Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Francesco Zanardi

  • Prete condannato per abusi torna a celebrare la messa

    Prete condannato per abusi torna a celebrare la messa

    Borghetto (Sv) – La Cassazione ha inflitto a don Massaferro una pena di 7 anni e 8 mesi per violenza su una chierichetta di 11 anni. Ma è di nuovo sull’altare

    di Marco Franchi

    “Quel prete era stato condannato per violenza sessuale nei confronti di una chierichetta di undici anni e adesso dice di nuovo messa”. Don Lu, così veniva chiamato dai parrocchiani Luciano Massaferro, è tornato sull’altare della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Borghetto. La sua presenza non è passata inosservata in una diocesi, quella di Albenga, che in passato era stata definita ‘refugium peccatorum’ dei sacerdoti pedofili.

    “Un giorno a messa ci siamo trovati davanti proprio lui, don Lu”, racconta un parrocchiano. Aggiunge: “All’inizio non credevamo ai nostri occhi, invece ha continuato a venire. Ci hanno detto che era stato scelto come vice parroco perché il titolare è malato”.

    Il volto di don Massaferro (55 anni) da queste parti lo conoscono tutti. Sono passati quasi dieci anni da quando l’ex parroco di Alassio venne accusato dal pm savonese Giovanni Battista Ferro di aver avuto rapporti sessuali con una chierichetta minorenne.

    Il pm Ferro nelle sue conclusioni contestava tre episodi riferiti dalla bambina di undici anni. Nel primo la piccola aveva raccontato che, mentre era in moto con il sacerdote per benedire le case, don Massaferro le avrebbe detto di essere nudo sotto la tonaca e le avrebbe chiesto di toccargli il pene. In seguito il sacerdote, disse la bimba, l’avrebbe portata in un capanno dove si sarebbe spogliato nudo davanti a lei chiedendole di toccarlo. Lo stesso sacerdote, secondo l’accusa, avrebbe poi toccato la minore.

    Un’esperienza che avrebbe provocato nella minore un trauma molto profondo. Arrivò una condanna definitiva a 7 anni e 8 mesi.

    Dopo l’inchiesta della magistratura, nel 2013 fu avviato un processo ecclesiastico. “La Congregazione per la Dottrina della Fede” riferiscono fonti della curia di Albenga, “lo affidò al Tribunale ecclesiastico di Genova”. I giudici della Curia di Angelo Bagnasco nel febbraio 2018 arrivarono a una conclusione opposta rispetto a quella della magistratura italiana: assoluzione. Il testo della sentenza ecclesiastica stabiliva che don Massaferro “deve essere completamente riabilitato in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti”.

    Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso che da anni denuncia i casi di pedofilia, usa parole severe: “Già eravamo rimasti stupiti quando, dopo la condanna da parte della Cassazione, era poi arrivata l’assoluzione del tribunale della Chiesa di Genova. A noi risulta che non abbiano sentito la vittima. Adesso scopriamo anche che don Massaferro celebra di nuovo messa, nella stessa diocesi dove sono avvenuti i fatti. Cosa penseranno i familiari della vittima?”, si chiede Zanardi. E sottolinea: “Si era detto di voler cambiare corso, ma i fedeli parlano di una piena restaurazione con messe talvolta celebrate in latino, con il sacerdote rivolto verso l’altare che dà le spalle ai fedeli e l’ostia che non viene più data in mano. Proprio il contrario di quello che chiede Francesco”.

    Guglielmo Borghetti è il vescovo di Albenga. Nel 2016 proprio papa Francesco lo aveva inviato qui dopo i ripetuti scandali che avevano toccato la diocesi: c’era stato anche il caso del seminario che era stato praticamente sciolto. Oltre alla questione, il Fatto ne aveva scritto, che diversi sacerdoti condannati per pedofilia nella altre regioni di Italia si erano rifugiati a vivere proprio ad Albenga e dintorni.

    Borghetti commenta così il ritorno sull’altare di don Lu: “Il sacerdote ha pagato tutto il suo debito con la giustizia italiana, è stato anche in carcere ed è interdetto dai pubblici uffici. Non sarà nominato parroco. Però la Chiesa nel suo ambito è sovrana e c’è stata anche l’assoluzione da parte del Tribunale Ecclesiastico che è molto severo. Bisogna seguire anche la ragione e non solo l’emotività: don Massaferro può dire messa”. Borghetti aggiunge: “Don Luciano non ha una chiesa fissa. In questi mesi si è prestato, con molta disponibilità, a celebrare ovunque mancasse un prete”.

    IL FATTO QUOTIDIANO del 5-3-2020
    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/03/05/prete-condannato-per-abusi-torna-a-celebrare-la-messa/5726170/

  • Condannato a sette anni e otto mesi, don Massaferro torna in servizio

    Condannato a sette anni e otto mesi, don Massaferro torna in servizio

    Nei tre gradi di giudizio, i magistrati non hanno avuto dubbi: Luciano Massaferro, «don Lu» per i fedeli, è colpevole di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni. La corte suprema, a luglio 2012, conferma la pena: sette anni e otto mesi, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 200 mila euro di risarcimento alla vittima.

    Per la chiesa invece, che lo ha processato in assenza della vittima e poi assolto da ogni accusa, il parroco molestatore può tornare a dire messa.

    Neppure il vescovo Borghetti, che teoricamente era stato mandato proprio da papa Francesco per fare pulizia, alla fine non ha preso alcun provvedimento, anzi lo ha riabilitato; la scusa è l’innocenza – malgrado la condanna penale definitiva – emersa durante il processo canonico.

