Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Gli abusi e le torture medievali, l’esorcista va a processo

    Gli abusi e le torture medievali, l’esorcista va a processo

    Sarà un continuo valicare il confine tra fede e scienza il processo per don Michele Barone. Da un lato i pm, convinti che gli esorcismi sulla 13enne siano stati «delle torture medievali» e le abbiano procurato una lesione permanente. Dall’altro la difesa, che cercherà di dimostrare che la ragazzina era realmente posseduta dal demonio e per questo le benedizioni erano l’unica strada per aiutarla.

    È stato notificato ieri il decreto di giudizio immediato per il sacerdote, per i genitori della vittima e per il vicequestore di polizia Luigi Schettino. E, perlomeno per la parte che riguarda don Barone, si preannuncia un processo come quello che seguì le vicende di Annaliese Michel (nella foto in basso), la 24enne morta in Baviera nel 1975 la cui storia è diventata nota grazie al film «L’esorcismo di Emily Rose» (nella foto). La famiglia della ragazza si convinse che fosse posseduta dal demonio e l’affidò alla Chiesa. In realtà Annaliese manifestava paralisi degli arti, uno smisurato accrescimento del torace, rigidità improvvisa del corpo e l’impossibilità di parlare. Sintomi simili a quelli della 13enne portata dal sacerdote in pellegrinaggio con un collare, costretta a ingerire l’ostia e l’acqua santa nella quale il sacerdote sputava. Due storia simili, con esiti, fortunatamente, diversi. Annaliese morì a 24 anni quando ormai pesava solo 30 chili, per anni si era rifiutata di mangiare, tuttavia non venne alimentata con le flebo, ma affidata alle sole cure spirituali. Per questa ragione, i genitori e l’esorcista furono condannati per omicidio colposo. La 13enne, invece, ce l’ha fatta. Benché malridotta, con un orecchio sfregiato dal piede del prete e dalle manovre che il sacerdote esercitava per costringere il diavolo lasciare il corpo dell’adolescente. Viva, anche se sottopeso, visto che il prete la alimentava con biscotti e latte, sostenendo che quella fosse la volontà di San Michele. Per la Procura i genitori della ragazzina sono responsabili dei maltrattamenti in concorso col prete. Stessa accusa per il poliziotto Luigi Schettino che tentò anche di ostacolare la denuncia sporta dalla sorella della ragazzina.
     
    Ma contro il prelato ci sono anche le accuse di due ex adepte che sostengono di essere state abusate sessualmente sia a Casapesenna che durante i pellegrinaggi a Medjugorie. In questo caso, le vittime sono maggiorenni ed hanno già testimoniato nel corso dell’incidente probatorio che ha cristallizzato la prova e consentito ai pm Alessandro Di Vico e Daniela Pannone di chiedere il giudizio immediato. Ma anche ciò che raccontano le due 20enni ha delle analogie sorprendenti con le vicende di Annaliese. Parlano di esorcismi filmati, e i video sono stati ritrovati, e affermano che a Casapesenna c’è una ragazzina che, dopo essere stata «liberata dal demonio» da don Barone, si è trasformata in una veggente e che «attraverso di lei parlano la Vergine Maria, l’angelo e Gesù». Anche Annaliese sostenne di aver avuto contatti con la Madonna, tanto che la sua tomba è tutt’oggi meta di pellegrinaggi.

    Se da un lato le due ragazze hanno confermato gli abusi sessuali subiti, dunque, dall’altro sembrano convinte che a Casapesenna si verificassero fenomeni paranormali. Una delle due, incalzata dall’avvocato di don Barone, durante l’incidente probatorio ha dichiarato che «nel corso delle benedizioni» le comparivano «dei tagli sulle braccia». Il penalista le ha chiesto, esibendo una dozzina di foto che appunto ritraevano le ferite, se non le si aprisse anche una specie di «s» sulla lingua, ma in questo caso la ragazza ha spiegato che quella era l’impronta dell’apparecchio per i denti. A ogni modo, dalla natura delle domande rivolte alla ragazza, sembra che la difesa intenda sostenere l’esistenza del demonio. O perlomeno documentare che quelle benedizioni erano il giusto rimedio per persone ritenute possedute dal maligno. La prima udienza è fissata per giugno dinanzi al tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il quadro accusatorio è stato confezionato a tempo di record. Dal giorno dei clamorosi arresti alla fissazione del processo, sono trascorsi due mesi e dieci giorni.

    https://www.ilmattino.it/caserta/abusi_torture_medievali_barone_processo-3688399.html#

  • Lo scandalo del prete esorcista:  altri quattro minori vittime di abusi

    Lo scandalo del prete esorcista: altri quattro minori vittime di abusi

    Una voce infantile, ma decisa. Che parla di «fatture», «maledizioni» e «diavoli». Di giovanissime indemoniate picchiate e trascinate per i capelli dal loro «salvatore»: don Michele Barone. Di quattro nuove vittime forse minorenni. Tenute «col collare» e malmenate. La voce che ripercorre mesi che ricordano un film dell’orrore è quella della sorella della ragazzina di tredici anni abusata e malmenata durante gli «esorcismi» di don Barone. Quella voce, ieri, in procura a Santa Maria Capua Vetere, è stata veicolata per tutte e due e le ore e mezza dell’incidente probatorio dal gip Ivana Salvatore che ha voluto condurre l’interrogatorio con le modalità protette. Filtrando, cioè, le domande rivolte alla giovane testimone dai pm Alessandro Di Vico e Daniela Pannone, e degli avvocati, Carlo De Stavola, Rossella Calabritto e Giuseppe Stellato. La ragazza ha risposto da una stanza collegata in videoconferenza con quella in cui erano presenti i magistrati e i penalisti. E dove c’erano anche gli imputati. Don Barone, che è arrivato dal carcere di Vallo della Lucania dove si trova detenuto, è apparso sicuro di sé, a tratti anche spavaldo. Erano presenti, ieri, anche il commissario di polizia Luigi Schettino, ancora ai domiciliari, e il padre della vittima, che con la madre è sottoposto al divieto di avvicinamento alla minore.

