38578 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Chissà quanti sono i vescovi che, alle prese con casi di pedofilia dei sacerdoti nelle loro diocesi, da qualche giorno si sentiranno malfermi sulle loro sedie episcopali. Si potrebbe supporre non siano pochi, dato che il fenomeno degli abusi sembra non aver risparmiato un lembo del globo terracqueo. A segare le gambe delle loro cattedre è intervenuto, com’è ormai noto, un decreto di papa Francesco, con data 4 giugno 2016, un motu proprio dal titolo di velluto, Come una madre amorevole, per un contenuto di ferro: la rimozione forzata dei vescovi che, di fronte agli abusi sessuali dei loro preti, siano o siano stati negligenti nell’intraprendere misure atte a bloccarne la reiterazione e a punire il colpevole.
«Il Diritto canonico – premette il papa in apertura di decreto (di soli cinque articoli) – già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto» (ovvero i superiori maggiori degli Istituti religiosi e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio). Tutto già codificato nel can. 193 §1 del Codice di Diritto Canonico e nel can. 975 §1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, ma non basta: «Con la presente Lettera – motiva con fermezza il pontefice – intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili». E, di nuovo, non basta: rammentando che il «vescovo diocesano o l’eparca può essere rimosso solamente se egli abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua», prescrive che «nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave».
In caso «appaiano seri indizi» di tali manchevolezze, «la competente Congregazione della Curia romana può iniziare un’indagine in merito, dandone notizia all’interessato e dandogli la possibilità di produrre documenti e testimonianze». E «qualora ritenga opportuna la rimozione del vescovo, la Congregazione stabilirà, in base alle circostanze del caso», se «dare, nel più breve tempo possibile, il decreto di rimozione» o «esortare fraternamente il vescovo a presentare la sua rinuncia in un termine di 15 giorni. Se il vescovo non dà la sua risposta nel termine previsto, la Congregazione potrà emettere il decreto di rimozione», la quale tuttavia sarà sottoposta «all’approvazione specifica» del pontefice, assistito da «un apposito Collegio di giuristi, all’uopo designati».
Cardinali e vescovi sotto indizio di negligenza
Avrà un bel da fare la «competente Congregazione della Curia» (non specificata; Radio Vaticana la cita aggiungendo fra parentesi «vescovi, Evangelizzazione dei Popoli, Chiese orientali, Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica»), perché «seri indizi» necessari per iniziare un’indagine sono emersi per non pochi prelati, che, se innocenti, è bene primario siano “assolti” da sospetti di negligenza o altro. Qualche nome, fra i casi di cui si è parlato recentemente, anche su Adista, relativamente ad episodi di presunta copertura di reati commessi anni addietro e da tempo riferiti dalla stampa.
L’australiano card. George Pell ha ammesso davanti alla Royal Commission australiana, nell’inchiesta riguardante fra l’altro il suo ruolo e le sue responsabilità di copertura di casi di pedofilia tra gli anni ‘70 e ‘80, di non aver dato seguito alla denuncia di uno studente che accusava p. Edward Dowlan, prete insegnante in una scuola cattolica, di «comportarsi male con i bambini». «Ne parlò di sfuggita durante la conversazione – ha minimizzato il cardinale – non mi ha chiesto di fare nulla». Dowlan è stato poi condannato per aver abusato di 20 bambini in sei diverse scuole, a partire dal 1971. Ma Pell non pare sentirsi in colpa e ha contestualizzato il suo comportamento: «Con l’esperienza di quarant’anni dopo – ha detto – sono certamente d’accordo che avrei dovuto fare di più». «Non ne feci nulla» (v. Adista Notizie n. 12/16).
Il patriarca maronita del Libano Béchara Raï ha difeso in pubblico, come peraltro davanti al papa, il sacerdote della diocesi di Beirut, Mansour Labaki (che gode del titolo onorifico di “monsignore”), già condannato il 23 aprile del 2012 per reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su ragazze minorenni. La condanna fu confermata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, nel giugno 2013, rigettando il ricorso presentato dall’“orco” abusatore. Il patriarca libanese ha fra l’altro affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo». Labaki sarebbe vittima, secondo il patriarca, di una «campagna diffamatoria» (v. Adista Notizie n. 13/16). All’inizio di maggio, è stato emesso contro il sacerdote libanese un mandato di cattura internazionale, perché, adducendo motivi di salute, non si è presentato al processo per crimini sessuali commessi in Francia (v. Adista Notizie n. 17/16). L’indagine potrebbe o dovrebbe riguardare anche il vescovo di Beirut, mons. Paul Matar. Il quale per esempio non ha mai pubblicato sul bollettino della diocesi le sentenze ecclesiali contro Labaki.
Il card. Bernard Francis Law è stato arcivescovo metropolita di Boston dall’11 gennaio 1984 al 13 dicembre 2002, quando è stato costretto a dimettersi in seguito allo scandalo dei preti pedofili per non aver denunciato pubblicamente i sacerdoti coinvolti. In una dichiarazione diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede, il card. Law manifestò la speranza che il suo allontanamento potesse «aiutare l’archidiocesi di Boston a trovare la cura, la riconciliazione e l’unità, di cui ha così disperatamente bisogno. A tutti quelli che hanno sofferto per le mie mancanze ed errori, domando scusa e imploro il loro perdono» (v. Adista n. 91/02). Dal 27 maggio 2004 al 21 novembre 2011 è stato arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore.
Contro l’arcivescovo di Lione card. Philippe Barbarin è stata recentemente depositata una denuncia con l’accusa di aver coperto due preti pedofili. Il cardinale ha negato qualsiasi addebito: «Non ho mai nascosto alcun caso di pedofilia», ha affermato per mezzo di un comunicato stampa della diocesi. «Pur comprendendo il dolore di ogni persona vittima di atti tanto più inammissibili perché commessi da un prete», ha spiegato di non poter «non manifestare la sua profonda incomprensione» di fronte alla denuncia sporta contro di lui, chiedendo «solennemente che si lasci la giustizia indagare con serenità» (v. Adista Notizie nn. 8 e 12/16). Il 25 aprile, parlando al clero lionese, ha riconosciuto «errori della gestione e nomina di certi preti», chiedendo comunque perdono alle vittime. L’8 giugno è stato ascoltato per 10 ore nel quadro dell’inchiesta giudiziaria preliminare.
Il card. Juan Luis Cipriani, arcivescovo di Lima dell’Opus Dei, all’inizio dello scorso aprile, è stato citato in giudizio da un Tribunale provinciale penale peruviano per non aver denunciato gli abusi sessuali sui minori commessi da Fernando Figari, fondatore nel 1971 della Società di vita apostolica Sodalitium Cristianae Vitae, e da altre persone della stessa istituzione. Risultano indagati ancheVíctor Huapaya Quispe, vicario giudiziale e presidente del Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Lima, e Enrique Elías Dupuy, procuratore di Sodalitium. Secondo una denuncia presentata dall’Istituto per la Difesa dei diritti del Minore, il cardinale, in qualità di moderatore del Tribunale ecclesiastico, era a conoscenza, fin dal 2011 (v. Adista Notizie nn. 11, 12 e 71/11), delle violenze sessuali e psicologiche subite da quattro persone e non avrebbe fatto nulla né per investigare né per prevenire che il delitto si ripetesse (v. Adista Notizie n. 15/16).
Il card. Angelo Sodano ha svolto il ruolo di Segretario di Stato, su nomina di Giovanni Paolo II, dal 29 giugno 1991 al 15 settembre 2006. È stato un sostenitore di Marcial Maciel, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, condannato dalla Santa Sede nel 2006 per gli atti di pedofilia compiuti su seminaristi della sua congregazione e per averne successivamente assolti alcuni in confessione, delitto punito dal diritto canonico con la scomunica latae sententiae. Destinatario, negli anni, di donazioni milionarie da parte di Maciel, che cercava protezione a Roma, Sodano, ancora nel novembre 2008, dunque due anni dopo la condanna vaticana, e dopo la morte di Maciel, invitava seminaristi e sacerdoti della Legione, nella sede della direzione generale dei Legionari di Cristo a Roma – in occasione del 64° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Marcial Maciel – a mantenere viva la devozione per il loro fondatore: «Dobbiamo avere grande venerazione per il nostro fondatore, se siamo tutti peccatori… Si può affermare: guarda com’è infangato l’anello del cardinale, ma è stato un momento; un diamante è sempre un diamante, quindi posso concludere che mi pare che il piano di Dio per la Legione è che essa continui». A quell’incontro prese parte, fra gli altri, il card. Franc Rodé, anch’egli estimatore di Maciel. Queste alcune sue frasi: «Non dovete giudicare padre Marcial, verrebbe frainteso, lasciate il giudizio al Signore, spetta a Lui. Un fondatore può avere debolezze, anche difetti sul piano psicologico, intellettuale e persino morale, e in questo caso se vivono debolezze sul piano morale, ciò che si impone è la misericordia, la comprensione».
E veniamo ad uno dei vescovi più invisi agli stessi suoi fedeli: mons. Juan de la Cruz Barros, vescovo di Osorno, in Cile, accusato di complicità con il prete Fernando Karadima (condannato in sede di giustizia civile e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi sui minori), o quanto meno di averlo coperto (ma, da taluno, anche di aver partecipato ad atti di abuso sessuale su minori; v. Adista Notizie nn. 4, 10, 13, 14, 26 e 35/15). Il papa è però convinto dell’innocenza di Barros: lo ha nominato malgrado la contrarietà di laici e preti della sua diocesi e di cileni di altre diocesi (compresi 51 parlamentari nazionali). In un audio “carpito” a Bergoglio mentre parlava con fedeli sostenitori di Barros, lo si sente dire: «L’unica accusa contro il vescovo è stata screditata giudizialmente, perciò non perdano la serenità». «Io sono il primo a castigare e giudicare qualcuno che ha ricevuto accuse di questo tipo, ma in questo caso non c’è prova, al contrario; ve lo dico di cuore». «Osorno soffre, ma per una sciocchezza, perché non apre il cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle frottole che tutta questa gente dice». E ancora: «La Chiesa ha perso la libertà facendosi riempire la testa da politici, giudicando un vescovo senza alcuna prova, dopo 20 anni che è vescovo».
* Fotografia di Frang2823, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite
La rivista Études affronta il nodo degli abusi sessuali e rileva come la reputazione dell’istituzione troppo spesso venga prima dell’ascolto delle vittime, mentre le norme introdotte da Benedetto XVI e Francesco con difficoltà trovano applicazione a livello locale. E’ invece importante che i ragazzi sotto choc siano aiutati a parlare, a liberarsi di un’esperienza tanto traumatica. Il potere della Chiesa deve essere al servizio dei più deboli.