    Don Lu oggi dice tranquillamente messa, inoltre pare una restaurazione: Messe celebrate a volte in latino, non più rivolti verso il pubblico ma di schiena, rivolto sempre all’altare, l’ostia non più data in mano (come voluto da anni), ma messa direttamente in bocca (peraltro nonostante le restrizioni da coronavirus).

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/03/05/borghetto-quando-i-fedeli-esigono-una-chiesa-sporca-e-vescovo-li-accontenta-prontamente/

  • Legnano, folla al funerale del prete condannato: scatta la denuncia

    Legnano, folla al funerale del prete condannato: scatta la denuncia

    Torna a far discutere l’affollata cerimonia d’addio al sacerdote che abusò di otto minorenni

    di CHRISTIAN SORMANI

    Legnano (Milano), 3 marzo 2020 – L’associazione “Rete L’Abuso“ ha formalmente denunciato alla procura della Repubblica di Milano la parrocchia della Madonna delle Grazie di Legnano, rea a loro dire “di aver deliberatamente violato il decreto sicurezza legato all’allarme coronavirus, emesso dalla Regione Lombardia, nel quale si vieta qualunque tipo di assembramento, anche di carattere religioso”.

    Il tutto dopo il funerale del sacerdote, condannato per violenze su minori, don Ruggero Conti, alle cui esequie lo scorso 28 febbraio avevano partecipato tante persone. Nella denuncia si chiede anche “come sia stato possibile, data la grande pubblicizzazione che ha portato all’affluenza di centinaia persone fuori dalla chiesa legnanese, che le istituzioni preposte, in primis il commissario prefettizio di Legnano e la stessa prefettura, non fossero al corrente dell’evento e sopratutto perché non siano intervenute repentinamente, nemmeno dopo il suo svolgimento, omettendo tutti i più basilari controlli in tutela della popolazione”.

    Davanti alla chiesa nel pomeriggio del 28 febbraio scorso c’era una grande folla. Il religioso originario di Legnano, era stato condannato in via definitiva a 14 anni e due mesi di reclusione per aver abusato di almeno otto minorenni. L’uomo, che non ha mai fatto un solo giorno di carcere, era ospitato in una delle cliniche della curia, quella di Verbania. Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che si occupa di combattere la pedofilia nella chiesa, ha presentato la denuncia. Don Ruggero Conti non solo non ha mai fatto un solo giorno di carcere, ma era pure ospitato a spese della diocesi, in una delle cliniche per preti problematici a Verbania. Il sacerdote non ha mai risarcito le vittime della sua violenza.

  • Come una tanica di rifiuti tossici – benvenuti nella chiesa di Roma

    Come una tanica di rifiuti tossici – benvenuti nella chiesa di Roma

    “Noi siamo un’officina, non siamo uno sfasciacarrozze. Chi vuole rottamare la macchina non ha bisogno di venire da noi”. Così Marco Ermes Luparia, 69 anni, diacono e psicoterapeuta, descrive la sua équipe di 5 persone che da più di 20 anni accoglie e segue a Roma in un percorso di sostegno religiosi colpiti da vari problemi psicologici e comportamentali. Tra questi, quello della pedofilia.
    Marco Ermes Luparia parla del suo lavoro come di un lavoro “di pronto soccorso, in trincea”: opera al Divino Amore, un centro che ospita religiosi che arrivano da varie parti d’Italia e dall’estero. “In venticinque anni abbiamo visto passare centinaia di religiosi. Problemi di burn out, di immaturità, crisi vocazionale: la lista è lunga e ci occupiamo anche di casi di pedofilia” spiega.
    Se il prete finisce in cella, finisce la terapia
    Un percorso che, a prescindere dalla sua efficacia, durante il suo sviluppo incontra un ostacolo. Quando il prete viene condannato e condotto in carcere, la terapia si inceppa. “In prigione non possiamo entrare” spiega Don Luparia. Ad oggi né lo Stato italiano né la Chiesa prevedono una prassi ufficiale per controllare e offrire un percorso psicologico a chi esce dal carcere dopo avere scontato una pena per abusi sessuali sui bambini.
    Dopo il carcere, i preti diventano senzatetto
    “Nella maggior parte dei casi questi preti dopo il carcere diventano senzatetto – spiega Luparia – noi anche dopo cerchiamo di portare avanti la terapia. Certo deve volerlo il prete, e deve essere aiutato dal vescovo. C’è un numero consistente di sacerdoti che hanno fatto terapia con noi e che ora non sono più preti: per loro sogniamo un convento per permettergli di vivere una vita dignitosa e che sarebbe un valore aggiunto per tutta la società; non parleremmo più infatti di possibili schegge impazzite. Vale per i terroristi, vale per gli assassini la possibilità di vivere una vita dignitosa, perché non dovrebbe valere anche per i preti pedofili?” chiede Luparia.
    Estratto dall’articolo “Dove si curano i preti pedofili” – Euronews

    Di Francesco Zanardi

    Sono il fondatore della Rete L’ABUSO, ma sono anche una vittima che nel suo ruolo di Presidente, dopo dieci anni in trincea, ha perfetta conoscenza della situazione delle vittime in Italia. Ho dato un titolo forte a questo articolo “Come una tanica di rifiuti tossici”, ma penso si possa difficilmente contestare, neppure affermando che la chiesa è fatta di tanti bravi preti. Può essere, ma in dieci anni non ne ho ancora visto uno attaccare la chiesa per chiedere giustizia per le vittime che ha prodotto.