    https://www.ilmattino.it/caserta/prete_esorcista_casapesenna_quattro_minori_abusi-3662378.html

  • Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

    Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

    Sotto chiave in Italia i verdetti del tribunale canonico. I volontari: almeno trecento casi.

    di Franca Giansoldati
    Città del Vaticano Un’altra vittima si è fatta avanti, affiorando dal silenzio per liberarsi degli orrori subiti e da un micidiale senso di vergogna. La vicenda del prete orco di Ponticelli è destinata, per forza di cose, ad andare avanti sebbene la relativa causa canonica per abusi sui minori, avviata nel 2014, sia stata chiusa dal Vaticano e dalla curia di Napoli. Questo caso emblematico – verosimilmente chiuso un po’ sbrigativamente – fa riflettere sull’entità del fenomeno complessivo e su come la Chiesa in questo ultimo decennio si è attrezzata per far fronte alle denunce delle vittime.

    Prima del 2001 l’anno in cui esplose il caso di Boston, portato sul grande schermo dal film Spotlight – ammettere l’avvenuta violenza su un minore equivaleva a infrangere un tabù. Oggi le cose stanno lentamente cambiando, Benedetto XVI prima e Francesco poi hanno introdotto nuove leggi, inasprito le pene anche se Marie Collins e Peter Saunders, le due ex vittime che hanno fatto parte della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori (istituita nel 2014 ma fatta decadere e ancora in attesa di conferma) ritengono che non si faccia abbastanza per assistere chi ha subito abusi, privilegiando chi ha sofferto piuttosto che il buon nome dell’istituzione ecclesiastica. Le vittime prima di tutto.

    In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ancora oggi è impossibile avere dei dati certi sul numero dei sacerdoti condannati negli ultimi dieci anni per pedofilia nel tribunale canonico in funzione presso la Congregazione della Dottrina della Fede. Mentre i dati relativi ai processi civili sono pubblici, quelli dei processi canonici restano riservati. Il numero relativo ai preti giudicati colpevoli (e quindi ridotti allo stato laicale o sospesi a divinis) è custodito tanto quanto il terzo segreto di Fatima ironizza un funzionario vaticano. La situazione della Chiesa resta a macchia di leopardo. Accanto a settori avanzati in fatto di prevenzione e adeguamento, ci sono diocesi che faticano a recepire lo spirito delle nuove leggi. Mentre l’università Gregoriana presenta la nuova licenza per la tutela dei minori, da conseguirsi dopo un corso di studi ad hoc, comprensivo di elementi di psicologia ed elementi di diritto canonico, e mentre la Cei ha istituito una task-force affidata al vescovo Lorenzo Ghizzoni per lavorare a linee guida per la prevenzione, non c’è contezza di quanti siano in totale i condannati, nè se vi sia un aumento o una diminuzione, o se si tratta di abusi lontani nel tempo oppure no, né che tipo di sanzioni canoniche hanno emesso i giudici vaticani.

    Niente numeri, niente statistiche. Da qualche anno in qua, però,una associazione nata a Savona -La Rete l’Abuso – ha iniziato con meticolosità certosina a raccogliere e registrare i casi denunciati pubblicamente nei tribunali civili. Al momento ha raccolto quasi 300 episodi in tutta Italia negli ultimi dieci anni. Sul sito c’è una mappa interattiva piena di pallini rossi, gialli e blu, a seconda della gravità. Si punta il cursore, si clicca ed esce il caso giudiziario. Contrariamente a quanto accade in altri Paesi europei, in Italia i vescovi,non hanno l’obbligo di denunciare i preti pedofili né alla polizia, né ai magistrati, come per esempio sono tenuti a fare i presidi delle scuole pubbliche. Hanno,invece,l’obbligo di denunciare gli abusi al tribunale vaticano della Congregazione della Fede. Recentemente in Parlamento è stata depositata una mozione per chiedere la modifica pattizia -tra Italia e Vaticano – e imporre anche ai vescovi l’obbligo di denunciare civilmente gli orchi. L’episcopato ha sempre ribadito che si impegna a collaborare con le autorità civili ma senza essere tenuto alla denuncia.

    Il Mattino del 3-02-2018

  • Savona: ancora una volta teatro internazionale. Dal 5 al 9 febbraio si gira uno spot sulla pedofilia clericale.

    Savona: ancora una volta teatro internazionale. Dal 5 al 9 febbraio si gira uno spot sulla pedofilia clericale.

    Savona, sede legale delle Rete L’ABUSO – di fatto l’unica associazione italiana fondata e composta da sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – sarà ancora una volta “il palco”, questa volta di uno spot TV di 30” che l’associazione produrrà grazie all’aiuto di Simone Padovani, giornalista, fotografo e corrispondente di alcune tra le maggiori testate della stampa estera tra cui il New York Times, BBC.