FRANCESCO PELOSO – CITTA’ DEL VATICANO
«Études», la rivista dei gesuiti francesi, nel suo numero in uscita a maggio, interviene con un editoriale dal titolo «La verità vi renderà liberi» sul tema pedofilia nella Chiesa. Il testo trae spunto da una serie di eventi e di fatti di cronaca che hanno rimesso al centro del dibattito pubblico il tema degli abusi sui minori. Eventi come il film «Spotlight», vincitore del premio Oscar, che racconta la celebre inchieste del «Boston Globe» del 2001 sull’insabbiamento da parte della diocesi dei tanti casi di abuso su minori verificatisi in lungo arco di tempo. La vicenda si concluse con le dimissioni dell’arcivescovo dalla città americana, il cardinale Bernard Law. Poi c’è stata la testimonianza del cardinale George Pell, prefetto della Segreteria per l’economia, di fronte alla «Royal commission» australiana che indaga sul fenomeno degli abusi sui minori nel Paese, nella Chiesa e non solo. La testimonianza del cardinale ha suscitato clamore e attenzione a livello mondiale. Infine ha avuto eco mediatica la chiamata in causa del cardinale Philippe Barbarin di Lione da parte della giustizia francese, con l’accusa di aver coperto alcuni episodi di abuso, vicende alle quali fra l’altro la Chiesa francese sta provando a rispondere.
Secondo Etudes vanno sottolineati alcuni punti: intanto lo scandalo degli abusi oltre alla gravità in sé, al danno enorme che provoca alla vittima, getta discredito sulla morale cattolica e su quella sessuale in particolare, una morale molto esigente, che esce danneggiata nella sua proposta da vicende di questo tipo. «Ne va – si afferma – della stessa testimonianza cristiana». Quindi si precisa che l’imposizione del silenzio alla vittima, circostanza emersa in tanti casi, soprattutto in quelli meno recenti, equivale ad abusare una seconda volta di quest’ultima. E ancora si mette in luce come troppe volte prevalga, nelle diocesi, nel clero, la preoccupazione per il buon nome dell’istituzione rispetto al crimine commesso, alla violenza subita dal minore. Per altro le varie norme e la sensibilità introdotte sulla materia da Benedetto XVI e da Francesco, non trovano sempre riscontro nella realtà delle chiese locali, il clericalismo ha ancora la meglio (e non va confuso con l’obbedienza).
«Da Benedetto XVI in avanti – si legge nel testo – la dottrina ufficiale della Chiesa è chiara e ferma nel condannare questi atti, nella necessità di segnalare alla giustizia i preti potenzialmente colpevoli, nello stabilire la loro esclusione da ogni attività con i giovani e l’eventuale sospensione dallo stato clericale. Ma resta una distorsione fra i principi e la pratica». «Troppo spesso, ancora – si osserva – la volontà di proteggere la reputazione dell’istituzione ha la meglio sulla cura e l’ascolto effettivo delle vittime», al contrario la cultura del segreto impone il silenzio laddove la parola sarebbe liberatoria. Anche nelle società secolarizzate, si spiega, la Chiesa resta una istituzione educativa di riferimento, e non verrà perdonata a causa delle contraddizioni fra l’esigenza alta del suo messaggio, e i comportamenti di coloro che sono incaricati di diffonderlo. Si delinea poi il quadro psicologico dell’abuso sul minore; quest’ultimo per la vergogna e lo choc tende a non raccontare quanto gli è accaduto, anche per molto tempo. Tanto più è necessario allora, è la valutazione, ascoltare le vittime. Al contrario «imporre il silenzio alla vittima, o anche dargli la sensazione che le sue parole ’disturbano’, equivale ad abusarla una seconda volta».
«Lo scandalo della pedofilia clericale» ci mostra il prete inteso come ’uomo di Dio’, che vive separatamente, in modo differente dagli altri uomini. «Il ragazzo che lo vede come tale – prosegue l’editoriale – perché gli viene presentato così, è portato a donargli tutta la sua fiducia. Abusare di questa fiducia e imporgli una relazione di dominio che vìola la sua intimità, significa distruggere nel ragazzo ogni capacità di stabilire con gli altri un’autentica relazione di fiducia. Colui che si credeva un amico ha invece le sembianze di un predatore».
Si fa quindi riferimento al Vangelo e al fatto che Gesù stesso si presenta come colui che accoglie i bambini, che li riconosce come persone e non come oggetto di cui disporre a proprio piacimento. «Quando le vittime sono invitate ad esprimersi in piena libertà se ne vedono i frutti positivi E’ il caso della Germania dove, nel 2009, l’episcopato ha attivato un numero di telefono per raccogliere le loro testimonianze». In molti Paesi sono poi state istituite commissioni indipendenti grazie al lavoro delle quali sono venuti alla luce fatti che gravavano sulla memoria delle vittime. L’editoriale ricorda inoltre come presso l’Università Gregoriana di Roma sia stato creato un Centro di protezione per l’infanzia, lanciato nel febbraio del 2015, il cui obiettivo è quello di formare dei responsabili della Chiesa per far fronte al problema e sviluppare dei programmi di prevenzione. In Francia, poi, il vescovo di Orleans, monsignor Jaques Blanquart, ha promosso una struttura d’accoglienza formata da volontari fra cui si trovano anche uno psicanalista, un terapeuta, e una persona che ha subito abusi in passato, c’è poi un numero verde per le vittime. «Nella tradizione cristiana – è la conclusione – il potere deve essere messo al servizio dei più deboli. Ne va della coerenza del messaggio».
E Gesù disse: “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare” (Matteo 18,6)
Emiliano Fittipaldi è un giornalista dell’Espresso, famoso per alcune inchieste sul Corriere della Sera e il Mattino, nonché autore del bestseller del 2015 “Avarizia. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della chiesa di Francesco”. Nel suo ultimo libro, “Lussuria. Peccati, scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini”, uscito nel 2016, si cimenta in una nuova impresa raccogliendo documenti, denuncie e atti degli scandali che hanno coinvolto il Vaticano, i vescovi e i sacerdoti delle chiese di tutto il mondo negli ultimi anni.
Non è il primo giornalista che tratta certe tematiche pungenti. Fittipaldi si concentra soprattutto sul papato di Bergoglio, evidenziando come sia riuscito a creare una buona immagine di sé attraverso i media, nascondendo molto spesso i segreti della curia.
Sembra assurdo ma le prove che presenta nel suo libro, sono lettere scritte da esponenti delle alte sfere ecclesiastiche che testimoniano le denuncie non effettuate a danno di minori e l’insabbiamento dei reati realizzati da altri prelati, così da tenere gli atti confidenziali e sotto controllo. Una mossa magistrale compiuta dalla Santa Sede che continua indisturbata a proclamare amore e pace, condanna l’adulterio, ma compie allo stesso tempo peccati capitali.
Nel pagine sono citati 136 tra vescovi, sacerdoti e preti che hanno commesso abusi sessuali su minori o li hanno nascosti, coprendo le tracce e spostando i sacerdoti tra le varie parrocchie. 136 sono i nomi usciti dai commissariati di polizia di persone sotto processo condannati o citati come complici. Tra questi, spiccano nomi influenti, come Papa Francesco, Papa Benedetto XVI, Tarcisio Bertone, Angelo Bagnasco, George Pell, solo per citarne alcuni tra i più conosciuti. Essi erano a conoscenza dei fatti, ma hanno chiuso gli occhi davanti all’evidenza, sostenendo la mancanza di prove. Tutto falso secondo i dati riportati dal giornalista che in numerosi anni ha raccolto documenti e prove schiaccianti, ha dato voce alle vittime e scoperto le indagini in corso dalla polizia locale e nazionale. Grazie alle denuncie è riuscito a raccontare le loro storie e portare alla luce i danni perpetrati.
I casi dei preti pedofili conosciuti, sono molteplici ma la negazione degli orrori commessi da parte del Vaticano è una prassi. Il reverendo Lawrence Murphy accusato di aver molestato quasi duecento adolescenti sordomuti di un istituto, viene difeso dal Cardinal Bertone che sostiene “la difficoltà di provare un tale delitto per la difficoltà dei sordomuti a fornire prove e testimonianze senza aggravare i fatti tenuto conto dei limiti della loro menomazione”.
Di seguito verranno riportati alcuni casi citati ma per un maggiore approfondimento si rimanda alla lettura del libro.
IL CASO DON KEVIN O’DONNEL
Padre Kevin O’Donnel
Negli anni Ottanta, Padre Kevin era il direttore dell’istituto scolastico di Oakleigh a Melbourne in Australia. Uomo rispettato da insegnati e tutrici che ne riconoscevano l’autorità morale, viene indagato nel 1995 dalla Polizia dello Stato di Victoria per reati su minori. Gli stessi reati verranno confermati dal prete arrestato che sosterrà di “aver abusato di 11 maschi e una femmina tra gli 8 e gli 11 anni” scontando 15 mesi di carcere e morendo subito dopo il suo rilascio. In realtà gli abusi effettuati sono maggiori e sono stati perpetrati per circa 50 anni. Durante le indagini si scopre che molti all’interno della Chiesa erano a conoscenza dell’attività di Padre Kevin, ma nessuno li ha mai denunciati alle autorità competenti. Gli atti dimostrano che le denuncie effettuate a suo carico direttamente alle alte sfere ecclesiastiche sono diverse, ma per sviare le lamentele O’Donnel è stato trasferito in varie parrocchie Australiane. Gli investigatori scopriranno che Il parroco attraverso regali e favori, minacciava i piccoli sui peccati mortali con intimidazioni e li induceva al silenzio, continuando indisturbato a perpetuare i suoi abusi e che usava sciogliere delle droghe nelle bibite per stordire le vittime. Nonostante lo scandalo, il sacerdote non venne mai spretato, ma elogiato pubblicamente dal Cardinale George Pell, allora arcivescovo di Melbourne. Le reliquie conservate nella chiesa australiana sono ancora oggi onorate. Pell gestì in prima persona i casi di pedofilia negli anni Novanta, creando il “Melbourne Response”, un protocollo di risarcimento destinato alle vittime di abusi ma secondo la ricercatrice Judy Courtin “fu in realtà un sistema progettato per controllare le vittime, contenere gli abusi e proteggere la Chiesa”. Potrebbero essere illazioni, se non fosse che il sacerdote si scoprì in prima persona, con tanto di documenti firmati, quando dovette gestire il caso delle Sorelle Foster, due minori abusate da padre O’Donnel.
Emma e Katie Foster sono due bambine che in seguito al dramma subito, hanno avuto danni irreversibili. Emma dopo essere stata ricoverata in ospedale per diversi mesi per anoressia e depressione, si suicida nel 2008, a 26 anni, con una overdose di eroina; Katie è oggi costretta su una sedia a rotelle con gravi danni al cervello che richiedono cure ventiquattrore al giorno dopo aver iniziato a bere ed essere stata investita da un auto sotto gli effetti dell’alcol nel 1999.
I genitori vengono a sapere della violenza dopo l’arresto di O’Donnel. Nel 1997 decidono di aderire al “Melbourne Response” per ottenere giustizia e avere un risarcimento. Raccontano di un incontro diretto con George Pell e nei giorni successivi ricevettero una lettera che dichiarava l’offerta di 50mila dollari australiani, pari a 30mila euro.
Nel comunicato si legge chiaramente che “l’indennizzo è offerto dall’arcivescovo nella speranza che possa aiutare il recupero e fornire un’alternativa realistica a un contenzioso legale, nel quale altrimenti ci difenderemo strenuamente”. In breve, sintetizza perfettamente gli intenti della Chiesa Cattolica: difendere con tutte le sue forze lo scandalo, minimizzando il danno recato alle vittime con una somma ridicola.
