Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • BERGOGLIO E PREGIUDIZIO – DOPO LA BOMBA DI VIGANÒ LA TV TEDESCA “ZDF” MANDA IN ONDA UN DOCUMENTARIO CHE ACCUSA BERGOGLIO

    BERGOGLIO E PREGIUDIZIO – DOPO LA BOMBA DI VIGANÒ LA TV TEDESCA “ZDF” MANDA IN ONDA UN DOCUMENTARIO CHE ACCUSA BERGOGLIO

    Quando era vescovo di Buenos Aires, Jorge Maria Bergoglio ha ignorato gli abusi nella sua diocesi. Dopo la pubblicazione del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò la televisione tedesca ZDF ha deciso di mandare di nuovo in onda un documentario prodotto lo scorso anno, in cui si sostenevano questa e altre tesi. Come il fatto che Papa Francesco abbia provato (senza successo) a difendere un prete pedofilo, che è stato poi incriminato e che ora sconta una pena di 15 anni.

    Il documentario è diretto da Martin Boudot e si intitola “The Silence of the Shepherds” (il silenzio dei pastori). Nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia.

    JULIO CESAR GRASSI 1

    Il lavoro di Boudot si concentra sui molti preti accusati di abusi su minori coperti da una cappa di compiacenza e silenzio all’interno delle diocesi: invece che essere sospesi o radiati, spesso i vescovi decidevano di trasferirli, per evitar loro di poter essere incriminati.

    La seconda parte del docu film è tutta concentrata sulla figura di Bergoglio. Martin Boudot parte da una frase contenuta nel libro “Il cielo e la terra”, scritto a quattro mani dal futuro Papa con il Rabbino Abraham Skorka. Nel volume Bergoglio afferma che nella sua diocesi non c’erano preti pedofili (citazione che si trova a pagina 50 della versione inglese, secondo LifeSiteNews).

    CARLO MARIA VIGANO

    “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”. E a un vescovo che si era trovato a dover gestire un prete pedofilo, Bergoglio avrebbe consigliato di “non permettergli di esercitare il ministero”.

    Peccato che, una volta diventato Papa, secondo il documentario Francesco avrebbe ignorato proprio quel suo consiglio. Come nel caso di don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, condannato per abusi, rimosso da papa Ratzinger e che dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto papa Francesco.

    JULIO CESAR GRASSI 5

    Ma Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua diocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di  Padre Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio che dirigeva: l’Happy Children Orphanage. Almeno sei delle vittime di Grassi, che ora sta scontando una pena di 15 anni, si sarebbe rivolta al futuro Papa Francesco che non avrebbe mai risposto alle loro richieste d’aiuto. E alla domanda sulla frase del libro di Bergoglio, una delle vittime ha risposto: “Vuole che le persone lo credano, ma è una bugia. Riceve tutte le celebrità come Leonardo di Caprio, ma per noi nemmeno una lettera”.

    Ma nel documentario c’è un’accusa ancora più pesante: qualcuno infatti sostiene che Bergoglio abbia provato a deviare il corso della giustizia. “La chiesa argentina ha fatto tutto quello che era in suo potere per scagionarlo”. Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime, i vescovi argentini nel 2010 hanno commissionato un dossier a un professore di diritto penale, in cui si spiegava perché la corte aveva torto, Grassi era innocente e le vittime delle persone bugiarde.

    Quello studio era stato fatto su commissione della conferenza dei vescovi argentini. Sapete chi era presidente? Bergoglio, che ha spedito il dossier al giudice subito prima degli interrogatori di padre Grassi. Tra i magistrati c’era anche Carlos Mahiques: “Hanno provato a esercitare una sottile forma di pressione sui giudici”.

    Un’altra delle vittime che parla con Boudot si lascia intendere che Grassi aveva la protezione del vescovo di Buenos Aires: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”. Lo staff di Boudot ha provato per 8 mesi a ottenere un’intervista con il pontefice. Ovviamente senza risultato. Si sono anche presentati in piazza San Pietro durante un’udienza: “Sua santità, sul caso Grassi ha provato a influenzare la giustizia?” – gli hanno chiesto. E lui: “No. Non ho mai commissionato una contro inchiesta”.

    Eppure, sembrerebbe il contrario. Grassi è in carcere, ma fino a poco tempo fa appariva ancora nella lista ufficiale della diocesi di Moron (ora è scomparso). Grassi non è mai stato laicizzato. Almeno non sotto Bergoglio.

    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/bergoglio-pregiudizio-ndash-dopo-bomba-vigano-tv-tedesca-182263.htm

  • Pedofilia, Chiesa Usa nella bufera, scandalo Pennsylvania

    Pedofilia, Chiesa Usa nella bufera, scandalo Pennsylvania

    Di Alessandro Fioroni – Pedofilia nella Chiesa americana

    All’inizio fu il caso Spotlight. Quando nel 2001 una squadra di giornalisti investigativi del giornale statunitense Boston Globe iniziò un’inchiesta sugli abusi sessuali ai danni di minori perpetrati da oltre 70 sacerdoti dell’arcidiocesi di Boston. Dei casi di pedofilia all’interno della chiesa si parlava a malapena e con grande difficoltà. Coperture ed omertà delle alte sfere ecclesiastiche insabbiavano qualsiasi tentativo di far trapelare la verità nonostante le denunce delle vittime.
    Nella vicenda fu coinvolto lo stesso arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto molte violenze in diverse parrocchie L’indagine valse il Premio Pulitzer di pubblico servizio al quotidiano nel 2003 e aprì a numerose indagini su alcune tragiche vicende all’interno della Chiesa cattolica.

    Il caso Spotlight

    Dal lavoro dei giornalisti del Boston Globe venne tratto anche un film che nel 2016 vinse il premio Oscar. Ma è proprio alla fine della pellicola che si scopre quanto la pedofilia sia ramificata e praticata dai preti cattolici.
    Nei titoli di coda una lunga lista di luoghi, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo, nei quali la Chiesa cattolica è stata coinvolta.
    Inoltre in seguito all’emersione dello scandalo il cardinale Bernard Francis Law è stato rimosso dal suo incarico a Boston ma promosso alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma dove è morto nel 2017.

    Scandalo in Pennsylvania

    Ora dopo Boston un altro caso, che si snoda per oltre 70 anni, colpisce lo stato della Pennsylvania. E’ stata la Corte Suprema dello Stato, il 14 agosto, a pubblicare un’inquietante informativa nella quale si parla di circa 300 preti cattolici responsabili per l’abuso sessuale di oltre 1000 bambini in sei diocesi dello stato americano. Lo stesso arcivescovo Donald Wuerl ha inviato ai preti della Pennsylvania una lettera nella quale si avvertiva del contenuto “profondamente inquietante” del rapporto.
    I magistrati in oltre 1300 pagine parlano esplicitamente di minori manipolati attraverso alcool e droghe. Vengono descritti particolari precisi e crudeli sulle violenze sessuali, sulle loro modalità. Le vittime sono principalmente maschi anche se non mancano bambine coinvolte. Ma gli abusi si estendono anche ad adolescenti e preadolescenti.

    Insabbiamento sistematico

    Finora la Chiesa cattolica non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali circa le accuse all’indomani della pubblicazione del rapporto.
    Da quest’ultimo emerge soprattutto quello che il Procuratore di Stato Josh Shapiro ha descritto come “un insabbiamento sistematico da parte di alti funzionari della Chiesa in Pennsylvania e in Vaticano”.
    Dal testo si può ancora leggere: “i preti stavano violentando i bambini e gli uomini di Dio che erano responsabili di loro non solo non hanno fatto nulla, hanno nascosto tutto, per decenni”.

