Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Forlì

  • Caso Don Zaghini, patteggiano i due estorsori

    Caso Don Zaghini, patteggiano i due estorsori

    SCANDALO A SAN MERCURIALE. Accordo tra accusa e difesa: due anni a testa per i ventenni ex amanti del prelato e 5mila euro di indennizzo

    Forlì, 20 luglio 2011 – QUATTRO mesi dopo il caso è chiuso. O quasi. Forlì tira le somme; restano in sospeso però i conti di Bologna; i più urticanti: nell’affaire don Zaghini, i due ventenni forlivesi che ricattarono l’ex abate di San Mercuriale — estorcendogli per un paio d’anni sesso e denaro in cambio del silenzio sull’incoffesato, incoffesabile triangolo amoroso — sono tornati in libertà (erano ai domiliari). Contestualmente il loro legale (Fabrizio Ragni) ha ratificato il patteggiamento col pm Fabio Di Vizio. Entro settembre i due sfileranno davanti al giudice dell’udienza preliminare (Luisa Del Bianco) per il sigillo del ‘popolo italiano’. L’accordo prevede due anni di reclusione (condanna che sta pari pari nel recinto della condizionale) più il risarcimento a don Zaghini, che in questa conduttura giudiziaria primaria figura come persona offesa per il reato di estorsione: 5mila euro e spicci andranno all’ex numero uno della chiesa-distintivo di Forlì.

    MA I GUAI per il 66enne alto prelato — sospeso e collocato momentaneamente a riposo dal vescovo Lino Pizzi — non sono qui. Sono a Bologna. Alla Direzione distrettuale antimafia. Dove a metà giugno è sbarcato un plico col timbro della procura di Forlì; plico ricchissimo degli estremi del caso Zaghini. Nella perquisizione effettuata nella canonica di San Mercuriale subito dopo l’emersione del caso — 8 aprile — i carabinieri del nucleo operativo radiomobile di Forlì scovano nell’abitazione del prete una moltitudine di materiale sospetto. Filmati piazzati sulla memoria del computer e dvd a valanga. Secondo qualificate fonti investigative quella congerie di supporti digitali nasconderebbero presunti filmati a sfondo pedopornografico. Argomento che da circa un anno è passato di competenza della Dda. Ora sta ai detective bolognesi fare le prossime mosse: che indice di gravità è inclusa nelle immagini del pc di don Zaghini? E lui, che cosa rischia adesso in concreto?

    VENERDI 8 aprile. Pomeriggio tardi. Prima chiamata ai carabinieri. Al telefono c’è don Zaghini: «Ho un problema con due giovani per il pagamento di alcuni lavori al chiostro…»; seconda telefonata; stavolta al cellulare c’è uno dei due ragazzi: «Venite a San Mercuriale, c’è un problema col parroco…». È l’epilogo. Drammatico. Ai militari il parroco sciorina repentinamente la sua trama, col timbro della verità. I due giovani ne snocciolano un’altra, di verità. I carabinieri portano tutti in caserma. Gli animi si placano. Le parole decantano. A galla si profilano le versioni poi messe a verbale: i due giovani sono dei ricattatori (l’hanno ammesso).
    Don Franco Zaghini (non solo abate di San Mercuriale, ma pure eminente studioso e illustre docente di teologia, impegnato socialmente in città come rotariano) con quei due ragazzi aveva una relazione omosessuale che andava avanti da un paio d’anni. Gli incontri avevano un prezzo: a pagare era don Zaghini (con tutta probabilità coi soldi delle offerte, sempre munifiche a San Mercuriale). Duecento, trecento euro a convegno. I ragazzi però avevano scoperto che il prete, nel frattempo, li tradiva. Aveva imbastito un’assidua corripondenza con un terzo giovane. A lui, don Zaghini — dicono i due amanti ai militari — donava somme superiori a quelle riservate a loro. Così i due pretendevano di più. Il ricatto diventa allora il prezzo del silenzio sullo scandalo. Ma il tessuto della storia si lacera. I ragazzi assillano don Zaghini. Che la sera dell’8 aprile, stremato, affronta la via della legge. Prima con la sua verità. Poi con quella — molto più scomoda — dei verbali.

