Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: George Pell

  • Pedofilia, inizia l’udienza preliminare per il cardinale Pell

    Pedofilia, inizia l’udienza preliminare per il cardinale Pell

    Il Porporato in aula oggi 5 marzo. È prevista la deposizione di circa 50 testimoni per stabilire se vi sono sufficienti evidenze per sottoporlo a processo

    Ha preso il via oggi nel tribunale Magistrates Court di Melbourne un’istruttoria di quattro settimane per determinare se il cardinale australiano George Pell debba essere rinviato a giudizio su accuse di multipli reati di pedofilia «storici», cioè commessi in tempi non recenti, ai danni di multiple vittime. È il più alto Prelato cattolico al mondo a essere incriminato per reati sessuali.

    L’esatta natura e dettagli delle accuse non sono stati resi pubblici, ma il 76enne Cardinale, cui il Papa ha accordato un periodo di congedo dall’incarico di prefetto degli Affari economici, le respinge strenuamente. Un cordone di polizia ha attorniato il Prelato mentre entrava in corte, dopo aver attraversato un nutrito contingente di media accampato da ore attorno all’ingresso.

    È prevista la deposizione di circa 50 testimoni, nelle udienze che devono stabilire se vi sono sufficienti evidenze per sottoporre il Cardinale a processo. I pubblici ministeri venerdì scorso avevano ritirato una delle accuse, relativa a un ricorrente deceduto dopo che la procedura penale era stata avviata dalla polizia dello stato di Victoria lo scorso giugno.

    Come richiesto dalla legge nei casi di reati sessuali, per le prime due settimane, mentre deporranno i ricorrenti per videolink da una località remota, le udienze saranno chiuse al pubblico e ai media. Dopo altre due settimane di udienze, starà al magistrato Belinda Wallington stabilire se si dovrà andare a processo nella County Court del Victoria.

    Al termine dell’istruttoria sarà chiesto a Pell se si dichiara colpevole o non colpevole, ma il suo legale Robert Richter ha più volte indicato che il suo assistito si sarebbe dichiarato non colpevole. «Per evitare ogni dubbio e per l’interesse suscitato, desidero indicare che il cardinale Pell si dichiara non colpevole di ogni accusa e manterrà la sua presunta innocenza», aveva detto in una precedente udienza.

    http://www.lastampa.it/2018/03/05/vaticaninsider/ita/nel-mondo/pedofilia-inizia-ludienza-preliminare-per-il-cardinale-pell-6BsyIxIHx7QHo36c8UBEvJ/pagina.html

  • Pedofilia, Bergoglio rilancia “Le vittime in commissione”

    Pedofilia, Bergoglio rilancia “Le vittime in commissione”

    Dopo le polemiche il Papa rinnova il gruppo di lavoro Col cardinale O’Malley pure Caffo (Telefono Azzurro)

    Roma Dopo le defezioni, le accuse incrociate e le polemiche, Papa Francesco rinnova la Pontificia commissione per la tutela dei minori, il gruppo di lavoro che da anni, su mandato diretto del Pontefice lavora sui casi di pedofilia nella Chiesa, per sostenere le vittime ed evitare nuovi scandali.

    Bergoglio lo aveva promesso di ritorno dal viaggio in Cile e in Perù, soprattutto dopo l’esplosione del caso Barros, il vescovo cileno accusato di aver coperto dei casi di pedofilia nella sua diocesi (caso che aveva dato adito a polemiche e per il quale papa Francesco si era anche scusato pubblicamente per aver utilizzato parole poco consone): la Commissione per la tutela dei minori, aveva annunciato il Papa, sarà rinnovata. E così ieri è arrivata la notizia che Francesco ha confermato il cardinale O’Malley, arcivescovo di Boston, alla guida del gruppo di lavoro ma allo stesso tempo ha rafforzato ancora di più il team, proprio per poter affrontare il problema con ancora più decisione.

    Oltre alla conferma di sette membri, ne arrivano altri nove provenienti da varie parti del mondo, tra cui le Isole Tonga, l’India e l’Australia. Tra i nuovi commissari papali c’è anche un italiano, Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro che collaborerà a stretto contatto con il porporato statunitense e il resto della commissione, di cui fanno parte anche delle vittime di abusi. Proprio qualche giorno fa, il direttore della Sala Stampa Vaticana, Greg Burke, aveva confermato ai giornalisti che diverse volte al mese «il Santo Padre, incontra vittime di abusi sessuali sia individualmente sia in gruppi. Papa Francesco – e, aggiunge Burke – ascolta le vittime e cerca di aiutarle a sanare le gravi ferite causate dagli abusi subiti». Non è un caso che nella Pontificia commissione fresca di rinnovo, ci siano anche delle vittime che per questioni di privacy, come spiegato in un comunicato della Santa Sede, hanno deciso di non rivelare pubblicamente la loro storia, facendolo soltanto all’interno della Commissione. La missione del gruppo di lavoro peraltro è confermata e la nuova membership insieme allo staff, come spiegato in una nota, «inizierà il nuovo mandato ascoltando e imparando da persone che sono state abusate, da membri delle loro famiglie, e da coloro che li supportano». La Commissione assume quindi un nuovo volto e una nuova conformazione, lasciandosi alle spalle le polemiche che negli anni erano state innescate proprio da alcuni membri che poi avevano abbandonato il gruppo di lavoro. Era successo con Marie Collins, vittima di abusi che aveva denunciato pubblicamente la scarsa collaborazione tra la Commissione e alcuni dicasteri della Curia Romana, decidendo infine di lasciare il team per dedicarsi ad altro. Ed era successo anche con Peter Saunders, attivista inglese per la lotta alla pedofilia (e anch’egli vittima di abusi) che dopo un periodo di autosospensione, nel 2017 aveva definitivamente lasciato. Nel suo caso, a far esplodere la polemica, erano state le sue affermazioni contro il cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria dell’economia, oggi in Australia per difendersi proprio dalle accuse di pedofilia. In un’intervista televisiva Saunders, che aveva chiesto le dimissioni del porporato, aveva detto: «Pell si sta prendendo gioco della commissione contro gli abusi, del Papa stesso ma soprattutto di tutte le vittime e dei sopravvissuti».

    Intanto, sempre ieri, è stato diffuso il contenuto di un incontro a porte chiuse tra Papa Francesco e il clero di Roma, nel corso del quale il Pontefice ha annunciato che Paolo VI diventerà santo entro l’anno. Più precisamente, da quanto risulta a Il Giornale, la cerimonia di canonizzazione del pontefice bresciano si terrà nel mese di ottobre in Vaticano. Bergoglio, parlando di un libretto contenente le frasi dei Papi, ha scherzato con i presenti, dicendo: «Nel libretto ci sono due Vescovi di Roma recenti già Santi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, poi Paolo VI sarà santo quest’anno. Uno con la causa di beatificazione in corso, Giovanni Paolo I e infine Benedetto e io, che siamo in lista d’attesa: pregate per noi!».

