Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ratzinger debole ma deciso: vuole dimostrare la sua innocenza

    Ratzinger debole ma deciso: vuole dimostrare la sua innocenza

    di Nico Spuntoni – Quella appena trascorsa è stata una settimana intensa per Joseph Ratzinger. La sua immagine è ricomparsa pubblicamente attraverso le fotografie di due incontri che ha avuto in questi giorni: quello nei Giardini Vaticani con il cardinale Gerhard Ludwig Müller accompagnato da due suore e quello nel Monastero Mater Ecclesiae con Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kiev.

    Dalle foto si notano il corpo fragile ed il volto provato ma traspare anche l’attenzione che riserva al racconto del suo interlocutore, il capo della Chiesa greco cattolica ucraina. Ad affiancarlo, come sempre, c’è monsignor Georg Gänswein, ormai tornato ad essere suo segretario particolare a tempo pieno dopo essere finito “a riposo” come prefetto della Casa Pontificia.

    Alle notizie terribili riportate da Shevchuk sulla sofferenza del popolo ucraino in guerra, si sono aggiunte quelle sgradevoli dalla Germania che lo riguardano direttamente. Nemo propheta in patria, un’espressione piuttosto calzante per la storia di Ratzinger che ha sempre subìto attacchi da politici, media e persino vescovi tedeschi.

    Martedì l’agenzia Dpa ha rivelato che il Papa emerito è pronto a difendersi in tribunale dall’accusa di negligenza nei confronti di un prete pedofilo. Il tribunale competente è quello di Traunstein presso il quale una vittima ha presentato una denuncia contro Ratzinger e contro il suo successore alla guida dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, il cardinale Friedrich Wetter. Oltre ai due prelati, l’uomo ha sporto denuncia anche contro il suo aggressore e contro l’arcidiocesi. La causa è civile perché sul piano penale è scattata la prescrizione, ma potrà avere luogo proprio grazie alla disponibilità del Papa emerito che non si è tirato indietro pur potendolo fare.

    Per quanto riguarda la questione abusi, Benedetto XVI non vuole ombre sul suo conto ed intende applicare quella linea della trasparenza che ha contraddistinto il suo pontificato. Da qui la decisione di difendersi, affidandosi allo studio legale Hogan Lovells. Lo farà con ogni probabilità con una memoria difensiva che potrebbe riprendere quanto già spiegato nelle 82 pagine inviate mesi fa al team legale a cui l’arcidiocesi bavarese aveva affidato l’incarico di redigere un rapporto su abusi e insabbiamenti a Monaco e Frisinga tra il 1945 ed il 2019.

    La presunta vittima avrebbe subito molestie sessuali da Peter Hullermann – questo il nome del prete protagonista della vicenda – nel suo periodo a Garching dove il religioso fu trasferito come parroco dall’arcivescovo Wetter nel 1987 nonostante fosse stato condannato l’anno precedente per pedofilia.

    Le strade del futuro Benedetto XVI e di Hullermann si incrociano nel gennaio 1980 quando, nel corso di una riunione dei vertici dell’arcidiocesi, l’allora cardinale Joseph Ratzinger che la guidava diede il suo assenso alla richiesta del prete di risiedere per un periodo a Monaco per seguire un trattamento psicoterapeutico. Il permesso fu accordato ma non ci fu alcun via libera del futuro Pontefice a far sì che il prete svolgesse attività pastorale.

    Sebbene non avesse ancora condanne, Hullermann si era già reso responsabile di un abuso sessuale ai danni di un undicenne nel 1979 ad Essen. Il suo vescovo di allora, informato dai genitori della piccola vittima, dispose che avrebbe dovuto seguire una terapia a Monaco. A seguito di ciò, dunque, la richiesta di alloggio fatta all’arcidiocesi all’epoca guidata da Ratzinger che però non sapeva assolutamente il motivo per cui Hullermann avrebbe dovuto iniziare quella terapia.

    I problemi arrivarono pochi mesi dopo, quando il vescovo ausiliare di Monaco, monsignor Gerhard Gruber, autorizzò il prete a svolgere incarichi pastorali. Lo fece, come chiarito in una dichiarazione del 2010, senza informare Ratzinger.

    Le ammissioni degli stessi protagonisti di questa triste vicenda sarebbero dovuti bastare a fugare ogni dubbio sul comportamento del Papa emerito, l’uomo che per primo denunciò “la sporcizia nella Chiesa” e che tanto ha fatto per perseguire la linea della tolleranza zero contro i preti pedofili. Ma il clamore provocato dal rapporto abusi relativo all’arcidiocesi di Monaco e Frisinga e la riproposizione dei sospetti su Ratzinger hanno portato poi all’avvio di questa causa civile che, però, il novantacinquenne ex Pontefice regnante ha scelto di non schivare: si difenderà nell’eventuale processo.

    https://www.ilgiornale.it/news/vaticano/ratzinger-innocenza-tribunale-2084719.html

  • Pedofili, la prudenza della Cei  e la  tolleranza zero del papa

    Pedofili, la prudenza della Cei e la tolleranza zero del papa

    Federica Tourn Editoriale DOMANI – Per il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), l’appuntamento è tra un mese esatto. Il 18 novembre è la data scelta dai vescovi per la Giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi.

