Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le bugie di don Di Noto. Pedofilia: “Coinvolti 80 preti e alcune suore”, In realtà sono molti di più

    Le bugie di don Di Noto. Pedofilia: “Coinvolti 80 preti e alcune suore”, In realtà sono molti di più

    In internet sono reperibili quasi 130 casi di preti accusati/processati/condannati per pedofilia negli ultimi anni.

    E sono solo i casi noti tramite internet, non le indagini e e i processi coperti dall’omertà della stampa, non i casi che non vengono alla luce perché nessuno denuncia.

    Don Di Noto mente spudoratamente per proteggere la sua casta.

    www.agi.it/cronaca/notizie/20100218…_e_alcune_suore

    PEDOFILIA: DI NOTO, COINVOLTI 80 PRETI ITALIANI E ALCUNE SUORE

    (AGI) – CdV, 18 feb. – “L’Italia non e’ immune dal triste fenomeno dei preti pedofili”. Lo afferma il sacerdote Fortunato Di Noto chiamato da Radio Vaticana a commentare la linea della “tolleranza zero” imposta dal Papa ai vescovi dell’Irlanda.
    “Attualmente – spiega il fondatore dell’associazione antipedofili Meter – in questi ultimi 10 anni, circa 80 sacerdoti sono stati coinvolti. O perche’ denunciati, gia’ processati e condannati riguardo al fenomeno. E’ un fenomeno che esiste, e’ un fenomeno che c’e’, nessuno puo’ dire che non e’ cosi’”. In Italia, concede don DI Noto, “forse e’ piu’ gestito e controllato, anche se ci sono stati dei casi affrontati con imprudenza”. A una domanda su eventuali casi di suore che abbiano compiuto abusi, Di Noto risponde che “questi fenomeni negli istituti religiosi femminili accadono in maniera molto piu’ blanda anche se non c’e’ stato un monitoraggio molto serio riguardo a questi fenomeni. Pero’ esistono, ci sono stati e credo che dobbiamo saperli affrontare”. Credo – spiega don Di Noto alla Radio Vaticana – che anche da noi bisogna fare un lavoro sui seminari, molto, molto lavoro di formazione, di discernimento nei Seminari. Bisogna fare un attento monitoraggio ma anche affrontare le situazioni delicatissime che si vengono a creare con molta oculatezza, prudenza e soprattutto efficacia”. “E credo – scandisce – che noi non dobbiamo mai piu’ permettere che qualcuno ci dica : Tu sei rimasto in silenzio. Tu non vuoi fare niente. Tu non vuoi affrontare il problema. Io credo che ognuno di noi deve assumersi le responsabilita’”. “Umilmente – aggiunge il sacerdote – mi appello ai vescovi: credo sia necessaria una azione pastorale molto piu’ decisi”. Alcuni vescovi, spiega, “hanno aperto Sportelli Meter, dove divengono un luogo pastorale per implantare l’azione per l’infanzia, l’impegno quotidiano nella promozione dei diritti dell’infanzia e nella capacita’ di coordinare con l’azione della pastorale familiare”. Secondo don Di Noto, insomma, gli strumenti ci sono. Non siamo piu’ all’anno zero”. Vogliamo, sintetizza, “una Chiesa che serve l’uomo che sta dalla parte dei poveri, che sta dalla parte dei piccoli, che evita lo scandalo. Perche’ lo scandalo e’ qualcosa di molto serio. del resto lo scandalo, la parola scandalo non e’ altro che un cappio e chi fa il cappio e’ colui che ha la volonta’ di accalappiare qualcuno e quindi di farlo cadere, di farlo incianpare per appropiarsene. Ecco – rileva Di Noto – la Chiesa non puo’ permettersi piu’ di fare questa azione o di coprire questa azione”. All’indomani delle decisioni del Papa e dei vescovi irlandesi, il sacerdote siciliano, dunque, si dice “molto commosso soprattutto per le vittime, per il dolore del Papa e anche per il silenzioso e quotidiano servizio dei mie volontari che ormai da 20 anni si occupano di questo fenomeno e di tanti altri sparsi nel mondo e nel silenzio si adoperano affinche’ questi fatti non accadano e soprattutto nel senso dell’accoglienza delle vittime, che sono ferite profondamente nel cuore, nell’animo che coinvolgono le famiglie e dunque le comunita’ parrocchiali”. “Quando accadono fatti perpetrati da sacerdoti – conclude – e’ un danno enorme a tutta la comunita’ ecclesiale, a tutte le parrocchie e anche alla Chiesa universale: credo che il Santo Padre abbia lanciato un appello, anche un impegno perche’ come e’ vero che dall’alta autorita’ che riveste fara’ una Lettera agli irlandesi, ma credo che da questa lettera pastorale dovremmo attingere un po’ tutti affinche’ questi piu’ in silenzio e soprattutto ancora far si’ che questa sia una azione pastorale quotidiana, dove i bambini devono essere accompagnati, dove i bambini devono essere educati ma dove gli adulti devono imparare a non offendere mai l’infanzia”. (AGI) .

  • Prete pedofilo, sit in sotto la curia di Bologna

    Prete pedofilo, sit in sotto la curia di Bologna

    venerdì, 12 febbraio 2010, 20:05

    Anche Rete Laica Bologna ha aderito al sit-in indetto dall’Associazione radicale Anticlericale.Net, oggi alle ore 18 sotto la Curia di Bologna, per protestare contro la diocesi felsinea attorno alla vicenda del prete pedofilo, condannato a Ferrara in primo grado per molestie sessuali su bambine tra i 3 e i 6 anni.

    L’associazione si è recata sotto l’ufficio di Monsignor Vecchi e del Cardinale Caffarra “per portare fisicamente le domande a cui devono rispondere di fronte all’opinione pubblica”, spiega il portavoce Maurizio Cecconi, che afferma come “il documento vaticano “De delictis gravioribus” impone che la diocesi che apprende di casi di pedofilia al proprio interno informi tempestivamente la “Congregazione per la Dottrina della Fede” a Roma. Quali direttive hanno trasmesso dal Vaticano alla Curia di Bologna?”.

