Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Caro Bergoglio, qui c’è puzza di imbroglio. (Contiene mappa dei casi italiani)

    Caro Bergoglio, qui c’è puzza di imbroglio. (Contiene mappa dei casi italiani)

    Noi lo sostenevamo da tempo che il clamore costruito intorno all’immagine di Bergoglio non era altro che una farsa, una mera campagna mediatica finalizzata ad una sponsorizzazione del Vaticano che lasciasse intendere, sulle nostre spalle, un intervento di protezione e assistenza per le vittime di pedofilia e alla volontà di arginare il fenomeno. D’altra parte non potevamo non accorgercene dati i continui riscontri negativi che arrivavano dalle vittime italiane in carico all’associazione. Guarda il video

    Ora a confermare le nostre impressioni è una voce autorevole della chiesa, Peter Saunders, Ex Membro Dell’organismo Vaticano Anti-Abusi il quale in una intervista alla BBC ha dichiarato senza mezzi termini che “Papa Francesco Non Ha Fatto Nulla Contro La Pedofilia”.

    Ma facciamo una breve panoramica di quella che è la situazione in Italia.

    Il caso di Diego Esposito è solo l’ultimo della lunga lista di promesse farlocche fatte da ministri del clero a nome di Papa Francesco, dico farlocche perché la nostra addetta stampa Francesca Lagatta ha telefonato a monsignor Angelo Becciu il quale ha ammesso che per ora, non è stato istruito alcun processo canonico nei confronti di don Silverio Mura, come confermano anche dalla Diocesi di Napoli. Ha anche ammesso che dal Vaticano non è stato avviato nulla di che riguardo alla causa “Abbiamo solo dato lo stimolo per abbreviare i tempi”  l’intenzione era quella di far desistere Diego dallo sciopero della fame.

    Ma quello di Diego non è l’unico caso, Giada Vitale, un’altra delle vittime seguite dalla Rete L’ABUSO e che nei giorni scorsi ha iniziato il suo processo penale nei confronti di Don Marino Genova, si è vista non solo riabilitare il suo carnefice, inizialmente sospeso a divinis e da pochi giorni nuovamente reintegrato a tutte le funzioni religiose, ma si è anche sentita rispondere che don Marino, non era stato sospeso per via delle presunte molestie oggetto del procedimento penale, ma perché aveva celebrato il funerale di un parente nella parrocchia di Portocannone, dalla quale sarebbe dovuto stare lontano in vista delle inchieste in corso.

    Poi ci sono le rassicurazioni, questa volta fatte direttamente da Bergoglio in persona a Luisa Bonello la quale consegnò al Pontefice un corposo dossier sui casi savonesi. I giornali titolarono “Gli occhi del Papa su Savona”. Di quei fascicoli non si è più saputo nulla tranne che uno di quei preti, Pietro Pinetto, che anche secondo il vescovo di Savona Vittorio Lupi, avrebbe dovuto subire un processo canonico, non è stato processato ma bensì trasferito nella parrocchia di San Francesco da Paola (SV) che conta qualche centinaio di bambini.

    C’è poi il caso di Erik Zattoni, il figlio concepito dallo stupro di don Pietro Tosi ai danni di una 14enne. La vittima e la famiglia chiesero che il sacerdote venisse processato e ridotto allo stato laicale, richiesta perfettamente in linea con le dichiarazioni di Bergoglio, ma comunque negata. Don Tosi è morto, da prete.

    Anche il caso di don Riccardo Seppia, conclusosi in una bolla di sapone. Malgrado la condanna il prete è ancora prete e dalla Diocesi di Genova fanno sapere che potrebbe rientrare in servizio presto. D’altra parte come don Luciano Massaferro (Diocesi di Albenga), anche lui condannato in terzo grado dalla giustizia civile ma mai ridotto allo stato laicale. Per ora sta scontando la sua pena affidato ai servizi sociali.

    Sempre ad Albenga, il caso di don Francesco Zappella, il missionario pedofilo, già condannato nel 1992 e ora al centro di un nuovo scandalo. Anche qui per ora non si ha notizia di sospensione a divinis o di processi canonici avviati, il prete non esercita più ma non per imposizione della chiesa, ma per sua libera scelta.

