Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Usa, inchiesta sui figli dei preti. O’Malley: “I bambini sono la priorità”

    Usa, inchiesta sui figli dei preti. O’Malley: “I bambini sono la priorità”

    Il cardinale commenta il report del Boston Globe: «Se un sacerdote è padre, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio»

    «Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio». Con queste parole il cardinale arcivescovo di Boston, Sean O’Malley, commenta i risultati dell’inchiesta pubblicata il 16 agosto scorso dal Boston Globe intitolata “I figli dei sacerdoti cattolici vivono nel segreto e nella tristezza”.

    Il report – svolto, tra gli altri, da Michael Rezendes, uno dei giornalisti che lanciò anni fa con i colleghi la grande inchiesta sulla pedofilia del clero negli Stati Uniti, a partire dai casi di Boston, divenuta famosa in tutto il mondo grazie al film Premio Oscar nel 2016 “Spotlight” – parla del destino di numerosi bambini, figli di sacerdoti e dunque di relazioni non ammesse dalla Chiesa, che crescono nell’abbandono e nella solitudine.

    Secondo il porporato, anche membro del C9 e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, il benessere di questi ragazzi «è la priorità più alta». «Al momento della loro ordinazione – spiega – i preti cattolici fanno una promessa di celibato nella Chiesa e si impegnano a servire così le persone. Se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».

    O’Malley rivela inoltre che, già lo scorso anno, la Commissione da lui guidata aveva ricevuto delle lettere riguardanti casi di figli di sacerdoti, ma «dopo un’attenta valutazione» si è convenuto che il tema andasse oltre il mandato affidato all’organismo. «La Commissione – sottolinea il porporato – cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali».

    http://www.lastampa.it/2017/08/23/vaticaninsider/ita/nel-mondo/usa-inchiesta-sui-figli-dei-preti-omalleyi-bambino-sono-la-priorit-pp1cBoGkC3H9t5rMDiYzYP/pagina.html

  • I figli dei preti

    I figli dei preti

    Il team “Spotlight” del Boston Globe – quello del film – ha pubblicato la sua ultima inchiesta: sul celibato nella Chiesa cattolica e sui sacerdoti diventati padri

    Il Boston Globe, storico quotidiano di Boston fondato nel 1872, ha pubblicato ieri l’ultima inchiesta di “Spotlight”, il suo team di giornalismo investigativo, uno dei più famosi al mondo. L’inchiesta, divisa in due parti (qui e qui), riguarda i figli dei sacerdoti cattolici, figli “illegittimi” visto che da nove secoli la Chiesa cattolica impone il celibato ai suoi sacerdoti: racconta la storia di alcuni di loro, di come sono venuti a sapere nel corso della loro vita di essere figli di preti, delle difficoltà e problemi che hanno dovuto affrontare e delle risposte che la Chiesa ha dato sul tema negli ultimi anni. L’inchiesta è stata molto ripresa anche per la notorietà ottenuta dal team investigativo del Boston Globe dopo l’uscita del film Il caso Spotlight, nel febbraio 2016, che tra le altre cose ha vinto l’Oscar come miglior film.

    Michael Rezendes, autore dei due articoli del Boston Globe e membro del team Spotlight (nel film Spotlight è il giornalista interpretato da Mark Ruffalo), ha raccontato alla trasmissione CBS This Morning di avere cominciato l’inchiesta dopo essere venuto a conoscenza della storia di uno dei molti figli di sacerdoti negli Stati Uniti, Jim Graham, e di avere capito che non era un episodio isolato – un’eccezione, come sostiene la Chiesa da molti anni – ma di una situazione che probabilmente coinvolge migliaia di persone in tutto il mondo: «Capii che era una cosa sistematica e meritava tutta la mia attenzione», ha detto Rezendes. Gli articoli del team Spotlight partono da qui, dalla storia di Graham e dalle sue ricerche – iniziate ormai più di vent’anni fa – per scoprire qualcosa di più sul suo padre biologico.

    Graham, ha raccontato il Boston Globe, passò la sua giovinezza e parte della sua vita adulta a chiedersi come mai quello che credeva essere suo padre – John Graham, proprietario di una pompa di benzina a Buffalo, nello stato di New York – lo detestasse così tanto. Nel 1993, quando i suoi genitori erano già morti, Graham tornò a Buffalo, dove incontrò i suoi zii per sapere la verità sul suo passato. Sua zia Kathryn tirò fuori una lettera di un ordine religioso cattolico: mise il dito sulla fotografia che ritraeva un uomo calvo, con lo sguardo triste, che indossava il collarino ecclesiastico, il collarino bianco dei preti: «Solo i tuoi genitori lo sanno per certo, ma quest’uomo potrebbe essere tuo padre». Quell’uomo era il reverendo Thomas Sullivan, che si era laureato al Boston College e che poi aveva studiato da sacerdote a Tewksbury, in Massachusetts. Tempo dopo Graham venne a sapere che quello che aveva creduto per molto tempo essere suo padre, John Graham, aveva scoperto che sua moglie lo aveva tradito con Sullivan, e per questo voleva il divorzio: «Assomigliavo così tanto a mio padre [a Sullivan], devo essere stato [per John Graham] un costante ricordo dell’uomo che gli aveva portato via la moglie».