    La ricorrenza coincide con la Giornata europea per la protezione dei minori e, nelle intenzioni della Cei, vorrebbe rimarcare la volontà di affrontare con decisione e trasparenza la questione delle violenze sessuali clericali.

    A fine maggio, appena eletto presidente dei vescovi italiani, Zuppi aveva promesso proprio per il 18 novembre la presentazione del primo report della Cei sulla realtà dei Servizi diocesani e dei Centri di ascolto, e sulla loro diffusione ed efficacia nell’azione di accoglienza delle vittime e di prevenzione degli abusi. Sarà il giorno della verità sulla reale volontà di Zuppi di voltare pagina su un fenomeno trattato sempre come interno alla chiesa, sottovalutando l’allarme sociale che genera. E di allinearsi realmente alla linea molto più netta di papa Francesco.

    LA VIA ITALIANA DI ZUPPI 

    Zuppi si è presentato come innovatore, promuovendo una “via italiana” alla lotta agli abusi. Un programma che è stato criticato perché la Cei, invece di avviare un’indagine indipendente, come hanno fatto i vescovi in Francia, Germania e Portogallo, ha previsto soltanto un’inchiesta interna, oltretutto limitata ai dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021, e a quelli emersi dal lavoro degli sportelli di ascolto fra il 2020 e il 2021. Un arco di tempo decisamente ristretto, soprattutto se si considera che questi servizi non sono nemmeno disponibili in tutte le diocesi italiane.

    Non solo: la stesura del report, che ha coinvolto «16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto», come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Ad elaborare i dati e a valutare il lavoro dei Servizi diocesani è dunque un’istituzione privata strettamente legata alla chiesa, dato che le università cattoliche sono regolate, fra le altre cose, dal Codice di Diritto Canonico.

    Dove sta quindi l’indipendenza dell’analisi? Ancora una volta, a differenza di quanto lo stesso Zuppi aveva assicurato al momento della presentazione del programma di contrasto agli abusi, è la chiesa a giudicare sé stessa e il risultato rischia di essere un’analisi molto parziale della realtà degli abusi: un fenomeno pervasivo che le istituzioni ecclesiastiche hanno sempre teso a nascondere, prima negandolo e poi minimizzandone la portata, curandosi poco delle conseguenze per le vittime.

    D’altronde Zuppi aveva assunto un atteggiamento assai prudente quando, appena eletto, aveva dichiarato nella conferenza stampa di chiusura dell’assemblea dei vescovi che i sacerdoti pedofili sono pur sempre parte della chiesa, descritta come una madre che non abbandona i suoi figli in difficoltà. Lasciando il dubbio che per proteggere questi “figli che sbagliano” si mettano in pericolo i bambini che frequentano gli oratori, le parrocchie o l’ora di religione a scuola; e si tuteli il buon nome del sacerdote e della chiesa anche a costo di risarcire le vittime tramite accordi privati con vincolo di riservatezza, come abbiamo raccontato il 10 ottobre scorso nella precedente puntata dell’inchiesta sulla violenza nella chiesa, provocando la reazione della Cei di cui abbiamo dato notizia ieri.

    Uno dei fenomeni più preoccupanti a questo proposito è che molti di questi sacerdoti, anche dopo sentenze di colpevolezza, una volta scontata la pena si appellano al diritto all’oblio, chiedendo a testate giornalistiche e blog online di deindicizzare il proprio nome e la storia che li riguarda su internet.

    Il prete che non vuole che il suo passato di pedofilo salti fuori a una rapida ricerca su Google, si rivolge a una società specializzata che si incarica di rifargli una reputazione sul web, rendendolo non direttamente rintracciabile sui motori di ricerca. Oppure chiede direttamente la cancellazione dei contenuti da media e social network con un ricorso al Garante della privacy, secondo l’articolo 17 del Regolamento europeo 2016/679.

    Ma la pretesa di essere dimenticati è sempre accettabile? «Si tratta di un attento bilanciamentro fra il diritto all’oblio e il diritto all’informazione e il pubblico interesse – spiega l’avvocato Mario Caligiuri della Rete L’Abuso – soprattutto quando parliamo di soggetti che meritano una tutela particolare, come i minori. Per essere chiari: se un prete ha avuto una sentenza di violenza sessuale su un minorenne, ritengo che sia importante che rimanga segnalata, perché è interesse della collettività proteggersi dalla possibile reiterazione del reato del pedofilo».

    La preoccupazione è ancora più forte per i pedofili che non hanno dovuto rispondere alla giustizia dello Stato grazie alla prescrizione. Che cosa sappiamo, infatti, dei sacerdoti che in seguito a denunce o segnalazioni vengono dirottati in altre parrocchie o in strutture protette dalla chiesa?