    Ci sono poi i vari casi come quello di don Mauro Inzoli,  dell’ex nunzio Jozef Wesolowski dove pubblicamente il Vaticano ha promesso collaborazione con l’autorità giudiziaria, negando successivamente le rogatorie da parte della magistratura.

    Anche nel recente caso del ministro delle finanze vaticane Gerorge Pell, accusato in Australia di pedofilia e di aver coperto diversi casi, pare sarà costretto a “subire” la stessa sorte di Wesolowsky & C. , ovvero restare ben protetto in Vaticano.

    Va ancora aggiunto che, malgrado le rassicurazioni del Vaticano alle vittime e malgrado le richieste fatte dall’ONU, per le quali il Vaticano dovrà rispondere a breve, ad oggi la Santa Sede non ha risarcito spontaneamente una sola vittima, gli unici risarcimenti sono arrivati dai tribunali civili. Nei confronti delle vittime che si sono rivolte alla Santa Sede non è stato fornito alcun aiuto, quasi nessuna di loro ha ricevuto neppure una risposta alle missive inviate.

    Ci sarebbe parecchio altro da dire, preferiamo limitarci a citare i casi più noti e commentare il resto con questa mappa interattiva realizzata dalla Rete L’ABUSO nella quale sono citati tutti i casi avvenuti in Italia nell’ultimo decennio.

    Quasi 200 casi, quelli noti ovviamente, di cui 113 condanne in via definitiva e circa 70 casi attualmente aperti o di cui non si è saputo più nulla.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

    mappa dei casi

  • Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Franco Reverberi è un sacerdote della diocesi di Parma e vive tranquillo a Sorbolo, a circa dieci chilometri dalla città emiliana. Ha 78 anni e origini argentine. Ma negli anni Settanta, durante il sanguinoso regime di Jorge Videla, era cappellano dell’esercito presso la “Casa dipartimentale”, nella località di San Rafael. Secondo il racconto di alcuni testimoni, e grazie alle prove raccolte dalla giustizia di Buenos Aires in questi anni, nelle celle di quell’edificio si sono compiuti atroci atti di tortura ai danni degli oppositori. Ben quattro persone hanno identificato in Reverberi il cappellano militare della “Casa dipartimentale”.

    Il 15 novembre 2012 il tribunale federale di San Rafael ha chiesto la “detenzione immediata” del sacerdote italo-argentino, per essersi negato alle domande che i giudici avrebbero voluto fargli, chiamandolo a rispondere di un’eventuale implicazione in quei crimini. Già nel 2010 don Franco aveva deposto in aula, quando i testimoni lo avevano identificato. Poi è tornato in Italia. Il tribunale argentino di San Rafael ha quindi sollecitato il nostro paese a estradare Reverberi, perché possa essere giudicato sul sospetto coinvolgimento nelle torture alla “Casa dipartimentale”. Dall’Italia, però, è arrivato un netto rifiuto: nel nostro codice penale il reato di tortura non è previsto, non ci sono pertanto i presupposti per un’estradizione. Don Franco dovrebbe rispondere anche del reato di lesioni; ma è stato prescritto, quindi niente da fare.

    Il caso di Reverberi è noto ai media argentini e spagnoli. In Italia solo un grande silenzio. Che Monica Bernabè, giornalista del quotidiano El mundo, ha provato a rompere, recandosi a Sorbolo per parlare con alcuni parrocchiani. Ma tutti si negano, nessuno si sbilancia: «No, non sappiamo», «Sì, qualcosa. Però è una storia passata, non lo hanno estradato. Don Reverberi è una persona buona e tranquilla, non possiamo giudicarlo per ciò che è avvenuto anni fa. Ci penserà Dio».

    Di anni ne sono trascorsi esattamente 40: era infatti il 1976 quando, nelle celle della “Casa dipartimentale”, si consumarono, anche grazie alla complicità di don Franco, le torture dei militari argentini. Questa è la tesi dell’accusa, che vorrebbe interrogare direttamente Reverberi, ma che finora ha ricevuto dall’Italia solo rifiuti. L’ambasciata argentina a Roma ha fatto ricorso presso la Corte di Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Bologna, che negava l’estradizione del sacerdote a Buenos Aires. Fonti ufficiali della rappresentanza diplomatica in Italia, inoltre, fanno sapere che la stessa richiesta è stata formulata per altri due generali italo-argentini, che vivono indisturbati nel nostro paese.