    Oggi Graham sta ancora aspettando la conferma ufficiale che suo padre fosse Sullivan.

    Un’alta storia molto intensa raccontata dal Boston Globe è quella di Chiara Villar, una donna di 36 anni che vive nella periferia di Toronto, in Canada. Villar sa di essere figlia di un prete da quando era molto piccola, ma sua madre le ha sempre detto di riferirsi a lui solo come a uno zio: «Mi chiedevo perché non poteva essere mio padre, così ho cominciato a sentirmi in colpa». La madre di Villar, Maria Mercedes Douglas, incontrò Anthony Inneo all’inizio degli anni Settanta a Buffalo. Douglas non sapeva che Inneo era un sacerdote; quando l’aveva conosciuto non indossava il collarino bianco. Dopo essere tornata a Madrid per un periodo, Douglas andò di nuovo a Buffalo, dove aveva degli amici, e iniziò una relazione con Inneo. Quando Inneo le disse di essere un sacerdote, Douglas non ci poteva credere: «Sembrava uno scherzo di cattivo gusto», ha raccontato al Boston Globe. I due continuarono comunque la loro relazione e Inneo le promise che avrebbe lasciato presto il sacerdozio. Poi, un giorno, lei scoprì di essere incinta: «Fu uno shock. Non sapevo cosa fare». Lo disse a Inneo, ma lui rispose che non era ancora pronto a lasciare la sua vita religiosa. Lei cominciò a credere che non l’avrebbe mai fatto.

    Fin da quando era piccola, Chiara Villar – la figlia di Douglas e Inneo – sapeva la verità sul padre, ma non poteva dirla a nessuno: «Non penso che loro [i miei genitori] capissero il trauma psicologico che mi avrebbe provocato il fatto di dirmi che dovevo mentire», ha raccontato Villar. Negli anni successivi Inneo andò regolarmente a vedere sua figlia, con la quale aveva un ottimo rapporto, ma Villar era costretta a continuare a mentire: «In privato lui era mio padre, ma in un attimo, quando uscivamo dalla macchina di mia madre, era una cosa tipo, “Ok, Chiara, che Dio ti benedica”. Era tutto un Dr. Jekyll e Mr. Hyde». Quando fu più grande, Villar cominciò a sentirsi in colpa e a considerarsi non meritevole dell’amore di suo padre: cominciò a farsi regolarmente dei tagli sul corpo. Villar non ebbe mai la possibilità di avere una relazione normale e pubblica con suo padre: dopo che Inneo si ammalò di Alzheimer, la sua famiglia lo mise in una casa di cura senza dirle niente. Lei trovò l’indirizzo e andò a trovarlo, ma la malattia era già in fase avanzata e lui non la riconobbe: «Mi ha nascosto tutta la sua vita e poi si è ammalato di Alzheimer, e mi ha dimenticata», ha raccontato Villar al Boston Globe.

    Il Boston Globe ha scritto che probabilmente ci sono migliaia di figli di sacerdoti in tutto il mondo: Irlanda, Messico, Polonia, Paraguay, Stati Uniti e molti altri paesi, dovunque ci sia la Chiesa cattolica (quindi ovviamente anche in Italia). Il numero esatto non si può sapere, ma negli ultimi anni molti di loro sono entrati in contatto grazie a un sito internet creato da Vincent Doyle, figlio di un prete cattolico irlandese che ha scoperto la verità sulla sua famiglia quando aveva 28 anni. Grazie al sito, che si chiama Coping International, Doyle ha conosciuto decine di figli di preti, tra cui molte persone che a causa della loro storia – a volte perché costrette a mentire, altre per la mancanza di un sostegno finanziario da parte del padre biologico – hanno avuto problemi psicologici ed economici. Doyle ha anche cercato di rivolgersi direttamente al papa. Nel giugno 2014 andò a San Pietro per assistere alla messa della domenica: quando papa Francesco passò davanti a lui, gli baciò l’anello e gli diede una lettera tradotta in spagnolo che parlava della situazione dei figli dei sacerdoti. A Doyle sembrò che il papa leggesse il primo paragrafo della lettera: «Aveva uno guardo sincero e profondo sul suo viso. Poi strinse la lettera vicino al cuore e disse: “Sì, sì, la leggerò”». Doyle però non ricevette mai una risposta. Nel frattempo la Chiesa cattolica continuò a trattare i figli dei sacerdoti come situazioni negative ma “eccezionali”, minimizzando la dimensione del fenomeno.

    Il diritto canonico, il sistema di leggi, regole e principi che la Chiesa usa per governare il mondo cattolico, non spiega come dovrebbe comportarsi la Chiesa nel caso in cui un sacerdote faccia dei figli. Il contributo economico alla madre del bambino dipende dalla generosità del sacerdote, non esiste nessun obbligo:

    «Alcuni sacerdoti nei casi analizzati dal Globe hanno preso le loro responsabilità seriamente. Sono padri devoti, anche se in privato. Alcuni hanno promesso alle donne madri dei loro figli che avrebbero lasciato il sacerdozio, ma pochi l’hanno fatto; altri le hanno confortate dicendo che sarebbe stato solo questione di tempo prima che la Chiesa abbandonasse l’obbligo del celibato, decisione che però papa dopo papa, compreso papa Francesco, non è mai stata presa.»