    Le parole di Luparia sconvolgono, è triste dirlo, ma qui emerge la cultura criminale della chiesa di Roma, la cui sola preoccupazione si conferma essere, anche nel 2020, quella di salvaguardare la propria immagine e la salute psicofisica dei suoi preti pedofili.

    È altrettanto triste osservare come, a fronte della preoccupazione di Luparia per la “fragilità, il recupero e la dignità” dei sacerdoti pedofili (che in Italia possono godere di ben 23 centri di cura come quello gestito da Luparia – nulla invece per le vittime) neppure un’espressione di rammarico, in favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure di quei sacerdoti e rimasti vittime delle loro attenzioni. Semplice carne da macello.

    Certo, basta ricordare le parole del papa, lo scorso febbraio, quando dichiarò che finalmente la chiesa aveva preso consapevolezza del problema, ma Luparia, afferma nella sua intervista (e noi ne confermiamo la veridicità dell’affermazione, ampiamente documentata nel libro “Giustizia divina” – Chiaralettere) che la chiesa si prende cura di questi “sventurati” da 20 anni, ne viene da sé che, forse, la consapevolezza ce l’ha già da un po’, non solo dopo il summit dello scorso febbraio.

    Nel frattempo, mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori, lamenta che “I dati sono il vero problema”, quasi come se alla Congregazione per la Dottrina della Fede, fossero incapaci di fare un banalissimo elenco dei preti condannati dalla chiesa. Ma forse il problema è che ne uscirebbero molti nomi che ancora non sono pubblici.

    Ma il problema civile-culturale non è purtroppo solo di Luparia o di Ghizzoni, almeno in Italia, dove la comunità cattolica è la più derisa dai cattolici del pianeta, che la ridicolizzano in quanto l’unica a scendere in piazza e per le strade, mica chiedendo pulizia nella chiesa o giustizia per le vittime, ma per gridare l’innocenza del pedofilo.

    Vedi i casi dal più recente; 1 febbraio 2020 “Aulla: la comunità difende i preti accusati di pedofilia”;  7 novembre 2019 “RANDAZZO: LA PRIMA MESSA DOPO 5 ANNI PER DON ENZO CALA’: «LONTANO SOLTANTO SPIRITUALMENTE» ; 10 marzo 2019 “Serina; prete condannato per molestie. Ma il paese è con lui: mille firme per don Marco”… e tanti altri, don Luciano Massaferro, don Franco Zappella, don Paolo Turturro, dopo il carcere, accolto a braccia aperta dai parrocchiani. Ecc. ecc. ecc.

    Ma si, alla fine non erano mica stati condannati perché dicevano male la messa, stupravano solo i bambini, capita, soprattutto in parrocchia…

    Zanardi

  • PRATO: 9 indagati per abusi su minori. La diocesi è realmente intervenuta, o gli è deflagrata tra le mani una bomba?

    PRATO: 9 indagati per abusi su minori. La diocesi è realmente intervenuta, o gli è deflagrata tra le mani una bomba?

    Di Francesco Zanardi

    Il caso dei ‘Discepoli dell’Annunciazione’, esploso in esclusiva ieri sulle pagine de LA NAZIONE, la cui direttrice, questa mattina in diretta come me su Rai1 a STORIE ITALIANE, ha ribadito essere frutto di informazioni raccolte dai suoi giornalisti, lascia parecchi dubbi su quelle che sono le affermazioni della diocesi di Prato.

    Inutile chiedere la fonte della notizia, perché ci si appellerebbe immediatamente al diritto giornalistico sulla tutela delle fonti. Certo, la curiosità su dove siano state prese certe informazione, direi ben selezionate e fin troppo precise, resterà per noi mortali un mistero. Quello che è certo, dal momento che siamo, anzi, eravamo proprio nel pieno di iniziative investigative sollecitamente promosse dalla Procura, sulle quali vige un assoluto segreto istruttorio, escludiamo che sia stata la stessa Procura, violando paradossalmente il segreto, a fornire tali informazioni.

    Stupisce anche l’immediatezza con la quale la diocesi di Prato se ne esce, con un comunicato stampa e conferenza annessa, totalmente autoreferenziale, dove, di fronte all’ennesimo scandalo vanterebbe, a suo dire, l’efficienza, l’immediatezza di intervento e la trasparenza avuta.

    E’ la stessa direttrice de LA NAZIONE che congratulandosi per l’operato della curia commenta a STORIE ITALIANE; “non mi è mai successo che un vescovo convocasse una conferenza stampa a due ore dall’uscita di una notizia su queste vicende”

    Poi c’è anche quella voce che gira insistentemente da ieri e secondo la quale, sarebbe addirittura stato il vescovo Franco Agostinelli, a denunciare il tutto personalmente alla Procura della Repubblica.

    A ribadirla questa mattina in studio è don Bruno Fasani, piuttosto risentito dalle mie osservazioni critiche al quale dico, senza voler mettere in dubbio la sua buona fede, che chi gli ha passato quella notizia, gli ha dato – come dicono a Roma – una bella “sola”.