    “Nel 2009 il Cardinale Caffarra . continua Cecconi – ha curato e pubblicato la “Carta formativa della Scuola Cattolica dell’infanzia”, in cui si legge che “il gestore e gli insegnanti delle scuole materne parrocchiali debbono condurre un’esemplare vita cristiana”. Un’esemplare vita cristiana comprende anche le molestie sessuali sui minori? Il documento vaticano “Crimen sollicitationis” impone a “tutti coloro che a vario titolo entrano a far parte del tribunale o che per il compito che svolgono siano ammessi a venire a conoscenza dei fatti sono strettamente tenuti al più stretto segreto, su ogni cosa appresa e con chiunque, pena la scomunica “latae sententiae”, per il fatto stesso di aver violato il segreto”. E’ stato imposto il silenzio, dalla Curia di Bologna, alle educatrici, dipendenti della Curia stessa, e ai genitori delle vittime, con la minaccia della scomunica?”.

    Le domande che la Rete Laica rivolge alla curia felsinea continuano chiedendo dove si trovi attualmente il prete condannato, se esercita ancora una professione a contatto con minori, qual è il suo nome e cognome (qui va detto che è la stessa legge, proprio a tutela della riservatezza delle piccole vittime, a imporne l’anonimato, ndr), se ci sono stati altri casi di pedofilia nelle scuole cattoliche della diocesi di Bologna, e perché – questa la domanda rivolta in una lettera pubblica dall’avvocato difensore delle famiglie costituitesi parti civili nel processo – la Curia non paga le provvisionali alle famiglie delle bambine vittime di molestie.

    www.estense.com/prete-pedofilo-sit-…-page-1#respond

  • La torta del monsignore

    La torta del monsignore

    Di chi sono le scuole materne cattoliche? A chi appartengono, chi ne è responsabile, chi le gestisce e ne assicura il buon funzionamento? Dipende dalla direzione che prendono i soldi. Se si tratta di chiederli, attingendo alle casse dello Stato, cioè alle tasche dei contribuenti, compresi i non-cattolici e i cattolici che credono nella scuola pubblica, allora gli asili parrocchiali e delle suorine sono a pieno titolo della Chiesa. Che batte cassa ormai senza più eufemismi e giri di parole: “Se c’è una torta, il 30% di quella torta va messo per le scuole cattoliche”, questa è una dichiarazione di monsignor Ernesto Vecchi, vescovo e vicario generale della Diocesi di Bologna, e risale a soli quattro mesi fa.

    Se invece i soldi c’è da darli, allora gli asili parrocchiali non sono più di nessuno, solo solo del prete che li gestisce, la Chiesa non c’entra più e non ne è più responsabile. Com’è accaduto nel caso di quell’asilo del ferrarese, dipendente dalla diocesi di Bologna, il cui sacerdote-maestro, condannato in primo grado per molestie di tipo pedofilo sulle bambine a lui affidate, fu obbligato a risarcire le famiglie delle piccole vittime con 28 mila euro di provvisionale, che risultando nullatenente non pagherà mai. Ma la sua Diocesi neppure: dopo essersi strenuamente opposta (con successo) nel corso del processo ad essere riconosciuta come responsabile civile per i danni, ora rifiuta anche, con un silenzio imbarazzato e fragoroso, di dare una risposta purchessia all’appello dell’avvocata delle famiglie, che chiede al cardinale Caffarra se non senta almeno il dovere morale, in mancanza dell’obbligo legale, di risarcire quelle bambine che furono messe fiduciosamente nelle mani di un sacerdote traditore del suo abito.

    La Chiesa di Bologna, al momento in cui scriviamo queste righe, non ha trovato neppure il coraggio (vogliamo dire la dignità?) di rispondere con un sincero “no” a quella richiesta, così come no ha trovato in due anni la sensibilità di scrivere due righe di rammarico e scuse a quelle famiglie che di madre Chiesa si erano fidate. Il pontefice chiede di aprire le porte alla verità sui casi di pedofilia nella Chiesa, ma a Bologna si chiudono le finestre (e le bocche) e si spera che nessuno ne parli. Ora che qualcuno ne ha parlato, attendiamo l’inevitabile corsivo indignato su Bologna Sette di domenica prossima contro le falsità dei laicisti. Se serve uno spunto, ricordiamo che, sempre quattro mesi fa, monsignor Vecchi dichiarò testualmente che “la parità si fa coi soldi”. Il rispetto per gli altri anche, almeno qualche volta, eccellenza.

    http://smargiassi.blogautore.repubblica.it/2010/02/11/la-torta-del-monsignore/

  • Vecchi disse: questo incontro non esiste” La denuncia dei genitori e di un´educatrice

    Vecchi disse: questo incontro non esiste” La denuncia dei genitori e di un´educatrice