    Il primo documento che racconta quello che chiameremo “il caso Italiano” fu il docu-film prodotto da Silvia Luzi e Marco Bellino per Pess-TV dal titolo “La preda, silenzio nel nome di Dio”, un documento del 2013 che testimoniò non solo il caso savonese, ma anche quello dei bambini sordi abusati nell’istituto cattolico Antonio Provolo di Verona, un docu-film di 56 minuti, trasmesso in 42 paesi, che partecipò anche al Film Festival di Bari ma non fu mai trasmesso in Italia.

    Dello spot, prodotto dalla Rete L’ABUSO e ideato dalle vittime, lasciamo trapelare qualche indiscrezione, questa volta, saranno 8 bambini a veicolare per le vittime il loro messaggio, nel quale chiederanno conto e garanzie concrete a papa Francesco.

    L’iniziativa è solo l’ultima tappa di una più ampia campagna di consapevolezza nella quale Simone Padovani ha già investito circa sei mesi del suo lavoro, fotografando e intervistando i veri protagonisti di quella che chiamerei una tragedia nazionale, ovvero le vittime che, ad oggi, non hanno ancora ottenuto una risposta seria e concreta dalla chiesa.

    Simone Padovani ha partecipato con l’Associazione agli incontri pubblici, ai processi, ai colloqui con alcune vittime e le famiglie che l’Associazione segue, documentando anche quello che non si vede, il lavoro spesso sommerso degli attivisti della Rete L’ABUSO.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Il caso Emanuela Orlandi, parla il fratello: “Dentro le mura vaticane Emanuela si sentiva protetta, ho bisogno di sapere cosa è successo”

    Il caso Emanuela Orlandi, parla il fratello: “Dentro le mura vaticane Emanuela si sentiva protetta, ho bisogno di sapere cosa è successo”

    Nello speciale della serie “Scomparsi”, in onda domenica prossima su Sky, la storia del dramma che sconvolse il mondo intero di cui non si conosce ancora la verità

    “Emanuela Orlandi è mia sorella, sono trentacinque anni che non la vedo. Aveva quindici anni quando qualcuno l’ha portata via. Non so dove si trova, non so se è viva, ma so qual è la sua colpa: essere una delle pochissime persone cittadine dello Stato Vaticano”.

    Inizia così, con una voce accorata da un dolore che dura oramai da troppo tempo, Scomparsi: Emanuela Orlandi, lo speciale dedicato a un dramma che sconvolse l’Italia e il mondo intero, un racconto intenso e sofferto che non si è ancora dimenticato. Questo perché di quella ragazzina che viveva con i suoi genitori all’interno ella Città del Vaticano (suo padre Ercole lavorava alla Prefettura Vaticana e si occupava delle udienze papali), non si è saputo più nulla dal giorno della sua scomparsa, il 22 giugno del 1983.

    “Quel giorno ha cambiato la nostra vita per sempre”, Pietro Orlandi, suo fratello, nel documentario che Crime+Investigation proporrà in esclusiva domenica 14 gennaio alle ore 21 sul canale 118 di Sky. La voce narrante che ascolterete all’inizio e che vi accompagnerà per cinquanta minuti è la sua, quella di una ragazzo (allora) e un uomo (adesso) che ha deciso con tutte le sue forze e possibilità di poter arrivare ad una verità, nonostante il percorso sia stato e sia (ancora oggi) tutto in salita.

    Emanuela Orlandi è sparita in un’afosa giornata del 1983, inghiottita da un ingranaggio enorme, e il suo nome è stato accostato all’attentato del Papa, al crollo dell’Unione Sovietica, ai misteri della Banca del Vaticano, alla banda della Magliana e da trentacinque anni Pietro la cerca e – come lui – le sorelle Federica e Natalina (anche loro presenti nel doc) e tutti i loro familiari vogliono giustizia. “Ho fatto tutto quello che ho potuto per mantenere viva la speranza– spiega Orlandi, capelli grigi medio lunghi e un orecchino argentato al lobo sinistro – sono stato ospite in trasmissioni televisive, ho incontrato mafiosi e agenti dei Servizi Segreti, ma anche magistrati, giornalisti, ho partecipato a manifestazioni e incontrato tre Papi, ma non ho ottenuto nulla. Ora devono dirmi la verità”.

    Lo speciale – primo episodio della serie “Scomparsi”, prodotto da B&B Film per A+E Networks Italia e scritto proprio da Orlandi assieme a Raffaele Brunetti e Piergiorgio Curzi – parte da immagini fotografiche in bianco e nero e a colori dell’archivio personale della famiglia Orlandi che all’epoca viveva all’interno delle mura Vaticane. “Lì dentro ci sentivamo protetti, era un piccolo paese e il Papa era il suo sindaco”, aggiunge Pietro, “poi di colpo non lo siamo stati più”.

