Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • «Il resto è sopravvivere»

    «Il resto è sopravvivere»

    Il Concordato permette l’impunità dei preti responsabili di violenza su minori. Per questo va abolito. È l’auspicio del Comitato Onu dei diritti dell’infanzia che ha investigato sul modo in cui l’Italia tutela l’incolumità dei bambini, recependo le denunce di Rete L’Abuso
    di Federico Tulli

    All’età di 12 anni, nel frequentare il catechismo e in preparazione alla cresima, in occasione delle numerose confessioni settimanali, ho subito delle molestie sessuali e violenze ripetute da questo prete all’interno del confessionale e non solo ma anche altrove al di fuori della parrocchia. Costretto psicologicamente, “intrappolato” dal mio carceriere, ho vissuto due anni in questo incubo. A 15 anni ho trovato la forza di ribellarmi a questi soprusi. Successivamente sono caduto in una forte depressione dalla quale non sono più uscito, ho vissuto il periodo della pubertà rinchiuso in me stesso assieme a tutto il periodo adolescenziale portando problemi di carattere relazionale e vivendo una sessualità in maniera rovinosa con paure e fobie riguardanti la sfera sessuale. Per me il sesso era sporco e contaminante, sentendomi perennemente sporco. Paure e fobie che non mi hanno più abbandonato, limitandomi così nel tempo sempre più la vita al punto di non riuscire più a lavorare precludendomi la dignità personale. Non vi è null’altro da dire, solo che la mia vita è finita a 15 anni. Il resto è sopravvivere».

    Sono le parole della vittima di un pedofilo sacerdote (che ha chiesto l’anonimato e chiameremo Andrea), che grazie all’associazione Rete L’Abuso possiamo pubblicare. Oltre quanto appena letto, veniamo a sapere che quando Andrea ha trovato l’energia per denunciare alla magistratura civile le violenze subite era ormai troppo tardi: reato prescritto. Il suo presunto violentatore ha potuto dunque proseguire indisturbato l’attività sacerdotale e oggi, a differenza della vittima, passa in serenità la vecchiaia presso una sede ligure della Congregazione a cui appartiene.

    La storia di Andrea purtroppo è simile a quella di tanti altri “sopravvissuti”. Frequentare l’oratorio, la parrocchia, il catechismo può diventare improvvisamente una trappola senza via di scampo con delle conseguenze devastanti a livello psicologico e nella vita di tutti i giorni. E non tutti riescono a recuperare la forza necessaria per denunciare l’educatore a cui sono stati affidati dai propri genitori. In tanti non ce la faranno mai nel corso della vita, altri ci riescono quando ormai – per le leggi vigenti – è passato troppo tempo. Come da sempre raccontiamo su Left, così accade in tutto il mondo dove le istituzioni cattoliche sono presenti. In Italia, negli ultimi 15 anni, sono state circa 300 le denunce per pedofilia nei confronti di ecclesiastici, quasi 140 di loro sono finiti sotto processo e circa 80 sono stati condannati almeno in primo grado. Considerando che la popolazione ecclesiastica italiana è di oltre 30mila persone si potrebbe pensare che diversamente da altri Paesi – come gli Stati Uniti o l’Irlanda – la situazione sia tutto sommato sotto controllo. Ma stando a quello che nell’agosto 2018 ha dichiarato padre Hans Zollner all’agenzia dei vescovi Sir, purtroppo le cose non stanno così. «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (negli Usa, ndr), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso» ha detto Zollner che non è un prete qualunque ma è membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e presidente del Centre for child protection (Ccp) della Pontificia università gregoriana (vedi box a pag. 11).

    Una dichiarazione dal significato inquietante che già allora non era sfuggita al nostro settimanale, eppure è stata inspiegabilmente ignorata dagli altri media italiani che in questo modo – non raccontando – contribuiscono a radicare presso l’opinione pubblica una falsa percezione del fenomeno criminale della pedofilia di matrice ecclesiastica. Prendendo per buone le percentuali paventate dal presidente della Ccp, vorrebbe infatti dire che in Italia non 80 ma almeno 1.200 preti potrebbero esser stati responsabili di abusi su minori nel recente passato. Fermo restando che anche solo una violenza è intollerabile, si tratterebbe di un’orrenda enormità. Soprattutto se si considera che, per certi aspetti, il profilo criminale del pedofilo è equiparabile a quello del serial killer: egli infatti, in estrema sintesi, organizza lucidamente la propria vita sociale in funzione della “caccia”, sceglie professioni che lo portano facilmente a contatto con i bambini, e non si ferma finché non viene arrestato e isolato; infine, non meno importante, «considerando le conseguenze sulle vittime, l’abuso si configura come un vero e proprio omicidio psichico» ci spiega la pediatra e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti.

    Come quello descritto nelle parole di Andrea con cui si apre la nostra inchiesta. A proposito della serialità, basti qui citare velocemente i casi di padre Lawrence Murphy negli Usa, reo confesso di abusi su oltre duecento minori sordomuti, e quello del parroco don Lelio Cantini, che a Firenze agì impunemente all’interno della sua comunità per oltre un ventennio. E che dire di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo e violentatore seriale per decenni “protetto” da Giovanni Paolo II? Tutti sono morti nel monastero dove erano stati inviati dal Vaticano a espiare i propri “peccati”, senza aver mai affrontato un giudizio civile. Come il violentatore di Andrea.

    Se i media sono rimasti indifferenti, l’allarme di Hans Zollner avrà per lo meno suscitato l’attenzione delle nostre istituzioni preposte a prevenire certi crimini e a tutelare l’incolumità dei minori? E ancora, cosa fanno le autorità italiane per evitare che luoghi considerati “istintivamente” sicuri diventino invece una fonte di pericolo? L’occasione per rispondere a queste domande è stata data al governo italiano il 22-23 gennaio scorso a Ginevra dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma anche in questo caso il silenzio mediatico è calato sulla relazione dell’agenzia Onu incaricata di verificare se e in che modo l’Italia rispetti la Convenzione per i diritti dell’infanzia ratificata nel 1989. In particolare il nostro governo è stato chiamato a rispondere di pesanti accuse di negligenza nella gestione, prevenzione, controllo e giudizio in particolare dei casi di pedofilia clericale, mosse dall’associazione di vittime Rete L’Abuso. Tutto è iniziato lo scorso giugno dopo un incontro a Ginevra con il funzionario dell’Alto commissariato per i Diritti umani, Gianni Magazzeni, al quale ha partecipato anche l’associazione internazionale Eca global (presente in 18 Paesi e 4 continenti, di cui la Rete L’Abuso è uno dei membri fondatori). A supporto della propria denuncia, l’associazione italiana rappresentata dal presidente Francesco Zanardi e coadiuvata dall’avvocato Mario Caligiuri, ha presentato una imponente documentazione sulle gravi lacune che di fatto in Italia permettono l’impunità dei membri del clero. Vale la pena di sottolineare che gli emissari del governo di fronte alle domande e alle sollecitazioni degli investigatori di Ginevra hanno in pratica fatto un’imbarazzante scena muta.

    Arrivando a trincerarsi dietro la scusa di non essere dei tecnici. E non sono stati nemmeno in grado di sfruttare le ulteriori 48 ore di tempo concesse loro per rispondere in maniera non superficiale. Risultato? Basti qui citare l’incipit delle Conclusioni del comitato delle Nazioni Unite per farsi un’idea:

    «Il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa cattolica nel territorio dello Stato italiano e per il basso numero di indagini e azioni penali da parte della magistratura italiana»

    (il Report dell’Onu è stato reso noto il 7 febbraio scorso, nel box a pag. 12 pubblichiamo una sintesi significativa). Abbiamo chiesto all’avvocato Caligiuri dove secondo lui bisognerebbe intervenire affinché anche nel nostro Paese cessi l’impunità degli ecclesiastici di fatto fino a oggi soggetti solo alle blande leggi vaticane sebbene i crimini siano compiuti sul territorio italiano.

    Leggi della Chiesa che come tali – va ricordato – si fondano sull’idea (inaccettabile) che lo stupro di un minore sia un delitto contro la morale, cioè un’offesa a Dio (e se avvenuto nell’ambito della confessione, si tratta di un’offesa al Sacramento!) e che nella pratica si traducono in una totale assenza di prevenzione e in una sanzione che consiste in un periodo di espiazione, preghiera e penitenza in strutture “protette” da sguardi indiscreti e senza alcun controllo (v. Left del 9 novembre 2018). Perché per la Chiesa tutti in fondo sono peccatori, vittime comprese che non di rado finiscono per essere considerate responsabili della tentazione diabolica in cui è caduto il “sant’uomo”: il prete violentatore.

    La segretezza innanzi tutto, così i vescovi possono insabbiare le denunce Dal punto di vista giuridico, «alla radice di tutto ci sono i Patti lateranensi» spiega Caligiuri, ricordando che il Concordato con la Santa sede è un prodotto del regime fascista, benché lo si ritrovi incorporato nell’articolo 7 della Costituzione. «Il Concordato va abrogato – prosegue l’avvocato – e le ragioni per abrogarlo, direi con urgenza, come ripetutamente manifestato nelle campagne di sensibilizzazione della Rete l’Abuso e nei report inviati a Ginevra, vanno individuate quantomeno nelle parti che limitano fortemente nelle indagini la magistratura italiana con il rischio di impedire l’esercizio dell’azione penale nei confronti dei preti sospettati di pedofilia e dei loro “superiori” (i vescovi, ndr) che potrebbero averli favoriti insabbiando le segnalazioni o trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentendo loro di rimanere in contatto con minori e di poter ripetere l’abuso».