    Papa Francesco ha più volte richiamato la chiesa alla trasparenza e alla segnalazione dei responsabili delle violenze sui minori, a partire dal motu proprio “Vos estis lux mundi”. Ne aveva riparlato qualche mese fa quando, con la costituzione apostolica “Praedicate Evangelium”, aveva incluso la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori nella Curia romana, e più precisamente nell’ambito del Dicastero per la dottrina della fede, che si occupa anche di giudicare gli abusi sessuali del clero.

    L’URLO DI BERGOGLIO 

    «L’abuso, in ogni sua forma, è inaccettabile – ha detto Bergoglio durante l’udienza del 29 aprile con i membri della Commissione – L’abuso sessuale sui bambini è particolarmente grave perché offende la vita mentre sta sbocciando in quel momento. Invece di fiorire, la persona abusata viene ferita, a volte anche indelebilmente. Le persone abusate si sentono, a volte, come intrappolate tra la vita e la morte. Sono realtà che non possiamo rimuovere, per quanto risultino dolorose». Bergoglio ha esortato non solo la Commissione pontificia ma tutti i cattolici «a far conoscere queste ferite».

    «Vescovi, superiori religiosi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, catechisti, fedeli laici: ogni membro della chiesa, secondo il proprio stato, è chiamato ad assumersi la responsabilità di prevenire gli abusi e lavorare per la giustizia e la guarigione». È un tema che ritorna spesso nelle preoccupazioni del vescovo di Roma, che in una recente intervista alla Cnn portoghese ha ripetuto che la pedofilia clericale è «una mostruosità».

    «Zero tolleranza sugli abusi», ha specificato il papa, che in quell’occasione ha aggiunto: «Un sacerdote non può rimanere prete se è un molestatore». Indicazione peraltro già presente nelle “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili” divulgate nel 2019 dalla Cei e dalla Conferenza superiore dei religiosi maggiori (che si occupa delle congregazioni religiose), dove si legge che un prete deve essere allontanato dal ministero, qualora sia «di pericolo per i minori e di scandalo per la comunità».

    I PEDOFILI INDISTURBATI 

    Eppure, sono tanti i sacerdoti che, con sentenze per abuso sui minori alle spalle o che hanno scampato la condanna penale soltanto grazie alla prescrizione, continuano a frequentare le parrocchie, dire messa e – cosa ancora più grave – insegnare catechismo ai ragazzini o gestire l’oratorio.

    È il caso di don Giorgio Carli della diocesi di Bolzano-Bressanone, o di don Silverio Mura, condannato dal tribunale civile di Napoli a risarcire la sua vittima ma ancora incardinato formalmente nella diocesi partenopea. I casi che stiamo raccontanto nella nostra inchiesta finanziata dai lettori, non sono certo gli unici.

    Tra sacerdoti assolti dai tribunali ecclesiastici o raggiunti da denunce per pedofilia e trasferiti dai vescovi in altre diocesi, l’elenco potrebbe essere lungo. Chissà se la Cei, per onorare la giornata del 18 novembre e rispondere agli appelli del papa sulla tolleranza zero, si rassegnerà ad aprire gli archivi e a rendere noti i nomi e gli incarichi attuali dei sacerdoti pedofili.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofili-la-prudenza-della-cei-e-la-tolleranza-zero-del-papa-jm4lyhk3

     

  • GERMANIA – I Verdi vogliono rendere punibile l’abuso pastorale

    GERMANIA – I Verdi vogliono rendere punibile l’abuso pastorale

    La violenza sessuale nella chiesa può spesso iniziare nel contesto della confessione e della pastorale . Questo può essere dedotto da numerosi studi sugli abusi. Simile al rapporto tra medico e paziente o terapeuta e paziente, esiste uno squilibrio di potere istituzionale tra pastore e fedeli. Secondo la sezione 174c del codice penale, un medico o un terapeuta che abusa dei pazienti è passibile di azione penale. Tuttavia, le relazioni pastorali non sono ancora registrate lì.

    Lo hanno già sottolineato i vescovi cattolici tedeschi nel loro testo pubblicato nel marzo 2022 “Il cuore della Chiesa batte nella pastorale” e hanno affermato che le aggressioni sessuali nell’ambito della pastorale devono essere denunciate ai pubblici ministeri e agli uffici interni della chiesa. Solo: la parola di un vescovo non è ancora legge.

    Alla conferenza federale del partito dei Verdi questo fine settimana, diversi delegati vogliono fare una campagna per gli abusi nelle istituzioni religiose e ideologiche da includere nel paragrafo 174c del codice penale. I gruppi di lavoro federali di cristiani, laicisti e donne hanno formulato congiuntamente una domanda corrispondente.

    “La misura adeguata tra vicinanza e distanza”

    I tre gruppi scrivono che gli sforzi fatti finora per la prevenzione e la rivalutazione sono riconosciuti. “Tuttavia, siamo preoccupati per il fatto che finora entrambe le principali Chiese non siano state in grado di affrontare pienamente la violenza sessualizzata e di coinvolgere le persone colpite a tutti i livelli. Siamo anche preoccupati per il fatto che molte altre comunità religiose e ideologiche non abbiano nemmeno avviato questo processo”.