    Sua sorella andò ad una lezione di musica al Complesso di Sant’Apollinare e da allora non tornò più a casa. La solita scappatella o una fuga d’amore, dissero i poliziotti ai familiari, ma in realtà non fu così. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, ci fu persino un appello del Papa, “un appello che ci colse impreparati”, commenta Pietro, “un appello che dimostrava che il Papa era a conoscenza di qualcosa che noi ignoravamo, un appello che parlava di ‘responsabili’ e che quindi Emanuela era stata rapita”. Fu proprio così. Tredici giorni dopo la scomparsa, in una telefonata, i rapitori chiesero uno scambio della ragazza con l’attentatore del Papa, Ali Agca. “Il Papa non parla a caso”, commenta nel documentario il giornalista Andrea Purgatori che all’epoca si occupò quotidianamente del caso sul Corriere della Sera. “Il suo era un appello rivolto a chi doveva capire, mostrando un punto critico per il Vaticano. Se lo fece è perché stava mandando un messaggio a qualcuno”.

    A quell’appello ne seguì un altro e dopo il giorno dell’ultimatum stabilito dai rapitori (il 20 luglio del 1983) non accadde nulla. Il corpo della ragazza non venne più ritrovato né si ebbero sue notizie. A Natale di quell’anno, Papa Wojtyla andò a far visita alla famiglia Orlandi, dimostrando così tutta la sua solidarietà e dicendo che avrebbe fatto il possibile per arrivare ad una verità. “Quel gesto e quelle parole – spiega Pietro – ci fecero in qualche maniera riavvicinare al Vaticano e credere nelle istituzioni; il Papa mi offrì addirittura un posto allo IOR”, un incarico che accettò subito e che Pietro ha svolto fino a pochi anni fa, quando scoprì altre verità.

    Ventidue anni dopo, infatti, una telefonata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” fece riaprire il caso. Una voce maschile diceva che nella chiesa di Sant’Apollinare era stato sepolto Enrico De Pedis, detto “Enrichetto”, l’ultimo grande capo della Magliana, assassinato in una via della Capitale nel 1990. Come è stato possibile che una persona così pericolosa venne sepolta proprio lì, in quel luogo di culto, riservato a principi e a grandi artisti? Fu l’allora arcivescovo Poletti a volere quella sepoltura, perché – stando a quanto da lui dichiarato – De Pedis fece molte donazioni alla Chiesa stessa. Venne fuori che una grossa somma della criminalità era stata prima depositata allo Ior e poi improvvisamente scomparsa. Uscirono i nomi di Sabina Minardi – che dichiarò di aver accompagnato la Orlandi in un preciso punto di Roma e di averla consegnata ad un uomo seduto all’interno di una macchina scura con un abito religioso – venne fuori la lettera del banchiere Roberto Calvi indirizzata al Papa in cui dichiarava che i soldi scomparsi erano stati utilizzati per finanziare il sindacato polacco Solidarnosc (poco dopo, il corpo di Calvi venne ritrovato impiccato a Londra, al Blackfriars Brdge), spuntò il nome di monsignor Marcincus, allora presidente dello Ior, “l’unico in tutto il Vaticano che si avvicinava ai miei genitori quando li incontrava”, dice Pietro. “Un grandissimo attore” o una persona fedele e sincera? Si chiede. Fatto sta che solo nel 2012 – dopo tante proteste in pubblica piazza capitanate proprio da Pietro – il corpo del malavitoso venne tolto da quella chiesa e il caso fu riaperto.

    Oggi Pietro – che tramite l’avvocato Laura Sgro’ dello Studio Bernardini De Pace ha chiesto l’accesso agli atti del Vaticano e la richiesta de documenti in loro possesso, compresi quelli del papa Wojtyla, per ora scomparsi – vuole la verità sulla sorella, “rapita non perché fosse Emanuela Orlandi, ma perché era una cittadina vaticana”, una ragazza al centro “del gioco grande della storia”, come lo definì Giovanni Falcone, usata – probabilmente – come si sostiene nel documentario, per favorire il crollo dell’Unione Sovietica. “Ho bisogno di sapere cosa è successo”, dice più volte, “presto arriverò ad una verità e a dare giustizia a mia sorella, perché nessun potere è più forte del dolore”.

    Dopo questo speciale, la serie “Scomparsi” (diretta da Alessandra Bruno e scritta da Alessandro D’Ottavi e Lorenzo Brunetti) continuerà martedì 23 gennaio alle 22.00 con Pietro Orlandi che presenterà cinque sparizioni (di Federica Farinella, Emanuele Arcamone, David Fedi, Nicholas Ravaioli e Fabrizio Catalano) sepolte dal tempo negli archivi della giustizia italiana che rivedranno finalmente la luce, restituendo così agli scomparsi il diritto di esistere e a chi ancora li aspetta quello di non essere dimenticati.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/11/il-caso-emanuela-orlandi-parla-il-fratello-dentro-le-mura-vaticane-emanuela-si-sentiva-protetta-ho-bisogno-di-sapere-cosa-e-successo_a_23330769/

  • Le vittime degli abusi attaccano il Vaticano: Ancora troppa omertà”

    Le vittime degli abusi attaccano il Vaticano: Ancora troppa omertà”

    Il tweet di Marie Collins, la donna irlandese abusata da un prete quando aveva tredici anni, che si dimise dalla Pontificia Commissione per la tutela dei minori, riapre le polemiche sul suo rinnovo. E fonti dalla Santa Sede anticipano che Francesco nominerà i nuovi membri durante il viaggio in Cile e Perù

    di PAOLO RODARI

    CITTÀ DEL VATICANO – “Chiunque si preoccupi del lavoro della Commissione dovrebbe chiedersi perché nessuno, che abbia l’autorità di farlo, abbia rilasciato una dichiarazione sul suo stato attuale e su quello dei suoi membri. Tutto ciò che abbiamo avuto è una ‘fonte’ vaticana anonima che parla alla stampa”.