    Data: 11/02/2010
    Pagina VI – Bologna “Vecchi disse: questo incontro non esiste” La denuncia dei genitori e di un´educatrice. Il vescovo al processo ha smentito Il sacerdote fu arrestato in marzo, due mesi dopo le denunce. Prima nessuno fece nulla Il caso riaperto da una lettera dell´avvocato delle vittime: la Curia risarcisca MICHELE SMARGIASSI (segue dalla prima di cronaca)
    I legali della Curia giudicano «tendenziosi e sbagliati» i passaggi della sentenza che riguardano l´atteggiamento della Chiesa bolognese, e annunciano battaglia in appello (molto lontano: primavera 2012). Difficile comunque negare che quello scandalo continui a imbarazzare la Curia bolognese, che nei due anni successivi alla sentenza non ha mai avvertito il bisogno di inviare due righe di rammarico alle famiglie delle dieci bambine (dai tre ai sei anni) palpeggiate e sottoposte a squallidi “giochi” dal sacerdote-insegnante di un asilo parrocchiale in un paese del ferrarese (ma nella diocesi bolognese) di cui, per ovvi motivi, tacciamo ogni elemento di identificazione. Un silenzio riportato alla luce dalla lettera aperta che l´avvocato di molte delle piccole vittime, Claudia Colombo, ha inviato due giorni fa al cardinale Carlo Caffarra per invitarlo, anche se la legge non lo obbligherebbe, a pagare il risarcimento di 28 mila euro fissato dal tribunale, che il sacerdote “nullatenente” non può versare, e che dunque le famiglie rischiano di non ricevere mai.
    Non è una coincidenza che quella vecchia storia torni oggi di attualità. Pochi giorni fa papa Ratzinger ha ammesso dolorosamente le colpe dei tanti suoi ministri che hanno «violato i diritti dei minori», e un mese fa il cardinale Hummes, prefetto della Congregazione del clero, ancora più nettamente ha disposto che i preti pedofili vengano denunciati alla giustizia ordinaria, non solo a quella ecclesiastica. Ma quando un´educatrice dell´asilo degli scandali, dopo aver raccolto le allarmanti testimonianze di alcune colleghe, tentò di avvisare le gerarchie, le cose non andarono proprio così. «Ho inviato diversi fax, ho fatto diverse telefonate, non ho avuto risposta», testimoniò al processo. «Mi rispondeva il segretario di monsignor Vecchi (…) al quale dicevo: mi rivolgo a voi nella speranza che possiate essere dei buoni genitori nei confronti di don …». Era il novembre del 2004. Infine, dopo appuntamenti fissati e rinviati, quell´incontro avvenne, ma ormai i genitori avevano già denunciato i loro sospetti ai carabinieri. E questo, riferirono i due “ambasciatori”, fece infuriare Vecchi: «Si arrabbiò moltissimo, cominciò a urlare contro di me dicendo che io ero pagata da loro, che dovevo dirglielo, che loro non sapevano niente, che non potevano immaginare (…) al che incominciai a dire che avevo fatto richiesta diverse volte (…) ma non c´è stato verso, nel senso che lui era arrabbiatissimo e la conversazione si chiuse lì». Commento dei giudici in sentenza: dopo questo «fallimentare estremo tentativo delle insegnanti e dei genitori di avvertire la Curia», «il silenzio dei vertici ecclesiastici e la loro ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle accuse che già da tempo circolavano (…) equivale a implicita ammissione di conoscenza di quei fatti da parte delle gerarchie e consente di leggere tutta la vicenda dei rapporti con i vertici come un tentativo di evitare uno scandalo che si considerava inevitabile perché fondato su fatti inoppugnabili».
    Dal lungo e sofferto processo emerge che in Curia nessuno negò l´esistenza di un problema in quell´asilo. Proprio Vecchi, nel burrascoso colloquio, secondo i suoi interlocutori riconobbe che «don … è molto malato». Del resto, quando all´inizio del 2004 i genitori insospettiti si erano rivolti ad altri parroci della zona e anche a una suora, almeno per un certo periodo il prete molestatore si era tenuto a freno, verosimilmente ammonito dall´alto. Se non mancò la consapevolezza, per i giudici mancò semmai il coraggio della trasparenza e dell´intervento tempestivo. Del resto il sacerdote fu arrestato in marzo, due mesi dopo l´incontro informativo in Curia, ma neppure allora la diocesi prese alcun provvedimento cautelativo nei confronti del sacerdote, che continuò a frequentare l´asilo. Mancò poi, accusa l´avvocato delle vittime, quel tratto di umana compassione che avrebbe dovuto rendere moralmente necessario un gesto di scuse verso le vittime di chi tradì i doveri dell´abito e del ruolo che la Chiesa stessa gli aveva affidato.

    “prete pedofilo “in curia clima ostile e omertoso” – michele smargiassi”

    Data: 11/02/2010
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    Cronaca Locale
    Pagina III – Bologna L´inchiesta Prete pedofilo “In Curia clima ostile e omertoso” MICHELE SMARGIASSI «Questo incontro non è mai avvenuto». L´educatrice dell´asilo degli scandali se lo ricordò, invece, e tre anni dopo fece mettere a verbale quell´ultima frase del monsignore, così com´era rimasta scolpita nella sua memoria, cioè pronunciata sulla soglia dell´ascensore della Curia. Anche il genitore di una delle bimbe molestate dal parroco-maestro di quell´asilo del ferrarese riferì al tribunale quasi le stesse parole del prelato: «Ci strinse la mano all´uscita e ci disse che questo incontro non c´era mai stato». Era l´8 gennaio 2005, il luogo era la Curia arcivescovile bolognese di via Altabella, e il monsignore pregato di intervenire su un caso di desolante pedofilia all´ombra di un campanile era il vicario generale della diocesi, il vescovo Ernesto Vecchi. Si legge nelle motivazioni della sentenza con cui il prete fu poi condannato in primo grado, nell´aprile 2008, a sei anni e dieci mesi di carcere, che quel «tentativo di comunicare con la Curia» si rivelò, almeno per chi sperava nell´intervento delle gerarchie, «assolutamente improduttivo e connotato da una sostanziale ostilità e da un clima sostanzialmente omertoso». Al processo monsignor Vecchi rilasciò una diversa versione dell´incontro: mai saputo nulla prima, e nessun invito a tacere, «che bisogno ne avevo, c´era già la denuncia», scatta spazientito al telefono.
    SEGUE A PAGINA IV