  • Pedofilia, il cardinale Pell finisce in tribunale

    Pedofilia, il cardinale Pell finisce in tribunale

    Pur di salvare l’orco la difesa chiama a deporre i morti e accusa i media di avere condizionato le vittime. E fa ritirare un libro scomodo…

    Il tribunale Magistrates Court di Melbourne ha respinto l’istanza dei legali del cardinale australiano George Pell, che avevano chiesto accesso alle cartelle cliniche delle persone che lo accusano di reati di pedofilia. Per tali accuse il 76enne cardinale, cui il papa ha accordato un periodo di congedo dall’incarico di prefetto degli Affari economici, dovrà comparire il 5 marzo per un’istruttoria di quattro settimane davanti allo stesso tribunale. I legali avevano chiesto di accedere alle cartelle cliniche dei ricorrenti, sostenendo che i dati possono contenere prove importanti e avere quindi ‘sostanziale valore probatorio’.

    Il magistrato Belinda Wallington ha tuttavia respinto la richiesta, osservando chela divulgazione di dati medici e psichiatrici può essere lesiva per i ricorrenti. Una decisione accolta con sollievo da questi, che avevano chiesto alla corte protezione della loro privacy. L’udienza detta committal hearing, che inizia il 5 marzo, dovrà determinare se vi sono sufficienti evidenze da richiedere il rinvio a giudizio. Le accuse sono di multipli reati di pedofilia ‘storici’, cioè commessi in tempi non recenti, ai danni di multiple vittime. L’esatta natura e i dettagli delle accuse non sono stati resi pubblici.

    È prevista la deposizione di circa 50 testimoni, che determinerà se vi siano sufficienti evidenze per sottoporre il cardinale a processo. Come richiesto dalla legge, per la prime due settimane mentre deporranno i ricorrenti l’udienza sarà chiusa al pubblico e ai media. A Pell non era richiesto se dichiararsi colpevole o non colpevole, ma il suo legale Robert Richter ha più volte indicato che il suo assistito si sarebbe dichiarato non colpevole. A quanto riferisce il quotidiano The Australian, la difesa del prelato intende mettere alla prova la credibilità in un ricorrente “inaffidabile”, ora defunto, che sarebbe stato influenzato da servizi televisivi e con le sue dichiarazioni pubbliche su abusi subiti, avrebbe fatto scattare un ‘effetto domino’ di denunce.

    La penalista Ruth Shann, del team di difesa, ha detto di aver richiesto con subpoena dei materiali ai legali della persona, aggiungendo che la credibilità e affidabilità del ricorrente rimangono centrali nel caso. Non sarebbe possibile esaminare i quattro altri ricorrenti senza trattare prima della loro conoscenza della denuncia dell’uomo. La denuncia è stata presentata nel 2015, circa 40 anni dopo gli atti presunti, tramite la commissione nazionale d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni alle denunce di pedofilia. Secondo Shann, “l’effetto domino avviato con le altre persone è partito da una fonte inaffidabile e non credibile. È una conseguenza infelice del servizio della televisione Abc che è stato visto da diverse di queste persone prima che presentassero denunce”.

    La difesa di Pell ha già presentato mandati all’emittente nazionale Abc, che ha trasmesso diversi servizi sulla vicenda, e alla giornalista investigativa della stessa Abc, Louise Milligan, autrice del libro ‘The Cardinal: The Rise And Fall of George Pell‘. Il libro, divenuto presto un best seller, riporta dettagli prima non conosciuti di accuse al prelato, e la difesa ne ha ottenuto il ritiro dalle librerie.Milligan ha consegnato su richiesta della corte note di ricerca per il suo libro e materiale di background per i servizi della Abc, ma ha oscurato i nomi di fonti riservate.

    http://www.ilpopulista.it/news/15-Febbraio-2018/23471/pedofilia-il-cardinale-pell-finisce-in-tribunale.html

  • Caso Pell, i legali chiedono l’accesso ai dati medici di chi lo accusa di pedofilia

    Caso Pell, i legali chiedono l’accesso ai dati medici di chi lo accusa di pedofilia

    Secondo Ruth Shann del team di difesa, un ricorrente può non essere nella migliore posizione per descrivere il proprio stato mentale

    I legali del cardinale australiano George Pell hanno chiesto accesso alle cartelle cliniche delle persone che lo accusano di reati di pedofilia, per i quali dovrà comparire per un’udienza istruttoria davanti alla Magistrates Court di Melbourne il 5 marzo.

    I legali del cardinale 76enne hanno presentato un’istanza per accedere ai dati medici, sostenendo che possono contenere prove importanti e avere «sostanziale valore probatorio». Pell, che respinge strenuamente ogni accusa, non era presente all’udienza. Lo scorso luglio papa Francesco aveva accordato al Porporato un periodo di congedo dall’incarico di prefetto degli affari economici del Vaticano.

    Secondo Ruth Shann del team di difesa, un ricorrente può non essere nella migliore posizione per descrivere il proprio stato mentale. La penalista ha confermato che sono state inviate citazioni «subpoena» a vari studi legali, in relazione a tre persone.

    Il pubblico ministero Mark Gibson si è tuttavia opposto, affermando che le cartelle mediche non avrebbero «sostanziale» valore probatorio. «I ricorrenti obiettano alla richiesta e desiderano mantenere la propria privacy», ha detto. Il magistrato Belinda Wellington dal canto suo ha indicato che delibererà sulla richiesta della difesa mercoledì prossimo, ma ha osservato che la divulgazione di dati medici e psichiatrici può essere lesiva per le persone interessate.

    La difesa del Prelato ha già presentato mandati all’emittente nazionale Abc, che ha trasmesso diversi servizi sulla vicenda, e alla giornalista investigativa della stessa Abc, Louise Milligan, autrice del libro «The Cardinal: The Rise And Fall of George Pell». Il libro, divenuto presto un best seller, riporta dettagli prima non conosciuti di accuse al Prelato, e la difesa ne ha ottenuto il ritiro dalle librerie. Milligan ha consegnato su richiesta della corte note di ricerca per il suo libro e materiale di background per i servizi della Abc, ma ha oscurato i nomi di fonti riservate.