    Il tema dell’introduzione del reato di tortura in Italia non è nuovo nel dibattito pubblico e ha già suscitato polemiche e scontri tra chi ritiene che il nostro ordinamento dovrebbe colmare questa grave lacuna legislativa e chi si oppone strenuamente (come le sigle sindacali delle forze dell’ordine), giustificando la posizione contraria col timore che ciò porti a «criminalizzarle», dice Fabrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte da anni perché la tortura diventi un reato anche per il codice penale italiano. Nell’aprile 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato il nostro paese a risarcire di 45mila euro Arnaldo Cestaro, una delle vittime delle violenze compiute durante il G8 di Genova del 2001.

    Arturo Salerni, uno degli avvocati dell’ambasciata argentina a Roma che segue il caso, spiega che si potrebbe tentare la strada del diritto internazionale, ad esempio appellandosi alla Convenzione Onu contro la tortura, firmata anche dall’Italia. Ma la Corte di Cassazione su questo punto ha usato parole che più chiare non potrebbero: “È necessaria una legge che converta la proibizione internazionale della tortura in un delitto”.

    Tocca quindi al Parlamento italiano pronunciarsi. Un’altra strada, in realtà, sarebbe percorribile e l’Assemblea permanente per i diritti umani di San Rafael non la esclude a priori. A Roma, infatti, vive un illustre argentino, che potrebbe facilitare una soluzione del caso. Sì, è proprio Papa Francesco. In Vaticano sono stati inviati alcuni documenti, in due distinte occasioni: nella prima, è stata comunicata l’avvenuta ricezione; nella seconda, neanche questo. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, ha dichiarato: «Tutti ricorrono a Papa Francesco come se potesse risolvere ogni problema. Se la giustizia italiana non ha concesso l’estradizione, che possiamo fare?».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/prete_italo_argentino_torture_videla_estradizione_reato-1552591.html

  • Caso Don Marino: c’è da decidere se processare le violenze anche dopo i 14 anni di Giada

    Caso Don Marino: c’è da decidere se processare le violenze anche dopo i 14 anni di Giada

    Può una ragazzina dare il suo consenso ad abusi e violenze solo perché ha compiuto 14 anni? Secondo il diritto sì. Nel momento in cui la vittima raggiunge quest’età subentra una consapevolezza, una specie di consenso. E’ per questo che nel caso di Giada, la ragazza di Portocannone, che ha denunciato le violenze subite dal parroco durante la sua adolescenza, il pm ha chiesto è ottenuto l’archiviazione per il periodo che va dai 14 ai 16 anni. Il processo che si è aperto nei giorni scorsi contro Don Marino Genova riguarda solo i fatti relativi a pochi mesi in cui Giada aveva ancora 13 anni. Contro l’archiviazione però il difensore della ragazza Arturo Messere ha presentato opposizione. “RItengo che Giada anche dopo i 14 anni abbia subito le malefatte del prete e che comunque lei era in uno stato psico fisico di inferiorità” ha dichiarato Messere.

    Il giudice che ora deve decidere se processare Don Marino anche per il periodo in cui Giada aveva superato i 14 anni è Daniele Colucci. Nei prossimi giorni si conoscerà il suo parere. Se dovesse accogliere le richieste di Messere i due procedimenti potrebbero essere riunificati. Nell’udienza a Larino Don Marino non c’era. Il suo avvocato Ciro Antino ha riferito che il parroco è molto provato e ha voluto precisare che non è stato sospeso a divinis per il caso degli abusi, ma perchè aveva celebrato il funerale di un suo congiunto violando le disposizioni che gli aveva dato il vescovo che lo aveva invitato a star lontano dalla comunità di Portocannone per un periodo di tempo. Monsignor De Luca infatti nel 2012 dopo aver saputo del caso di Giada aveva convocato il parroco Don Marino che aveva ammesso i rapporti e un suo coinvolgimento con la minorenne. La condanna e comunque la sospensione a divinis al parroco, che oggi ha 60 anni, è stata inflitta nel 2014 anche dal tribunale ecclessiastico che ha riconosciuto le responsabilità del sacerdote. Sospensione che però, ora, è terminata. Don Marino è tornato a celebrare i sacramenti.