    Cosa succederebbe se il Concordato venisse abrogato o quanto meno rivisto come auspica anche l’Onu? «La Chiesa, qualora condividesse questa scelta di civiltà con lo Stato italiano, imposta da un’emergenza epocale, farebbe buona prassi concreta della tolleranza zero invocata da papa Francesco, ed il governo in carica concretizzerebbe efficacemente su questo versante l’obiettivo “sicurezza”, preoccupandosi seriamente della incolumità psicofisica dei bambini e delle bambine alla mercé di criminali seriali nelle parrocchie, negli oratori, nei centri sportivi, nelle scuole ecc…».

    Caligiuri auspica quindi una sorta di un svolta culturale, a partire dal fatto che la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida antipedofilia non impone ai vescovi la denuncia alla magistratura laica di un crimine grave come la pedofilia. A tal proposito l’avvocato punta il dito contro l’articolo 4 del Nuovo concordato (rinnovato da Craxi nel 1984) in cui si prevede che gli ecclesiastici non siano tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità civile «informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». Lo Stato italiano è quindi formalmente d’accordo nel tutelare il segreto e, di conseguenza, la facoltà per gli ecclesiastici di astenersi dal fornire informazioni.

    La violenza su un bambino è considerata dal Vaticano un delitto contro la morale Poiché questo si combina con il segreto pontificio che grava sugli eventuali procedimenti giudiziari della Santa sede nei confronti di preti pedofili, il risultato è devastante: in caso di condanna del tribunale ecclesiastico, una volta scontata la “pena” in un luogo protetto, se la Chiesa ritiene che vi siano i presupposti, il sacerdote può tornare a esercitare senza che nessuno – a partire dai parrocchiani, adulti e non, fino all’autorità civile – sia a conoscenza di quanto accaduto. Con rischi dolorosamente e facilmente immaginabili per i minori che ignari orbitano nella nuova parrocchia (basti qui citare il caso di G. Trotta di cui abbiamo parlato su Left del 9 dicembre 2017). Quindi, da un lato del Tevere segretezza e assenza totale di trasparenza, dall’altro invece, in relazione all’art. 4 – sempre nel Concordato – «la Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici».

    Due pesi e due misure, con in mezzo l’incolumità dei bambini. «Questa prassi – osserva Caligiuri – sostanzia non solo un’impressionante visione del mondo, ma rappresenta un sabotaggio agito in senso anticostituzionale al rispetto dell’esercizio dell’azione penale e al principio di uguaglianza, oltre a minare le garanzie poste a fondamento della tutela del minore. Un principio fondamentale, affermato da giurisprudenza consolidata, è quello secondo il quale ogni volta che è in causa la situazione di un minore, deve prevalere il suo interesse superiore (best interest of the child).

    Nulla quindi può giustificare l’assenza di provvedimenti che potrebbero incidere profondamente, in senso migliorativo o protettivo, sulla vita stessa del minore. Ciò che suscita sconcerto – conclude Caligiuri – è che l’informazione su questa inaccettabile realtà risulti ancora assai limitata, o fuorviante». Dal 1996 in poi l’Italia ha fatto molto in termini di tutela dei minori. Resta da indurre la Chiesa a collaborare Alla luce di quanto detto fin qui, è lecito parlare di “complicità” dei due Stati nel non voler affrontare adeguatamente il crimine della pedofilia? «Da un punto di vista normativo gli ultimi 20 anni in Italia sono stati caratterizzati da interventi adeguati rispetto a queste problematiche» osserva la magistrata Lucia Russo, procuratore aggiunto a Bologna che abbiamo incontrato a Novellara (RE) nell’ambito della manifestazione Nomadincontro 2019 dove è stata premiata per la sua attività in difesa dei diritti e dell’incolumità dei minori. «Dal 1996 – prosegue Russo – abbiamo la nuova legge sulla violenza sessuale, dal 1998 abbiamo leggi che riguardano la pedopornografia che sono state rinnovate nel 2006 e nel 2012».

    Quest’ultima in attuazione della Convenzione di Lanzarote sulla protezione dei minori dallo sfruttamento e dagli abusi sessuali. Se è vero, dice la magistrata, che fino a 20 anni fa la situazione era tragica e non solo perché i reati sessuali avevano una collocazione sistematica nell’ambito dei reati contro la moralità pubblica e il buon costume, è anche vero che da allora sono stati fatti passi in avanti: «Questo non vuol dire che oggi la situazione sia rassicurante. La pedofilia è un fenomeno drammatico, che attraversa tutta la società, tutte le confessioni. Il problema è capire come fare per avere anzitutto l’emersione di questi fenomeni, perché quando le denunce arrivano all’autorità giudiziaria, questa si muove e con strumenti investigativi efficaci».

    Il problema è che all’autorità giudiziaria queste denunce arrivano poco e a volte male o molto in ritardo. Russo porta quindi l’esempio della denuncia nei confronti di un missionario italiano che per anni ha compiuto abusi in Nicaragua. «Non appena la segnalazione è giunta al nostro ufficio ci siamo attivati. Venendo poi a sapere che in Vaticano già dieci anni prima era nota l’attività criminale del sacerdote ma ciò non aveva portato assolutamente a nulla. Quindi se quella segnalazione fosse arrivata a noi per tempo, molto probabilmente sarebbero stati risparmiati a tanti bambini dieci anni di abusi». Il primo problema è dunque come far arrivare le denunce all’autorità giudiziaria.

    L’altra questione è come collaborare con la Santa sede. «È un dato di fatto che oggi tutte le autorità giudiziarie anche sovranazionali sono caratterizzate da rapporti di collaborazioni molto intensi e proficui anche alla luce di una serie di convenzioni internazionali molto recenti» sottolinea Lucia Russo e aggiunge: «Devo dire che non soltanto in tutta la mia carriera non ho mai ricevuto la denuncia di un vescovo per fatti di pedofilia all’interno della Chiesa, ma non ho neanche mai ricevuto gli atti né ho notizia che gli atti che riguardano il processo istruito parallelamente dalla Chiesa – che abbia portato ad esempio alla riduzione allo stato laicale – siano già stati trasmessi all’autorità giudiziaria ordinaria per le valutazioni di competenza». Addirittura si discute da tempo se a carico degli ecclesiastici esista un dovere di testimonianza oppure no. «Discutono soprattutto loro perché in realtà da noi la Cassazione ha dato delle risposte abbastanza precise e cioè che è un dovere che esiste certamente.

    Ci sono dei limiti dati dal sigillo sacramentale: non possiamo costringere nessun sacerdote a rivelare cosa è stato detto (o fatto, ndr) nel corso della Confessione. Però è anche vero che se durante l’attività sociale un sacerdote si accorge che sono accaduti fatti gravi o riceve delle confidenze, non c’è dubbio che abbia un obbligo di testimonianza. Mentre al contrario nelle linee guida della Cei addirittura si nega che ci sia un dovere di testimonianza in questo senso. Da un punto di vista normativo italiano, dunque, gravi lacune non ce ne sono. Penso che il problema serio e importante sia quello di incentivare le autorità ecclesiastiche a rapporti di collaborazione con la magistratura ordinaria».

    L’impunità dei preti non può essere un dogma E qui si torna ai paletti che sono nel Concordato. «Deve ammettersi – osserva l’avvocato Caligiuri – che appare questo uno dei nodi fondamentali da sciogliere, trattandosi, in buona sostanza, di un accordo politico intercorso tra Città del Vaticano e la Repubblica italiana, dunque modificabile dalle due Parti senza che ciò richieda procedimenti di revisione costituzionale». Occorre dunque una volontà politica che al momento evidentemente non c’è, da ambo le parti.

    E il pericolo rappresentato dai preti pedofili resta più che reale. «Rispetto a un delitto gravissimo e incredibilmente diffuso, così lesivo della realtà fisica e psichica dei minori – spiega in conclusione la psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti – non si può rivendicare una extraterritorialità o il diritto di difendere la sacralità, cioè la natura specifica, della dottrina che di fatto garantisce uno statuto speciale per i suoi ministri. I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali».

    Per la parte dell’intervento della d.sa Russo ha collaborato Emanuela Provera, co-autrice del libro Giustizia divina (Chiarelettere)

    Da LEFT del 22 febbraio 2019 http://www.left.it/

  • Forteto, la Camera dice sì alla commissione d’inchiesta

    Forteto, la Camera dice sì alla commissione d’inchiesta

    Con il compito di svolgere accertamenti sulle eventuali responsabilità istituzionali in merito alla gestione della comunità medesima e degli affidamenti di minori

    Firenze, 27 febbraio 2019 – Via libera definitivo da parte dell’Aula della Camera all’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sui fatti della comunità Il Forteto con il compito di svolgere accertamenti sulle eventuali responsabilità istituzionali in merito alla gestione della comunità medesima e degli affidamenti di minori, anche al fine di prospettare l’adozione di misure organizzative e strumentali per il corretto funzionamento della struttura. La Commissione completa i suoi lavori entro dodici mesi dalla sua costituzione. Entro i trenta giorni successivi alla scadenza del termine, la Commissione presenta alle Camere una relazione sulle sue attività di indagine. Possono essere presentate relazioni di minoranza.