L’arcidiocesi di Melbourne controlla due società. La Roman Catholic Trust Corporation e la Catholic Development Fund, hanno proprietà immobiliari, appartamenti, palazzi e fanno investimenti e obbligazioni per un ammontare di 1,3 miliardi. Tra il 1996 e il 2014 sono circa trecento le vittime che hanno chiesto risarcimenti per le violenze subite da preti pedofili. Ad ognuno sono stati dati circa 32mila dollari, circa 20mila euro, proponendo alle famiglie lo 0,7% dei loro guadagni. Briciole. “Il costo di una Fiat 500 accessoriata“.
Come se non bastasse, altre indagini praticate dalla “Royal Commission” sulla Chiesa australiana, hanno portato alla luce un fondo economico di migliaia di dollari per aiutare alcuni ex preti pedofili accusati. È il caso di padre Wilfred Baker “pastore emerito” che ha molestato ventuno bambini e ha ricevuto un fondo pensionistico di 21mila dollari e di 12 mila per i prelati Desmond Gannon, David Daniel e Michael Glennon. I soldi per aiutare i preti caduti in disgrazia sono stati prelevati dal Fondo Pensione del Clero che paga lo stipendio, la pensione, l’affitto, l’assicurazione sanitaria, l’automobile e le spese legali ai sacerdoti ed è per la maggior parte finanziato dai contributi dei parrocchiani. Lo stesso arcivescovo Denis James Hart, sotto processo ha dichiarato che non è un gesto di cui vergognarsi, ma un “atto di pietà” e misericordia perché “ogni vescovo ha l’obbligo di fornire un sussidio minimo per tutti i preti, chiunque essi siano”.
GEORGE PELL
George Pell – Photo by Franco Origlia/Getty Images
Dopo la vicenda Foster, anche George Pell entra nel mirino della Royal Commission. Oltre ad essere incriminato per aver dato risarcimenti troppo bassi alle vittime si è opposto a collaborare con le forze dell’ordine insabbiando i casi di violenze sessuali perpetrati nei confronti dei minori da parte di religiosi cattolici della sua diocesi. Nel 2002 viene accusato di aver molestato un ragazzo dodicenne, ma viene scagionato per mancanza di prove. Nel 2013, Papa Francesco lo chiama a Roma, indicandolo come “uomo fidato” e nominandolo nel 2014, Prefetto della Segreteria per l’Economia, facendolo entrare tra i primi tre uomini più importanti della Santa Sede. La sua positività non si incrina neanche quando nel 2015 arrivano dei documenti a Santa Maria, residenza di Bergoglio, sulle svariate voci di spesa esose: voli business class, vestiti su misura, mobili di pregio, computer, affitti, arredi di lusso, per un ammontare di 501 mila euro. Nel 2016 il “Ranger” viene accusato nuovamente dalla magistratura australiana di aver abusato di minori da testimonianze dirette ma si dichiara innocente. Papa Francesco continua a difenderlo strenuamente, nonostante il processo sia ancora in corso. Qualora risultasse colpevole, sarebbe un duro colpo per la Chiesa e avrebbe effetti imprevedibili su tutta la curia.
La Congregazione per la dottrina della fede definisce atti “contra sextum” i fascicoli disciplinari sui delitti contro il sesto comandamento con minori. Infrangere questo comandamento è considerato dal Vaticano “graviora delicta” un crimine grave al pari della violazione del sigillo sacramentale, dell’Eucarestia e dello scaricamento di pornografia infantile.
Nel 2015 sono giunte ben 518 segnalazioni, di cui la maggioranza è sugli abusi verso minori. Nel 2014 vi erano 587 cause aperte, nel 2013 su 522 ponenze, 443 riguardavano minorenni. In soli tre anni dal pontificato di Papa Francesco sono circa 1200 le denunce su bambini e adolescenti. Una media di 400 segnalazioni l’anno. Da un emendamento emesso nel 1962 dal Sant’Uffizio e approvato da Giovanni XXIII negli atti ufficiali del Vaticano, il “Crimen sollicitations” indica che i preti lussuriosi devono essere processati dal tribunale diocesano, il quale obbliga un “segreto istruttorio” sulle notizie di reati. Color che sono a conoscenza dei fatti sono tenuti al segreto su ogni evento appreso e su chiunque lo abbia commesso pena la scomunica “latae sententiae” per aver violato il segreto professionale. Se alcuni sostengono che questi atti servono a occultare le prove e nascondere i delitti commessi dai sacerdoti, secondo la curia, invece, servono ad evitare i casi di giustizia-spettacolo, proteggono le vittime, la loro privacy e i preti che “fino a prova contraria” sono innocenti. In teoria, però, il Crimen non impediva di denunciare gli illeciti alle autorità civili e alla polizia. Il segreto pontificio di fatto, nega la possibilità di indagare sui sospettati, di venire a conoscenza dei reati e l’esito degli interventi da parte del Vaticano. In pratica, chi viola il sesto comandamento, avrà giustizia divina, ma non terrena.
IL CASO DI ÓSCAR RODRÍGUEZ MARADIAGA
Oscar Maradiaga
Maradiaga è cardinale e arcivescovo in Honduras ed è uno degli uomini più ascoltati da Bergoglio. Tra il 2002 e il 2003 ha ospitato in una diocesi sotto il suo controllo Enrique Vásquez, un prete incriminato di pedofilia dalla polizia di Costarica. La vittima è un giovane di 10 anni, chierichetto, di cui ha abusato per diversi mesi. Quando la madre scoprì il fatto, andò direttamente dal sacerdote, il quale si scusò, sostenendo che il ragazzo, cresciuto senza un padre era in “cerca di affetto”. Le violenze furono denunciate al vescovo della diocesi di competenza Angel San Casimiro Fernández il quale suggerì alla donna di non parlarne con nessuno, “da buona cristiana”. La madre non scoraggia, vuole giustizia e denuncia gli atti alla magistratura costaricana.
Dopo l’incriminazione ufficiale Vásquez inizia la sua latitanza. Scappa in Nicaragua, poi Stati Uniti dove viene accolto dall’arcidiocesi di New York, grazie ad una lettera di raccomandazioni dello stesso Casimiro. L’FBI nel 2002 individua le tracce del sospetto, viene preso e interrogato, ma pochi giorni dopo, sparisce nuovamente e si trasferisce in Messico fino a giungere in Honduras da Maradiaga.
Le gerarchie ecclesiastiche negano di essere a conoscenza dei fatti. Anche lo stesso Casimiro, nonostante venga scoperto ad essere il mandante di denaro al sacerdote. Si difenderà sostenendo: “il denaro inviato serviva per dargli il tempo necessario per affrontare il problema con dignità e curarsi”. Anche il decano John Allen sul settimanale “National Catholic Reporter” difende Vásquez dichiarando “Noi siamo pastori, non agenti del’Fbi o della Cia”.
La notizia è su tutti i giornali, dal New York Times, Washington Post e il Boston Globe (autore dell’inchiesta “Spotlight”, da cui è tratto il film omonimo). Maradiaga, viene chiamato in causa e rilascia varie dichiarazioni alla stampa, accusando i media locali di perpetuare una vera e propria persecuzione verso la Chiesa romana. “Dobbiamo chiederci come si comporterebbe Gesù in questi casi […] i predi pedofili sono persone malate, ma è possibile una conversione […] la Chiesa è amore e bisogna dare la possibilità a queste persone di redimersi”.
Ad oggi, non si hanno ancora notizie di Vasquez, Maradiaga è membro e coordinatore del gruppo dei cardinali a consiglio della Chiesa e Angel San Casimiro è vescovo di Alajuela.
Caso simile è quello dei vescovi Francisco Javier Errázuriz, Juan Barros Madrid e Ricardo Ezzani, protagonisti del più grande scandalo cileno, attaccati dai giornali, associazioni e magistrati per aver coperto le gesta di Fernando Karadima. Quattro denuncie dimostrano che il sacerdote è un pedofilo seriale con 15 anni di attività con tanto di documenti scritti tra Padre Fernando e Francisco. Dopo anni di indagini e insabbiamenti le accuse delle vittime sono arrivate in tribunale, che ha dovuto archiviare il caso per i termini di prescrizione. Nel 2011 il prete era già stato “condannato” dalla Congregazione della fede che aveva mandato Karadima, ormai 86anni ad una vita di “preghiera e penitenza” presso un convento. Al sacerdote è stato vietato di praticare messa in pubblico, ma nel 2014 viene fotografato mentre celebra la messa alle suore. Nessuno dei vescovi che hanno nascosto i fatti è stato dichiarato colpevole, nonostante all’arcidiocesi di Santiago vi siano richieste per ben 450 milioni di pesos.
Padre Fernando Karadima
Le voci giungono anche in Italia, ma nessun giornale si è mai occupato della vicenda, anche quando Errázuriz è stato nominato da Papa Francesco come cardinale di fiducia per la gestione della Chiesa. Durante lo scandalo, Bergoglio era l’arcivescovo di Buenos Aires. Impossibile, secondo le indagini, che non fosse a conoscenza del problema e del comportamento delle alte gerarchie. Fu proprio Bergoglio a nominare monsignor Juan Barros Madrid vescovo di Osorno e amico di Karadima.
Nel 2015 Barros, celebra la sua prima messa in un clima teso con circa duecento manifestanti fuori dalla Chiesa con cartelli contro il monsignore. Lo stesso anno, viene registrato attraverso un IPod un incontro tra un corista cileno e Papa Francesco in Piazza San Pietro. Il sacerdote sostiene che la Chiesa Cilena sta soffrendo per la nomina di Barros, ma Francesco ribadisce che le accuse sono una montatura da parte della politica di sinistra degli “zurdos” che non condividono la scelta vaticana del sacerdote.
Gli scandali della chiesa, continuano e si fanno sentire in tutto il mondo. Nel 2014 la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia prende in esame la politica vaticana. Kirsten Sandberg dichiara che gli abusi sessuali sui bambini e gli spostamenti da una parrocchia all’altra, sono stati dimostrati a molte commissioni di inchiesta nazionali. Una prassi abitudinaria con cui la Chiesa tenta di velare i propri crimini, permettendo a molti preti di rimanere in contatti con minori e di continuare ad effettuare abusi. Il vaticano non ha voluto consegnare alle Commissioni i dati e le informazioni sui casi, negando anche i processi finali portati avanti dalla Congregazione della dottrina della fede. Il silenzio ha permesso a molti pedofili statunitensi di fuggire alla giustizia civile.
Alla commissione vengono anche riportati casi di suore e preti mobbizzati e spretati per non aver rispettato il silenzio e altri, che per aver fatto l’opposto, hanno ricevuto congratulazioni e promozioni. Un esempio eclatante è quello del vescovo francese Bayeux et Lisieux che nel 2001, preferì essere processato e condannato a tre mesi di prigione con la condizionale, piuttosto che denunciare un sacerdote pedofilo. Il vescovo è stato acclamato pubblicamente da Castrillón Hoyos che ha affermato “mi rallegro di avere un confratello che ha preferito la prigione piuttosto che denunciare un prete della sua diocesi”.
Secondo Sandberg il problema arriva dal fatto che in molti paesi non esiste l’obbligo di denuncia alle forze dell’ordine e le varie curie sono soggette alle leggi nazionali. In questo modo, l’omertà diventa l’opzione preferita di vescovi e cardinali. L’Onu chiede che venga istituita una legge, sia per coloro che commettono crimini, sia per chi li insabbia, perché di fatto, la Santa Romana Chiesa ha violato la Convenzione sui diritti dei fanciulli.
