Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il caso del prete pedofilo di Como ed il silenzio delle istituzioni. L’appello delle vittime a Prometeo.

    Il caso del prete pedofilo di Como ed il silenzio delle istituzioni. L’appello delle vittime a Prometeo.

     “Il prete pedofilo di cui ci siamo fidati”….e la solita omertà
    Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di un gruppo di genitori.
    Ci impegniamo da oggi a seguire questo caso e tenervi aggiornati su ogni eventuale novità. Ma prima della lettera una breve cronistoria del caso, riportando un articolo de Il Giorno:

    Como, 29 maggio 2013 – I giudici della Corte d’Appello hanno confermato sentenza di colpevolezza e quantificazione della condanna. Con solo una leggera ridefinizione di uno dei capi di imputazione. Don Marco Mangiacasale, sacerdote di 49 anni ed ex economo della Diocesi di Como, è stato condannato anche in secondo grado a 3 anni e 5 mesi e 20 giorni di condanna, dieci giorni in meno dei 3 anni e 6 mesi di primo grado, in considerazione della ridefinizione di una delle accuse riguardanti una delle ragazze, che nel frattempo aveva compiuto i 16 anni di età. Le imputazioni infatti, riguardavano una serie di episodi di violenza sessuale, avvenuti a partire dal 2008. Adolescenti avvicinate in un contesto circoscritto e confidenziale, quando avevano tra i dodici e i tredici anni, e quasi sempre frequentate per almeno tre o quattro anni, quasi tutte gravitanti attorno al contesto della parrocchia di San Giuliano di Como, dove Mangiacasale era stato parroco prima di essere trasferito al ruolo di economo, e per le quali costituiva un punto di riferimento. Nelle imputazioni, comparivano i nomi di cinque ragazzine. A scatenare le indagini su di lui, e l’arresto avvenuto il 7 marzo dello scorso anno, era stata la denuncia di una di queste ragazzine, che si era confidata ai genitori. Da qui erano partiti gli accertamenti che avevano portato a configurare le accuse legate a cinque minorenni.

    In particolare, l’abuso sessuale contestato dal sostituto procuratore di Como Simona De Salvo, si configurava esattamente nel ruolo che lui ricopriva rispetto alle giovanissime frequentatrici della sua ex parrocchia, e quindi nell’aver approfittato del suo ruolo nel momento in cui ha portato a termine le condotte di cui è stato accusato. Dopo un periodo di alcune settimane trascorso in carcere al Bassone, a don Mangiacasale erano stati concessi gli arresti domiciliari in una struttura religiosa in Piemonte, dove si trova tuttora. Va da sé che i legali del sacerdote, ricorreranno ulteriormente in Cassazione, cercando così di allungare il più possibile i tempi di custodia cautelare che consentono all’imputato di consumare un periodo più lungo possibile agli arresti domiciliari, e scongiurando la possibilità di un nuovo ingresso in carcere in seguito alla pronuncia della sentenza definitiva. Infatti, per reati di questo genere, non è previsto l’affidamento in prova, e qualsiasi residuo di pena da scontare quando la condanna sarà definitiva, scorporata da quanto già scontato, lo porterebbe verso il periodo obbligatorio di osservazione della personalità, che avviene obbligatoriamente in carcere. Sollecitata circa il procedimento canonico, la Diocesi ricorda che, come da prassi, tale procedimento è già stato avviato «nei modi, nei tempi e nei termini previsti». Ricorda inoltre che «per la sua prosecuzione è comunque necessario attendere che il procedimento penale in atto esaurisca tutti i gradi di giudizio».