    di MAURIZIO BURNACCI

  • Forlì, prete ricattato da due giovani gay coi quali aveva rapporti sessuali

    Forlì, prete ricattato da due giovani gay coi quali aveva rapporti sessuali

    Uno scandalo sessuale si abbatte sull’ex abate di San Mercuriale a Forlì, don Franco Zaghini. Secondo quanto emerso, questi aveva da tempo una relazione con due giovani omosessuali di 25 e 24 anni, che lo avevano ricattato. Il vescovo mons. Lino Pizzi ha quindi rimosso don Zaghini dal suo incarico a San Mercuriale.
    Secondo la ricostruzione degli inquirenti, guidati dal sostituto procuratore Fabio Di Vizio, i due giovani ricevevano dei soldi per consumare rapporti sessuali col sacerdote. Ma la relazione si era interrotta quando i due avevano saputo che don Zaghini aveva iniziato una relazione a pagamento con un romeno (poi tornato al suo Paese) che minacciava di diventare esclusiva. I due giovani gay avevano quindi preteso più soldi, per non rivelare tutta la storia al vescovo. Nel corso di un’accesa discussione proprio a San Mercuriale, il prete e i due ragazzi avevano chiamato la polizia, che era intervenuta sul posto. Ai militari, come prima versione, era stato detto che c’era una lite per dei lavori in parrocchia eseguiti ma non pagati. Ma poi, condotti i tre in caserma, il parroco aveva confessato la tresca. Sulla base di quanto detto dallo stesso don Zanghi, la relazione durava da anni e i due si erano rivolti a lui bisognosi di denaro. Ma poi erano iniziati i rapporti sessuali, pagati all’inizio 200 € ogni volta. Per un flusso totale di denaro difficile da quantificare e di cui non è ancora chiara la provenienza. L’estorsione in questo caso non si configurerebbe non tanto nel pagamento delle prestazioni sessuali, quanto nella successiva intimazione a versare più soldi, sotto la minaccia dello scandalo pubblico.
    La storia ha aperto due filoni di indagine, uno per estorsione di competenza della Procura di Forlì, l’altro gestito dalla Procura Distrettuale antimafia di Bologna per la perizia del pc del parroco, al fine trovare tracce di pagamenti e contatti con coloro che avevano preteso soldi. Ma si parla anche di accusa per detenzione di materiale pedo-pornografico, per foto e video sospetti che sarebbero stati rinvenuti nel pc del religioso.
    Valentino Salvatore

    http://www.uaar.it/news/2011/06/30/forli-p…porti-sessuali/

  • Forlì, prete ricattato. L’avvocato di Don Zaghini: ”Non è indagato”

    Forlì, prete ricattato. L’avvocato di Don Zaghini: ”Non è indagato”

    28 giugno 2011 – 19.53 (Ultima Modifica: 28 giugno 2011)

    FORLI’ – Don Franco Zaghini, l’abate di San Mercuriale fino all’aprile scorso finito al centro del caso di estorsione a sfondo sessuale che ha portato all’arresto di due giovani di 24 e 25 anni, non ha ricevuto alcun avviso di garanzia nei suoi confronti. Lo ha detto l’avvocato Massimo Beleffi dopo la notizia pubblicata martedì dal “Corriere Romagna”, che ha riportato di un’iscrizione nel registro degli indagati del sacerdote per detenzione di materiale pedo-pornografico.

    L’avvocato ha specificato come don Zaghini risulta parte lesa dopo il tentativo di estorsione da parte dei due ragazzi. Gli inquirenti hanno chiarito che il fascicolo sull’estorsione è di competenza della Procura di Forlì ed è nelle mani del sostituto procuratore Fabio Di Vizio. Sono in corso gli accertamenti sul computer dell’ex abate di San Mercuriale. Di quest’ultimo aspetto se ne sta occupando la Procura distrettuale antimafia di Bologna.

    www.romagnaoggi.it/forli/2011/6/28/197270/

  • Don Franco Zaghini indagato per pedopornografia

    Don Franco Zaghini indagato per pedopornografia

    28 giugno 2011 – 9.35 (Ultima Modifica: 28 giugno 2011)

    FORLI’ – Don Franco Zaghini, l’abate di San Mercuriale fino all’aprile scorso finito al centro del caso di estorsione a sfondo sessuale che ha portato all’arresto di due giovani di 24 e 25 anni, è stato indagato dalla Procura distrettuale antimafia di Bologna con l’accusa di detenzione di materiale pedo-pornografico. La notizia è stata riportata martedì dall’edizione forlivese del “Corriere Romagna”. Un autentico terremoto per la Diocesi forlivese.