    Il tweet, pubblicato ieri sera, mercoledì 10 gennaio, non è di una persona qualsiasi. Bensì di Marie Collins, la donna irlandese abusata da un prete quando aveva tredici anni, che si dimise dalla Pontificia Commissione per la tutela dei minori per le troppe omissioni presenti sul tema della pedofilia all’interno della Santa Sede.

    Collins imputa al Vaticano di non aver risposto a un suo precedente tweet, nel quale chiedeva conto direttamente a Papa Francesco del perché abbia fatto scadere la Commissione, da lui istituita nel 2013, senza avere ancora provveduto a rinnovarla e a nominare nuovi membri.

    “Al momento la Commissione è solo sulla carta, un nome vuoto, perché di fatto non è stato ancora nominato nessun membro”, ha scritto sul suo profilo social qualche giorno fa, augurandosi una qualche risposta dal Vaticano, che invece non è arrivata. Fino a oggi, silenzio assoluto, se non per alcune dichiarazioni rese però da fonti anonime.

    In ogni caso, secondo quanto apprende Repubblica, la nomina dei nuovi membri non dovrebbe essere lontana. Con ogni probabilità avverrà durante la permanenza del Papa in Cile e Perù, un viaggio nel quale il tema dell’abuso sui minori non sarà secondario. Il Sudamerica, infatti, in queste ore è scosso dalla notizia che Francesco ha commissariato la Società di vita apostolica Sodalizio di vita cristiana dopo le pesanti accuse di abusi sessuali su minori rivolte al fondatore, il laico peruviano Luis Fernando Figari. Un personaggio discusso che dal 2010, proprio a motivo degli scandali, ha lasciato l’America latina e vive a Roma. Figari ha fondato nel 1971 in Perù il Sodalizio di vita cristiana la cui approvazione è arrivata nel 1997 da parte di san Giovanni Paolo II.

    Anche se la nomina dei nuovi membri arriverà a breve, l’uscita della Collins testimonia come la voce resti dissonante con la Santa Sede. Recentemente, in seguito alla decisione di dare sepoltura in Santa Maria Maggiore al cardinale Bernard Law, ex arcivescovo di Boston accusato di aver coperto per anni abusi commessi da preti e poi raccontati nel celebre film “Il caso Spotlight”, le vittime della pedofilia del clero americane, e con loro Peter Saunders, altra vittima che lasciò da subito la Commissione per la tutela dei minori nella quale era stato fatto membro, hanno protestato veementemente senza ottenere alcuna risposta.

    “Questa sepoltura è una mancanza di rispetto assoluta per noi vittime ”, hanno detto a Repubblica. E ancora: “Seppellire nel cuore della cristianità il cardinale Law con tutto quello che rappresenta, dopo averlo addirittura portato a Roma come arciprete, è un affronto che ferisce tutti noi vittime”.

    In merito alla notizia della non ancora avvenuta riconferma della Commissione vaticana ha reagito anche una vittima italiana, Francesco Zanardi, che ha dato vita alla associazione Rete l’Abuso. Zanardi giudica la Commissione utile soltanto “ad alleggerire quello che nel 2014 sarebbe stato il pesantissimo rapporto della Commissione Onu per la tutela del fanciullo, alla quale la Santa Sede avrebbe dovuto rispondere lo scorso primo settembre”.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2018/01/11/news/il_papa_rinnova_la_commissione_vaticana_anti_pedofilia-186264450/

  • «Così Don Gianni abusò di noi»

    «Così Don Gianni abusò di noi»

    Indossava il clergy e si faceva chiamare Don Gianni. Anche se la Chiesa lo aveva già ridotto allo stato laicale, vietandogli di avvicinare i bambini della parrocchia. Segno, che evidentemente, anche prima di accuse ufficiali e processi, la curia conosceva bene le tendenze di Giovanni Trotta, 57 anni. Un uomo che, stando al racconto delle sue presunte vittime in aula, aveva in sé un indissolubile senso dell’impunità. È l’ultimo caso tutto italiano di un cancro che attanaglia la Chiesa cattolica da sempre.

    Nei giorni scorsi è morto a 86 anni Bernard Law, il cardinale di Boston, l’uomo che coprì per diciotto anni i preti seriali che abusarono di una quantità enorme di bambini e che lui, quando la situazione diventò ingestibile, si limitò a spostare di parrocchia in parrocchia. Come fece per padre John Geoghan, ritenuto responsabile di 130 violenze. Finché un giorno lo scandalo divampò – ci avrebbero fatto anche un film, Il caso Spotlight – e lui fu trasferito a Roma, con il prestigioso nuovo incarico di arciprete alla Basilica di Santa Maria Maggiore.

    Le esequie si sono tenute alla Basilica di San Pietro, come per tutti i cardinali, alla presenza di Papa Francesco.

    In quegli stessi giorni la commissione d’inchiesta del governo australiano ha stilato un rapporto sulla pedofilia nel Paese: il 60% dei casi trattati ha subito l’abuso in ambito religioso. Si parla di migliaia di bambini. Un altro cardinale, George Pell, arcivescovo emerito di Sidney, è ora accusato di aver coperto preti pedofili. Secondo il rapporto in alcune diocesi australiane il 15% dei sacerdoti è sospettato di pedofilia. E Pell stesso, cosa mai accaduta ad un cardinale, andrà a processo per un episodio di stupro.