     Questa la lettera che abbiamo ricevuto:
    << Ecco un pezzo della nostra storia:
    siamo nel 2003: nella nostra parrocchia arriva un nuovo parroco, persona attiva,
    entusiasta che “affascina” soprattutto i ragazzi e i giovani.
    Noi siamo una famiglia che crede fortemente nella realtà dell’ oratorio e della
    parrocchia e, in più, non essendo neanche nativi di Como, ci avviciniamo
    volentieri a San Giuliano anche perchè desiderosi di entrare a far parte di un gruppo famiglia. Arriviamo a giugno 2008: la nostra figlia maggiore ha appena compiuto 13 anni e si sta preparando ad affrontare l’esame di Terza Media. Da un po’ di tempo, però, la vediamo un po’ strana, distratta, triste e poi felice…..Forse periodo tipico dell’età, ma quello che un po’ ci preoccupa è che pensiamo che si sia “infatuata”, “innamorata” del nuovo parroco. Insieme decidiamo che io , mamma , parlerò di questa cosa direttamente con lui, don Marco Mangiacasale anche perchè nostra figlia è poco più che una bambina e lui è un uomo maturo di 45 anni ; sicuramente potrà capire e ci potrà aiutare. Gli dico quello che penso e anche lui mi risponde di aver avuto un’ impressione simile, ma che è tipico dell’ adolescenza e del carattere egocentrico di nostra figlia. Ma, vista la mia preoccupazione, mi tranquillizza, mi rassicura dicendomi testualmente che ”ci avrebbe pensato lui”.
    Poi più nulla.
    Nostra figlia supera l’esame e si iscrive al Liceo.
    La scuola è difficile, impegnativa e “Simonetta” (nome fittizio messo da me! M.F.) trascorre il suo tempo sui libri a studiare. Unico sfogo l’oratorio, gli amici della parrocchia e il catechismo. Ma a don Marco non pensa più(o meglio cosi’ fa credere a noi genitori).
    Inoltre alla fine del 2009 don Marco viene nominato economo della diocesi e da noi arriva don Roberto. Tuttavia don Marco, non avendo una casa dove stare, viene invitato da don Roberto, che chiede il permesso al Vescovo, a rimanere ad abitare nella casa di San Giuliano, in oratorio. Il Vescovo concede il permesso , così don Marco può continuare ad occuparsi degli adolescenti a San Giuliano. L’anno successivo don Marco viene incaricato di seguire la pastorale giovanile a Lomazzo, paese limitrofo a Como, dove aveva svolto fino al 2003 il ministero di vicario. Arriviamo al 24 di febbraio 2012: “Simonetta” confessa al nuovo parroco (prima in confessione e poi fuori) quello che lei ritiene il “suo” peccato: dall’età di 13 anni tiene nascosto e sopporta da don Marco carezze sempre più insistenti che si spingono fino a far provare il piacere a “Simonetta” e a far si che anche “Simonetta” gli procuri piacere, sms spinti, fotografie delle parti intime, richieste morbose, celate da rassicurazioni, velate minacce rinchiuse dentro la parola “segreto” diventata una fortezza. L’ insistenza aveva un’ unico obiettivo chiaro: “ catechizzare” con la forza del proprio ruolo di potere, una ragazzina per convincerla ad avere rapporti sessuali
    completi e soddisfare le proprie perversioni senza scrupoli. Queste cose avevano avuto inizio nell’autunno 2008, nel dopo-catechismo, in casa di don Marco insieme agli altri amici dell’oratorio e continuavano anche durante i campi estivi. Ogni anno don Marco organizzava i campi estivi in una località piuttosto lontana da Como, in Piemonte a Sant’Anna di Vinadio in provincia di Cuneo. Più volte noi genitori dei ragazzi abbiamo chiesto a don Marco perchè non scegliesse posti più vicini e più comodi da raggiungere , ma lui rispondeva che quel posto era migliore di tutti.
    (Noi abbiamo fiducia che l’esperienza dei campi parrocchiali farà crescere i nostri figli e li farà maturare anche nella fede…..). Ma quando don Roberto ci chiama e insieme a “Simonetta” ci raccontano la verità di quegli anni, noi non riusciamo a credere che quel don Marco sia lo stesso che ha frequentato spesso casa nostra, con il quale abbiamo fatto i corsi per i fidanzati, che ha gioito con noi quando gli abbiamo annunciato di aspettare un altro figlio che poi ha battezzato…..
    Il tempo di renderci conto che tutto questo non è un incubo ma pura realtà, e, grazie all’aiuto di don Roberto, ci rivolgiamo all’autorità giudiziaria anche perchè, nel frattempo, incontriamo altri 2 genitori la cui figlia era stata molestata da don Marco nell’estate del 2008 e che si erano già rivolti al Vescovo nell’ autunno di quell’anno, denunciando verbalmente l’episodio e chiedendo al Vescovo di prendere dei provvedimenti. In pochi giorni don Marco finisce in carcere dove, oltre ad ammettere che è tutto vero, fa il nome di altre 4 ragazzine. Adesso, a più di un anno di tempo da ciò che è successo, la nostra sofferenza è ancora tanta, ma , soprattutto, quello che ci fa più male, è l’atteggiamento del nostro Vescovo, dal quale non abbiamo mai avuto un conforto diretto, neanche una telefonata, solo freddi comunicati stampa e parole vuote di vicinanza ufficiale. Anzi ha confuso le vittime con il carnefice , sono le ragazzine ad essere state violate e tradite nella loro apertura all’ amicizia accogliente verso il prete, verso il “padre” e “l’ educatore”. E’ la loro dignità di donne e di figlie di Dio ad essere stata calpestata e infangata, è la loro innocenza che è stata rubata e violata. Lui , che oggi continua a nascondere l’ evidenza dei fatti, a sminuire ciò che è successo, a dire che non è stato nulla di così grave, a far sentire in colpa noi genitori, nella speranza che tutto venga presto dimenticato. Ci sembra che noi di colpe proprio non ne abbiamo se non quella di esserci fidati di un suo uomo e da lui essere stati traditi. Ma noi non possiamo dimenticare e non riusciremo mai a dimenticare. Tutto questo non è giusto e noi vogliamo dire la nostra verità , quella vera, lo dobbiamo a “Simonetta” e agli altri nostri figli. Lo dobbiamo alla comunità, a tutta la Chiesa che non è nostra ,è di Dio che ce l’ ha affidata perchè la custodissimo. Non dobbiamo fare come si è sempre fatto, dobbiamo cambiare le cose e dobbiamo “salvare” la Chiesa. Un Vescovo non può continuare a farci ancora tanto male. Dice il Papa che il Vescovo deve difendere il suo gregge dai lupi, deve custodire, edificare e difendere il suo popolo. Come può un Vescovo essere così distante, come può predicare le parole di Gesù, come può “infangare” una cosa cosi’ grave e, in più, accusarci di colpe che, sinceramente, non pensiamo di meritare, come accaduto durante un’intervista trasmessa in una televisione locale e mandata in onda il giorno di Natale. Durante questa intervista il Vescovo ammette di essere stato avvisato delle “strane” inclinazioni di don Marco ma in merito ad un solo episodio, una “prima limitatissima segnalazione”. Poi aggiunge :” Ho convocato dopo la segnalazione don Marco e gli ho contestato quanto mi era stato riferito, e lui mi ha fornito le giustificazioni sufficienti”. Ma come possono esserci giustificazioni a questo ?
    Sempre durante la stessa intervista il Vescovo se la prende con la stampa:” il Vescovo sapeva, hanno scritto i giornali. Ma è seccante. Potrei dire a questi genitori: vi eravate accorti di altri episodi, come mai non siete venuti da me? E ci avete messo tre anni? “ Ci sembra che questo non lo meritiamo proprio!
    Noi non possiamo permettere che queste cose continuino a succedere e continueremo a far sentire la nostra voce perchè non vogliamo assolutamente che succeda mai più quello che è successo a San Giuliano.
    Vorremmo conoscere a che punto è arrivato lo svolgimento del processo
    canonico, se è vero che bisogna attendere la fine del processo civile ( che ha già
    espresso i primi due gradi, con la condanna a 3 anni 5 mesi e 20 giorni) .
    Con questo scritto noi genitori di “Simonetta” chiediamo di essere ascoltati e chiediamo che vengano presi provvedimenti seri nei confronti di un prete che ha infangato per anni il proprio abito e il volto della Chiesa stessa , rendendo 5 ragazzine oggetto delle proprie turpi pulsioni.
    E’ troppo? E’ troppo aspettarsi un po’ di umanità da parte di chi ricopre la più alta responsabilità nella nostra Diocesi? Era troppo aspettarsi meno superficialità in occasione della prima denuncia? E’ troppo restare sorpresi dal fatto che, pur avendo già ricevuto una denuncia, il Vescovo conceda il permesso di far risiedere don Marco ancora a san Giuliano continuando ad occuparsi degli adolescenti ? E ancora di più nominarlo responsabile della pastorale giovanile della Parrocchia di Lomazzo! E’ troppo attendersi dagli uomini di Chiesa un’ ammissione di responsabilità e una parola di scusa? Se tutto questo e’ troppo allora siamo in una brutta Chiesa. Attendiamo fiduciosi una Vostra risposta e alleghiamo la nostra “lettera aperta” pubblicata dal Corriere di Como dopo l’ intervista del nostro Vescovo:
    <<e’ passato=”” un=”” anno=”” dal=”” giorno=”” in=”” cui=”” abbiamo=”” conosciuto=”” da=”” nostra=”” figlia=”” la=”” verità=”” su=”” don=”” marco=”” mangiacasale.=”” parole=”” che=”” sono=”” entrate=”” nel=”” cuore=”” come=”” spade.=”” chi=”” consideravamo=”” riferimento=”” religioso=”” e=”” amico,=”” si=”” è=”” trasformato=”” incubo,=”” purtroppo=”” vero,=”” non=”” potevamo=”” fuggire.=”” davanti=”” ai=”” nostri=”” occhi=”” realtà=”” parlava=”” di=”” tre=”” anni=”” violenza=”” fisica=”” psicologica.<br=””> Nostra figlia, dall’età di tredici anni, aveva tenuto nascosto e sopportato
    “carezze” sempre più insistenti, sms spinti, richieste morbose, celate da
    rassicurazioni, da velate minacce, rinchiuse dentro la parola “segreto”,
    diventata una fortezza. L’insistenza aveva un obiettivo chiaro:
    “catechizzare”, con la forza del proprio ruolo di potere, una ragazzina per
    convincerla ad avere rapporti sessuali completi e soddisfare le proprie
    perversioni, senza scrupoli. Per noi, mamma e papà, il tempo trascorso non
    è stato medico. Ancora ci riecheggiano le parole tranquillizzanti di don
    Marco ai nostri dubbi sulla sua vicinanza e confidenza allegra. Lo shock di
    conoscere i particolari di una relazione per noi inimmaginabile non si
    affievolisce, anzi continua a scavare un tunnel verso il futuro, lastricato di
    sofferenza e di interrogativi inquietanti: quali saranno le conseguenze sulla
    affettività di nostra figlia? Quanto peserà nella sua vita di donna
    un’esperienza così terribile? Perché ingannare una ragazzina e non
    rivolgere le proprie attenzioni a persone adulte, consapevoli e padrone
    della propria esistenza? La lenta presa di coscienza del danno subìto
    alimenta la ferita, ancora infetta e viva. E’ il coraggio della denuncia, fatta
    da nostra figlia, l’unico bagliore nel buio della tristezza, l’appiglio che ci
    spinge a parlare ancora, a non fermare la nostra battaglia a favore della
    verità. Una lotta necessaria per dovere di trasparenza e per rispondere alle
    interpretazioni errate di una realtà, che ha un’unica faccia. Perché nutriamo
    una speranza: che non ci siano altre vittime, altre famiglie a pagare un
    prezzo così alto. Perché abbiamo una certezza: che la società non sia fatta
    solo di persone indifferenti e omertose, ma di individui onesti, con il
    coraggio di assumersi responsabilità. Perché ci è rimasta la fede, forza che
    risiede oltre i più alti campanili e non ha sempre corrispondenza con
    paramenti, abiti talari e stole di ogni ordine e grado.
    Dal Vescovo Diego Coletti non abbiamo avuto conforto diretto, se non
    freddi comunicati stampa e parole vuote di vicinanza ufficiale. Riceviamo,
    a distanza di tempo, colpe e mancanze inesistenti. Al Vescovo di Como
    chiediamo di prendere coscienza della gravità, ancora attuale, dei fatti, di
    lavorare nella direzione della verità, di condannare chi si macchia di un
    peccato così grave, di sostenerci con una presa di posizione netta. Non
    servono sorrisi o frasi di circostanza. Noi, che dal sorriso di un Suo uomo
    fidato, siamo stati traditi. A tutto il clero della Diocesi chiediamo di
    riflettere su quanto accaduto e di sostenere i deboli, le vittime, i poveri, chi
    non può pagare difese importanti, chi non ha voce, chi è minorenne.
    Chiediamo a tutti di non dimenticare. Siamo certi che insieme potremo
    lavorare per il bene dei giovani, della Chiesa, della nostra società.
    Attraverso un’ammissione di colpa, una condanna severa dei fatti accaduti,
    un’attenta vigilanza. Perché la nostra, insieme ad altre famiglie, possa
    uscire da questo angolo di dolore e riappropriarsi della serenità della vita
    che ci è stata rubata. Perché, ciò che è accaduto nella parrocchia di San
    Giuliano, non accada più.>>