Uno dei punti chiave di Papa Francesco è sempre stato quello di ripulire la Chiesa dalla Corruzione, dichiarando guerra ai pedofili. Molte parole ma pochi fatti.
Jósef Wesolowski è un arcivescovo polacco accusato di aver adescato bambini sulle spiagge della Repubblica Dominicana. Secondo una inchiesta portata avanti dalla giornalista Nuria Piera, il padre, non solo era solito ubriacarsi nei bar di Santo Domingo, ma amava anche frequentare bordelli, giacere con minori e possedeva materiale pornografico sul computer. Scoppia lo scandalo e anche la cura dominicana decide di intervenire, aprendo una indagine ufficiale. Wesolowski, viene richiamato a Roma. Da alcune testimonianze documentate, la Santa Sede era venuta a conoscenza delle inchieste dei media e delle accuse sul prelato. Richiamarlo a Roma, fu un gesto sottile per sottrarlo alla giustizia dominicana, ed essendo un diplomatico e un cittadino vaticano, “per legge” non può essere estradato. Alle accuse di intralcio alla giustizia, il Vaticano sostiene di aver avviato un fascicolo su di lui. Accusato formalmente dalla Santa Sede nel 2014, viene messo ai domiciliari e poi rimesso in libertà per ragione di salute solo due mesi dopo. Il processo non si è mai svolto e Wesolowski è morto di infarto nel 2015.
Contenere gli scandali sugli abusi ed evitare notizie mediatiche è uno dei principali interessi del Vaticano. Un altro esempio è quello dell’Arcivescovo Godfried Danneels, insabbiatore seriale che ha protetto sacerdoti e vescovi per non rovinare il nome della sua gerarchia ecclesiastica.
Danneels è indagato dal 1997 per aver contenuto lo scandalo del parroco André Vanderlyn, arrestato per aver molestato sette ragazzini. Un processo che si concluse nel 1998 con sei anni di carcere per il parroco e 500 mila franchi di multa per Godfried. Recentemente è apparso ancora sulla prime pagine dei giornali accusato da circa venti testimoni per aver nascosto casi di pedofilia tra il 1980 e 2009.
Nel 2010 il prete Roger Vangheluwe confesso a Danneels di aver violentato il nipote ripetutamente per tredici anni e ricevette dal Vescovo una condanna per un trattamento spirituale e psicologico. Le prove arrivano da una registrazione fatta dalla vittima ad un colloquio con Danneels, il quale sostenne apertamente “che bisognava cercare il perdono” verso il suo aguzzino. Nonostante questo, ad oggi Danneels è uno dei fedeli di Bergoglio.
I CASI ITALIANI
In Italia i casi di abusi sono poco conosciuti. Le cronache ne parlano poco, non finiscono sulle prime pagine e non c’è mai stato l’esplosione di uno scandalo nel nostro bel paese. I giornali hanno sempre raccontato le notizie singolarmente ma mai si è arrivati ad una inchiesta dal governo nazionale. Le situazioni sono dipinte come “casi isolati” e sporadici, di un sistema ecclesiastico fondamentalmente sano. In Italia, non vi è una rete di supporto come in altri paesi, i risarcimenti sono ridicoli e il vaticano non si è preoccupato di fornire ufficialmente i dati raccolti. Nel 2010 il diacono Marco Ermes Luparia, psicoterapeuta specializzato nel prendere in cura i sacerdoti, minimizza, sostenendo una percentuale dei pedofili italiani del 2%. Un dato altissimo se si pensa a quanti bambini e adolescenti siano stati vittime di abusi senza essere stati dichiarati colpevoli.
Don Mauro Inzoli
Don Mauro Inzoli è un prete influente nel clero lombardo, con una esperienza invidiabile: rettore dell’Istituto “Santa Dorotea” fino al 1992, fondatore dell’Associazione Fraternità di Crema, preside del Liceo linguistico Shakespeare a Crema, vicepresidente della Compagnia delle Opere e attivista nel gruppo di Comunione e Liberazione. È soprannominato anche “Don Mercedes” perché amante delle auto tedesche. Nel 2014 si scopre che è stato spretato anni prima da Ratzinger e condannato ad “una vita di preghiera” ma viene riammesso con tonaca, stipendio e alloggio pagato da Francesco, il quale accettò il suo ricorso sostenendo: “è necessario accompagnare i suoi figli anche quando sbagliano piuttosto che condannarli, nessun peccato è terribile perché non vi si applichi misericordia”. Lo stesso anno il procuratore Di Martino decide di aprire una inchiesta e richiede alla Santa Sede gli atti processuali del prelato, ma la risposta è negativa perché “sotto segreto pontificio”. Le indagini continuano, vengono raccolte testimonianze tra il 2004 e il 2008, i reati sono tutti prescritti, tranne otto che sono ancora reperibili. Nel 2016 il Don viene incriminato in primo grado a 4 anni e 9 mesi per palpeggiamenti su minori nelle parti intime, avvenuti all’interno della parrocchia e nei campi di villeggiatura estivi. I ragazzi molestati hanno avuto un risarcimento di 25 mila euro a testa. Escono alcuni articoli sui giornali, ma nessuno sottolinea la mancata partecipazione del Vaticano alle indagini. Un atto grave perché di fatto, ha creato intralcio nelle indagini giudiziarie.
Casi simili sono riscontrabili anche in altri preti: Vittorio Damiani, Diego Rota, Matteo Diletti, Claudio Ballerini, Marco Baresi, Francesco Caramina, Giampiero Peschiulli, Franco Legrottaglie, Antonello Tropea, Francesco Oliva, Silverio Mura, Siro Invernizzi, Alberto Paolo lesmo e Ruggero Conti. Questi sono solo alcuni dei nomi presenti sul territorio nazionale, indagati e accusati di abusi sessuali su bambini e bambine, di avere materiale pornografico sul computer e di prostituzione minorile. Tutti sono stati coperti dal Vaticano e mai denunciati alle forze dell’ordine. La Santa Sede si è premunita di proteggere gli indagati, pagargli le spese legali e farli uscire di prigione per motivi di salute o depressione, confinandoli ad una vita di preghiera e misericordia.
La fama di cui si circondano gli uomini pii al servizio del Signore, venerati dai fedeli e protetti da loro stessi sono spesso motivo per cui i sacerdoti riescono a farla franca e a risultare “puliti” agli occhi dei media e della Chiesa stessa. Come il Caso di Don Marco Baresi, che una volta incriminato per i reati suoi minori, ha visto i suoi seguaci prodigarsi con manifestazioni di sostegno, dall’apertura di un sito internet di solidarietà che accusa i “poteri forti” di infangare il nome della Chiesa, alle manifestazioni in piazza con scritto “FreeDon”.
Molti sono riusciti a sfuggire alla giustizia per la prescrizione dei reati o per inconsistenza di prove, nonostante esse siano state rese note attraverso le testimonianze delle vittime. Un esempio è dato da Don Lelio Cantini che ha stuprato decine di bambini e bambine tra gli anni Settanta e Novanta, costringendoli a violenze psicologiche e fisiche consumate attraverso il plagio delle vittime, grazie anche alla complicità della perpetua Rosanna Severi che lo ha coperto e sostenuto. Don Cantini riuscì a far credere di essere il “Signore” mentre la collaboratrice domestica si dichiarava la “Madonna”. Le vittime designate erano convinte di essere le “elette” e i rapporti sessuali dovevano aiutarle nel loro processo di crescita e avvicinamento a Dio, dichiara il gip nel 2011. Ci sono voluti molti anni prima che le ragazze riuscissero a superare il senso di vergogna impostogli dal prete che le obbligava al silenzio, pena “il castigo divino”. Nel 2005 la Chiesa, dopo aver saputo dei reati, decide di trasferire il pedofilo in un’altra parrocchia, giustificando ai fedeli “motivi di salute”. Da Firenze arriva a Viareggio, ma quando nel 2007 lo scandalo scoppia sui media con inchieste e articoli sulla stampa, Don Cantini viene privato della facoltà di confessare e celebrare la messa in pubblico, con l’obbligo di recitare un salmo ogni giorno per chiedere perdono a Dio. “La Chiesa deve essere misericordiosa e mirare al ravvedimento dei peccatori cercando di vincere il male con la forza della mitezza” dichiara il Cardinale Antonelli. Ad un giornalista dell’Unità sosterrà di essere venuto a conoscenza di un caso di abuso da parte di Don Cantini, ma “pareva solo uno sbaglio, un singolo errore”. Anche Don Claudio Maniago, vicario di Antonelli, conosceva i fatti, ma non mosse mai un dito a favore delle vittime. Maniago fu Indagato per festini sadomaso, grazie alla testimonianza diretta di un ragazzo che vi partecipò e ricevette un bonifico di quattro milioni di lire provenienti dalla parrocchia, attestato dalla Banca di Jesi, oggi Banca delle Marche.
Don Cantini è morto nel 2012. Non ha mai scontato la prigione. Don Maniago è stato promosso dal Papa nel 2014 e trasferito dalla Toscana in Puglia come Vescovo di una parrocchia.
In Italia, la legge permette ai prelati, anche grazie a norme concordate dai Patti Lateranensi del 1929, tra Repubblica italiana e Santa Sede, di esonerare “i vescovi dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto”, di tacere, insomma. Il Vescovo della Cei, Gerhard Ludwig Muller, ricorda come il magistrato non può chiedere atti di un procedimento canonico perché facente parte dell’archivio segreto. Angelo Bagnasco ribadisce che i divieti sono per tutelare la privacy delle vittime e proteggere i loro drammi esistenziali e che la Chiesa non può condannare chi commette il crimine, in quanto tale compito spetta a Dio.
L’OMOSESSUALITÀ IN VATICANO
La Santa Sede ha sempre dichiarato battaglia verso le persone omosessuali, condannando gli “atti libidinosi” non finalizzati alla procreazione e promuovendo la “castità” verso coloro che hanno certi “atteggiamenti”. Al contrario però, tacciono sul passatempo di molti preti che fanno del sesso tra uomini una norma, violando di fatto, ciò che essi stessi proibiscono.
Nel libro ufficiale dell’istruzione religiosa è scritto: “Gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati […] precludono il dono della vita, […] in nessun caso possono essere approvati”. Nei paragrafi del Sesto comandamento vengono citati passi della Genesi, da Sodoma alla lettera di San Paolo ai Romani, fino ai Corinzi. Lo stesso Ratzinger nel Levitico stilò una nuova lettera considerando l’omosessualità come “un comportamento cattivo e moralmente inaccettabile” facendo una personale lotta contro le Unioni Civili e condannando lo Stato Italiano a fare una scelta morale per non far passare una legge che tutelasse le coppie omosessuali. Nel 2005 firmò addirittura un decreto che vietava di entrare in seminario coloro che avessero “tendenze omosessuali”. Dal 2008, infatti, i nuovi adepti possono essere esaminati da una commissione di professionisti e psicologi in modo da bloccare eventuali fornicatori. Non vi sono però test sulle tendenze pedofile.