    Lei è un uomo di chiesa e certe cose è ammissibile che le ignori, tuttavia, è giusto che lei sappia che, secondo la legge italiana, né un vescovo né altri (tranne naturalmente i pubblici ufficiali), neppure la mia Associazione, che specificatamente nello Statuto indica queste finalità, può autonomamente sporgere una querela. La legge italiana, soprattutto in questo caso dove le presunte vittime sono maggiorenni, prevede obbligatoriamente una querela di parte. Nessun valore in questo specifico caso, avrebbe avuto nemmeno la denuncia dei genitori delle due presunte vittime. Su questo la invito a tirare le orecchie a chi le ha fatto fare non solo la figuraccia, ma ha tentato di farle divulgare, a sua insaputa, informazioni false e tendenziose.

    Ma come è andata nei fatti la vicenda? Cerchiamo di ricostruirla con un ordine cronologico chiaro e sopratutto completo.

    Premetto che nel rispetto di quel poco di segreto istruttorio rimasto, non accrescerò di una sola virgola con quanto sono a conoscenza dei fatti, mi limiterò ad analizzare quelli oramai pubblici.

    I ‘Discepoli dell’Annunciazione’ nascono nel 2010 e già nel 2013, il Vaticano attenziona la Compagnia e avvia un accertamento. Di certo non si può dire che sia stato molto sollecito, in quanto ci vogliono ben sei anni prima che il Vaticano intervenga e, anche qui, la tempistica è notevolmente sospetta, soprattutto alla luce del fatto che, come si poteva osservare sul sito dei ‘Discepoli dell’Annunciazione, il 18 dicembre 2018 la situazione era talmente serena, che l’ex vescovo di Prato, ordinava ancora un frate. Casualmente il sito è stato recentemente cancellato come potete ben vedere tuttavia, lo avevamo preventivamente scaricato ed è ancora presente in Google la sua cache .

    Ma cosa è accaduto a dicembre del 2019 ?

    Anche se questo LA NAZIONE non lo ha scritto, il 5 di dicembre 2019, la presunta vittima che aveva denunciato alla diocesi il 13 giugno 2019, insoddisfatta dell’inerzia della stessa diocesi, insieme ai genitori e al fratello (seconda presunta vittima) denunciano formalmente, con querela di parte, le presunte violenze, anche di gruppo, all’Autorità Giudiziaria, questa volta quella italiana.

    La Procura della Repubblica apre immediatamente un fascicolo, ma trattandosi di clero dovrà attenersi al protocollo addizionale, paragrafo b), dei Patti lateranensi, il quale recita; “b) La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici.”

    Ed ecco qui la “sola” nella quale è cascato questa mattina anche don Bruno Fasani, tuttavia smentito dallo stesso comunicato stampa della diocesi, nel quale nessuno ha mai detto che il vescovo ha denunciato alla Procura, ma si dice che il vescovo è andato autonomamente in Procura e questa prassi, è verosimilmente accaduta solo perché, come previsto dai Patti Lateranensi, la procura doveva comunicare l’apertura del fascicolo.

    Ed è qui che deflagra nelle mani della curia pratense una vera e propria bomba, con nove indagati e in un battibaleno,  La Santa Sede scioglie i Discepoli dell’Annunciazione. E’ il 22 dicembre del 2019.

    Forse adesso, esposti gli eventi in ordine cronologico, la vicenda vi apparirà più chiara e molto meno eclatante di quanto raccontato in quel comunicato autoreferenziale della diocesi diffuso ieri.

    Ma parliamo di quel comunicato, ci si domanda a che titolo, soprattutto in una fase così delicata come quella istruttoria di un processo italiano, viene rilasciato dalla diocesi ieri e, non come sarebbe stato coerente fare nel giugno scorso, cioè quando la prima presunta vittima si presentò in curia.

    Invece esce ieri e durante un’indagine della magistratura nella quale c’è attualmente un rigoroso segreto istruttorio, dietro al quale la Procura aveva già ordinato delle perquisizioni, ed è verosimile pensare che avesse in corso anche intercettazioni telefoniche, da ieri inutili, in quanto con la notizia su tutti i giornali, gli eventuali intercettati se ne guarderanno bene di parlare di certe cose al telefono .

    Ma parliamo anche delle due presunte vittime e delle loro famiglie, forse più importanti dell’immagine della chiesa, che dopo tanto silenzio da parte della curia pratense, si trovano in un momento di grossa difficoltà, sia per la recente querela che ha costretto le presunte vittime a ripercorrere quegli episodi di fronte ai magistrati, sia per il fatto che i genitori si sono trovati di fronte ad una situazione che nessun genitore vorrebbe mai provare nella vita. Ieri si sono trovati gravemente violati, non solo dall’inopportuna fuga di notizie, ma nella loro più profonda intimità perché, al di là delle notizie incomplete e dei comunicati autoreferenziali, ricordando che questo è un reato, qualcuno ha avuto il pessimo gusto di diffondere anche le generalità delle presunte vittime, che si sono trovate costrette a respingere i giornalisti dalla loro abitazione.

    L’Associazione ritiene questo episodio di una gravità estrema, oltre che violento nei confronti di coloro che in questo momento hanno il diritto di decidere in quanto presunte vittime, i limiti della propria privacy, che invece è stata indebitamente invasa, e si riserva – a meno che l’Autorità giudiziaria, data la gravità dei fatti non decida di procedere autonomamente – di valutare eventuali iniziative utili ad accertare eventuali reati punibili secondo Articolo 379 bis Codice penale.

    Francesco Zanardi

  • Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi (video integrale)

    Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi (video integrale)

    Biella, 18 gennaio 2020 – Associazione Culturale White Rabbit Event

    Più di 40 persone sono presenti all’evento. Il relatore è Francesco Zanardi, Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO.