  • PARLA LO PSICOLOGO: “I PEDOFILI NON GUARISCONO.”

    PARLA LO PSICOLOGO: “I PEDOFILI NON GUARISCONO.”

    ALESSANDRO CALDERONI

    Lo afferma lo psicologo che cura, fra gli altri, anche i preti che abusano di minorenni. Per questo, spiega, non è prudente lasciarli al loro incarico. A mezzo chilometro dalla Basilica di San Pietro, in Vaticano, lavora un professionista che conosce i più cupi segreti di alcuni membri del clero. Non è un confessore ma un clinico. Poco meno di sesant’anni, origini pugliesi, uomo di scienza prima che uomo di fede, Aureliano Pacciolla insegna psicologia della personalità alla Lumsa ed è psicoterapeuta orientato verso l’ipnosi e il cognitivismo. Dirige la collana Psicologia e interdisciplinarità dell’editore Laurus Robuffo ed è consulente tecnico del tribunale di Roma e della Sacra rota. Il suo campo d’azione specifico riguarda l’abuso sessuale: in particolare l’abuso su minorenni e la pedofilia.

    In qualità di terapeuta tenta il recupero di pazienti che si sono macchiati di questi reati anche all’interno del clero. In veste di studioso e ricercatore, è chiamato a tenere corsi di aggiornamento per superiori del clero, su questi temi. «Il primo caso di cui mi sono occupato riguardava un laico e mi ha insegnato che riconoscere un pedofilo non è cosa semplice, anche se sei un esperto» spiega Pacciolla.
    «Bruno aveva 35 anni e veniva da me per curare i suoi stati d’ansia dovuti alla separazione dalla moglie e alla disoccupazione. Dopo 2 anni di trattamento, di punto in bianco, mi rivelò che molto tempo prima aveva abusato di sua figlia, quando lei aveva 4 anni. La toccava mentre dormiva». Come andò a finire? La ragazza a 16 anni soffriva di stati dissociativi che non le permettevano di studiare con profitto. Il padre sparì poco dopo avermi rivelato il suo segreto.

    Quando vide il primo pedofilo in abito talare?
    Era il 1995 e mi trovavo fuori Roma. Un viceparroco di 29 anni trovò un pretesto per avvicinarmi e mi confidò che allenava la squadra di calcio dell’oratorio e al termine delle partite si improvvisava massaggiatore per toccare i bambini di 8-9 anni. Dopo il racconto, non si fece più vivo. Ricordo anche il caso di un frate straniero 55enne: da un lato aveva un’autentica ossessione per l’orario delle messe e per alcune sequenze di preghiere; dall’altro metteva in pratica fantasie masturbatorie con bambini, con la scusa che «anche loro sorridevano. Messo di fronte al fatto che un bambino non può scegliere liberamente di partecipare a un atto sessuale, dopo tre sedute si volatilizzò pure lui. In entrambi i casi segnalai i soggetti al vescovo di riferimento e all’autorità giudiziaria.