    COMPITI DELLA COMMISSIONE – La Commissione procede, nell’espletamento dei suoi compiti, con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria. La Commissione esamina la gestione della comunità ‘Il Forteto’ dalla sua istituzione ad oggi, con particolare riguardo: all’accertamento dei fatti e delle ragioni per cui le pubbliche amministrazioni e le autorità competenti interessate, comprese quelle investite di poteri di vigilanza, abbiano proseguito ad accreditare come interlocutore istituzionale la comunità ‘Il Forteto’, anche a seguito di provvedimenti giudiziari riguardanti abusi sessuali e maltrattamenti riferiti a condotte all’interno della comunità; verifica dei presupposti per la nomina di un commissario per la parte produttiva della struttura ‘Il Forteto’ inerente alla cooperativa agricola, ai fini di una gestione dissociata dalla comunità di recupero dei minori in affidamento nonché allo scopo di pervenire al più presto al pagamento delle provvisionali in favore delle vittime; al fine di impedire il riprodursi del fenomeno di inadempimenti dei principi di tutela delle vittime di illegalità nonché di evitare che quanto accaduto possa ripetersi, la Commissione ha inoltre il compito di formulare proposte sull’adozione di nuovi strumenti di controllo delle comunità alloggio presenti sul territorio nazionale; sul potenziamento del sistema dei controlli sui soggetti responsabili dell’affidamento familiare e, laddove siano emerse responsabilità e negligenze in capo ad essi, alle modalità con cui applicare gli opportuni provvedimenti sanzionatori.

    MUGNAI – ”Lavoro sul caso Forteto dal 2012 e per tutti questi anni sono sempre stato persuaso che solo una Commissione parlamentare d’inchiesta avrebbe potuto andare a fondo su questa orribile vicenda dipanatasi lungo trent’anni con abusi indicibili, ma che purtroppo abbiamo avuto il dovere di dire e raccontare, ai danni di minori affidati all’interno di quella comunità setta”. Lo afferma il vicecapogruppo di Forza Italia alla Camera Stefano Mugnai. “Per questo oggi – ha continuato Mugnai – con l’ultimo via libera alla Camera all’istituzione dell’organismo che io stesso avevo chiesto con apposita proposta di legge, la mia prima pdl dal mio insediamento, si raggiunge un traguardo fondamentale e si coronano anni di lavoro e di fatica anche emotiva da parte delle vittime che nel frattempo hanno affrontato un processo che ha dato loro ragione, e ora attendevano questo passaggio d’aula a Montecitorio”. Mugnai che nel Consiglio regionale della Toscana, nel 2012 fu presidente della prima commissione regionale di inchiesta, quella che portò alla luce il sistema di violenze e abusi su minori praticato all’interno di quella che anche la magistratura avrebbe in seguito bollato come comunità-setta, esprimendo condanne fino al terzo grado di giudizio.

  • Vittime italiane della pedofilia scrivono alla Cei, ma non ricevono risposta: «Vorremmo essere ascoltate»

    Vittime italiane della pedofilia scrivono alla Cei, ma non ricevono risposta: «Vorremmo essere ascoltate»

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – La lettera indirizzata al cardinale Gualtiero Bassetti porta la data dal 20 dicembre 2018 e contiene la richiesta di un incontro con i vertici della Cei (proprio come ha esortato di fare Papa Francesco prima del vertice di febbraio sulla pedofilia). Alle vittime italiane però non è ancora arrivata nessuna risposta. «Scriviamo direttamente a lei, nella speranza che voglia cogliere l’invito di qualche giorno fa che Papa Francesco ha inviato ai Presidenti delle Conferenze Episcopali ad incontrare le vittime di abusi sessuali, in preparazione dell’incontro del prossimo febbraio sullo specifico tema degli abusi. Alcuni di noi le hanno già scritto più volte in copia conoscenza attraverso lettere scritte a Papa Francesco, per le quali non è stata ricevuta alcuna risposta. Ci rivolgiamo quindi a lei nella speranza di vedere accolta la nostra richiesta di essere ricevuti, ritenendo autentico e sincero il desiderio della gerarchia della chiesa di voler ascoltare le vittime».

    L’associazione L’abuso – l’unica realtà che in questi dieci anni ha cercato di portare alla luce il fenomeno italiano e scoperchiare le zone d’ombra – ritiene insufficienti le scuse sulla tolleranza zero se poi «non sono mai seguite da azioni concrete in riparazione ai gravissimi danni arrecati a tante vittime e al loro contesto familiare. Attendiamo una sua gradita risposta nella speranza che non voglia sottrarsi all’invito del Papa e alla nostra disponibilità nel fornire un contributo che riteniamo utile in preparazione dell’evento».

    Mentre in altri Paesi come Francia, Germania, Olanda, Belgio o Stati Uniti, il fenomeno dei pedofili è al centro di un monitoraggio che ha permesso alle varie conferenze episcopali di valutare con precisione l’entità numerica di questo triste capitolo, in Italia sembra ancora tutto piuttosto indietro. «Ad oggi non siamo in grado di dare alcun numero» ha ripetuto solo alcuni giorni fa monsignor Stefano Russo, segretario della Cei.

    L’associazione L’Abuso ha conteggiato – attraverso le denunce all’autorità civile italiana e i processi in corso – almeno 300 casi in 15 anni. Probabilmente si tratta di una parziale lettura del fenomeno, visto che una buona parte degli abusi non sono stati mai denunciati all’autorità civile italiana e le diocesi non hanno mai aperto i loro archivi.

    Il caso più eclatante riguarderebbe la diocesi di Napoli dove il cardinale Crescenzio Sepe (che siede nel Consiglio permanente della Cei) avrebbe coperto un prete accusato di abusi, don Silverio Mura, spostandolo in una diocesi del Nord. Il caso era stato inizialmente archiviato dalla Congregazione per la Fede ma Papa Francesco lo ha fatto riaprire e ora si sta celebrando il processo canonico nella diocesi di Milano, anche se in totale assenza di trasparenza e informazioni per l’opinione pubblica. Di questo ingombrante caso «non se ne è minimamente parlato» all’interno dell’ultimo Consiglio Permanente, come è stato spiegato ai giornalisti alcuni giorni fa dal segretario generale della Cei, durante una conferenza stampa.

    Francesco Zanardi, ex vittima di un prete di Savona quando era adolescente, ha raccolto con l’aiuto di tanti magistrati italiani, il materiale che gli consente di avere un quadro più completo di tanti casi opachi. Nella diocesi di Genova, per esempio, in passato era stato nascosto un parroco accusato di abusi (su seminaristi) in Argentina, padre Carlos Abuela; a Firenze venne spostato di parrocchia in parrocchia don Daniele Rialti, anch’esso accusato di atti simili. A Milano il caso di don Mauro Galli ha fatto discutere molto per il ruolo che ha avuto l’arcivescovo Delpini che ha ammesso – in una deposizione rilasciata alla Questura di Milano – di averlo sostanzialmente coperto, spostandolo.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_cei_papa_francesco_abusi_vittime_italia_delpini_sepe-4239679.html?fbclid=IwAR0Rt7tcgm-yiZ8pAzo8yHvRTqaNfheXQN09ij1iw3wlD1eq3zsONWtiQuk

  • Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    La quinta parte dell’inchiesta di Panorama è dedicata a Don Luciano, riconosciuto colpevole di abusi ma difeso da grandi avvocati e dall’arcivescovo di Genova, Bagnasco

    Antonio Rossitto

    Il 22 febbraio 2018 la Chiesa ha sconfitto lo Stato. È il giorno in cui un tribunale canonico ha assolto un sacerdote condannato per pedofilia. La giustizia ecclesiastica che fa carta straccia di quella penale. A corredo, c’è anche l’indiscussa levatura del «giudice» delegato dal Vaticano: Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e, fino maggio 2017, presidente della Conferenza episcopale italiana. Uno dei cardinali che, cinque anni fa, entrò nel novero dei papabili.

    Un caso esemplificativo e kafkiano. Che Panorama è in grado di ricostruire grazie a documenti inediti. Com’è possibile che un pastore incolpato del peggiore dei peccati ottenga divina salvezza? Gli atti processuali concordano. Primo grado, Appello, Cassazione. Nei tre gradi di giudizio, i magistrati non hanno dubbi: Luciano Massaferro, «don Lu» per i fedeli, è colpevole di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni. La corte suprema, a luglio 2012, conferma la pena: sette anni e otto mesi, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 200 mila euro di risarcimento alla vittima. Ma lo scorso febbraio il tribunale ecclesiastico ligure riabilita completamente il prete: «Non consta che abbia commesso i delitti a lui ascritti».

    Alassio, Pasqua 2009. È primavera, ma la riviera di Ponente già ribolle dal caldo. Don Lu è il parroco di San Vincenzo e il responsabile della pastorale giovanile scolastica della diocesi di Albenga. S. è invece una turbolenta chierichetta. Come ogni anno, in questo periodo il sacerdote inforca il suo scooter per portare la benedizione alle famiglie. E un pomeriggio si fa accompagnare proprio da S. Quel giorno, ricostruiranno i giudici, abusa per tre volte della giovane undicenne.