    “Le persone che lavorano a tempo pieno o ‘pastorali’ volontarie, indipendentemente dalla loro religione o credo, possono esercitare un’influenza significativa sulle persone a loro affidate”, afferma Erdmute Scheufele, vice portavoce di BAG Christians in the Greens. “La relazione pastorale istituzionale, così come le relazioni terapeutiche o di consulenza, deve sempre poter essere verificata per un adeguato grado di vicinanza e distanza”. Un chiarimento legale aiuterebbe.

    I delegati dei Verdi hanno chiesto consiglio sulla loro domanda ai rappresentanti delle persone colpite, tra cui Sabine Otto del Consiglio consultivo per la regione est: “Finché è solo in un documento del vescovo che l’abuso nel contesto della cura pastorale è punibile, non può essere forzato”, dice Otto. “Deve quindi essere riversato in legge”.

    Inoltre, i delegati chiedono adeguate risorse umane e finanziarie per la carica di Commissario indipendente per le questioni relative agli abusi sessuali su minori (UBSKM). Questo è già affermato nell’accordo di coalizione del semaforo. In futuro, l’ufficio dell’UBSKM dovrebbe anche tenere conto della realtà sociale secondo cui persone di tutte le età possono essere colpite da violenze sessuali – e non solo nel contesto delle comunità religiose, afferma Scheufele: “Dobbiamo dare un’occhiata noi stessi come un’intera società”.

    https://www.sueddeutsche.de/politik/gruene-kirche-missbrauch-strafgesetzbuch-1.5674314

  • La protesta dei chierichetti contro l’arcivescovo dei silenzi sugli abusi

    La protesta dei chierichetti contro l’arcivescovo dei silenzi sugli abusi

    Federica Tourn per DOMANI – Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia dal 2014, è coinvolto nelle accuse di occultamento di casi di violenza sui minori nella sua diocesi.

    Lunedì scorso, 3 ottobre, durante la messa solenne nella Basilica di San Paolo fuori le mura officiata dall’arcivescovo, duecento chierichetti della sua diocesi si sono alzati e gli hanno voltato la schiena in segno di protesta.

    Lunedì scorso, nella Basilica di San Paolo Woelki ha reagito con stizza alla rabbia dei ministranti, dicendo che la funzione, in quanto «celebrazione di unità e di pace», non era il luogo e il momento adatto per una manifestazione.

    Non c’è pace per la chiesa cattolica sul fronte degli abusi, così come continua indefessa la prassi della stampa italiana di non coprire questo genere di notizie. Non solo il Vaticano non rende noti gli accordi con clausola di riservatezza proposti alle vittime dai preti pedofili (come abbiamo scritto ieri nell’inchiesta promossa dai lettori sulla violenza nella chiesa), ma si guarda bene anche dal dare visibilità alle proteste interne, anche quando sono i più giovani ed esposti a chiedere giustizia.

    Lunedì scorso, 3 ottobre, durante la messa solenne nella Basilica di San Paolo fuori le mura officiata dall’arcivescovo di Colonia Rainer Maria Woelki, duecento chierichetti della sua diocesi si sono alzati e gli hanno voltato la schiena in segno di protesta.

    La messa faceva parte del programma del pellegrinaggio a Roma dei ministranti della diocesi guidati dallo stesso cardinale Woelki, a cui hanno preso parte duemila ragazzi e ragazze fra i 14 e i 30 anni.

    Appena cominciata la predica, a piccoli gruppi i chierichetti hanno cominciato ad alzarsi e a girarsi ostentatamente, mentre altri hanno proprio abbandonato la chiesa. La richiesta «Woelki deve andarsene!» è stata scandita a più voci fra le navate della basilica.

    «Deve dimettersi: non lo vogliamo come cardinale di Colonia e non volevamo nemmeno che celebrasse la messa», dichiara Yannik Gran, uno dei chierichetti che ha partecipato alla protesta.

    Woelki, arcivescovo di Colonia dal 2014, è infatti coinvolto nelle accuse di occultamento di casi di violenza sui minori nella sua diocesi. Il cardinale, infatti, adducendo pretesti legali, non ha reso pubblico il rapporto sugli abusi che aveva commissionato nel 2019 allo studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl, ma un rapporto successivo del 2021 ha rivelato che dal 1975 al 2018 ci sono state nella Chiesa di Colonia 314 vittime e 202 abusatori, due terzi dei quali sacerdoti.

    LA VISITA E IL CONGEDO

    Il rapporto scagiona Woelki dall’accusa di aver coperto i responsabili, ma i fedeli hanno reagito malissimo al modo in cui il cardinale ha gestito l’intera faccenda all’interno della diocesi e non hanno creduto alla sua estraneità nell’insabbiamento dei casi.