    Gli argomenti trattati rispondono a una serie di domande:

    Come l’Italia affronta il tema della pedofilia clericale? Si può parlare di “connivenza” tra Chiesa cattolica e Stato? Perché siamo arrivati all’intervento dell’Onu all’inizio del 2019?

    L’approfondimento di Francesco Zanardi lascia stupito il pubblico che non aveva idea della complessità dell’argomento. L’Onu si complimenta con l’Italia per aver creato l’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia. Ma come è stato costituito questo Osservatorio? Di cosa si occupa? Perché Rete l’ABUSO è stata esclusa?

    Perché la prima denuncia di un abuso viene fatta all’interno della chiesa? Le vittime sono cattoliche… perché non dovrebbero fidarsi? Ciascuno si fida dell’organizzazione alla quale appartiene. Ma come avviene poi il processo canonico? Perché è un danno per la vittima?

    Dove scontano la pena i sacerdoti condannati dai tribunali civili? Perché la maggior parte non va in carcere? Si nomina il libro “Giustizia Divina” di Emanuela Provera e Federico Tulli, edizioni ChiareLettere che ha analizzato ampiamente questo aspetto.

    Si illustra il Report dell’Onu del febbraio 2019, punto per punto, e le domande del pubblico sorgono spontanee e numerose.

    Perché in Italia non c’è stata una commissione d’inchiesta come in diversi altri Paesi? È poi drammaticamente illustrata la proiezione dei dati che quantificano il fenomeno.

    Al termine dell’incontro, durante il buffet, si prosegue in un clima più colloquiale e l’interesse è davvero alto: per più di un’ora, oltre il termine dell’evento, nessuno lascia la sala.

    Lo staff di Rete L’ABUSO

  • Gli abusi sessuali e la pedofilia nella chiesa – Intervista a Francesco Zanardi

    Gli abusi sessuali e la pedofilia nella chiesa – Intervista a Francesco Zanardi

    Attivismo, impegno e riflessioni da condividere: White Rabbit presenta le interviste #APEREVENT

    Siete pronti a incontrare gli eroi della nostra era?

    Il primo ospite è @Francesco Zanardi , attivista e presidente dell’associazione Rete L’abuso, un’associazione che si occupa di tutelare le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    Se vi dicessimo che tra la Chiesa e lo Stato c’è un tacito accordo che non condanna gli abusi e la pedofilia, ci credereste?

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  • Dove si curano i preti pedofili

    Dove si curano i preti pedofili

    “Noi siamo un’officina, non siamo uno sfasciacarrozze. Chi vuole rottamare la macchina non ha bisogno di venire da noi”. Così Marco Ermes Luparia, 69 anni, diacono e psicoterapeuta, descrive la sua équipe di 5 persone che da più di 20 anni accoglie e segue a Roma in un percorso di sostegno religiosi colpiti da vari problemi psicologici e comportamentali. Tra questi, quello della pedofilia.

    Dal 2000 ad oggi, circa 150 preti sono stati condannati per abusi su minori in Italia.

    In Italia 24 centri ospitano i preti in attesa di giudizio

    Come strumento per arginare gli abusi dei pedofili lo Stato italiano prevede sostanzialmente solo le misure detentive. Ma alcuni centri religiosi in Italia ospitano i preti accusati di pedofilia e in attesa di giudizio, e sperimentano con loro percorsi di psicoterapia con due obiettivi dichiarati: fare uscire il pedofilo da quello che Luparia definisce “prima di tutto un dramma personale, che a cascata ha portato a un dramma a 360 gradi, colpendo la persona abusata” e poi tutelare la società “per garantire un minimo di certezza della non reiterazione del reato”.

    Non esiste una lista ufficiale di questi centri: il più anziano è quello dei padri Venturini a Trento, poi c’è quello del Divino Amore, a Roma, con 25 anni di attività. Francesco Zanardi, fondatore della rete L’abuso, che si occupa di offrire sostegno alle vittime di abusi sessuali da parte della Chiesa in Italia, ha svolto una ricerca su queste realtà: “Abbiamo contato 24 centri ricavando i nomi dagli atti giudiziari. Quando la magistratura manda ai domiciliari i preti che hanno commesso abusi nel 99% dei casi vanno in questi posti”.

    Ma dalla pedofilia si può guarire?

    Maurizio Marasco è psichiatra, già professore di Psicopatologia forense e Criminologia. Ha svolto lavoro di consulenza come perito chiamato dal giudice in casi di reati di abusi sessuali commessi da preti nei confronti di minori, per stabilirne eventuali patologie e indagare la compatibilità con la loro detenzione in carcere per motivi di salute. “Da un punto di vista accademico, la pedofilia non è classificata come una patologia. Non è quindi una malattia, ma una anomalia, un’alterazione, stabile nel tempo, del comportamento sessuale. Per questo non è prevista una terapia farmacologica e gli unici strumenti che ha lo Stato per intervenire sono le misure detentive, e l’avvio di un lungo processo finalizzato non alla guarigione ma alla prevenzione” chiarisce lo psichiatra.