    L’inchiesta, inizialmente seguita dal sostituto procuratore della Repubblica di Forlì, Fabio Di Vizio, e dai Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile, guidati dal tenente Cristiano Marella, è passata alla procura di Bologna per competenza, in quanto del capo d’imputazione che vede indagato il sacerdote, se ne occupa la Distrettuale antimafia. Lo scandalo è scoppiato lo scorso aprile, con l’arresto di due giovani, accusati di estorsione.

    Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, don Zaghini aveva pagato i due ragazzi per consumare dei rapporti sessuali. La sorte di relazione si è bruscamente interrotta quando i due giovani hanno scoperto che il sacerdote avrebbe avuto un terzo partner, un romeno poi rientrato nel suo Paese. A quel punto hanno cominciato a pretendere con forza compensi più profumati, almeno pari a quelli del “terzo incomodo”, o avrebbero rivelato tutto al vescovo.

    Insomma, l’estorsione starebbe non nel pagamento, ma nella “richiesta dell’aumento”. Gli inquirenti hanno analizzato il computer del parroco di San Mercuriale per verificare la presenza di documenti riconducibili alla contabilità oppure mail ricevute, inviate dagli estorsori per mettere sotto pressione il sacerdote. Nel pc si sono cercati anche indirizzi o nominativi che possono tornare utili ai fini dell’inchiesta. Altri accertamenti verranno eseguiti dagli esperti della Polizia Postale.

  • Forlì, prete ricattato. Si attende la perizia del computer

    Forlì, prete ricattato. Si attende la perizia del computer

    13 aprile 2011 – FORLI’ – Nell’inchiesta che ha travolto don Franco Zaghini, parroco di San Mercuriale, finito al centro del caso di estorsione a sfondo sessuale che ha portato all’arresto di due giovani – Cristian Silimbani di 24 anni e Aldo Mainiero, campano di 25, residente a Forlì – attualmente ai domiciliari, i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile, guidati dal tenente Cristiano Marella, sono in attesa dei risultati della perizia del materiale informatico sequestrato al sacerdote.

    In particolare gli inquirenti vogliono appurare se nel computer del parroco di San Mercuriale ci sono documenti riconducibili alla contabilità oppure mail ricevute, inviate dagli estorsori per mettere sotto pressione il sacerdote. Nel pc si cercano anche indirizzi o nominativi che possono tornare utili ai fini dell’inchiesta. Per il momento ancora nessuna traccia del presunto terzo amante. Gli uomini dell’Arma hanno precisato che deve esser ancora identificato.

    www.romagnaoggi.it/forli/2011/4/13/190787/

  • Forlì, la Diocesi sospende il prete coinvolto nel ricatto a sfondo sessuale

    Forlì, la Diocesi sospende il prete coinvolto nel ricatto a sfondo sessuale

    12 aprile 2011 – FORLI’ – Il vescovo della Diocesi di Forlì-Bertinoro, monsignor Lino Pizzi, ha sospeso il prete finito al centro del caso di estorsione a sfondo sessuale e che ha portato all’arresto di due giovani – un forlivese di 24 anni e un casertano di 25, da mesi residente in città -, ora ai domiciliari. Lo ha reso noto la Diocesi stessa in una nota, spiegando che il provvedimento è stato preso sulla base di quanto stabilito dal Codice di diritto canonico.