    In molti casi i sacerdoti non hanno assunto la responsabilità finanziaria o legale per i loro figli. Dei 10 casi analizzati approfonditamente dal Boston Globe, solo due madri hanno deciso di rivolgersi a un tribunale per ottenere un qualche tipo di sostegno per i loro figli, mentre tutte le altre hanno lasciato che fosse il padre a decidere quanto dare ed essere presente. In altri casi, ha scritto il Boston Globe, non c’è stato nemmeno bisogno che il sacerdote chiedesse segretezza: le madri profondamente cattoliche lo considerano non solo come il padre dei loro figli, ma anche come un rappresentante di Dio. Questo ha fatto sì che le donne vittime di abusi sessuali siano state riluttanti a riportare alle autorità quello che era successo, perché si assumevano spesso la colpa della violenza.

    Negli ultimi anni sono stati pochi i leader della Chiesa cattolica che hanno parlato della situazione dei sacerdoti con figli. Uno di loro è stato l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, che tra le altre cose ha aiutato Doyle a lanciare il suo sito, Coping International. Martin ha detto: «Un bambino ha il diritto di conoscere suo padre e ogni padre ha obblighi fondamentali nei confronti di suo figlio o sua figlia». Di recente la Conferenza episcopale dei vescovi irlandesi ha approvato delle linee guida che chiedono a ogni sacerdote con figli di «affrontare le proprie responsabilità personali, legali, morali e finanziarie», ma non chiedono la rinuncia al sacerdozio. Doyle sperava che una decisione simile fosse presa anche dal Vaticano, ma le cose sono andate diversamente. Il cardinale Sean O’Malley, importante consigliere di papa Francesco e capo della Commissione pontificia per la protezione dei minori, ha scritto un breve comunicatosulla questione in risposta all’inchiesta del Boston Globe. In un passaggio si legge che ciascun sacerdote che ha fatto un figlio ha «un obbligo morale di farsi da parte dal sacerdozio e provvedere alla cura e ai bisogni della madre e del figlio». O’Malley ha aggiunto che la commissione che guida non si occuperò di queste situazioni, perché andrebbero oltre il suo mandato.

    Tre anni fa, la commissione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino ha parlato dei casi in cui sacerdoti cattolici avevano costretto le donne incinte dei loro figli a rimanere in silenzio per evitare lo scandalo, in cambio di sostegno finanziario. La commissione aveva chiesto al Vaticano di dire quanti fossero il numero dei bambini figli di sacerdoti, aveva chiesto di scoprire chi fossero e di prendere tutte le misure necessarie per assicurare che i diritti di questi bambini venissero garantiti. Il Vaticano dovrà farlo entro l’1 di settembre di quest’anno.

    http://www.ilpost.it/2017/08/17/figli-sacerdoti-cattolici-spotlight-boston-globe/

  • Docu-film riapre il caso pedofilia di Lione e punta l’indice su Papa Bergoglio

    Docu-film riapre il caso pedofilia di Lione e punta l’indice su Papa Bergoglio

    Città del Vaticano Le testimonianze choc di un docum-film non solo riaprono il caso Barbarin – il cardinale di Lione accusato di non avere fatto abbastanza nei confronti di un prete pedofilo – ma puntano il dito direttamente su Papa Bergoglio. Già, perché – è la domanda che fa da sottofondo al filmato – non è stato ancora realizzato il tribunale vaticano che avrebbe dovuto processare quei vescovi accusati di atteggiamenti omertosi verso gli orchi? Un progetto avanzato dalla Commissione pontificia per la tutela dei minori e approvato dallo stesso Francesco l’anno scorso ma poi finito misteriosamente nel dimenticatoio. “Dietro l’altare” è il titolo della sconvolgente inchiesta internazionale dello storico John Dickie sui casi di pedofilia nella Chiesa. Il filmato Sky andrà in onda il 26 luglio alle 21,10 in prima tv mondiale. L’inchiesta si è sviluppata in Francia, in Italia, negli Stati Uniti, in Germania, in Honduras, in Argentina. «Vescovi e cardinali omertosi non solo non sono stati puniti ma sono stati pure promossi» ha spiegato l’autore.

    Il viaggio di Dickie inizia da Lione e ha come sottofondo una frase di Papa Francesco («non dobbiamo tollerare gli abusi sui minori. Dobbiamo difendere i minori. Dobbiamo punire severamente gli abusatori»). A Lione davanti alle telecamere la vittima di padre Prenant, Alexandre Ezez, un uomo di 44 anni, documenta non solo come avvenivano le violenze quando era un piccolo scout, ma di come la Chiesa lionese abbia cercato di tacitare le cose per non creare scandali, tanto che a distanza di tanti anni Alexandre, scoprendo che padre Prenant era ancora prete e continuava indisturbato ad avere contatti con i bambini, contattà il cardinale di Lione Barbarin per informarlo. Per avvertirlo. Scoprendo così che dal 1991 la diocesi di Lione sapeva tutto dell’inclinazione pedofila di Prenant. L’orco aveva abusato bambini già dal seminario. Più di 70 denunce in tutto. «Eppure la diocesi non si è fatta promotrice di una linea severa a tutela dei bambini», certifica una giornalista del quotidiano cattolico La Croix che a sua volta in passato aveva condotto una approfondita inchiesta. Morale: padre Prenant solo l’anno scorso è stato sospeso a divinis ma il cardinale Barbarin è ancora saldamente al suo posto.