L’omosessualità è stata dichiarata “una variante naturale del comportamento umano” dall’American Psychiatic Association nel 1973 e depennata come malattia mentale nel 1990 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), mentre la pedofiliaè considerata a livello mondialeuna malattia che ha come pena il carcere. In breve, la Santa Sede vuole discriminare e condannare uomini e donne in base al loro orientamento sessuale, facendo passare un diritto umano come un peccato capitale, ma non si preoccupa del male causato sui minori da parte dei preti pedofili. Un problema di coerenza molto forte da parte di chi sostiene a spada tratta “l’amore verso il prossimo”, dimenticando troppo spesso il Sesto Comandamento: “Non commettere adulterio”.
Il sesso tra due persone adulte è legale a prescindere dall’orientamento sessuale, mentre gli abusi verso i minori, non solo sono atti di pedofilia condannabili, ma scaturiscono in violenza fisica verso soggetti non consenzienti, creando spesso danni psicologici permanenti nelle vittime. Il vaticano non fa differenza tra omosessualità e pedofilia, condannandoli entrambi, ma allo stesso tempo viola quello che lui stesso definisce “peccato capitale”.
Altre inchieste giornalistiche, dimostrano la presenza di numerosi sacerdoti frequentanti chat e siti online per incontri, sesso e orge sfrenate con “preti giovani e dotati”, foto osé, locali e saune gay, di cui la più grossa si trova a Roma nel palazzo della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Tutte prove redatte da documenti, interviste e registrazioni di cui la Santa Sede non commenta.
Don Tony Anatrella
Il Caso di Don Tony Anatrella è plateale di chi predica bene ma razzola male. Autore sul Lexicon di “Omosessualità e Omofobia” (che dichiara come la prima sia “un intrigo psichico che la società non può istituzionalizzare” e il secondo una parola inventata “per stigmatizzare chi si interroga sull’omosessualità”) è uno dei massimi esponenti sulla “teoria gender”. Nel 2016, alcune vittime dichiarano che il monsignore per “guarire” dall’omosessualità, chiedeva di immaginare situazioni scabrose con gli uomini, per poi compiere terapie corporali che si trasformavano in atti sessuali. Secondo padre Tony, sono tutte calunnie e su di lui, non è mai stata aperta un’inchiesta canonica.
Il Cardinale Domenico Calcagno, amante delle armi da fuoco, soprannominato “Rambo” per la sua passione e collezione di fucili Remington, pistole Smith&Wesson e carabine di fabbricazione turca, si rifiutò di denunciare i diversi abusi compiuti da Don Nello Giraudo all’interno della sua comunità per minori “La Lanterna”. Le accuse maggiori arrivano dalla vittima Francesco Zanardi, attuale presidente della Onlus Rete L’abuso, seguita da altre testimonianze, aventi al tempo tra i tredici e quattordici anni. Le dichiarazioni rilasciate da Zanardi ai media sono molteplici e anche il programma tv “Le Iene” tratterà il caso. In una lettera indirizza a Ratzinger, Calcagno informerà l’ex Papa del comportamento di Don Nello ma il prete verrà spostato in altre parrocchie, aprirà centri scout e continuerà ad essere a contatto con giovani ragazzini, fino a quando nel 2012, verrà incastrato dalla Polizia e patteggerà un anno con la condizionale. Durante gli anni, nessuno dei sacerdoti a conoscenza dei fatti denunciò i reati alle forze dell’ordine. Attualmente Calcagno è sotto inchiesta per reati sulla gestione di alcuni immobili del clero di Savona, ma sulle inchieste a suo carico nei casi di pedofilia non si fa cenno.
LA LOBBY GAY
Per ammissione dello stesso Joseph Ratzinger pubblicata nel 2016, ma passata nel silenzio, all’interno del vaticano i casi di omosessualità sono frequenti. Alcune indagini avviate già nel 2013 vedono la presenza di una lobby gay molto forte all’interno delle mura leonine con ricatti, minacce e favoritismi nelle carriere ecclesiastiche basati su segreti inconfessabili. Il Vaticano ha subito preso le difese sostenendo “un complotto ordito da forze oscure” per indebolire la Chiesa.
Qualche mese prima le stesse ammissioni erano state fatte dal teologo polacco Dariusz Oko che sosteneva come i legami “deviati” e gli interessi sessuali comuni portassero a nomine e promozioni interne. Secondo Oko, in alcuni studi pubblicati sulla rivista “Theologisches”, le cause, sono da ricercare già negli anni della rivoluzione sessuale americana del Sessantotto, dopo Il Concilio Vaticano II, quando una parte della teologia cattolica cominciò ad accettare l’apertura mentale verso gli omosessuali e insinuando le teorie in seminari e monasteri di tutto il mondo. Oko però crea un nesso tra omosessualità e pedofilia criminale come un tutt’uno di dannoso e pericoloso. A sostegno della lobby gay arrivano altre dichiarazioni dalla guardia svizzera Elmar Mäder che sostiene la presenza di una vera e propria “società segreta” di fedeli che si sostiene e copre a vicenda.
Cardinale Domenico Calcagno
Vi è il caso di monsignor Battista Ricca nominato nel 2013 prelato ad interim dello Ior. Attraverso l’inchiesta di Sandro Magister de L’Espresso, si pensa che Ricca abbia ottenuto favori grazie ad una lobby gay e che i suoi precedenti siano stati cancellati per un avanzamento di carriera. Già in passato si era ritrovato in situazioni scomode, come l’essere picchiato all’interno di un locale gay, rimanere bloccato in ascensore con un ragazzo nel mezzo della notte o la sua relazione con il capitano dell’esercito svizzero, Patrick Haari scoperta dal ritrovamento di alcuni pacchi di preservativi e materiale pornografico. Nel 2005 viene richiamato a Roma e inizia la scalata al successo: prima entra negli Uffici degli Affari della segreteria di Stato Santa Sede, poi consigliere di nunziatura di prima classe e infine prelato della banca vaticana.
Se la Lobby gay ha il potere di far avanzare carriere ed è una vera e proria società segreta, può anche essere usata come macchina del fango per insinuare maldicenze, screditare gli avversari e renderli ricattabili. È il caso dell’ex direttore del giornale ecclesiastico Avvenire, Dino Boffo che venne additato come omosessuale e avente una relazione con un ragazzo. Sulla vicenda venne creata una campagna mediatica da Vittorio Feltri, allora direttore de “Il Giornale”. Il quotidiano era gestito dalla famiglia di Silvio Berlusconi, allora premier, di cui Boffo aveva avviato delle critiche sullo scandalo del Cavaliere con la escort Patrizia D’Addario. Solo tempo dopo lo stesso Feltri avrebbe fatto retromarcia ammettendo di aver creato uno scandalo senza prove certificate. La soffiata sul caso Boffo gli arrivò da Alessandro Sallusti che la ricevette da Tarcisio Bertone, “una personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare”. A pagare per lo scandalo e la diffamazione di Boffo furono due cancellieri, colpevoli di essere entrati illegalmente nelle email di Boffo. Vittorio Feltri è attualmente direttore di “Libero”, Sallusti guida “il Giornale” e il Cardinal Bertone vive nel suo attico di 300 mq.
Non si capisce come mai all’interno del Vaticano vi sia una lobby gay molto potente, conosciuta da tutti gli ecclesiasti, ma segreta al di fuori delle Santa Sede. Allo stesso tempo non è chiaro come mai, tale condanna non sia applicata per i preti pedofili e contro i criminali beccati con le mani nel sacco che ogni anno abusano di minori portando danni permanenti alle vittime.
Anche il Settimo comandamento viene spesso infranto: “Non rubare”. Nel 2015 Pietro Vigorelli vescovo di Montecassino fu travolto dall’inchiesta che lo accusava di essersi appropriato di circa mezzo milione dell’8 per mille destinato ai bisognosi e alle opere caritatevoli per una vita sfrenata nel lusso tra case e viaggi: il sesso omosessuale, i narcotici, soggiorni in Hotel a cinque stelle, abiti di lusso. Riuscì a soggiornare all’Hotel Capital a Londra a 524 euro a notte, al lussuoso albergo Corinthia per 7314 euro, pagò una cena con ostriche e champagne a 690 euro e spese un totale di 4500 euro per vestiti e accessori di Prada e Gucci.
Il libro di Fittipaldi mette in luce i casi di pedofilia degli ultimi anni, denuncia la presenza di una lobby gay potente e scopre gli intrighi del vaticano. Mostra un mondo corrotto, ipocrita, che non solo pecca di vizi e lusso, ma fa del sesso e della pedofilia una questione ordinaria. Il Vaticano cambia le regole a proprio favore, giustifica i propri comportamenti o li incrimina a seconda delle proprie esigenze, creando un clima di silenzio e omertà a suo piacimento.
Quelli narrati sono solo alcuni dei casi scoperti, ma molti sono rimasti nascosti o fermi per mancanza di prove o l’eliminazione delle stesse. Viene da chiedersi fino a che punto la verità sia uscita fuori e quanti altri reati siano stati commessi da un organo di fatto autonomo, fuori dalle leggi statali come la Chiesa.
È necessario cambiare il sistema, obbligare alla denuncia, per il bene dei minori incriminare sia i pedofili che coloro che li proteggono. Bisogna creare leggi che superino gli ostacoli del “segreto pontifico” e permettano alla magistratura di indagare su ogni caso sospetto. Oltre a questo è giusto ribadire la netta differenza tra pedofilia e omosessualità, senza confonderle perché la prima è un crimine verso minori che va condannato con la prigione, la seconda, un tipo di amore tra due persone consenzienti, che non obbliga o costringe nessuno a compiere un atto contro la propria volontà.
C’è ancora molto lavoro da fare, molte inchieste e denunce da portare avanti. È necessario, investigare, parlare e raccontare, affinché ogni criminale paghi per i suoi peccati. Nessuno escluso.
A distanza di undici anni dalla scomparsa, e a due dalla canonizzazione, una parte del sistema mediatico internazionale ritiene che Papa Giovanni Paolo II abbia riservato “mano leggera” alla piaga della pedofilia interna agli ambienti della Chiesa. In questi giorni, due casi fra tutti hanno focalizzato l’attenzione della pubblica opinione sui “crimini abnormi” (come ebbe a definire gli abusi sessuali Benedetto XVI) commessi da sacerdoti e da religiosi su minorenni. I cardinali George Pell e Philippe Barbarin sono gli ultimi due capitoli del grande dossier targato “pedofilia” presente sulle scrivanie dei Papi già dagli anni ’90, quando a Giovanni Paolo II vennero comunicati casi di sacerdoti pedofili americani. In relazione a questo, alcuni vaticanisti italiani, intervistati dal FarodiRoma.it, hanno spiegato cosa resta oggi della reazione che Papa Wojtyla riservò al fenomeno e se la sua memoria sia stata danneggiata.