    “Alcune volte i preti si rendono conto di avere commesso un fatto molto grave, accettano anche la pena, ma questo non è garanzia che non si troveranno di nuovo a compiere abusi. Ho conosciuto persone che sono state giudicate, condannate, ristrette in carcere, avviate a un programma di recupero ma a distanza di anni hanno commesso di nuovo quel reato” sostiene Marasco. “Il mondo scientifico non ha ben chiaro cosa si faccia in questi centri ecclesiastici. Una volta usciti da lì, che garanzia abbiamo che non ricommettano il reato? Questo è il problema” spiega lo psichiatra.

    Il mondo scientifico non ha ben chiaro cosa si faccia in questi centri ecclesiastici. Una volta usciti da lì, che garanzia abbiamo che non ricommettano il reato?

    Maurizio Marasco
    Psichiatra

    Marco Ermes Luparia parla del suo lavoro come di un lavoro “di pronto soccorso, in trincea”: opera al Divino Amore, un centro che ospita religiosi che arrivano da varie parti d’Italia e dall’estero. “In venticinque anni abbiamo visto passare centinaia di religiosi. Problemi di burn out, di immaturità, crisi vocazionale: la lista è lunga e ci occupiamo anche di casi di pedofilia” spiega.

    Come funziona la terapia

    La squadra del Divino Amore è composta da 5 psicoterapeuti tutti uniti dalla “fedeltà al Vangelo, che per noi è un valore non negoziabile” spiega Luparia. Gli ospiti del centro non sono solo sacerdoti, ma possono essere anche chierici, religiosi, religiose e seminaristi.

    “Arrivano da noi sia in autonomia sia dopo un decreto del vescovo, se poi la legge fa il suo corso c’è la possibilità degli arresti domiciliari. Si inizia con un primo colloquio dove capisco quale psicoterapeuta tra noi sia più appropriato a seguire la terapia del nuovo ospite: da lì parte un percorso che non si sa quando finisce. La nostra è una terapia a tutti gli effetti, che dura anni e non certo dieci mesi” spiega Luparia.

    “Partiamo da cosa ha spinto la persona ad agire in quel modo. Cerchiamo di riavvolgere il nastro di una vita per individuare il punto da cui si origina lo sviluppo psicosessuale dell’adulto. L’unico modo per affrontarlo è un intervento a cuore aperto” continua il diacono. “Puntiamo con la collaborazione dei vescovi a offrire ai pazienti un contenuto spirituale e una vita, fondamentale dirlo, riservata, di preghiera e comunità. Come per l’alcolismo, parliamo di un disturbo che ha bisogno di un monitoraggio costante” chiarisce lo psicoterapeuta.

    Luparia si mostra cautamente ottimista: “La risposta alla nostra terapia, senza enfatizzazioni, è buona. Ma solo con i dovuti accorgimenti molto restrittivi della vita di queste persone”.

    Se il prete finisce in cella, finisce la terapia

    Un percorso che, a prescindere dalla sua efficacia, durante il suo sviluppo incontra un ostacolo. Quando il prete viene condannato e condotto in carcere, la terapia si inceppa. “In prigione non possiamo entrare” spiega Don Luparia. Ad oggi né lo Stato italiano né la Chiesa prevedono una prassi ufficiale per controllare e offrire un percorso psicologico a chi esce dal carcere dopo avere scontato una pena per abusi sessuali sui bambini. Certo le eccezioni virtuose non mancano, ma il problema è sempre uno: la mancanza di fondi.

    Paolo Giulini, criminologo clinico e presidente del Cpim, Centro italiano per la promozione della mediazione, dal 2015 è a capo di un progetto nel carcere di Bollate a Milano che segue, attraverso una squadra di psicologi e criminologi, i detenuti che hanno commesso reati sessuali su donne e minori. “Siamo un’unità di trattamento intensificato, non facciamo terapia” spiega Giulini. “Una condotta deviante va trattata in senso criminologico. Il nostro è un percorso in gruppi: affrontiamo tematiche come la gestione dello stress, le tappe che hanno portato a commettere il reato, lo sviluppo dell’empatia verso le vittime e l’educazione sessuale”.

    Dal 2015, spiega Giulini, più di 300 detenuti, su base volontaria, hanno partecipato al progetto: di questi 11, una volta usciti dal carcere, hanno commesso di nuovo lo stesso reato.

    Il solito problema: la mancanza di fondi

    “Abbiamo lavorato anche con detenuti sacerdoti: alcuni di questi avevano fatto terapia con il loro diacono prima di arrivare da noi, sappiamo che alcuni ordini religiosi offrono sostegno psicologico ma non lavoriamo in sinergia” racconta Giulini. Oltre al carcere di Bollate, il Cpim ha avviato lo stesso progetto anche in quello di Prato, di Cagliari e di Sanremo, ma lì gli appuntamenti, in mancanza di fondi, sono ridotti. “Noi siamo a galla per miracolo. Prima avevamo un fondo della regione Lombardia, poi quello di un progetto europeo, ora siamo sostenuti da una fondazione privata. Ogni anno rischiamo di chiudere” chiarisce il criminologo.

    Dopo il carcere, i preti diventano senzatetto

    “Nella maggior parte dei casi questi preti dopo il carcere diventano senzatetto – spiega Luparia – noi anche dopo cerchiamo di portare avanti la terapia. Certo deve volerlo il prete, e deve essere aiutato dal vescovo. C’è un numero consistente di sacerdoti che hanno fatto terapia con noi e che ora non sono più preti: per loro sogniamo un convento per permettergli di vivere una vita dignitosa e che sarebbe un valore aggiunto per tutta la società; non parleremmo più infatti di possibili schegge impazzite. Vale per i terroristi, vale per gli assassini la possibilità di vivere una vita dignitosa, perché non dovrebbe valere anche per i preti pedofili?” chiede Luparia.