    Legge di limitazione

    La conseguenza peggiore, al di là della pubblicità che ha ora il caso, è che l’insabbiamento, così resistente in tutti questi anni, ha reso i casi quasi tutti troppo vecchi per essere giudicati, poiché la maggior parte di essi è anteriore all’anno 2000. Inoltre, in Pennsylvania è in vigore la cosiddetta”legge di limitazione” che impedisce alle vittime di abusi sessuali durante l’infanzia di presentare cause civili contro la Chiesa dopo aver compiuto 30 anni. Ma la corte ha potuto rinviare e giudizio solo due sacerdoti accusati di abusi sui minori avvenuti nell’ultimo decennio.
    Per questo Shapiro non ha escluso che il numero vero delle vittime possa superare la cifra attuale. Infatti è possibile che le accuse di alcuni minori siano andate perse o che molti abbiano scelto di rimanere in silenzio. Il Procuratore ha anche puntato l’indice contro alcuni esponenti della Chiesa che si sono limitati a minimizzare gli accadimenti qualificandoli come “giochi bruschi”, “scontri e comportamenti inappropriati”. “Non era nessuna di quelle cose – ha ribadito nel rapporto Shapiro -, erano abusi sessuali su minori, incluso lo stupro”.

    Un lavoro durato due anni

    Il rapporto ha richiesto un lavoro di due anni, è stato esaminato mezzo milione di pagine di documenti delle diverse diocesi. Sono stati ascoltati decine di testimoni e vittime. Alcune di queste hanno raccontato di essere stati picchiati dai loro stessi familiari che non credevano ai racconti. Una delle vittime ha tentato il suicidio mentre era ancora in corso l’indagine.
    Le autorità giudiziarie definiscono questa inchiesta la più ampia mai condotta finora da un’agenzia governativa negli Stati Uniti sugli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica. Una dimensione molto più grande proprio del caso Spotlight o di quella che ha  portato alle dimissioni il mese scorso dell’arcivescovo di Washinghton, Theodore McCarrick, accusato di abusi durati decenni.

    PAPA FRANCESCO

    Pedofilia, Chiesa Usa nella bufera, scandalo Pennsylvania

  • Il silenzio dei pastori – Schweigen der Hirten

    Il silenzio dei pastori – Schweigen der Hirten

    Con un documentario pluripremiato trasmesso per la prima volta sui casi di abuso nella Chiesa cattolica e altri tre documentari ZDF sul Vaticano, mercoledì 16 maggio 2018 ZDFinfo offrirà approfondimenti sull’era di Papa Francesco e sul pontificato del suo predecessore. , dalle 19.30 alle 22.30 Benedetto XVI e Papa Giovanni Paolo II.

    Alle 20:15, ZDFinfo trasmetterà il documentario francese “Il silenzio dei pastori – Abusi nella Chiesa” (titolo originale: “Chiesa: Codice del silenzio”), vincitore del Prix Europa 2017 nella categoria Attualità, in la sua prima trasmissione. Il film di Martin Boudot segue le orme dei sacerdoti pedofili – dal Camerun all’Argentina, dagli Stati Uniti alla Francia e all’Italia. Documenti segreti rivelano come i leader della Chiesa proteggessero i preti pedofili inviandoli in missione in terre lontane. Si dice che anche papa Francesco sia stato coinvolto nella “soluzione geografica”: durante il suo periodo da vescovo a Buenos Aires, ha cercato di influenzare il sistema giudiziario argentino per coprire un prete pedofilo.

    Quello che Papa Francesco ha realizzato nei cinque anni di pontificato fino ad oggi sarà evidenziato subito dopo “Il silenzio dei pastori” alle 21:00 nel documentario “ZDFzeit” “Mensch Franziskus! – Il Papa imprevedibile”. Non da ultimo nella lotta agli abusi sessuali, papa Francesco ha dovuto rendersi conto di quanto sia difficile cambiare qualcosa: l’iter dei casi è in stallo perché la Curia non è d’accordo.

    Come Papa Francesco denuncia la corruzione e l’abuso d’ufficio nella Chiesa cattolica è anche un argomento in “ZDF History: The Dark Secrets of the Vatican” alle 21:45. Si tratta anche degli scandali e degli intrighi che il pontificato di Benedetto XVI. messo in ombra. La serata documentaria a tema chiesa su ZDFinfo inizia alle 19.30 con l’elaborazione filmica dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981: “Scatti in Piazza San Pietro – Chi voleva uccidere il Papa?”

    Il documentario “Il silenzio dei pastori – Abusi nella Chiesa” sarà riproposto da ZDFinfo martedì 22 maggio 2018 alle ore 01:15 e mercoledì 23 maggio 2018 alle ore 07:15.

    https://www.presseportal.de/pm/105413/3943003

  • In Cile spunta un caso simile a Spotlight, prete orco spostato per ben 17 volte

    In Cile spunta un caso simile a Spotlight, prete orco spostato per ben 17 volte

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il caso ricorda tanto quello narrato in Spotlight, il film che ha portato sul grande schermo la piaga della pedofilia nella diocesi di Boston, dove il cardinale Bernard Law ha spostato un parroco da una chiesa all’altra, per una decina di volte, pur sapendo che aveva a che fare con un pedofilo seriale. La stessa dinamica si è consumata in Cile dove la Congregazione religiosa dei Fratelli Maristi pur conoscendo la pericolositaà di un religioso, padre Abel Pérez, in quarant’anni lo ha trasferito per ben 17 volte, addirittura mandandolo ad insegnare persino all’estero negli istituti maristi presenti in Colombia e in Bolivia. Attualmente, si legge sulla stampa cilena, il religioso è sotto inchiesta nel tribunale civile. La denuncia più vecchia contro di lui risale agli anni Settanta e da allora, per garantirgli copertura, i vertici religiosi lo hanno trasferito da un posto all’altro senza pensare alle conseguenze, visto che ogni volta non faceva che aumentare il numero delle vittime. La Congregazione ha chiesto scusa e ha specificato che questa prassi non viene più utilizzata. Da quando in Cile le vittime di padre Karadima – un influente parroco di Santiago che godeva di coperture altolocate – hanno scoperchiato una Chiesa omertosa e piena di lacune, il cammino di  purificazione intrapreso da Papa Francesco ha iniziato a portare a galla anche casi che finora non erano conosciuti nella loro estensione reale. Accanto alla indagine supplementare fatta fare da Papa Francesco, anche i tribunali civili si stanno occupando della vicenda anche se in tanti casi il reato si ritiene prescritto.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_cile_pedofilia_vaticano_preti_vittime_abusi_bolivia_colombia_chiesa-3775949.html

  • AVERSA (NA); La Congregazione per la Dottrina della Fede archivia don Palmieri, non ascolta vittima e testimoni e dichiara di non trovare riscontri

    AVERSA (NA); La Congregazione per la Dottrina della Fede archivia don Palmieri, non ascolta vittima e testimoni e dichiara di non trovare riscontri

    Dopo il caso di Diego Esposito, chiuso perché secondo la diocesi di Napoli non vi erano riscontri, eppure sarebbe bastato leggere la citazione in giudizio avanzata dal legale della vittima per acquisire persino la lista dei testimoni, anche ad Aversa accade la stessa cosa. Con la differenza che, a Napoli, Esposito almeno è stato convocato e ascoltato, ad Aversa, invece, la chiesa non ha convocato nessuno: neppure la presunta vittima di don Maurizio Palmieri, e ora archivia perché, secondo lei, mancano i riscontri.

