «Chi?» sollecita il magistrato. «Anche il cardinale. Ci disse che avrebbe mandato via il prete». La sentenza riassume: «Il cardinale chiese loro espressamente di non denunciare in sede penale il parroco, promettendo di allontanare don Moniz dalla parrocchia».

    Nel processo, il 12 gennaio 2011, viene ascoltato pure don Brogi, il confessore della ragazza, diventato intanto segretario di Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze dal 2008. Gli chiedono se sul sacerdote di Montelupo girassero storie. Una, in particolare: tentava approcci sessuali con le parrocchiane, durante le confessioni. «Qualcuno l’aveva riferito» risponde don Brogi. «Voci di paese, così… Però sinceramente alle voci di paese non ho mai dato credito». In realtà c’era di più, ammette il prete. Una suora di Signa, tempo prima, gli aveva raccontato che don Moniz s’era presentato a casa sua con un preservativo in mano. E le aveva chiesto un rapporto.

    Eppure, nessuno aveva approfondito. Sarà così fino a quando, per caso, non emergono i reati su C.B.. Anche questi, però, non reggeranno al peso del tempo. Nel 2016, in appello, tutto viene prescritto.

    L’AGGUATO DEI MISTERI  E IL PRETE «AMICHEVOLE»

    In questa storia di pensieri, parole, opere e omissioni, l’ultimo tassello si incastra a qualche mese dalla deposizione di don Brogi. E nasce da una scampata tragedia. Il 4 novembre 2011 il segretario dell’arcivescovo viene ferito da un colpo di pistola all’addome, nell’androne della curia. Assieme a lui c’è proprio Betori. Dopo lo sparo, il misterioso assalitore scompare. Un mistero. È stato un avvertimento? Qual è il movente? L’unico indizio sono le parole minacciose rivolte dall’uomo all’arcivescovo, rimasto illeso: «Tu non devi dire…». E poi, prima di sparire nel buio: «Tu non devi fare…».

    Anche gli investigatori brancolano nel buio. Si indaga in ogni direzione. Panorama pubblica i documenti e le intercettazioni inedite dell’inchiesta sull’agguato. Chi ha sparato? Tra le piste seguite, c’è pure la vendetta per gli scandali di pedofilia nel clero fiorentino: a partire da don Cantini. Una circostanza incuriosisce gli investigatori. L’arcivescovo, due giorni dopo l’aggressione, avrebbe dovuto visitare una parrocchia di Empoli. Anche lì c’è un prete già «segnalato» per le sue eccessive attenzioni verso i giovani: Daniele Rialti.

    Betori viene sentito come persona informata dei fatti il 29 novembre 2011. Dopo aver ripercorso le fasi dell’agguato, i magistrati gli chiedono di don Rialti. L’arcivescovo conferma di aver condotto un’«indagine previa» e spiega come ci si comporta quando vengono denunciate  le molestie di un sacerdote: «L’arcivescovo apre un’indagine, svolta personalmente o tramite persone di fiducia» spiega. «Solo nel caso in cui emergano fatti concreti sottopone la domanda di apertura della fase istruttoria alla Santa Sede. Che, se ritiene presente il fumus delicti, invita ad avviare l’istruttoria del processo, affidandola a un giudice nominato dall’arcivescovo. L’esito viene poi sottoposto alla Santa Sede, che indica all’arcivescovo i contenuti della sentenza che deve emettere».

    Per la prima volta, insomma, viene messa nero su bianco la lunga e arcigarantista prassi che la giustizia ecclesiastica applica ai casi di presunte violenze sessuali. E svela ciò che s’è sempre sospettato: ogni caso viene segnalato, seguito e ratificato dal Vaticano. Anche quello accaduto nella più remota canonica. Ovvero: non può, e non poteva, non sapere.

    Concluso il preambolo, Betori riferisce al pm, Giuseppina Mione, della sua «indagine previa»: «Due anni fa, a Empoli, l’allora parroco, don Paolo Cioni mi riferì che correvano voci di attenzioni di don Rialti verso minorenni». L’arcivescovo interpella l’interessato: «Mi disse che un ragazzo avrebbe lamentato attenzioni nei suoi riguardi per un gesto che lo stesso Rialti riferì essere stata solo una “pacca sul sedere”, data amichevolmente».

    Del caso viene investito pure Maniago, già coinvolto nell’inchiesta su don Cantini: «Interrogò il direttore del consiglio parrocchiale» dice  Betori. «Ma anche da questa verifica non emersero fatti concreti».

    LA CURIA INTERCETTATA: «IL PAPA RISOLVE LA COSA»

    Il dettaglio della deposizione viene rivelato dall’arcivescovo allo stesso Maniago, in una telefonata del 6 dicembre 2011: «Sulla questione di Empoli, avevo fatto il tuo nome…». Maniago, annotano gli inquirenti, in quei giorni è stato convocato in Procura per l’inchiesta sull’agguato, anche lui come semplice persona informata dei fatti. Betori gli consiglia anche di contattare l’avvocato di fiducia della curia: «Senti lui per capire come impostare le cose». E aggiunge: «Credo che lui ti possa istruire bene».

