Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Francesco Zanardi

  • LECCE: Chiesta l’archiviazione per don Carmelo Rampino. La Rete l’ABUSO pronta alla sede civile.

    LECCE: Chiesta l’archiviazione per don Carmelo Rampino. La Rete l’ABUSO pronta alla sede civile.

    Il pubblico ministero Stefania Minnini ha inviato al GIP la richiesta di archiviazione per i reati commessi dal sacerdote Carmelo Rampino ai danni di almeno due ragazzini, oggi adulti.

    Le due presunte vittime – difese dall’avvocato della Rete L’ABUSO Mario Caligiuri – non presenteranno opposizione all’archiviazione, in quanto – spiega Francesco Zanardi Presidente dell’associazione – la querela penale, è un atto formale che l’associazione fa come procedura standard, anche qualora i reati siano come in questo caso, palesemente prescritti. Una procedura principalmente finalizzata all’individuazione di altre eventuali vittime oltre all’accertamento dei fatti.

    Come era nelle previsioni, adesso si passerà alla sede civile per la quale, l’Associazione Rete L’ABUSO, nell’interesse dei suoi assistiti, già nel maggio 2018 aveva comunicato sia alla Diocesi di Lecce che al sacerdote Carmelo Rampino, formale messa in mora, finalizzata all’interruzione dei termini prescrittivi, questa volta però in sede civile.

  • PEDOFILIA-Caso Martinelli; spariscono dal fascicolo il cardinal Comastri e il vescovo Coletti

    PEDOFILIA-Caso Martinelli; spariscono dal fascicolo il cardinal Comastri e il vescovo Coletti

    Il Promotore di Giustizia del Tribunale dello Stato Vaticano ha chiesto il rinvio a giudizio per don Gabriele Martinelli, accusato di abusi sessuali che sarebbero avvenuti nel Preseminario San Pio X (dentro lo Stato del Vaticano) e di don Enrico Radice, rettore del Preseminario all’epoca dei fatti, con l’accusa di favoreggiamento.

    Un procedimento (all’epoca canonico) insabbiato già due volte dalle gerarchie, che al suo terzo esordio parte nuovamente zoppo, in quando la richiesta di rinvio a giudizio (questa volta chiesta da un tribunale penale vaticano) vede  citati solo don Martinelli  e don Radice. Malgrado la tolleranza zero tanto acclamata da Bergoglio contro i vescovi insabbiatori, aimè, vediamo scomparire completamente i nomi degli allora responsabili gerarchici di Martinelli e di Radice , coloro che di fatto decisero e ordinarono, il vescovo emerito di Como Diego Coletti e il suo superiore, il cardinale Angelo Comastri (numero 2 nella Città del Vaticano), che stando alle carte in nostro possesso (quelle scambiate tra le presunte vittime e le gerarchie) e a quando emerso dalla precedente indagine dell’allora Vicario Giudiziale Andrea Stabellini, furono coloro che decisero di insabbiare il caso.

    Assolutamente da vedere, il servizio de LE IENE che non contiene solo le accuse formalizzate nero su bianco alla chiesa dalle presunte vittime, ma quelle delle stesse gerarchie vaticane e degli inquirenti vaticani, dichiarazioni che a quanto pare, difficilmente entreranno nei tribunali della Santa Sede.

    Molto complesso anche lo scenario nel quale avvengono i presunti abusi, in quanto abbiamo due presunte vittime, che però sporgono querela a due differenti Stati, la prima presunta vittima è promotrice del procedimento avviato presso l’Autorità vaticana, la seconda – seguita dall’avvocato della Rete L’ABUSO Mario Caligiuri – è promotrice invece del fascicolo aperto presso la procura di Roma.

    A complicare ulteriormente il tutto, la competenza territoriale. I fatti, si sono svolti in Vaticano, uno stato estero e sovrano sul quale l’Italia non ha alcuna autorità. Paradossalmente, se Martinelli e Radice (in quanto cittadini italiani) si rifiutassero di consegnarsi, il Vaticano, per poterli processare, sarebbe costretto a chiedere all’Italia l’estradizione dei due.

    Ma torniamo a noi; che fine hanno fatto coloro che realmente insabbiarono il Caso?

    Nessun giornale italiano si è posto, o ha voluto porsi la domanda, ma sarebbe corretto, anche molto utile se la ponessero, in quanto fino ad ieri hanno strombazzato ai quattro venti la tolleranza zero di Bergoglio contro pedofili e insabbiatori e oggi, che i due principali insabbiatori  –  Comastri e Coletti – svaniscono da una vicenda di cui sono stati protagonisti, nessuno se ne accorge ?