    Il filmato nella parte italiana mette in evidenza come sia ancora impossibile avere dei dati certi sui preti che finora sono stati ridotti allo stato laicale a causa di problemi con la pedofilia. Poi si parla del clamoroso caso di don Inzoli, il prete di Cl che solo recentemente è stato ridotto allo stato laicale. In prima istanza Papa Bergoglio era intervenuto per impedire che fosse ridotto allo stato laicale. Di fronte alle testimonianze ha poi detto ai suoi collaboratori di essere stato informato male. «Chi lo ha informato male?» si chiede l’autore del filmato che subito dopo aggiunge. «Cosa vuole fare Papa Bergoglio con la pedofilia?».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_vescovi_omerta_lione_barbari_film_sky-2577046.html

  • Papa Francesco silura il cardinale Müller: decisiva la gestione ‘soft’ dei casi di pedofilia da parte dell’ex Sant’Uffizio

    Papa Francesco silura il cardinale Müller: decisiva la gestione ‘soft’ dei casi di pedofilia da parte dell’ex Sant’Uffizio

    Il curatore dell’Opera Omnia di Joseph Ratzinger non è stato riconfermato al vertice della Congregazione per la dottrina della fede, dicastero tra i più importanti della curia romana nonché quello a cui spettano le condanne dei preti che commettono abusi sessuali sui minori. In tal senso, ad accusare il porporato tedesco di mancata cooperazione era stata Marie Collins, la vittima di atti di pedofilia nonché colei che il Pontefice aveva nominato nella Pontificia Commissione per la tutela dei minorenni.

    Licenziato. Quando ieri mattina Papa Francesco lo ha ricevuto in udienza privata, il cardinale Gerhard Ludwig Müller era preparato a tutto. Bergoglio gli ha ricordato che il 2 luglio prossimo termina il suo mandato quinquennale come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e che non gli sarebbe stato rinnovato l’incarico. Il porporato è rimasto in silenzio fin quando il Papa non gli ha proposto un altro incarico a Roma, ovviamente di serie B considerando che l’ex Sant’Uffizioè il dicastero più importante della Curia romana e che Müller è il secondo successore di Joseph Ratzinger che è stato al vertice della congregazione per un quarto di secolo prima di essere eletto Papa. Si racconta che allora il porporato tedesco ha cortesemente declinato la proposta ringraziando per l’offerta che gli era stata fatta da Francesco. Molto probabilmente ora tornerà nella sua Germania, senza alcun incarico. In pensione ben cinque anni prima dell’età canonica delle dimissioni. Müller, infatti, il 31 dicembre 2017 compirà 70 anni.

    Al posto, però, il Papa ha preferito una soluzione interna con la nomina del numero due del dicastero, l’arcivescovo gesuita spagnolo Luis Francisco Ladaria Ferrer. Bergoglio non ha voluto dunque chiamare un teologo a lui molto più affine anche per evitare un lungo passaggio di consegne e ha optato per una soluzione molto più rapida.”Il Santo Padre Francesco – si legge in un comunicato della Santa Sede – ha ringraziato l’Eminentissimo Signor Cardinale Gerhard Ludwig Müller alla conclusione del suo mandato quinquennale di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e di presidente della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale, ed ha chiamato a succedergli nei medesimi incarichi Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.I., arcivescovo titolare di Tibica, finora segretario della Congregazione per la dottrina della fede“.

    In queste ore, soprattutto negli ambienti tradizionalisti molto vicini al porporato, in tanti si sono affrettati a spiegare il licenziamento voluto dal Papa con le posizioni abbastanza fredde del cardinale alle aperture di Francesco ai divorziati risposati. Aperture contenute nell’esortazione apostolica di Bergoglio, Amoris laetitia, documento bersagliato da quattro cardinali, capeggiati da Raymond Leo Burke, che hanno più volte espresso i loro dubbi a Francesco. A dire il vero, però, Müller ha fatto fronte comune con il Papa davanti a tutti questi attacchi criticando la pubblicazione della lettera che era stata scritta dai quattro cardinali. “Amoris laetitia – ha più volte ribadito il porporato – è molto chiara nella sua dottrina e possiamo interpretare tutta la dottrina di Gesù sul matrimonio, tutta la dottrina della Chiesa in 2000 anni di storia. Francesco chiede di discernere la situazione di queste persone che vivono un’unione non regolare, cioè non secondo la dottrina della Chiesa su matrimonio, e chiede di aiutare queste persone a trovare un cammino per una nuova integrazione nella Chiesa secondo le condizioni dei sacramenti, del messaggio cristiano sul matrimonio. Ma io non vedo alcuna contrapposizione: da un lato abbiamo la dottrina chiara sul matrimonio, dall’altro l’obbligazione della Chiesa di preoccuparsi di queste persone in difficoltà”.

