Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Francesco Zanardi

  • Pedofilia, papa Francesco abolisce il “segreto pontificio”. Zanardi: “Passo importante per dare giustizia alle vittime”

    Pedofilia, papa Francesco abolisce il “segreto pontificio”. Zanardi: “Passo importante per dare giustizia alle vittime”

    Il portavoce della Rete L’Abuso: “Ora alle Procure non potranno essere negati documenti o possibili prove”

    Savona. Addio al “segreto pontificio” sui casi di abusi sessuali commessi da chierici sui minori.

    Lo ha stabilito un provvedimento di Papa Francesco: si tratta del “Rescriptum ex audientia” pubblicato oggi, che all’articolo 1 esclude dal segreto pontificio “le denunce, i processi e le decisioni riguardanti i delitti” in materia di abusi su minori.

    Soddisfazione è stata espressa da Francesco Zanardi, portavoce della Rete L’Abuso che si occupa di difendere le vittime di abusi sessuali da parte del clero: “Un atto importante da parte della Chiesa – afferma -, mi auguro che anche lo Stato italiano faccia la sua parte”.

    “Il provvedimento consentirà che alle Procure non possa essere negato l’accesso a documentazione o possibili prove nell’ambito delle indagini: per le vittime di abusi sarà così più semplice ottenere giustizia” aggiunge.

    Un passo importante, ma secondo lo stesso Zanardi non decisivo: “Serve l’obbligo per le autorità ecclesiastiche di denunciare – spiega -, infatti il processo canonico ha un risvolto di carattere morale ma non penale, vale a dire nella parte relativa al reato vero e proprio nei confronti di una vittima”.

    “Tuttavia non incolpo Papa Francesco o il Vaticano: le conferenze episcopali francese o svizzera, ad esempio, rispettano l’obbligo di denuncia. La responsabilità è dello Stato italiano. Il Vaticano ha fatto un grande passo avanti, ora vorremmo vedere lo Stato fare lo stesso. E questa mia raccomandazione è stata già accolta nei mesi scorsi dall’Onu e girata al Governo italiano” conclude Zanardi.

    https://www.ivg.it/2019/12/pedofilia-papa-francesco-abolisce-il-segreto-pontificio-zanardi-passo-importante-per-dare-giustizia-alle-vittime/

  • Zanardi: “Le vittime dei preti pedofili hanno paura di denunciare” (Parte 2)

    Zanardi: “Le vittime dei preti pedofili hanno paura di denunciare” (Parte 2)

    Per capire il fenomeno allarmante degli abusi in chiesa Sputnik Italia ha raggiunto per un approfondimento Francesco Zanardi, Presidente della Rete d’Abuso che ha condotto questa drammatica ricerca.

    – Ultimamente la Santa Sede si è parlata molto degli abusi e anche ha fatto i passi concreti per contrastare questo fenomeno. Basta ricordare il summit straordinario sulla protezione dei minori voluto dal Pontefice il Moto proprio ad hoc “Vox estis lucis mundi” contro i preti pedofili. Non si può, quindi, dire il Vaticano non agisce proprio e non fa nulla per sbloccare questa situazione assai difficile…

    – Il “Vox estis lucis mundi” non è una cosa positiva per le vittime, lo è per la Chiesa. Il documento, a differenza degli altri, non lascia più alcuna possibilità per i membri del clero di denunciare all’autorità civile, anzi, sottopone tutto al segreto pontificio. Nel documento si stabilisce la gestione dei casi, ma a solo livello interno alla Chiesa, la quale non manda i preti in carcere e non risarcisce le vittime. Chiedo a voi, quale è la cosa buona per le vittime? Io vedo solo il guadagno per la Chiesa, che con questo sistema, meglio di prima, potrà gestire in segreto i casi.

    – Inoltre, nonostante tutti questi sforzi da parte della Chiesa, in Italia non è stata ancora creata una commissione d’inchiesta su questo fenomeno. Potrebbe spiegare il perché?

    – L’ingerenza del clero è notevole in Italia, sono ovunque, persino nelle istituzioni. L’Italia ha ancora tanta strada da fare. Per ora ha solo raccolto le pesanti critiche delle Nazioni Unite. Da parte nostra ci sono state 2 diffide al Governo Italiano, che però non ci ha neppure risposto. Di seguito la posizione delle Nazioni Unite riguardo l’Italia:

    Sfruttamento e abuso sessuale

    21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

    – A Suo avviso, quale elemento manca per far partire la “macchina” di prevenzione degli abusi in Italia?

    – Manca lo Stato, che non si occupa di applicare le leggi, che in realtà ci sarebbero. Per esempio il certificato antipedofilia, che però in Italia, lascia scoperta l’intera categoria.

    – Tutto cioè che avete annunciato fino ad oggi, è solo la punta di un iceberg? Dobbiamo aspettare presto altre denunce drammatiche?

    – Questo non lo so. Posso dire che in Italia il sommerso è molto vasto, le persone denunciano alla Chiesa invece che alla magistratura (proprio perché sentono la mancanza dello Stato) e spesso, quando capiscono che la Chiesa non farà nulla, è troppo tardi, perché spesso si ritrovano prescritti.

    Le nostre inchieste proseguono, questa è molto grossa, è di pochi giorni fa e coinvolge sia Bagnasco che il cerimoniere di papa Francesco. Un caso lungo 30 anni che oggi, ai tempi di Francesco e del motu proprio, vede ancora nascondere i preti, segno che nulla è cambiato.

  • “Fraternità” la setta di don Franco “lui non pregava per noi, lui ci predava”

    “Fraternità” la setta di don Franco “lui non pregava per noi, lui ci predava”

    “ Come puoi dire di no a Dio?

    Vedete è importante capire che non è soltanto un abuso fisico ma è anche un abuso spirituale e che quando un prete ti fa questo, ti sta rubando anche la tua fede.

    Così chiedi aiuto alla bottiglia, o a una siringa e se non funzionano ti butti da un ponte.

    Per questo ci chiamiamo sopravvissuti” (dal film Spotlight)

    Di Francesco Zanardi

    Nella “Fraternità”di don Franco, la prima regola era “Non parlare con nessuno della Fraternità, o ne sei fuori”.

    Sori, piccolo borgo della Riviera Ligure, dove l’unico punto d’incontro finita l’estate, rientrati i turisti, è la parrocchia, e lì c’è Dio, don Franco Castagneto è il suo rappresentante.

    Per un cattolico, essere di utilità al parroco, è come essere utili a Dio e ci si sente privilegiati.

    Un grande vantaggio per don Franco, un uomo molto astuto e capace di cogliere le passioni personali di chi poi scelse come “adepti”.

    Guglielmo (nome di fantasia) mi racconta che già a 15 anni sentiva attrazione per il suo stesso sesso e a don Franco questa cosa non sfuggì. “Mi sentivo privilegiato, era mio dovere prendermi cura degli abiti, i più femminili, delle parrucche che il don possedeva. Lo sapevano tutti, la scusa ufficiale è che servivano per fare teatro…

    …ricordo una sera, ero con quattro amici e andammo da don Franco. Ci vestì da donna, ci truccò e poi andammo a ballare… All’epoca non esisteva ancora la Fraternità, io non la vidi mai… Don Franco mi ha molestato più volte, ma ero attratto da mio stesso sesso e a 15 anni ero confuso, non li vedevo come abusi, allora… oggi invece mi rendo conto…

    Tutto finì il giorno che dissi al don che secondo me lui era omosessuale. Per questo non vidi mai la Fraternità, da quel momento fui defenestrato, rimasi solo e isolato dal gruppo. Mi segnò moltissimo.“

    Nei dieci giorni d’indagine, sentendo uno a uno i testimoni, uomini e donne, c’è chi racconta che spesso durante le prediche del don piangeva, erano coinvolgenti e affascinavano al punto tale da commuovere. Chi ricorda il fascino che il don aveva, “era speciale”: “almeno all’epoca lo credevamo (come per Guglielmo), riusciva a capire quello che piaceva alle persone, i loro gusti, desideri, ambizioni.”