    Ma rivediamo rapidamente gli eventi; Kamil (il nostro assistito) si accorge delle molestie sessuali subite dal suo compagno di stanza, le denuncia al padre spirituale don Marco Granoli , il quale le riferisce a sua volta ai suoi superiori, tra cui don Enrico Radice ed il vescovo di Como, Diego Coletti.

    Pochi mesi dopo don Granoli viene accusato di aver scritto alcune lettere anonime , ed allontanato dal preseminario Pio X. Circa un anno dopo sarà allontanato con una scusa anche Kamil, che per primo aveva denunciato le violenze.

    Nel frattempo parte un’indagine da parte del tribunale ecclesiastico di Como, condotta dall’uomo chiave di tutta questa vicenda, don Andrea Stabellini, il Vicario Giudiziale (nel nostro ordinamento il pubblico ministero) che alla fine dell’indagine, dopo aver informato degli esiti il vescovo Coletti, nel settembre 2013, si rechèrà a Roma, per rimuovere don Enrico Radice.

    Per Stabellini bisognava procedere in tutti i gradi di giudizio, perché vi era materiale sufficiente. Ed è qui che il cardinal Comastri interverrà, sostenendo che l’intera vicenda sono tutte falsità. Chiedeà al  Vicario Giudiziale di cestinare.

    Come possiamo vedere gli attori della vicenda sono molti di più di quelli che il Vaticano si limita (mediaticamente) a portare in giudizio.

    Abbiamo 3 presunte vittime, Kamil, Marco e Lucio, diversi testimoni tra cui lo stesso Vicario Giudiziale e paradossalmente lo stesso Radice, per il quale oggi si chiede il rinvio a giudizio, ma che all’epoca dei fatti era un sottoposto di Comastri e Coletti, dai quali riceveva gli ordini.

    Nei fatti, le gerarchie hanno continuato a “proteggere” don Martinelli, che malgrado i tre servizi de LE IENE e gli scandali, in questi mesi non è mai stato neppure sospeso, anzi oggi ha persino preso i voti. Nel luglio 2018 ci segnalano che celebra regolarmente messa a Lanzio D’Intelvi, nella chiesa di S. Siro. Sempre nell’estate 2018 scopriamo addirittura che Martinelli raccoglie le prenotazioni per gli esercizi spirituali, ai quali parteciperà niente popò di meno che il n° 1 della Congrazione per la Dottrina della Fede (ovvero l’organo che dovrebbe perseguire anche i casi di violenza sessuale) Luiz Francisco Ladaria.

    Questo processo sembra una farsa ancora prima di iniziare, in quanto, per quello che riguarda don Martinelli il Vaticano si limita ai fatti avvenuti solo nel preseminario e solo ai danni di 1 presunta vittima, non di 3.

    Per quanto invece riguarda don Radice, all’epoca rettore, l’accusa sarebbe quella di favoreggiamento, senza tenere conto che Radice riceveva degli ordini dai suoi diretti superiori, Comastri e Coletti, veri responsabili dell’insabbiamento del caso, che emerge finalmente, anche all’attenzione del Vaticano, ma solo dopo 6 anni e molteplici scandali, e come sempre, solo dopo che la magistratura italiana ha avviato un’indagine.

    Un altro tangibile il fallimento della c.d. tolleranza zero di Bergoglio.

    Francesco Zanardi

  • Le accuse riguardano l’abuso di un chierichetto in un seminario giovanile a pochi passi dalla Basilica di San Pietro. (Tiziana Fabi / AFP / Getty Images)

    Le accuse riguardano l’abuso di un chierichetto in un seminario giovanile a pochi passi dalla Basilica di San Pietro. (Tiziana Fabi / AFP / Getty Images)

    Di Chico Harlan e Stefano Pitrelli 17 settembre alle 17:27

    ROMA – I procuratori penali del Vaticano hanno richiesto l’accusa di un prete accusato di aver abusato di un chierichetto in un seminario per giovani a pochi passi dalla Basilica di San Pietro – un raro caso che riguarda rivendicazioni di abusi all’interno delle mura della città-stato.

    Una dichiarazione vaticana martedì, ha affermato che i pubblici ministeri stavano anche cercando un’accusa contro l’ex rettore del seminario giovanile per  aver “aiutato e favorito” il presunto abuso.

    Le accuse indicano che la chiesa sta avanzando su un caso che sarebbe stato coperto per anni, anche se il Vaticano non ha detto quando potrebbe iniziare un processo, né ha fornito dettagli sulle accuse contro padre Gabriele Martinelli e l’ex rettore padre Enrico Radice.

    I critici su come la Chiesa cattolica ha gestito i casi di abuso guarderanno per vedere quanto sarà trasparente il Vaticano.

    Le accuse di abuso nel pre-seminario di San Pio X risalgono al 2012. Sono state riportate prima dai giornalisti italiani nel 2017 e poi dall’Associated Press l’anno scorso.