    Quasi un insulto all’intelligenza umana anzi, alla stupidità: qui si offendono pure gli stupidi che comprendono con chiarezza che la favola dei tribunali canonici, delle indagini e della giustizia della chiesa che, a questo giro, anziché chiamare “tolleranza zero” è doveroso, fino a prova contraria, definire “affidabilità zero”, è solo uno squallido teatrino che offende le vittime.

    Possiamo prevedere già oggi l’esito dei prossimi casi che le vittime denunceranno alla chiesa, se prescritti la chiesa non troverà riscontri. Se invece denunciati alla magistratura e non prescritti dirà di avviare l’indagine senza dare alcun esito prima che si pronunci la giustizia civile. Se invece i brogli emergono come nel caso cileno o come nel caso dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, dalla Dottrina della Fede diranno che… faranno sapere, ma intanto il prelato resterà al suo posto.

    Insomma, comunque la giri, “quando l’acqua scarseggia, la papera non galleggia”.

    Non so se le responsabilità sono attribuibili alla Dottrina della Fede, o agli inquirenti, o al prelato di turno… nei fatti, Bergoglio continua a fare appelli dando grandi aspettative, la stampa li riporta e li esalta e non li verifica, ma tranne Bergoglio e quel gruppo di giornalisti che, di fatto, anziché favorirlo lo screditano ad ogni articolo, agli uomini di papa Francesco nulla importa… e si vede.

    Anche qui non sappiamo la scusa, se sarà stata la diocesi che ha insabbiato, se non hanno rintracciato più nemmeno la presunta vittima che ha denunciato don Palmieri, insomma, come diceva il famoso ispettore del film “La pantera rosa”, il caso anche questa volta è Clouseau.

    Da persona che si colloca tra quelli “stupidi +++”, data l’assoluzione che questa volta, forse per sbaglio, è stata notificata persino alla presunta vittima, mi aspetto dalla diocesi di Aversa e da don Palmieri una doverosa querela nei confronti del nostro associato e nei confronti della Rete LABUSO: se abbiamo sbagliato esigiamo, ripeto, esigiamo di essere portati di fronte a un giudice e pagare i nostri errori e riabilitare il sacerdote, magari in un tribunale civile, così, almeno lì la presunta vittima potrà, prima della condanna, essere ascoltata da qualcuno.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete LABUSO

  • Don Silverio Mura, prete accusato di pedofilia svanito nel nulla: “Toccava i bimbi e mostrava porno”

    Don Silverio Mura, prete accusato di pedofilia svanito nel nulla: “Toccava i bimbi e mostrava porno”

    Una nuova testimonianza sugli abusi di don Silverio Mura, l’ex parroco di Ponticelli accusato di pedofilia da diversi abitanti della zona che da bambini frequentavano la chiesa e il quartiere. A parlare è una persona che abitava di fronte alla palazzina dove, al primo piano, don Mura incontrava i bambini: “Dalla mia finestra vedevo i bambini che aspettavano il prete. Quando arrivava li portava dentro casa, sia in gruppo che singolarmente. Spesso li vedevo aprire il portone e scappare  via terrorizzati. La mamma di uno di loro mi disse che li toccava, gli faceva vedere film porno e dell’orrore.”

    https://youmedia.fanpage.it/video/aa/WviIU-Sw0q9_lx3O

  • Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Nell’arco dell’ultimo ventennio, lo scandalo degli abusi sessuali sui minori ha aperto una crisi drammatica nel cattolicesimo mondiale e prodotto cambiamenti profondi, in parte senza precedenti, nella chiesa di Roma. Da una parte si è affermato un principio di responsabilità – prima negato e occultato – di fronte a delitti considerati gravissimi dall’opinione pubblica e da molte legislazioni civili, allo stesso tempo è entrato in discussione il clericalismo inteso come potere separato e intangibile della chiesa e dei suoi apparati. Su questo secondo aspetto, peraltro, è in corso una battaglia culturale all’interno delle stesse gerarchie ecclesiastiche tutt’altro che conclusa.

    Il momento di svolta in questa storia è il 2001: quell’anno esplodeva infatti il caso dell’arcidiocesi di Boston portato definitivamente alla luce nei mesi successivi dal Boston Globe attraverso l’ormai storica inchiesta che si è aggiudicata il premio Pulitzer ed è diventata un film da Oscar nel 2016, Il caso Spotlight. Qualcosa di paragonabile – per impatto sull’opinione pubblica e costruzione del mito del giornalismo a stelle e strisce – era avvenuto solo con lo scandalo Watergate, l’evento che contribuì alle dimissioni di Richard Nixon, da cui pure venne tratto un celeberrimo film, Tutti gli uomini del presidente.

    Dopo l’inchiesta circa settanta sacerdoti furono accusati di abusi commessi nel corso di alcuni decenni a Boston. Il cardinale arcivescovo della città, Bernard Law, si dimise nel 2002 e di lì a poco si trasferì a Roma, sfuggendo così ai procedimenti giudiziari nei quali era coinvolto per aver coperto i colpevoli, nascosto i delitti e fatto pressione in vari modi sulle vittime e sulle loro famiglie affinché mantenessero il segreto. Law, tra le proteste delle organizzazioni delle vittime e di molti fedeli, fu nominato da Giovanni Paolo II arciprete della basilica di Santa Maria maggiore, a Roma, uno dei più importanti luoghi di culto cattolici al mondo. Vi rimase dal 2004 al 2011. Nel 2017 è morto.

    Il processo in Australia
    In questa primavera 2018 altri fatti raccontano, in modo diverso, la stessa storia. Lo scorso 1 maggio il cardinale George Pell è stato rinviato a giudizio da un tribunale australiano relativamente a diversi casi di abusi su minori, che sarebbero avvenuti in due momenti diversi: tra gli anni settanta e ottanta del novecento a Ballarat, paese di origine di Pell, da cui prese il via la sua carriera ecclesiastica; e tra la fine degli anni novanta e il 2000 a Melbourne, città in cui ricopriva la carica di arcivescovo. Altre accuse sono state respinte dalla giudice Belinda Wellington che, dopo aver ascoltato per un mese una cinquantina di testimonianze contro e a favore dell’accusato, ha deciso che il processo poteva avere luogo.

    Il caso Pell ha alcune implicazioni notevoli. Il cardinale infatti era, fino a un anno fa, il prefetto della segreteria per l’economia, ovvero il capo del nuovo superdicastero creato da papa Francesco per mettere ordine nelle opache finanze vaticane. Il porporato, tuttavia, una volta che l’iter giudiziario ha preso il via in Australia, ha lasciato il suo posto – assecondando in tal modo una richiesta dello stesso Bergoglio – e si è presentato davanti al tribunale australiano per difendersi dalle accuse, rivendicando sempre la sua innocenza.

    Per ora, fa sapere la Santa Sede, “resta in congedo”, in attesa della fine del procedimento. Un po’ in omaggio al principio di non colpevolezza fino al pronunciamento della sentenza, un po’ perché nominare un secondo ministro delle finanze dopo un simile passo falso, non è così facile neanche per il papa.

    I problemi di Pell erano noti da tempo. Sia quando era a capo della chiesa australiana sia da prefetto dell’economia in Vaticano, il cardinale aveva dovuto difendersi dalle accuse di abusi sui minori davanti a due commissioni – una dello stato di Victoria e una della Royal commission. In quelle circostanze aveva di fatto ammesso le proprie responsabilità circa silenzi e coperture, adducendo alcune attenuanti tra le quali la scelta – sia pure giudicata a posteriori come un grave errore – di mettere al primo posto la difesa del buon nome dell’istituzione.