    La prima volta accade in sella al motorino. Don Lu chiede alla ragazzina, seduta dietro, di toccarlo proprio lì: per fare andare la Vespa più veloce. Il secondo episodio avviene mentre, dalle colline, ritornano ad Alassio. Il prete porta la chierichetta nel suo orto: dentro il capanno degli attrezzi, lo costringe a masturbarlo. L’ultima violenza, invece, si compie nella biblioteca della canonica di San Vincenzo: il parroco spoglia S. e le tocca il seno.

    La ragazzina tace fino a luglio 2009. Solo durante un campo estivo della chiesa, racconta tutto a quattro amichette. Le bimbe ne parlano con i genitori. La voce gira. E arriva anche alla madre e al nonno di S., che organizzano un incontro con Don Lu. Il sacerdote nega tutto e li minaccia, riferiranno i due agli inquirenti. Gli intima di stare attenti: lui, a differenza della loro famiglia, è molto stimato. Ci sarebbero decine di avvocati della curia ben lieti di difenderlo in un eventuale processo. Ma i parenti della ragazzina non hanno nessuna intenzione di metterlo nei guai. Anzi, decidono perfino di seguire il consiglio del prete: portare S. da uno psicologo. Un suggerimento che, per Don Lu, si rivelerà però nefasto.

    Gli specialisti del Gaslini di Genova ascoltano il racconto della chierichetta. E lo considerano talmente fondato e realistico da denunciare i fatti all’autorità giudiziaria: a insaputa della famiglia di S., che avrebbe evitato quest’onta al sacerdote. La procura di Savona comincia a indagare. E il 29 dicembre 2009 arresta il parroco di San Vincenzo. I fedeli e la curia sono increduli. «La notizia desta molto stupore, perché le accuse fatte sembrano inverosimili» dichiara il vescovo di Albenga, Mario Oliveri. «Don Massaferro è da ritenersi innocente fino a prova contraria».

    I magistrati sentono decine di persone. Il 12 marzo 2010 convocano anche una suora: C.A. La donna riferisce un «episodio ambiguo», così lo definiranno i giudici, accaduto qualche mese prima: in sacrestia avrebbe visto un bambino tra le gambe del prete sotto inchiesta. «Una posizione anomala, difficilmente compatibile con un gioco» chiarisce la sorella. «Ebbi pure la netta impressione che don Luciano avesse le mani infilate nella tuta di M. e che il ragazzo avesse una gamba nuda». C.A. aggiunge un altro particolare: «Due anni fa la parrocchia organizzò una gita a Lourdes e M. avrebbe dovuto condividere la stanza con don Luciano. Ricordo che la mamma del bambino mi disse che una sua conoscente l’aveva messa in guardia, dicendole: “Fai dormire tuo figlio con un pedofilo?”. Ma lei non gli aveva dato retta».

    Ai pm la suora spiega di aver informato Giorgio Brancaleoni, allora vice vescovo di Albenga: «Lui mi ha creduto, però mi ha detto di non farne parola con nessuno». Qualche giorno più tardi, il 16 marzo 2010, i magistrati chiedono conferma a don Brancaleoni: «Era turbata da questo fatto» ammette, riferendosi alla confidenza della monaca. «Mi disse di temere che io o altri della parrocchia potessimo esporci troppo nella difesa di don Luciano. Io la rassicurai dicendole che avrei parlato di questa cosa con il vescovo». Quanto alla presunta richiesta di tacere, minimizza: «Le dissi solo di usare cautela».

    Le testimonianze della suora e del monsignore, trascurate dai giudici di primo grado, sono inedite. E pongono nuovi interrogativi. Di certo, però, il vescovo vicario non diede molto peso alla segnalazione della religiosa. Poco più di un mese dopo la sua deposizione, il 26 aprile 2010, organizza ad Alassio una partecipata veglia di preghiera per Don Lu. C’è lui alla testa di un migliaio di fedeli in corteo. A una giornalista di Repubblica Genova, spiega: «Ho l’intima convinzione che questo sacerdote sia innocente. Vogliamo fargli sentire che non l’abbiamo abbandonato. Noi sappiamo che è stato un bravo prete». E se alla fine risultasse colpevole? «Ci inginocchieremmo a chiedere il perdono della vittima». Un atto di penitenza che però la curia non farà mai. Anzi.

    A febbraio 2011 il Tribunale di Savona condanna il religioso alassino: sette anni e otto mesi di reclusione; interdizione perpetua dai pubblici uffici, scuole e strutture frequentate da minori; risarcimento di 200 mila euro alla parte civile. «L’istruttoria dibattimentale» conclude la sentenza «ha dato piena conferma della consumazione dei fatti così come contestati». A novembre 2011 la Corte d’Appello di Genova conferma la decisione: «Emerge piena prova della penale responsabilità dell’imputato». A luglio 2012 la Cassazione rigetta tutti e sette i punti del ricorso presentato dai legali del parroco: sono infondati. La condanna diventa definitiva. E il risarcimento? «Abbiamo avuto solo poche migliaia di euro, dopo aver chiesto il pignoramento del quinto dello stipendio che l’Istituto sostentamento del clero dava al prete» spiega l’avvocato della ragazzina, Mauro Vannucci. «Ma il sussidio, dopo qualche mese, è stato sospeso».

    Eppure Don Lu è stato difeso da un penalista di vaglia: Mauro Ronco, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino. Mentre il ricorso in Cassazione è stato discusso in aula dal più blasonato dei principi del foro italiani: Franco Coppi. Difficile che i due legali abbiano lavorato pro bono. Improbabile che le loro parcelle siano state saldate da un umile pastore. Così gli indizi condurrebbero alla diocesi di Albenga o, comunque, a un’istituzione religiosa. Per questo, il difensore di S. ha chiesto il pagamento di quanto dovuto dal prete al vescovo Oliveri. Invito poi reiterato al suo successore, Guglielmo Borghetti. Entrambi si sarebbero sfilati. «Si sono limitati a dire che avrebbero pregato per la ragazza» sostiene Vannucci. Che comunque adesso non esclude un’azione civile nei confronti della curia di Albenga.

    Giustizia, dunque, è fatta. O quasi. A febbraio 2018 proprio monsignor Borghetti comunica la «sentenza canonica di assoluzione» su Don Lu: «Deve essere completamente riabilitato, in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti». Il prete può «tornare a celebrare pubblicamente la messa e i sacramenti della vita cristiana». Disposizione con mal si concilia con le interdizioni perpetue imposte dalla giustizia penale.

    La decisione arriva dopo più di quattro anni di processo canonico. Normalmente, sui preti sospettati di pedofilia, le indagini sono svolte dalla Congregazione per la dottrina della fede. Stavolta, invece, nel 2013 il caso è affidato a un «giudice delegato»: l’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Bagnasco. Il «capo» dei vescovi è coadiuvato da due «assessori officiali» del Tribunale ecclesiastico regionale ligure. Che, al termine di un procedimento «meticoloso e puntuale» conclude: don Lu è innocente. La bambina, quindi, s’è inventata tutto. Al contrario, nel 2011, la Corte d’Appello di Genova scriveva: «S. non nutriva alcun astio nei confronti del suo parroco, ma gli era affezionata… Non si vede per quale motivo possa aver architettato accuse infondate, consapevole del rischio di perdere chi le offriva una vita più serena».

    Bagnasco, però, spiega: «Mi risulta che siano state fatte tutte le procedure previste canonicamente e giuridicamente per il reintegro. Se si è arrivati a questa sentenza, sicuramente ci sono ampie motivazioni». L’arcivescovo di Genova aggiunge: «L’augurio è che, ripristinata la verità, secondo le procedure previste giuridicamente, lui possa essere sereno in ciò che potrà fare da sacerdote, nei limiti delle possibilità previste».

    Insomma, la giustizia divina ha «ripristinato la verità». Eppure la diocesi di Albenga, visti i reiterati scandali, nel 2016 viene perfino commissariata da Papa Francesco. Pedofilia, omosessualità, supposte ruberie: la curia più chiacchierata d’Italia. Un florilegio di maldicenze. Una sterminata aneddotica. Che comprenderebbe anche la canzonatura dell’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, a un poco accorto prelato ligure: «Sei di Albenga, figliolo? Allora sei perdonato…».

    https://www.panorama.it/news/cronaca/chiesa-abusi-giustizia-inchiesta/

  • Forteto, negli abusi Fiesoli fu “spregiudicato e senza scrupoli”

    Forteto, negli abusi Fiesoli fu “spregiudicato e senza scrupoli”

    I giudici motivano gli otto anni per il filone “bis” del processo: “Spudorato, non si è mai pentito”

    Un “predatore senza scrupoli”. E’ definito così Rodolfo Fiesoli, il “Profeta” del Forteto nell’altro filone del processo “bis” sugli abusi denunciati da un giovane fuoriuscito in un secondo momento dalla comunità, quello che gli è costato una condanna di otto anni, ai quali vanno aggiunti i 14 anni e 10 mesi del primo filone (sentenza che dopo il nuovo ritorno in Cassazione diverrà definitiva). Eppure Fiesoli non è in carcere.

    “E’ provato che l’imputato, costringendo e inducendo il giovane a subire gli atti sessuali per un lungo lasso di tempo, con abuso di autorità e della condizione di inferiorità psichica del medesimo, ha agito in modo predatorio, soggiogato da irrefrenabili impulsi sessuali ed inflitto ferite profonde alla personalità e alla psiche della vittima, con dolorosi effetti destinati a durare nel tempo”, si legge ancora nelle motivazioni del collegio presieduto dal giudice Francesco Gratteri.