    Secondo l’AP, il giovane chierichetto Kamil Jarzembowski ha accusato un seminarista più anziano, Martinelli, di aver molestato il suo compagno di stanza. Diversi vescovi hanno indagato, ha detto l’AP, eppure la vittima non è mai stata intervistata e la polizia non è mai stata chiamata.

    Alla fine, Jarzembowski fu espulso dal seminario, mentre Martinelli fu nominato sacerdote.

    In corrispondenza di The Washington Post all’inizio di quest’anno, Carlo Maria Viganò, critico di papa Francesco ed ex ambasciatore vaticano a Washington, ha messo in evidenza il caso come esempio dell’inadeguata risposta della gerarchia della chiesa alle accuse di abuso.

    [ Ha invitato il papa a dimettersi. Ora questo arcivescovo si trova in una posizione sconosciuta. ]

    Viganò, citando “informazioni di prima mano”, ha affermato che un’indagine preliminare, condotta da un prete, è stata inibita dai suoi superiori. Viganò ha detto che Jarzembowski, insieme ad altri due seminaristi, ha descritto le accuse per iscritto ai cardinali e, nel 2014, a papa Francesco.

    “Una delle vittime era un ragazzo, presumibilmente abusato per cinque anni consecutivi, a partire dall’età di 13 anni”, ha detto Viganò.

    Le accuse del Vaticano arrivano poco dopo un articolo di agosto su Il Messaggero, il principale quotidiano romano, secondo cui i pubblici ministeri locali stavano concludendo le proprie indagini su “presunti atti di abuso” nel seminario giovanile.

    Francesco Zanardi, un sopravvissuto italiano di abusi sessuali del clero e presidente della Rete L’ABUSO, ha affermato che la sua associazione ha aiutato Jarzembowski a sporgere denuncia presso l’ufficio del procuratore distrettuale a Roma.

    Il Vaticano, nella sua dichiarazione, ha affermato che le sue accuse sono state rese possibili dopo che Francesco a luglio ha concesso una disposizione speciale per far avanzare la questione, aggirando lo statuto dei limiti delle limitazioni.

    https://www.washingtonpost.com/world/europe/the-vatican-seeks-to-indict-two-priests-in-abuse-case-within-its-walls/2019/09/17/d1ba9e9a-d970-11e9-a1a5-162b8a9c9ca2_story.html?noredirect=on

  • Le perplessità della Rete L’ABUSO sulla richiesta di rinvio a giudizio vaticana per gli abusi sui chierichetti del papa

    Le perplessità della Rete L’ABUSO sulla richiesta di rinvio a giudizio vaticana per gli abusi sui chierichetti del papa

    Apprendiamo da un comunicato stampa del Vaticano che il promotore di giustizia della Santa Sede, con i provvedimenti del 16 e 17 settembre, ha chiesto il rinvio a giudizio di don Gabriele Martinelli (accusato di abusi sessuali che sarebbero avvenuti nel Preseminario San Pio X) e di don Enrico Radice, rettore del Preseminario all’epoca dei fatti, con l’accusa di favoreggiamento.

    Una delle due presunte vittime – il polacco Kamil Jarzembowski – è seguita dall’avvocato della Rete L’ABUSO, Mario Caligiuri (del Foro di Roma), con il quale il Presidente della Rete ha voluto confrontarsi.

    Va detto, che a seguito dei diversi insabbiamenti attuati dal Vaticano dal 2012, la Rete L’ABUSO aveva presentato nei mesi scorsi formale querela presso la Procura di Roma, ottenendo l’apertura di un fascicolo.

    Ora naturalmente sorgono una serie di perplessità in quanto la competenza territoriale del reato, è proprio lo Stato del Vaticano, uno stato che fino ad oggi ha sistematicamente insabbiato tutti i casi a lui denunciati dalle vittime, che non ha mai risarcito spontaneamente, ma solo quando costretto dai tribunali civili.

    Il timore dell’associazione, è che la richiesta di rinvio a giudizio vaticana, sia solo un escamotage per spostare il procedimento dall’Italia, in Vaticano.

    Ad aumentare i dubbi, un apposito provvedimento di Bergoglio del 29 luglio scorso, che aveva proprio il fine di rimuovere la causa di improcedibilità sulla vicenda.

    Il Presidente

    Francesco Zanardi

  • SAVONA: assolto dalle accuse di diffamazione, il Presidente della Rete L’ABUSO

    SAVONA: assolto dalle accuse di diffamazione, il Presidente della Rete L’ABUSO

    Si è tenuta questa mattina, presso il tribunale di Savona,  l’udienza che vedeva indagato per diffamazione, Francesco Zanardi, sopravvissuto e Presidente dell’unica rete nazionale di vittime di preti pedofili.