    La Curia diocesana ha espresso inoltre “dolore e amarezza per il coinvolgimento in questa triste vicenda di un sacerdote della diocesi” e “manifesta la sua fiducia che la Magistratura farà il suo corso per accertare i reati avvenuti”. “Limiti ed errori, anche gravi, che fanno parte della condizione umana – ha aggiunto la Diocesi – non offuscano la testimonianza fedele che tanti sacerdoti danno ogni giorno nell’esercizio del loro ministero per il bene delle comunità. Più che mai si rende necessaria la preghiera per i sacerdoti e perché non sia turbata la serenità della comunità”.

    www.romagnaoggi.it/forli/2011/4/12/190683/

    Forlì, prete ricattato. I ”partner” erano indigenti, ombre sull’inizio della relazione

    12 aprile 2011 – 21.15 (Ultima Modifica: 12 aprile 2011)

    FORLI’ – Cosa accadde al primo incontro tra il sacerdote e i due giovani ricattatori quando si conobbero nel 2009 per alcuni lavoretti edili da completare in chiesa? Chi strizzò per primo l’occhio ammiccando ad un rapporto sessuale? Sono questi gli interrogativi sui quali sono al lavoro i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile di Forlì, coordinati dal tenente Cristiano Marella, chiamati a sbrogliare la matassa del delicato caso del ricatto a sfondo sessuale.

    La vicenda è scoppiata venerdì sera, ed è terminata con l’arresto, subito convertito nei domiciliari, dei due giovani che stavano minacciando il sacerdote di rivelare la loro duratura relazione omosessuale a tre, chiedendo soldi. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, i due giovani, con esperienza come falegnami, si erano presentati al sacerdote in stato di indigenza per chiedere aiuto. Il prete si sarebbe dimostrato subito disponibile, dando loro l’opportunità di metter in tasca qualche soldo effettuando di lavori di manodopera in chiesa.

    I due ragazzi non avevano mai nascosto di esser omosessuali. Qualcosa è scattato all’improvviso, ma chi ha avanzato

    per primo la richiesta dei rapporti? Un punto buio in cui potrebbe celare sorprese. In ogni caso è nata così una sorta di relazione, consenziente, dietro pagamento sistematico delle prestazioni, che si è bruscamente interrotta quando i due giovani hanno scoperto che il sacerdote avrebbe avuto un terzo partner. A quel punto hanno cominciato a pretendere con forza compensi più profumati, almeno pari a quelli del “terzo incomodo”, o avrebbero rivelato tutto al vescovo. Insomma, l’estorsione starebbe non nel pagamento, ma nella “richiesta dell’aumento”.

    Un rebus anche cosa sia successo quel venerdì sera nella chiesa, quando sono partite verso il 112 due telefonate, entrambe che simulavano una lite per soldi a causa di lavori edili eseguiti e non retribuiti. Alla fine sono stati portati tutti in caserma e interrogati separatamente.

    Gli inquirenti sono al lavoro per verificare se sono coinvolti altri giovani e la provenienza dei soldi usati dal sacerdote per pagare i due ragazzi. Il patrimonio del sacerdote, infatti, per il diritto canonico, è comunque separato dal patrimonio della parrocchia. Nel corso degli approfondimenti sono state eseguite approfondite perquisizioni e i carabinieri hanno sequestrato al prete anche computer portatili e dvd, ora nelle mani dei tecnici per verificarne il contenuto.

    www.romagnaoggi.it/forli/2011/4/12/190697/

  • Cesenatico – Don Giacomoni resta in cella

    Cesenatico – Don Giacomoni resta in cella

    01/04/2010 – 12:37

    Cesenatico – Don Giacomoni resta in cella

    Respinta la richiesta di sospensione della pena. L’accusa di ciolenza sessuale su minori è più forte delle lettere disperate dal carcere

    CESENATICO – (n.b.) Le speranze di Giuseppe Giacomoni, il “don” di Villamarina, non si esauriscono con la pronuncia della Corte di Cassazione, ma il suo legale, l’avvocato forlivese Menotto Zauli, sta preparando istanze su istanze affinché il suo assistito quantomeno possa godere di una sospensione della pena per la grave malattia di cui soffre.
    Il “don” di Villamarina, condannato per violenza sessuale su minori ed induzione e sfruttamento della prostituzione minorile, è tornato in carcere lo scorso 24 novembre sulla base della pronuncia del 19 novembre della Cassazione. Il parroco 85enne originario di Russi, ex presidente dell’associazione Arcobaleno di Villamarina, arrestato l’11 ottobre 2006, era fino all’ordine di carcerazione eseguito dalla Squadra Mobile di Forlì, domiciliato in un seminario per parroci in pensione.