    Il mese prossimo il cardinale dovrà affrontare un’udienza di quattro settimane con richiesta di rinvio a giudizio, su accuse di multipli reati di pedofilia «storici», cioè commessi in tempi non recenti, ai danni di multiple vittime. L’esatta natura e dettagli delle accuse non sono stati resi pubblici, ma è noto da fonti dei media che le denunce all’esame della polizia includono quelle di due uomini di oltre 40 anni provenienti da Ballarat, cittadina natale di Pell, dove allora era sacerdote, che di recente lo hanno accusato di averli toccati in maniera inappropriata nella locale piscina pubblica.

    È prevista la deposizione di circa 50 testimoni nell’udienza di marzo, che determinerà se vi siano sufficienti evidenze per sottoporre il Cardinale a processo. A Pell non era richiesto se dichiararsi colpevole o non colpevole, ma il suo legale Robert Richter ha già indicato che il suo assistito si sarebbe dichiarato non colpevole.

    http://www.lastampa.it/2018/02/12/vaticaninsider/ita/news/caso-pell-i-legali-chiedono-laccesso-ai-dati-medici-delle-persone-che-lo-accusano-di-pedofilia-fH70EjvKEgALAENKNfBttK/pagina.html

  • Due Americhe in Vaticano sullo scandalo pedofilia

    Due Americhe in Vaticano sullo scandalo pedofilia

    Le critiche di O’Malley al Papa riflettono le divisioni Nord-Sud sul tema degli abusi e rischiano di indebolire il Consiglio dei 9 che doveva riformare la Curia

    «Si è rotto il C9». In Vaticano, le tensioni sulla pedofilia che hanno portato a una presa di distanza scritta del cardinale di Boston, Patrick O’Malley, dalle parole di Francesco in Cile, vengono analizzate al di là dell’episodio: anche perché il Papa ha cercato di chiudere una vicenda scivolosa chiedendo scusa alle vittime almeno per il termine usato. Invece di mancanza di prove, ha ammesso, «avrei dovuto parlare di evidenza» contro il vescovo di Osorno, Juan Barros, che comunque non ha rimosso. L’aspetto più sorprendente dell’intera vicenda è stata però la decisione di O’Malley di prendere carta e penna e stilare un comunicato per dissociarsi dal pontefice argentino. «È comprensibile», ha scritto, «che le parole del Papa siano fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero».

    Diocesi-simbolo

    Pesa il fatto che l’arcivescovo sia a capo della diocesi-simbolo dei reati di molestie negli Stati Uniti: quella da dove partì nel 2001 lo scandalo che avrebbe investito prima l’America e poi l’Europa; portato alle dimissioni del cardinale Bernard Law, e a cause miliardarie contro la Chiesa cattolica. In più, O’Malley presiede la commissione istituita da Francesco a tutela dei minori: un organismo in attesa di rinnovo che ha avuto vita tormentata, con le dimissioni dell’inglese Peter Saunders e poi di Maria Collins, due vittime di abusi. Ma questo non rende meno sconcertante quanto è accaduto.

    Falla culturale

    Finisce per gettare un’ombra anche sull’evoluzione del cosiddetto C9: il Consiglio dei nove cardinali del mondo creato all’inizio del papato per delineare la geopolitica vaticana e la riforma della Curia; analizzare con Jorge Mario Bergoglio le tendenze di fondo della Chiesa; e abbozzare le soluzioni. In quattro anni e mezzo, il ruolo del C9 si è appannato. Il cardinale George Pell, australiano, è stato costretto a un congedo più o meno temporaneo per difendersi da accuse in un processo per abusi nel suo Paese. Óscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa in Honduras e coordinatore del Consiglio, si è dovuto difendere quando è stata diffusa la notizia che percepisce un lauto stipendio dall’università dell’Honduras. E lo statunitense O’Malley, con il suo messaggio di dissociazione, ha aperto una falla culturale: non tanto con Francesco ma sul modo di affrontare gli abusi nella Chiesa.

    «Gabinetto di pace»

    Si tratta di un tema che finisce per evocare una divergenza tra episcopati del Nord e del Sud America, e si riflette di nuovo all’interno del C9. Ne fa parte, infatti, anche il cardinale di Santiago del Cile, Francisco Erràzuriz Ossa. Da tempo nella cerchia papale si discute su come rinnovare il Consiglio. Il fatto che si riunisca solo quattro volte l’anno per tre giorni, mentre in realtà le riunioni sono più brevi e senza un’agenda preparata, non ne hanno favorito l’incisività. Il segretario del C9, monsignor Marcello Semeraro, redige verbali nei quali è complicato sintetizzare spunti eterogenei. E ora, una divergenza così plateale sul tema degli abusi sessuali rischia di trasformare il «Gabinetto di pace» di Bergoglio nel parafulmine delle tensioni tra episcopati.

    Malessere silenzioso

    Soprattutto, il destino incerto del C9 promette di essere additato strumentalmente dai nemici del Papa come l’emblema di riforme lasciate a metà o mal riuscite: dalla Curia alle finanze vaticane, in bilico tra veleni e involuzione. Magari sottolineando anche la partecipazione non sempre oceanica in alcune tappe dell’ultimo viaggio. A pochi sfugge che la presa di posizione di O’Malley appare il sintomo di un malessere covato silenziosamente per mesi. Sottolinea l’insoddisfazione per il modo in cui il Vaticano ha declinato la «tolleranza zero» nei confronti degli abusi sessuali: sebbene sia Francesco, sia il predecessore Benedetto XVI abbiano cercato di spezzare la cultura del segreto e la mentalità che rendono difficile la soluzione del problema.

    Il pupillo Cupich

    Riemerge la difficoltà di fissare linee di comportamento valide per tutti. Il tema è troppo scivoloso e divisivo, e risente delle culture diverse nelle quali gli abusi, o presunti tali, si consumano; e delle correnti di pensiero contrastanti nella Chiesa. La scelta di O’ Malley di rendere pubblico il dissenso va inserita su questo sfondo. Arriva dopo segnali di resistenza alle scelte di Francesco, trasmessi dai vescovi statunitensi verso uno dei suoi pupilli: l’arcivescovo di Chicago e cardinale Blase Cupich. A novembre, la conferenza episcopale Usa ha bocciato Cupich come capo del comitato per le attività «pro life», preferendogli un conservatore. D’altronde, negli Usa, certi temi rimangono dirimenti. Il New York Times ieri ha attaccato frontalmente Francesco. E O’ Malley forse indovinava che le parole del Papa sarebbero state usate da chi vuole bollare la Chiesa come ambigua: accusa maligna ma sempre in agguato.

    http://www.corriere.it/esteri/18_gennaio_24/due-americhe-vaticano-scandalo-pedofilia-35682e84-007a-11e8-9961-f20884a97d4b.shtml

  • Pedofilia, ecco come papa Francesco ha promosso chi ha insabbiato lo scandalo

    Pedofilia, ecco come papa Francesco ha promosso chi ha insabbiato lo scandalo

    DI EMILIANO FITTIPALDI – Per la prima volta papa Francesco va in piazza, e viene fischiato. Non da qualche scalmanato anticlericale, ma da una fetta importante dell’opinione pubblica del Cile. Paese sudamericano cattolicissimo, e cugino dell’Argentina che a Bergoglio ha dato i natali. Cosa è successo? Quali negligenze i fedeli imputano al papa tanto da protestare con tale veemenza? Con vandali che hanno persino attaccato una decina di chiese, alcune delle quali date alle fiamme?