    Caso Don Marino: c’è da decidere se processare le violenze anche dopo i 14 anni di Giada

     

  • Caso Giada, Don Marino torna a celebrare messa: la sospensione non riguardava gli abusi

    Caso Giada, Don Marino torna a celebrare messa: la sospensione non riguardava gli abusi

    Don Marino Genova, il parroco di Portocannone sospeso a divinis nel 2014 e accusato di aver abusato dai 13 ai 16 anni Giada Vitale, è tornato a dire messa. Lo ha annunciato il suo avvocato Daniele Intino oggi a margine dell’udienza per gli abusi che la ragazza di Portocannone ha subito dai 14 ai 16 anni, quando per la legge aveva l’età per dire sì ai rapporti con il sacerdote. Ha anche spiegato il perché il Vescovo Gianfranco De Luca aveva premuto per la sospensione: il motivo del provvedimento era dovuto all’aver celebrato il funerale di un parente nella parrocchia di Portocannone, comunità dalla quale avrebbe dovuto stare lontano, proprio in vista delle inchiese in corso.
    Il prete quindi è tornato a dire messa. Oggi era vicino ai suoi fedeli e non era al processo che si è svolto davanti al Tribunale di Larino. Nel quale l’avvocato Arturo Messere si è opposto alla richiesta di archiviazione, come già aveva fatto anche il precedente legale di Giada, l’avvocato Sergio Cavaliere, per la parte dell’inchiesta relativa agli abusi avvenuti dopo i 14 anni. Secondo il pm  Luca Venturi e secondo la difesa dai 14 anni in poi la ragazza avrebbe prestato il consenso ai rapporti. La pensa diversamente il legale di parte civile secondo il quale la sua assistita era comunque vittima di una situazione di costrizione sia fisica che psicologica. Il giudice Daniele Colucci si è riservato la decisione nei prossimi giorni. Qualora decida di riaprire il caso questo filone di inchiesta potrebbe essere riunito a quello relativo agli abusi avvenuti dai 13 ai 14 anni, quando Giada anche per la legge non avrebbe potuto manifestare in alcun modo il suo consenso.
    E nel frattempo il prete continuerà a dire messa. Nonostante il dolore che Giada ha provato in questi lunghi anni, quando è stata anche rivittimizzata dal paese intero. Accusata di essersi inventata tutto per ottenere chissà cosa. La ragazza non sapeva nemmeno che il prete poteva dire nuovamente messa. Lo ha appreso dalle dichiarazioni del servizio di Telemolise andato in onda oggi alle 14. (Vivip)
    http://www.moliseweb.it/info.php?id=4234&tit=Caso-Giada-Don-Marino-torna-a-celebrare-messa%3A-la-sospensione-non-riguardava-gli-abusi
  • Abusi su minore, processo a sacerdote

    Abusi su minore, processo a sacerdote

    (ANSA) – LARINO (CAMPOBASSO), 26 GEN – Si è aperto oggi in Tribunale a Larino, davanti ad un collegio di giudici, il processo a carico dell’ex parroco di Portocannone (Campobasso), don Marino Genova, accusato di atti sessuali con minore di 14 anni.

    La vittima, una giovane di Portocannone, oggi ventenne, si è costituita parte civile attraverso il suo legale, il penalista Arturo Messere di Campobasso, indicando due testi, mentre l’accusa, portata avanti dal Pm Luca Venturi ha indicato 17 testimoni. Diciassette anche per l’imputato, assistito dall’avvocato Ciro Intino. Il caso fu denunciato dalla stessa giovane in diverse trasmissioni televisive nazionali.

    Gli abusi sarebbero avvenuti quando la ragazza aveva 13 anni. Il prete è stato sospeso a divinis ed attualmente si trova in un luogo fuori regione deciso dalla Chiesa. La prossima udienza è stata fissata il 19 luglio quando è prevista la deposizione della vittima. Il procedimento giudiziario di svolge a porte chiuse.

    http://www.ansa.it/molise/notizie/2016/01/26/abusi-su-minore-processo-a-sacerdote_1f12227d-71cc-4192-b183-62eae7e7425e.html

  • Doppio processo: atti sessuali prima e dopo i 14 anni di Giada. Don Marino e la ragazza in aula

    Doppio processo: atti sessuali prima e dopo i 14 anni di Giada. Don Marino e la ragazza in aula

    Si sono rivisti oggi in Tribunale dopo 4 anni la giovane Giada Vitale e l’ex parroco di Portocannone, allontanato nel 2012 dopo la denuncia della ragazza di presunti abusi sessuali. “Non sono contenta di vederlo, spero di avere giustizia” il commento della giovane, che oggi ha 19 anni e che avrebbe subito abusi continuati da parte del sacerdote dai 13 ai 16 anni. Il processo aggiornato a luglio, ma martedì prossimo si torna in aula per chiedere il dibattimento anche in relazione al periodo successivo ai 14 anni di Giada. “Anche se la legge dice che dopo quell’età può esserci un consenso, Giada non aveva la maturità per capire quello che stava accadendo”. La difesa porterà una perizia di parte.