    Per Padre Franco Imoda, già rettore della Pontificia Università Gregoriana, nella psicoterapia per i preti pedofili “dovremmo evitare gli opposti: da un lato un eccessivo ottimismo, certe misure di protezione devono essere per forza introdotte, e dall’altra il pessimismo che condanna il pedofilo a non migliorare mai. Certo se ho l’appendicite non basta dire il rosario – argomenta Imoda – occorre fare un intervento chirurgico”. Cinquanta anni fa Padre Imoda fu il primo a fondare un Istituto di Psicologia in una università pontificia, quella Gregoriana, quando Freud e la psicoanalisi erano banditi dal Santo Uffizio. “Fu una grande sfida: cercavamo di integrare l’aspetto psicologico con la visione della Chiesa cattolica. Prendendo a modello l’analisi critica di Ricoeur, rimproveravamo a Freud di ridurre la natura umana a un istinto sessuale, e accoglievamo l’invito del Concilio vaticano secondo: utilizzare le scienze profane, e non soltanto la teologia, per condurre i fedeli a una più matura vita di fede” spiega l’ex rettore.

    Ed è nel cuore della Pontificia Università Gregoriana che più tardi nasce un altro centro di studi, finalizzato a combattere il problema della pedofilia: è il Centro di Protezione dei minori (CCP), con lo scopo di prevenire, attraverso lo studio e lo scambio accademico, casi di abusi sessuali sui più piccoli. “Il centro prevede un corso che va dai due ai tre anni – spiega Imoda – per istruire dei formatori che vigilino su questa realtà. Molte ricerche sembrano dimostrare che chi è responsabile di questi comportamenti spesso è vittima dello stesso abuso: bisogna risalire al passato e riconoscere che le radici di queste difficoltà sono antiche. Quando ce ne rendiamo conto lavoriamo per intervenire e rendere i preti consapevoli del problema”.

  • Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi

    Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi

    Biella, 18 gennaio 2020 – Associazione Culturale White Rabbit Event

    Più di 40 persone sono presenti all’evento. Il relatore è Francesco Zanardi, Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO.

    Gli argomenti trattati rispondono a una serie di domande:

    Come l’Italia affronta il tema della pedofilia clericale? Si può parlare di “connivenza” tra Chiesa cattolica e Stato? Perché siamo arrivati all’intervento dell’Onu all’inizio del 2019?

    L’approfondimento di Francesco Zanardi lascia stupito il pubblico che non aveva idea della complessità dell’argomento. L’Onu si complimenta con l’Italia per aver creato l’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia. Ma come è stato costituito questo Osservatorio? Di cosa si occupa? Perché Rete l’ABUSO è stata esclusa?

    Perché la prima denuncia di un abuso viene fatta all’interno della chiesa? Le vittime sono cattoliche… perché non dovrebbero fidarsi? Ciascuno si fida dell’organizzazione alla quale appartiene. Ma come avviene poi il processo canonico? Perché è un danno per la vittima?

    Dove scontano la pena i sacerdoti condannati dai tribunali civili? Perché la maggior parte non va in carcere? Si nomina il libro “Giustizia Divina” di Emanuela Provera e Federico Tulli, edizioni ChiareLettere che ha analizzato ampiamente questo aspetto.

    Si illustra il Report dell’Onu del febbraio 2019, punto per punto, e le domande del pubblico sorgono spontanee e numerose.

    Perché in Italia non c’è stata una commissione d’inchiesta come in diversi altri Paesi? È poi drammaticamente illustrata la proiezione dei dati che quantificano il fenomeno.

    Al termine dell’incontro, durante il buffet, si prosegue in un clima più colloquiale e l’interesse è davvero alto: per più di un’ora, oltre il termine dell’evento, nessuno lascia la sala.

    Lo staff di Rete L’ABUSO

  • PRETI PEDOFILI; il Vaticano apre gli archivi, adesso tocca all’Italia rimuovere gli impedimenti legislativi

    PRETI PEDOFILI; il Vaticano apre gli archivi, adesso tocca all’Italia rimuovere gli impedimenti legislativi

    Nessun elogio a papa Francesco, a mio avviso, ha fatto l’azione di trasparenza che avrebbe dovuto fare ai tempi Wojtyla, di questo gliene diamo certamente il merito.

    Il Punto di Francesco Zanardi

    Molti lamentano il fatto che il papa abbia si, aperto gli archivi, ma non inserito, l’obbligo della denuncia per i vescovi.

    Ma spetta al papa farlo ? Soprattutto, sarebbe stato applicabile nel nostro ordinamento?

    A nostro avviso no, proprio partendo dal principio di sovranità dello Stato, spetta allo Stato stesso intervenire per stabilire regole sul proprio territorio e per i propri cittadini. Come hanno fatto gli altri paesi industrializzati, Francia, Svizzera e via dicendo.

    Mettiamo pure che il papa avesse anche inserito per i vescovi l’obbligo della denuncia, con le leggi attuali dello Stato italiano, troveremmo impossibile l’applicazione.

    Per esempio; la legge prevede fino ai 14 anni la facoltà di avvio di procedimenti autonomi da parte dell’Autorità Giudiziaria, la quale però, nel caso di segnalazione di terzi (per esempio un vescovo, la stessa Rete L’ABUSO o altra associazione), a meno che questi non siano dei Pubblici Ufficiali, non ha l’obbligo, ma facoltà di intervenire d’ufficio e per esperienza personale, posso dirvi che raramente accade.