Gian Franco Svidercoschi ha subito desiderato evidenziare la collaborazione tra Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, già da quando quest’ultimo era cardinale. “Vorrei ricordare – ha commentato il vaticanista di origini polacche – che Wojtyla nel 2001 ha fatto una cosa d’accordo con Ratzinger: si è accorto che mentre scoppiava in America la storia della pedofilia non bastava solo attenersi al codice del diritto canonico per i vescovi perché questi erano abituati a pensare che fosse più importante salvare il nome dell’istituzione e non delle vittime. Dal 2001, considerata l’incapacità dei vescovi – ha spiegato Svidercoschi – il Pontefice decise che del problema si sarebbe occupato la Congregazione per la Dottrina della Fede alla cui guida fu posto il cardinale Joseph Ratzinger”. “Un papa non può fare tutto: la storia di padre Marcial Maciel Degollado, scosse la Chiesa, e quando ho chiesto al cardinale Dziwisz se il Papa sapesse lui mi rispose di no. In Vaticano vige la politica del silenzio: sono stato per due anni vice direttore dell’“Osservatore Romano”: e quando me ne sono andato al Papa non è mai stata comunicata la mia decisione. Non è pertanto responsabilità del Papa ma del sistema di corte vaticana che non veicola le informazioni al Pontefice. Io credo che chi abbia seguito il magistero wojtyliano conosca le decisioni riflettute dal Papa già a partire dallo scandalo scoppiato negli Stati Uniti e la sua linea di tolleranza zero davanti allo scandalo della pedofilia.
In accordo con Svidercoschi, Valentina Alazraki, diventata vaticanista nel 1974 con Paolo VI, sostiene che i due Pontefici abbiano collaborato tra loro per il bene della Chiesa: “Francesco ha voluto ringraziare Giovanni Paolo II per aver garantito al cardinale Ratzinger di indagare su padre Maciel. E poi si è detto grato anche a Benedetto XVI per essere arrivato fino in fondo da solo”.
Per il giornalista Marco Tosatti, invece, la storia di abusi che coinvolge padre Maciel ha danneggiato Giovanni Paolo II perché fu il Papa per primo a essere ingannato dal religioso che fondò la Congregazione clericale dei Legionari di Cristo. “La presa d’atto del problema fu pensata immediatamente dal Papa che incaricó Ratzinger affinché indagasse il caso. “Per chi commette queste cose nella Chiesa non c’è posto”, disse Wojtyla”.
“La questione della pedofilia resta uno dei grandi enormi buchi neri della figura di Giovanni Paolo II. Maciel è stato il caso più aberrante che ci sia stato nella chiesa moderna. Ancora oggi ci si chiede se il Papa sapesse oppure no”. Queste le dichiarazioni di Franca Giansoldati, la quale assieme a Marco Tosatti è autrice del libro “Il demonio in Vaticano. I Legionari di Cristo e il caso Maciel”. “Le prime denunce – spiega la vaticanista del Messaggero – arrivarono in Vaticano nel 1997. Nel 2005 Benedetto XVI in una totale solitudine ha fatto emergere la piaga. San Giovanni Paolo II (l’unica ombra che c’è su questa grandissima figura di Papa) è rimasto vittima dei suoi collaboratori che lo hanno mantenuto lontano dalla verità”.
D’accordo con Franca Giansoldati si dice anche Raffaele Luise, vaticanista Rai: “la figura del Papa polacco è stata danneggiata da chi doveva servirlo. A Wojtyla non hanno fatto sapere questa realtà fino in fondo e proprio per questa ragione il Papa non ha preso coscienza della vastità del fenomeno. Se si fa il paragone tra il coraggio di Benedetto XVI che ha affrontato per primo il dramma della pedofilia con forza e trasparenza e Giovanni Paolo II certamente quest’ultimo si troverà in difficoltà”.
Anche Andrea Tornielli, vaticanista della Stampa e coordinatore di Vatican Insider, ritiene che la responsabilità della “mano leggera” della Chiesa sotto il pontificato di Giovanni Paolo II non sia da addebitare al Papa ma ai suoi collaboratori più stretti. “Sono sorte delle domande relative a quanto Giovanni Paolo II sapesse – ha detto Andrea Tornielli – soprattutto nell’ultima fase del suo pontificato, quando avevano un potere sempre più maggiore alcuni suoi collaboratori. Un altro aspetto fondamentale è che Wojtyla, memore dei dossieraggi costruiti nella Polonia sovietica, nutriva un naturale sospetto verso le accuse sessuali che interessavano alcuni sacerdoti. Questo ha potuto influire nell’approccio che egli ha riservato a questi temi”.
Non ha retto alle accuse di pedofilia padre Virgilio Elizondo e si è suicidato. Il sacerdote, uno dei leader del movimento dellateologia della liberazione, si è tolto la vita con un colpo di pistola alla tempia nella sua casa di San Antonio in Texas. Padre Elizondo aveva 80 anni ed era un teologo di fama mondiale. Professore presso l’Università di Notre Dame ed ex rettore della San Fernando Cathedral, secondo le prime ricostruzioni, si sarebbe tolto la vita proprio per non aver retto alle accuse di pedofilia. Era stato, infatti, denunciato, nel maggio 2015, da un uomo che sostiene di aver subito abusi da parte del sacerdote nel 1983. Padre Elizondo ha sempre negato gli episodi che gli venivano contestati, ma alla fine non ha retto alla pressione delle pesanti accuse che gli erano state fatte.
Figlio di immigrati messicani e nato a San Antonio, padre Elizondo è stato ordinato sacerdote nel 1963 e nei primi anni Settanta ha partecipato alla lotta per i diritti dei lavoratori del suo Paese di origine. Nel 1972 ha fondato il Mexican American Cultural Center, ora chiamato Mexican American Catholic College, un centro di ricerca e di formazione per i leader pastorali che arrivano da ogni parte degli Stati Uniti e dall’America latina. E nel 2000 Timelo ha inserito nella lista dei principali leader spirituali americani. “Padre Virgilio – ha affermato l’arcivescovo di Los Angeles, monsignor José Horacio Gómez – è stato una figura paterna per un’intera generazione di giovani latinos. La Vergine di Guadalupe, che lui amava molto, lo accoglierà con compassione materna”.
La storia di padre Elizondo è soltanto l’ultima vicenda che vede un sacerdote della Chiesa cattolica al centro di accuse di pedofilia. Dopo l’Oscar per Il caso Spotlight, a far rumore nelle ultime settimane è stato il caso del cardinale australiano George Pell, interrogato per quattro giorni dalla Commissione nazionale d’inchiesta del suo Paese sulle sue responsabilità quando era arcivescovo di Melbourne sulla gestione dei preti della sua diocesi che hanno commesso abusi sessuali sui minori. Le vittime di quelle violenze, infatti, lo accusano di aver coperto i sacerdoti pedofili e di aver insabbiato centinaia di crimini.
Ma la pedofilia è tornata recentemente al centro del dibattito dell’opinione pubblica anche in Europa con la vicenda del cardinale di Lione Philippe Barbarin, accusato di aver coperto due sacerdoti che si sono macchiati di questo reato. Entrambi i casi di abuso, però, sono avvenuti quando il porporato non era alla guida dell’arcidiocesi. Quello che viene contestato al cardinale dalle vittime è di non aver rimosso dai loro incarichi i responsabili delle molestie sui bambini. Una vicenda che ha diviso tutta la Francia con il premier Manuel Valls che ha attaccato Barbarin chiedendo le sue dimissioni: “Si assuma le sue responsabilità. Parli e agisca. Non mi aspetto parole, ma fatti”. Immediata la replica del porporato: “Consiglierei a Manuel Valls di moderare le sue affermazioni. Ma non ha altro da fare che pronunciarsi su un dossier che non conosce, visto che i magistrati non comunicano gli elementi della procedura? Sono stupefatto”.
Il tema della pedofilia del clero è stato anche al centro della prolusione del cardinale Angelo Bagnasco alla sessione primaverile del Consiglio permanente della Cei: “Com’è noto, i vescovi italiani sono stati tra i primi a mettere in essere con rigore le indicazioni della Santa Sede in ordine all’accertamento degli addebiti e all’erogazione delle pene, e hanno rafforzato le strutture di recupero nonché i criteri di prevenzione” . Parole, quelle del presidente della Conferenza episcopale italiana, che non coincidono affatto con quanto affermano le linee guida della Cei sul contrasto della pedofilia che non prevedono l’obbligo di denuncia alle autorità civili. Una posizione totalmente contraria a quella ribadita più volte da Papa Francesco e dalla Santa Sede.
L’arcivescovo di Lione è accusato di aver coperto sacerdoti responsabili di molestie sui bambini. Lui si difende: “Mai nascosto casi”. I vescovi transalpini: “Prioritario fare verità”
di ANDREA GUALTIERI
IN Italia avevano imparato a conoscerlo ai tempi del conclave che ha eletto Bergoglio: Philippe Barbarin arrivava alle riunioni plenarie in sella alla sua bici,anche quando pioveva. Ora però, a tre anni di distanza, il cardinale francese arcivescovo di Lione si trova sotto ad un diluvio di polemiche. Su di lui è infatti piombata l’accusa di aver coperto due sacerdoti pedofili: il primo, padre Bernard Preynat, è accusato da un gruppo di ex scout; l’altro, padre Jérome Billioud, è accusato da un uomo da parte del quale è stata sporta ora una denuncia proprio contro Barbarin.
Entrambi i casi, in realtà, sono avvenuti quando l’attuale cardinale non era alla guida della diocesi. Quello che viene contestato al presule, però, è di non aver rimosso i responsabili delle molestie sui bambini. L’uomo che accusa Billioud, in particolare, dopo anni di silenzio, aveva sporto denuncia a carico del prete pedofilo: era il 2009 e il reato era ormai prescritto, per cui il caso era stato archiviato. In quell’occasione però la vittima aveva incontrato Barbarin, che gli avrebbe detto di conoscere la vicenda e di sapere che il sacerdote aveva già subito una condanna per esibizionismo. Barbarin, racconta Pierre, si era “scusato a nome del prete”, ma non aveva preso nessun altra iniziativa “per proteggere i bambini, lo ha lasciato allo stesso posto”. Per questo, l’uomo ha deciso di denunciare il prelat e ha ottenuto l’apertura di un’indagine preliminare a suo carico.
L’altra denuncia nei confronti del cardinale, quella relativa al caso di Preynat, arriva da un’associazione di vittime degli abusi che lo accusa di essere stato a conoscenza del fatto che il prete aveva abusato sessualmente di alcuni giovani tra il 1986 e il 1991 e di aver taciuto. Preynat, incriminato a gennaio, ha nel frattempo ammesso molte delle vicende che lo riguardano. Barbarin, invece, si difende in modo deciso: “Non ho mai nascosto alcun caso di pedofilia”. Il porporato, tramite una nota della diocesi, afferma che “pur comprendendo il dolore di ogni persona vittima di atti tanto più inammissibili in quanto commessi da un sacerdote” non può “non manifestare sua profonda incomprensione di fronte a questa denuncia”. La curia aggiunge che “è evidente che in nessun caso lui ha messo in pericolo la vita di altri né incoraggiato qualcuno a suicidarsi” e “chiede solennemente che si lasci la giustizia indagare con serenità”.
Le pressioni però sono altissime, tanto che il premier francese Manuel Valls ha inviato il presule ad “assumersi le sue responsabilità”, “Parli e agisca”, ha detto l’esponente di governo che, a chi gli chiedeva se Barbarin debba dimettersi, ha risposto: “È una sua responsabilità, ma deve anche comprendere il dolore. Non mi aspetto parole, ma fatti”. Attacchi davanti ai quali il cardinale ha reagito affermando: “Consiglierei a Manuel Valls di moderare le sue affermazioni. Ma non ha altro da fare che pronunciarsi su un dossier che non conosce, visto che i magistrati non comunicano gli elementi della procedura? Sono stupefatto”.