    Prediligeva intorno a sé i bei ragazzi, anche quelli di intelletto, ma con una caratteristica comune: la fragilità. Divennero una sorta di adepti in quella che fu la Fraternità.

    Non coinvolgeva molto le donne, tranne una. Divenne un po’ il punto di riferimento nel gruppo femminile, la portavoce, consigliera, insomma, il contatto col don. Era molto devota, ingenuamente faceva il gioco del don. “Oggi penso che approfittò della sua ingenuità per manipolarla e tenerci sotto controllo”.

    Il gruppo degli uomini – venti scarsi – era invece seguito da don Franco in persona.

    Qui avveniva la manipolazione principale. Nella cultura cattolica è un principio “naturale” la sovranità del maschio sulla femmina, ad un cattolico passa quasi inosservata. Condizionando gli uomini della Fraternità, questi a loro volta condizionavano le loro donne, le quali erano poi in qualche modo controllate dalla loro referente, quella più vicina al don.

    Il don aveva creato un sistema piramidale con lui al primo posto “per l’autorità conferita da Dio”. Dopo di lui l’élite, un gruppo di uomini di cui aveva il controllo, a loro volta privilegiati in quella posizione. In un paesino di 4000 abitanti come Sori, ha una grande importanza essere nelle grazie di Dio. Qui va ricordata la nostra cultura, ancora visibile oggi nei piccoli borghi dove quando una famiglia ha un problema, va dal parroco.

    Il lunedì sera, solo gli uomini, si riunivano in quello che era un incontro “segreto” nel quale decidere le sorti della Fraternità, si parlava di spirito, di fede e “fraternamente”, in quella sede, ci si metteva a nudo col don, confessando al gruppo le proprie intimità, debolezze, paure.

    In quella sede don Franco li predava delle loro intimità più profonde, plagiati dalla fede e dalla suggestione che quel gruppo di élite, così vicino a Dio, creava in loro.

    Al termine, si benediva il tutto e si sigillava la segretezza dell’incontro, non per il valore in sé dei contenuti, ma per il valore emotivo personale di quei contenuti (il bottino del don), con qualcosa di ancora più emotivo e compromettente, che non potevi rifiutare a quel punto: diversamente eri fuori dal gruppo, restavi isolato, nella vergogna e di fronte al paese.

    “Fraterni” rapporti orali, non costretti ma in qualche modo fortemente indotti, quasi d’obbligo. Un forte rituale “baciatemi come gli apostoli con Gesù”… per poi proseguire.

    Ma quel sesso non era il sesso del don, quello era soprattutto un compromettente atto per consolidare la Fraternità e la fratellanza. In sostanza uno strumento per assicurarsi il silenzio.

    Don Franco aveva anche i suoi amanti, non solo Guglielmo.

    Mattia racconta che in chiesa, sull’altare lo spogliava… fino all’orgasmo. Mentre ne parlo con la sua ex fidanzata dell’epoca, ha il magone, fortissimo in lei il senso di colpa. Poi singhiozza, alza lo sguardo ma un pelo al di sotto dei miei occhi e dice “l’ho portato io in parrocchia”.

    Un’altra del gruppo delle donne mi confessa di sentirsi sciocca per non aver capito. Col senno di poi “mio marito era omosessuale, pensandoci oggi, era evidente, ma ero una ragazzina”.

    “Mi sento sciocca se penso che lo accompagnavo dal don, poi mi mettevo in sala a leggere un libro, loro andavano di là, pensavo per la Fraternità, erano cose riservate, noi donne non dovevamo saperle. Ho capito dopo che non parlavano quando andavano di là…”

    Ricorda che fu don Franco a “combinare” il matrimonio, ad intervenire col marito nei quasi palesi momenti di crisi. Oggi riflettendone con me, realizza che quel matrimonio tanto spinto dal don, forse era solo un modo per rendere un suo amante insospettabile, che, accompagnato dalla moglie lo andava a trovare. Mentre siamo in un bar di Genova, in una sua riflessione; “quando annullammo il matrimonio presso la Sacra Rota, ricordo che non vollero entrare in dettagli, don Franco ci sposò e in quel documento il suo nome doveva restare solo per colui che celebrò il matrimonio… omettemmo tutto il resto”.

    La signora di cui sto parlando non è un personaggio qualunque della nostra storia, è colei che all’epoca era la referente del gruppo femminile e il suo, risulterà poi non essere l’unico matrimonio annullato.

    Una comunità di 4000 abitanti dove la chiesa è il cuore della società, il parroco è il “primo cittadino”, poi vengono il medico, il maresciallo e infine il sindaco, dove gli scandali del paese si lavano in paese… ma tutti sanno e c’è tanta rabbia da un lato, dall’altro la confusione e il dolore di chi, in qualche modo, è coinvolto.

    Primi anni novanta, ci sono delle denunce alla diocesi di Genova, dalla quale La fraternità sembra attendesse un riconoscimento ufficiale e, invece, la diocesi fa chiudere la setta e sposta il don sopra a Sori, a Canepa, borgo di poche anime dove continuerà a vedere i suoi fedelissimi.

    1998, don Franco viene nuovamente spostato. La sua destinazione è improbabile, soprattutto perché in diocesi c’è un fascicolo con accuse gravi contro di lui.

    Parroco di Albaro: un pò come fossimo ai Parioli genovesi, la parrocchia del cardinale Angelo Bagnasco, un posto di lustro. Lì vari gruppi di giovani ruotano intorno alla parrocchia.

    L’aria di Albaro fa decisamente bene al don, al punto tale di redimerlo, almeno pare…

    Ma nella lettera anonima sembra trattarsi di fatti recenti, quelli di Sori li ho scoperti per caso quando mi recai nella parrocchia di Albaro, presentandomi come vittima e mi venne chiesto, se ero vittima di Genova o di Sori, lì capii che dovevo indagare a Sori prima che a Genova. D’altra parte lì avevo già provato, inviando due complici ai quali più persone, uscendo dalla messa della domenica, risposero nell’omertà più profonda di non conoscere il don, lì da 20 anni.

    Eppure la cronaca locale, che oggi clamorosamente tace il caso, di lui ne ha parlato molto in passato; “Genova, senzatetto in parrocchia il prete lo vuole cacciare, è scontro” ci fu anche una raccolta firme “Firme contro il senzatetto, il parroco è per il suo bene”. Se ne parlò tanto anche per la visita del papa “Aspettando Papa Francesco, viaggio nelle parrocchie. Don Castagneto: “Sarà uno stimolo per la città“.

    Oggi pare si sia persa memoria.

    A differenza dei colleghi che andarono per me sul posto, non trovai neppure strana la cosa, anzi, mi feci la solita domanda: perché tanta omertà?

    Nel frattempo, domenica 1 dicembre 2019, sul Fatto Quotidiano “Quel prete deve sparire”.

    Ben quattro pagine sul caso, nella rubrica Sherlock a firma di Ferruccio Sansa. Il Fatto parlerà della vicenda per quattro giorni consecutivi.

    Quanto accaduto a Sori trenta anni prima, e tenuto nascosto dalla chiesa malgrado il fascicolo del 98, era finalmente di dominio pubblico. Come è normale che sia in questi casi, mi contattano presunte vittime, testimoni, chi sapeva soltanto e ancora oggi sente il peso per non aver parlato e vuole farlo adesso.

    Scopro che non esiste solo il fascicolo del 98, gestito all’epoca da monsignor Alberto Tanasini (che conferma): nel 2017, più fonti raccontano di altre persone andate in diocesi.

    …don Franco era già ad Albaro …poi, nell’agosto 2019, prima di ricevere la lettera anonima, la chiesa lo fa sparire. Mi chiedo perché? I fatti di Sori sono vecchi di trent’anni, non ha senso li affrontino oggi… no?

    Lo stesso mons. Tanasini però, se pur blindato nei suoi ruoli, parlando del recente, si lascia scappare convinto quel “sentore” che immediatamente dopo, attribuirà glissando, ad una mera sensazione.

    Rifletto tra me: possibile che ad Albaro nessuno fiati? Possibile che nessuno sia almeno incazzato per il fatto che la chiesa sapesse e lo abbia lasciato a contatto con minori? hanno affidato a quel prete i propri figli, possibile non ci sia una sola persona almeno indignata?