    In seguito alla pubblicazione del secondo rapporto, il papa ha quindi deciso di inviare una visita apostolica nella diocesi di Colonia e poi concesso al cardinale sei mesi di congedo. Woelki, reintegrato nel suo ruolo nella scorsa primavera, a marzo ha presentato a papa Francesco le sue dimissioni.

    Il pontefice, però, non ha finora preso una decisione in proposito ed ecco perché è stato il controverso cardinale ad accompagnare i “suoi” chierichetti durante il consueto pellegrinaggio autunnale.

    Lunedì scorso, nella Basilica di San Paolo Woelki ha reagito con stizza alla rabbia dei ministranti, dicendo che la funzione, in quanto «celebrazione di unità e di pace», non era il luogo e il momento adatto per una manifestazione.

    Durante il sermone non ha perso l’occasione per stigmatizzare la protesta, giocando la parte della vittima mentre sottolineava dall’alto del pulpito che «Gesù non ha mai voltato le spalle nessuno».

    «In realtà, è lui che ha voltato le spalle a noi, evitandoci e rifiutando per anni di rispondere alle nostre domande sullo scandalo degli abusi, ed è questo che volevamo dire con il nostro gesto simbolico», spiega Gran.

    «Non vogliamo più sostenere un cardinale che ha coperto centinaia di episodi di violenza nella diocesi di Colonia – aggiunge – abbiamo perso la fiducia in lui e nella chiesa che lui rappresenta, e come noi molti altri fedeli, che in questo momento in Germania stanno lasciando la chiesa».

    L’ONDA DELLA CHIESA TEDESCA

    I chierichetti durante la protesta hanno anche mostrato bandiere arcobaleno, per solidarizzare con l’onda di rinnovamento che attraversa la chiesa cattolica in Germania, alle prese con un importante e sofferto cammino sinodale, in cui si chiede fra l’altro di abolire il celibato, accogliere le coppie omosessuali e rendere possibile il sacerdozio anche per le donne.

    «Vogliamo una chiesa aperta a tutti, che non discrimini in base al genere o alle scelte sessuali», dice Gran. Inutile sottolineare che il cardinale Woelki, decisamente conservatore, si è sempre mostrato contrario a ogni apertura.

    La messa si è poi conclusa velocemente e al termine del servizio il cardinale non ha attraversato la basilica per l’uscita solenne attraverso i ministranti, come previsto, ma è uscito in tutta fretta dalla porta di servizio.

    La cronaca della contestazione è stata ampiamente riportata dai media tedeschi, mentre in Italia non è uscita una riga, come se non fosse successo niente. Soltanto VaticanNews dà conto della coraggiosa manifestazione dei chierichetti in San Paolo, ma senza menzionare minimamente l’accaduto: per l’organo del Vaticano non c’era evidentemente nulla da segnalare.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/protesta-chierichetti-arcivescovo-woelki-abusi-pedofilia-chiesa-dy3wymoe

     

  • Pedofilia, Ratzinger rischia una causa in Germania per il risarcimento danni alle vittime

    Pedofilia, Ratzinger rischia una causa in Germania per il risarcimento danni alle vittime

    Il Papa Emerito Joseph Ratzinger potrebbe essere presto tirato in ballo in un processo civile in Germania, assieme ad altri sacerdoti della Chiesa tedesca, per come sono stati gestiti in passato i casi di abuso sessuale. Secondo l’agenzia dei vescovi KNA, il Tribunale regionale bavarese di Traunstein ha avviato i primi passi procedurali previsti dalla legge dopo che le vittime si alcuni preti pedofili hanno presentato una causa civile al fine di ottenere un risarcimento danni. L’annuncio è stato fatto dal vicepresidente del tribunale, Andrea Titz confermando così le notizie che da giorni circolavano sulla stampa locale.

    Il portavoce del tribunale ha spiegato che a differenza del diritto penale, una causa civile non può essere archiviata. Si tratta, naturalmente, di fatti che riguardano gli anni Ottanta, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco e si trovò ad avere a che fare con alcuni casi di sacerdoti spostati da altre diocesi per essere curati in Baviera. La causa, in oggetto, è diretta contro un sacerdote indicato quale presunto colpevole. La vicenda coinvolge anche il futuro Benedetto XVI, l’ex arcivescovo di Monaco, il cardinale Friedrich Wetter, e l’arcidiocesi di Monaco-Frisinga come entità giuridica.

    Titz ha dichiarato che sono ancora in corso diverse scadenze legali. Gli imputati avevano a disposizione sei settimane per indicare la volontà di difendersi e di rispondere alla causa in atto. Nel caso di Benedetto XVI, le settimane a disposizione erano otto in ragione della sua residenza all’estero.