    Lei denuncia i suoi pazienti?
    L’obbligo di referto prevale sul segreto professionale quando è a rischio un bene comune. Poiché arrestare le tendenze pedofile di un soggetto è impossibile, occorre impedirgli di delinquere ulteriormente.

    Le sue segnalazioni hanno sempre effetto?
    Intervenni ripetutamente contro un prete che aveva abusato di sette adolescenti e pretendeva addirittura di farsi nominare superiore. Non finì in galera ma restò al suo posto. A poco a poco le famiglie coinvolte ritirarono le denunce e il caso si spense. Ma di certo quel frate non è guarito.

    Un pedofilo è incurabile?
    Curabile ma inguaribile, a mio parere. Primo, è veramente difficile che un pedofilo venga a chiedere aiuto da solo: arriva in terapia per altri disturbi o se viene implicato in vicende giudiziarie. Secondo, un pedofilo non riconosce la propria inclinazione, oppure non ritiene che abbia una connotazione negativa. Terzo, trattandosi di una preferenza sessuale, è pressoché impossibile variarla clinicamente. Quarto, messo davanti ai dati di fatto, in poche sedute il pedofilo abbandona il trattamento.

    Cosa pensa dell’ipotesi di castrazione chimica?
    Elimina solo l’erezione ma il pedofilo resta tale e sfoga le proprie pulsioni con altre parti del corpo, anche con maggiore veemenza a causa della frustrazione.

    Come si interviene allora su un paziente affetto da pedofilia?
    Somministrandogli antidepressivi Ssri a basso dosaggio lo si rende più permeabile al colloquio psicoterapeutico. In quella sede è possibile abituarlo a riconoscere in anticipo le immagini mentali che lo portano all’eccitazione, aumentando quindi le sue possibilità di autocontrollo. Ma anche quando il soggetto è collaborativo resta come un vulcano spento che può esplodere improvvisamente. Per questa ragione non credo sia prudente che i sacerdoti pedofili tornino ai loro incarichi.

    Il Vaticano cosa le dice?
    Personalmente non ho mai subito alcuna censura, anche se so che in non pochi casi è stata messa in atto una vera e propria «cover up policy» da parte di soggetti ecclesiastici. Non sempre le autorità ecclesiastiche hanno collaborato con le indagini delle autorità giudiziarie. Ora sembra che vi sia maggiore disponibilità, ma le resistenze sono ancora eccessive. In tribunale i casi di pedofilia in seno al clero sono sempre più frequenti.

    Il fenomeno è in crescita?
    È solo una questione di visibilità. Il clero dei paesi anglosassoni ha una maggiore percentuale di casi di pedofilia conclamata perché i loro sistemi giudiziari vantano certezza e immediatezza della pena. Al contrario, dove la pena è solo probabile e lontana nel tempo, la denuncia diventa una fonte di stress per la vittima e i suoi familiari. Alcuni poi ritengono che nelle culture latine, a prevalenza cattolica, sia più facile per la Chiesa tenere nascosta un’infamia.

    Ci sono differenze tra pedofili laici ed ecclesiastici?
    No. Le cause sono comuni: traumi subiti in infanzia o desiderio di provare nuove esperienze. Per tutti e due la pedofilia può essere una patologia, se la tendenza è stabile nel tempo, o soltanto un reato, per il quale basta un unico atto sessuale.

    Chi è la vittima tipo del prete pedofilo?
    I sacerdoti abusanti di orientamento eterosessuale molestano di solito le fedeli adulte e, meno frequentemente, suore e bambine. I sacerdoti pedofili con orientamento omosessuale, invece, statisticamente prediligono i bambini, specialmente prepuberi.

    Cosa succede a questi bambini quando diventano grandi?
    Difficile dirlo. Molti accusano un grave disturbo di personalità, detto borderline. Spesso i maschi esternalizzano la sofferenza diventando a loro volta abusanti, mentre le femmine soffrono in modo più intimo.

    Si è mai lasciato sopraffare dall’orrore di un racconto?
    Non posso dimenticare la storia di un quarantenne che dopo aver abusato della figlia primogenita, ormai diciassettenne, si era dedicato ai due gemelli secondogeniti, dodicenni: un maschio e una femmina. Violentava entrambi e, quando la bimba rimase incinta, la portò ad abortire firmando perché uscisse in anticipo dall’ospedale per poterla subito violentare di nuovo. Al termine dell’incidente probatorio andai nel bagno del tribunale a piangere.

    Panorama n. 50

  • Abusi sessuali in seminario, il Vescovo di Savona mente

    Abusi sessuali in seminario, il Vescovo di Savona mente

    Sandro P. “I toni trionfalistici del vescovo mi hanno ferito un’altra volta”

    SAVONA. «Non volevo soldi. Non ho mai chiesto alcuna forma di risar­cimento. Chiedevo, però, che la verità venisse a galla. Per questo, oggi, a fronte delle dichiarazioni trionfali­ste del vescovo e di don Pinetto, pro­vo sconcerto, delusione e un profon­do senso di rabbia che mi lacera e apre una ferita che speravo di avere rimarginato». Sono dure le parole pronunciate da Sandro P., l’ex semi­narista denunciato per diffamazio­ne da don Pietro Pinetto per avere reso pubblica la personale e dram­matica esperienza vissuta nellonta­no 1974, nel Seminario di Savona: toccamenti nelle parti intime che Sandro P., insieme ad altri due com­pagni di seminario, avrebbero con­fermato anche davanti al giudice.

    E il giorno dopo l’annuncio della prescrizione di don Pinetto per il re­ato di abusi sessuali, ma la richiesta di rinvio a giudizio nei suoi confron­ti per il reato di calunnia, l’ex semi­narista non ha tollerato il comuni­cato stampa, inviato dalla curia, do­ve si celebrava l’innocenza del sa­cerdote, oggi parroco della parrocchia di San Michele a Celle Ligure.

    «Come sia stato possibile travisa­re così le parole della sentenza – ag­giunge Sandro P. – ribaltandone il significato non mi è chiaro. E, so­prattutto, mi fa molto male. Non ho nulla da aggiungere se non una cosa: valuterò con i miei legali le posizioni da assumere a fronte di questo en­nesimo, doloroso, intervento pub­blico della curia e del sacerdote in questione».