    “Rodolfo Fiesoli – si scrive ancora nella sentenza – ha agito con sprezzante spudoratezza, privo di scrupolo alcuno verso il valore sacro della vita e della dignità del minore che a lui si era affidato; inoltre l’imputato, rimasto assente nel processo, non ha mai manifestato alcuno segno di pentimento o di resipiscenza”.

    Le motivazioni parlano di “estrema gravità della condotta, fortemente abusante e invasiva, protratta per un lungo lasso temporale all’interno di una comunità deputata ad accogliere minori fragili e bisognosi di protezione” e “dell’elevato grado di libertà sessuale violata, dell’intensità del dolo, della gravità del danno cagionato alla persona offesa, ridotta a mero oggetto di soddisfazione sessuale del Fiesoli”.

    http://www.firenzetoday.it/cronaca/forteto-bis-fiesoli-sentenza-abusi.html

  • Prete accusato di violenza su bimba: niente perizia psichiatrica

    Prete accusato di violenza su bimba: niente perizia psichiatrica

    Prato, 18 dicembre 2018 – E’ cominciato il processo a porte chiuse a carico di don Paolo Glaentzer, che si celebra a partire da oggi al secondo piano del palazzo di giustizia di Prato. Il sacerdote, parroco di una chiesa della provincia di Firenze, è accusato di violenza sessuale su una bambina di nove anni dopo essere stato sorpreso con lei da un passante in auto la sera del 23 luglio scorso a Calenzano. Don Glaentzer è arrivato in tribunale a bordo di un furgone della polizia penitenziaria che l’aveva prelevato nella sua abitazione nel comune di Bagni di Lucca, dove attualmente è agli arresti domiciliari.

    La difesa di Glaentzer aveva chiesto per l’imputato una perizia psichiatrica per dimostrare l’eventuale incapacità di intendere e volere del sacerdote. Il giudice per l’udienza preliminare del processo con rito abbreviato, Costanza Comunale, ha però rigettato questa richiesta accogliendo le tesi del pm Laura Canovai e dell’avvocato che tutela la bimba, Olivia Nati. Il processo proseguirà a marzo, con rito abbreviato, e si sono costituiti parte civile il Comune di Calenzano, la curia arcivescovile di Firenze e i genitori della bambina.

  • Santo silenzio

    Santo silenzio

    di Antonio Rossitto

    Quell’unica lancetta della Torre di Arnolfo, che svetta su Firenze, segna impietosa il passare del tempo. Giorni, mesi, anni… Inesorabili, sono passati sulla testa delle vittime dei religiosi. La curia della città ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dei suoi pastori. È stata un silenzioso avamposto dei mali che hanno sconquassato la Chiesa: la pedofilia e le violenze sessuali.

    Panorama ha raccolto prove e documenti inediti. Ha disseppellito faldoni giudiziari. Ha parlato con le vittime. Ha incrociato date e nomi. E la diocesi di Firenze è soltanto l’inizio: nelle prossime settimane, racconteremo altre storie di colpevoli omissioni. Omertà e inerzie che hanno sterilizzato la giustizia penale,  garantendo impunità ai rei. Grazie anche a un paradosso secolare: i vescovi italiani non hanno l’obbligo di denuncia penale. Un paravento dietro il quale troppe curie continuano a nascondere reati e oscenità.

    Com’è successo nella parrocchia Regina della Pace, periferia di Firenze, fino al 2004 scabroso regno di don Lelio Cantini. Qui si è consumato uno dei più gravi casi di abusi, fisici e morali, nella storia della Chiesa. Decenni di violenze e segreti. E solo nel 2007 la Procura di Firenze aprirà un’indagine: accerterà i fatti, ma il processo contro don Cantini si estinguerà per prescrizione. Quelle donne, al tempo ragazzine, si chiamano M.V. oppure L.P. Sono decine. E le loro storie sono tutte, tragicamente, identiche. Conoscono don Cantini mentre si preparano alla prima comunione. C’è anche chi ha appena dieci anni: è una bambina. Il prete chiama tutte nella sua stanza, dopo il catechismo o la messa. Le tocca, le bacia. Poi si spoglia e le costringe a rapporti orali o completi. «Dovete sentirvi delle privilegiate, scelte dal Signore». Su quegli incontri, si raccomanda, nemmeno un fiato.

    Un giogo atroce. E, per alcune, interminabile. È stato così per M.A., abusata dall’adolescenza fino alla sera del suo matrimonio, celebrato proprio da don Cantini. Mentre la curia voltava la testa dall’altra parte. «Le autorità ecclesiastiche», scriverà anni più tardi il pm fiorentino Paolo Canessa, «erano state avvisate all’epoca, o comunque per tempo, delle accuse rivolte al sacerdote Cantini. Ma nessuno, apparentemente, si era mosso per impedire che le violenze continuassero. E tantomeno per accertare la verità e la punizione dei fatti». Il magistrato annoterà: «Solo con la notorietà degli episodi segnalati s’erano determinate a prendere in considerazione la questione».

    ORRORI IN SACRESTIA E OMISSIONI ECCELLENTI 

    Già nel 1992, emerge dalle carte dell’inchiesta, viene denunciato un abuso al cardinale Silvano Piovanelli, allora arcivescovo di Firenze. Poi, di nuovo, nel 1995. Passano gli anni. Una vittima parla con un’altra. Qualcuno si libera dell’orrore. Chi l’ha seppellito per vergogna ritrova la forza. Nella primavera del 2005, dieci donne cominciano a stendere i loro memoriali. Li consegnano a Piovanelli. Gli chiedono di far da tramite con il suo successore: il cardinale Ennio Antonelli, oggi presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Don Cantini, intanto, viene spostato nella canonica di Mucciano, a 30 chilometri da Firenze. Le vittime però aumentano. Continuano a cercare risposte. Fino a quando, il 20 marzo 2006, non decidono di inviare una lettera con 19 firme a Papa Benedetto XVI. Alla missiva sono allegate quelle atroci testimonianze. Le vittime scrivono di essere state ascoltate il 28 febbraio 2006 da Antonelli, dopo «numerose richieste di intervento».

    Nella lettera viene chiamato in causa Claudio Maniago, in quel momento vescovo ausiliare a Firenze. È uno degli allievi di don Cantini, «cresciuto con tanti di noi nella parrocchia Regina della Pace». Maniago, sostengono i 19 firmatari, avrebbe saputo delle violenze del suo maestro già nel 2004. E nulla avrebbe fatto. Adesso Antonelli ha promesso che don Cantini, entro la fine di marzo 2006, lascerà la canonica di Mucciano: «Dove però, in piena tranquillità, ha continuato l’opera mistificatrice e diabolica con famiglie intere, giovani, ragazzi e bambini». La lettera aggiunge: «Chiediamo che vengano sospese a questo sacerdote le potestà derivanti dal suo stato». E conclude: «Qualora però la nostra richiesta non trovasse accoglimento, e questi fatti venissero ignorati od occultati, non potremmo che rivolgerci alla giustizia. Con conseguenze che tutti noi possiamo immaginare».

    La risposta di Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, è dell’1 aprile 2006. Panorama ne rivela il contenuto: «Alla luce della documentazione allegata, ho provveduto a prendere contatti con l’arcivescovo di Firenze (cioè Ennio Antonelli, ndr), il quale mi ha assicurato che la vicenda è all’esame dei competenti organi della Santa Sede. Nel contempo, mi ha assicurato che il sacerdote ha lasciato la diocesi, non celebra pubblicamente l’eucarestia e si astiene dall’amministrare il sacramento della penitenza. Auspico che quanto disposto dall’autorità ecclesiastica rafforzi la comunione e infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo».

    Nonostante la gravità dei fatti, il Vaticano non denuncia don Cantini. Tutto rimane chiuso tra le solida cinta della Santa Sede. E i passi successivi non infondono certo la «serenità» auspicata da Ruini. A maggio 2006 la Congregazione per la dottrina della fede autorizza «il processo penale amministrativo» contro il sacerdote. Indaga la curia di Firenze. Il verdetto arriva otto mesi dopo: il 12 gennaio 2007.

    L’arcivescovo Antonelli scrive: «Devo constatare, sia pure con intima sofferenza, che le accuse di falso misticismo, dominio delle coscienze, abusi sessuali dal 1973 al 1987, suffragate da abbondante documentazione, risultano oggettivamente credibili, almeno nella loro sostanza». Poi esplicita le pene: per cinque anni don Cantini non potrà confessare, dire messa e assumere incarichi ecclesiastici. A dispetto dell’enormità delle accuse, rimarrà quindi prete. Le successive sanzioni sono ancora più sbalorditive: il parroco è obbligato a versare un’offerta. E a recitare, per un anno, una volta al dì, «con umiltà e fiducia, compatibilmente con le condizioni di salute», il Salmo 51: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia».

    «LO STILE EVANGELICO»: SILENZIO E MITEZZA

    Per le vittime è l’ennesimo sfregio. I fatti cominciano a trapelare. I memoriali girano. La notizia finisce sui giornali. E il 10 aprile 2007, finalmente, la procura di Firenze apre un’inchiesta. Quattro giorni dopo, il 14 aprile 2007, il cardinale Antonelli interviene pubblicamente: «Nell’estate del 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Nel clamore mediatico finora ho taciuto, non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché, prima di parlare, volevo confrontarmi e consigliarmi con alcuni autorevoli sacerdoti, i vicari foranei». Prosegue: «Comprendo che le vittime ritengano la punizione troppo leggera (…). Ma la Chiesa deve mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e a cercare di vincere il male con la forza della mitezza».