    Il vero motivo del licenziato di Müller riguarda, invece, la gestione dei casi di pedofilia. È proprio la Congregazione per la dottrina fede, infatti, il dicastero vaticano a cui spettano le condanne dei preti che commettono abusi sessuali sui minori. È molto probabile che Francesco pensasse da tempo a congedare il porporato, ma lo scandalo del cardinale australiano George Pellaccusato nel suo Paese di aver commesso pedofilia e stupri ha convinto definitivamente il Papa a fare questa mossa. A puntare il dito contro Müller era stata Marie Collins, la vittima di abusi da parte del clero che Francesco aveva nominato nella Pontificia Commissione per la tutela dei minori. Dopo che anche l’altra vittima, Peter Saunders, aveva lasciato l’organismo vaticano istituito da Bergoglio per combattere la pedofilia, la Collins non era rimasta in silenzio nel momento in cui aveva deciso di dimettersi.

    “Da quando la commissione ha iniziato i suoi lavori a marzo del 2014 – aveva spiegato la donna irlandese – sono stata impressionata dall’impegno dei miei colleghi e dal genuino desiderio di Papa Francesco di avere assistenza nell’affrontare il tema degli abusi sessuali del clero. Credo che costituire la commissione e coinvolgere esperti esterni per consigliarlo su cosa fosse necessario per rendere più sicuri i minori sia stata una mossa sincera. Tuttavia – proseguiva la Collins – nonostante che il Santo Padre abbia approvato tutte le raccomandazioni fattegli dalla Commissione, vi sono stati costanti ostacoli. Ciò è stata la causa diretta della resistenza da alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del dicastero più direttamente coinvolto nell’affrontare i casi di abuso è stata vergognosa”, aveva affermato la Collins riferendosi esplicitamente alla Congregazione per la dottrina della fede, ovvero a Müller.

    “Alla fine dell’anno scorso (2016, ndr), – aveva denunciato ancora la donna – una semplice raccomandazione, approvata da Papa Francesco, è andata a questo dicastero per un piccolo cambiamento di procedura nel contesto della cura delle vittimee dei sopravvissuti. A gennaio ho saputo che quel cambiamento è stato rifiutato. Al tempo stesso è stata rifiutata anche una richiesta di cooperazione su un tema fondamentale del lavoro della commissione in merito alla salvaguardia. Mentre penso che la Commissione riuscirà a superare questa resistenza, per quanto mi riguarda è la goccia che fa traboccare il vaso”. Altrettanto esplicita è stata la Collins dopo lo scandalo che ha travolto il cardinale Pellpuntando il dito direttamente contro il Papa e parlando di nomina sbagliata. Del resto quando Francesco, appena un mese dopo l’elezione al pontificato, nominò il porporato australiano nel suo ristretto Consiglio di cardinali che lo consiglia nella riforma della Curia romana, lo scandalo della pedofilia per Pell era già alle porte oltre che sui giornali australiani.

    Fondamentale nell’opera di tolleranza zero sulla pedofilia voluta da Francesco è stato, invece, il contributo del cardinale Sean Patrick O’Malley a cui il Papa ha affidato proprio la guida della Pontificia Commissione per la tutela dei minori. Il porporato cappuccino, infatti, ha dovuto gestire lo scandalo della pedofilia deflagrato in modo impressionante dell’arcidiocesi di Boston che gli fu affidata nel 2003 da san Giovanni Paolo II dopo l’inchiesta del Boston Globle sulle migliaia di casi di abusi sessuali commessi da preti e coperti dall’allora arcivescovo Bernard Francis Law. Una vicenda da cui è stato tratto il film Premio Oscar nel 2016 Il caso Spotlight.

    Cinque anni fa, Müller, allora vescovo di Ratisbona, fu chiamato da Benedetto XVI a essere il suo secondo successore alla guida dell’ex Sant’Uffizio dopo un quinquennio in cui a capo della congregazione c’era stato il cardinale statunitense William Joseph Levada. Müller, che è anche il curatore dell’Opera Omnia di Ratzinger, era arrivato a Roma con la gioia di poter finalmente collaborare direttamente con quello che considera il suo maestro. Pochi mesi dopo, però, arrivarono le dimissioni di Benedetto XVI e l’elezione di Francesco. In Vaticano si disse subito che Müller non era il teologo di riferimento di Bergoglio e che difficilmente i due sarebbero potuti andare d’accordo. Invece, a sorpresa, nel suo primo concistoro, il 22 febbraio 2014, Francesco gli impose la berretta rossa seppur mettendolo al terzo posto della lista dei nuovi porporati dopo il Segretario di Stato Pietro Parolin e il segretario generale del Sinodo dei vescovi Lorenzo Baldisseri.