    Il processo in corso è stato accompagnato da infinite polemiche pro e contro il cardinale. Pell è stato una personalità chiave della chiesa australiana e dell’establishment del suo paese, un esponente dell’ala più tradizionalista della gerarchia cattolica sul piano dottrinario e un fautore del liberismo in economia. Tra le sue caratteristiche una buona dose di schiettezza, la capacità di lottare per le proprie idee pubblicamente, nonostante i dissensi e le critiche, e la passione – autentica – per le finanze.

    Il cardinale è entrato in conflitto con il papa sui temi etici, sulla concezione della famiglia, sulle aperture ai divorziati risposati e agli omosessuali. Pell è stato anche l’unico alto esponente vaticano ad aver scritto, nero su bianco, quale fosse il risarcimento pagato dalla Santa Sede allo stato italiano per il crac del Banco ambrosiano, ovvero 406 milioni di dollari. Ancora, davanti alla commissione dello stato di Victoria nel 2013, aveva riconosciuto – e si tratta di una rarità nel mondo ecclesiastico – che il celibato obbligatorio poteva essere all’originedi alcuni casi di abuso sui minori. Figura controversa per eccellenza, amico dell’Opus dei e vicino ai circoli finanziari più conservatori, ora dovrà affrontare un procedimento non facile sotto il profilo giuridico.

    Quando si parla di Pell, non bisogna perdere di vista il contesto: l’Australia è stata sconvolta dalle indagini sulla pedofilia che hanno portato alla luce una realtà sconcertante fatta di decine di migliaia di casi avvenuti tra il 1950 e il 2010, il 60 per cento dei quali all’interno di strutture religiose. La vicenda, definita dalle stesse istituzioni australiane “una tragedia nazionale”, ha rotto in modo traumatico il rapporto di fiducia tra la chiesa e le persone, tanto che lo stesso episcopato australiano ha convocato un concilio plenario nel 2020 (l’ultimo si è tenuto nel 1937) per affrontare la situazione; una decisione in linea con quel rilancio del decentramento sinodale, del ruolo e dell’autonomia decisionale delle chiese locali, promosso da Francesco come strategia di riduzione del centralismo romano.

    Cile, abusi, dittature e silenzi
    L’altro grande nodo venuto al pettine in questi mesi riguarda il Cile. La vicenda ha complesse diramazioni, ma il canovaccio centrale lungo cui si snoda contiene già tutti gli elementi essenziali del problema. Un sacerdote, Fernando Karadima, 87 anni, responsabile di decine di abusi sessuali, è stato anche strettamente legato ad alcune figure dell’alta borghesia cilena e a pezzi di establishment reazionario del suo paese, ha avuto frequentazioni con la giunta militare di Augusto Pinochet ed è stato in ottimi rapporti con il cardinale Angelo Sodano, ex nunzio apostolico in Cile e poi a lungo segretario di stato vaticano, uomo chiave del potere wojtyliano.

    Karadima ha inoltre fondato un’organizzazione, la Pia unione sacerdotale, attorno alla quale, tra gli anni settanta e ottanta del novecento, gravitavano politici, ministri della giunta militare, gerarchie ecclesiastiche. Diversi sacerdoti hanno fatto carriera grazie a Karadima, e alcuni sono diventati vescovi.

    Con il passare del tempo però gli abusi di Karadima sono venuti alla luce grazie alle denunce delle vittime. Il sacerdote ha subìto un processo canonico nel 2010, durante il quale è stato riconosciuto colpevole, e la Santa Sed ha respinto ogni appello per modificare la sentenza. Nel frattempo, e parallelamente, è emersa la figura di monsignor Juan Barros Madrid, vescovo della città di Osorno, nel sud del Cile. Barros – ripetevano le vittime di Karadima – aveva assistito agli abusi, ne era a conoscenza, eppure non era stato mai allontanato dagli incarichi che ricopriva, anzi aveva fatto carriera, difeso e tutelato dai più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica. La vicenda ha provocato un’ondata di indignazione nel paese, allontanando moltissimi fedeli dal cattolicesimo.

    Nel gennaio scorso il papa, durante la visita in Cile e Perù, ha difeso a spada tratta Barros, evocando esplicitamente una sorta di complotto di sinistra, laicista e anticlericale, contro la chiesa. Le accuse contro di lui erano infondate. La presa di posizione del papa è esplosa come una bomba sulla stampa di mezzo mondo, suscitando reazioni critiche anche in ambienti cattolici. Francesco ha fatto una prima parziale marcia indietro sul volo di ritorno verso l’Italia, chiedendo scusa alle vittime per le sue parole, senza però cedere sulle responsabilità Barros.

    A quel punto sono cominciate ad arrivare critiche al papa anche dai vertici della chiesa – un altro fatto inedito. Il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della pontificia commissione per la tutela dei minori, che ha preso il posto di Law a Boston dopo gli scandali, ha dichiarato: “È comprensibile che le parole di papa Francesco in Cile siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero”. Dunque, il papa aveva sbagliato.

    Da lì in poi le cose hanno preso un corso imprevedibile: Francesco ha mandato una commissione d’inchiesta fidata e indipendente in Cile, quindi ha fatto sapere di essere stato male informato da alcuni dei suoi collaboratori sul caso Barros. Infine, tra aprile e inizio maggio, le tre vittime più note di Karadima, oggi accusatrici di Barros e dei vertici della chiesa cilena, sono state ricevute in vaticano nella residenza Santa Marta.

    Le vittime in Vaticano
    Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Andrés Murillo hanno parlato a lungo con Francesco, e secondo quanto hanno detto loro stessi non ci sono state censure o paure. Ma hanno anche aggiunto: “Non spetta a noi portare avanti le necessarie trasformazioni nella chiesa per fermare l’epidemia degli abusi e degli insabbiamenti sessuali. Speriamo che il papa trasformi le sue amorevoli parole di perdono in azioni esemplari, altrimenti tutto questo resterà lettera morta”.

    Il passo successivo sarà l’inevitabile rifondazione della chiesa cilena, anche perché negli insabbiamenti degli abusi sono coinvolti ben due cardinali, Ricardo Ezzati Andrello e Francisco Javier Errázuriz Ossa, entrambi ex arcivescovi di Santiago del Cile. Errázuriz Ossa è stato anche uno dei più stretti collaboratori di Bergoglio.

    Il tema resta quello della governance interna alla chiesa e del messaggio che la Santa Sede sarà in grado di trasmettere al mondo. Dimissioni e prepensionamenti di vescovi e cardinali cileni coinvolti nello scandalo saranno un segno di svolta. L’ammissione del proprio errore – e che errore – da parte del vescovo di Roma, pone le basi per una nuova assunzione di responsabilità da parte della chiesa. La vicenda ha segnato il pontificato, che ha creato un dicastero apposito, la Pontificia commissione per la tutela dei minori, poi entrato in crisi per il conflitto tra alcune vittime, i componenti laici dell’organismo e alcuni settori della curia refrattari ad accettare il ruolo decisionale del nuovo dicastero, ritenuto tropo laico e con troppe donne al suo interno.