    A questo punto il tribunale, dopo aver ricevuto le risposte, dovrà esaminare se le richieste sono state presentate in modo coerente. Secondo le ricerche condotte da un pool investigativo di giornalisti risulta che al centro di questa storia c’è la vittima del sacerdote Peter H., che avrebbe continuato a lavorare nel ministero pastorale dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga nonostante avesse precedenti penali per abusi sessuali su minori. Il suo avvocato si batte affinchè un tribunale si pronunci sulla corresponsabilità dei vescovi per reati sessuali (anche se sono già caduti in prescrizione).

    https://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/pedofilia_papa_ratzinger_abusi_germania_risarcimento_vaticano_vittime-6953797.html

  • La suora che ha denunciato il sacerdote che la stuprava

    La suora che ha denunciato il sacerdote che la stuprava

    di Federica Tourn in “Domani” del 19 settembre 2022 – «Sono stata violentata per la prima volta a 24 anni da un sacerdote di quasi vent’anni più vecchio di me. Non soltanto era il mio superiore ma era anche il responsabile della congregazione. Non avevo mai sentito parlare di preti che si approfittano delle suore: per me, semplice novizia ; lo stupro fu così uno choc doppio». Doris Wagner subisce il primo stupro in convento nel 2008, a cinque anni dal suo ingresso nella Famiglia Spirituale l’Opera, una comunità di vita consacrata fondata dalla belga Julia Verhaeghe e riconosciuta da Giovanni Paolo II nel 2001. Nel 2003 Doris è solo una ragazza di 19 anni; piena di entusiasmo all’idea di dedicare la propria vita a Dio. Oggi è una donna libera, sposata, madre, che non ha mai avuto giustizia né dalla chiesa né dallo stato.

    Al Collegium Paulinum di Roma, sede della congregazione, sacerdoti e suore vivono insieme sotto lo stesso tetto e; anche se hanno mansioni diverse, si incontrano per la messa o durante i pasti. La realtà della vita comunitaria si rivela subito difficile: l’Opera le chiede di rinunciare alla famiglia; agli amici, le proibisce anche la lettura «per farla crescere in umiltà». Doris non viene messa al corrente di nulla, non sa nemmeno quando prenderà i voti perpetui. «Ci trasferivano da un paese all’altro senza preavviso e ci spostavano addirittura di stanza senza una spiegazione», conferma. Stringere amicizie è impossibile anche fra consorelle: «Spinte dalla devozione; ci rassegnavamo a vivere in solitudine: la nostra vita era completamente nelle mani della comunità».

    il corpo è una provocazione
    Il primo abuso che le suore subiscono è psicologico e spirituale. «Quando decidi di farti suora non sai niente della vita religiosa e aderisci totalmente alle regole della congregazione, convinta che sia giusto quello che ti chiedono. Non riesci a mettere dei confini e alla fine perdi la possibilità di pensare autonomamente: non chiedi; non ti ribelli perché è impossibile reclamare dei diritti in questo sistema», spiega Wagner.

    Così, quando Doris all’improvviso comincia a ritrovarsi sempre accanto il suo superiore (che lei non vuole nominare e che chiameremo padre Georg), non reagisce. «Mi seguiva in biblioteca, in giardino; persino in lavanderia e parlava continuamente: ero stupita e imbarazzata dalla sua presenza costante, perché era proibito parlare fra noi, ma non avrei certo immaginato che volesse tentare un approccio sessuale. Avevo seguito tutte le regole, ero certa che non potesse succedermi niente di male». La madre superiora, infatti, è stata chiara quando le ha detto che «gli uomini sono più deboli riguardo al sesso ed è responsabilità delle suore fare in modo che non succeda nulla».

    Nelle congregazioni il sesso è l’elefante nella stanza e non basta certo il voto di castità a fermarlo. Il corpo della religiosa è di per sé una provocazione sessuale da tenere a bada con le lezioni sul pudore e il controllo esasperato dell’abbigliamento: se il prete allunga le mani, la colpa è sempre della donna. «Appena entrata in comunità; una suora venne da me e mi diede la biancheria intima, raccomandandomi di indossare sotto l’abito anche il busto e una sottoveste per dissimulare del tutto le forme. Mi fece capire che dovevamo farlo per non indurre in tentazione i confratelli che vivevano con noi», ricorda Wagner.

    Nella casa romana dell’Opera, le suore sono sistemate al primo piano e i preti al secondo; il terzo piano è destinato agli ospiti e nel sottotetto ci sono soltanto due stanze: in quel momento Doris ne occupa una, da sola, mentre l’altra è vuota.
    Quando padre Georg sale le scale, nessuno si accorge di niente. «È entrato all’improvviso. In un istante ho capito che cosa sarebbe successo e sono diventata di ghiaccio. Ha allungato la mano e mi ha slacciato un bottone: l’ho respinto ma lui ha continuato. Era consapevole del suo potere; sapeva che avrei ceduto».

    È proprio nelle relazioni pastorali fra prete e suora che l’abuso mette radici: i sacerdoti sanno bene come approfittare della dipendenza spirituale e dell’immaturità affettiva delle suore per manipolarle.
    Lo attesta la psicologa clinica Mary Lembo della congregazione delle suore di Santa Caterina, che ha scritto una tesi all’università Gregoriana di Roma sulle violenze commesse dai preti sulle religiose in Africa, in cui sottolinea come spesso i preti spaccino gli abusi per volontà divina. Non è certo un problema soltanto africano, succede anche in Italia: «Tante religiose a cui ho fatto formazione mi hanno confessato di aver avuto relazioni sessuali che non desideravano — racconta Lembo — Le giovani suore nelle parrocchie; negli uffici e nei conventi si affidano al sacerdote con fiducia; perché in lui vedono l’uomo di Dio e vengono spesso ricambiate con rapporti invadenti; allusioni in confessionale; molestie mascherate da dichiarazioni d’amore, stalking, fino allo stupro».