    La pronuncia della Cassazione ha in sostanza ribadito la pena stabilita dalla Corte d’Appello di Bologna il 18 febbraio, ovvero 6 anni e 8 mesi, 7mila euro di multa e l’interdizione perpetua sia dai pubblici uffici che da istituzioni e strutture pubbliche e private frequentate dai minori, sentenza che, tuttavia aveva in qualche modo “mitigato” la condanna in primo grado emessa dalla giudice Rita Chierici e fissata in 8 anni (dal massimo di pena previsto per la pedofilia, 12 anni, la si riduceva di un terzo, come previsto per il rito abbreviato). Al parroco fino all’ottobre 2008 era concesso lasciare il seminario per alcune ore al giorno, per poi dovervi necessariamente far ritorno; da un anno a questa parte invece, pare non fosse più sottoposto a misure cautelari. Dal pomeriggio del 25 novembre per Giacomoni si sono aperte le porte del carcere di Forlì.
    Il legale di Giacomoni, Menotto Zauli, aveva presentato appello alla Cassazione, la quale tuttavia ha ritenuto che i motivi addotti, malgrado elaborati, non fossero attinenti e, pur sollevando un difetto di motivazione della sentenza in Appello, la Corte ha ritenuto che due gradi di giudizio portavano ad un’integrazione degli elementi e, in definitiva, ha rigettato l’impugnativa.

  • Gambettola, condannato il prete accusato di violenza

    Gambettola, condannato il prete accusato di violenza

    Gambettola, 11 gennaio 2010 – Il referto del pronto soccorso, è quello il documento decisivo. Quella la prova risultata fatale a don Alvaro Coca Tejada, 27 anni, originario della Bolivia, ex cappellano a Gambettola, condannato in tribunale a Forlì a 4 anni e mezzo di reclusione per violenza sessuale ai danni di un ragazzo di 22 anni effettuata in parrocchia.

    Verdetto con rito abbreviato che ha contemplato una doppia riduzione di un terzo della pena: sia per la scelta del ‘processo breve’ incardinato allo stato degli atti senza ricorrere al dibattimeno pubblico, sia per le attenuanti generiche riconosciute all’imputato. Alla fine il giudice Del Bianco ha accolto le richieste del pm Fabio Di Vizio. Alla parte civile, ovvero l’associazione Papa Giovanni XXIII e la stessa vittima ( tutelate da Annalisa Chiodoni) andranno 106mila euro di risarcimento danni. Ora l’avvocato Alberto Bricchi — che difende il giovane prete (che resta in carcere. Fu subito sospeso ‘a divinis’ dal vescovo)— attende le motivazioni del verdetto per ricorrere in appello.

    Non si lascia andare a commenti, l’avvocato Bricchi. Ma il suo pensiero l’aveva già espresso nell’arringa difensiva, nell’aula a porte chiuse: don Alvaro per lui andava assolto perché non può essere presa per buona la sola voce di un ragazzo di vent’anni. I fatti sono della sera del 9 maggio 2009. Gambettola: durante una festa in parrocchia a un certo punto si vede un giovane scendere di corsa dalle scale, sconvolto. Più tardi dirà ai parenti d’essere stato stuprato da don Alvaro. Il referto del pronto soccorso è chiaro: sul corpo del ragazzo ci sono segni di un rapporto sessuale. All’alba del 10 maggio il sacerdote — che da quel giorno non è più uscito dal carcere — viene arrestato con l’accusa di violenza sessuale.

    Tre sono le perizie mediche che l’avvocato difensore ha prodotto per annullare quel referto dell’ospedale. Sostengono che la presenza delle ragadi — principio su cui s’è basato il verbale medico per dare certa la violenza subita — non è da sola indicativa di un eventuale stupro. Ma le parole del giovane (che soffrirebbe di alcuni disturbi psicofisici) sono state ritenute fin dall’inizio chiare.

    https://www.ilrestodelcarlino.it/cesena/cronaca/2010/01/11/279014-gambettola_condannato.shtml

  • Cesena: l’abuso sessuale costa 4 anni e mezzo al prete violentatore

    Cesena: l’abuso sessuale costa 4 anni e mezzo al prete violentatore

    gennaio 2010 – 20.01 (Ultima Modifica: 08 gennaio 2010)

    GAMBETTOLA – Condanna pesante a 4 anni e 6 mesi, quella che il giudice per l’udienza preliminare Luisa Del Bianco ha inflitto al prete boliviano di 28 anni che nel maggio scorso fu arrestato con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di un giovane di 22 anni, di origini siciliane. Il giudice ha accolto in pieno le tesi dell’accusa: la vittima fu violentata al termine di una veglia di preghiera, invitato in canonica con la scusa di un lavoro.