    Marie Collins, irlandese, una vittima, esperta di tutela dei minori, si è dimessa nel marzo 2017 in polemica con il Vaticano e in particolare con la Congregazione per la dottrina della fede. Al centro dello scontro, i poteri reali della pontificia commissione e la possibilità o meno di istituire un tribunale vaticano per processare i vescovi colpevoli di insabbiamento. Nel luglio del 2017, però, anche il prefetto della congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, leader dei conservatori contro Francesco, ha lasciato il suo incarico a causa, tra le altre cose, di una gestione troppo burocratica dei casi di pedofilia.

    Chiesa e società
    Lo scandalo abusi, dunque, ha fatto emergere diverse questioni relative al potere clericale, al rapporto tra giustizia civile e canonica, al celibato e alla sessualità, all’assenza di donne ai vertici della chiesa. In sostanza è entrata in crisi la relazione tra chiesa e società civile.

    Tra i documenti che saranno ricordati e studiati dagli storici ci sono ben due drammatiche lettere aperte scritte dagli ultimi due pontefici proprio dopo gli scandali legati agli abusi sui minori: la prima, di Benedetto XVI, indirizzata nel 2010 ai cattolici d’Irlanda; e la seconda di Francesco ai vescovi del Cile. In quest’ultima si fa riferimento tra l’altro a “tante vittime di gravi abusi di coscienza e di potere” e agli “abusi sessuali commessi contro minorenni da diversi consacrati del vostro paese, che sono stati negati al momento e che hanno rubato loro l’innocenza”.

    Ratzinger esprimeva “la convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro”.

    Anche in Irlanda, il lavoro condotto da una lunga serie di commissioni d’inchiesta governative aveva portato alla luce uno scenario terribile fatto di migliaia di abusi avvenuti in molte istituzioni cattoliche alle quali era stato affidato una parte consistente del sistema scolastico e formativo del paese. All’enormità dello scandalo ha fatto seguito una decisa accelerazione sulla strada della laicità nella sensibilità collettiva del paese e forse una presa di distanza dalla cultura cattolica tout-court; in questa prospettiva può essere letta l’approvazione per via referendaria dei matrimoni gay nel maggio del 2015.

    Da alcuni anni all’università gregoriana di Roma, lo storico ateneo dei gesuiti, è attivo il Centro per la protezione dell’infanzia, che si occupa di studiare gli abusi e lo sfruttamento dei minori dentro e fuori la chiesa, e di formare personale ecclesiastico in grado di gestire un problema così complesso e grave. L’obiettivo è quello di collocare la crisi interna alla chiesa dentro lo spazio più ampio del mondo e delle molteplici tipologie di violenze sui minori. Tuttavia, la rottura del patto di fiducia tra la chiesa e i fedeli, nonché la rottura del silenzio da parte delle vittime, disegnano un quadro specifico che riguarda la chiesa di Roma.

    Casi tenebrosi come quello di padre John Geoghan e Paul Shanley a Boston (autori di decine di violenze su minori, impuniti per quasi un ventennio); del fondatore del gruppo ultrareazionario dei Legionari di Cristo in Messico, Marcial Maciel Degollado (manipolatore, abusatore di minori, finanziato dal miliardario messicano Carlos Slim); e di Lawrence Murphy, sacerdote della diocesi di Milwaukee, considerato responsabile di almeno duecento casi di abuso, descrivono i percorsi di autentici predatori seriali che hanno lasciato una cicatrice profonda nella storia recente della chiesa.

    Dalla capacità di rispondere a questa macro questione – che contiene al suo interno molti dei problemi irrisolti nel rapporto tra istituzione ecclesiale e modernità – dipenderà il futuro del cattolicesimo come religione universale.

    https://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2018/05/15/scandalo-pedofilia-chiesa

  • Emanuela Orlandi nuove rivelazioni in vista: Mafia, Banda della Magliana…

    Emanuela Orlandi nuove rivelazioni in vista: Mafia, Banda della Magliana…

    Emanuela Orlandi, il mistero sta per essere rilanciato con altre “rivelazioni” al cardiopalma di un altro grande “supertestimone” che, come al solito, si riveleranno fasulle? E’ probabile. Ed è possibile che si tenti la saldatura col caso Moro, [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] addossando entrambe le colpe alla mitica Banda della Magliana. Questa volta il “supertestimone” potrebbe essere niente di meno che  il grande bossPippo Calò, riciclatore dei soldi della mafia e a suo tempo ciccia e pappa anche con il capo dei capi Totò Riina.