    Rabbia, per l’ex seminarista, ma anche tanta amarezza, per una vi­cenda che aveva accettato di riapri­re, dopo tanti anni, con il solo obiet­tivo di far venire alla luce la verità. E, forse,nel cuore, la speranza che il sa­cerdote chiedesse scusa e ammet­tesse le sue responsabilità Le scuse, però, non ci sono state: don Pinetto, infatti, ha solo parlato di fraintendi­menti dei suoi comportamenti. Da qui, la rabbia manifestata, il giorno dopo, dall’uomo che, continua a ri­badire, aveva desiderato con ardore, da ragazzo, di seguire il percorso for­mativo in Seminario, ma si è ritrova­to per strada, con un’esistenza rovi­nata per sempre. «Tutte cose – dice – che mia madre ha ribadito davanti al procuratore Ferro che ha rag­giunto la mia famiglia, in un paesino della Sardegna, la scorsa estate, per ascoltare la loro versione e verifica­re la veridicità dei fatti denunciati. Non è stato facile, per mia madre, riaprire un capitolo così doloroso. Eppure, anche lei è stata disposta a ricostruire il ricordo di qnei giorni pur di vedere trionfare la verità. Ha ricordato quei momenti, in cui nemmeno mio padre mi aveva creduto. E c’erano voluti giorni, mesi prima che la mia famiglie si schierasse ac­canto a me. Non posso tollerare, quindi, che oggi il vescovo celebri in toni trionfalistici l’innocenza del suo sacerdote, quando le stesse pa­role del quadro giudiziario dicono ben altro. Non lo tollero per me né per mia madre che ha sofferto e deve soffrire ancora oggi sentendo certe cose».

    Come intenderà agire, nei prossi­mi giorni, l’ex seminarista, non è an­cora noto. «Valuterò con i miei lega­li», il commento.

    Silvia Campese SECOLO XIX Savona

  • Belcastro (CZ) LA STRAGE DI BAMBINI.

    Belcastro (CZ) LA STRAGE DI BAMBINI.

    Una vera e propria strage quella di Belcastro paesino del catanzarese, dove si è abusato di 17 bambini in soli 3 anni. La quantità ha dell’incredibile se si considera che nel paese vivono un migliaio di anime.  Quel che più fa inorridire è che questi bambini, tutti sotto i 14 anni, secondo l’accusa, sono stati abusati dal parroco di un paesino, Belcastro che conta meno di 1000 abitanti. Quanti bambini al di sotto dei 14 anni possono esserci mediamente in una comunità che conta meno di 1000 abitanti?

    Forse dire che quella comunità ha subito una strage, non è affatto esagerato.

    La notizia è passata sotto silenzio, quasi come se nulla fosse accaduto. Pochi giorni fa la Procura di Catanzaro dopo niente meno che tre anni ha finalmente chiuso le indagini, aperte nel 2010 dopo la denuncia di alcuni genitori e durante le quali le segnalazioni purtroppo si sono moltiplicate. Nel frattempo don Roberto Mastro non essendo vincolato da particolari restrizioni o controlli si è ovviamente dato alla macchia.

    La Diocesi di Crotone – Santa Severina,  come da manuale, si è chiusa nel consueto riserbo, senza fornire traccia su dove sia don Roberto. Da indiscrezioni sembrerebbe che si trovi in una località del centro Italia, ma questo poco importa: una persona con accuse così gravi non può restare nascosta senza che nessuno sappia le accuse mosse contro di lui.

    Il profilo che emerge dalle testimonianze dei 17 minori sentiti dalla Procura e da quello che il sacerdote è di fatto riuscito a produrre in tre anni è quello di un uomo pericoloso con un vizio seriale – quindi una reiterazione del reato – che difficilmente si fermerà di fronte alla paura del carcere. A rafforzare il suo ego la sicurezza chi fino ad ora lo sta sottraendo alla giustizia ordinaria.

    Nel frattempo le vittime e le loro famiglie assistono incredule a ciò che è accaduto e sta accadendo, nel quasi totale silenzio di una società e di una diocesi che oramai sta raccogliendo i pochi cocci di civiltà rimasti.

    Francesco Zanardi

  • Catanzaro, parroco accusato di abusi su minori. E’ fuggito all’improvviso tre anni fa

    Catanzaro, parroco accusato di abusi su minori. E’ fuggito all’improvviso tre anni fa

    di EMILIO GRIMALDI – La Procura della Repubblica di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio per don Roberto Mastro, ex prete di Belcastro. E’ accusato di violenza sessuale. Avrebbe abusato di 17 ragazzini, tutti minori di 14 anni, nel periodo in cui ha svolto il suo mandato di parroco tra il 2007 e il 2010. E’ la conclusione di una indagine aperta tre anni fa dopo la denuncia di alcuni genitori. Poi, durante le indagini, le segnalazioni si sono moltiplicate coinvolgendo una parte dei piccoli di Belcastro, un paese con poco meno di mille abitanti.

    Durante l’incidente probatorio, seguito da un pool di periti non catanzaresi, sono stati dichiarati attendibili i racconti dei minori. Tutti avrebbero confermato di aver avuto “rapporti di natura sessuale” con il parroco. Soltanto uno dei ragazzini avrebbe negato categoricamente il resoconto dei compagni. Una deposizione, la sua, che non ha convinto né i pubblici ministeri che si sono succeduti, Alfredo Cianfarini, Emanuela Costa e Giovanni Bombardieri, e né il giudice per le udienze preliminari, Tiziana Macrì.

    Nominato presbitero della parrocchia di San Michele Arcangelo in Belcastro dall’arcivescovo della Diocesi di Crotone Santa Severina, Domenico Graziani, il 1 ottobre 2007, raccontano che don Roberto ha svolto il suo mandato con un impegno. Ha fondato un gruppo scout, ha favorito la formazione di una Confraternita della Misericordia gemellata con quella di Isola Capo Rizzuto e ha aperto un sito web informativo sulle attività della chiesa locale.

    Finché, la notte del 1 dicembre 2010, ha abbandonato in tutta fretta la casa canonica senza dare più notizia di sé. E la Diocesi di Crotone Santa Severina si è chiusa in un riserbo considerato sempre più imbarazzante dai fedeli del paese natale di San Tommaso d’Aquino rimasti senza spiegazioni. Sembra comunque si trovi in una località del Centro Italia.