    Quindi si sarebbe consumata la violenza. Qui il prete, vicario della parroco di Gambettola, ha tentato un primo approccio sessuale che, dopo il diniego del giovane, si è trasformato in un abuso sessuale, sfruttando lo stato di choc del 22enne, secondo l’accusa. Per l’episodio il pm Fabio Di Vizio ha chiesto quattro anni di carcere, ma il giudice ha deciso per quattro anni e mezzo. Il processo si è celebrato con rito abbreviato ed è terminato nella sera di venerdì. Il giudice ha deciso anche per una provvisionale di 106mila euro, un maxi-risarcimento civile che dovrà essere pagato dal prete. L’avvocato della difesa, Alberto Bricchi, ha già anticipato che la sentenza del tribunale di Forlì sarà appellata.

    Notevole anche il risvolto giuridico del processo. A spiegarlo è l’avvocato della parte civile Chiodoni, secondo cui il giudice, con un’apposita ordinanza, avrebbe riconosciuto il diritto della vittima a rivalersi anche sulla diocesi di Cesena per i danni morali. Si tratterebbe di una novità nel campo giuridico italiano per questo tipo di reati. Tuttavia, si è trattato di un diritto riconosciuto in astratto, considerato che nella forma semplificata del processo con rito abbreviato non è possibile inserire responsabili civili aggiuntivi.

    www.romagnaoggi.it/forli/2010/1/8/148189/

    ABUSI SESSUALI IN CHIESA
    FORLÌ, CONDANNATO PRETE

    Don Alvaro Coca Tejada, boliviano di 27 anni, ex cappellano della parrocchia di Gambettola, è stato condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Forlì, che lo ha riconosciuto colpevole di aver abusato sessualmente la sera del 9 maggio 2009 di un giovane di 22 anni attirato, in occasione di una festa in parrocchia, prima nello studio del sacerdote e poi nella sua camera da letto. È stato ritenuto decisivo il referto del pronto soccorso dell’ospedale Bufalini di Cesena: quel ragazzo aveva subito un abuso sessuale. In Tribunale, con rito abbreviato, il giudice Luisa Del Bianco ha accolto le richieste del pm Fabio di Vizio. L’ex cappellano, subito sospeso ‘a divinis’ dal vescovo, è stato condannato anche a pagare 106.000 euro alla parte civile: la vittima e l’associazione Papa Giovanni XXIII. Don Alvaro venne arrestato in canonica dalla polizia, mentre dormiva nella propria stanza, all’alba del 10 maggio. La ragione addotta per avvicinare il ragazzo era stata l’intenzione di parlare di un impegno estivo nei campi vacanza organizzati dalla parrocchia. Don Alvaro resterà nel carcere della Rocca di Forlì, da dove non è mai uscito dal giorno dell’arresto. L’avvocato della difesa, il cesenate Alberto Bricchi, attenderà le motivazioni della sentenza poi presenterà sicuramente ricorso in appello.

    Resto del Carlino, Il (Cesena)
    “Stupro, don Alvaro condannato a 54 mesi”