    Da una parte decine di testimonianze, dall’altra uno squilibrio, il più totale silenzio di un’intera comunità, nessuno che esprima un’opinione. Non vengo neppure attaccato per aver fatto uscire la storia …La scena è inquietante, sembra di essere nel centro del deserto. Persino l’arcidiocesi di Genova fa scena muta.

    È il 3 dicembre, suona il telefono. Una persona mi fa riflettere.

    Un po’ sulle sue e irritato mi dice “Zanardi ma perché questa roba esce dopo trenta anni? Se lo è domandato?”, quasi ad accusare che qualcuno mi stia strumentalizzando… Parliamo e capisce che non è così, si apre, ma a questo giro sono io che mi chiedo chi c’è dall’altra parte del telefono… Mi parla di matrimoni combinati, capisco che sa, lì io c’ero già arrivato. Mi parla anche di possibili indennizzi o accordi… roba recente…

    …indennizzi? potrebbe essere: non sono inusuali gli accordi tra le parti con il vincolo della riservatezza, soprattutto quando la presunta vittima è prescritta, ma malgrado ciò, il caso dà ancora prurito a qualcuno.

    Approfondisco, inizio a sentire le persone che ho a disposizione, vengo messo in contatto con altre, passano giorni. Scopro che più persone, negli ultimi 10 mesi, si sono recate alla diocesi di Genova. Qualcuno addirittura è stato convocato. Tutti per don Franco Castagneto.

    Qualcuno confermerebbe di aver sentito parlare di accordi… Commenta “ora forse si spiega anche il retro front di alcuni”. Ma qualora ci fossero stati accordi, il vincolo della riservatezza fa il suo lavoro e non se ne viene a capo, diversamente decade l’accordo.

    Il 13 dicembre, una testata genovese “FIVEDABLIU”, pubblica la risposta della curia, alla richiesta di chiarimenti sul caso di don Franco Castagneto “La questione, già da diverso tempo, è stata affidata alla competente Congregazione vaticana cui spetta di procedere“.

    Per ora, solo il doloroso riscatto di chi per trenta anni si è tenuto dentro questa sofferenza, oggi emersa, dando in qualche modo ai protagonisti, l’opportunità di rielaborare quei fatti lontani, che però hanno pesantemente condizionato la loro vita.

    L’inizio del percorso che li porterà a non essere più vittime di quei fatti. L’inizio della convivenza con quel vissuto. La ragione.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2019/12/08/il-fallimento-della-chiesa-di-genova-sulla-pedofilia-note-a-margine-del-caso-don-franco-castagneto/

    P.S.

    Continueremo a prestare attenzione all’evolversi del caso, attualmente già all’attenzione della Procura di Genova. Alcune cose non sono state riportate in quanto al momento non trovano rilevanza. I racconti sono stati volutamente sintetici e parziali, esposti integralmente non avrebbero accresciuto i fatti.

    Per segnalazioni potete contattarci qui

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  • COME FUNZIONA IL MANUALE DI INSABBIAMENTO DELLA CHIESA CATTOLICA

    COME FUNZIONA IL MANUALE DI INSABBIAMENTO DELLA CHIESA CATTOLICA

    Lo scorso lunedì il tribunale di Mendoza commisurò delle pene esemplari a due sacerdoti e ad un giardiniere, per la loro reiterata e accurata azione pedofila. I condannati lavoravano nella scuola per bambini audiolesi conosciuta come “Istituto Provolo”. Il prossimo grado di giudizio sarà a La Plata, dove i testimoni hanno cominciato a moltiplicarsi. In questo articolo si analizza fino a che punto la Chiesa Cattolica non solo pratica sistematicamente abusi, ma li nasconde e garantisce persino la loro ripetizione su scala globale. Fino a quando?

    “Scoprirai cose brutte e molte sono vere”, Robert Frainer avvisò così Gustavo Ariel Chamorro nel 2007. Il primo ha diretto l’Istituto Provolo in tutto il mondo fino al provvedimento del Vaticano nel luglio 2017; il secondo invece era direttore della succursale situata a La Plata. Frainer aveva ragione.

    In seguito alle condanne esemplari pronunciate a Mendoza lo scorso lunedì 25 novembre, il procuratore Cecilia Corfield ha due certezze: le sentenze hanno provocato un effetto domino che ha suscitato nelle vittime il desiderio di testimoniare; e che, tuttavia, l’appoggio del sistema politico di Buenos Aires rimane scostante in questa causa ad alta tensione. “Sono sola” afferma.

    Se sono già state emesse le condanne nel primo dei tre gradi di giudizio in cui è divisa la causa, è in gran parte dovuto al fatto che il vicegovernatore Laura Montero si è resa disponibile personalmente a garantire la sicurezza dei sopravvissuti e dei testimoni.

    A La Plata, sebbene il fascicolo sia stato inviato nella stessa data, il processo è ancora in fase di indagine, in questo caso il governatore Maria Eugenia Vidal ha omesso qualunque riferimento al caso e tanto meno ha contattato le vittime per offrire risorse o supporto.

    Il caso nella capitale di Buenos Aires ebbe un primo procuratore, Fernando Cartasegna, che fu espulso quasi due anni fa a causa di gravi irregolarità. Quando il procuratore Corfield vide le azioni del suo predecessore, la prima cosa che fece fu perquisire l’edificio della 47esima Strada. Stava cercando ciò che il testimone Lisandro Borrelli aveva denunciato: la stanza all’interno del seminterrato dove era stato legato e torturato.

    Borrelli studiò nell’istituto Provolo tra il 1989 e il 1993. Lì era legato per ore ad una ringhiera che era nel seminterrato della cucina. Inoltre lo hanno rinchiuso in una gabbia per conigli.

    Ha aggiunto anche un altro particolare: l’istituto Provolo ha in Valeria del Mar, zona di Pinamar, una casa situata in via Pietro Mendoza 2287, dove Borrelli fu trasferito durante un’estate. Lo hanno costretto a occuparsi delle pulizie e lo hanno legato ad un albero per punirlo.

    Quell’indirizzo fu menzionato anche nella causa di Mendoza e se i due casi non sono correlati, il giudizio rimarrà aperto. Sulla scia dello scandalo internazionale, oggi le case vengono tenute chiuse in stato di abbandono.

    Nel caso di La Plata, l’ex direttore Chamorro ha segnalato nella sua deposizione che il sacerdote italiano Corradi ha portato i bambini nella casa di Valeria del Mar, negando la possibilità di essere accompagnati dai loro genitori. A Mendoza, una delle madri ha affermato che, durante un viaggio in quella località costiera nel 2015, una studentessa ha riferito di aver visto come uno degli insegnanti ha portato un ragazzo a Horacio Corbacho, uno dei sacerdoti condannato a 45 anni di prigione.

    L’altro testimone chiave nel fascicolo platense è Daniel Sgardellis, che vive a Salta. Già nel 2013 ha avuto il coraggio di raccontare, attraverso la lingua dei segni e attraverso un video caricato su YouTube, ciò che aveva subito tra il 1980 e il 1991. In quella registrazione chiede ad altre vittime di denunciare come aveva già fatto lui. Solo tre anni dopo, la seconda testimonianza, quella di Borrelli, giunse alla giustizia nel 2016. Dopo le condanne a Mendoza, ne arrivarono altre due.

    Tuttavia, la procura ha appena riconosciuto che al massimo sarà in grado di portare in tribunale Corradi e il professore di informatica José Britez, dal momento che l’Italia non era disponibile a rispondere alla richiesta di estradizione che pesa sull’ottantenne Eliseo Primatti, che è fuggito quando sono iniziati gli arresti.

    Il manuale di copertura della chiesa indica che si deve sempre agire dopo che gli abusi sono stati resi pubblici. Il caso del Provolo non era un’eccezione.

    BIGLIETTO PER L’ARGENTINA

    Nel 2003, l’Istituto Provolo ha ricevuto il premio “Juntos Educar” dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio. Il premio è stato assegnato per il suo esemplare lavoro educativo “nell’istruzione, nell’educazione e nell’assistenza ai sordomuti e ai giovani bisognosi”. A quel tempo si parlava poco dell’opera, ma ogni volta che veniva nominata nei media era per la sua nobile missione.