    Portocannone. L’accusa è sempre la stessa: atti sessuali con minore. Ma i processi che vedono imputato don Marino Genova, ex parroco di Portocannone, sono due. Uno relativo al periodo in cui Giada Vitale aveva meno di 14 anni, e l’altro relativo agli anni successivi. Oggi – martedì 26 gennaio – nel Tribunale di Larino è stata celebrata la prima udienza dibattimentale del processo principale, che prende in esame i presunti abusi di natura sessuale avvenuti quando la presunta vittima era praticamente una bambina. Prima che un minore compia 14 anni, infatti, non esiste, per la legge, alcun tipo di consenso. Giada Vitale perciò, che ha denunciato il sacerdote quando ha compiuto 17 anni, sarebbe una vittima dell’istinto erotico di un adulto indipendentemente dalle circostanze e dalle modalità dell’approccio.

    All’epoca, quando sarebbe iniziato il rapporto, lei di anni ne aveva tredici e don Marino Genova 55. L’imputato e la vittima si sono visti nell’aula di Tribunale oggi per la prima volta dal 2012, quando cioè il sacerdote era stato allontanato dalla parrocchia di Portocannone per decisione del vescovo della diocesi di Termoli-Larino Gianfranco De Luca, con il quale si era confidato lo stesso prelato, ammettendo i rapporti con Giada.
    Oggi don Marino vive in una struttura alle porte di Roma in regime di clausura per sua scelta. Il Santo Uffizio, il Tribunale Ecclesiastico, lo ha sospeso “a divinis” a tempo indeterminato. Significa che pur restando un sacerdote, pur non avendo svestito l’abito sacro, don Marino non può celebrare la Messa né somministrare i sacramenti e nemmeno incontrare fedeli nel ruolo di prete.
    «Lo rivedo oggi dopo tanto tempo, e non sono contenta» ha commentato lei, senza scendere nei particolari dell’emozione provata, confortata da Nunzia Lattanzio, ex tutore pubblico dei minori che non l’ha persa di vista nemmeno per un giorno «in questi anni difficili e di grande sofferenza», arrivata a Larino per starle accanto e rassicurarla sulla aspettativa di giustizia. Comprensibilmente scossa, Giada Vitale – che oggi ha 19 anni e studia al conservatorio – è stata rappresentata dall’avvocato Lorusso, sostituto del legale di fiducia Arturo Messere che non era presente, nella udienza ricognitiva che ha fissato numero e identità dei testimoni della pubblica accusa, rappresentata dal pubblico ministero Luca Venturi. Otto le persone chiamate, a partire dal 19 luglio prossimo – data a cui è stata aggiornato il processo – a riferire in aula. Tra di loro c’è anche la stessa Giada Vitale, che qualche anno dopo l’inizio della relazione con il sacerdote, consumata all’insaputa della madre della ragazza, ha scelto di confidarsi con è una parrocchiana e poi con il vescovo, decidendo di denunciare l’accaduto e il comportamento del sacerdote, subito allontanato dalla parrocchia.

    Nel processo che oggi ha preso il via Giada Vitale è parte lesa, come pure si costituirà parte lesa nel procedimento che inizierà il 2 febbraio prossimo, incentrato sui fatti che hanno visto protagonista il sacerdote nel periodo in cui Giada Vitale aveva già compito i 14 anni ma, precisa Nunzia Lattanzio, «non aveva la maturità sufficiente a capire cosa stesse facendo, come hanno dimostrato le perizie cui è stata sottoposta».