  • PALPEGGIO’ 4 BAMBINE: CONDANNATO EX PARROCO DI SPOLETO

    PALPEGGIO’ 4 BAMBINE: CONDANNATO EX PARROCO DI SPOLETO

    PALPEGGIO’ 4 BAMBINE: CONDANNATO EX PARROCO DI SPOLETO
    Il sacerdote era presente in aula al momento della lettura. Difesa annuncia ricorso in appello. 20mila € alle parti civili

    Spoleto – 11/02/2010 22:21
    PALPEGGIO’ 4 BAMBINE: CONDANNATO EX PARROCO DI SPOLETO

    Colpevole di aver molestato 4 bambine. E’ questa la decisione a cui sono arrivati i giudici del Tribunale di Spoleto (Avenoso, Fornaci e Laudenzi) che hanno condannato l’ex parroco di Castel Ritaldi accusato di aver molestato le bimbette a 5 mesi di reclusione. Si chiude così il processo avviato il 26 giugno del 2008 a seguito delle denunce presentate dai genitori delle quattro ragazzine. La vicenda risale al 2005, quando le vittime confidarono ai rispettivi genitori delle particolari attenzioni ricevute dal sacerdote, P.B., appartenente alla diocesi di Verona ma inviato presso quella di Spoleto per reggere la parrocchia di Castel Ritaldi. Il parroco le avrebbe palpeggiate almeno in due occasioni, una delle quali il giorno di Natale, quando le 4 bimbette si erano recate in Chiesa.

    Un processo delicato, svolto sempre a porte chiuse, durante il quale sono state ascoltate anche le ragazzine (all’epoca dei fatti minori di 14 anni). Alla notizia delle denunce la diocesi di Spoleto intervenne immediatamente allontanando il parroco da Castel Ritaldi.

    P.B., che ha sempre respinto le accuse, ha preso parte a tutte le udienze. Era in aula anche oggi, quando i giudici hanno letto la sentenza. La pubblica accusa (Albano) aveva chiesto 18 mesi di reclusione. Disposto anche il risarcimento di 20.000 euro complessivi a 2 delle quattro famiglie che si erano costituite parte civile. La difesa del sacerdote, affidata all’avvocato Laura Modena del foro di Perugia, ha annunciato ricorso in appello.

    www.tuttoggi.info/articolo-20746.php


    L’identità del prete è facilmente ricostruibile

    www.spoletonline.com/index.php?sezi…ria&paginafrom=

    11 Gennaio 2007 alle 17:48:01
    Trasferimenti di parroci per le necessità della Chiesa diocesana

    Il primo dell’anno don Artemio Bastianini, parroco di Montefalco, ha lasciato definitivamente la parrocchia per andare missionario in Brasile, nell’arcidiocesi di Porto Velho, capitale della Rondonia. Al suo posto è stato nominato don Alessandro Lucentini, sinora Rettore del seminario diocesano e parroco di S. Sabino in Spoleto. L’ultima tranche del ripristino degli edifici sacri danneggiati dal terremoto, che nella sua fase finale richiede particolare attenzione e cura, e le scadenze cogenti che sono state poste dalle autorità civili, hanno fatto ritenere necessario che mons. Giampiero Ceccarelli, Vicario Episcopale per la ricostruzione, fosse sollevato dai suoi incarichi pastorali presso la parrocchia dell’Abbazia di S. Eutizio in Preci, dove, invece, si è destinato don Paolo Biasi, sinora parroco di S. Gregorio in Nido in Castel Ritaldi. E’, infatti, necessario che in quella assai grande parrocchia, collegata al più insigne monumento della tradizione monastica del nostro territorio, sia presente almeno un sacerdote di nazionalità italiana, per offrire collaborazione all’Arcivescovo, insieme ai sacerdoti non italiani che già lodevolmente operano in Abbazia. La grave malattia di mons. Tommaso Chianella, parroco dei Santi Domenico e Francesco in Spoleto, e lo stato di salute di altri sacerdoti ancor più avanzati d’età e assai malandati, richiedono speciale attenzione da parte della Curia Arcivescovile e la unanime preghiera di tutti i fedeli cattolici che hanno a cuore la loro Chiesa diocesana.

    www.cmdverona.it/viewArticle.asp?PK=76

  • Palpeggiamenti a minorenni: condannato a cinque mesi ex parroco di Castel Ritaldi

    Palpeggiamenti a minorenni: condannato a cinque mesi ex parroco di Castel Ritaldi

    11 Febbraio 2010 alle 23:25:05
    Palpeggiamenti a minorenni: condannato a cinque mesi ex parroco di Castel Ritaldi
    Avrebbe abbracciato e toccato quattro ragazzine sotto i 14 anni di età

    di Daniele Ubaldi

    Cinque mesi di reclusione e 20mila euro di risarcimento a due delle quattro famiglie delle sue vittime. Ha avuto termine oggi, in udienza collegiale al tribunale di Spoleto, il processo all’ex parroco 47enne di Castel Ritaldi, accusato e infine riconosciuto colpevole di aver palpeggiato

    quattro minorenni, fra marzo del 2005 e dicembre 2006. In particolare, la sera della vigilia di Natale di quattro anni fa il parroco – nel frattempo allontanato dal piccolo comune Umbro – dopo aver celebrato la messa avrebbe abbracciato una minorenne all’interno della sagrestia, palpeggiandole il seno. L’uomo, originario di Verona, avrebbe ripetuto il gesto qualche giorno dopo, a Norcia, dove si stava svolgendo un campus. Il collegio giudicate, composto dai giudici Laudenzi, Avenoso e Fornaci, ha condannato il prete accogliendo solo in parte le richieste del pubblico ministero Albano, che voleva 18 mesi di reclusione. L’avvocato difensore Laura Modena ha annunciato ricorso in appello non appena ascoltata la lettura della sentenza. Presente in aula, come per tutta la durata del processo, anche il diretto interessato.

    www.spoletonline.com/index.php?page=articolo&id=130387

     