    Fondato nel 1840 a Verona, l’istituto deve il suo nome al vescovo Antonio Provolo, che si dedicò all’educazione dei sordi con i metodi orale e mimico-gestuale. La sede situata nella strada 47 di La Plata, nota come “Casa Provinciale della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi e dei muti”, fu il primo in Argentina, diretta dal sacerdote Albano Mattioli, un italiano naturalizzato Argentino. Quindi fu aperta la filiale di Mendoza a Luján de Cuyo, che fu ufficialmente inaugurata nel 1998 come “Casa locale della compagnia di Maria” di Mendoza.

    L’Argentina era una delle destinazioni prese da diversi sacerdoti che erano diventati incontrollabili a Verona, dove abusavano di bambini con problemi di udito tra gli anni ‘60-‘70. Il mondo lo ha scoperto il 22 gennaio 2009, attraverso il settimanale L’Espresso, quando Paolo Tessadri ha pubblicato un articolo dal titolo: “Noi, le vittime dei preti pedofili”. L’articolo menzionava che il numero di bambini maltrattati era incalcolabile, gli abusatori hanno agito per tre decenni fino al 1984, ma rilevava anche che una dozzina dei quasi 25 sacerdoti accusati sono rimasti nell’istituto. Tessadri ha fornito un’informazione che spiegava, in parte, il processo di selezione delle vittime: “Il Provolo di Verona accoglie famiglie povere”, principalmente dal nord-est italiano.

    Fu allora che 67 persone furono incoraggiate a inviare una lettera al giornale in cui raccontavano ciò che avevano sofferto. “I sacerdoti e i fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di noi”, hanno detto. Molti furono sorpresi di non aver cercato alcuna soluzione giudiziaria, poiché i crimini erano andati in prescrizione, ma ciò che volevano era che la situazione fosse conosciuta in modo tale che i bambini che erano rimasti nel Provolo non subissero ciò che avevano passato loro. Le testimonianze raccolte sono arrivate il 20 novembre 2008 a monsignor Giampietro Mazzoni, giudice della corte ecclesiastica della diocesi di Verona, che ha ignorato il caso. In quella lettera, tra le altre cose, fu informato che nella stanza usata come confessionale nella Chiesa di Santa Maria del Lamento dell’Istituto Provolo, i sacerdoti facevano masturbare alcune ragazze sorde. Lo hanno anche avvertito che gli abusi, spesso accompagnati da percosse, si sono verificati sistematicamente nelle camere da letto dei sacerdoti, sotto l’altare, nelle docce e nei bagni dell’Istituto.

    Nel tentativo di calmare le vittime, è stata avviata un’indagine interna e il 14 dicembre 2012 è stata rilasciata una risposta. Monsignor Mazzoni era incaricato di inoltrare “un’umile richiesta di perdono” alle vittime, dopo aver comunicato che l’inchiesta era stata ritardata dalla sovrapposizione di denunce, perché alcuni preti accusati avevano già lasciato l’istituto o erano morti. Proprio in quella occasione, la Santa Sede ha condannato alcuni sacerdoti a dedicarsi alla preghiera e alla penitenza, impedendo qualsiasi contatto con i minori. Tuttavia, i sacerdoti che erano in Argentina non hanno ricevuto alcuna sanzione. Il manuale di copertura della Chiesa indica che si deve sempre agire dopo che gli abusi sono stati resi pubblici. Il Provolo non faceva eccezione.

    Da quando fu eletto nel marzo 2013, Papa Francesco è stato informato in almeno tre occasioni che quindici sacerdoti italiani, accusati di aver abusato di bambini con problemi di udito in Italia, sono stati inviati ad altre destinazioni in Argentina.

    Io insabbio, tu insabbi.

    Per anni, attraverso ciascuna delle loro testimonianze, i sopravvissuti hanno rivelato come funziona il manuale di copertura che la Chiesa Cattolica utilizza in tutto il mondo ogni volta che un prete molesta, abusa e/o tortura un bambino.

    Il caso dell’istituto Provolo si adatta perfettamente:

    1. alle prime rimostranze, tende a minimizzare il problema;
    2. zittisce e minaccia la vittima, che di solito è minorenne, ma mettendo in disparte la famiglia;
    3. fa pressione su quelli che potrebbero rompere con questa linea e presentare una denuncia, come nel caso di un altro sacerdote;
    4. se il carnefice diventa ingestibile, lo trasferisce;
    5. se il caso viene reso pubblico, rilascia una dichiarazione che simula dolore e afferma il desiderio di accompagnare la vittima e la sua famiglia, mentre le porte sono completamente chiuse agli stessi che affermano di voler sostenere;
    6. iniziano un processo interno, inutile e senza fine che si chiuderà in un cassetto della Santa Sede.

    Papa Francesco sapeva cosa stesse succedendo all’Istituto Provolo e non ha fatto nulla. Questa è la certezza dell’italiano Francesco Zanardi, presidente della Rete italiana dei sopravvissuti all’abuso ecclesiastico. Su cosa si basa? Da quando è stato consacrato nel marzo 2013, il Sommo Pontefice è stato informato in almeno tre occasioni che quindici sacerdoti italiani, accusati di aver abusato di bambini sordomuti in quel paese, sono stati inviati tra le altre destinazioni in Argentina.

    Nel maggio 2014, Zanardi ha inviato al Segretario di Stato Vaticano un video in cui appaiono 17 vittime che raccontano ciò che avevano vissuto e un elenco di sacerdoti accusati con il luogo in cui risiedevano. In Argentina, inclusi Giovanni Granuzzo, Nicola Corradi, Luigi Spinelli ed Eliseo Pirmati. Non ha avuto risposta.

    Il 20 ottobre dello stesso anno, l’Associazione dei sordi del Provolo di Verona, inviò una lettera indirizzata al vescovo Giuseppe Zenti, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e a Papa Francesco: “In quella lettera – ha detto Zanardi – nuovamente appaiono il nome di Corradi e altri quattordici sacerdoti accusati di abuso, quattro dei quali nascosti in Argentina”. Infine, è stato consegnato, ancora una volta, il 28 ottobre 2015, ora direttamente nelle mani del Papa da una delle vittime del Provolo di Verona, Giuseppe Consiglio, momento che è stato fotografato. Faccia a faccia, nell’aula Paolo VI, Consiglio disse al Papa, come poté, dopo ciò che aveva sofferto, al quale il Papa rispose con una richiesta di scuse e le sue solite “pregate per me”. In nessuno dei casi c’è stata alcuna risposta.

    Solo più di un anno dopo, venerdì 25 novembre 2016, quando si sono esposte le prime vittime argentine, sono state effettuate irruzioni presso la sede di Luján de Cuyo, sono stati arrestati i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho e si è scoperto uno scandalo internazionale, il Vaticano nominò un commissario apostolico e si preoccupò del caso “Provolo”. La prima espressione pubblica della Chiesa fu una menzogna: “Voglio chiarire guardandoli negli occhi, con le mani pulite e una coscienza tranquilla, che mai fummo informati prima delle accuse che pesano su nessuno dei sacerdoti imputati”, ha detto l’arcivescovo di Mendoza, Mons. Carlos Maria Franzini.

    Quello che non sapevano era che avevano appena scoperto il caso che avrebbe dimostrato fino a che punto i meccanismi di insabbiamento all’interno della Chiesa Cattolica sono internazionali. Un altro 25 novembre, questa volta nel 2019, sono state conosciute le condanne (45 anni per Corbacho, 42 per Corradi e 18 per il giardiniere Armando Gómez) e si è conclusa la prima delle tre parti del lungo processo di Mendoza. Contemporaneamente, un senso di sollievo attraversò il corpo dei sopravvissuti di La Plata e Verona. Non per niente: per la prima volta da quando sono iniziati gli abusi nell’Italia degli anni 60, poi a La Plata negli anni 80 e a Mendoza negli anni 90, erano riusciti ad avere credibilità.