    La pubblica accusa aveva chiesto l’archiviazione, sostenendo che non si poteva dimostrare la non consensualità nel periodo in cui Giada aveva tra 14 e 16 anni. La vicenda era stata riaperta con una perizia atta a dimostrare la estrema vulnerabilità della ragazzina anche dopo il compimento del quattordicesimo anno di età, dovuta a gravi lutti familiari e a una situazione personale di grande fragilità. Martedì prossimo in aula verrà dunque portata la documentazione per chiedere il processo sempre per atti sessuale con minore anche in relazione agli anni successivi, considerando che «il consenso ad atti di natura sessuale da parte di un minorenne in questo caso non può essere ravvisato in alcun modo». I due filoni potrebbero essere riuniti in un unico fascicolo.

    La storia di Giada Vitale e di dona Marino Genova è finita anche su media nazionali. Il punto di svolta risale al 2013 quando, tredici mesi dopo lo strano abbandono della casa canonica di Portocannone dell’allora 58enne parroco, era emerso un particolare sconcertante con la denuncia della famiglia della ragazza per abusi sessuali. Tra l’autunno 2013 e la primavera 2014 il sacerdote era stato processato dalla Chiesa e sospeso “a divinis”.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=21203

  • Processo don Marino, ammessi testi e documenti: si torna in aula il 19 luglio

    Processo don Marino, ammessi testi e documenti: si torna in aula il 19 luglio

    TERMOLI. Ha preso il via stamane davanti al collegio(composto di tre giudici donne) dei giudici presieduto da Maria Paola Vezzi, presso il tribunale di Larino, il processo a carico di don Marino Genova, l’ex parroco di Portocannone accusato di presunti abusi sessuali nei confronti dell’allora minorenne Giada.

    Don Marino, difeso dall’avvocato del foro capitolino Ciro Intino, è tuttora sospeso “a divinis” dalla Chiesa cattolica italiana per applicazione delle norme vigenti (fissate da Papa Benedetto XVI) da parte del vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca.

    La cronaca odierna ha visto avviato il processo conl’ammissione di testi e documenti e il rinvio al prossimo 19 luglio del dibattimento con l’ascolto dei primi otto testimoni del Pubblico Ministero. Tra loro, probabilmente, la stessa Giada.

    Stando alle accuse mosse dalla ragazza, don Marinopresente questa mattina in aula, avrebbe sottoposto la presunta vittima ad attenzioni particolari sfociate in veri e propri rapporti sessuali che sarebbero andati avanti da quando la giovane aveva 13 anni fino ai 16 anni.

    Il tutto fino a quando la ragazza non trovò la forza di confidarsi con una parrocchiana che aveva notato in lei degli atteggiamenti strani che, di fatto, dettero il via a tutto l’iter fatto di denuncia, incidente probatorio, la sospensione del prete dal proprio esercizio e l’avvio del processo che già tra qualche giorno, questa volta per un altro aspetto, potrebbe seguire un determinato percorso.

    Nodo della faccenda, infatti, è legato all’età dei presunti abusi perché in sede di udienza preliminare il Gup avevarinviato a giudizio don Marino ma aveva derubricato le presunte violenze che Giada avrebbe subito dai 14 ai 16 anni perché, stando al diritto, la ragazza in sostanza sarebbe potuta essere stata consenziente.

    Una decisione che non trovò d’accordo l’avvocato Arturo Messere, difensore di Giada, che presentò immediata opposizione che sarà dibattuta nel corso dell’udienza davanti al Gip del 2 febbraio prossimo poi l’attesa per l’ascolto dei testimoni, a porte chiuse su richiesta della stessa Giada, fissata per il prossimo 19 luglio.

  • Caso Giada Vitale, domani inizia il processo contro Don Marino Genova

    Caso Giada Vitale, domani inizia il processo contro Don Marino Genova

    Giada Vitale, oggi ventenne di Portocannone, aveva solo 13 anni. Da allora è iniziato il suo calvario di violenze. Abusi che avrebbe perpetrato il parroco del paese, Don Marino Genova. Gli episodi si sarebbero protratti dai 13 ai 16 anni. Ossia fino a quando Giada, che ora è una piccola donna coraggiosa che ha portato il suo caso anche alla ribalta delle cronache nazionali, non ha sconfitto la paura e ha denunciato il fatto. Il prete però non sarà processato per violenza sessuale. Per quel reato fu chiesta l’archiviazione proprio dal pm Luca Venturi. Ma soltanto per atti sessuali con minore di 14 anni. Un caso delicato che finirà domani mattina, alle 9.30, davanti al Tribunale penale collegiale di Larino. Il quale dovrà istruire il processo e iniziare ad ascoltare i testi. Giada Vitale si costituirà parte civile e verrà rappresentata dall’avvocato Arturo Messere.