    A parte le polemiche antigovernativa sui denari spesi per la visita, le critiche riguardano soprattutto la gestione, da parte di Francesco, di alcune gravissime, vicende di pedofilia. Che hanno visto coinvolti preti e vescovi (ben tre) cileni. Della lotta agli abusi sui minori Francesco ha fatto una bandiera del pontificato. Anche oggi, in un primo discorso, Francesco ha chiesto perdono: «Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa. Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta».

    Ma in Cile, come in altri paesi, per molti sono parole vuote. Il papa, sulla pedofilia, troppe volte sembra aver mancato di coerenza. Lasciando che sulla questione, delicatissima per la Chiesa cattolica, lo spread tra parole e fatti si facesse sempre più largo.

    (lettera_cile) È noto che nei primi anni di governo Bergoglio infatti ha promosso nel consiglio dei cardinali porpore come Maradiaga e l’australiano Pell (se nell’arcivescovato in Honduras del primo qualche lustro fa trovò rifugio un prete pedofilo inseguito da anni dall’Interpol, il secondo è considerato da centinaia di vittime un insabbiatore seriale, finito da poco in un processo penale), ma ci sono altre tre eminenze assai chiacchierate che il papa ha promosso elevandole nell’empireo delle gerarchie: il vescovo cileno Juan Barros Madrid,nominato nel 2015 alla diocesi di Osorno, l’arcivescovo di Santiago del Cile Ricardo Ezzati, prima messo alla guida della Congregazione per l’educazione cattolica e nel febbraio 2014 nominato cardinale, e soprattutto il suo predecessore Francisco Javier Errazuriz, chiamato anche lui nel C9.

    Tutti e tre coprotagonisti del più grande scandalo nella storia del clero del Cile, e da più di un lustro attaccati duramente in patria da giornali, associazioni, fedeli e magistrati per aver coperto le gesta di padre Fernando Karadima. Un carismatico e influente sacerdote dei quartieri bene di Santiago, parroco per più di vent’anni della parrocchia del Sacro Cuore di El Bosque che – per stessa ammissione di Errazuriz – ha formato due o tre generazioni di prelati cileni. Una sorta di santo vivente popolarissimo in tutto il paese, che dietro l’odore d’incenso nascondeva segreti oscuri: secondo quattro uomini padre Karadima è infatti un violentatore seriale, un criminale che ha distrutto le loro vite.

    Dopo anni di insabbiamenti e indagini sospese per volontà delle gerarchie ecclesiastiche, le accuse dei sopravvissuti sono state considerate credibili sia dal tribunale penale cileno, che ha dovuto archiviare il caso perchè i termini di prescrizione erano stati superati, sia dalla Congregazione per la dottrina della fede. Che nel febbraio del 2011 ha condannato il prete, che oggi ha ottantasei anni, a “una vita di preghiera e penitenza” nel convento di Santiago delle Serve di Gesù della Carità. Al sacerdote è stato vietato di esercitare il ministero pubblico. Nel 2014 un avvocato lo ha fotografato mentre celebrava messa alle suore che ospitano la sua clausura.

    L’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzalez è sintetizzata in un documento di ottantaquattro pagine dove vengono ricostruite, attraverso testimonianze di vittime, preti e dipendenti della diocesi, le fasi dell’inchiesta interna e del presunto tentativo, da parte dell’allora vescovo, di evitare lo scandalo allungando a dismisura i tempi dell’istruttoria. Ed evitando, ovviamente, la denuncia alle autorità civili. La vicenda inizia a metà del 2003, giusto qualche mese dopo l’approvazione da parte della Conferenza episcopale cilena delle nuove e in teoria severe linee guida che le gerarchie del paese avrebbero dovuto seguire in caso di abuso sessuale da parte dei sacerdoti. È giugno: il gesuita Juan Diaz, ex vicario all’educazione di Errazuriz, racconta al giudice di aver consegnato nelle mani dell’allora vescovo la testimonianza scioccante di uno dei ragazzi abusati negli anni ottanta, l’ex chierichetto Josè Murillo, che si era confidato con lui. Una lettera in cui Karadima appariva non come un santo, ma come un depravato.

    “Mi sembrò che il cardinale prendesse seriamente la lettera,” spiegherà il gesuita davanti alla corte sette anni più tardi. Il cardinale rispose all’ex chierichetto un mese dopo attraverso una email, in cui spiegava di “pregare per lui”, ma di non poter aprire un’investigazione preliminare: “Sfortunatamente, considero al momento queste accuse non credibili”. Una scelta discutibile: come hanno sottolineato anche esperti canonisti come il professore della Pontificia università gregoriana, padre Marcelo Gidi, Erruzuriz avrebbe dovuto aprire subito un fascicolo. “Quella che deve essere giudicata come ‘credibile’ in questi casi è la buona fede dell’accusatore,” ha commentato il reverendo al “New York Times”, in un articolo che raccoglieva anche l’intervista di un altro testimone che spiegava come già nel 1984 un gruppo di parrocchiani avesse inviato una segnalazione sulle “condotte improprie” di padre Karadima al responsabile della curia cilena del tempo, il futuro cardinale Juan Francisco Fresno Larran.

    Dopo mesi di silenzio, l’abusato Murillo tornò dal suo amico don Diaz, chiedendo che cosa avrebbe fatto il vescovo. “Tornai da Errazuriz per riparlargli della questione. Mi disse che la stava ancora valutando. Dissi a Murillo che non potevo fare di più, e che tutto era nelle mani del vescovo.” Che, però, non si mosse per mesi. La prima istruttoria cominciò solo un anno dopo: Karadima aveva infatti abusato per quindici anni anche di James Hamilton, oggi un noto gastroenterologo di Santiago, che fu molestato per la prima volta a diciassette anni, quando il parroco approfittò di un momento di fragilità psicologica del ragazzino dovuta alla morte del padre.