    Don Gianni

    Di questo cancro della pedofilia religiosa cattolica Giovanni Trotta, 57 anni, alias Don Gianni, rappresenta una metastasi. Perché, nella sua particolare storia, la Chiesa si era già espressa, spretandolo il 23 febbraio 2012 e vietandogli di «prestare, a qualunque titolo, servizio nella catechesi per bambini in fase prepuberale». A quanto si sa, non c’erano stati, all’epoca, processi e accuse ufficiali. Sicché, ci si immagina, le tendenze dell’uomo dovevano essere già state acclarate in curia. Nella provincia di Foggia, per essere precisi. Ma Don Gianni non se l’era sentita di diffondere la notizia. Aveva continuato ad indossare il clergy e aveva trovato modo di avvicinare i bimbi in altre maniere: facendo l’allenatore della squadra di calcio locale e dando ripetizioni nel pomeriggio. Quando lo arrestarono per gli abusi su un undicenne, tenuto vicino con la promessa di un provino per un’importante squadra di calcio e di un futuro da fotomodello, pensò subito di chiedere il rito abbreviato: se la cavò con otto anni di prigione.

    Le vittime

    Ma il piccolo non sarebbe stato l’unico a subirne le angherie tra il 2013 e il 2014. In questi giorni sono sfilati in aula alcuni ragazzi, che all’epoca avevano tutti tra i 12 e i 13 anni. In lacrime e in palese imbarazzo, tanto da chiedere ai genitori di uscire dall’aula per evitare di far loro sapere com’è fatto l’inferno, hanno mimato a gesti e narrato quelle lezioni di foto di nudo e gli abusi, che filavano poi sui profili social in cui Don Gianni sapeva cavarsela bene. Cinque storie di violenze e altri reati, di cui l’ex sacerdote risponde ancora in abbreviato, ossia: pornografia minorile, diffusione di materiale pedopornografico e adescamento di altri quattro dodicenni attraverso Facebook e Whatsapp. Dieci casi in tutto, tutti avvenuti dopo la riduzione allo stato laicale. Ha scritto il gup di Bari Giovanni Anglana, nelle motivazioni della sentenza di condanna per il primo episodio, quello dell’undicenne: «Appare quantomeno superficiale l’atteggiamento tenuto dalle locali autorità religiose. Le quali, malgrado la chiara prescrizione contenuta nel verdetto della Congregazione della dottrina della fede (con il quale Trotta veniva ridotto allo stato laicale per ragioni correlate ad abusi su minori) con il quale l’imputato avrebbe dovuto essere segnalato nel caso di situazioni potenzialmente pericolose per i minori, hanno mantenuto assoluto silenzio al riguardo». Tanto da consentirgli «addirittura di continuare a indossare il clergy (il colletto bianco delle camicie usate dai sacerdoti) e a farsi chiamare don Gianni, così permettendo all’imputato di continuare impunemente a frequentare minori e a farne oggetto delle sue abominevoli perversioni». Con un atteggiamento diverso da parte della Chiesa, tutto questo, forse, non sarebbe successo.

    Edoardo Montolli

    frontedelblog.it 

    https://www.gqitalia.it/underground/2017/12/29/cosi-don-gianni-abuso-di-noi/

  • Vaticano, morto il cardinale americano Law, coprì i preti pedofili. Lo salvò Wojtyla

    Vaticano, morto il cardinale americano Law, coprì i preti pedofili. Lo salvò Wojtyla

    di Franca Giansoldati
    Città del Vaticano E’ morto stanotte in una clinica di Roma, dopo una lunga malattia Bernard Law, il cardinale americano che per 18 anni, nella diocesi di Boston, coprì terrificanti casi di pedofilia dando protezione a preti seriali che abusarono di decine di minori. Una storia, quella di Law, portata al cinema dal film Spotlight.

    Law, quando scoppiò a Boston il caso e fu aperta una inchiesta giudiziaria rischiando di essere trascinato in tribunale, fu salvato da San Giovanni Paolo II e dall’allora segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano (attualmente decano del collegio cardinalizio). Entrambi decisero di fare quadrato dalle accuse sempre più evidenti di complicità e omissioni, trasferendolo nel 2002 nello Stato della Città del Vaticano e assegnandogli un prestigioso incarico come Arciprete alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Ruolo che ha mantenuto sino a qualche anno fa. Un caso imbarazzante quanto evidente della mentalità imperante che, nonostante le prese di posizione e i mea culpa, ha sempre portato più a tutelare i membri del clero, evitando possibilmente gli scandali pubblici, piuttosto che a difendere le vittime e la giustizia.

    A dare la notizia della morte di Bernard Law, 86 anni, è stato il Vaticano con un breve comunicato diramato alle prime luci dell’alba.

    I mea culpa che sono stati pronunciati a più riprese dai pontefici sulla piaga della pedofilia, a cominciare dall’inizio degli anni Duemila quando timidamente la Chiesa iniziò ad inasprire le pene canoniche, non riusciranno mai a sanare i traumi e le ferite inferte a decine di migliaia di vittime nel mondo. Bernard Law è stato riconosciuto responsabile (ma mai giudicato in un tribunale) di avere insabbiato casi di pedofilia conclamata. Fra i sacerdoti della diocesi di Boston che protesse per almeno 18 anni ci sono padre John Geoghan e Paul Shanley, autori di numerose violenze sessuali su decine di ragazzi e finiti in carcere.