    Come si è arrivati all’accusa di rapporti sessuali con ragazza minore di 14 anni? Don Marino, allontanato dalla parrocchia di Portocannone nel 2012 per decisione del Vescovo, ammise lui stesso di aver avuto rapporti sessuali con la ragazza. Ora vive in una struttura alle porte di Roma per sua scelta. Il suo status è di sospensione “a divinis”. Il che significa che nonostante resti un sacerdote pur non avendo svestito l’abito sacro non può più celebrare messa. Il difensone di Marino Genova Ciro Intino si era opposto alla richiesta di Luca Venturi di rinvio a giudizio chiedendo il proscioglimento da ogni accusa. Alla fine però ha prevalso la ricostruzione della pubblica accusa incentrata sulla insussistenza giuridica del consenso ad atti di natura sessuale da parte di una persona non ancora quattordicenne. Quello che inizierà domani sarà un processo lungo e difficile. A Giada, auguriamo soltanto di riprendersi la sua vita e ricominciare a volare. (Vivip)

    http://www.moliseweb.it/info.php?id=4121&tit=Caso-Giada-Vitale-domani-inizia-il-processo-contro-Don-Marino-Genova

  • Ai giudici rivela l’inferno del fidanzato «Mi disse quando il prete lo violentò». Caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Ai giudici rivela l’inferno del fidanzato «Mi disse quando il prete lo violentò». Caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    «Un giorno mi confessò: “da piccolo sono stato violentato da un prete, ha abusato di me anche mentre giocavo a nascondino”. In quel momento capii perché il nostro rapporto era così difficile». È lei, Arianna, la ragazza che ha dato la forza a Vincenzo (nome di fantasia) di denunciare gli abusi che avrebbe subito per 11 lunghissimi anni dal sacerdote che lo aveva preso in affidamento da piccolo. Ieri è stata sentita la sua testimonianza davanti ai giudici dell’ottava sezione penale del Tribunale di Roma nel processo che vede impututo don Vito Beatrice per violenza sessuale continuata e aggravata. La Procura contesta al religioso della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca di aver abusato dell’autorità che gli derivava dall’essere precettore e padre spirituale di Vincenzo nel commettere le violenze sul minore. Erano stati infatti i genitori, originari del Frusinate, ad affidare nel 1995 il bambino, che all’epoca non aveva ancora compiuto 9 anni (ora ne ha 29), all’educazione e all’istruzione del prete, presso la chiesa di Sant’Alessio all’Aventino. Gli abusi sessuali si sarebbero consumati fino al 2006, quando il ragazzo aveva ormai compiuto 20 anni.

    «L’ho conosciuto verso la fine del 2008: all’inizio eravamo soltanto amici, poi ci siamo fidanzati – ha spiegato Arianna ai giudici – La nostra relazione è finita a gennaio del 2014. Inevitabilmente sul nostro rapporto hanno influito quegli abusi. Sfido chiunque dopo 10 anni a non avere ripercussioni. Lui però inizialmente non mi aveva detto nulla. L’ha fatto un giorno mentre passeggiavamo in un parco. Di punto in bianco mi ha detto: “Da piccolo sono stato violentato da un prete”. Successivamente mi ha raccontato dell’episodio in cui questo sacerdote avrebbe abusato di lui mentre giocava a nascondino nella casa della sua famiglia o degli abusi durante i viaggi». Oltre che nella dimora del prelato, secondo l’accusa, infatti, le violenze sarebbero avvenute anche all’interno di strutture ecclesiastiche. A Roma, a Genova e in varie località estere, «approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la privata difesa – si legge nel capo d’imputazione – in ragione non solo della minore età della persona offesa, ma anche della sua condizione di soggetto a lui affidato per la cura, la crescita e l’evoluzione esistenziale». Arianna, sentita nell’aprile 2011 dai carabinieri, riferì che Vincenzo era molto amareggiato perché «non riusciva a capire mentalità contorta» del suo educatore.