  • Quella lettera a Caffarra Paghi lei per il suo prete

    Quella lettera a Caffarra Paghi lei per il suo prete

    Repubblica — 10 febbraio 2010 pagina 1 sezione: BOLOGNA
    CARDINALE, paghi lei per il peccato (anzi, il reato) del suo prete. «È un dovere morale», dice Claudia Colombo, l’ avvocato ferrarese che due anni fa fece condannare per molestie sessuali su minori il parroco di un paese vicino a Cento, ma che non è ancora riuscita a far risarcire le piccole vittime. Così ha deciso di scrivere un’ amarissima lettera aperta al cardinale Carlo Caffarra, dalla cui diocesi dipende il sacerdote: « La invito, anche in ossequio ai principi della “Carta formativa della scuola cattolica dell’ infanzia” da lei emanata, ad attivarsi affinché alle famiglie vengano pagate le provvisionali immediatamente esecutive decretate in sentenza». Tutto accadde, infatti, tra 2003 e 2004 in un asilo religioso, di cui il sessantottenne parroco era direttore ed insegnante. A denunciare le sue pesanti attenzioni nei confronti di dieci bambine tra i tre e i sei anni era stata un’ educatrice scandalizzata, dopo inutili tentativi di avvisare i superiori del prete. Al processo, testimoni confermarono carezze improprie e giochi morbosi. Nell’ aprile 2008 la sentenza: 6 anni e 10 mesi di carcere, più risarcimento di 28 mila euro alle dieci famiglie. «Piccola cosa, ma almeno il riconoscimento materiale di un danno psicologico gravissimo». Sennonché il prete risulta «non abbiente», e quei soldi non sono mai stati versati. QUANTO alla Curia, benché chiamata a testimoniare (si presentò il vicario mons. Vecchi), «si oppose risolutamente al riconoscimento della propria responsabilità civile», e i giudici le diedero ragione. Dunque non può essere legalmente obbligata a far fronte al risarcimento. Ma moralmente sì, rivendica Colombo. Che si è decisa al clamoroso appello pubblico dopo la visita del cardinal Caffarra proprio a un asilo cattolico di Cento, nel corso della quale l’ arcivescovo di Bologna ha illustrato i principi della “Carta” da lui stesso promulgata in settembre. Dove si legge che gli insegnanti devono «vivere un’ esemplare vita cristiana», i piccoli vanno trattati «con lo sguardo con cui Cristo guardava i bambini», e ogni scuola ha «stretta connessione con la Chiesa locale». In nome di questa connessione, l’ avvocato chiede al cardinale di «dare un segno di fratellanza» alle famiglie «tradite» dal sacerdote molestatore. Di farsi carico degli errori di chi ha «violato dignità e diritti dei bambini», per dirla con le recenti parole di papa Ratzinger sulla pedofilia nella Chiesa. Purtroppo, ricorda con amarezza l’ avvocatessa, «a due anni dalla condanna nonè giunta dalla Curia di Bologna una sola parola di rammarico: un atteggiamento che offende e rattrista». Da via Altabella, fino a ieri sera, nessuna risposta all’ appello. – MICHELE SMARGIASSI

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/02/10/quella-lettera-caffarra-paghi-lei-per-il.html

  • “La curia di Bologna ci ha abbandonati”

    “La curia di Bologna ci ha abbandonati”

    Data: 09/02/2010
    Cinzia Gubbini
    «Deplorazione» e «condanna». Le chiede – e le assicura – il Papa nei confronti dei preti che «violano i diritti dei minori». Ma nella pratica può accadere l’esatto contrario. Succede ad esempio a Ferrara dove quasi due anni fa un parroco che gestiva un asilo è stato condannato a sei anni e dieci mesi per aver commesso reiterati delitti di pedofilia su decine di piccole alunne. Ma da allora né dal parroco, né dalla curia di Bologna è mai arrivato nulla alle famiglie delle vittime: né dal punto di vista spirituale – per esempio, conforto – né da un punto di vista materiale. Eppure il prete (di cui non è mai stato reso noto il nome, come anche è rimasto anonimo il comune dell’alto ferrarese in cui avvennero i fatti, nel rispetto della privacy delle bambine) è stato condannato dal tribunale a pagare una provvisionale immediatamente esecutiva: un riconoscimento iniziale, in attesa del terzo grado di giudizio e, qualora fosse confermata la condanna, della causa civile per i risarcimenti. Per ora il prete dovrebbe versare alle famiglie circa 28 mila euro: si tratta di poco più di 3 mila euro a nucleo famigliare. Ma dal giorno della condanna il parroco non ha versato nulla. A quanto sembra non ha soldi sufficienti, cosa che può capitare nel caso di preti che vivono davvero soltanto del loro lavoro parrocchiale. Ci si aspetterebbe, però, che nello spirito di unità e fratellanza della Chiesa in un caso del genere siano i più alti in grado a intervenire. Che le alte sfere battano quanto meno un colpo. Macché, silenzio totale. Tanto da convincere uno degli avvocati di parte civile, Claudia Colombo, a prendere carta e penna e a scrivere al cardinale di Bologna Carlo Caffarra. Lo spunto viene da una recente inaugurazione di un asilo cattolico a Cento, paesino in provincia di Ferrara. In quell’occasione il cardinale ha ringraziato i genitori «per aver dimostrato tanta fiducia nei confronti della Chiesa affidandole i propri figli». «E’ stato evidente il suo richiamo – scrive Colombo – alla Carta formativa della scuola cattolica dell’infanzia, di cui lei stesso è stato estensore e promotore nel settembre del 2009». Un documento, fa notare l’avvocato, in cui tra le altre cose si riconosce esplicitamente come «la scuola cattolica richieda una stretta connessione con la chiesa locale e con la diocesi». Insomma, ciò che accade in una scuola cattolica nel bene e nel male dovrebbe essere considerata una diretta responsabilità dal potere centrale: «Il meno che ci si sarebbe potuti attendere – continua Colombo – era un segno tangibile di partecipazione per il completo fallimento di quel patto». E’ vero, riconosce l’avvocato, sul piano giudiziario non c’è da attendersi alcun intervento visto che la curia si era opposta «fieramente» alla chiamata in causa come parte civile e i suoi avvocati l’avevano avuta vinta. Ma è «sul piano pastorale che ha mancato a una obbligazione per lei ancora più cogente di quella strettamente giuridica».
    «Non sono abituata a questi gesti – spiega l’avvocato Colombo dal suo studio di Ferrara – ma in questo caso sento la necessità di aprire un dibattito: si tratta di fatti molto gravi e dolorosi, avvenuti in un contesto che dovrebbe essere di assoluta protezione, ma come è possibile che di fronte a un episodio così aberrante se il diretto responsabile non ha disponibilità economiche allora nessuno paga?». E non si tratta solo di soldi, come tiene a ribadire l’avvocato: alle famiglie non è arrivata neanche una lettera o un qualsiasi segno di scusa e vicinanza.
    L’atteggiamento della curia di Bologna stupisce fino a un certo punto. Perché in tutta questa vicenda, che ha poco interessato le cronache nazionali, il comportamento della chiesa non ha brillato. I giudici non hanno mancato di sottolinearlo nella motivazione della sentenza, chiamando in causa il comportamento delle gerarchie ecclesiali: hanno fatto di tutto per mettere a tacere una vicenda di cui conoscevano precisamente i contorni. Tanto da parlare di «muro di gomma delle autorità ecclesiali». In particolare nel corso del processo è emerso il ruolo di monsignor Ernesto Vecchi, il «vice» di Caffarra, a cui si rivolse una delle educatrici per denunciare i comportamenti del prete. Per tutta risposta inveì contro di lei ricordandole che «ero pagata da loro», come ha testimoniato la donna in aula. Vecchi è ancora al suo posto. Il parroco condannato non ha fatto un giorno di galera. La curia, almeno, potrebbe mettere mano al portafogli.