    Hamilton descrisse a sua moglie Veronica Miranda i soprusi subiti dal prete solo quando capì che il suo matrimonio stava andando in pezzi per le violenze mai superate: l’influenza di Karadima sulla vittima (Hamilton descrive incontri in cui il prete si masturbava tentando di baciarlo) durò per oltre un quindicennio. Fu Veronica a denunciare alla Chiesa il “santo vivente”, “in modo da evitare che potesse fare del male ad altri ragazzini”.

    Anche stavolta Errazuriz fu informato, anche stavolta non rispose alla vittima, né volle incontrarla. Le due testimonianze furono però raccolte dal promotore di giustizia della diocesi Eliseo Escudero, che alla fine del 2005 le considerò “credibili e coerenti” inoltrando una relazione al suo capo, atto che di fatto diede il via al vero e proprio procedimento amministrativo interno. All’inizio del 2006 Errazuriz – dopo aver parlato della faccenda con Andras Arteaga Manieu, uno dei più stretti seguaci di Karadima e capo dell’Unione sacerdotale, che dubitò dell’affidabilità delle storie raccontate dalle presunte vittime – bloccò immediatamente le indagini appena partite. Il cardinale ripetè più volte che riteneva le accuse deboli.

    Dunque, orribili menzogne. E tuttavia, nell’agosto del 2006, dopo aver “sospeso” l’inchiesta a carico di Karadima, decide comunque di allontanarlo dalla diocesi. Prima tentando di convincerlo a voce, poi – dopo le rimostranze del popolarissimo prete – con una lettera firmata, che l’Espresso pubblica in originale.

    “Caro Fernando, la celebrazione per i suoi cinquant’anni di sacerdozio sarà un grande anniversario, nessuno potrà dire che non sia stato celebrato come si conviene… Rispetto alla nostra conversazione mi par di capire che la cosa che la affligge di più,” scrive il cardinale, “è quella di smettere di essere parroco del Sacro Cuore. Su questo mi permetta, caro padre Fernando, che le dica una parola da fratello, amico, padre e pastore: accetti le decisioni del vescovo, faccia un salto nella fede. Se lei vuole essere santo, così hanno fatto i santi. Lei mi manifestò la preoccupazione che il cambio possa essere visto come un castigo. Non lo è, e tutti lo capiranno: se lo fosse non continuerebbe a lavorare nello stesso luogo, né vicino ai suoi più stretti collaboratori.”

    Il cardinale propone al pedofilo di annunciare ai fedeli di aver rinunciato lui stesso all’incarico, avendo ormai settantacinque anni e ventidue di onorato servizio all’interno della parrocchia, in modo da mettere a tacere qualsiasi malalingua. Se in molti considerano la lettera e il suo contenuto la prova che Errazuriz si è mosso per spegnere l’incendio prima che le fiamme divampassero, mettendo in cantina il prelato e proteggendo il buon nome suo e della gerarchia, nel settembre 2015 il cardinale cileno ha rifiutato questa lettura “forzata”, ripetendo che parlare di insabbiamento è un errore madornale.

    Una posizione ufficiale condivisa dal Vaticano, che ha sempre difeso l’operato del cardinale vicino a Bergoglio senza alcuna esitazione: “Nel caso Karadima l’azione della Santa Sede è stata nel senso della verità, visto che mentre la giustizia civile ha proposto l’archiviazione, è stata proprio la Congregazione per la dottrina della fede a pronunciare un giudizio di condanna”, ha detto padre Federico Lombardi, ex portavoce della Sala Stampa, dimenticandosi di evidenziare che il procuratore cileno non soltanto era stato costretto a chiudere le indagini solo per avvenuta prescrizione, ma che ha accolto l’intera ricostruzione delle vittime. Insabbiamenti compresi. Di fatto, dopo la rinuncia “volontaria” Karadima non solo rimane nella parrocchia di El Bosque, ma vede incoronato come successore un suo fedelissimo.

    Tutto scorre tranquillo per tre anni, quando il prete e la gerarchia di Santiago si accorgono che la valanga che tentano di fermare da anni rischia di rimettersi in moto: Hamilton ha infatti chiesto l’annullamento ufficiale del suo matrimonio religioso, mettendo agli atti che la crisi era provocata dalle violenze di don Fernando il “santo”, che abusando di lui sessualmente e psicologicamente era riuscito ad annullare la sua volontà e il suo discernimento. La decisione di sposarsi, infatti, era stata presa anche per le insistenze di Karadima. A quel punto, denuncia Hamilton, le pressioni per fargli ritirare la causa si fanno opprimenti.

    Siamo a fine 2009, Errazuriz decide di riaprire l’inchiesta e nel giugno 2010 manda finalmente le carte a Roma. Leggendo le carte, la mossa appare come un tentativo tardivo per dimostrare che lui e la Chiesa non avevano coperto il pedofilo. Il caso diventa di dominio pubblico ad aprile 2010, quando tre vittime, Hamilton in testa, decidono di rompere gli indugi, superare la vergogna, il pudore e l’imbarazzo e denunciare l’aguzzino alle autorità civili e sui media sudamericani.

    La notizia scatena un pandemonio, getta nel fango Karadima e nel panico Errazuriz che, ai fedeli di mezza Santiago che ne chiedevano le immediate dimissioni, invia una lettera aperta in cui chiede “perdono”, precisando contemporaneamente che “al termine di una prima indagine ho lasciato in sospeso la causa perchè in attesa di nuove informazioni, e per approfondire quelle già ottenute, oltre che per avviare nuove consultazioni con esperti di materia giuridica canonica […] Bisogna però ricordare anche il lavoro fecondo e generoso di padre Karadima, che ha formato generazioni di cattolici, tra i quali i cinque vescovi cileni attuali […] Il fatto che sia in corso un’inchiesta non significa che la persona sia considerata colpevole”. L’inchiesta penale della procura di Santiago si apr. nel 2010 e si richiuse per prescrizione in un battibaleno, nel 2011, senza nemmeno che i denuncianti fossero citati.

    Nonostante questo, la sentenza determinò che gli abusi di Karadima avvennero realmente. L’inchiesta indagò anche su alcune presunte mazzette, con cui esponenti della gerarchia cilena avrebbero tentato di comprare il silenzio di altri sopravvissuti. Fu accertato, per esempio, che a un ragazzo maggiorenne (presunta vittima di un altro sacerdote, don Diego Ossa, vicinissimo a Karadima) la Chiesa girò 10 milioni di pesos (oltre 10 mila euro), mentre altri 20 milioni finirono nel conto in banca di una cuoca della parrocchia.