Uno scontro che sta creando imbarazzo anche nella Conferenza episcopale francese, riunita proprio in questi giorni: “Voglio dire, a nome di tutti, che i vescovi di Francia hanno una volontà: dire la verità alle vittime. È questa la priorità che deve guidare tutte le nostre azioni di fronte a queste vicende così dolorose”, ha detto monsignor Georges Pontier, presidente dei vescovi transalpini. E un commento è arrivato anche dalla Santa Sede, tramite il portavoce padre Federico Lombardi, che alla Radio Vaticana d’Oltralpe ha sottolineato: “Un tribunale francese ha recentemente aperto un’indagine, è opportuno attendere i risultati”. Nei giorni scorsi il Vaticano era stato scosso da un altro filone d’indagine sulla copertura della pedofilia, quello relativo al cardinale australiano George Pell. Appena ieri, invece, la Conferenza episcopale italiana ha inaugurato la riunione del consiglio permanente che ha all’ordine del giorno la riforma del clero e della sua formazione, perché, ha detto Bagnasco, “alla luce di alcune recenti circostanze ogni volta che si accerta un caso di pedofilia si rinnova in noi il dolore e la vicinanza alle vittime e ai familiari”.
Diverse e importanti le norme emanate dagli ultimi due Pontefici per fermare il fenomeno pedofilia. Il problema della denuncia dei responsabili alle autorità civili, le resistenze interne, il timore per il «buon nome della Chiesa». Le indicazioni chiare di Ratzinger e Bergoglio.
FRANCESCO PELOSO – CITTÀ DEL VATICANO
Lo scandalo degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa è tornato d’attualità negli ultimi mesi. Nuovi casi di certo sono venuti alla luce in varie parti del mondo; poi c’è stata la testimonianza del cardinal George Pell, «ministro delle finanze vaticano», davanti alla Royal commission australiana, per eventuali responsabilità nell’aver coperto episodi del passato. Si tratta di elementi diversi che hanno contribuito a riportare l’attenzione sul tema. Ma naturalmente anche la pellicola «Spotlight», vincitrice dell’oscar come miglior film, ha dato il suo contributo. Il film racconta l’inchiesta del Boston Globe sulla piaga pedofilia nella diocesi americana, da quel «big bang» che scosse l’opinione pubblica, presero il via migliaia di denunce in tutti gli Stati Uniti, la vicenda portò inoltre alle dimissioni del cardinale Bernard Law, all’epoca arcivescovo di Boston. Casi di pedofilia da parte del clero, del resto, sono emersi in temi recenti – a livello giudiziario – anche in Italia.
Diversi sono stati gli interventi dei pontefici in questo campo; fra quelli più significativi ci fu la lettera inviata nel 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a tutte le conferenze episcopali del mondo, per aiutarle a preparare le linee guida anti-pedofilia (nel 2010 erano state aggiornate le norme sui gravioribus delictis). È qui che si riscontra il principio della collaborazione con le autorità civili, cioè quell’elemento che doveva scardinare appunto la politica della segretezza e delle coperture. «L’abuso sessuale di minori – si legge nel testo – non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile». «Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi – si afferma ancora – tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».
Da questo testo sono scaturite due linee interpretative: una in base alla quale se nell’ordinamento di un paese non è previsto obbligo di denuncia per il vescovo – è il caso dell’Italia, per esempio – questo non deve essere contemperato nelle linee guida di quella nazione. Un’altra lettura afferma invece che, più semplicemente, laddove il reato di abuso contro il minore è codificato, questo va comunicato alle autorità civili pur tenendo conto dei diritti dell’accusato. La lettera poi introduce diversi altri aspetti importanti nella gestione del fenomeno, fra cui una generale priorità data alle vittime come indicazione concreta e anche culturale. Vale infine la pena ricordare, sul punto specifico del rapporto con la magistratura, che di recente il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha parlato di «obbligo morale e civile» nella denuncia di episodi di abusi su minori.
Tribunali e vittime
Da rilevare ancora che Benedetto XVI ha dato un altro esempio concreto incontrando varie volte le vittime degli abusi, cioè ha mostrato pubblicamente come ci si doveva comportare verso quanti erano stati colpiti. Francesco, da parte sua, ha celebrato a Santa Marta una Messa con un gruppo di vittime (2014); nell’omelia dice molte cose, ma qui interessa sottolineare un passaggio: «Chiedo perdono – affermò nella circostanza il Papa – anche per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso. Questo, inoltre, ha recato una sofferenza ulteriore a quanti erano stati abusati e ha messo in pericolo altri minori che si trovavano in situazione di rischio». Il peccato di omissione veniva precisato a dovere, e del resto di recente papa Francesco ha pure osservato che il vescovo responsabile di aver coperto un prete pedofilo dovrebbe dimettersi.
Ancora un passo indietro: nel 2010 Papa Ratzinger si rivolgeva alla Chiesa irlandese colpita in modo clamoroso dallo scandalo (diverse inchieste governative avevano portato alla luce una realtà di abusi sconcertante e la stessa Santa Sede avviò una serie complessa di indagini), con una lettera dove si analizzava il fenomeno, Benedetto XVI disse fra l’altro: «Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti». E ancora elencando le diverse cause all’origine della tragedia, Ratzinger sottolineava pure: «una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona». Insomma il magistero degli ultimi due Pontefici è chiaro e si è avvalso di norme interne e di richiami alla Chiesa universale come a singoli episcopati.
Nei primi tre anni di pontificato di papa Francesco è stata poi creata la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori sotto la guida del cardinale O’Malley, della quale fanno parte anche alcune vittime; tuttavia di recente, una di questa, Peter Saunders, si è allontanato dall’organismo in questione polemicamente, giudicando ancora insufficiente l’impegno della Santa Sede per fronteggiare il fenomeno.
Ostacoli alla trasparenza
D’altro canto anche dentro la Chiesa e perfino nella Curia romana, ci sono i sostenitori del cambiamento e della trasparenza e chi invece, fra motivazioni burocratiche, legislative o semplicemente perché teme una perdita di status del proprio ruolo, pone ostacoli o intralci all’attuazione di una politica severa in materia.
Papa Francesco nel giugno scorso aveva annunciato, per esempio, la creazione di una sezione specifica della Congregazione per la Dottrina della Fede per giudicare i vescovi che non avevano dato seguito alle denunce o notizie di abusi commessi da un sacerdote (reato di abuso d’ufficio). L’iniziativa è completamente ferma a causa di ostacoli per lo più burocratici, come spiega un’accurata inchiesta dell’Associated Press. Nel luglio del 2013 inoltre, il Papa aggiornò il codice penale vaticano introducendo una serie di reati relativi alla pedofilia, fra questi venne punita in modo severo ogni forma di sfruttamento del minore a fini sessuali compreso l’utilizzo di materiale pedopornografico in qualsiasi formato, compreso il web e gli archivi digitali. Una fattispecie che sembrava fatta apposta per il caso dell’ex-nunzio polacco di Repubblica Dominicana, Jozef Wesolowski, poi morto per cause naturali lo scorso settembre a ridosso del processo che lo vedeva imputato per questi reati proprio in Vaticano.
Infine qualche numero sull’entità delle denunce che pervengono in Vaticano. In base a quanto riportato dall’agenzia Ansa dal 2004 al 2013 sono stati novecento i preti ridotti allo stato laicale, mentre le denunce arrivate in Vaticano si aggirano intorno alle 600 l’anno, con punte anche di ottocento casi. Naturalmente da questi dati sono esclusi i procedimenti giudiziari civili aperti nei vari paesi, mentre altre vicende continuano a emergere con risvolti inquietanti come è avvenuto di recente per la diocesi di Oaxaca, in Messico.
Infine di carattere esorbitante sono le cifre sborsate dalla Chiesa, in particolare quella americana, per i risarcimenti dovuti alle vittime negli ultimi vent’anni.
Intervista con l’arcivescovo maltese che è stato a fianco di Ratzinger nel contrastare gli abusi sui minori e ora presiede il collegio che si occupa dei ricorsi alla Congregazione per la dottrina della fede
ANDREA TORNIELLI – CITTÀ DEL VATICANO
La linea di Benedetto XVI nella lotta contro gli abusi sui minori «senz’altro continua!».Papa Francesco «è stato durissimo» a proposito dei vescovi che di fronte al fenomeno si limitavano a cambiare il prete pedofilo di parrocchia in parrocchia: «Oggi grazie a Dio non è più possibile agire così». L’arcivescovo metropolita di Malta Charles Scicluna è l’uomo che ha combattuto a fianco di Joseph Ratzinger la lotta contro gli abusi commessi da sacerdoti e religiosi e ora presiede il collegio incaricato presso la Congregazione per la dottrina della fede di esaminare i ricorsi dopo la prima sentenza. In questa intervista con «Vatican Insider» spiega come procede il lavoro di lotta e di prevenzione del fenomeno della pedofilia.
Il film «Spotlight» sugli abusi a Boston e le quattro recenti audizioni del cardinale George Pell davanti alla Royal Commission riguardanti casi degli anni Settanta hanno riportato all’attenzione il tema della pedofilia nella Chiesa e la lotta agli abusi. Come si sta procedendo? Continua la linea di Benedetto XVI con l’attuale pontificato?
«Senz’altro continua! Il film «Spotlight» finisce con la situazione del 2002, cioè proprio mentre ha inizio presso la Congregazione per la dottrina della fede guidata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger un riallineamento della legislazione sugli abusi, poi aggiornata nel 2010 con l’identificazione specifica anche della fattispecie della pedo-pornografia e degli abusi ai danni di disabili. Le nuove legislazioni, negli ultimi 14 anni hanno aiutato i vescovi a rispondere al fenomeno, proteggendo i bambini e impegnando la Chiesa nella prevenzione degli abusi. L’esperienza, a partire dal 2002, è stata molto positiva negli Stati Uniti, e questo il film non l’ha descritto ma va riconosciuto».
Sul volo di ritorno dal viaggio in Messico Papa Francesco è tornato a parlare degli abusi paragonandoli a «sacrifici diabolici» e ha usato parole forte contro i vescovi che si sono limitati a spostare il prete responsabile di questi crimini da una parrocchia all’altra. Che significato hanno quelle parole?
«Francesco sta continuando nella linea del predecessore e ha dato una lettura teologica al fenomeno, paragonando l’abuso sui bambini alla profanazione dell’eucaristia e ai sacrifici diabolici. Così ha sottolineato anche il tremendo danno spirituale che viene compiuto. C’è un abuso di potestà spirituale e una volta che si è incrinato il rapporto di fiducia verso la Chiesa è davvero difficile da ripristinare. Questo approfondimento teologico ci fa capire ancora di più l’importanza di debellare il fenomeno e soprattutto ci fa pregare perché i preti siano pastori che conducano a pascoli di santità».
Oggi le norme che cosa prevedono? È ancora possibile «coprire» e «insabbiare» come avvenuto in passato?