    Gli investigatori di La Plata e Mendoza hanno concluso che:

    a) le vittime preferite erano quelle i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni;

    b) gli amministrativi e i religiosi fungevano come un filtro per misurare attraverso la tortura e giochi di ruolo chi consegnavano;

    c) gli arcivescovi di La Plata e Mendoza hanno voltato le spalle alle denunce internazionali.

    POETICA DELL’ABUSO

    Nel 2002 Julio García, un membro dell’ordine di La Plata, ha osato chiedere a Nicola Corradi, attraverso una lettera, di “agire sulla questione” per le irregolarità e le perversioni sessuali che stavano accadendo. Questa lettera fu trovata quando furono razziati gli uffici del Provolo di Mendoza, insieme a un fax stampato in cui erano spedite due comunicazioni. Il primo fu inviato al vicario generale in Italia; il secondo a Corradi. In entrambi, Garcia si riferiva a ciò che aveva vissuto all’interno dell’istituto Provolo di La Plata. Ha accusato un novizio ed ex seminarista di nome Gerardo Risso per “comportamenti devianti” e ha segnalato la complicità di altri sacerdoti per proteggerlo, sostenendo queste azioni. Ha anche sottolineato che Risso era stato respinto dall’ordine di Buenos Aires proprio a causa di questo comportamento, al contempo chiedeva a Corradi di non voltare le spalle perché un gruppo di sacerdoti della stessa sede lo proteggeva a spada tratta e sosteneva la possibilità che tornasse al Provolo.

    Garcia ha allegato una copia di una poesia scritta da un interno. “Il cantico di Gerardo” non solo aveva un alto contenuto sessuale nella sua lingua, quando identificava le pratiche dell’ex seminarista nell’intimità del gruppo, ma esponeva anche la naturalizzazione dell’abuso.

    Il cantico di Gerardo
    Sto uscendo con un ragazzo
    L’ho incontrato nella cappella
    Mi ha accarezzato e non ho resistito
    E volevo andare nella sua stanza
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    È religioso e di grande ardore
    Quando mi abbraccia mi da calore
    E mi fa esplodere il cuore
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Mi sono sdraiato sul suo letto
    È venuto come un camion
    E in quella notte mi ha consacrato
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Fu molto bello quello che ho sentito
    Mi ha puntato il suo grande cannone
    E l’ho ricevuto nel mio garage
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    È insaziabile nel suo procedere
    Non vuole altro che cogliere
    Ho già il culo come un vaso
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    E ora cammino con un bastone
    Scorreggio e inizio a gridare
    E piango quando vado a cagare
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Ho promesso di essere sempre fedele
    Mi sono già vestito da religioso
    E di notte gettava le mutande
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Ho già trovato la mia vocazione
    Voglio vivere in congregazione
    Aprire il culo è la mia religione.

    In un altro paragrafo della lettera, l’autore ha anche fatto riferimento a irregolarità nell’amministrazione di indumenti e alimenti che avrebbero dovuto essere date ai bambini che erano nel rifugio di La Plata. Ha accusato le suore, che avevano quel compito, di lasciare 578 pullover immagazzinati per “riempirsi di falene” e “vendere i vestiti che abbiamo donato per 2 o 3 pesos”. Infine, ha sottolineato che ai ragazzi è stato servito cibo ormai scaduto, aggiungendo che “è un miracolo che nessun bambino si sia ammalato”.

    Sebbene il legame tra i poteri giudiziari di Buenos Aires e di Mendoza sia praticamente nullo, sia gli investigatori di La Plata che quelli di Mendoza hanno raggiunto conclusioni simili:

    a) le vittime preferite erano quelle i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni;

    b) gli amministrativi e i religiosi fungevano come un filtro per misurare attraverso la tortura e giochi di ruolo chi consegnavano;

    c) gli arcivescovi di La Plata e Mendoza hanno voltato le spalle alle denunce internazionali.

    Per comprendere la portata istituzionale del caso Provolo, è necessaria una visione integrale che colleghi ciò che è accaduto a Verona, La Plata e Mendoza. Dopo i processi che hanno rappresentato la prima serie di condanne, il processo di La Plata dovrebbe andare in quella direzione.

    manual de encubrimiento de la iglesia católica


    (traduzione con Google, articolo del 4 dicembre 2019)

  • Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4 mila pedofili e 1 milione di vittime” (Parte 1)

    Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4 mila pedofili e 1 milione di vittime” (Parte 1)

    Un’indagine senza precedenti e più completa sugli abusi sessuali del clero cattolico nei confronti di minori e adolescenti è stata realizzata in Italia dalla Rete d’Abuso – un gruppo di vittime dei preti pedofili fondato nel 2010.

    I dati choc parlano chiaro: sugli oltre 50 mila prelati italiani, il numero dei pedofili oscillerebbe da un minimo di 1000 a 4000. E i minori violentati potrebbero addirittura arrivare fino al milione. Inoltre, 298 prelati incaricati in Italia risultano essere stati chiamati in causa per abusi sessuali ai danni di minori. 144 sono invece quelli che hanno confessato o che sono già stati giudicati come colpevoli nei tribunali.

    Per capire questo fenomeno allarmante Sputnik Italia ha raggiunto per un approfondimento Francesco Zanardi, Presidente della Rete d’Abuso che ha condotto questa drammatica ricerca.

    – Francesco, la Rete d’Abuso ha appena diffuso una mappa e le proiezioni sulle violenze sui minori nella Chiesa in Italia. Come siete riusciti a raccogliere questa informazione sconvolgente e, immagino, anche segreta e realizzare la vostra inchiesta?

    – La mappa e le stime, sono due cose ben diverse, la mappa sono tutti casi veri, solo quelli usciti sui giornali negli ultimi 15 anni (quindi in difetto).

    Le proiezioni invece sono state fatte in assenza di dati italiani e sula base delle commissioni governative degli altri paesi, Irlanda, Belgio, Australia ecc. Il collega, consultando dati ottenuti dalle commissioni di inchiesta ha calcolato sulla base del numero di preti, di popolazione cattolica e di vittime dei rispettivi paesi, una proiezione con varie possibilità percentuali. Tuttavia, la percentuale emersa in media è il 6%.

    La proiezione utilizza due studi per il confronto, quello di Sipe secondo cui un sacerdote può abusare nel ciclo vita di 200 vittime, quella di Greeley che ne ipotizzava 50.

    – Tutti questi dati choc derivano esclusivamente dalla mancanza di denunce oppure Lei ha un’altra spiegazione? A Suo avviso, di che cosa hanno paura le vittime?

    – Mancanza di denunce all’autorità giudiziaria. La Chiesa notiamo sempre che quando esce un caso in genere era già informata, ma non è intervenuta. In Italia le vittime hanno paura di denunciare, il clima non è favorevole, spesso le vittime vengono accusate di aver tardato la denuncia o di cercare soldi dalla Chiesa, nella sostanza non vengono credute. A scoraggiare le vittime è spesso il fatto di vedere i preti reintegrati dopo le denunce e spesso accolti con grandi feste dai cattolici. Secondo le nostre stime, solo il 10% denunciano.

    – La Rete d’Abuso da tanto tempo si occupa di tutela delle persone abusate da membri del clero. Cosa non deve fare una vittima di abusi? Quali sono le vostre linee guida?

    – La prima raccomandazione è di denunciare alla magistratura, senza dire nulla alla Chiesa, in quanto spesso questa si attiva non solo spostando il sacerdote, ma spesso avvicina anche testimoni ecc. creando poi problemi nelle indagini di polizia. In secondo luogo, la denuncia alle autorità civili è utile alla vittima per ricevere un indennizzo economico che la Chiesa non da. La cosa grave è che in Italia, spesso le vittime si rivolgono alla Chiesa la quale, cerca di fare passare tempo, lasciando prescrivere la cosa. La maggioranza di vittime che arrivano alla Rete generalmente lo fanno quando è emersa questa problematica.

    – Potrebbe citare il caso più eclatante che uscito fuori grazie alla vostra inchiesta?