  • La curia risarcisca le vittime di pedofilia

    La curia risarcisca le vittime di pedofilia

    Lettera a Caffarra sul prete condannato per abusi su una decina di alunne

    La curia ripaghi le piccole vittime di pedofilia per gli abusi compiuti dal suo sacerdote. È questo il senso della lettera aperta che l’avvocato del foro di Ferrara Claudia Colombo invia al cardinale della diocesi di Bologna, Carlo Caffarra.

    E lo fa proprio nel giorno in cui Benedetto XVI lancia la sua dura condanna contro i preti pedofili, in concomitanza con il XX anniversario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia.

    Gli episodi cui il legale, che in processo ha assistito numerose parti civili, fa riferimento riguardano la condanna in primo grado inflitta dal tribunale di Ferrara a 6 anni e 10 mesi di reclusione a un prete (Condannato a sei anni prete pedofilo) per aver commesso, in veste di educatore e responsabile di un asilo parrocchiale, reiterati atti di pedofilia su numerose piccole alunne.

    Della vicenda Estense.com si è occupato in più occasioni, mettendo in luce anche alcuni inquietanti retroscena (Prete pedofilo, la curia sapeva?), che videro – secondo le motivazioni della sentenza depositata dal giudice Caruso – la curia essere a conoscenza delle voci che circolavano su quanto stava succedendo in quella struttura (Prete pedofilo, il muro di gomma della Curia) di un piccolo paese dell’Alto ferrarese (che ricade nella diocesi felsinea).

    Oggi, a quasi due anni dalla condanna, le piccole vittime e loro famiglie attendono ancora un risarcimento e una dichiarazione di scuse o quantomeno di conforto. Il tutto è spiegato nei dettagli della lettera che pubblichiamo integralmente.

    Egregio cardinale Caffarra,

    ho letto sulla pagina locale del 32 gennaio del “Carlino” edizione di Ferrara, l’articolo sulla sua visita pastorale alla scuola materna cattolica “beata Elisabetta Renzi” di Cento. Nel corso della visita lei ha ringraziato i genitori presenti per avere “dimostrato tanta fiducia nei confronti della Chiesa affidandole i loro figli”, affermando che “un popolo senza impegno educativo non ha futuro”. È stato evidente il suo richiamo alla Carta formativa della Scuola Cattolica dell’infanzia di cui lei stesso è stato estensore e promotore nel settembre 2009.

    In tale documento sono ben espressi i principi secondo i quali:

    1. il gestore e gli insegnanti delle scuole materne parrocchiali debbono condurre un’esemplare vita cristiana;
    2. i bambini vanno trattati ed educati con rispetto ed amorevolezza;
    3. la scuola cattolica richiede una stretta connessione con la chiesa locale e con la diocesi.

    La Chiesa, insomma, è presente accanto ai genitori nel loro impegno educativo verso i figli e, attraverso i suoi ministri, i sacerdoti, cui lo delega, assume tale impegno quale momento pregnante del suo magistero.

    Ricorderà bene, egregio cardinale, che nell’aprile del 2008 un sacerdote, parroco della sua curia, che rivestiva altresì le cariche di direttore, gestore ed insegnante di una scuola materna parrocchiale cattolica di un paese non distante dalla città di Cento ove lei ha partecipato alla inaugurazione riportata nell’articolo del quotidiano, è stato condannato in primo grado dal tribunale a 6 anni e 10 mesi di reclusione per aver commesso, in quella veste di educatore, reiterati delitti di pedofilia su numerose piccole alunne.

    Il sacerdote, inoltre, è stato condannato a pagare immediatamente alle vittime ed ai loro genitori la somma di 28mila euro a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva.