    Denaro che, secondo gli avvocati delle vittime, fu bonificato in modo da comprare il silenzio di scomodi testimoni che avrebbero potuto peggiorare la posizione processuale di padre Fernando. I legali della curia, pur non avendo mai negato l’esistenza dei pagamenti, li hanno sempre giustificati come semplici “atti di beneficenza”. La storia per ora non ha visto un solo responsabile delle violenze pagare per quello che è accaduto dal 1980 al 1995.

    Nel 2013 si è aperta una causa civile contro l’arcidiocesi di Santiago, su cui pendono richieste di risarcimento pari a 450 milioni di pesos, e nel 2015 il cardinale è stato riascoltato dai giudici come teste, confermando a verbale la sua tesi difensiva: “A quel tempo padre Karadima godeva di una fama straordinaria, aveva la reputazione di un santo, ammetto che dunque non credetti alla denuncia”, si legge negli atti. “Insabbiamento? Non vi è nella mia coscienza o nella mia memoria aver coperto abusi psicologici, ministeriali o sessuali; né è esistito un tentativo di mettere a tacere o silenziare le accuse. A quelle denunce non fu dato seguito perché non erano corroborate da prove. Vi era il prestigio di Karadima da un lato, e in secondo luogo . stato difficile ipotizzare che gli adulti fossero stati abusati per anni senza che nessuno lo denunciasse.” E come mai allora chiese le sue dimissioni dalla parrocchia nel 2006 con una lettera? “Solo perchè Karadima aveva più di settantacinque anni. Non si trattò di un licenziamento, perché non si può licenziare un pastore senza processo canonico. Nel dicembre 2005 lo pregai di presentare la sua rinuncia. Ma avanzò molte scuse. La lettera del giugno 2006 è una risposta alle obiezioni di padre Karadima.”

    Tranne l’Espresso, in Italia nessun giornale si è mai occupato della vicenda. Anche quando Errazuriz è stato nominato da Bergoglio nel consiglio ristretto dei cardinali che devono aiutarlo nel governo della Chiesa universale. “Per me il cardinale Errazuriz invece di partecipare al conclave dovrebbe essere in galera,” chiosò nel marzo 2013 il medico Hamilton. “Non ha fatto niente in favore delle vittime, persino i rapporti che ha consegnato alla Chiesa erano con nomi e avvenimenti censurati. Anzi, ci ha traumatizzati una seconda volta cercando di insabbiare le nostre accuse una volta per tutte.” Anche una terza vittima di don Karadima, Juan Carlos Cruz, ha attaccato il cardinale con parole di fuoco.

    “Francesco ha nominato Errazuriz nel C9? Sono molto deluso. I segnali che ci aveva dato il papa animavano la nostra speranza che le cose potessero cambiare, ma ora vediamo che è sempre la stessa cosa. Gesù scelse Giuda, e ora sta succedendo lo stesso,” ha commentato qualche tempo fa. Solo nel settembre del 2015 Cruz ha scoperto che il neo membro del consiglio ristretto delle porpore aveva scambiato alcune email con il collega Ricardo Ezzati, parlando proprio di lui.

    Nel documento pubblicato da un sito cileno i due cardinali discettano con grande preoccupazione di future nomine vaticane: quella del gesuita don Felipe Berros come futuro cappellano del palazzo della presidenza cilena (“fa dichiarazioni piene di superbia e contrarie al magistero della Chiesa, usa un tono da profeta parlando di corruzione e di incoerenza della Chiesa”, scrive Ezzati), e quella di una delle vittime di Karadima, ossia proprio Cruz, che qualcuno a Roma ipotizzava come possibile membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori. “La nomina di Cruz sarebbe un danno troppo grande per la Chiesa del Cile. Anche perché darebbe credito e avallerebbe un castello [di accuse] che il signor Cruz ha costruito astutamente. Spero che lei possa informare con chiarezza coloro che devono dar seguito a questa nomina,” conclude l’arcivescovo. Errazuriz si dice d’accordo: “Coraggio, il serpente non prevarrà”.

    Alla fine le due designazioni non arriveranno mai in porto. Se qualcuno sostiene che papa Francesco non conoscesse con dovizia di particolari la vicenda del cardinale George Pell, all’esplosione di questo scandalo che ha segnato la storia recente della Chiesa cilena Bergoglio non viveva su Marte, ma era il potente arcivescovo di Buenos Aires. E, dunque, conosceva perfettamente le accuse di insabbiamento e il comportamento delle alte gerarchie. Nonostante tutto, ha deciso per. di premiare sia Errazuriz che Ezzati, da lui considerati dunque estranei ai fatti.

    Ma non è tutto. Quello che ha fatto infuriare i cattolici cileni è il fatto che nel 2015 Bergoglio ha nominato vescovo di Osorno, città a novecento chilometri a sud di Santiago, un ex seminarista di Karadima, monsignor Juan Barros Madrid, che è stato a fianco del prete pedofilo per oltre venticinque anni, condividendo con lui il periodo buio della parrocchia maledetta del ricco quartiere di El Bosque. Secondo il racconto di alcune vittime Barros, che nel 2006 officiò i funerali dell’ex dittatore cileno e criminale Augusto Pinochet, era a conoscenza delle condotte peccaminose del suo superiore e le avrebbe coperte.

    Un sacerdote, durante il processo penale, ha testimoniato di aver ammonito Karadima per le sue azioni proprio in presenza del giovane Barros, all’inizio degli anni ottanta. Il neovescovo ha ovviamente negato ogni addebito, dichiarando di non aver avuto “alcuna conoscenza delle denunce” contro il suo mentore. Né durante il periodo passato al suo fianco, né quando era segretario del cardinale Fresno, il primo prelato a coprire Karadima. È certo però che Cruz giura come almeno in un’occasione Barros abbia addirittura assistito come testimone oculare agli abusi sessuali, ed è certo che per anni, dopo l’inizio dello scandalo, lo stesso abbia organizzato manifestazioni pubbliche per difendere il suo maestro, compresa una messa solenne a lui dedicata.

    Alla notizia della designazione i fedeli della città di Osorno, associazioni religiose e parlamentari assortiti hanno chiesto al Vaticano di ripensarci, ritirando l’imbarazzante candidatura. Un gruppo di cinquantun deputati ha persino mandato una lettera al papa invitandolo a tornare sui suoi passi. Anche Alex Vigueras, superiore provinciale della Congregazione dei Sacri Cuori, ha scritto un articolo parlando di “una nomina che lascia perplessi” e chiedendo a Barros “di rinunciare all’incarico, visto che la scelta non risulta in sintonia con la tolleranza zero che la Chiesa sta cercando di promuovere” contro la pedofilia.