    Zanardi era stato citato in giudizio da padre Ilario  Verri, un sacerdote di Bergamo missionario in Mozambico, che insieme ad un altro sacerdote italiano, missionario in Mozambico, erano stati indicati da un insegnante portoghese , João Oliveira, come responsabili di turismo sessuale ai danni di alcuni minori dell’orfanotrofio gestito dal secondo sacerdote, padre Luciano Cominotti, indagato in Mozambico, ma archiviato in quanto nel frattempo rientrato in Italia.

    Zanardi, difeso dall’avvocato Riccardo Di Rella, segretario della Rete L’ABUSO, non è stato neppure chiamato a deporre, in quanto durante l’audizione di padre Ilario Verri, è chiaramente emersa l’eccezione di querela tardiva, che ha così portato all’assoluzione di Zanardi.

    Tuttavia, durante l’audizione del sacerdote, alla luce di alcune sue dichiarazioni fatte al Giudice, Zanardi annuncia che la Rete L’ABUSO aprirà un secondo fascicolo sul caso (il primo mod. 21 fu depositato lo scorso 26 luglio 2018). Al momento si riserva di rendere note le incongruenze emerse durante l’audizione, ma rende noto che saranno acquisite le trascrizioni dell’intera udienza.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Come la chiesa di Francesco, sulla pedofilia, ha sapientemente manipolato l’immaginario collettivo

    Come la chiesa di Francesco, sulla pedofilia, ha sapientemente manipolato l’immaginario collettivo

    La tanto acclamata “Tolleranza zero”, il Motu proprio “Come una madre amorevole”, e l’ultimo emesso, il “VOS ESTIS LUX MUNDI”, documenti che nell’applicazione concreta, disattendono le aspettative di tutti.

    Ma è davvero così o, forse, siamo noi che sbagliamo la chiave di lettura?

    Di Francesco Zanardi

    Per falsare una chiave di lettura, bisogna creare un “pregiudizio” in chi legge condizionando così il punto di vista, in modo da fargli credere di leggere un testo che, in realtà, ai suoi occhi assume significato opposto a quello reale. L’astuzia più sublime poi, sta nel riuscire a fare in modo che questo “pregiudizio” si sviluppi autonomamente nei ragionamenti del lettore.

    Vedremo ora come, negli ultimi anni, la chiesa abbia sapientemente instaurato nella mente di tutti noi, dei “pregiudizi” di base che ci porteranno a falsare la chiave di lettura che, quotidianamente, diamo alle iniziative che il Vaticano dice di voler portare avanti (oramai da 20 anni) per contrastare la pedofilia.

    Partiamo dall’etichetta che gli viene sapientemente data – “tutela dei minori e adulti vulnerabili” – ed immediatamente pensiamo a qualcosa di positivo in loro favore, qualcosa che li proteggerà e, dall’altra parte della medaglia, punirà chi fa loro del male.

    Ecco creato un primo “pregiudizio”.

    Se poi parliamo di “tribunali e processi canonici”, di “condanne ai sacerdoti molestatori e ai vescovi inadempienti”, il nostro precedente “pregiudizio” si consolida ulteriormente. L’analogia dei nomi delle Istituzioni vaticane, identici a quelli delle istituzioni civili, crea in noi un’aspettativa di giustizia per colui che ha subito il torto. L’aspettativa che abbiamo nelle istituzioni civili.

    Bene, questa chiave di lettura è TOTALMENTE FALSA, vediamo il perché.

    Intanto va detto che, a differenza dei tribunali civili, per i quali chi subisce l’abuso è vittima di un crimine contro la persona, per i tribunali canonici l’abuso sessuale è un delitto riconducibile al sesto comandamento, (non commettere atti impuri), un delitto dove la vittima di quello che per la chiesa è un grave affronto morale, è Dio, non colui che ha subito fisicamente la violenza.

    Per questo motivo ancora oggi la chiesa non ritiene di dover risarcire neppure la reale vittima, lo fa solo quando costretta dai tribunali. La vittima, nella sostanza, è colei che insieme al sacerdote ha commesso l’atto impuro. Nei vari Motu propri compreso l’ultimo, malgrado l’etichetta “tutela dei minori e adulti vulnerabili” con la quale vengono presentati, in realtà non vi è alcuna iniziativa in sostegno della vittima, tranne l’accoglienza, l’ascolto e l’assistenza spirituale. Per quella psicologica, si viene rimandati al Servizio Sanitario nazionale.

    Come possiamo vedere, alla luce di questa piccola consapevolezza, la chiave di lettura iniziale è variata già di molto.