    Ebbene, ad oggi, sebbene avesse dovuto farlo immediatamente, come appunto sentenziato dal tribunale ferrarese, quel prete nulla ha pagato alle vittime degli atti di pedofilia e, temiamo, nulla pagherà; ma, prima e più ancora, ad oggi la Curia bolognese non ha avuto per le piccole vittime di quegli aberranti delitti e per i loro genitori alcuna parola di partecipazione e di contrizione e, soprattutto, alcuna assunzione di responsabilità.

    A fronte dei principi richiamati nella Carta formativa della Scuola Cattolica dell’infanzia e dello stretto legame che in essa viene richiamato fra la scuola cattolica e la “Chiesa locale” quale “garanzia” non solo spirituale che la Chiesa presta ai genitori che le affidano la crescita materiale e religiosa – dunque anche etica – dei propri figli, il meno che ci si sarebbe potuti attendere era un segno tangibile di partecipazione per il completo fallimento di quel patto e di riparazione per quella “garanzia”.

    Il silenzio ed il disinteresse che la curia bolognese ha dimostrato a quelle piccole vittime dei delitti di pedofilia (ed alle loro famiglie) rattristano ed offendono.

    Comprende bene, egregio cardinal Caffarra, che non è tanto sul piano giudiziario che attendevamo il suo intervento: su quello, infatti, la curia aveva già espresso tutto il suo disimpegno fieramente opponendosi alla sua chiamata nel processo quale responsabile civile; è, invece, sul piano pastorale, sul quale si era consolidato il fiducioso affidamento dei bambini al suo sacerdote da parte dei genitori, che invece la curia ha mancato ad una “obbligazione” per lei ancora più cogente di quella strettamente giuridica.

    Ha sorpreso anche il fatto che un tale abbandono dei genitori che io rappresento e dei loro bambini sia avvenuto in un momento nel quale invece l’attenzione della Chiesa verso le vittime di atti di pedofilia nel mondo da parte di sacerdoti e prelati verso minori si è manifestata alta e partecipata: pensiamo, infatti, alle parole, anche durissime, del Santo Padre per episodi accaduti in Irlanda, alle sue commosse parole di scuse e, perché no, anche alle riparazioni economiche delle vittime; pensiamo alla attività investigativa della Chiesa sugli episodi denunciati (cd. rapporto Murphy e rapporto Rayan); pensiamo all’ormai famoso comunicato finale dell’incontro del 23 aprile 2002 del Santo Padre coi cardinali statunitensi nel quale la Chiesa ha avuto parole di dura condanna e di concreta partecipazione.

    Che farà la curia bolognese? Si limiterà a ringraziare i genitori che “… hanno dimostrato tanta fiducia nei confronti della Chiesa affidandole i loro figli…” (dal suo discorso alla inaugurazione della scuola centese di cui il “Carlino” ha dato notizia il 23 gennaio scorso) o, una volta tradita tale fiducia per colpa di un suo sacerdote, si attiverà anche per ricucire il legame fiduciario interrotto e a risarcirne le gravissime conseguenze?

    Se così non fosse la vicenda che le ho segnalato assumerebbe per le vittime i contorni di un insopportabile tradimento.

    Ma ciò che più addolora di questa triste e squallida vicenda è che in questi quasi due anni dalle sentenza di condanna in primo grado del tribunale di Ferrara, né il parroco condannato, né la curia di Bologna, della quale lei monsignor Caffarra è cardinale, hanno mai rivolto alle piccole vittime di quegli aberranti delitti di pedofilia ed ai loro genitori parole di scuse e di rammarico. Alcun conforto la Chiesa, ad oggi, ha saputo (e voluto) manifestare a quelle vittime ed alle loro famiglie che con incondizionata fiducia avevano consegnato ed affidato i propri piccoli figli alla scuola materna parrocchiale, affinché li educasse, custodisse e preservasse secondo una morale ed etica cristiano cattolica di fratellanza, solidarietà e rettitudine.

    Ad oggi, dunque, ed è cosa altrettanto grave, dopo quasi due anni dalla sentenza di condanna, alle vittime non sono ancora stati pagati (contrariamente a quanto stabilito dai giudici) i risarcimenti provvisoriamente esecutivi che il tribunale ha statuito in sentenza a carico del parroco imputato. Quest’ultimo, vale la pena ricordarlo ancora, è stato condannato per aver commesso, quale direttore gerente di una scuola materna cattolica parrocchiale, gli atti di pedofilia all’interno della struttura scolastica durante gli orari di scuola e, dunque, tradendo quella fiducia dei genitori che a lui ed alla sua struttura avevano affidato i propri figli.

    Il silenzio (nel senso sopra accennato) che la Curia bolognese ha riservato alle piccole vittime di quel processo (ed alle loro famiglie), offende, stupisce e rattrista, tanto quanto i delitti di pedofilia attribuiti in sentenza al parroco condannato.

    La invito quindi egregio cardinal Caffarra, anche in ossequio agli stessi principi della “Carta” da lei emanata, ad attivarsi affinché a quelle famiglie vengano effettivamente pagate le provvisionali immediatamente esecutive decretate in sentenza!

    La invito dunque, laddove il parroco condannato persistesse ulteriormente a non pagare alle vittime i risarcimenti dovuti a titolo di provvisionali immediatamente esecutive, ad attivarsi affinché la curia di Bologna si sostituisca al prete debitore, provvedendo a versare quanto decretato in sentenza a favore delle vittime. Sono certa, cardinale, che dopo queste considerazioni ed in nome degli stessi principi di fratellanza e solidarietà cristiana da lei invocati nella sua Carta, che alle numerose bambine vittime dei deplorevoli atti di pedofilia del parroco condannato verranno, quanto prima, pagate le provvisionali immediatamente esecutive decretate in sentenza dal tribunale ferrarese.