    Il cardinale si duole anche dell’eco avuto dal caso: «Ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili. La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede». «Lo stile evangelico» impone, dunque, che i panni sporchi della Chiesa si lavino nelle case del Signore: la curia e il Vaticano.

    «DECENNI DI INERZIA» OGGI È TUTTO PRESCRITTO

    La decisione, e i successivi commenti di Antonelli, si trasformano in boomerang. Tanto che la diocesi è costretta a un’istruttoria supplementare, avviata il 30 giugno 2007. L’indagine dura un altro lunghissimo anno. Alla fine, il 12 ottobre 2008, Papa Benedetto XVI decide la riduzione allo stato laicale di don Cantini. Dalla denuncia dei primi abusi sono passati 16 anni. «Oltre un decennio di inerzia e assordante silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche» scrive il giudice Paola Belsito, che il 27 aprile 2011 chiede «l’archiviazione per intervenuta prescrizione di tutti i reati ipotizzabili a carico di don Lelio Cantini».

    «Inerzia e assordante silenzio». A cui si sono aggiunte, continua il giudice, «le più o meno velate minacce, pure in tempi recenti, da parte di alcuni alti prelati, tra cui viene segnalato il vescovo ausiliario Maniago, anch’egli allievo di don Cantini». Minacce. Cioè «conseguenze negative per le loro attività professionali legate alla diocesi a quelle vittime che manifestavano la volontà di ottenere giustizia» dettaglia il pm Canessa nella richiesta d’archiviazione del 7 febbraio 2011, accolta dal Tribunale. Il monsignore però è salvo: «Si tratta di condotte perseguibili solo a querela di parte, che non è stata mai presentata» annota Belsito.

    Ma è tutta la curia fiorentina a finire sotto accusa. «Gli abusi, di natura tanto sessuale che morale, vennero denunciati da alcune parti offese già molti anni fa» chiarisce il giudice. «Da G.M., che era una vedova con quattro figli che lavorava in parrocchia, già nel 1975 al cardinale Piovanelli. Da F.A., ex sacerdote che s’era recato dal cardinale Piovanelli una prima volta nel 1992, poi nel 1995. Dalle mole delle parti offese, ancora nel 2005, allorché si erano rivolti anche, tra gli altri, a monsignor Maniago». Che, scrive Belsito, sarebbe stato protagonista nell’agosto 1996 di un «festino», rivelato da P.C.: «Abuso perpetrato in una parrocchia livornese da alcuni sacerdoti, tra i quali avrebbe riconosciuto Maniago». Gli investigatori avrebbero trovato «precisi riscontri»: «Un bonifico bancario di 4 milioni di lire a favore di P.C. da un conto intestato “parrocchia per contributo”». Denaro che sarebbe servito, sostiene P.C., a fargli tenere la bocca chiusa. Ma l’uomo non ha mai presentato querela: quindi «anche i reati ipotizzabili in questo caso non sono perseguibili».

    SESSO CON UNA MINORENNE E POI TRE ABORTI

    Negli stessi giorni in cui si prescrivono le pene di don Cantini, il 21 marzo 2011 il tribunale di Firenze, nel silenzio generale, condanna a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale un altro prete: John Moniz, 51 anni, parroco in una chiesa di Montelupo Fiorentino. Un altro caso di violenze su una minorenne coperto dalla curia.

    L’inchiesta, scrive il giudice Linda Vannucci, nasce nel 2006. C.B., una ragazza di 22 anni, si presenta ai carabinieri. È angosciata. Continua a ricevere telefonate anonime. Di fronte alle domande del maresciallo scoppia a piangere. Ripercorre i suoi rapporti con un prete: fin da quando aveva 15 anni, poco dopo la sua cresima. S’invaghisce del sacerdote. Resta incinta per la prima volta due anni più tardi, ancora minorenne, ma lui le chiede di abortire. C.B. scivola nell’anoressia. Cerca di troncare la relazione. Il parroco, riferisce, comincia a tempestarla di telefonate: le promette che lascerà la tonaca. A vent’anni la ragazza rimane di nuovo incinta, ma ha un aborto spontaneo. Una terza interruzione di gravidanza  «naturale» avviene a marzo 2006. Poi C.B. si decide a troncare quel rapporto malato. Due mesi dopo comincia a ricevere chiamate nel cuore della notte. Ansimi. Minacce. Ha paura. Va dai carabinieri. E, sotto pressione, racconta tutto.

    Le indagini non rivelano però solo la relazione tra i due. Ma, ancora una volta, i silenzi degli alti prelati. La ragazza, accompagnata dal legale Antonio Voce, che la assiste nel processo, viene sentita il 28 giugno 2010. Riferisce di aver già confessato la sua storia, nel dicembre 2005, a Paolo Brogi, parroco di una chiesa vicina. Il prete, dopo il colloquio, ne parla con il cardinale Antonelli. E ad aprile 2006  C.B. viene ricevuta proprio dall’arcivescovo, che le promette l’allontanamento del sacerdote: «Mi disse che lo mandava in questa struttura di riabilitazione dei preti a Collevalenza. Aveva assicurato che sarebbe rimasto lì, in attesa di partire per una missione».

    LA CURIA CANCELLA GLI SMS E INVITA: «NON DENUNCIATE»

    C.B. fornisce altri dettagli: «Il cardinale Antonelli aveva preso il mio cellulare dell’epoca». Nella memoria ci sono i messaggi di Moniz. «Lasciai il telefono al suo segretario, don Alessandro, in modo che lo desse a monsignor Antonelli, perché me lo chiesero loro… Ma quando me l’hanno reso, i messaggi erano cancellati». Insomma le prove della relazione, memorizzate su quel vecchio Nokia, spariscono.

    All’incontro con il cardinale partecipano pure i genitori della ragazza: «Questo cellulare lo diede al vescovo» conferma la madre di C.B.. «So che lo volevano per vedere questi messaggi. Al pm, Giulio Monferini, dettaglia: «Glielo chiesero per accertarsi di queste cose». Il magistrato insiste: «Vi fu chiesto di non fare denuncia?». «Sì» risponde la donna. «Chi?» sollecita il magistrato. «Anche il cardinale. Ci disse che avrebbe mandato via il prete». La sentenza riassume: «Il cardinale chiese loro espressamente di non denunciare in sede penale il parroco, promettendo di allontanare don Moniz dalla parrocchia».

    Nel processo, il 12 gennaio 2011, viene ascoltato pure don Brogi, il confessore della ragazza, diventato intanto segretario di Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze dal 2008. Gli chiedono se sul sacerdote di Montelupo girassero storie. Una, in particolare: tentava approcci sessuali con le parrocchiane, durante le confessioni. «Qualcuno l’aveva riferito» risponde don Brogi. «Voci di paese, così… Però sinceramente alle voci di paese non ho mai dato credito». In realtà c’era di più, ammette il prete. Una suora di Signa, tempo prima, gli aveva raccontato che don Moniz s’era presentato a casa sua con un preservativo in mano. E le aveva chiesto un rapporto.

    Eppure, nessuno aveva approfondito. Sarà così fino a quando, per caso, non emergono i reati su C.B.. Anche questi, però, non reggeranno al peso del tempo. Nel 2016, in appello, tutto viene prescritto.

    L’AGGUATO DEI MISTERI  E IL PRETE «AMICHEVOLE»

    In questa storia di pensieri, parole, opere e omissioni, l’ultimo tassello si incastra a qualche mese dalla deposizione di don Brogi. E nasce da una scampata tragedia. Il 4 novembre 2011 il segretario dell’arcivescovo viene ferito da un colpo di pistola all’addome, nell’androne della curia. Assieme a lui c’è proprio Betori. Dopo lo sparo, il misterioso assalitore scompare. Un mistero. È stato un avvertimento? Qual è il movente? L’unico indizio sono le parole minacciose rivolte dall’uomo all’arcivescovo, rimasto illeso: «Tu non devi dire…». E poi, prima di sparire nel buio: «Tu non devi fare…».

    Anche gli investigatori brancolano nel buio. Si indaga in ogni direzione. Panorama pubblica i documenti e le intercettazioni inedite dell’inchiesta sull’agguato. Chi ha sparato? Tra le piste seguite, c’è pure la vendetta per gli scandali di pedofilia nel clero fiorentino: a partire da don Cantini. Una circostanza incuriosisce gli investigatori. L’arcivescovo, due giorni dopo l’aggressione, avrebbe dovuto visitare una parrocchia di Empoli. Anche lì c’è un prete già «segnalato» per le sue eccessive attenzioni verso i giovani: Daniele Rialti.

    Betori viene sentito come persona informata dei fatti il 29 novembre 2011. Dopo aver ripercorso le fasi dell’agguato, i magistrati gli chiedono di don Rialti. L’arcivescovo conferma di aver condotto un’«indagine previa» e spiega come ci si comporta quando vengono denunciate  le molestie di un sacerdote: «L’arcivescovo apre un’indagine, svolta personalmente o tramite persone di fiducia» spiega. «Solo nel caso in cui emergano fatti concreti sottopone la domanda di apertura della fase istruttoria alla Santa Sede. Che, se ritiene presente il fumus delicti, invita ad avviare l’istruttoria del processo, affidandola a un giudice nominato dall’arcivescovo. L’esito viene poi sottoposto alla Santa Sede, che indica all’arcivescovo i contenuti della sentenza che deve emettere».