    Stessa posizione del sacerdote don Peter Kligger della diocesi di Osorno, che ha dichiarato che “Barros porta sulle spalle un carico morale che non gli permette di disporre dell’autorità necessaria al governo pastorale”. Tutto inutile: Barros ha celebrato la sua prima messa da nuovo vescovo il 21 marzo 2015, in un clima da guerriglia fuori e dentro la cattedrale, con duecento manifestanti furibondi che hanno inscenato una protesta sventolando bandiere e palloncini neri e cartelli con scritte contro il monsignore. Il papa, nonostante parte della Pontifica commissione per la tutela dei minori avesse chiesto che “i vescovi nominati devono avere credibilità per quanto riguarda la questione della pedofilia”, è andato dritto per la sua strada.

    Di più. Nel maggio del 2015, durante un incontro in piazza San Pietro, a un corista cileno che lo affrontò spiegandogli che la Chiesa cilena stava “soffrendo” a causa della nomina del vescovo di Osorno, Bergoglio ha risposto (probabilmente senza immaginare di essere registrato dall’iPad di un turista argentino che assisteva alla scena) che le proteste erano state “montate” ad arte dagli “zurdos”, cioè i politici “sinistrorsi” che hanno messo per iscritto il loro scontento per la scelta vaticana.

    “È una Chiesa che ha perso la libertà perchè si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo venti anni di servizio,” ha detto duro il papa. “Per cui, che pensino con la testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa. Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh… non perdano la serenità. Osorno soffre, certo, perchè è stupida. Perchè non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle cretinate che dice tVisualizza articoloutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare, confusione, che cercano di calunniare…”

    Il video del papa, se ha fatto infuriare le vittime di padre Karadima, i parlamentari (di vari partiti, non solo del partito socialista) che hanno firmato la petizione contro la nomina, e persino alcuni autorevoli componenti della Pontificia commissione per la tutela dei minori (la sopravvissuta irlandese Marie Collins, violentata a tredici anni da un prete in un ospedale cattolico di Dublino, si è detta “scoraggiata e addolorata” per le parole di Francesco), ha catturato anche l’attenzione della Corte suprema del Cile, colpita dallapresunta “assoluzione di Barros” di cui aveva parlato il pontefice.

    Nessuno, infatti, sapeva che il vescovo fosse stato giudicato da una ignota “corte giudiziaria”, dalla quale è stato considerato innocente. Così alti magistrati hanno subito avviato una rogatoria internazionale, richiedendo al Vaticano di inviare qualsiasi incartamento sulla posizione del presule, e di esibire le prove: a oggi, dalla Santa Sede non c’è stata alcuna risposta. Semplicemente perché Francesco ha detto una cosa mai accaduta.
    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/01/16/news/pedofilia-come-papa-francesco-ha-promosso-chi-ha-insabbiato-lo-scandalo-1.317225
  • Australia, morto prima che potesse testimoniare l’uomo che accusava il cardinale George Pell di pedofilia

    Australia, morto prima che potesse testimoniare l’uomo che accusava il cardinale George Pell di pedofilia

    Damian Dignan aveva denunciato di essere stato stuprato da piccolo dal prete

    E’ morto in Australia, prima che potesse testimoniare in tribunale, l’uomo che accusava il cardinale George Pell di abusi sessuali su minori. Damian Dignan, che viveva nella città vittoriana di Ballarat, aveva denunciato di esser stato stuprato quando era un giovane studente a Ballarat East, un’accusa che Pell negava. La morte di Dignan è stata confermata dalla compagna, Sharon Rixon. Non è chiaro come la morte di Dignon si rifletterà sul processo. Il procuratore, Nicholas Papas, ha dichiarato al Guardian Australia che la morte di Dignan influirà sulla struttura del processo che sta per cominciare a Melbourne. “La morte di un testimone è generalmente una cosa molto seria e può determinare il fatto che un processo cominci o meno. Ma non è così semplice, perchè potrebbero esserci altre prove o testimoni”.

    L’avvocato di Dignan, Ingrid Irwin, si è detta addolorata e colpita dal fatto che il suo assistito non possa contribuire di persona al processo. “E’ ridicolo che non abbia trovato giustizia. Era uno dei più coraggiosi ragazzi di Ballarat. Era distrutto ma in qualche modo aveva trovato la forza di parlare”.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/08/australia-morto-prima-che-potesse-testimoniare-luomo-che-accusava-il-cardinale-george-pell-di-pedofilia_a_23327038/

  • “Pedofilia in Australia, una tragedia nazionale”

    “Pedofilia in Australia, una tragedia nazionale”

    Rapporto della Commissione abusi sui minori: il 62% dei casi riguarda la Chiesa cattolica

    Cinque anni di lavoro, migliaia di pagine a comporre i 17 volumi del Rapporto della Commissione pubblica sugli abusi sui minori in Australia.

    BX69WX Priest and altar boy, La Roche-sur-Foron, Haute Savoie, France, Europe

    Con dati scioccanti. Oltre 15mila le persone che hanno raccontato le loro storie di abusi subiti nelle chiese, negli orfanotrofi, nelle scuole, nei circoli sportivi e in gruppi giovanili; nel mirino sono finite 4mila istituzioni, molte entità cattoliche. Con i preti in cima alla lista degli indagati.

    Oltre 2.500 le segnalazioni effettuate alla polizia e 230 le inchieste avviate, 41.770 chiamate per soccorso e 60mila sopravvissuti con diritto al risarcimento. Al termine di un lavoro certosino effettuato dalla Commissione, emerge che la pedofilia «rappresenta una tragedia nazionale». L’Australia, si legge, «è venuta meno in modo grave ai suoi doveri di proteggere i bambini». Non si è trattato, si legge nel report, di poche «mele marce». «Alcune istituzioni hanno avuto molti pedofili», il problema «è così diffuso, e la natura dei crimini così odiosi, che è difficile da comprendere».

    Già lo scorso febbraio la Commissione aveva rivelato i primi dati che avevano mostrato l’entità del problema: il 7% dei religiosi cattolici australiani è stato accusato di abusi sessuali su minori tra il 1950 e il 2010 senza però che i sospettati siano finiti sotto indagine; è stata consuetudine ignorare, o addirittura punire, i bambini che denunciavano le aggressioni; in alcune diocesi la percentuale ha raggiunto il 15% dei sacerdoti sospettati di pedofilia. In totale il 61,8% dei casi segnalati riguardava la Chiesa cattolica.