    La posizione omertosa del cardinale Bernard Law non faceva parte di un caso isolato visto che in Vaticano la corrente maggioritaria tendeva (e tende?) ad affrontare i casi di pedofilia con un occhio di riguardo verso i sacerdoti. Il documento più clamoroso relativo a quel periodo è firmato dal cardinale Castrillon Hoyos, già prefetto della congregazione del Clero. Verso la fine degli anni Novanta scrisse un encomio a un vescovo francese che lo informava di non avere rivelato alle autorità giudiziarie né alla polizia il nome di un prete pedofilo (l’abate Renè Bissey), successivamente condannato a 18 anni di carcere. Il vescovo si era trincerato dietro il segreto della confessione pur di non divulgare niente alla polizia e il cardinale Castrillon Hoyos gli inviò una lettera di elogi per il coraggio dimostrato. Non solo, la lettera fu inviata successivamente a diversi vescovi nel mondo come esempio da seguire davanti a casi del genere. Il cardinale Castrillon Hoyos non ha mai sconfessato quella lettera, anzi, alcuni anni fa ne ha rivendicato persino la positività.

    I funerali del cardinale Law si svolgeranno domani, giovedì, nella basilica di San Pietro come avviene per tutti i cardinali defunti. Il Papa non ha voluto fare nessuna eccezione al protocollo. A presiedere la messa solenne sarà lui stesso. IN un telegramma inviato al cardinale Sodano (in quanto decano del collegio cardinalizio) ha invocato la misericordia porgendo le condoglianze ai familiari della famiglia Law e a tutti coloro che lo conoscevano. Delle vittime degli abusi stavolta nemmeno una parola. Silenzio.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/vaticano_papa_pedofilia_law_boston_wojtyla_morte-3439603.html
  • È morto il Bernard Law, il cardinale che coprì i preti pedofili

    È morto il Bernard Law, il cardinale che coprì i preti pedofili

    Città del Vaticano (askanews) – Il Cardinale Bernard Law, il religioso che non denunciò i preti pedofili nell’ambito del caso Spotlight nel 2002, è morto all’alba del 20 dicembre 2017, dopo una lunga malattia. La notizia è stata resa nota dalla Sala Stampa Vaticana. Law, 76 anni, è stato arcivescovo metropolita di Boston dall’11 gennaio 1984 al 13 dicembre 2002 quando è stato costretto a dimettersi, proprio in seguito al caso Spotlight. Law si trovò al centro dello scandalo dei preti pedofili per non aver denunciato pubblicamente i sacerdoti coinvolti. Da arcivescovo di Boston fu protagonista dello scandalo degli abusi sessuali sui minori che esplose nell’arcidiocesi grazie all’inchiesta giornalistica del Boston Globe al centro del film premio Oscar “Il caso Spotlight”. Quello di Boston tra il 2001 e il 2002 fu il primo scandalo che rivelò il problema della pedofilia del clero nella Chiesa. Messo sotto accusa negli Stati Uniti, il cardinale Law fu nominato da Giovanni Paolo II arciprete della basilica di Santa Maria maggiore a Roma, città dove ha vissuto gli ultimi anni della sua vita e dove è morto. Il suo successore a Boston, il cardinale Sean O’Malley è stato nominato da Papa Francesco a inizio pontificato a capo della Pontificia commissione per la tutela dei minori, che ha appena concluso – senza essere sinora rinnovata – il suo primo triennio di vita.

  • Bernard Law morto, tutte le questioni irrisolte che si porta nella tomba. E la lezione che la Chiesa non ha imparato

    Bernard Law morto, tutte le questioni irrisolte che si porta nella tomba. E la lezione che la Chiesa non ha imparato

    Con la scomparsa del cardinale del caso Spotlight rimarranno senza risposte le domande più spinose di una vicenda di pedofilia da cui il Vaticano non ha tratto l’insegnamento sperato nonostante gli sforzi di Ratzinger e Papa Francesco

    di 20 dicembre 2017

    Con la morte del cardinale Bernard Francis Law non si chiude purtroppo la tremenda piaga della pedofilia nella Chiesa cattolica. La scomparsa del porporato, che fu letteralmente travolto dallo scandalo degli abusi sessuali sui minori commessi da centinaia di preti della sua arcidiocesi di Boston, coincide, infatti, con quanto sta avvenendo in Australia dove alla sbarra per questi stessi reati c’è anche il cardinale George Pell. Nel caso di Law, che guidò la Chiesa di Boston dal 1984 al 2002, numerosi preti pedofili furono coperti per anni e spostati di parrocchia in parrocchia. Uno dei casi più eclatanti di questa a dir poco pessima gestione fu quello di padre John Geoghan colpevole di aver abusato di ben 130 bambini in 20 anni di trasferimenti da una chiesa all’altra. Il tutto mentre l’arcidiocesi di Boston patteggiava con estrema segretezza le accuse di pedofilia contro almeno 70 preti.