    Per la prima volta, insomma, viene messa nero su bianco la lunga e arcigarantista prassi che la giustizia ecclesiastica applica ai casi di presunte violenze sessuali. E svela ciò che s’è sempre sospettato: ogni caso viene segnalato, seguito e ratificato dal Vaticano. Anche quello accaduto nella più remota canonica. Ovvero: non può, e non poteva, non sapere.

    Concluso il preambolo, Betori riferisce al pm, Giuseppina Mione, della sua «indagine previa»: «Due anni fa, a Empoli, l’allora parroco, don Paolo Cioni mi riferì che correvano voci di attenzioni di don Rialti verso minorenni». L’arcivescovo interpella l’interessato: «Mi disse che un ragazzo avrebbe lamentato attenzioni nei suoi riguardi per un gesto che lo stesso Rialti riferì essere stata solo una “pacca sul sedere”, data amichevolmente».

    Del caso viene investito pure Maniago, già coinvolto nell’inchiesta su don Cantini: «Interrogò il direttore del consiglio parrocchiale» dice  Betori. «Ma anche da questa verifica non emersero fatti concreti».

    LA CURIA INTERCETTATA: «IL PAPA RISOLVE LA COSA»

    Il dettaglio della deposizione viene rivelato dall’arcivescovo allo stesso Maniago, in una telefonata del 6 dicembre 2011: «Sulla questione di Empoli, avevo fatto il tuo nome…». Maniago, annotano gli inquirenti, in quei giorni è stato convocato in Procura per l’inchiesta sull’agguato, anche lui come semplice persona informata dei fatti. Betori gli consiglia anche di contattare l’avvocato di fiducia della curia: «Senti lui per capire come impostare le cose». E aggiunge: «Credo che lui ti possa istruire bene».

    Anche don Cioni è intercettato. È stato il primo a denunciare i supposti atteggiamenti equivoci di don Rialti: «Nella comunità l’han parato tutti, capito?» rivela a un altro prete. «Hanno fatto l’arcano». E lo stesso Don Rialti, nonostante tema le intercettazioni, parla con un ragazzo di una «seratina», di un «hotel fuori dal mondo» e di un «regalino». La Procura apre un fascicolo. Il sacerdote di Empoli viene iscritto nel registro degli indagati. Il fascicolo però sarà archiviato il 7 maggio 2013 perché i giovani coinvolti sono tutti maggiorenni.

    Nell’inchiesta sul ferimento di Don Brogi sono diverse le utenze della curia intercettate dalla procura. A partire da quelle di Maniago e Betori, che sanno di avere il telefono controllato. Lo stesso Betori, in una chiamata del 23 novembre 2011, ne parla con Enrico Viviano, in quel momento addetto stampa dell’arcivescovato: «Adesso l’unico problema che io vedo è questo. È che io son monitorato dai poliziotti eh… Sappilo». Aggiunge: «E sanno tutto ovviamente. Dove sto…». Così i dialoghi telefonici sono spesso ermetici, con rimandi e rinvii: «Ne parliamo a tu per tu». Oppure: «De visu è sufficiente».

    La curia è in ambasce. «‘Un ce ne facciamo mancare una, via!» scherza al telefono l’arcivescovo con Maniago. Don Brogi, fortunatamente, non è in pericolo di vita. Ma le ferite non sono sono quelle fisiche. E arrivano fino al Vaticano. Betori e Brogi vengono ricevuti da Papa Benedetto XVI. Lo racconta lo stesso arcivescovo in una telefonata intercettata il 4 dicembre 2011, alle 14,42, con un certo «Carlo». L’uomo gli domanda: «Finalmente hai ricevuto l’udienza?». Betori conferma, e aggiunge: «M’ha promesso che risolve la cosa». A cosa si riferisce l’arcivescovo? E come sarebbe dovuto intervenire il Papa?

    LA «PISTA GIUSTA» E GLI ALTRI ORCHI

    Pochi giorni dopo, il 7 dicembre 2011, un informatore mette gli inquirenti fiorentini sulla traccia giusta. L’attentatore di don Brogi, rivela, è un signore di 73 anni con precedenti penali: Elso Baschini. L’uomo si professa innocente. Non c’è movente. Non c’è arma. Ma ci sono tanti indizi. Che condurranno Baschini alla condanna in primo grado: 12 anni e sei mesi. Nella sentenza, si parla anche della sfumata pista su don Rialti: «Le informazioni raccolte e gli esiti dell’attività di intercettazione davano contezza che costui si era reso protagonista di atti di pedofilia in danno di giovani, che però in un secondo momento si accertava essere tutti maggiorenni».

    Anche questo fascicolo viene archiviato. La pena per Baschini, difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano, in appello scende a 9 anni e un mese. Ma la sentenza viene poi annullata in Cassazione. Tutto da rifare. Il 20 dicembre 2016 l’uomo viene ri-condannato a 8 anni e 10 mesi. Pena che la suprema corte conferma il 28 settembre 2018. Caso chiuso. La piaga della pedofilia, invece, non si rimargina. A Firenze, l’ultimo scandalo scoppia il 23 luglio 2018. Don Paolo Glaentzer, amministratore parrocchiale di una chiesa di Calenzano, viene arrestato mentre molesta in auto una bambina di dieci anni. Davanti ai magistrati, si giustifica: «Pensavo ne avesse 14». È stato «cautelativamente sospeso dall’esercizio del ministero pastorale».

    «Le vicende legate alla pedofilia hanno segnato i momenti più brutti del mio mandato» ha spiegato l’arcivescovo Betori sul Corriere fiorentino del 17 ottobre 2018. «Bisogna riconoscere come il male aggredisce anche la Chiesa con i suoi uomini, e prendere atto della nostra fragilità». Nell’intervista aggiunge: «Il danno, innanzitutto, è quello provocato sulle vittime. Anche fosse successo una sola volta, in una sola parte del mondo, sarebbe un trauma per la nostra fedeltà al Signore».

    AMARO EPILOGO (CON PROMOZIONI)

    La curia fiorentina adesso prova a seguire la retta via. Betori è uno stimato cardinale: Papa Francesco l’ha nominato membro del Pontificio consiglio per i laici, della Congregazione per il clero e della Congregazione per le cause dei santi. Il suo predecessore, il cardinale Antonelli, è presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Il cardinale Piovanelli è morto due anni fa. Maniago, divenuto vescovo di Castellaneta, è anche presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei e membro della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti. Lelio Cantini è morto nel 2012, a 89 anni. John Moniz ha fatto perdere le sue tracce. Don Rialti indossa ancora la tonaca ed è giudice ecclesiastico.

    Anche le vittime provano ad andare avanti. Ricacciano dentro il dolore. Le loro storie giacciono in polverosi fascicoli, negli archivi del Tribunale di Firenze. La giustizia penale ha tentato di fare il suo corso. Quella divina, molto meno. (continua…)

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-italia-chiesa-toscana/?fbclid=IwAR239f7ZcC6yT065ay1jbV1D7l0Yk4gPCH9MeQh9MbZWIKK_BEd9AwWZM1I

  • VIAGGIO NELLA CHIESA DELL’OMERTA’

    VIAGGIO NELLA CHIESA DELL’OMERTA’

    di Maurizio Belpietro

    L’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, nello scorso mese di agosto ha puntato il dito contro le gerarchie vaticane, colpevoli a suo dire di aver coperto l’opera di “corruzione morale” portata a termine su giovani seminaristi dal cardinale di Washington Theodore Edgar McCarrick. Il memoriale, pubblicato in esclusiva da La Verità, era un vero e proprio atto d’accusa contro la Chiesa, e faceva nomi e cognomi di alti prelati che da anni erano a conoscenza del comportamento del porporato, il quale dormiva abitualmente con i giovani a lui affidati. Ma nonostante le denunce dei ragazzi abusati, nessuno fece nulla e solo quando la faccenda finì sul New York Times il cardinale fu destituito.

    La Procura della Pennsylvania, sempre nello scorso mese agosto, ha reso noto un dossier di 1.300 pagine sugli abusi sessuali compiuti in sei delle otto diocesi dello Stato americano: un’indagine condotta in due anni dal gran giurì e che ha portato sul banco degli imputati 301 sacerdoti, i quali avrebbero approfittato di oltre mille minori. Anche in questo caso con le coperture di vescovi e arcivescovi i quali, pur avendo ricevuto diverse segnalazioni, hanno preferito rivolgere lo sguardo altrove. Casi analoghi sono venuti alla luce in Cile, in Paraguay, a Santo Domingo, in Irlanda, in Australia, in Germania, in Belgio, in Olanda. L’elenco è lungo e quasi sempre dalle carte delle inchieste spunta il silenzio dei vertici, di chi aveva la possibilità di rimuovere il predatore sessuale in tonaca e non lo ha fatto.

    E in Italia? Mentre all’estero si riflette sul comportamento della Chiesa nei casi di abusi su minori compiuti da sacerdoti, nel nostro Paese che cosa è avvenuto? Panorama è andato a rileggersi le carte delle inchieste che hanno visto coinvolti preti che invece di consacrare la propria vita a Dio l’hanno consacrata agli abusi, approfittando dei minori che avevano intorno,.