    Arrestato a Roma il 30 marzo 1985 e condannato a due ergastoli per una sfilza di delitti, Calò sta subendo una discreta corte “perché parli” da parte dell’avvocatessa Laura Sgrò, da qualche tempo il nuovo legale di Pietro Orlandi. L’avvocatessa in una puntata di Atlantide, condotta dal giornalistaAndrea Purgatori, ha sparato alla grande la notizia, in realtà la sua speranza, che Calò “parli” del mistero Orlandi come ghiotta anticipazione di quella che viene presentata come una bomba che sta per esplodere con effetti devastanti e risolutivi. La miccia è accesa.
    Nel frattempo il membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro, il deputato Gerolamo “Gero” Grassi, sta cercando di riscrivere clamorosamente la vicenda di Aldo  Moro legandola alla Banda della Magliana con una “rivelazione” che va ripetendo da vari giorni e che nelle ultime ore ha detto anche al TG1:
    “Non è vero che il bar Olivetti, davanti al quale la mattina del 16 marzo 1978 ci fu l’agguato brigatista a Moro, quel giorno era chiuso come si è sempre sostenuto. Era invece aperto. E si tratta di un bar  frequentato da elementi della Banda della Magliana, compreso  Enrico De Pedis”.
    Grassi inoltre sostiene che sull’auto di Moro e della scorta spararono non solo dal lato della strada del bar Olivetti, ma anche dal lato opposto: altri brigatisti e gli immancabili uomini di quale servizio segreto  rimasti tutti sconosciuti.
    Fa niente che De Pedis era chiuso in carcere e quindi non poteva frequentare nessun bar. Fa niente che non si sa chi fossero i supposti clienti membri della banda (Nomi? Finora nessuno).
    Fa niente che sparare allo stesso bersaglio in due gruppi contrapposti, cioè da entrambi i lati, per giunta aumentando il numero degli sparatori, significa anche spararsi tra brigatisti, visto che avrebbero dovuto essere in due gruppi, uno di fronte all’altro.
    Fa niente: la trama che da qualche tempo Grassi sta mettendo assieme è troppo affascinate per chi, come lui, è anche giornalista e romanziere che su brigatisti e Moro scrive da anni. Ha scritto infatti anche il romanzo  d’amore “Il ministro e la brigatista”, ambientato proprio negli anni delle Brigate Rosse e del rapimento Moro.
    Ma andiamo per ordine. Vediamo come si è formata questa nuova possibilità di grande “botto”. Non si può infatti escludere che Calò, decida di “rivelare” chissà cosa. Lo ha fatto a suo tempo l’allora galeotto Antonio Mancini,smanioso di uscire di galera.
    Tempo fa Pietro Orlandi ha ricevuto su Facebook un messaggio,  tanto per cambiare da parte di un anonimo, che bontà sua si firma Amico Augusta: “Devi cercare di sentire il boss Calò”.
    Non stanco di correre e far correre da anni giornalisti e magistrati dietro piste e segnalazioni una più infondata dell’altra, scartandone però chissà perché alcune, Orlandi ha passato questa ennesima “informazione” alla Procura della Repubblica. La quale però, stufa di essere tirata per la giacchetta da ormai 35 anni su una vicenda che dopo un decennio di nuove indagini ha archiviato nell’ottobre 2015, col successivo beneplacito della Cassazione – non può certo dar retta anche al fantomatico signor “Amico Augusta”.
    Anche perché sembra la riedizione delle molte piste rivelate sia allo stesso Pietro Orlandi riguardo Emanuela sia al legale di sua madre, Ferdinando Imposimato, riguardo anche il caso Moro da “testimoni” ciarlatani e con nomi falsi pescati con le mani nel sacco dalla magistratura.
    Le ultime rivelazioni vengono presentate ai telespettatori, in una puntata del programma di Purgatori, Atlantide, su La7, in questo modo:
    1) – l’anonimo Amico Augusta viene definito “informatore”, anzi “informatori” al plurale, che hanno “passato delle informazioni”, anche se il fantomatico Amico Augusta NON è affatto un informatore e NON ha passato nessuna informazione a nessuno. Si è infatti solo limitato a suggerire di “sentire il boss Calò”, senza neppure curarsi di spiegare il perché.  Alla luce delle esperienze giudiziarie e giornalistiche di questi 35 anni, NON si può affatto escludere che si tratti dell’ultimo – per ora – della lunga sfilza di mitomani, bugiardi e malati di protagonismo che di fatto hanno distrutto ogni possibilità di riuscire a capire che fine abbia fatto la povera Emanuela e per mano di chi.
    2) – La lettera di Calò di curiosa e cortese disponibilità a incontrare la avv. Sgrò viene interpretata come disponibilità a “parlare”. Ovviamente per chiarire il mistero Orlandi.
    3) – Purgatori rincara la dose prima affermando che Calò
    “in qualche modo è stato citato nella storia della scomparsa di Emanuela Orlandi”,
    senza però specificare che a citarlo non sono stati i magistrati, e neppure testimoni più o meno super, ma solo un paio di articoli tanto sensazionalisti quanto smentiti da indagini e sentenze. Poi la dose la rincara chiedendo all’avvocatessa se non le sembri
    “clamoroso il fatto che Calò, che non è certamente una persona cha ha, così, distribuito informazioni e risposto agli interrogatori improvvisamente decida che su questa questione specifica di Emanuela Orlandi ha voglia di parlare, di dire qualcosa”.
    A conclusione delle sue “rivelazioni” Sgrò si lamenta di non avere ancora ricevuto né la delega né il permesso di incontrare comunque Calò e quindi lancia un appello perché le aprano le porte del carcere “il ministro della Giustizia e il ministro degli Interni”.
    Tutto questo può servire comunque per facilitare la realizzazione di un’altra commissione d’inchiesta, quella sul mistero Orlandi, promessa con un’apposita conferenza stampa dal senatore grillino Vincenzo Santangeloprima delle ultime elezioni.
    Pietro Orlandi in una puntata sempre di Atlantide ha sostenuto di avere scoperto lui, insieme col giornalista ex di “Chi l’ha visto?” Fiore De Rienzo, la famosa telefonata partita il 12 ottobre 1993 dal Vaticano per “suggerire” al suo vicecapo della Vigilanza, l’ingegnere Raul Bonarelli, convocato per il giorno dopo come testimone dal giudice istruttore Adele Rando, di non dire che della scomparsa di Emanuela si era interessante la Segreteria di Stato.  Peccato che il testo di quella telefonata sia stato pubblicato già da Roberto Chiodi su L’Espresso nel 1998 (e da me in due miei libri del 2002 e 2014, con l’aggiunta del nome dell’autore della telefonata). Pur avendolo in seguito appreso, Purgatori ha fatto finta di nulla.
    Mesi fa la stessa avvocatessa Sgrò per conto di Pietro Orlandi ha denunciatoin Vaticano – a quasi 35 anni di distanza! – la scomparsa di Emanuela. Poi ha rincarato la dose con la richiesta di indagini sulla base di asserite “convergenze” – in realtà solo voci riferite al suo cliente – con un documento pubblicato in un libro dal giornalista Emiliano Fittipaldi, che parla di oltre 483 milioni di lire  spesi dal Vaticano per mantenere in gran segreto Emanuela all’estero. Nell’enfasi Purgatori la cifra l’ha moltiplicata per 2.000, cioè perfino più del famoso miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, facendo diventare le lire di quell’epoca euro di oggi.
     Ora potrebbe entrare in gioco il pezzo da 90 Calò. Il copione “mafioso” però non è del tutto nuovo, anche se ora si vuole spingere in scena un mammasantissima anziché un altra mezza figura come già tentato nel 2014.
    Quell’anno Pietro Orlandi aveva infatti preso sul serio le “rivelazioni” di un altro ex mafioso, il pentito Vincenzo Calcara, tanto da avere voluto essere lui a presentare in occasione della Fiera del Libro di Torino il volume intitolato “Dai memoriali di Vincenzo Calcara: le cinque entità rivelate a Paolo Borsellino”. Il mafioso pentito pretendeva di essere ricevuto dal Papa, ovviamente per rivelargli anche lui la verità sulla fine di Emanuela. Perché al Papa e non alla magistratura è un altro mistero…  Che nessuno, neppure l’instancabile Pietro Orlandi, ha cercato di chiarire.
    Dal carcere di Opera filtrano intanto voci di un improvviso desiderio di Calò di documentarsi sulla vicenda Orlandi. Riguardo la quale avrebbe confidato a qualche compagno di carcere:
    “Ma io non ne so nulla! Solo un po’ di quello che hanno scritto i giornali e detto le televisioni”.
    Staremo a vedere.
    Nel frattempo vale la pena di notare inoltre che uno dei primi a indicare per il mistero Orlandi la pista del ricatto al Vaticano per rientrare in possesso di somme ingenti prestate e mai restituite, pista che alla lunga è sfociata nella banda della Magliana, è stato proprio Purgatori. Lo ricorda Gaia Cenciarelli nel suo libro “Extra Omnes. L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi”:
    “C’è anche chi è convinto che i motivi della scomparsa di Emanuela siano da ricercare all’interno del Vaticano, tra i nemici del Papa e della sua politica di rinnovamento. L’oscura vicenda dello IOR e della morte di Calvi sono da tenere in ogni caso presenti se si vuole credere alle lotte di potere che si svolgevano all’interno delle mura leonine e ai soldi persi nel crac del Banco Ambrosiano da chi intendeva ricattare il Vaticano per tornare in possesso del denaro investito e perduto. L’8 febbraio 1994 fu Andrea Purgatori, dalle pagine del Corriere della Sera a rivelare notizie che potrebbero avvalorare in parte questa teoria: “Poco prima che, attraverso i canali diplomatici il Vaticano riuscisse a ottenere uno stop alle indagini [le rogatorie respinte di cui si parlerà più avanti, n.d.r.], la polizia era arrivata a scoprire qualcosa di importante e inquietante. Che il misterioso interlocutore (mediatore) in contatto telefonico con gli Orlandi chiamava da una cabina della stazione Termini”.
    A fronte di questa scoperta, gli inquirenti monitorarono tutte le cabine presenti nella stazione ma non riuscirono a venire a capo del mistero perché, malgrado le telefonate risultassero partire da lì, in quella cabina non c’era nessuno. E ciò era possibile solo nel caso in cui i rapitori di Emanuela disponessero di un sofisticatissimo congegno in grado di far “rimbalzare” le telefonate da un apparecchio all’altro. Quindi, prosegue Purgatori, l’organizzazione che aveva rapito Emanuela non era una banda di malavitosi qualsiasi, ma un gruppo formato da individui scaltri e con risorse eccezionali”.
    Cenciarelli riporta anche che secondo l’allora esistente giornale
    “L’Indipendente, una volta gli investigatori erano riusciti a isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall’Ambasciata Americana di via Veneto. Il quotidiano dedusse, di conseguenza, che il telefonista si serviva di un apparecchio interno all’ambasciata oppure riusciva a far “rimbalzare” le chiamate sul suo centralino”.
    Nascerà così anche  la pista dell’utilizzo da parte del “portavoce dei rapitori” di un “sofisticato meccanismo da 007” che permetteva di far risultare le sue telefonate agli Orlandi come effettuate da numeri telefonici diversi da quelli veri. Pista presa sul serio da Pietro Orlandi, che in un’intervista ha appunto affermato che almeno una telefonata risultò come partita dall’ambasciata americana.
    Lo spettacolo continua. Se il regista Roberto Faenza con un apposito film ha sostenuto fin dal titolo che riguardo la sorte di Emanuela “La verità sta in cielo”,  ora la verità è precipitata nelle mitiche profondità marine: quelle del continente sommerso Atlantide. Dalle stelle del cielo ai cavallucci marini).
    https://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/emanuela-orlandi-mafia-magliana-2874177/
  • PRETE PEDOFILO DI PONTICELLI: LA CURIA DI NAPOLI A CACCIA DELLA SECONDA VITTIMA, MA SI CONTRADDICE