    Pochi giorni fa, leggendo un commento di una collega che si domandava perché, malgrado il Motu proprio “Come una madre amorevole” e l’ultimo emesso il “VOS ESTIS LUX MUNDI”, che di fatto ha ridefinito tutte le precedenti leggi vaticane in materia di abuso sessuale da parte di membri del clero, per esempio nel caso di monsignor Mario Delpini, malgrado le sue comprovate omissioni, il papa abbia tuttavia proceduto alla sua promozione ad arcivescovo di Milano, anziché dimetterlo, “come ci si aspettava” dopo aver letto i due documenti.

    Non ho virgolettato a caso “come ci si aspettava”. Qui siamo in presenza di un altro macroscopico errore nella chiave di lettura.

    La collega identificava come “omissioni” il fatto che l’arcivescovo Delpini, non solo non avesse mai denunciato il sacerdote alla polizia, ma anche lo avesse spostato ben due volte.

    Contestava nel suo scritto: “tra le «cause gravi» che il Diritto Canonico già prevede per la rimozione di un vescovo si annovera anche la negligenza rispetto ai casi di pedofilia”. “Qualcuno sa spiegare come mai – tecnicamente – non è stato applicato nei confronti del vescovo di Milano Mario Delpini?…”

    Anche in questo caso, la chiave di lettura è totalmente errata grazie ai vari “pregiudizi” visti in precedenza, che si uniscono, questa volta, ad un errato punto di vista dal quale abbiamo dedotto le nostre aspettative. Aspettative che, adesso, risultano deludenti rispetto alla nostra errata interpretazione del Motu proprio.

    Proviamo ora a fare lo stesso ragionamento, togliendo l’etichetta “tutela dei minori e adulti vulnerabili” e riportando semplicemente al nome originale i tribunali e processi della Santa Inquisizione.

    Ora proviamo a leggere i testi dall’angolazione dello Stato del Vaticano, gli stessi documenti ai quali in precedenza, grazie al “pregiudizio”, avevamo dato un certo significato.

    Precedentemente, pensando alla giustizia che si ottiene nei tribunali civili, avevamo dato per scontato che anche per quelli canonici la finalità fosse la stessa. Così, in molti non hanno neppure controllato. Se fossimo andati a leggere il Motu proprio “VOS ESTIS LUX MUNDI”, già all’articolo 1 viene stabilito “l’ambito di applicazione”: paragrafo a) “delitti contro il sesto comandamento del Decalogo”.

    Ci saremmo subito accorti, come ho detto in precedenza, che gli indirizzi su chi sia la reale vittima, sono diametralmente opposti e incompatibili con qualunque ordinamento civile. Inoltre non sono nemmeno equiparabili, la massima pena prevista dal Codice canonico in questi casi, non è il carcere, ma la sola riduzione dallo stato clericale. In parole povere fa si che un pedofilo che prima faceva di mestiere il sacerdote, resti un pedofilo libero, che  però non fa più il il sacerdote, quindi la chiesa, sperando non riemerga il passato, da qui in poi non si riterrà più responsabile.

    Ci si sarebbe persino spiegati perché l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, anziché essere punito “come ci si aspettava”, è stato invece promosso. In questo caso, a creare il pregiudizio è stata l’angolazione dalla quale il Motu proprio è stato letto. Infatti qui stando al ragionamento fatto in chiave di lettura errata, viene contestata la negligenza dell’arcivescovo.

    Negligenza che non c’è.

    Ricordiamoci bene che le nostre aspettative, e le relative delusioni, derivano dai testi in forma di Motu Proprio e dalla nostra errata interpretazione, perché nel caso della gestione dei casi di violenza sessuale, il vescovo – come in questi casi tutti i membri del clero – agisce applicando una procedura interna, vincolata dall’obbligo del segreto pontificio.

    La procedura stabilisce la gestione interna dei casi, non lasciando a chi li gestisce la facoltà di denunciare all’autorità civile. In questo caso sì: si violerebbe il segreto pontificio se si denunciasse all’autorità civile. La stessa procedura stabilisce che l’attendibilità delle accuse è a discrezione del vescovo che, eventualmente, ha la facoltà di procedere all’indagine e alla segnalazione.

    Ora, dove sarebbe la negligenza che Delpini avrebbe commesso?

    Secondo il Motu proprio non c’è. L’arcivescovo Mario Delpini ha seguito la procedura vaticana e lo ha ribadito – facendosi forte dei privilegi concessi dai Patti Lateranensi – persino quando è stato interrogato dalla polizia, ammettendo con tranquillità di essere stato informato dai suoi sottoposti e di aver deciso personalmente il trasferimento di don Mauro Galli, oggi condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi. L’arcivescovo Delpini, ha obbedito in modo esemplare a quelle che erano le direttive del Vaticano (oggi riconfermate nel VOS ESTIS LUX MUNDI), la promozione – anche se a dirlo viene la pelle d’oca – è stata un encomio per il suo operato e per la fedeltà resa alla chiesa cattolica.