    E scatta l’inchiesta della Procura, condivisa con gli avvocati di parte civile delle famiglie coinvolte, nella quale sono state raccolte e messe a confronto centinaia di testimonianze di minori, genitori, parrocchiani e colleghi di don Roberto. Poi gli interrogatori dei bambini seguiti da psicologi ed esperti. Con la preoccupazione e la rabbia di un intero paese che chiede di non far scendere il silenzio su un caso così grave.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2013/11/29/news/sacerdote_accusato_di_pedofilia_in_calabria-72287755/

  • Discepoli di verità – Dossier Legionari di Cristo

    Discepoli di verità – Dossier Legionari di Cristo

    Discepoli di verità

    Dossier Legionari di Cristo

    (Documenti e testimonianze sugli abusi sessuali del fondatore dei Legionari di Cristo, il prete pedofilo Marcial Maciel Degollado, protetto per anni da papa Wojtyla e dal cardinale prefetto Joseph Ratzinger)

    Kaos edizioni, Milano, 2010, pag.223, euro 18,00

    Questo ordine religioso si configurava come una setta intra-ecclesiale dai comportamenti al limite del delinquenziale. La manipolazione psicologica degli adepti e di tutti coloro che frequentavano le sue istituzioni era totale: spionaggio e dossier segreti servivano per instaurare una rete di complicità e connivenze tali da coprire ogni tipo di abuso che veniva compiuto, soprattutto dal fondatore.

    Marcial Maciel Degollado (1920-2008) era un finto prete santo messicano, caratterizzato da un incredibile capacità di simulazione e di fare l’esatto contrario di quello che lui e la chiesa da sempre predicano:

    -era riuscito a mantenere in epoche diverse svariate famiglie clandestine per un totale di sei figli

    -decine di novizi del suo ordine religioso furono molestati sessualmente per decenni

    • derubava il suo stesso ordine religioso per mantenere le sue amanti e i relativi figli naturali e adottivi
    • era un morfinomane incallito che non disdegnava di praticare lucrosi traffici
    • corruttore inveterato, versava copiose bustarelle ad esponenti vaticani, in cambio soprattutto di connivenze sulla sua scandalosa vita privata
    • clerico-fascista fanatico, era in tenera amicizia con i più sanguinari dittatori sud-americani                                                                     Il testo ha un tono satirico-polemico a partire dalla scelta dei titoli dei capitoli: “La figlia segreta e altre storie”, “Una  insaziabile dipendenza dal sesso”, “Giustizia ratzingeriana”. In un passo del libro Degollado è definito  “Rasputin azteco”.

    Il comunicato ufficiale contro di lui emanato dalla santa sede nel 2010 è il solito capolavoro di ipocrisia in quanto sottace le decisive complicità vaticane nei suoi innumerevoli misfatti.

    pierinogiovannimarazzani@gmail.com

    novembre 2013

  • Verona, no alla marcia contro la pedofilia, sì al convegno omofobo

    Verona, no alla marcia contro la pedofilia, sì al convegno omofobo

    Venerdì a Verona si terrà la marcia per ricordare il più grande scandalo di pedofilia in Italia, compiuto in un istituto per sordi. Mentre il sindaco Tosi nega il patrocinio ma lo concede a un convegno che ha il tono dell’omofobia. Attraverseranno le vie della città scaligera, partendo dall’istituto Provolo. Tra quelle mura per bambini sordi si compì il più grande scandalo di pedofilia compiuto da sacerdoti. In quella scuola che doveva garantire loro un futuro migliore, aiutarli nello studio e nell’inserimento lavorativo e sociale, frequentata da bambini di famiglie povere, orfani o “dimenticati” dai genitori.

    Trovarono, invece, l’inferno, anche sotto l’altare, come ha denunciato Giuseppe Consiglio, che subì violenze fino a una decina di anni fa. A distanza di anni, le vittime trovarono il coraggio di denunciare quegli episodi terribili: 67 ex studenti accusarono 26 sacerdoti di abusi e maltrattamenti. “Preti e fratelli religiosi hanno abusato di noi” dissero e lo scrissero pure alla Curia di Verona, che per troppo tempo non diede credito alla loro versione. Solo di recente si aprì lo squarcio sulla verità. E meno di un anno fa il Vaticano ha ammesso gli abusi all’istituto Provolo, infliggendo però pene inadeguate ai preti ancora in vita. A nessuno, ad esempio, è stata tolta la toga, nessuno è stato cacciato da quell’istituto della vergogna.

    Anche la Provincia di Verona ha negato, come il Comune, il patrocinio alla marcia contro la pedofilia, ma l’anno scorso l’aveva accordato. Nel 2009 il sindaco Flavio Tosi aveva sottoscritto l’ordine del giorno in cui si equiparava la pedofilia a “crimine contro l’umanità”, proprio dopo le denunce dei sordi. Ma ha concesso sia il patrocino e, pare, anche gratuitamente la sala della Gran Guardia, dove si terrà il convegno. L’anno scorso i sordi avevano fatto la colletta per pagare al Comune i duemila euro per un incontro pubblico.

    Il convegno è su “La teoria del gender: per l’uomo o contro l’uomo”, che ha già sollevato un polverone, perché ha il sapore dell’omofobia. L’organizzatore ha dichiarato che non è vero e “noi vogliamo dare voce ai cristiani e difendiamo la famiglia”. Ma sull’omosessualità ha fatto capire come la pensa in un’intervista apparsa sul Corriere del Veneto: “La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, fino, mi pare, al 1992, sosteneva peraltro che l’omosessualità è una malattia. Poi, con una votazione fatta per corrispondenza, abbastanza inusuale, ha deciso che non lo è più: ma anche questa è un’opinione…”. E ha concluso con un invito agli omosessuali: “Gli direi che lui crede di trovare la felicità attraverso certi comportamenti, seguendo le sue tendenze: ma aggiungerei che se invece seguisse un’altra strada, magari faticando e lottando un po’ contro se stesso, potrebbe essere più felice…”.

    Quando un ragazzo abusato conta meno di un convegno dalle teorie bislacche.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/18/verona-no-al-patrocinio-per-marcia-contro-pedofilia-si-al-convegno-dai-toni-omofobi/715765/#.UjoiBktoZP4.facebook

  • L’Onu apre un’inchiesta sui preti pedofili e interroga il Vaticano

    L’Onu apre un’inchiesta sui preti pedofili e interroga il Vaticano

    Il Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti dei Bambini, l’organo che si occupa del rispetto della Convenzione Onusui Diritti dell’infanzia del 1989, ha sottoposto al Vaticano un lungo elenco di richieste di informazioni dettagliate su “tutti i casi di abusi sessuali su bambini commessi da membri del clero, religiosi e religiose, o portati all’attenzione della Santa Sede“.