    Wagner racconta che dopo quel primo giorno di aprile del 2008 ha subito altre volte, per quattro mesi; gli assalti di padre Georg, fino a quando è stata trasferita per un periodo in Austria. Tornata al Collegium Paulinum in autunno, è stata sistemata al primo piano insieme alle altre consorelle ed è riuscita finalmente a evitare il prete.

    I suoi tormenti; però; sono soltanto all’inizio. Racconta a Domani: «La madre superiora un giorno mi comunicò che dovevo cambiare confessore e mi assegnò padre Hermann Geissler. Già questa imposizione era un sopruso, perché le suore hanno la facoltà di scegliere in autonomia con chi confessarsi». Padre Geissler non è un prete qualunque: innanzitutto è anche il confessore del suo abusatone e; soprattutto, dal 1993 lavora alla Congregazione per la dottrina della fede. È molto vicino a Joseph Ratzinger che, nel 2009, da papa, lo nomina capo dell’ufficio dottrinale del Dicastero.

    «Padre Geissler decise che i colloqui dovevano tenersi nella camera da letto della madre superiora», racconta Wagner. Un posto a dir poco inconsueto ma, ormai indifferente a tutto; lei subisce: «Dopo gli abusi ero diventata apatica. In seguito ho visto la stessa reazione in tante suore vittime di violenza: esteriormente non cambiano ma dentro diventano insensibili. Sono persino più funzionali ai sistema perché diventano più efficienti, sono come automi senza sentimenti».

    Lo scenario si presta a un nuovo capitolo del dramma. «Durante la confessione padre Geissler diventava sempre più insistente—racconta Wagner— mi parlava di amore, diceva che non potevamo sposarci ma fare altro; alludendo a una relazione sessuale. Io ero traumatizzata, perché a quel punto sapevo bene che un prete può prendersi quel che vuole. Un giorno, esasperata; mi sono alzata senza aspettare l’assoluzione e lui mi ha trattenuta cercando di baciarmi». La suora riesce a sfuggirgli e chiede alla madre superiora di poter cambiare confessore: «Voleva spiegazioni e quando le dissi che cosa era successo, commentò che sapeva che lui era solito comportarsi in questo modo con le suore e che dovevamo avere pazienza».

    Il vizio del prete non è evidentemente una novità: «Lei sapeva bene che padre Geissler aveva abusato di altre suore; casi di cui sono venuta a conoscenza quando sono uscita dalla congregazione; ma non aveva obiettato al fatto che ci incontrassimo nella sua camera da letto», chiosa Wagner.
    Nel 2010, quando la questione della violenza nella chiesa esplode in Germania e diventa oggetto di discussione quotidiana anche all’Opera, Doris si rivolge di nuovo alla madre superiora per raccontare la violenza subita due anni prima da padre Georg, ma quella si arrabbia: «Ha fatto un salto sulla sedia urlandomi in faccia che dovevo lasciarlo in pace: per lei la colpa era mia. Quando finalmente si è calmata, mi ha abbracciata e mi ha detto “ti perdono”. Ho capito che sapeva già tutto e che io non ero la prima vittima».

    Collusioni, silenzi, omertà, estensione del concetto di obbedienza. Sono i fattori che portano le madri superiore a sacrificare le suore agli appetiti dei sacerdoti. «Non prendono quasi mai posizione-conferma Mary Lembo-sono le prime a non credere che questi preti così bravi e rispettati da tutti possano aver commesso violenza e quindi accusano le suore di averli provocati. E non si preoccupano del fatto che la vittima debba continuare a vivere con chi l’ha violentata».

    Test di gravidanza
    Non solo: la superiora di Doris, appena saputo il fatto, la manda alla clinica privata Salvator Mundi di Roma (la stessa che ha curato, fra gli altri, padre Marcial Maciel Degollado, fondatore della congregazione dei Legionari di Cristo e responsabile di decine di abusi su minori, ricoverato per disintossicarsi dalla morfina), dove le fanno un prelievo del sangue per verificare un’eventuale gravidanza. «Surreale, visto che erano ormai passati più di due anni dallo stupro – commenta Wagner – Evidentemente aveva motivo di temere che fosse successo ancora». Comunque aveva paura della gravidanza, e non per caso.