«Lo spostamento di parrocchia in parrocchia del prete macchiatosi del crimine degli abusi sessuali su minori, del tutto inadeguato, era frutto dell’idea che questi atti venissero commessi per condizionamento ambientale. Cambiare ambiente di vita avrebbe permesso, secondo questa tesi assurda, di superare il problema. Purtroppo così facendo si sono esposte tante altre vittime innocenti a questi crimini sessuali. Oggi grazie a Dio non è più possibile agire così. Papa Francesco è stato durissimo al riguardo. Un sacerdote accusato di abusi su minori viene deferito alla Congregazione per la dottrina della fede e viene sospeso dal ministero mentre si fa luce sulle accuse che lo riguardano. Inoltre si avvertono le autorità civili…»
Su questo punto, però, non tutti gli episcopati sono invitati a comportarsi allo stesso modo, vero?
«Nei Paesi di cultura anglosassone c’è l’obbligo di coinvolgere le autorità civili. L’indicazione della Santa Sede ai vescovi è di rispettare le legislazioni dei rispettivi Paesi. Nel caso non vi sia l’obbligo di denuncia alle autorità civili, senz’altro bisogna cooperare e invitare la vittima degli abusi che voglia farlo a rivolgersi alla magistratura. In ogni caso i vescovi devono cooperare con le autorità».
Il Papa nell’intervista sull’aereo l’ha citata per nome, ricordando che lei presiede lo speciale collegio per i ricorsi che esamina in secondo grado questi casi: come sta funzionando questo collegio? Secondo quali criteri operate?
«Il Papa ci ha chiesto di fare presto, di evitare lungaggini burocratiche e di dare risposte adeguate in tempi ragionevoli. Cerchiamo di servire la giustizia nella verità, ma anche di tenere conto del diritto alla difesa per chi è accusato. Cerchiamo di seguire il criterio del bene della Chiesa: non si può infatti permettere che il reo, cioè una persona che con le sue azioni mette a rischio la vita delle comunità cristiane, possa continuare nel suo ministero».
di: Mick Hawkins – E’ iniziata a Roma il 29 febbraio scorso la deposizione, in video conferenza con l’Australia, del cardinale George Pell davanti alla Commissione reale australiana, istituzione governativa che indaga sugli abusi sessuali compiuti su minori da uomini di chiesa, cattolica e non cattolica. Gli indagati appartengono a più di venti istituzioni, comprese scuole anglicane e cattoliche, l’Esercito della salvezza, i Boy Scout e altre e differenti organizzazioni religiose.
L’attenzione si incentra sull’arcidiocesi di Melbourne e su episodi di crimini su bambini, accaduti negli anni tra il 1970 e il 1980, quando il cardinal Pell, ora responsabile delle finanze vaticane, è stato prima un semplice prete, seppure incaricato di educazione cattolica a Victoria, e quindi vescovo. Egli viveva a Ballarat con un numero di altri sacerdoti, uno dei quali fu mandato in prigione per reati multipli che coinvolgono l’abuso sessuale su bambini. L’accusa mossa al cardinal Pell, allora educatore cattolico e poi vescovo è di aver coperto i preti pedofili, come d’altre parte era prassi consolidata in molte diocesi del mondo cattolico, avendo spostato, nella sua funzione di vescovo, i sospettati di tali crimini da una parrocchia ad un’altra, dove, come fu per il sacerdote allontanato da Ballarat, continuarono ad abusare dei bambini. Il cardinale depone a Roma perché la Commissione ha accettato ciò con la motivazione che Pell è affetto da malattia che gli renderebbe pericoloso il volo in Australia.
Molte vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti in Australia hanno viaggiato a Roma per ascoltare le prove del cardinal Pell. E’ stato un momento molto emozionante per tutti gli interessati. Le vittime dicono di volere che la Chiesa cattolica in Australia ammetta di non aver fatto tutto quello che avrebbe dovuto fare per impedire l’abuso sui bambini. Per onestà va detto che il cardinal Pell ha riconosciuto che la Chiesa come istituzione non ha fatto abbastanza per controllare le attività dei sacerdoti canaglia ed è stato il primo vescovo in Australia, dopo il precipitare dello scandalo, ad istituire un sistema per risarcire le vittime e rimuovere i sacerdoti colpevoli dal loro ufficio. Tuttavia, sia le vittime che la Commissione sostengono che la polizia avrebbe dovuto essere informata non appena le autorità ecclesiastiche vennero a conoscenza degli abusi. Su questo argomento, e sul perché non lo fecero, sembra non abbiano risposto adeguatamente.
Dopo il caso Wesolowski è la prima volta che accuse dirette arrivano a coinvolgere un alto esponente della Santa Sede. Lo stesso 29 febbraio il porporato australiano è stato ricevuto da papa Francesco. Soltanto poco tempo fa, tornando dal viaggio apostolico in Messico, egli aveva definito “una mostruosità” gli abusi sessuali perpetrati dai preti e aveva aggiunto che “un vescovo che cambia la parrocchia ad un sacerdote, quando si verifica un caso di pedofilia, è un incosciente e la cosa migliore che possa fare è presentare la rinuncia”. Pell, però, ha sempre respinto ogni addebito, sostenendo di non essere mai stato a conoscenza dei fatti. Tuttavia gli è stato consentito di non presentarsi al cospetto della Commissione, ma gli hanno concesso di rispondere a distanza.
Abbiamo bisogno di ricordare che la Chiesa cattolica in Australia è solo una delle molte organizzazioni dove è stato trovata negligenza nella risposta all’abuso sessuale sui bambini. Tuttavia nessuna delle altre organizzazioni sostiene che ha un mandato divino che la protegge dall’errore. Sarà difficile che gli australiani si dispongano a rispettare le parole e l’autorità dei capi della Chiesa cattolica.
Via al processo a don Mauro Inzoli, esponente di spicco di Comunione e liberazione, accusato di violenze su otto bambini. Ma il Vaticano continua a essere poco trasparente
di Federico Tulli
Ricordate don Mauro Inzoli? Sebbene a giugno 2014 fosse stato «invitato» dalla Congregazione per la dottrina della fede «a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» per gli «abusi su minori» affidati alla sua cura, il 17 gennaio 2015 fu immortalato sorridente al convegno organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale». L’ex parroco di Crema, esponente di spicco di Comunione e liberazione, fondatore del Banco Alimentare e dell’Associazione della fraternità, si godeva lo spettacolo in seconda fila. Davanti a lui sedevano il governatore Roberto Maroni e il predecessore, Roberto Formigoni, di cui, Inzoli, si dice sia stato il confessore. Condannato – si fa per dire – dalla Santa Sede «alla pena medicinale perpetua» per lo Stato italiano era un uomo libero. Il 9 marzo le cose potrebbero cambiare. È la data fissata dal gip di Cremona Letizia Platè per il processo al prete, sotto inchiesta in Italia solo da ottobre 2014 in seguito a due esposti del senatore Sel Franco Bordo. L’accusa è di quelle pesanti: “Violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata per abuso di minori di 12 anni”. A Inzoli sono imputati otto casi, altri 15 sono caduti in prescrizione. Rischia 12 anni di carcere e la pena potrebbe ridursi di un terzo con il rito abbreviato. Ma un eventuale appello allungherebbe i tempi facendo cadere in prescrizione tutti i reati. A dilatare l’iter investigativo ha contribuito la Santa Sede negando alla procura di Cremona gli atti dell’istruttoria e del procedimento canonico perché vincolati dal «segreto pontificio».
L’avvio del processo penale a don Inzoli coincide con il terzo anniversario del pontificato di Bergoglio. Sin dal 13 marzo 2013, Francesco si è dedicato, almeno a parole, alla lotta contro la pedofilia nel clero cattolico. Ma il gesuita argentino ha poco da festeggiare. I due Oscar vinti da Spotlight di Tom McCarthy (miglior film e miglior sceneggiatura originale) riportano con forza in primo piano l’ineludibile questione della trasparenza come chiave di volta per scardinare il sistema di potere complice dei pedofili in tonaca contro cui lo stesso Bergoglio si è spesso scagliato in nome della «tolleranza zero». Un’idea di trasparenza che si lega a quella di collaborazione con le autorità degli altri Paesi, che evidentemente però non è stata ancora ben assimilata in Vaticano nemmeno dal papa. Lo dicono la rogatoria negata e il “segreto pontificio” sul caso Inzoli. Ma anche, per fare un esempio, la vicenda giudiziaria di Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato nei rispettivi libri – Avarizia (Feltrinelli) e Via crucis (Chiarelettere) – notizie vere documentate da fonti certe. Proprio come fecero nel 2002 i colleghi del team Spotlight del Boston Globe, cui invece la tenace inchiesta che smascherò le sistematiche complicità delle istituzioni ecclesiastiche con i pedofili valse il Pulitzer. Ad aumentare la distanza tra gli annunci di Bergoglio e la realtà dei fatti ci si mette anche la Pontificia commissione per la protezione dei minori da lui creata, sommersa dalle polemiche per l’espulsione di un membro laico, l’avvocato inglese Peter Saunders. Il quale, intervistato dalla Bbc, ha attaccato papa Francesco reo «di non aver fatto nulla per mettere fine agli abusi di matrice clericale sui bambini», e ha definito «oltraggiosa» la nomina del suo amico monsignor Juan de la Cruz Barros Madrid, vescovo di Osorno in Cile, sospettato di aver protetto padre Karadima condannato per pedofilia nel 2011. La defenestrazione di Saunders va messa in relazione alle sue accuse contro il cardinale George Pell di avere ignorato e coperto per decenni abusi compiuti da oltre 280 sacerdoti. Affermazioni che il superministro dell’Economia di Bergoglio, già arcivescovo di Melbourne e di Sydney, ha sempre respinto, senza però riuscire a evitare di deporre il 28 febbraio scorso di fronte alla Commissione governativa australiana sui crimini pedofili. «Non sono qui per difendere l’indifendibile», ha detto il cardinale, ammettendo che la Chiesa ha commesso «errori enormi» consentendo l’abuso di migliaia e migliaia di bambini. Troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze», ha osservato tentando di smarcarsi. Una linea coerente con la posizione della Pontificia commissione schierata contro i vescovi (Conferenza episcopale italiana compresa) che nelle loro linee guida anti pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia laddove non è imposta dalle leggi “laiche”. «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili», ha ricordato il cardinale O’Malley, capo della commissione.
Una responsabilità che però di fatto non sfiora la Santa Sede e chi la guida. Va ricordato infatti che tra il 2004 e il 2013 la Chiesa ha espulso 848 sacerdoti responsabili di abusi. Lo dissero con orgoglio i nunzi di papa Francesco a due commissioni Onu (quella per l’infanzia e quella contro la tortura). Bene, anzi, male. Per alcuni di loro la dimissione dallo stato clericale è probabilmente arrivata dopo una condanna penale “laica”. Per altri invece si è espresso solo il Tribunale ecclesiastico. Era il 2014, dove sono oggi questi pedofili ignoti alla giustizia “terrena”? Non si sa. Come si chiamano? Quanti sono? Non si sa. Gli emissari del papa non risposero alle istanze dell’Onu che anche per questo ha accusato la Santa Sede di aver «regolarmente messo al di sopra dell’interesse dei bambini la tutela della reputazione della Chiesa e la protezione dei responsabili». Il monito delle Nazioni Unite ha spinto Bergoglio a imporre un cambio di rotta mediante la segnalazione obbligatoria alle autorità civili? La risposta è sempre no. Come nel caso di don Inzoli, i fatti e la trasparenza stanno a zero.