    L’organo delle Nazioni Unite chiede, tra i vari punti, al Vaticano di specificare “quali misure sono state messe in atto per fare in modo che nessun prete accusato di abusi sessuali sia autorizzato a rimanere in contatto con i bambini”, o quali “istruzioni esplicite siano state date al clero, a tutti i livelli perché tutte le notizie di abuso vengano riferite alla polizia nei propri Paesi e in quali casi invece sia stato chiesto ai membri della gerarchia cattolica di non riferire questi crimini, e a quale livello”.

    Il Comitato dell’Onu vuole anche avere maggiori informazioni “su quale sostegno la Santa Sede fornisca ai bambini vittime di abuso”, sulle “inchieste canoniche contro i preti molestatori” e “sulla cooperazione delle autorità ecclesiastiche con le magistrature nazionali”. Inoltre, il Comitato delle Nazioni Unite vuole anche capire “quale sia la politica della Chiesa per quel che riguarda i risarcimenti” (e se il pagamento di denaro sia mai stati collegato all’obbligo di mantenere il silenzio sugli abusi) e “quali misure di prevenzioni di nuovi abusi siano state adottate”.

    Dall’Onu vengono poi citati due casi in modo esplicito: le “Case Magdalene”, gli istituti femminili che accoglievano le ragazze orfane che in Irlanda sono stati teatro di “tortura e trattamenti crudeli, degradanti e inumani” e quello legato ai “Legionari di Cristo”, accusati di impedire ai seminaristi di avere contatti con le loro famiglie.

    Lo scorso 18 giugno, il Comitato delle Nazioni Unite ha ascoltato i rappresentanti delle vittime di abusi del “Survivors Network of those Abused by Priests”(Snap). Secondo il presidente della Snap, Barbara Blaine, ” il fatto che il Comitato delle Nazioni Unite abbia chiamato il Vaticano a rispondere per i suoi precedenti sui diritti dei minori… è un fatto che dà speranza alle vittime di abuso in tutto il mondo. Spero che l’esempio delle Nazioni Unite, con la richiesta di informazioni dettagliate sugli abusi, venga seguito anche da altre organizzazioni internazionali per portare alla luce la verità e prevenire nuovi crimini odiosi”.

  • Pedofilia, cos’ha chiesto l’Onu al Vaticano e perché

    Pedofilia, cos’ha chiesto l’Onu al Vaticano e perché

    Il Vaticano dovrà rendere conto all’Onu per numerosi casi di pedofilia da parte di membri del clero nel mondo. La Commissione per i diritti del bambino ha chiesto di presentare un rapporto sugli abusi commessi dal clero nel mondo e delle misure prese per contrastare il fenomeno, visto il dilagare preoccupante del fenomeno e le diffuse e pluridecennali coperture da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Il Vaticano, che è membro non osservatore della commissione Onu, ha infatti sottoscritto la Convenzione sui diritti dei bambini nel 1990: ciò implica che debba rendere conto sul tema alle Nazioni Unite.

    Il Sommo Pontefice sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri

    La Santa Sede aveva sottoscritto la Convenzione con alcune riserve, come l’accettazione del family planning solo con i “metodi naturali” che “considera moralmente accettabili” (quindi non pillola e preservativo, ma Ogino-Knaus e simili). Inoltre “interpreta gli articoli della Convenzione in una prospettiva che salvaguardi il primario e inalienabile diritto dei genitori” specie per educazione, associazione, religione e privacy. Soprattutto, dichiara che l’applicazione del documento sia “compatibile in pratica con la particolare natura dello Stato della Città del Vaticano e delle fonti della sua legge oggettiva”. Ovvero l’articolo 1 della legge fondamentale del 7 giugno 1929, motu proprio di Pio XI, in cui si proclama che “il Sommo Pontefice sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario”.

    La Santa Sede intende l’applicazione della Convenzione anche sulla base dei limiti posti dalla sua “legislazione in materia di cittadinanza, accesso e residenza”. Nella dichiarazione che correda le riserve, il Vaticano ci tiene a precisare che con l’accesso alla Convenzione “non intende prescindere in ogni modo dalla sua specifica missione che è di carattere religioso e morale”. Lo stesso comitato delle Nazioni Unite nel 1995 aveva riconosciuto il passo importante del Vaticano, ma aveva sollevato alcune questioni proprio sulle riserve. In particolare sul “pieno riconoscimento” del bambino come “soggetto di diritti”, per “la discriminazione tra bambini che può sorgere nelle scuole e nelle istituzioni cattoliche, specie dal punto di vista del genere”, per la “insufficiente attenzione” per l’educazione alla salute dei bambini e per il family planning.

    Monsignor Massimo De Gregori, membro della missione diplomatica della Santa Sede a Ginevra, e il direttore della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi minimizzano. Ma il Vaticano risulta attenzionato sul protocollo opzionale della Convenzione, riguardante “vendita di bambini, prostituzione minorile e pornografia minorile”. Dovrà rendere noti i dati sugli abusi e sulle misure prese, anche risarcimenti e assistenza alle vittime entro il 1 novembre 2013, come richiede la list of issues della commissione, visto che il precedente rapporto del Vaticano non ha chiarito alcuni punti. I rappresentanti d’Oltretevere saranno auditi presso la Commissione il prossimo gennaio. L’ente dell’Onu chiede “informazioni dettagliate su tutti i casi di abusi commessi da membri del clero”, “alla luce del riconoscimento da parte della Santa Sede” del fenomeno, negli ultimi anni del pontificato di Benedetto XVI e con le mosse recenti di Francesco. Si allude al coinvolgimento delle diocesi, che hanno insabbiato e coperto molti casi, non di rado con il trasferimento parroci e pretendendo il silenzio dalle famiglie per evitare che si appellassero alle autorità civili e scoppiasse lo scandalo pubblico.

    Da anni si tenta di avere un rapporto dettagliato dal Vaticano

    Dopo decenni di abusi, le associazioni che difendono le vittime come Snap hanno ottenuto che l’Onu si rivolgesse al Vaticano. Tra i soggetti che hanno portato queste istanze in sede internazionale e permesso che finalmente si chiedesse trasparenza c’è anche laNational Secular Society, organizzazione laicista britannica. Keith Porteous Wood, esponente umanista all’Onu, spiega che da anni si tenta di avere un rapporto dettagliato dal Vaticano. L’International Humanist and Ethical Union (di cui fa parte anche l’Uaar) ha presentato una serie di osservazioni sul report firmato dalla Chiesa cattolica, evidenziando come venissero meno gli obblighi sottoscritti con la Convenzione. Come ricorda Wood, la commissione di Ginevra ha interpellato quindi alcuni testimoni supportati proprio dagli umanisti. Tra i temi trattati, anche il trattamento indegno nelle case Magdalene in Irlanda, riservato alle “ragazze perdute” dalle suore. Il loro ordine religioso, proprio ieri, ha comunicato che non verserà denaro nel fondo di compensazione destinato a risarcire le vittime.