    – Credo che il più eclatante, non in Italia, ma in Vaticano, con vittime italiane, sia quello dei chierichetti del papa. Un caso a mio avviso emblematico e mai risolto. Insabbiato almeno tre volte, e il processo avviato ora in Vaticano parte in maniera disonesta in quanto oggetto di quel processo solo il prete accusato e il rettore del preseminario Pio X. Sono stati esclusi dal processo coloro che per tanti anni hanno insabbiato il caso, mons. Diego Coletti, ex vescovo di Como e Angelo Comastri, n. 2 del Vaticano.

    Credo che questo caso sia la dimostrazione che il Vaticano non è in grado di gestire il problema nel mondo, non è riuscito a risolvere nemmeno un caso che si svolge in un appezzamento di 1 km di terra dove il pontefice ha pieni poteri.

    – La notizia sulla vostra mappa delle violenze ha fatto scalpore ed è stata riportata da molte testate giornalistiche. Avete avuto qualche feedback da parte del Vaticano?

    – Si, ci hanno risposto sulle pagine di Avvenire dove lamentano la mancanza di dati governativi, quindi un riscontro con le nostre proiezioni, noi abbiamo risposto ricordando loro che nel 2014 le Nazioni Unite chiesero al Vaticano di quantificare l’entità del fenomeno, all’Italia lo chiese sempre l’ONU nel 2019 ma ad oggi, né il Vaticano né l’Italia si sono preoccupati di farlo

    Ecco invece la nostra risposta.

  • In risposta a mons. Lorenzo Ghizzoni, all’articolo pubblicato da AVVENIRE

    In risposta a mons. Lorenzo Ghizzoni, all’articolo pubblicato da AVVENIRE

    Gentile Lorenzo Ghizzoni,

    ho letto con un pizzico stupore della sua indignazione sulle pagine AVVENIRE e non posso che dedurre due cose: o lei è maldestro, o è completamente disinformato.

    Partendo dalla critica che lei fa a IL FATTO QUOTIDIANO (articoli di Ferruccio Sansa), le faccio notare che per una corretta informazione e una critica accettabile, avrebbe dovuto almeno indicare di quale caso stesse parlando.

    Lo farò io per lei, l’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale tutela minori della Cei, parlava di don Franco Castagneto, la cui diocesi di Genova, è indubbiamente informata dal 1998 (lo conferma persino mons. Alberto Tanasini che gestì personalmente il caso all’epoca dei fatti di SORI).

    Poi don Franco fu trasferito a ALBARO e, nell’agosto del 2019, appena è riemerso il caso, questa volta la chiesa non lo ha più spostato, lo ha fatto scomparire direttamente.

    Tra le altre cose, stando a quanto dichiara la stessa diocesi di Genova, attraverso la Cancelleria in data 25-11-2019, a Genova, “non esiste al momento alcuna equipe della commissione minori e persone vulnerabili“. Lo sapeva ?

    Riguardo ai fatti riportati dal giornale di Marco Travaglio, a firma di Ferruccio Sansa, che lei impropriamente dichiara scandalistici, sappia che quanto scritto fino ad ora, era solo la punta dell’iceberg, sul resto daremo tutte le delucidazioni del caso, non tema. Non ci celeremo, come il cardinal Angelo Bagnasco, dietro un muro di silenzio.

    Riguardo invece le proiezioni sulla situazione italiana, sulle pagine di AVVENIRE afferma; “In Italia la stima varia dal 2 al 4%, ma siamo ancora – è il caso di ripeterlo – nel campo delle ipotesi. Ecco perché i grafici pubblicati nei giorni scorsi dal Fatto, con un’improbabile stima delle diocesi “sicure e non sicure”, è del tutto inaccettabile”.

    Ebbene, solo per doverosissima precisazione, i dati del Fatto Quotidiano ed esposti questa volta da Paolo Frosina, li abbiamo forniti noi, e i puntini sulla mappa sono tutti casi documentati dalla sola stampa nazionale e, sono sincero, la sola vista fa rabbrividire.

    Tuttavia, trovo molto scorretto dar a credere ai lettori di AVVENIRE che quella cartina con i puntini sia frutto delle proiezioni, che son tutta altra cosa, e lei questo lo dovrebbe sapere bene.

    Le proiezioni del collega Mark Vincent Healy, sono calcolate (in assenza di un dato governativo italiano) sulla base di dati veritieri e frutto di commissioni d’inchiesta governative che riguardano unicamente i sacerdoti, non come avete fatto su AVVENIRE, dove citate dati generici sugli abusi in generale: come ben capirà, le due cose non sono paragonabili.

    I dati delle proiezioni riguardano le commissioni governative di: Australia, Belgio, Canada, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Polonia, USA.

    Ebbene, il collega Mark Vincent Healy, sulla base della popolazione cattolica, sulla base dei sacerdoti di quelle nazioni e sulla base delle percentuali restituite dalle commissioni di inchiesta governative, ha fatto una semplice proiezione dell’Italia.

    Nell’articolo pubblicato da AVVENIRE, per evitare figure come questa – rischiando oltretutto di screditare ancor più quello che secondo lei starebbe facendo la chiesa in materia di abusi – avrebbe dovuto ricordare che ben cinque anni fa, il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, dato il dilagante fenomeno di abusi sessuali di minori per mano di preti cattolici e i continui insabbiamenti che emergevano in tutto il pianeta, questi ultimi per mano della stessa chiesa, tra le tante cose, chiese alla Santa sede di quantificare l’entità del fenomeno e, caro Ghizzoni, sarebbe stato davvero onesto da parte sua, dire ai lettori di AVVENIRE, che la Santa Sede neppure rispose a quelle raccomandazioni. Ecco perché non avete i dati. Ma lo dica questo ai lettori di AVVENIRE, è importante, non crede?

    E magari, lo dica anche al Governo italiano, son sicuro che qualche amico a cui rivolgersi lo avrà.

    Sa perché le dico questo Ghizzoni?

    Perché a febbraio 2019, sempre il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, ha chiesto la stessa cosa anche all’Italia, che oltre a due precedenti diffide ed un’interrogazione parlamentare, per il momento non ha ancora proferito parola.

    Si rivolga quindi al Vaticano e al Governo italiano per questa atroce negligenza, anche noi da anni chiediamo una commissione governativa, non accolli così squallidamente la mancanza di dati ad una associazione di vittime di preti pedofili, non è carino e neppure onesto le pare?

    Riguardo al cardinale Gualtiero Bassetti, attuale Presidente della Cei, l’associazione, già prima del summit di febbraio, si era immediatamente attivata per farsi ricevere, ci ha persino risposto, peccato che però poi, dopo la valanga mediatica, sia sparito pure lui.

    Che dire? Che la chiesa italiana sia determinata può essere, il dubbio che resta è: su cosa? Noi vittime sono anni che chiediamo giustizia alla chiesa, ma tranne i pochi di noi che la hanno ottenuta dai tribunali civili e non dalla chiesa, per tutti gli altri, al momento non credo si possa sperare di trovare grandi entusiasmi.

    Vedere campagne mediatiche fatte di bugie, come quella di cui lei è il rappresentante per l’Italia, campagne che puntano solo a disinformare la comunità, spalando fango su noi vittime, che vengono tirate in ballo dalla chiesa solo in queste occasioni, dà ben poca credibilità alle sue affermazioni.

    Con ossequio Francesco Zanardi

    Presidente della RETE L’ABUSO

    Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.

  • PEDOFILIA – Il fallimento della Chiesa di Genova. Note a margine del caso don Franco Castagneto.

    PEDOFILIA – Il fallimento della Chiesa di Genova. Note a margine del caso don Franco Castagneto.

    “Io conosco tanti bravi sacerdoti” “non  è gusto che quattro mele marce infanghino il lavoro di chi fa bene”.

    Ma cosa vuole dire fare bene? Il bene della chiesa o quello della società che la circonda?

    Il dubbio sorge da un singolare ma diffuso ragionamento che qualche giorno fa si è riproposto leggendo l’ultimo libro di Gianluigi Nuzzi “Giudizio universale”, dove un certo prelato che ha condotto affari poco leciti, risolleva questa curiosa sottigliezza che oserei definire “da prete”, rimproverando i colleghi che hanno condotto affari poco leciti quanto lui, ma non per l’illecito in se, ma perché lo hanno fatto a fini personali e non per “il bene” della chiesa…

    Di Francesco Zanardi

    Una frase che in questi 20 giorni di indagini , mi sono sentito ripetere decine di volte da molti. Mai, però, dagli interessati che, a detta di questi molti, son così bravi e vedrebbero il loro operato minacciato da quattro mele marce.