    La curia di Bologna, ci contiamo tutti, sono certa che anticiperà alle piccole vittime quanto loro spettante; del resto i delitti di pedofilia sono stati commessi da un parroco che al’epoca dei fatti la curia di Bologna aveva “preposto” ad una parrocchia della diocesi bolognese. Ma, intanto, che la curia bolognese anticipi quanto spettante alle vittime. La curia, egregio cardinal Caffarra, potrà poi richiedere il tutto al suo sacerdote.

    Così facendo la curia di Bologna darebbe un bell’esempio di solidarietà e fratellanza cristiana, principi già messi a dura prova dai delitti contestati al parroco condannato.

    Avv. Claudia Colombo (difensore di numerose parti civili)

    www.estense.com/la-curia-risarcisca…lia-021513.html

     

  • “prete pedofilo, la curia si difende ma non risponde alle famiglie – michele smargiassi”

    “prete pedofilo, la curia si difende ma non risponde alle famiglie – michele smargiassi”

    “prete pedofilo, la curia si difende ma non risponde alle famiglie – michele smargiassi”

    Data: 12/02/2010
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    Cronaca Locale
    Pagina III – Bologna L´inchiesta Prete pedofilo, la Curia si difende ma non risponde alle famiglie MICHELE SMARGIASSI La Curia continua a tacere, ma fa parlare i suoi avvocati. Martedì l´avvocatessa delle piccole vittime delle molestie del prete-maestro di un asilo parrocchiale del ferrarese, condannato due anni fa in primo grado, ha chiesto pubblicamente al cardinale Caffarra di farsi carico dei risarcimenti alle famiglie, che il sacerdote non può pagare. Ieri, dopo che Repubblica ha ricostruito l´intera triste storia dell´abuso, degli imbarazzi e del lungo silenzio mantenuto dalla Curia di Bologna (da cui dipende quella parrocchia), è stato l´avvocato Giuseppe Coliva a farsi vivo a nome delle gerarchie ecclesiastiche, con un formale invito alla rettifica che però, di fatto, non contesta nessuna delle notizie da noi riportate, provenienti integralmente dalla sentenza del Tribunale di Ferrara e dagli atti del processo. Infatti è contro quella sentenza che l´avvocato, volendo smentire «il preteso ‘muro di gomma´ opposto dalle autorità ecclesiali» si vede costretto ad indirizzare le sue critiche affermando che «il tribunale offre una non corretta e suggestiva lettura dei fatti». Un´osservazione, questa, che andrà dunque rivolta al tribunale dell´appello, sempre che all´appello si arrivi, visto che la data del secondo grado pare essere stata fissata fra due anni, con rischio di prescrizione.
    SEGUE A PAGINA XI

    www.nuovomolise.net/e_view.asp?S=1&C=2&G=4&M=3&E=12993

    12/02/2010 11:16
    Ultima chiamata per don Felix

    Nulla di fatto nella riunione promossa dalla «Rete contro la violenza di genere»

    CAMPOBASSO La riunione promossa dalla rete contro la violenza di Genere, presieduta da Giuditta Lembo e dedicata al caso «don Felix» più che per le presenze ha lasciato il segno per le sue assenze. Mancavano, seppure con una nota che ne giustificava l’assenza, tanto il comitato spontaneo costituitosi a Cercemaggiore per l’allontanamento del rete maltese, sia il tutore pubblico dei minori, Nunzia Lattanzio. In pratica i due protagonisti del braccio di ferro con la Curia vescovile di Campobasso, la vera grande assente dell’intera vicenda, responsabile del mantenimento nel comune molisano del sacerdote condannato per fatti di violenza su minori.
    Il tentativo della «Rete» è stato quello di arrivare ad una pacificazione degli animi, decisamente esacerbati, tra le parti in causa. Da un lato i sostenitori di don Felix, dall’altro i suoi avversari. Chi ha seguito le vicende di queste ultime settimane sa bene come la comunità di Cercemaggiore si sia letteralmente spaccata sul delicato tema della permanenza di don Felix alla guida delle anime cercesi. Da una parte chi a ritenuto quella condanna infamante e quindi destinata a determinare l’allontanamento del prete, dall’altra chi invece ha visto nell’arrivo del sacerdote come una benedizione che ha fatto rifiorire l’amore per la Chiesa tra i credenti del paese.
    La questione, in determinati momenti, ha assunto un rilievo di ordine pubblico. Sono volta, in più circostanze, parole grosse. Massiccia, in paese, anche la presenza delle forze dell’ordine in occasioni di manife stazioni di segno opposto.
    Ieri, quindi, l’occasione era quella di sedersi tutti attorno a un tavolo e cercare di ragionare al fine di ritrovare serenità ed equilibrio. Un’opportunità tardiva, secondo l’interpretazione del «Comitato per la sicurezza e la legalità», quello avverso a don Felix. Della vicenda, fanno sapere, si discute da circa cinque mesi e, in ogni caso, nessuno potrà cancellare la condanna per pedofilia.
    Su questo tema, nelle intenzioni della «Rete» riunitasi ieri con i soli sostenitori di don Felix, ha relazionato il noto penalista campobassano Gianfederico Cecanese. Il legale, autore di un testo di studio sul tema del «patteggiamento», ha spiegato come questa formula processuale non valga come ammissione di colpa. Il rito scelto da don Felix, o meglio dai suoi legali, riguarda solo la determinazione della pena ma non il raggiungimento e la formazione di una prova di colpevolezza. Potrebbero essere state, in buona sostanza, le ragione che hanno indotto il sacerdote e i suoi legali a intraprendere quella strada che poi ha portato alla condanna. La prova, sostiene il legale, è solo quella che si forma in dibattimento. In sede di patteggiamento il giudice prende atto solo della determinazione della pena così come stabilita direttamente dalle parti in causa.
    Queste le valutazioni processuali. Resta tuttavia sullo sfondo il rumore di una vicenda che non si placa. Per il momento le certezze sono due: la condanna di don Felix e la sua dipartita da Cercemaggiore.

    Pasquale Di Bello