    Sforzo per rendersi più credibile e umano nei confronti dell’opinione pubblica

    Il papa ha usato parole forti per condannare gli abusi commessi da preti e ha promesso pulizia. Come fatto tardivamente dal suo precedessore, analogamente agli scandali che coinvolgonol’Istituto per le opere di religione, si tratta dell’ennesima promessa di soluzione che fa seguito a un’insistente sollecitazione esterna. Vero è che negli ultimi mesi il Vaticano ha iniziato un grosso sforzo per rendersi più credibile e umano nei confronti dell’opinione pubblica, con molte dichiarazioni concilianti di Bergoglio. Sarebbe auspicabile che lo facesse anche sulle questioni più importanti e in maniera concreta: cambiando l’atteggiamento nei confronti dei religiosi colpevoli di abusi e collaborando efficacemente con la giustizia. È compito anche delle associazioni laiche e dell’opinione pubblica stimolare la Chiesa affinché si prenda le sue responsabilità senza atteggiarsi a vittima di complotti e strumentalizzazioni.

    La redazione

    http://www.uaar.it/news/2013/07/17/pedofilia-onu-vaticano/

  • «Don Luigi vittima del pregiudizio Si è creato eccessivo allarmismo»

    «Don Luigi vittima del pregiudizio Si è creato eccessivo allarmismo»

    Don Pierluigi, il vicario di Casirate: non può essere etichettato per tutta la vita

    Don Pierluigi Fontana

    Sabato, l’oratorio di Pumenengo è deserto. Per festeggiare l’ultimo giorno del Centro ricreativo estivo della parrocchia, 65 bambini, i loro genitori e 10 assistenti sono andati in gita al parco acquatico delle Vele nel Bresciano. Una comitiva di quasi 150 persone. Con loro c’è don Luigi Mantia, il sacerdote che sostituisce il parroco e che in febbraio ha patteggiato due anni di reclusione (pena sospesa) per abusi sessuali su due minori. Per Pumenengo pare non sia un problema. Quel prete schietto – che da maggio sostituisce il parroco – piace, la comunità lo apprezza e quando nei giorni scorsi è stato contestato, gli si è stretta intorno facendo quadrato. A sollevare il caso – come abbiamo riferito – sono state le famiglie di Casirate, per cui quell’episodio del 2009 è insuperabile. La querelle si è accesa perché quest’anno le due parrocchie hanno organizzato insieme la vacanza in montagna. Alla notizia che avrebbe partecipato don Mantia a Casirate è scoppiata una bufera. Per i genitori è inopportuno – qualcuno ha sostenuto «improponibile» – mandare i figli in vacanza insieme a quel sacerdote. E non sono servite le rassicurazioni del vicario, don Pierluigi Fontana, 31 anni. Alla fine don Mantia, per non far saltare la vacanza, ha deciso di rimanere a casa. A guidare i due gruppi sarà solo don Pierluigi. Il quale ieri pomeriggio era in oratorio per definire gli ultimi dettagli prima della partenza di oggi. E ha accettato di spiegare il suo punto di vista. «Mi spiace molto che sia andata a finire così – riflette -, si è data troppa eco a una vicenda che è nata nel più normale dei modi: ero a tavola con don Luigi ed è nata l’idea portare i rispettivi gruppi dell’oratorio insieme in montagna».

    Mentre organizzavate la vacanza, non è insorta l’esigenza di informare le famiglie in merito alla vicenda giudiziaria che ha coinvolto don Luigi?
    «Non ho voluto tener nascosto niente a nessuno, ma non mi sono neanche posto il problema. Don Luigi non è uno sconosciuto a Casirate, ha celebrato messa e ci ha accompagnato a Milano per l’incontro con il Papa. In questi due anni ha sempre avuto la stima del vescovo ed è rimasto in servizio. Oltre al patteggiamento c’é tutta una serie di elementi che dovrebbe consegnare il nostro giudizio in un’ottica positiva e fugare ogni dubbio».

    Però è comprensibile che un genitore si preoccupi quando si parla di reati di questo tipo. Cosa ha detto quando le hanno espresso le loro riserve?
    «Ho detto che se non pensavano di avere garanzie, tenessero pure a casa i loro figli. Le preoccupazioni sono comprensibili, ma ho proposto la vacanza perché sapevo di poter offrire tutte le garanzie del caso. Alcune famiglie avevano già incrociato don Luigi, certo non era una conoscenza approfondita, ma non è neanche uno sconosciuto arrivato da chissà dove. Si è creato un allarmismo eccessivo».

    L’ha ferita la mancanza di fiducia dei suoi parrocchiani?
    «Certo non mi ha reso felice. Speravo che la mia parola e le garanzie che potevo offrire avessero un certo peso. Sono ottimista. Supereremo questa situazione. C’è la volontà di andare avanti».

    Perché non avete pensato di organizzare un incontro con i suoi parrocchiani per far conoscere don Luigi, come hanno proposto invece le famiglie di Pumenengo? «Purtroppo non ci si è pensato, poi è stato tardi e lui ha deciso di non venire. Vedremo, se ci saranno le condizioni dopo le vacanze».

    L’attenzione è massima quando si parla di abusi sui minori, occorrerebbe più sensibilità, anche nel mondo religioso, nell’approcciarsi a questi problemi?
    «L’attenzione è altissima ma purtroppo è altissimo anche il pregiudizio. Il problema è quello delle etichette, non si va oltre. L’etichetta è la prima cosa che incontri in una persona, ma occorre l’onestà intellettuale di vedere se è vera. Nel caso di don Luigi, tanti elementi fanno credere che l’etichetta non sia vera. Di questo ho discusso con i genitori».

    La diocesi non avrebbe fatto meglio a pensare a un ruolo diverso per lui, lontano dai ragazzi, come chiede l’Onu per questi casi?
    «Forse è vero, ma non è giusto neanche che uno si porti dietro per sempre questo discrimine quando tutto fa pensare al contrario».
    14 luglio 2013 (modifica il 15 luglio 2013)

    http://bergamo.corriere.it/bergamo/notizie/cronaca/13_luglio_15/don-luigi-vittima-pregiudizio-fontana-misano-2222162385883.shtml