    Una bravura che poi però nessuno sa spiegare, nel concreto, in cosa consista o quale sia la regola che la stabilisce. Gli interessati, sacerdoti che puntualmente sentenziano su aborto, omosessualità, pedofilia, politica e quant’altro: sul collega però tacciono. Forse anche qui, è come nella sottigliezza fatta dal prelato nel libro di Nuzzi, siamo noi a non comprenderne la sfaccettatura.

    Certo se il collega accusato di molestie fosse stato di un’altra città, quanti avrebbero commentato e …con che toni? Avrebbero probabilmente lamentato “i bambini vanno protetti, lo dice anche Papa Francesco” – “che vergogna, nessuno fa nulla per quelle persone”- “se fosse successo qui avremmo denunciato. Il mio parroco poi, su queste cose…”.

    Ma i fatti accadono proprio a Genova…

    Nella parrocchia di Albaro, uno dei primi luoghi dove ci rechiamo, è domenica, c’è la messa, e all’uscita, un uomo ed una donna – mandati da me per cercare di raccogliere qualche informazione in più di quelle poche contenute nella lettera anonima – chiedono di don Franco, ma l’interlocutore dice di non conoscerlo. Chiedono a un altro e un altro ancora, ma nessuno conosce quel don Franco, che ha fatto il parroco, proprio lì e per venti anni.

    I primi giorni dell’inchiesta, quelli prima di essere contattato dai vari presunti abusati e testimoni, provo a raccogliere qualche informazione che mi permetta di riuscire a muovermi in modo più circostanziato possibile e soprattutto di persona, evitando di agitare troppo le acque, qualcuno mi potrebbe riconoscere. Chiamo persone dell’ambiente che conosco, vediamo se possono aiutarmi… non negano nulla anzi, ma mi fanno capire che non possono e glissano.

    Se pur con qualche parola di rammarico, Monsignor Alberto Tanasini, è l’unico che non nega di sapere quanto accaduto a Sori, ma su Albaro eh.. non è lui competente, lui sa del passato, anche se ammette di avere il sentore che qualcosa possa essere accaduto.

    Dall’arcidiocesi di Bagnasco, invece, il silenzio è più tombale che altrove, neppure la frasetta di rito “soffriamo tanto e siamo molto addolorati per le vittime”. Il nulla più assoluto, forse solo la speranza che si smetta presto di parlare di don Franco Castagneto.

    Una vicenda che parte dai tempi di Dionigi Tettamanzi, passa per Tarcisio Bertone e riemerge, questa volta all’attenzione del cardinale Angelo Bagnasco, che chissà se avrà avuto la notizia…

    Certo, fa specie vedere che la tanto acclamata trasparenza e la tolleranza zero invocate da Papa Francesco, nei fatti siano inapplicabili e si riducano ad un’omertà che, ancora ai giorni nostri, parte dalle più alte sfere, passa per il clero genovese e approda nelle parrocchie, tra gli Scout, gli educatori, e all’Azione Cattolica, dove anche lì vige il silenzio più assoluto, rotto solo da qualche parrocchiano che difende a prescindere l’operato dei sacerdoti, che però non fanno un solo fiato …

    Dall’altra faccia della medaglia le vittime: lasciate sole da tutti. Non mi riferisco solo a chi sostiene di aver subìto molestie da don Franco, qui ci sono altre vittime, le donne, che non avrebbero subito violenze dirette, ma subìto di sapere, di vedere e tollerare, che i loro uomini fossero molestati da un prete che aveva, e forse ha ancora, una abilissima capacità di manipolazione. “Don Franco ci diceva: baciatemi come gli apostoli con Gesù”.

    SORI: un paesino di circa 4000 anime, che vive come tutti i paesi della costa di turismo e delle poche attività, una comunità molto ristretta dove stando alle testimonianze raccolte in questi giorni, il don si era creato il suo “harem”.

    Una vicenda che trova il silenzio dell’intera comunità, della stessa chiesa ma che urla il dolore di decine di persone. Molte non abitano neppure più in Liguria, ma hanno voluto comunque parlare con me al telefono e lasciarmi la loro testimonianza di quei ricordi ancora oggi indelebili. Qualcuno di loro, malgrado sia riuscito a non farsi coinvolgere, racconta il dolore e la rabbia di aver assistito impotente.

    Altri non si spiegano come siano riusciti a farsi manipolare fino al punto di non reagire e non sottrarsi a quella situazione, anzi – col magone commentano – “abbiamo coinvolto altre persone”.

    C’è anche il sesso in questa vicenda, ma è solo una parte, in questo caso qualcosa che definirei secondario in quanto usato principalmente come strumento/arma di ricatto, per garantire la fedeltà e i segreti di una parte di quella piccola comunità. Molti dei testi che ho sentito in questi giorni, raccontavano la vicenda quasi in terza persona, come se avessero agito in uno stato di fortissima sudditanza psicologica che va oltre l’indottrinamento.

    Emergeva uno schema settario, che però spesso i testi non notavano e non riuscivano quindi a sottolineare nei loro racconti. Forse perché ancora oggi ne sono soggiogati.

    Non voglio entrare troppo nel merito dell’indagine, ma emerge una sorta di struttura piramidale retta da persone accuratamente scelte dal don, la Fratellanza.

    La prima regola ? “Non parlare con estranei della Fratellanza”, altrimenti sei fuori.

    Coinvolgeva anche intere famiglie, non solo ragazzi e singoli. Gli uomini si riunivano in un incontro “esclusivo” il lunedì sera. Alle donne era vietato.

    Lì si decideva la vita della ristretta ed esclusiva comunità, si condividevano i turbamenti, i segreti più profondi, un momento di aggregazione (manipolante) molto intimo e coinvolgente, che al termine sigillava la Fratellanza, con qualcosa di rituale e compromettente, un gesto che rendesse i presenti tanto complici da garantirsi l’obbedienza e il silenzio.

    Nella mia carriera, qualche storia di abusi l’ho vista, ma questa vicenda ha qualcosa di surreale ed inquietante. Non approfondisco per ora il tema della Fratellanza al quale ho accennato ma è ben più ampio e complesso.

    Mi duole non poco, vedere il silenzio intorno a questi fatti, un silenzio, un’indifferenza che c’era 30 anni fa e che continua ancora oggi malgrado la consapevolezza che, allora, non c’era. Un’intera comunità che non reagisce in alcun modo di fronte a tutto ciò, non cerca neppure di difendersi, quasi a dar garanzia per il futuro, garanzia che fatti come questi continueranno a esserci, magari anche a danno dei propri figli, ma sempre nel rigoroso e omertoso silenzio che santa romana chiesa esige.

    Vedi la mappa interattiva

    Riflessioni che un uomo che ha scelto di portare avanti una battaglia per la verità come questa, spesso è costretto a fare.

    “E nel frattempo, sempre a Genova, il Secolo XIX porta alla luce un’altra storia di silenzi recenti, teatro questa volta, il quartiere della Maddalena“.
    Nella mappa gli ultimi recenti casi in città.

    Zanardi

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    CONTRIBUTO: Phil Saviano – tratto da Spotlight

     “Se sei un bambino povero di una famiglia povera, la religione conta moltissimo e se un prete ti presta attenzione, è una grande cosa. Ti fa raccogliere i libri dei canti, gettare la spazzatura e ti senti speciale, è come se Dio ti chiedesse di dargli una mano. Così è un pò strano quando ti racconta una barzelletta sporca, però adesso avete un segreto in comune. E così stai al gioco.

    Poi arriva una rivista porno, e tu stai al gioco. Stai al gioco finché un giorno arriva a chiederti di fargli una sega, oppure un pompino, e tu stai al gioco anche in quel caso, perché tu ti senti in trappola, perché lui ti ha circuito.

    Come puoi dire di no a Dio?