    Don Vito, 71 anni compiuti, è a giudizio solo per le presunte violenze commesse tra il 2000 e il 2004. Quelle che si sarebbero consumate nel periodo precedente, ossia dal 1995 al 2000, quando Vincenzo aveva meno di 14 anni, risultano prescritte. Mentre quelle successive, protrattesi fino al 2006, sono state giudicate dal giudice dell’udienza preliminare improcedibili per tardività della querela. La denuncia, infatti, è stata presentata soltanto il 27 gennaio 2011. La verità è emersa soltanto quando, nel febbraio del 2010, Vincenzo ha tentato di togliersi la vita gettandosi in un torrente nella zona di Frosinone, vicino al pub dove era andato a cena con i suoi amici e Arianna. «Quella sera, dopo essere stato tratto in salvo, mi disse: “Mi volevo uccidere”. Io – ha spiegato la ragazza – il giorno dopo lo spronai a raccontare tutto ai suoi genitori».

    Valeria Di Corrado

    http://www.iltempo.it/roma-capitale/cronaca/2016/01/09/ai-giudici-rivela-l-inferno-del-fidanzato-mi-disse-quando-il-prete-lo-violento-1.1496011

  • Suicidio Bonello, i dubbi dell’ex marito: «Chiedo una perizia»

    Suicidio Bonello, i dubbi dell’ex marito: «Chiedo una perizia»

    Sopralluogo in casa dopo il dissequestro

    SAVONA. «Voglio togliermi ogni dubbio sulla sua morte. Per me è una questione morale, affettiva,di rispetto. Dopo le anomalie che mi sono state fatte notare quando sono entrato nella sua camera da letto dopo il dissequestro ho deciso di sottoporre i dubbi ad un tecnico per una perizia». Il medico Mauro Acquarone nei giorni scorsi è ritornato nella casa dell’ex moglie Luisa Bonello. A più di un anno dalla sua morte. La donna,anche lei medico, era stata trovata senza vita in camera da letto nel suo appartamento in via Genova. Uno sparo, un colpo di pistola.

    Un suicidio secondo il magistrato che ha condotto l’indagine, Giovanni Battista Ferro, e la polizia. Un suicidio a cui non ha mai creduto un caro amico della donna, Francesco Zanardi che insieme a Mauro Acquarone, noto in città oltre che per il suo ruolo di medico anche per essere stato a lungo consigliere comunale, è entrato nella casa della donna. È entrato con una telecamera con cui ha filmato la camera da letto e le condizioni in cui era stata lasciata dopo i rilievi della polizia scientifica della Questura.

    L’appartamento è stato dissequestrato di recente. Acquarone è entrato in possesso delle chiavi come erede testamentario. «Zanardi mi ha fatto presente le sue tesi su presunte anomalie che ha trovato nella stanza-ha spiegato il dottore, di cui è nota la sua passione per la massoneria condivisa con la moglie, al termine del sopralluogo- come la posizione delle macchie di sangue sul pavimento, vicino al letto, ma lontane dal corpo. Oppure la posizione della pistola che non terrebbe conto del rinculo. Per questo ho deciso di rivolgermi ad un perito. Per fugare ogni dubbio sul suicidio».

    Per il momento sia Acquarone che il suo avvocato Paolo Nolasco non pensano a chiedere una riapertura delle indagini per prendere in considerazione ipotesi diverse da quelle del suicidio. «Nei mesi scorsi abbiamo nominato come nostro perito il professor Pietro Benedetti di Brescia a cui abbiamo inviato di recente le carte del fascicolo e a cui abbiamo chiesto di venire a Savona per un sopralluogo nella casa». Acquarone ha ricevuto nelle settimane scorse l’avviso di conclusione delle indagini da parte della Procura.

    È infatti indagato per omicidio colposo in merito alla morte dell’ex moglie. Infatti secondo il pm Ferro, l’ex marito che era rimasto in buoni rapporti con Luisa Bonello, non avrebbe segnalato alle autorità competenti il possesso di armi -come collezioni di fucili da caccia e pistole- da parte della donna, nonostante le sue condizioni psicofisiche. Soffriva infatti di problemi psichici e depressione. Nell’inchiesta sono indagati anche l’ ex ispettore Alberto Bonvicini e il medico Noemi Donati. Con ruoli differenti, avrebbero potuto impedire alla donna di avere armi.

    alberto.parodi@ilsecoloxix.it