    Nei sacri palazzi fu molto apprezzato il gesto di cortesia di Francesco nei confronti di Benedetto XVI di aver nominato cardinale il curatore dell’Opera Omnia di colui che nel frattempo era diventato Papa emerito. Un gesto ancora più prezioso perché nel suo ultimo concistoro, a pochi mesi dalle dimissioni, Ratzinger non aveva inserito Müller nella lista dei nuovi cardinali. Dopo quella celebrazione in San Pietro, il porporato fu festeggiato all’interno del cortile del Palazzo dell’ex Sant’Uffizioin perfetto stile tedesco. I fumi del barbecue di salsicce e l’odore di birra rigorosamente bavarese mutarono per un giorno l’aspetto di quell’edificio dove per secoli erano state emanate le condanne peggiori: da Giordano Bruno a Galileo Galilei, solo per citare due nomi. Da parte sua Müller sembrò avvicinarsi molto alle posizioni di Bergoglio quando pubblicò un volume scritto a quattro mani con uno dei più celebri teologi della liberazione, il peruviano Gustavo Gutiérrez, intitolato “Dalla parte dei poveri”. Così come indicativo del cambiamento di rotta del porporato fu l’uscita in libreria del suo testo “Povera per i poveri” che ha la prefazione proprio di Francesco. Ma evidentemente il già non facile idillio tra i due è finito abbastanza presto.

    Twitter: @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/01/papa-francesco-silura-il-cardinale-muller-decisiva-la-gestione-soft-dei-casi-di-pedofilia-da-parte-dellex-santuffizio/3699559/

  • Pedofilia, lo storico John Dickie: papa Francesco è tollerante al 75 per cento

    Pedofilia, lo storico John Dickie: papa Francesco è tollerante al 75 per cento

    di ELENA BASSO

    Al Dig Festival di Riccione è stato presentato in anteprima assoluta Dietro l’altare di Jesus Garces Lambert, il documentario in cui lo storico britannico John Dickie indaga sulla pedofilia all’interno della Chiesa. Left ha colto l’occasione per intervistarlo.

    «Con questo documentario – racconta Dickie – ho cercato di capire se le parole di papa Francesco contro la pedofilia nella Chiesa corrispondano a una reale volontà di cambiare, a una reale volontà di rispondere al dramma pedofilia». E quali conclusioni ha tratto? «Sono pessimista – dice lo storico -. Il papa ha istituito una Commissione pontificia affinché si occupi dei casi di abuso, che però per ora non ha fatto nulla. È un organo di consulenza che non ha alcun potere effettivo: si è riunito pochissime volte ed è così inefficace che gli unici due rappresentanti delle vittime di sacerdoti pedofili si sono dimessi. Questa – prosegue – è ovviamente una drammatica dimostrazione di disinteresse e della assenza di reale voglia di cambiamento». Secondo Dickie non è l’unica. «Il numero di protettori di pedofili che il papa stesso ha promosso. Ci sono tanti nomi non solo quelli che abbiamo menzionato nel nostro documentario. I nomi sono molti, cito il caso più eclatante: il cardinale George Pell che essenzialmente è il numero tre all’interno della Santa sede, responsabile delle finanze del Vaticano e che non soltanto è stato colpevole di aver protetto pedofili quando era vescovo in Australia, ma addirittura è accusato lui stesso di aver commesso atti di pedofilia, rifiutandosi di tornare in Australia per rispondere di queste accuse».

    Con la sua inchiesta ripresa nel film di Jesus Garces Lambert, John Dickie non si ferma solo allo Stato vaticano e alle responsabilità dei gerarchi della Santa Sede. Indaga infatti su molti dei più recenti scandali in diverse parti del mondo: dagli Stati Uniti alla Francia, dall’Italia all’Argentina.

    Negli Stati Uniti, Dickie intervista Mark Rozzi, candidato democratico della Pennsylvania, che da bambino è stato violentato da un sacerdote della parrocchia che frequentava. Mark Rozzi porta avanti da anni una strenua lotta contro la pedofilia nella Chiesa cattolica, ma sin dall’inizio si è reso conto di quanto questa battaglia sia difficile, persino negli Stati Uniti, il Paese in cui nel 2002 grazie ai giornalisti del team Spotlight del Boston globe emerse il primo grande scandalo di questo millennio.

    Dickie indaga poi sul caso dell’istituto Provolo, seguendo la storia dei crimini che partendo dall’Italia arrivano fino in Argentina. Come Left ha raccontato sin dal 2010, il caso Provolo è stato uno dei più abominevoli casi di pedofilia della storia: all’interno dell’istituto per sordomuti A. Provolo di Verona sono stati stuprati decine di bambini. Dickie racconta la storia inquietante di don Corradi, che dopo essere stato accusato di aver abusato di bambini sordomuti all’interno del Provolo di Verona, è stato spedito in Argentina a dirigere la filiale di Mendoza. E qui è stato arrestato a novembre 2016 con l’accusa di pedofilia. A differenza di quanto successo in Italia, in Argentina il caso di don Corradi e del Provolo ha ottenuto grande visibilità sui media. Da parte della Santa Sede e dei suoi media, invece, silenzio totale e nessuna considerazione.

    A quattro anni dall’insediamento di papa Francesco la sua riforma contro la pedofilia è in stallo totale, ricorda Dickie: «Due preti pedofili su tre sono ancora nel clero e nessuno dei vescovi che ha coperto gli abusi è stato punito». Alcuni come nel caso di Pell, sono stati chiamati dallo stesso pontefice ai vertici della Santa Sede. John Dickie inoltre ci ricorda i terribili dati raccolti dal rapporto della Santa Sede per la Commissione Onu in cui vengono riportati gli sconcertanti numeri dei casi di pedofilia dal 2004 al 2013: 3.420 preti sono stati denunciati per abuso di minori, 848 sono stati laicizzati e 2572 hanno ricevuto condanne inferiori. «Stando a questi numeri, un prete su quattro nel mondo è stato coinvolto in casi di pedofilia” afferma Dickie e conclude: “Papa Francesco dice di avere tolleranza zero verso i preti pedofili, ma a me questa sembra tolleranza al 75 per cento».