    PRETE PEDOFILO DI PONTICELLI: LA CURIA DI NAPOLI A CACCIA DELLA SECONDA VITTIMA, MA SI CONTRADDICE

    Meno di una settimana fa, durante la sua ultima visita a Ponticelli, il Cardinale Sepe dribblava le nostre domande relative a Don Silverio Mura, il prete accusato di aver compiuto reiterati atti di pedofilia proprio a Ponticelli, negli anni 80/90, confermando l’intenzione di non voler rilasciare dichiarazioni in merito a quello che a tutti gli effetti è diventato un caso nazionale.

    Sabato 7 e domenica 8 aprile, due vittime del prete di Ponticelli, con il volto coperto da maschere, diedero luogo ad un sit-in all’esterno del Duomo di Napoli, proprio per chiedere alla Curia di Napoli una risposta concreta in merito alla pratica avviata in seguito alla denuncia di Diego Esposito, la prima di Don Silverio Mura che da 8 anni combatte per ottenere giustizia. Il giovane che fu adescato dal sacerdote tra i banchi di scuola, Don Mura era il suo docente di religione, ha già presentato due denunce alla Curia, entrambe insabbiate, mentre il processo civile a carico del sacerdote inizierà a breve.

    Proprio mentre era in corso il sit-in, lo scorso 7 aprile, la Curia di Napoli diramò il seguente comunicato:
    “Circa presunti casi di pedofilia, dei quali è stata fatta denuncia in danno di un sacerdote della Diocesi di Napoli, si fa presente che già lo scorso anno dalla Cancelleria diocesana venne precisato che la Congregazione Dottrina della Fede, alla quale la Diocesi di Napoli aveva rimesso tutta la documentazione relativa alla istruttoria fatta in loco, “nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale a carico” del sacerdote in questione.
    All’inizio di quest’anno, dopo denuncia fatta da altra persona direttamente alla Santa Sede, il Santo Padre ha deciso la riapertura del caso, incaricando la Congregazione Dottrina della Fede di procedere a tutti gli adempimenti, per cui, poco prima della Pasqua, alla Diocesi di Napoli è stato affidato il compito di effettuare l’indagine previa, che il Cardinale Arcivescovo ha immediatamente avviata ed è, quindi, in atto.
    Una volta completata tale indagine, verrà tutto rimesso, per competenza, alla stessa Congregazione Dottrina della Fede per le valutazioni e determinazioni.”

    In sintesi, la Curia assolve Don Mura dalle accuse di pedofilia, ritenendo insufficienti gli elementi presentati da Diego Esposito – tra cui diversi filmati – per procedere penalmente, inoltre si fa riferimento alla denuncia sporta direttamente alla Santa Sede da un’altra vittima, in merito alla quale, però, nessun giornalista né Diego Esposito, sono riusciti a reperire notizie certe.

    Diego Esposito, ex guardia giurata che ha perso il posto di lavoro proprio in seguito ad una mail che la Curia partenopea inviò alla prefettura in cui riportava il contenuto di un messaggio che il giovane gli aveva fatto pervenire in cui affermava che se non avesse ottenuto risposte chiare e certe in merito alla pratica avviata per prendere provvedimenti contro Don Silverio Mura, si sarebbe suicidato con la pistola d’ordinanza all’esterno del Duomo di Napoli, non ha mai smesso di lottare per ottenere giustizia. Le sue telefonate alla Santa Sede, alla congregazione della Dottrina della Fede e alla Curia di Napoli sono all’ordine del giorno e tutte rigorosamente registrate.
    Lo scorso 22 aprile, Diego Esposito ha assistito alla celebrazione eucaristica del Cardinale Sepe a Ponticelli, in maniera composta e lo ha atteso all’uscita per chiedergli un incontro, per l’ennesima volta, riuscendo a strappargli l’impegno di essere ricevuto a breve.

    Durante la mattinata odierna, sabato 28 aprile, la Curia napoletana ha diramato un altro comunicato:

    “Circa presunti casi di pedofilia, dei quali viene accusato un sacerdote della Diocesi di Napoli, si conferma quanto precisato nel comunicato stampa del 7 aprile scorso e cioè: dopo la riapertura del caso disposta da Papa Francesco anche a seguito di altra denuncia riportata da alcuni mezzi di informazione, la Congregazione della Dottrina per la Fede ha affidato alla Diocesi di Napoli l’incarico di procedere ai necessari adempimenti, secondo le norme canoniche. 
    Di conseguenza, nelle settimane scorse, sono state avviate le procedure relative all’indagine previa, riascoltando il sacerdote accusato.

    Ora, però, tale indagine presenta qualche difficoltà perché non risulta pervenuta alla Cancelleria della nostra Diocesi alcuna nuova denuncia di persona diversa dal primo accusatore.

    Si sa soltanto di un’intervista fatta da un giornale quotidiano, nello scorso mese di febbraio, a un nuovo accusatore del quale, però, vennero indicate soltanto le iniziali G.S.
    Si invitano, pertanto, tutti coloro che sono in possesso di elementi utili per le indagini a darne comunicazione alla Cancelleria della Curia di Napoli, entro e non oltre trenta giorni dalla data del presente comunicato stampa.
    Si avrà modo così di proseguire e concludere l’indagine previa che, una volta ultimata, sarà inviata alla Congregazione della Dottrina per la Fede per le competenti valutazioni e determinazioni.”

    Quindi, se il 7 aprile, la Curia affermava che il caso era stato riaperto in seguito ad una denuncia pervenuta direttamente in Santa Sede, oggi si fa riferimento ad “altra denuncia riportata da alcuni mezzi di informazione”.

    Dov’è finita la vittima che aveva presentato l’esposto direttamente alla Santa Sede?

    Non bastano le due denunce presentate da Diego Esposito per procedere contro Don Mura?

    Se c’era la necessità di raccogliere la testimonianza della seconda vittima del sacerdote, perchè la Curia di Napoli non ha chiesto di incontrare i due accusatori del sacerdote di Ponticelli mentre erano all’esterno del Duomo durante il sit-in?

    Perchè la Curia di Napoli finge di essere all’oscuro del fatto che a breve partirà il processo civile contro Don Silverio Mura e che negli atti processuali della fase istruttoria sono state depositate le testimonianze e le generalità di diversi testimoni, in grado di far luce sugli abusi compiuti dal sacerdote?