    Anche don Cioni è intercettato. È stato il primo a denunciare i supposti atteggiamenti equivoci di don Rialti: «Nella comunità l’han parato tutti, capito?» rivela a un altro prete. «Hanno fatto l’arcano». E lo stesso Don Rialti, nonostante tema le intercettazioni, parla con un ragazzo di una «seratina», di un «hotel fuori dal mondo» e di un «regalino». La Procura apre un fascicolo. Il sacerdote di Empoli viene iscritto nel registro degli indagati. Il fascicolo però sarà archiviato il 7 maggio 2013 perché i giovani coinvolti sono tutti maggiorenni.

    Nell’inchiesta sul ferimento di Don Brogi sono diverse le utenze della curia intercettate dalla procura. A partire da quelle di Maniago e Betori, che sanno di avere il telefono controllato. Lo stesso Betori, in una chiamata del 23 novembre 2011, ne parla con Enrico Viviano, in quel momento addetto stampa dell’arcivescovato: «Adesso l’unico problema che io vedo è questo. È che io son monitorato dai poliziotti eh… Sappilo». Aggiunge: «E sanno tutto ovviamente. Dove sto…». Così i dialoghi telefonici sono spesso ermetici, con rimandi e rinvii: «Ne parliamo a tu per tu». Oppure: «De visu è sufficiente».

    La curia è in ambasce. «‘Un ce ne facciamo mancare una, via!» scherza al telefono l’arcivescovo con Maniago. Don Brogi, fortunatamente, non è in pericolo di vita. Ma le ferite non sono sono quelle fisiche. E arrivano fino al Vaticano. Betori e Brogi vengono ricevuti da Papa Benedetto XVI. Lo racconta lo stesso arcivescovo in una telefonata intercettata il 4 dicembre 2011, alle 14,42, con un certo «Carlo». L’uomo gli domanda: «Finalmente hai ricevuto l’udienza?». Betori conferma, e aggiunge: «M’ha promesso che risolve la cosa». A cosa si riferisce l’arcivescovo? E come sarebbe dovuto intervenire il Papa?

    LA «PISTA GIUSTA» E GLI ALTRI ORCHI

    Pochi giorni dopo, il 7 dicembre 2011, un informatore mette gli inquirenti fiorentini sulla traccia giusta. L’attentatore di don Brogi, rivela, è un signore di 73 anni con precedenti penali: Elso Baschini. L’uomo si professa innocente. Non c’è movente. Non c’è arma. Ma ci sono tanti indizi. Che condurranno Baschini alla condanna in primo grado: 12 anni e sei mesi. Nella sentenza, si parla anche della sfumata pista su don Rialti: «Le informazioni raccolte e gli esiti dell’attività di intercettazione davano contezza che costui si era reso protagonista di atti di pedofilia in danno di giovani, che però in un secondo momento si accertava essere tutti maggiorenni».

    Anche questo fascicolo viene archiviato. La pena per Baschini, difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano, in appello scende a 9 anni e un mese. Ma la sentenza viene poi annullata in Cassazione. Tutto da rifare. Il 20 dicembre 2016 l’uomo viene ri-condannato a 8 anni e 10 mesi. Pena che la suprema corte conferma il 28 settembre 2018. Caso chiuso. La piaga della pedofilia, invece, non si rimargina. A Firenze, l’ultimo scandalo scoppia il 23 luglio 2018. Don Paolo Glaentzer, amministratore parrocchiale di una chiesa di Calenzano, viene arrestato mentre molesta in auto una bambina di dieci anni. Davanti ai magistrati, si giustifica: «Pensavo ne avesse 14». È stato «cautelativamente sospeso dall’esercizio del ministero pastorale».

    «Le vicende legate alla pedofilia hanno segnato i momenti più brutti del mio mandato» ha spiegato l’arcivescovo Betori sul Corriere fiorentino del 17 ottobre 2018. «Bisogna riconoscere come il male aggredisce anche la Chiesa con i suoi uomini, e prendere atto della nostra fragilità». Nell’intervista aggiunge: «Il danno, innanzitutto, è quello provocato sulle vittime. Anche fosse successo una sola volta, in una sola parte del mondo, sarebbe un trauma per la nostra fedeltà al Signore».

    AMARO EPILOGO (CON PROMOZIONI)

    La curia fiorentina adesso prova a seguire la retta via. Betori è uno stimato cardinale: Papa Francesco l’ha nominato membro del Pontificio consiglio per i laici, della Congregazione per il clero e della Congregazione per le cause dei santi. Il suo predecessore, il cardinale Antonelli, è presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Il cardinale Piovanelli è morto due anni fa. Maniago, divenuto vescovo di Castellaneta, è anche presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei e membro della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti. Lelio Cantini è morto nel 2012, a 89 anni. John Moniz ha fatto perdere le sue tracce. Don Rialti indossa ancora la tonaca ed è giudice ecclesiastico.

    Anche le vittime provano ad andare avanti. Ricacciano dentro il dolore. Le loro storie giacciono in polverosi fascicoli, negli archivi del Tribunale di Firenze. La giustizia penale ha tentato di fare il suo corso. Quella divina, molto meno. (continua…)

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-italia-chiesa-toscana/?fbclid=IwAR239f7ZcC6yT065ay1jbV1D7l0Yk4gPCH9MeQh9MbZWIKK_BEd9AwWZM1I