    Data: 09/01/2010
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    Cronaca Locale
    VALLE DEL RUBICONE pag. 14
    Stupro, don Alvaro condannato a 54 mesi
    Violentò un giovane, decisivo il referto medico
    IL REFERTO del pronto soccorso, è quello il documento decisivo. Quella la prova risultata fatale a don Alvaro Coca Tejada, 27 anni, originario della Bolivia, ex cappellano a Gambettola, condannato ieri sera in tribunale a Forlì a 4 anni e mezzo di reclusione per violenza sessuale ai danni di un ragazzo di 22 anni effettuata in parrocchia. Verdetto con rito abbreviato che ha contemplato una doppia riduzione di un terzo della pena: sia per la scelta del processo breve’ incardinato allo stato degli atti senza ricorrere al dibattimeno pubblico, sia per le attenuanti generiche riconosciute all’imputato. Alla fine il giudice Del Bianco ha accolto le richieste del pm Fabio Di Vizio. Alla parte civile, ovvero l’associazione Papa Giovanni XXIII e la stessa vittima ( tutelate da Annalisa Chiodoni) andranno 106mila euro di risarcimento danni. Ora l’avvocato Alberto Bricchi che difende il giovane prete (che resta in carcere. Fu subito sospeso a divinis’ dal vescovo) attende le motivazioni del verdetto per ricorrere in appello. NON si lascia andare a commenti, l’avvocato Bricchi. Ma il suo pensiero l’aveva già espresso nell’arringa difensiva, nell’aula a porte chiuse: don Alvaro per lui andava assolto perché non può essere presa per buona la sola voce di un ragazzo di vent’anni. I fatti sono della sera del 9 maggio 2009. Gambettola: durante una festa in parrocchia a un certo punto si vede un giovane scendere di corsa dalle scale, sconvolto. Più tardi dirà ai parenti d’essere stato stuprato da don Alvaro. Il referto del pronto soccorso è chiaro: sul corpo del ragazzo ci sono segni di un rapporto sessuale. All’alba del 10 maggio il sacerdote che da quel giorno non è più uscito dal carcere viene arrestato con l’accusa di violenza sessuale. TRE sono le perizie mediche che l’avvocato difensore ha prodotto per annullare quel referto dell’ospedale. Sostengono che la presenza delle ragadi principio su cui s’è basato il verbale medico per dare certa la violenza subita non è da sola indicativa di un eventuale stupro. Ma le parole del giovane (che soffrirebbe di alcuni disturbi psicofisici) sono state ritenute fin dall’inizio chiare. E così è stato anche ieri. Maurizio Burnacci

    Resto del Carlino, Il (Cesena)
    “«Io ne sono convinto: don Alvaro è innocente»”

    Data: 10/01/2010
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    Cronaca Locale
    CESENA PRIMO PIANO pag. 3
    «Io ne sono convinto: don Alvaro è innocente»
    L’avvocato Bricchi critica la condanna
    IN CARCERE Don Alvaro Coca Tejada è detenuto a Forlì
    DON ALVARO Coca Tejada, il sacerdote di origini boliviane che il primo aprile compirà 30 anni, ha pagato caro il suo poco ortodosso approccio con un giovane, il 9 maggio 2009, dopo una festa nella parrocchia di Gambettola, dove prestava servizio pastorale. Per il reato di violenza sessuale infatti è stato condannato nel tribunale di Forlì a quattro anni e mezzo di reclusione. Una condanna che sarebbe stata maggiore se non avesse affrontato il giudizio col rito abbreviato che riconosce automaticamente uno sconto di un terzo della pena. E’ A DIR POCO infuriato Alberto Bricchi, l’avvocato difensore: «Sono scandalizzato da questa sentenza. E sono convinto che don Alvaro sia innocente. Perchè una cosa è la condotta sconveniente, soprattutto per un prete, un’altra è la violenza sessuale, un reato gravissimo che ritengo sia stato ingiustamente addebitato a don Alvaro. Ho cercato di dimostrare con perizie mediche e delineando le personalità dei protagonisti che il mio assistito è innocente. Ma il giudice s’è fidato ciecamente della versione della vittima piangente, di fronte ai medici del pronto soccorso, di essere stato violentato. Ma l’attendibilità di questa versione credo dovrebbe essere verificata più a fondo. Lo stesso dovrebbe essere della versione del mio assistito, che ha ammesso il rapporto omosessuale, ma ha sostenuto come il giovane siciliano era consenziente. Io credo che il giudice abbia preso un abbaglio e, appena depositerà la sentenza (s’è presa 15 giorni per farlo), ricorrerò in appello». L’AVVOCATO Bricchi è critico e formale, ma non sa trattenere il disappunto e, se non lo dice in maniera esplicita, lo fa capire: se si fosse trattato di una persona comune’ e non di un sacerdote, forse non ci sarebbe stato l’arresto e la conseguente condanna. Don Alvaro intanto, da quel giorno passa le sue giornate in carcere a Forlì; sta male, è depresso e dimagrito. LA SENTENZA dell’altro ieri ha riaperto la ferita inferta a tutta la diocesi e in particolare alla parrocchia dove don Alvaro era cappellano, con in testa il parroco don Claudio Turci. Il vescovo Antonio Lanfranchi è addolorato e affida al suo ufficio stampa, Francesco Zanotti, questa dichiarazione: «Per noi è un dolore che si rinnova, un grandissimo dolore che segna tutta la comunità cristiana diocesana, che si sente essa stessa vittima di quanto accaduto. Dopo questa prima sentenza il procedimento giudiziario proseguirà, ma al di là di questo, il fatto addebitato a don Tejada rimane gravemente offensivo della dignità umana, del tutto contrario al vangelo e alla responsabilità di ogni sacerdote. Resta, ovviamente, il decreto di sospensione a divinis (don Alvaro per ora rimane sacerdote, ma non può officiare i sacramenti). Preghiamo affidando a Gesù Buon Pastore questo momento di sofferenza». Serafino Drudi ”çV