    Fu l’inchiesta del Boston Globe, raccontata sul grande schermo dal film Premio Oscar Il caso Spotlight, a far cadere quel solidissimo muro di omertà che Law era stato capace di costruire in tanti anni contando sulla stima di san Giovanni Paolo II che era, però, totalmente ignaro di quella drammatica vicenda. Quando lo scandalo fu insostenibile, nonostante il cardinale si rifiutasse categoricamente di dare le dimissioni e ammettere di aver coperto migliaia di abusi dei suoi preti, il Papa polacco decise di trasferire Law da Boston a Roma dove gli affidò l’incarico onorifico di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. Nessuna punizione per il cardinale, ma addirittura un ruolo da esercitare fino agli 80 anni, età in cui i porporati vanno definitivamente in pensione. Uno scandalo nello scandalo per una vicenda che, come il Boston Globe aveva dimostrato con una lunga inchiesta molto rigorosa e ben documentata, aveva fatto emergere la totale incapacità del porporato a governare la sua arcidiocesi. Ma non solo. Law con la sua pessima gestione aveva distrutto per sempre la vita di migliaia di bambini e delle loro famiglie.

    È proprio a quella vicenda che, tre anni dopo quello scandalo di proporzioni impressionanti, fece cenno l’allora cardinale Joseph Ratzinger quando, nell’ultima Via crucis di Wojtyla al Colosseo, denunciò con forza “la sporcizia nella Chiesa”. Quella sporcizia che, una volta eletto Papa, Benedetto XVI ha cercato con tutte le sue forze di contrastare mettendo in atto una seria politica di tolleranza zero sugli abusi. Lo stesso Papa emerito recentemente è tornato al centro del dibattito sulla gestione dei casi di pedofilia nella Chiesa dopo che si è scoperto che almeno 547 bambini del celebre coro di Ratisbona, per 30 anni diretto da suo fratello maggiore, monsignor Georg Ratzinger, sono stati vittime di violenze corporali, di cui in 67 casi anche sessuali.

    Quella della tolleranza zero è una strategia ereditata con forza da Francesco, ma che purtroppo si sta scontrando con enormi difficoltà. Non c’è dubbio, infatti, che, dopo cinque anni, l’impasse maggiore nel pontificato di Bergoglio sia proprio nel contrasto alla pedofilia del clero. Da un lato c’è la vicenda del cardinale Pell, chiamato proprio da Francesco da Sydney a Roma per guidare la Segreteria per l’economia e quindi le riforme sulla trasparenzafinanziaria. Da diversi mesi, però, il porporato è “congedato” perché accusato dalla giustizia del suo paese di aver coperto la pedofilia dei suoi preti quando era arcivescovo di Melbourne e perfino di essere stato autore di stupri. Un’accusa che, se dovesse essere confermata, sarebbe ancor più grave di quella rivolta al cardinale Law che mai ha abusato di bambini. Il rapporto finale della commissione d’inchiesta australiana, contenuto in 17 volumi, che non riguarda soltanto la Chiesa cattolica, è impressionante: 2.559 le accuse raccolte finora, 230 processi in corso, oltre 42mila chiamate per soccorso e 60mila sopravvissuti con diritto al risarcimento. In alcune diocesi australiane addirittura il 15 per cento dei sacerdoti sono sospettati di pedofilia.

    Ma la vicenda di Pell non è l’unica che dimostra quanto la Chiesaancora oggi non abbia imparato dal caso Spotlight. C’è, infatti, anche la rimozione del cardinale Gerhard Ludwig Müller dalla guida della Congregazione per la dottrina della fede contro il quale hanno puntato il dito proprio le due vittime di abusi nominate dal Papa nella Pontificia Commissione per la tutela dei minori, Peter Saunders e Marie Collins. Entrambi, a distanza di un anno l’uno dall’altra, si sono dimessi dall’organismo vaticanoanti pedofilia accusando il porporato tedesco di continuare a coprire le denunce di abusi che arrivano da ogni parte del mondo. Il Papa ha licenziato Müller lasciandolo sulla soglia dei 70 anni senza alcun incarico a differenza di quanto avvenne nel 2002 con Law. E ha rinnovato i vertici della Congregazione per la dottrina della fede stabilendo che la condanna di un prete in primo grado per pedofilia sia subito definitiva senza concedere la possibilità di appello.

    Significativo è il fatto che a guidare la Pontificia Commissioneper la tutela dei minori istituita da Bergoglio è stato scelto il cardinale Sean Patrick O’Malley, successore di Law alla guida dell’arcidiocesi di Boston. Dopo lo scandalo Spotlight è stato, infatti, chiesto al porporato cappuccino di lavorare per condannare i preti pedofili e ascoltare finalmente le drammatiche denuncedelle vittime. Law porta con sé nella tomba diverse domande che sono rimaste tuttora senza risposta. Come è stato possibile che per quasi 20 anni nessuno in Vaticano si accorgesse del sistema perverso che era stato messo in atto a Boston per coprire gli orrori dei preti pedofili? Perché nessuno, a livello gerarchico nella Chiesa cattolica, ha dato ascolto alle denunce di migliaia di vittime divenendo così di fatto complice del muro di omertà edificato in modo efficace da Law? Ma le domande più inquietanti sono quelle che guardano alla cronaca del momento. Cosa ha imparato la Chiesa dalla vicenda di Law? Saprà in futuro non cadere più negli stessi drammatici errori. La gestione del caso del cardinale Pell sarà la prima risposta a questa domanda.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/20/bernard-law-morto-tutte-le-questioni-irrisolte-che-si-porta-nella-tomba-e-la-lezione-che-la-chiesa-non-ha-imparato/4050389/