    Gli atti dei processi sono sconvolgenti, perché non solo si scopre che quasi mai le vittime sono state risarcite per ciò che hanno subito, private di un qualsiasi indennizzo sia dal colpevole sia dai superiori, i quali, pur sapendo, hanno preferito l’omertà alla denuncia. Ma si scopre anche che mentre la Giustizia faceva il proprio corso, accertando gli abusi, il tribunale ecclesiastico assolveva il pedofilo in tonaca consentendogli di continuare a esercitare il suo magistero e, dunque, spesso anche di commettere altre violenze. Le storie che leggerete nell’inchiesta che comincia con questo numero di Panorama sono agghiaccianti. Ci sono altri prelati, tutt’ora in servizio, in qualche caso hanno fatto anche carriera, che non solo non sono intervenuti per impedire che un prete accusato di abusi proseguisse l’opera di predatore sessuale, ma addirittura sono stati accusati di aver fatto sparire sms compromettenti o, incredibile, di aver avvisato il prete dell’esistenza delle indagini e di intercettazioni disposte dalla magistratura.

    Grazie alla prescrizione le vicende sono spesso restate impunite anche perché, a causa della minore età delle vittime, le denunce sono state presentate anni dopo i fatti, proprio come è successo in America o in Cile. Ma, a differenza di quanto capitato negli Stati Uniti o in America Latina, da noi nessuno paga e soprattutto nessuno parla. Gli arresti sono confinati nelle cronache e le carte dei processi con le responsabilità dei vertici vaticani sono seppellite negli archivi dei tribunali. Con l’articolo della diocesi di Firenze, Panorama comincia oggi un’inchiesta a puntate dedicata ai tanti Spotlight (dal nome del film, premiato con l’Oscar, che ha svelato le coperture dei vertici della Chiesa sugli abusi commessi nelle diocesi di Boston) italiani. Quello dei nostri inviati è un viaggio nella Chiesa dell’omertà. Buona lettura.

    (Trascrizione da Panorama del 21 novembre 2018 – Editoriale)

  • Tutti gli abusi coperti dalla Chiesa in Italia

    Tutti gli abusi coperti dalla Chiesa in Italia

    GRANDE INCHIESTA DI “PANORAMA”

    Sono centinaia le vittime di preti pedofili, ma quasi sempre i vescovi hanno messo a tacere. Il settimanale racconta le loro storie

    Sul settimanale, da oggi in edicola, la prima puntata dell’inchiesta sulla pedofilia che mette i vescovi sotto accusa. Si parte da Firenze, per decenni scabroso regno di don Cantini: un processo andato in prescrizione

    di Antonio Rossitto

    La curia di Firenze ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dei suoi pastori. Il capoluogo toscano è stato silenzioso avamposto dei mali che hanno squassato la Chiesa: la pedofilia e le violenze sessuali.

    Panorama, in edicola da oggi, ha raccolto prove e documenti inediti. Ha disseppellito faldoni giudiziari. Ha parlato con le vittime. Ha incrociato date e nomi. E la diocesi di Firenze è soltanto la punta di un iceberg: nelle prossime settimane, verranno svelate altre storie di colpevoli omissioni. Omertà e inerzie che hanno sterilizzato la giustizia penale, garantendo impunità ai rei. Grazie anche a un paradosso secolare: i vescovi italiani non hanno l’obbligo di denuncia penale. Un paravento dietro il quale troppe curie continuano a nascondere reati e oscenità.

    Partiamo proprio dalla parrocchia Regina della Pace, periferia di Firenze, fino al 2004 scabroso regno di don Lelio Cantini. Qui, ricorda Panorama, si è consumato uno dei più gravi casi di abusi, fisici e morali, nella storia della Chiesa.

    Decenni di violenze e segreti. E solo nel 2007 la Procura di Firenze aprirà un’indagine: accerterà i fatti, ma il processo contro don Cantini si estinguerà per prescrizione. Quelle donne, al tempo ragazzine, si chiamano M.V. oppure L.P. Sono decine. E le loro storie sono tutte, tragicamente, identiche. Conoscono don Cantini mentre si preparano alla prima comunione. C’è anche chi ha appena dieci anni: è una bambina. Il prete le chiama nella sua stanza, dopo il catechismo. Le tocca, le bacia. Poi si spoglia e le costringe a rapporti orali o completi.

    “Dovete sentirvi privilegiate, scelte dal Signore”. Su quegli incontri, si raccomanda, nemmeno un fiato (…)

    Già nel 1992, emerge dalle carte dell’inchiesta, viene denunciato un abuso sessuale al cardinale Silvano Piovanelli, allora arcivescovo di Firenze. Poi, di nuovo, nel 1995. Passano gli anni. Una vittima parla con un’altra. Qualcuno si libera dell’orrore. Chi l’ha seppellito per vergogna ritrova la forza. Nella primavera del 2005, dieci donne cominciano a stendere i loro memoriali. Li consegnano a Piovanelli. Gli chiedono di far da tramite con il suo successore: il cardinale Ennio Antonelli, oggi presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Don Cantini, intanto, viene spostato nella canonica di Mucciano, a 30 chilometri da Firenze. Le vittime però aumentano. Continuano a cercare risposte. Fino a quando, il 20 marzo 2006, non decidono di inviare una lettera con 19 firme a papa Benedetto XVI. Alla missiva sono allegate quelle atroci testimonianze. Le vittime scrivono di essere state ascoltate il 28 febbraio 2006 da Antonelli, dopo “numerose richieste di intervento”. (…)

    La risposta di Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, è del primo aprile 2006. Panorama ne rivela il contenuto: “Alla luce della documentazione allegata, ho provveduto a prendere contatti con l’arcivescovo di Firenze (Antonelli, ndr), il quale mi ha assicurato che la vicenda è all’esame dei competenti organi della Santa Sede. Nel contempo, mi ha assicurato che il sacerdote ha lasciato la diocesi, non celebra pubblicamente l’eucaristia e si astiene dall’amministrare il sacramento della penitenza. Auspico che quanto disposto dall’autorità ecclesiastica rafforzi la comunione e infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo”. Nonostante la gravità dei fatti, il Vaticano non denuncia don Cantini. (…) Per le vittime è l’ennesimo sfregio. I fatti cominciano a trapelare. La notizia finisce sui giornali. E il 10 aprile 2007, finalmente, la Procura di Firenze apre un’inchiesta. Quattro giorni dopo, il 14 aprile 2007, il cardinale Antonelli interviene pubblicamente: “Nell’estate 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Nel clamore mediatico finora ho taciuto, non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché, prima di parlare, volevo confrontarmi e consigliarmi con alcuni autorevoli sacerdoti. (…) Comprendo che le vittime ritengano la punizione troppo leggera. (…) Ma la Chiesa deve mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e a cercare di vincere il male con la forza della mitezza”. Il cardinale si duole anche dell’eco avuto dal caso: “Ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili. La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede”. Lo “stile evangelico” impone, dunque, che i panni sporchi della Chiesa si lavino nelle case del Signore: la curia e il Vaticano.

    La decisione, e i commenti di Antonelli, si trasformano in boomerang. Tanto che la diocesi è costretta a un’istruttoria supplementare, avviata il 30 giugno 2007. L’indagine dura un altro lunghissimo anno. Alla fine, il 12 ottobre 2008, Benedetto XVI decide la riduzione allo stato laicale di don Cantini. Dalla denuncia dei primi abusi sono passati 16 anni.

    (trascrizione da La Verità del 21 novembre 2018)

  • Pedofilia nella chiesa, torna l’incubo don Cantini. Scoop di Panorama con documenti inediti e omissioni curia Firenze

    Pedofilia nella chiesa, torna l’incubo don Cantini. Scoop di Panorama con documenti inediti e omissioni curia Firenze

    Si torna a parlare di don Lelio Cantini, il prete fiorentino che nel 2008 venne ridotto allo stato laicale perchè riconosciuto colpevole ‘di abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori’. Lo fa il settimanale Panorama, che in una nota annuncia l’esclusiva in edicola sul prossimo numero, da domani 21 novembre, dove saranno pubblicati “documenti inediti, coperture, omissioni e omertà con cui la curia fiorentina ha coperto i responsabili”.

    Proprio per queste omertà, prosegue il settimanale, “la giustizia non ha potuto perseguire i colpevoli”, e i processi “si sono tutti conclusi con la prescrizione”. Il caso di don Lelio Cantini, parroco in una chiesa fiorentina dai primi anni Novanta fino al 2004, morto nel febbraio 2012, “è emblematico”.

    Panorama rivela la lettera con cui il cardinale Camillo Ruini risponde, nel marzo 2006, prosegue “a 19 vittime dei gravi e ripetuti abusi del prete: La vicenda scrive Ruini è all’esame della Santa Sede. Tuttavia nessun provvedimento è mai seguito a quella dichiarazione”, e solo nel 2008 Cantini sarà ridotto allo stato laicale da Papa Benedetto XVI.

    Secondo il settimanale dai primi anni ’90 a Firenze “decine di vittime hanno denunciato gli abusi sessuali subiti da parte dei loro parroci”. Quella fiorentina, conclude la nota, sarà la prima puntata di un’inchiesta che Panorama dedicherà nelle prossime settimane agli abusi sessuali nelle parrocchie italiane.