    Pedofilia, lo storico John Dickie: papa Francesco è tollerante al 75 per cento

  • Caso Emanuela Orlandi: il dossier segreto in mano a collaboratori di Ratzinger

    Caso Emanuela Orlandi: il dossier segreto in mano a collaboratori di Ratzinger

    È un dossier segreto, chiuso all’interno del Vaticano e in mano agli uomini più vicini a Papa Ratzinger. Non si arrende Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, la figlia scomparsa di un commesso della Prefettura della Casa pontificia. Quei documenti, secondo il Fatto Quotidiano, potrebbero essere il pezzo mancante di un puzzle che porterebbe alla verità sul caso di Emanuela Orlandi.

    Sono trascorsi 34 anni da quel 22 giugno dell’83, giorno della scomparsa della ragazza, all’epoca dei fatti appena 15enne. Da allora, nessuna traccia di lei. Il fratello Pietro per tutti questi anni non si è mai arreso, ed ha inseguito la strada per trovare verità e giustizia per sua sorella. Tutto sembrava portare ai Testaccini, il nucleo più potente e misterioso della banda della Magliana, che per oltre 10 anni ha comandato a Roma. Su tutti un nome: il boss Renatino De Pedis, che per 20anni è stato sepolto nella basilica Sant’Apollinare.

    “L’esistenza di quel dossier sulla scomparsa di Emanuela è confermata dall’intercettazione fra il vice ispettore della gendarmeria Vaticana Raoul Bonarelli e un suo superiore, il giorno della scomparsa della ragazzina” spiega Pietro al Fatto durante  un presidio in ricordo della sorella, per chiedere risposte al Vaticano. La telefonata di cui parla è agli atti dell’inchiesta archiviata dal gip di Roma, su richiesta della procura, nel 2012: “Nella conversazione telefonica, il superiore dice che “la cosa è andata” alla Segreteria di Stato”. La “cosa” è la documentazione sulla scomparsa di Emanuela.

    Ma gli elementi non finisco qui: in “La verità sta in cielo”, film di Roberto Faenza, la sequenza finale descrive un incontro tra il magistrato dell’inchiesta sulla scomparsa della ragazza e un alto prelato. La sequenza, citata anche nell’istanza presentata in Vaticano dai legali di Pietro, mostra la consegna del dossierOrlandi in cambio della rimozione della salma di De Pedis da Sant’Apollinare, dato che la sepoltura stava provocando grande imbarazzo al Vaticano. Sono questi gli elementi che hanno portato il fratello di Emanuela, l’anno scorso, a richiedere un incontro con il segretario di Stato Parolin.

    Nei giorni scorsi invece, è stata presentata un’istanza dallo studio legale della famiglia Orlandi. La risposta è arrivata tramite Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato: “Per il Vaticano è un caso chiuso”. Il fratello Pietro e la famiglia non intendono fermarsi e accantonare la storia del rapimento di sua sorella, nonostante l’archiviazione  dei magistrati e il silenzio del Vaticano. Anzi, è sicuro di arrivare alla verità: secondo fonti autorevoli il dossier era a disposizione dei collaboratori più stretti di Papa Ratzinger. Questo elemento verrà presentato dagli Orlandi alla Segreteria di Stato.

  • FILM “Non abusare” – Il comandamento rinnegato dalla Chiesa di Francesco

    FILM “Non abusare” – Il comandamento rinnegato dalla Chiesa di Francesco

    Un docu-film prodotto da La Izquierda Diario che racconta degli abusi sessuali del clero della Chiesa Cattolica argentina, del sistema di occultamento messo a punto dal Vaticano durante il XX secolo e della lotta decennale delle vittime di abusi.

  • Raddoppiato il numero dei preti molestatori: in un anno presentate 1.200 denunce

    Raddoppiato il numero dei preti molestatori: in un anno presentate 1.200 denunce

    Secondo il libro-inchiesta «Lussuria», scritto dal giornalista dell’«Espresso» Emanuele Fittipaldi, il fenomeno dei preti pedofili presenta ancora numeri elevati nonostante l’azione repressiva avviata da Benedetto XVI e proseguita da Papa Francesco.

    Tra il 2013 e il 2015, scrive Fittipaldi citando fonti della Congregazione per la dottrina per la fede, sono arrivate in Vaticano dalle diocesi sparse per il mondo 1.200 denunce di casi «verosimili» di predatori e molestatori di minorenni. Il numero sarebbe raddoppiato rispetto al periodo 2005-2009. I processi canonici si svolgono nella riservatezza più assoluta; chi tradisce la regola del silenzio rischia pene gravissime che possono arrivare alla scomunica. Papa Francesco ha istituito nel 2014 una commissione pontificia per la protezione dei minori e contro la pedofilia nel clero.