    Perchè la Curia di Napoli garantì a Diego Esposito che, in seguito alle sue denunce, Don Mura fu spedito in un convento “per i casi come i suoi” a curarsi e invece è stato individuato, sotto falso nome, nel comune di Montù Beccaria, in provincia di Padova, dove lavorava ancora a stretto contatto con i bambini?

    Interrogativi, contraddizioni e ombre che continuano ad incupire la vicenda, invece di chiarirla.

    Immediata la reazione da parte di Carlo Grezio, l’avvocato di Diego Esposito, che sul suo profilo facebook pubblica le seguenti dichiarazioni: “Se la Curia di Napoli diffonde un appello alle vittime del prete pedofilo può significare solo che : 1) il prete pedofilo continua a negare; 2) la Curia non crede a ciò che è stato scritto negli atti processuali della fase istruttoria; 3) la Curia continua a credere ciecamente al prete pedofilo ed è per questo che annuncia che il processo canonico potrebbe anche chiudersi con un nulla di fatto. Non vedo, a questo punto, per quale motivo una nuova vittima dovrebbe farsi avanti consegnandosi a loro che, se non vedono il film delle violenze in HD o un servizio fotografico (ormai penso occorrano solo questo tipo di prove) mettono sempre brutalmente in piazza tutto e tutti facendo accuse di falsità e di pazzia. 

    La Curia di Napoli non ha nuove denunce su Napoli, ma contro lo stesso prete ne ha un’altra fatta da una vittima direttamente al Papa (come annunciato in un loro precedente comunicato). Altre 3 vittime le conosce già!!! A questo punto siamo tutti un pò stanchi di questo comportamento inspiegabile. Aspetteremo le ulteriori udienze dei giudizi in corso e l’invio degli atti alla Procura della Repubblica che il giudice del tribunale civile dovrà necessariamente disporre. Che peccato!…..riescono sempre a inasprire gli animi e a rovinare tutto ogni volta che si prospetta un avvicinamento tra Diego e la chiesa! Non vogliono chiudere questo caso…..Ormai è chiaro!”

    Prete pedofilo di Ponticelli: la Curia di Napoli a caccia della seconda vittima, ma si contraddice

  • Papa Francesco e la sindrome cilena

    Papa Francesco e la sindrome cilena

    Chiederà perdono alle vittime di pedofilia in Cile. Presente a Roma anche il discusso cardinale Errázuriz. E il 1° maggio arriva la sentenza su Pell

    Papa Francesco incontrerà individualmente, uno per uno, nel fine settimana, le tre principali vittime di abusi sessuali da parte di padre Fernando Karadima in Cile. Sono passati tre mesi dopo lo scoppio del “caso Barros”, dopo che le accuse di “copertura” al vescovo di Osorno, Juan Barros – uno degli allievi di Karadima – hanno funestato la visita apostolica del Pontefice in Cile. Dopo che il Papa si è trovato costretto a chiedere scusa per alcune sue valutazioni e a ordinare un’inchiesta sul campo, chiamando a Roma a metà maggio tutti i vescovi del Cile.

    Le tre vittime (Juan Carlos Cruz, Andrés Murillo e James Hamilton) sono a Roma già da sabato scorso, ospiti della Casa Santa Marta, accolti nella stessa residenza del papa, come gli ospiti di riguardo, dopo che per anni erano stati accusati dalla stessa gerarchia cilena di rappresentare un male per la Chiesa.

    Una dichiarazione del portavoce della Sala Stampa vaticana, Greg Burke, ha reso noto stamattina che il Papa li “ringrazia per aver accettato l’invito”. Poi, la nota spiega con precisione lo spirito dell’iniziativa: Francesco “desidera chiedere loro perdono, condividere il loro dolore e la Sua vergogna per quanto hanno sofferto e, soprattutto, ascoltare tutti i loro suggerimenti al fine di evitare che si ripetano tali fatti riprovevoli. Il Papa riceverà le vittime individualmente, lasciando parlare ciascuno di loro tutto il tempo necessario”.

    La Dichiarazione si conclude con il pensiero del Papa rivolto al suo previsto incontro con i 32 vescovi dell’Episcopato cileno tra il 14 e il 17 maggio prossimo: “Il Santo Padre chiede preghiere per la Chiesa in Cile in questo momento doloroso, auspicando che questi incontri possano svolgersi in un clima di serena fiducia ed essere un passo fondamentale per rimediare ed evitare per sempre gli abusi di coscienza, di potere e, in particolare, sessuali all’interno della Chiesa”. E qui la Nota ribadisce i concetti chiave contenuti nella lettera del Papa ai vescovi cileni dell’8 aprile, e cioè, che bisogna lavorare per sanare e guarire le ferite del corpo ecclesiale e della società causate da “gli abusi di coscienza, di potere e sessuali”.

    Tutto a posto, dunque? Non esattamente.

    Perché la contemporanea presenza a Roma per i lavori del cosiddetto Consiglio della corona di Francesco, il cosiddetto C9 dei cardinali che lo aiutano nel governo della Chiesa universale, riunito per continuare i lavori sulla riforma della Curia, ha fatto sì che sia in Vaticano in queste stessi giorni anche il cardinale Francisco Javier Errázuriz, indicato dalle vittime di Karadima come uno dei principali “insabbiatori” del caso Barros. Accuse pubblicamente avanzate fin dal maggio 2014 davanti al Comitato contro la Tortura dell’Onu di Ginevra anche dallo Snap, l’associazione americana delle vittime sessuali dei preti.

    Secondo quanto riportato dal maggiore organo di informazione cileno “La Tercera”, Cruz addirittura avrebbe avuto un incontro casuale con il cardinale nei pressi dell’Ambasciata del Cile, dove tutti e due si stavano recando. Cruz racconta di un incontro piuttosto teso. “È furioso – racconta Cruz – Sta facendo pressioni, sta facendo lobby, è disperato, l’uomo non sa più cosa fare, perché sta venendo tutto giù”. In ogni caso Cruz confida che qualche cosa di buono derivi dall’incontro con il Papa. Lo vedrà domenica pomeriggio, quando Francesco ha liberato completamente la sua agenda per poterci parlare. Probabilmente ci sarà un incontro con tutte e tre le vittime insieme lunedì. Ma Cruz dichiara alla Reuters: “Buone e belle parole non taglieranno via tutto questo. Bisogna agire concretamente. Non c’è più tempo, i vescovi che hanno “intossicato” l’informazione che è stata data al Papa devono essere messi da parte. Gli ho detto: Santo Padre, non voglio essere usato come uno strumento di pubbliche relazioni”.

    A nessuno sfugge infatti che questi incontri con le vittime cilene avverranno poche ore prima di un altro appuntamento caldo: in Australia, il magistrato di Melbourne, il 1 maggio prossimo, dirà se un altro membro del C9 di Francesco, il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria dell’Economia, dovrà andare processo per abusi sessuali che avrebbe personalmente commesso nel passato. Accuse che Pell ha veementemente negato.

    Facendo un parallelo con la “sindrome cinese” (titolo del famoso film che faceva riferimento ad una teoria secondo la quale in caso di un incidente a una centrale nucleare, con fusione del nocciolo del reattore, questo fonderebbe perforando la crosta terrestre, fino dall’altra parte della Terra, fino alla Cina), si potrebbe dire che la “sindrome cilena”, potrebbe innescare una reazione a catena nella Chiesa cattolica.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/04/25/papa-francesco-e-la-sindrome-cilena_a_23420075/