    Se poi la vittima non avesse denunciato all’autorità civile, il risultato sarebbe stato perfetto.

    Se tuttavia riflettiamo un attimo, come si poteva mai credere che un papa punisse un suo ministro perché ha rispettato una sua legge ?

    Non vi pare che sarebbe stata un’aberrazione giuridica ?

    Zanardi

  • L’inferno di Francesco, 40 anni dopo gli abusi “Le nostre vite distrutte dal prete orco”

    L’inferno di Francesco, 40 anni dopo gli abusi “Le nostre vite distrutte dal prete orco”

    NICCOLÒ ZANCAN INVIATO A SAVONA – Quarant’anni non sono bastati per avere giustizia. «Era il 1979. Mio padre, un sorvegliante dello stabilimento Fiat di Mirafiori, fu trasferito in Liguria. Partimmo con lui. Ero un bambino di nove anni quando incominciai a frequentare la parrocchia di Spotorno affidata a don Nello Giraudo».

    Ora tutto è scritto in una perizia. E quella perizia certifica la violenza subita, il disastro emotivo, i problemi psichici, l’impossibilità di ritornare a una vita normale fino ad oggi. Quella perizia incomincia spiegando i fatti, e poi quantifica il danno. «I primi approcci da parte di don Nello iniziavano con abbracci e toccamenti con cadenza almeno settimanale. Negli anni seguenti, dal 1981 al 1986, gli abusi del parroco diventavano più frequenti e gravi, arrivando alla penetrazione. Venivano realizzati anche in occasione dei frequenti campeggi organizzati dal gruppo parrocchiale presso la casa dell’Agesci a Garessio, Prati delle Manie, Dronero.

    Purtroppo, i comportamenti di don Nello si caratterizzavano anche per la violenza usata sull’allora minore Zanardi…». «Questa è la mia storia», dice Francesco Zanardi che oggi ha 49 anni. «Non ho avuto altri rapporti sessuali fino a trent’anni. Mi sono drogato, mi sono disintossicato. Ho avuto un tumore al colon, improvvise crisi epilettiche del tutto inspiegabili. Ho perso il lavoro da elettricista. Ho impiegato molto tempo per cavare da me stesso tutto quello che mi era stato fatto».

    Ha fondato un’associazione che segue i casi italiani di vittime di abusi sessuali in ambito ecclesiastico. Ma, soprattutto, ha messo insieme le vittime dello stesso prete pedofilo che ha violentato lui: cinque casi. Chiedono in totale 4 milioni e 700 mila euro di risarcimento alla Chiesa cattolica italiana per i danni biologici accertati dai periti. Esiste un solo precedente analogo a Trieste: una donna, in quella circostanza, è stata risarcita. Ora la curia può cercare un accordo entro il 15 novembre, oppure affronterà il processo civile.

    Sono vite distrutte. Tracolli. Malattie psicosomatiche. Bombe ad orologeria che si sono innescate, ogni volta, quando la vittima è riuscita a riconoscersi come tale. Un percorso tragico e molto lungo. I reati sono ormai prescritti. Solo un caso – il sesto – ha trovato ristoro nelle aule della giustizia penale.

    In quel procedimento, Nello Giraudo ha patteggiato la pena. Ha firmato la riduzione allo stato laicale il 27 marzo 2010. Oggi il prete spretato vive a Savona al piano terra di un palazzo del centro storico, cura le piante. Non ha mai rilasciato dichiarazioni. Ma in un verbale datato 21 dicembre 2011, davanti al pm Giovanni Battista Ferro, qualcosa aveva detto: «In passato ho effettivamente affrontato serie problematiche della sfera sessuale con psicologi competenti… Effettivamente parlai dei miei problemi anche con i miei vescovi, ma lo feci in confessione». Nato a Roccabruna in provincia di Cuneo nel 1954, Nello Giraudo ha fatto il seminario a Savona.

    È stato ordinato sacerdote il 27 settembre 1980. Primo incarico: vice parroco a Valleggia. Ed ecco cosa c’era scritto in un rapporto sul suo sacerdozio firmato dal vicario generale, monsignor Andrea Giusto, trovato dagli investigatori nella cassaforte della curia: «Mentre don Nello era vice parroco a Valleggia si è verificato il primo serio inconveniente. È stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei riguardi del suo bambino, tenuto sulle ginocchia e palpato in modo difficilmente precisabile». Affidano proprio a lui una comunità per minorenni disagiati a Feglino.