    Vedete è importante capire che non è soltanto un abuso fisico ma è anche un abuso spirituale e che quando un prete ti fa questo, ti sta rubando anche la tua fede. Così chiedi aiuto alla bottiglia, o a una siringa e se non funzionano ti butti da un ponte.

    Per questo ci chiamiamo sopravvissuti”

  • CHIESE DI SORI E ALBARO, PEGGIO GLI ABUSI O IL SILENZIO DI GENOVA?

    CHIESE DI SORI E ALBARO, PEGGIO GLI ABUSI O IL SILENZIO DI GENOVA?

    “Provo dolore per non aver dato credito alle denunce dei ragazzi di Sori. Eh sì… temo che tra le vittime ci fossero anche dei minori”. Ha detto così, con coraggio, il vescovo di Chiavari Alberto Tanasini. Negli anni Novanta, insieme con altre figure di spicco della Curia di Genova tra cui padre Guido Marini (oggi cerimoniere del Papa), si occupò della denuncia di un gruppo di ragazzi e di educatori di Sori che riferivano di aver subito comportamenti non appropriati (per usare un eufemismo) da parte dell’allora parroco.

    Parole che sembravano destinate a suscitare un terremoto, non solo a Genova. Pagine e pagine sul Fatto Quotidiano. Invece nemmeno una reazione.

    Sono cinque giorni ormai che il Fatto Quotidiano e il sito test.retelabuso.org/ raccontano delle denunce di uomini e donne di Sori. Già negli anni Novanta, ci è stato confermato da fonti certe e dallo stesso Tanasini, la Curia se ne occupò. Il sacerdote fu trasferito a Santa Teresa d’Albaro (più un premio che una punizione), un’altra parrocchia dove si ritrovano giovani e scout. Lì è rimasto finché, pochi mesi fa, è stato d’improvviso trasferito. Senza una parola, senza una spiegazione ai fedeli.

    Intanto al Fatto e a Francesco Zanardi della Rete l’Abuso continuano ad arrivare testimonianze che confermano la nostra inchiesta. Uomini e donne che negli anni Novanta erano ragazzi e, raccontano, hanno avuto la vita devastata. Racconti pieni di sofferenza e dolore che anche oggi saranno pubblicati sul Fatto Quotidiano: una donna che all’epoca frequentava la parrocchia parla di “venti ragazzi” toccati dalla vicenda.

    Eppure Genova tace. Nessuna reazione ufficiale. Nessuno ne parla. Nessuno pone semplicemente delle domande. Silenzio totale.

    Le persone che hanno denunciato così si sentono ancora più sole. E viene da chiedersi se sia più doloroso quanto viene denunciato o l’indifferenza con cui le testimonianze vengono accolte dalla città.

    Ma noi andremo avanti finché qualcuno non risponderà.

    PER SAPERNE DI PIU’

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/01/molestie-sui-minori-genova-quel-prete-deve-sparire-decine-di-vittime-raccontano-gli-abusi-leggi-linchiesta-di-sherlock/5588314/
    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/03/molestie-a-genova-caso-di-don-franco-castagneto-finisce-in-procura-leggi-linchiesta-di-sherlock/5590969/
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/04/molestie-sui-minori-genova-laudio-registrato-in-parrocchia-e-una-vittima-di-don-franco-non-e-piu-parroco-qui-non-so-dove-sia/5593733/
    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/04/attenti-a-quei-preti-fino-a-4-mila-pedofili-e-1-milione-di-vittime/5592833/
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2019/12/01/decine-di-vittime-tra-sori-e-genova-bagnasco-tanasini-e-don-franco-castagneto-sparito-nel-nulla/
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  • “Don Franco ci diceva: baciatemi come gli apostoli con Gesù”

    “Don Franco ci diceva: baciatemi come gli apostoli con Gesù”

    LA PARROCCHIA DEGLI ABUSI – Abusi a Genova: nuove testimonianze

    Ferruccio Sansa

    “Don Franco è come Cristo. I suoi ragazzi sono gli apostoli. E Gesù baciava i suoi apostoli, dicevano così per spingere ad accettare quei rapporti. Spero che finalmente venga fuori questa storia che ha devastato persone e famiglie. Tutti sapevano, io sono andata in Curia non so più quante volte”. Parla Marta (il nome è di fantasia per proteggere le vittime). “Io sono una delle poche donne che sa quello che è successo nella parrocchia di Sori. E due miei amici del cuore, ma proprio intimi, hanno subìto le attenzioni di don Francesco Castagneto, fino a veder cambiata la loro vita”. Perché finora le vittime non hanno parlato? “C’era una fraternità. Eravamo vincolati al segreto su ciò che accadeva fra noi”. Nei giorni scorsi Sherlock ha riportato le testimonianze di ragazzi che hanno riferito di aver subìto molestie da don Castagneto.

    Ma altre vittime hanno contattato il Fatto e Francesco Zanardi, il presidente della Rete l’Abuso. Sono quasi tutte donne, non perché oggetto dell’interesse del sacerdote, ma perché “il don ha avuto rapporti con nostri amici e fidanzati”. Il cronista ha riscontrato le parole di Marta. Partendo dalle affermazioni di Alberto Tanasini, il vescovo di Chiavari che all’epoca seguì il caso: “Provo dolore, non abbiamo dato ascolto a quei ragazzi. Temo ci siano dei minori”.

    Il racconto di Marta comincia dalle parole del suo compagno di banco e amico del cuore, il fidanzatino forse: “Fulvio (lo chiameremo così, ndr) ed io eravamo inseparabili. Dai primi anni delle superiori mi cominciò a dire che si sentiva addosso gli occhi del don. Poi un giorno si confidò: ‘Mi bacia, mi tocca’. Era angosciato, non immaginate il fascino che quell’uomo suscitava in noi. Eravamo soggiogati… dovevate esserci alle sue messe, duravano ore, c’erano ragazzi che piangevano”. Quanti avrebbero subìto attenzioni? “Potrebbero essere una ventina. Alcuni hanno avuto rapporti completi”.

    Minorenni? “Fulvio all’epoca era minorenne”. Ma il racconto di Marta non finisce qui: “A diciotto anni feci l’errore di portare con me nel gruppo un altro mio amico intimo, appena maggiorenne. Anche lui fu oggetto delle attenzioni di don Franco”. E la vita dei ragazzi da quel giorno, racconta Marta, sarebbe cambiata per sempre: “Fulvio si è sposato. Ma poi si è reso conto di essere gay… il suo matrimonio è stato annullato. Non è stato l’unico caso: altri matrimoni sono stati annullati, ci sono mogli che hanno raccontato di aver scoperto dopo le nozze che il loro marito aveva subito molestie da un sacerdote”. Già, matrimoni annullati; diversi ragazzi che erano approdati nel gruppo con una fidanzata e ne sono usciti avendo scoperto di essere gay.

    Marta parla con voce ferma. Sono gli anni ’90: “Ricordo che c’erano educatori che pretendevano da me di essere baciati sulla bocca. Nel gruppo maschile c’erano atti di masturbazione, rapporti orali. È andato avanti anche quando don Franco era stato trasferito a Santa Teresa d’Albaro. C’erano un disagio e una confusione terribili”. Così Marta cominciò a parlarne: “Ma fui isolata dai miei amici. Il don mi chiamava ‘la psicopatica’. No, non pensai di andare dai giudici, mi rivolsi alla Curia. Alla fine ho ceduto, me ne sono andata via dal mio paese”. Marta aveva una fede grande, “ero una talebana”, cerca di sorridere. Ma adesso? “Non credo più. Ma ci tornavo in chiesa… ad Albaro, da don Franco. Avevano promesso che non lo avrebbero più messo a contatto con i ragazzi, ma lo vedevo lì con gli scout. Mi mettevo in prima fila e lo guardavo fisso negli occhi. Volevo che sapesse che lo controllavo”. Marta ci tiene a sottolinearlo: “Non cerco vendetta. Non facevo più conto sulla giustizia. E non odio don Franco. Voglio solo che altri ragazzi non subiscano ciò che abbiamo subito noi”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/05/don-franco-ci-diceva-baciatemi-come-gli-apostoli-con-gesu/5595337/