    Resto del Carlino, Il (Cesena)
    “«Non siamo parte civile per don Alvaro»”

    Data: 12/01/2010
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    Cronaca Locale
    VALLE DEL RUBICONE pag. 9
    «Non siamo parte civile per don Alvaro»
    RETTIFICA L’ASSOCIAZIONE PAPA GIOVANNI XXIII
    PER LA VICENDA giudiziaria che ha visto coinvolto don Alvaro Coca Tejada, 29enne cappellano di Gambettola, condannato a 4 anni e mezzo per violenza sessuale per un episodio accaduto nella canonica di Gambettola il 9 maggio dell’anno scorso, registriamo un intervento dell’associazione Giovanni XXIII, che ha emesso una nota di rettifica. In quest’ultima vi si legge tra l’altro: «Riguardo alla notizia della condanna per violenza sessuale a carico di don Alvaro, vorremmo precisare che l’Associazione papa Giovanni XXIII non è assolutamente parte in causa di questo procedimento, nè si è costituita parte civile». Ci scusiamo con la comunità fondata da don Oreste Benzi e col suo attuale responsabile, Giovanni Ramonda per averla indebitamente chiamata in causa, anche se solo come “parte civile”.

  • Cesenatico: sfruttamento della prostituzione, in carcere don Giacomoni

    Cesenatico: sfruttamento della prostituzione, in carcere don Giacomoni

    Le forze dell’ordine hanno bussato alle prime luci dell’alba di mercoledì al convento dove viveva don Giuseppe Giacomoni, il sacerdote 85enne titolare dell’associazione ”Arcobaleno” arrestato nell’ottobre del 2006 con l’accusa di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.

    Gli agenti hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, dove il prete dovrà scontare sei anni ed 8 mesi di reclusione così come stabilito dalla Corte d’Appello di Bologna.

    La delicata vicenda, fatta di ricatti sessuali e prestazioni mercenarie in cui è stato coinvolto anche un ragazzino straniero di 14 anni, è scoppiata nell’ottobre del 2006 quando, a finire il manette furono don Giacomoni, presidente e fondatore dell’associazione “Arcobaleno”, che accoglieva migranti in difficoltà e minori; Giuseppe Farnedi, 63 anni, noto ristoratore di Cesenatico accusato di abusi sessuali sul 14enne ed il muratore romeno 26enne Dan Joan Cilean, coinvolto, ma in un solo caso, per concorso in sfruttamento della prostituzione.

    L’indagine della Squadra mobile di Forlì, inizialmente coordinata dal pm Alessandra Serra, poi passata al sostituto procuratore Fabio Di Vizio, aveva fatto emergere una realtà inquietante: l’uomo di chiesa, secondo l’inchiesta, gestiva un vero e proprio giro di prostituzione “cedendo” gli ospiti della comunità umanitaria di cui era il gestore (stranieri, persone indigenti e anche un minore), in cambio di denaro. Dan Cilean, considerato il braccio destro di Don Giacomoni, è stato condannato ad un anno e sei mesi di reclusione, mentre Farnedi ha patteggiato due anni di reclusione.

    http://www.romagnaoggi.it/cesena/2009/11/25/144213/