    Dopo i 14 anni invece, necessita anche la querela di parte.

    Ed è qui che si materializza il macroscopico vuoto italiano, che oggi, dopo la rimozione del segreto pontificio da parte di Bergoglio, emerge ancora più evidente come il maggior impedimento, che troppo spesso non permette alla vittima di accedere alla giustizia, perchè si trova sola, perchè non si tiene conto dell’età e della capacità di un bambino, di comprendere prima, che ha subito un reato, poi, di denunciarlo. Per questo motivo i minori vanno maggiormente assistiti.

    A 15 anni dall’inizio dello scandalo italiano, malgrado le molteplici istanze fatte dall’Associazione, nelle quali si denunciano le gravi lacune del sistema e le inadempienze dello Strato italiano ( Interrogazione parlamentare – Diffida al Governo – Denuncia al Governo), l’ultima arrivata lo scorso febbraio dal Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, che espressamente chiede all’Italia di mettere mano al problema (par. 21), ad oggi, il Governo non ha ancora proferito parola in merito.

    Ancor meno ha suscitato l’interesse di alcuna forza politica in Italia, tranne quello dell’allora Deputato, oggi Senatore Matteo Mantero, che nel 2017 depositò l’interrogazione parlamentare di cui sopra, che giace tutt’ora inevasa sul sito della Camera dei Deputati, vittima dell’assordante silenzio degli Onorevoli colleghi.

    Ma perché l’apertura del Vaticano, ne esce penalizzata dallo Stato italiano e non concretizza giustizia per le vittime ?

    Per comprendere, è il caso di spiegare perché noi tecnici distinguiamo nettamente la pedofilia, dalla pedofilia clericale, dettagli che chi non è dentro spesso ignora, ma nei fatti, oltre a confondere le idee al pubblico, portano la vittima a non potere o a non riuscire ad accedere alla giustizia civile, spesso ritrovandosi prescritta.

    È importante capire che quando gli abusi sono commessi da un uomo di chiesa, si innesta una situazione che io definisco “eccezionale”.

    Questo accade perché nei casi di religiosi pedofili – a differenza dei normali pedofili – abbiamo due tribunali giudicanti, con due diverse finalità.

    Quello della chiesa, che si occupa del solo aspetto morale-religioso, che sana l’offesa a Dio, sulla base del sesto comandamento del decalogo, “non commettere atti impuri”.

    Spesso si pensa erroneamente che tutto si possa risolvere con il solo rito del tribunale canonico, ignorando che invece, serve anche quello parallelo dello Stato per rendere giustizia, questa volta alla vittima, ed infliggere una pena al colpevole.

    Per questo spesso si resta delusi dai soli processi canonici e dalle lievi pene inflitte dalla chiesa, perché ignoriamo la loro finalità, che non è quella di rendere giustizia alla vittima per il crimine subito, ma è quella di riparare il solo l’affronto a Dio. Per questo la pena per il sacerdote non va mai oltre la sospensione a divinis, nel peggiore dei casi la dimissione dallo stato clericale.

    Viene da se che i due tribunali, convivendo parallelamente, debbano essere entrambi informati, in modo da poter procedere nel raggiungimento dei rispettivi obbiettivi.

    La rimozione del segreto pontificio è un passo importante per la trasparenza della chiesa, che oggi si adegua agli altri stati, condividendo dati con la vittima e all’autorità giudiziaria, che finalmente potranno accedere agli atti.

    Passo importante ma non risolutivo.

    Ci sono infatti passi che vanno fatti anche da parte dell’Italia se non si vuole vanificare lo “strumento” offerto dal Vaticano.

    Inserire l’obbligo della denuncia che citavo prima, è fondamentale e, già da se, permetterebbe un grosso salto di qualità nel garantire concreta giustizia alla vittima, oltre a un maggiore contrasto alla pedofilia clericale.

    Per un fatto che definirei quasi “biologico”, la vittima di un reato, tendenzialmente denuncia nell’ambiente in cui lo subisce. In questi casi, indicativo il fatto che spesso si scopre che sacerdoti oggi chiamati a rispondere alla giustizia civile, in precedenza erano già stati giudicati per i medesimi reati dalla chiesa.

    La chiesa, per il fatto “biologico” di cui parlavo prima e, aggiungerei in questo caso, anche per deformazione cattolica, resterà sempre il primo luogo dove la vittima andrà a denunciare, oggi ancor di più, anche grazie agli sportelli per le vittime che si stanno attivando in tutte le diocesi.

    Ma manca il modo perché ne venga informata anche l’Autorità Giudiziaria, mancano i più basilari strumenti di prevenzione, come il certificato anti pedofilia, dalla cui esibizione il legislatore ha pensato bene di sollevare non solo i sacerdoti, ma l’intera categoria del volontariato, quella da sempre statisticamente più a rischio.

    Ad oggi, in barba a tutti i trattati ratificati, il nostro paese resta l’unico tra quelli più industrializzati, a non avere ancora attuato una politica concreta ed efficace per la protezione dei suoi piccoli cittadini.

    Un paese così arretrato che nel 2020 vive ancora episodi grotteschi, come quello avvenuto pochi mesi fa a Trentola Ducenta, dove una bimba di 11 anni, per essere creduta, si è trovata costretta a registrare col telefonino, le molestie del parroco.

    Zanardi