    Il più alto rappresentante della chiesa cattolica in Australia, l’arcivescovo George Pell, è stato ascoltato tre volte dalla commissione di inchiesta dove ha ammesso di aver «fallito» nella sua gestione dei preti pedofili nello stato di Victoria negli anni ’70. Il cardinale Pell era stato chiamato da Papa Francesco alla guida della Segreteria per l’Economia. Dopo le accuse di pedofilia, il porporato è stato rispedito da Bergoglio in Australia per seguire il processo, dove dovrà rispondere del reato di violenza sessuale. A marzo si deciderà se ci sono prove sufficienti per procedere con il processo.

    Tra le raccomandazioni formulate nei 17 volumi del rapporto australiano figura anche l’obbligo per i sacerdoti di denunciare gli atti di pedofilia ammessi nel segreto del confessionale. «È inaccettabile scrive l’Osservatore Romano e anche l’arcivescovo di Melbourne, Denis Hart, ha dichiarato che il segreto confessionale è inviolabile e non può essere spezzato». «Se qualcuno dovesse confessare un crimine del genere ha detto – non ne potrò rivelare i contenuti. Ma mi rifiuterò di assolverlo».

    Il rapporto, ha commentato alla Radio Vaticana padre Hans Zollner, della commissione pontificia per la tutela dei minori, mette in luce che «nella Chiesa c’è un numero di vittime sproporzionatamente grande rispetto ad altre istituzioni» e che «la Chiesa ha fatto il suo nella collaborazione con la commissione». Per Papa Francesco, rende noto la Sala Stampa Vaticana, «la Chiesa è chiamata a essere luogo di compassione ed è impegnata nell’assicurare ambienti che garantiscono la protezione di tutti bambini e adulti vulnerabili».

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/pedofilia-australia-tragedia-nazionale-1474686.html

  • Australia: rapporto su pedofilia. Mons. Hart: “un passato vergognoso. Le mie scuse incondizionate”

    Australia: rapporto su pedofilia. Mons. Hart: “un passato vergognoso. Le mie scuse incondizionate”

    Agenpress. Quanto emerge dal Rapporto finale della Commissione reale di inchiesta sulla pedofilia in Australia “è il culmine di quasi cinque anni di un intenso lavoro di ricerca sul modo in cui molte istituzioni, inclusa la Chiesa cattolica, hanno storicamente fallito con i bambini. È un passato vergognoso, in cui ha prevalso la cultura della segretezza e dell’auto-protezione causando sofferenze in  molte vittime e alle loro famiglie”.

    È quanto ha dichiarato il presidente della Conferenza episcopale australiana, l’arcivescovo Denis Hart, in occasione della pubblicazione del Rapporto della Commissione australiana d’inchiesta dopo aver esaminato le deposizioni di oltre 15 mila persone e udito a porte chiuse oltre 8 mila vittime di abusi sessuali, in gran parte subiti in istituzioni religiose.

    In tutto 17 volumi da cui emerge che il 7 per cento dei religiosi cattolici australiani è stato accusato di abusi sessuali su bambini tra il 1950 e il 2010 senza che nessuno sia finito sotto indagine. I minori che hanno denunciato le aggressioni sono stati ignorati e spesso puniti.

    Nell’inchiesta è finito il cardinale George Pell incriminato lo scorso giugno per “reati di violenza sessuale” e a marzo si deciderà se ci sono prove sufficienti per procedere con il processo.

    “Ancora una volta riformulo le mie scuse incondizionate per questa sofferenza e l’impegno volto a garantire giustizia per le persone colpite”, scrive l’arcivescovo Hart che nella dichiarazione ammette che le raccomandazioni contenute nel rapporto della Commissione “avranno un impatto significativo sul modo in cui la Chiesa cattolica opera in Australia”.

  • Choc in Australia per il rapporto sulla pedofilia, 15 mila vittime: imbarazzo del Vaticano

    Choc in Australia per il rapporto sulla pedofilia, 15 mila vittime: imbarazzo del Vaticano

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano Di fronte alla devastante piaga della pedofilia che in Australia ha fatto affiorare ben 15.000 vittime dagli anni Cinquanta al 2010, la Santa Sede riconosce quella che viene definita dagli australiani una «tragedia nazionale» che ha minato la fiducia della gente: «Il rapporto merita di essere studiato approfonditamente». Le vittime hanno raccontato di avere subito abusi nelle parrocchie, nelle chiese, negli orfanotrofi, nelle scuole, nei circoli sportivi e in gruppi giovanili, coinvolgendo oltre 4.000 istituzioni («Decine di migliaia di bambini sono stati vittime di violenza sessuale in molte istituzioni australiane e non ne sapremo mai il numero esatto», si legge nel rapporto governativo),

    Con un comunicato Papa Francesco esprime vicinanza alla Chiesa australiana, attualmente sotto schiaffo, e alle vittime. «Nel suo recente incontro con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, Papa Francesco ha affermato che la Chiesa è chiamata ad essere luogo di compassione, soprattutto per coloro che hanno sofferto, e ha ribadito che la Chiesa è impegnata nell’assicurare ambienti che garantiscono la protezione di tutti bambini e adulti vulnerabili». Le indagini della commissione pubblica sono durati cinque anni e hanno avuto risonanza anche in Italia in particolare per le audizioni alle quali si è sottoposto l’anno scorso, in videocollegamento da Roma, il cardinale George Pell. L’ex prefetto vaticano della Segreteria per l’Economia si trova ora in Australia per difendersi in tribunale da accuse di abusi sessuali che egli avrebbe personalmente compiuto da sacerdote, accuse che egli respinge con fermezza.

    Il rapporto australiano è choccante e indica come soluzione al problema della pedofilia tra il clero, la fine del celibato obbligatorio e del segreto confessionale, in modo da denunciare sempre notizie di molestie da parte di ecclesiastici. Il rapporto è stato condensato in 21 volumi. Secondo la Commissione governativa, è stata proprio l’insufficienza del diritto canonico a contribuire alle defaillance nella capacità di proteggere i bambini e nel denunciare o punire coloro che, nella Chiesa, si erano macchiati di crimini.  La commissione ha esortato la conferenza episcopale australiana a chiedere al Vaticano di riformare la legge canonica per sciogliere i preti dal segreto confessionale. L’arcivescovo di Melbourne è intervenuto escludendo qualsiasi modifica in tal senso. «Il segreto confessionale è inviolabile».

    https://www.ilgazzettino.it/esteri/papa_francesco_australia_pedofilia_vittime_segreto_confessionale_abusi_commissione-3430688.html