    Seguono altre segnalazioni, altri sospetti. Ma don Nello Giraudo continua a stare a contatto con i bambini. Annota ancora monsignor Giusto: «Attualmente, estate 2003, nulla è trapelato sui giornali. Don Nello si è impegnato a incontrare un religioso psicologo che lo aiuti a leggere in se stesso nel tentativo di ritrovare un miglior equilibrio». Anche Papa Ratzinger era stato informato. Tutti sapevano. Lo sapevano dall’inizio, ma i bambini non sono mai stati messi al riparo.

    Una situazione che il gip di Savona Fiorenza Giorgi, firmando l’archiviazione di un caso per avvenuta prescrizione, ha riassunto con queste parole: «È triste dirlo, la sola preoccupazione dei vertici della curia era quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima». Il nuovo vescovo di Savona, monsignor Gero Marino, sceglie di non commentare la notizia della richiesta di risarcimento danni. Due mesi fa ha attivato un centro di ascolto aperto anche ai minorenni: «Il desiderio è quello dell’assoluta trasparenza». Nessuno, però, ha ancora dato una risposta a Francesco Zanardi, violentato in parrocchia quando era un bambino di 9 anni. «Mi auguro che si possa trovare un accordo.

    Non ce l’ho con il vescovo, neppure con la Chiesa. Tutti noi, abusati da quel prete pedofilo, chiediamo soltanto di essere visti. Solo allora forse, dopo quarant’anni, potremmo incominciare finalmente una nuova vita».

    La STAMPA del 12-7-19
    La Stampa

  • “Linee guida antipedofilia, specchietto per le allodole”. Intervista a una vittima di abusi

    “Linee guida antipedofilia, specchietto per le allodole”. Intervista a una vittima di abusi

    SAVONA-ADISTA. «Chiediamo alla Curia di Savona di risarcire il danno che abbiamo subito e che ancora paghiamo nelle nostre vite perché a suo tempo il vescovo ha protetto e consentito che don Nello Giraudo continuasse a compiere i suoi crimini». A parlare è Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso ed egli stesso vittima, ad undici anni, del prete pedofilo ligure. Adista lo ha intervistato.

    Zanardi, come mai avete deciso di denunciare la Curia di Savona?

    Abbiamo deciso di chiedere un risarcimento direttamente alla diocesi di Savona perché non ha impedito che un prete, che era alle proprie dipendenze, commettesse dei crimini. È un principio sancito dal secondo comma dell’articolo 40 del Codice penale: «Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo».

    E come sarà possibile dimostrarlo?

    Di fatto lo ha già dimostrato il gip Fiorenza Giorgia che nel 2012, illustrando la sentenza di prescrizione per il vescovo Dante Lafranconi, scrisse parole durissime: «la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta, è triste dirlo, come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”».

    Non è passato troppo tempo anche per questa causa civile?

    La prescrizione scatta dopo cinque anni dall’accertamento del danno biologico subìto, cosa che è avvenuta nel 2013. Ma c’è la possibilità, a differenza del penale, di bloccare i tempi di prescrizione. Noi l’abbiamo fatto subito, e così oggi possiamo andare a giudizio.

    L’entità del risarcimento richiesto è molto alta…

    «La cifra di quasi 5 milioni di euro non è stata decisa dall’associazione né dalle vittime, ma dalle tabelle dell’Ordine dei medici che, sulla base del danno biologico diagnosticato da un esame peritale, ne regolano l’indennizzo. Il danno biologico è stato, purtroppo, per alcuni di noi, elevatissimo. Nel mio caso è stato stimato in 815.000 euro. In altri tre casi si tratta di bambini che all’epoca furono sottratti alle famiglie dai servizi sociali e affidati a don Giraudo.

    Cosa pensa delle nuove linee guida antipedofilia della Conferenza episcopale italiana in cui è stato introdotto, per i vescovi, «l’obbligo morale» di denunciare un prete pedofilo alla magistratura?

    È uno specchietto per le allodole. Non c’è mai stato, in Italia e nel resto del mondo, un vescovo che abbia denunciato un prete pedofilo alla magistratura. E non ci sarà nemmeno adesso, nonostante «l’obbligo morale» della denuncia.

    Cosa avrebbe dovuto fare papa Francesco?

    Due cose: eliminare il segreto pontificio ed ordinare ai vescovi di denunciare i preti pedofili alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ma anche alla magistratura civile dei Paesi in cui l’abuso è compiuto. Parliamo sempre del monarca assoluto della Chiesa cattolica romana. Se non è in grado lui di imporre un ordine ai propri preti, chi può farlo?

    https://www.adista.it/articolo/61597

  • PERUGIA: archiviazione per don Lucio Gatti; il racconto delle vittime inquinato da una volontaria

    PERUGIA: archiviazione per don Lucio Gatti; il racconto delle vittime inquinato da una volontaria

    Il GIP del tribunale di Perugia Piercarlo Frabotta, ha ordinato l’archiviazione dei due procedimenti penali per abuso di minore a carico di don Lucio Gatti, che già nel 2014 patteggiò una condanna due anni di reclusione per violenza sessuale e abuso di mezzi di correzione ai danni di alcuni ospiti delle Comunità Caritas di San Fatucchio di Castiglione del Lago (PG) che egli stesso gestiva.