    Il presidente è il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, la città americana dove scoppiò il primo e più clamoroso scandalo, la cui storia è stata raccontata nel film premio Oscar «Spotlight». Due mesi fa un membro della commissione, Marie Collins, a sua volta vittima di abusi in gioventù, si è dimessa per «mancanza di cooperazione con gli altri uffici della Curia romana».

    http://www.ilgiornale.it/news/raddoppiato-numero-dei-preti-molestatori-anno-presentate-1391608.html

  • FILM – Non Abusare //  il comandamento negato nella Chiesa di Francesco

    FILM – Non Abusare // il comandamento negato nella Chiesa di Francesco

    Per chi non l’ha visto ed è interessato al tema, nella pagina No abusarás potrà trovare non solo il documentario ma anche tutte le informazioni sulla pedofilia ecclesiastica in Argentina e il sistema di insabbiamento progettato dal Vaticano.

  • Provolo, catene e abusi sessuali Lo scandalo fra Verona e Argentina

    Provolo, catene e abusi sessuali Lo scandalo fra Verona e Argentina

    Il direttore dell’istituto per sordomuti ai domiciliari. Mandato di cattura per la suora

    VERONA Don Nicola Corradi. Per tentare di sbrogliare la matassa di uno scandalo destinato a rimbalzare per migliaia e migliaia di chilometri, è impossibile prescindere dalla storia di questo sacerdote veronese di 82 anni, ai domiciliari in Argentina. È lui, provato dall’età avanzata e costretto su una sedia a rotelle, la figura cardine della maxi-inchiesta deflagrata lo scorso autunno nel Paese natale di Papa Bergoglio. Un’indagine su una serie di abusi ai danni di una sessantina di alunni che frequentavano la sede di Lujàn dell’Istituto per sordomuti «Antonio Provolo».

    Ma a pesare sul suo conto è anche il passato raccontato dalle altre vittime di questo scandalo internazionale: quelle che a Verona, dopo la maxi denuncia del 2009 schiantatasi contro il muro della prescrizione, proprio a seguito delle vicende argentine sono tornate a «chiedere giustizia ». Con tanto di riapertura dell’inchiesta a gennaio da parte della magistratura scaligera coordinata dal procuratore Angela Barbaglio. La giustizia sudamericana, spinta anche da una «reazione di popolo» impressionante, ha optato da subito per la linea dura: in carcere a ottobre sono finiti in quattro tra religiosi e dipendenti dell’Istituto e per don Corradi, dopo alcuni mesi passati nel penitenziario di Boulogne Sur Mer, sono scattati i domiciliari. Intanto le indagini proseguono e si arricchiscono di giorno in giorno di particolari degni di un film dell’orrore.

    Nelle ultime ore è emersa l’inquietante notizia di una vera e propria «stanza degli orrori» scoperta dagli investigatori nella sede di Lujàn grazie alla testimonianza di un’ex alunna (che ha appena compiuto 18 anni). È stato il pm Gustavo Stroppiana a ordinare una verifica nella struttura (nel frattempo è stata chiusa). «Arrivarci è difficile, dopo cinque rampe di scale non continuative ma ad ostacoli l’abbiamo finalmente individuata — dice il pm Stroppiana —. Siamo arrivati fino alla soffitta, un percorso impervio. Devi salire al primo piano, camminare alcuni metri, salire ancora un altro piano, fino alla soffitta. Lì è tutto molto tetro e oscuro, proprio come ci aveva detto la ragazza. La stanza si apre attraverso una botola nascosta. Dentro, al posto delle catene descritte dalla giovane, abbiamo trovato il buco alla parete dove, a prima vista, dovevano trovarsi». Alunni legati e costretti a subire ogni sorta di nefandezza. Scortati anche da una suora di origini giapponesi, Kosaka Kumiko, ora latitante e sulla quale pende un mandato di cattura internazionale emesso dall’autorità argentina. Ma i colpi di scena non mancano nemmeno in riva all’Adige, nella città dove ha sede la casa madre dell’Istituto. In quella Verona dove, secondo il racconto degli ex allievi, tra gli anni ‘50 e gli anni ‘80, sarebbero stati perpetrati sevizie e abusi da parte di sacerdoti e fratelli.

    Vicende denunciate nel 2009 dall’associazione sordi «Antonio Provolo», che aveva fatto i nomi di 25 persone, tra le quali don Nicola Corradi, già trasferito in Argentina. Sulle molestie e sulle violenze era caduta la mannaia della prescrizione. Ma ora l’associazione, insieme alla onlus «Rete L’Abuso», ha presentato nuovi esposti in Procura, che hanno portato alla riapertura dell’indagine. I fari non sono più puntati sulle molestie, ma sull’operato dell’Istituto a seguito dello scandalo. Il sospetto è che qualcuno possa aver manomesso documenti o raccontato il falso per nascondere la verità sugli abusi perpetrati a Verona anche da don Corradi. E nei giorni scorsi, «L’Abuso» ha denunciato pubblicamente un furto di documenti nella sede veronese dell’Istituto, con tanto di rivendicazione da parte del presunto autore su Facebook.

    http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2017/3-aprile-2017/provolo-catene-abusi-sessuali-scandalo-verona-argentina-2401440575962.shtml