    Nelle cinque pagine di ordinanza, il GIP articola ampliamente il perché i due querelanti (all’epoca infra quattordicenni) non sarebbero attendibili e in più parti dell’ordinanza riconduce al contatto tra i due querelanti e una volontaria di una associazione perugina (già coinvolta nella precedente indagine in cui don Gatti patteggiò) che avrebbe potuto indurre o quanto meno inquinare il racconto reso dai due querelanti, rendendoli così inattendibili.

    NOTA: L’Associazione Rete L’ABUSO, che è intervenuta in un secondo tempo in sostegno dei due querelanti (in virtù degli imprescindibili obbiettivi statutari) fornendo per quanto possibile, tramite l’impegno degli avvocati Cristiano Baroni e Leonardo Francesconi del Foro di Firenze, tiene a precisare la sua più totale estraneità all’influenza della “volontaria” sottolineando che non appartiene all’Associazione Rete L’ABUSO.

    Francesco Zanardi

  • SAVONA: la diocesi del vescovo “Gero”, citata in giudizio da 5 vittime di don Giraudo

    SAVONA: la diocesi del vescovo “Gero”, citata in giudizio da 5 vittime di don Giraudo

    Gli avvocati della Rete L’ABUSO, Elena Peruzzini (del Foro di Genova) e Francesca Rosso (del foro di Savona) , hanno depositato, pochi giorni fa, due delle cinque citazioni che chiamano in giudizio direttamente la diocesi di Savona, la cui omissività ha permesso che don Nello Giraudo (denunciato all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti già lo stesso anno dell’ordinazione sacerdotale) continuasse per quasi 30 anni ad abusare dei minori a lui affidati.

    I fatti emersero schiaccianti dall’indagine della Procura, e anche dal provvedimento di archiviazione per intervenuti termini di prescrizione emesso nel 2012 dal Gip di Savona, Fiorenza Giorgi, nei confronti dell’allora vescovo Dante Lafranconi, accusato di omissione.

    Malgrado fosse nella facoltà del Lafranconi chiedere di ignorare la prescrizione e procedere, chiarendo la sua posizione di sostenuta innocenza,  preferì rinunciare a questo suo diritto.

    Le parole del Gip nell’archiviazione furono durissime “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

    Nel giugno del 2017, insidiato a Savona il nuovo vescovo Calogero Marino – L’associazione Rete L’ABUSO che tutela le cinque vittime e che, eccezionalmente in questo processo, vede tra queste anche il suo Presidente e fondatore Francesco Zanardi – essendo in procinto di avviare un’azione legale, ritenne opportuno, per correttezza, tentare un accordo tra le parti con il neo vescovo di Savona.

    Apparentemente i presupposti potevano anche esserci, ma la proposta della diocesi era  al limite della decenza: come indennizzo alle vittime proposero un numero verde per le segnalazioni, gestito però dalla chiesa e dove le vittime indennizzate non avrebbero neppure potuto lavorare.

    Vista la mancanza di presupposti, l’onerosa decisione dell’Associazione, fu quella di avviare un processo civile.

    La diocesi savonese, per le cinque vittime è citata in giudizio per un totale di quasi 5 milioni di euro, una cifra non decisa dall’Associazione né dalle vittime, ma dalle tabelle (in Italia quella del Lazio o della Lombardia) che sulla base del danno biologico diagnosticato da un esame peritale, ne regolano l’indennizzo.

    Nello specifico caso il danno biologico è, purtroppo, per alcuni elevatissimo. Parliamo di ragazzini (3 dei 5) che all’epoca furono sottratti alle famiglie dai servizi sociali, poi affidati al Giraudo, che dedicò loro le sue “particolari” attenzioni sessuali.

    A aumentare notevolmente il danno, questa volta su tutte e cinque le vittime, il mancato soccorso da parte della chiesa, che già all’epoca era ben consapevole delle tendenze pedolfile del prete e che intervenendo repentinamentre, avrebbe potuto quanto meno limitare il danno psicofisico.

    Pochi giorni fa, terminate le sedute peritali e ottenuta l’entità del danno biologico, gli avvocati Elena Peruzzini, vice Presidente della Rete L’ABUSO e la collega Francesca Rosso, hanno notificato la citazione in giudizio, la cui prima udienza, è fissata per il 15 novembre 2019.

    L’Ufficio di Presidenza

    Rete L’ABUSO (sezione vittime)