    Il dramma delle suore messe incinte da membri del clero e perciò costrette ad abortire o cacciate dalle congregazioni è un altro dei segreti vergognosi della chiesa. Eppure sono questioni che il Vaticano conosce da decenni, almeno dal 1994, quando suor Maura O’Donohue manda a Roma un rapporto confidenziale dall’Africa, in cui denuncia la prassi di molti preti e vescovi di stuprare le suore (invece delle donne del luogo) per non prendere l’Aids. I casi citati sono agghiaccianti: in Malawi 29 suore di una stessa congregazione sono ingravidate dai preti della diocesi, altrove un sacerdote celebra il funerale di una suora morta durante un’interruzione di gravidanza a cui lui stesso l’aveva costretta. Ancora una volta, non si tratta solo del continente africano: la piaga riguarda 23 paesi, compresa l’Italia. Quattro anni dopo, un’altra religiosa, Marie McDonald, confermerà che sono proprio le giovani suore straniere che studiano a Roma le più esposte ai ricatti sessuali del clero.

    Rapporti resi pubblici dal National Catholic Reporter nel 2001 e arrivati fino sul tavolo del Parlamento europeo, che in una successiva Risoluzione fa sapere di aver mandato al Vaticano ben cinque avvertimenti in cui denuncia la drammatica condizione di molte religiose, infettate dall’Hiv, stuprate, costrette ad abortire o allontanate dalle comunità dopo aver partorito.

    Il silenzio del papa
    Roma, dal canto suo, tace. Solo nel 2019 papa Francesco ha ammesso che il problema degli abusi riguarda anche il mondo consacrato e lo stesso Motu proprio Vos Estis Lux Mundi , che incoraggia i vescovi a segnalare gli abusi clericali alle autorità civili, è stato un sostanziale fallimento. Quanto ai processi in ambito ecclesiastico, si entra in un buco nero: il cardinale João Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, interrogato da Domani su quale sia la dimensione del problema della violenza sulle suore in Italia e quanti casi di abuso sessuale di religiose ha preso in esame il Dicastero, ha rifiutato di rispondere.

    La violenza sulle religiose continua così ad essere un terreno inesplorato. Se in Francia qualcosa si è mosso, anche grazie al documentario di Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église trasmesso dall’emittente televisiva Arte (a cui ha preso parte anche Wagner), in Italia, ancora una volta, la situazione rimane un tabù. Conta certamente la misoginia nella chiesa e un’opinione pubblica poco disponibile a prendere sul serio i drammi di una categoria che è perlopiù relegata alle barzellette. La conseguenza, però, è l’invisibilità: il lavoro delle suore è gratuito o poco pagato, spesso sono ridotte a fare le serve dei preti e, se decidono di lasciare la comunità, vengono abbandonate a loro stesse.

    «Chi denuncia le violenze viene ripagata con l’isolamento e rappresaglie da parte delle consorelle e della madre superiora—spiega suor Lembo — se non addirittura con l’espulsione dalla comunità». Mentre il prete, nemmeno a dirlo, rimane al suo posto.

    Neppure Wagner è riuscita da avere giustizia. Lasciata infine la congregazione, insieme ad altre ex consorelle vittime di abusi della stessa comunità, nel 2012 denuncia l’Opera alla Congregazione per la dottrina della fede. Grazie a una canonista in contatto con la Santa sede, Wagner viene a sapere che è stata avviata «con grande serietà» un’inchiesta sui due preti e sulla disciplina interna della congregazione e che padre Georg, che nel frattempo era già stato allontanato dal Collegium Paulinum e assunto nella sezione di lingua tedesca della segreteria di Stato vaticana, sarebbe stato rimosso dall’incarico alla fine di quell’anno.

    «In seguito mi dissero che non avevano trovato niente sul conto dell’Opera, ma molti testimoni non sono
    mai stati sentiti», precisa Wagner.

    Su padre Geissler, invece; vista la delicata posizione che riveste come capo ufficio alla Congregazione per la dottrina della fede, le indagini proseguono. Due anni dopo, viene comunicata a Wagner la chiusura del caso: il prete ha ammesso «due imprudenze in un paio di occasioni» ma ha chiesto scusa ed è stato ammonito a «essere più vigile e prudente in futuro». Resta al suo posto alla Congregazione, che è il Dicastero deputato a giudicare i peccati sessuali del clero; nonostante le “imprudenze” si siano svolte durante il sacramento della confessione, circostanza che per il diritto canonico è considerata un’aggravante, meritevole di pene anche gravi. Si dimetterà soltanto nel gennaio 2019, dopo che Wagner ha reso pubblica la sua storia durante un convegno organizzato dalla rete di donne cattoliche Voices of Faith. La notizia ormai circola sui giornali e Geissler chiede il
    processo canonico per dimostrare la sua innocenza. Il processo, visto il ruolo del prelato, non si svolge davanti alla Congregazione per la dottrina della fede ma viene affidato alla Segnatura apostolica.

    Il decreto sarà di assoluzione; «non risultando provata con la dovuta certezza morale la configurazione dell’asserito grave delitto». Padre Geissler è oggi docente di dogmatica all’università di scienze applicate di Heiligenkreuz, un comune a trenta chilometri da Vienna.

    Il reato non risulta
    Se la chiesa è sorda, gli stati non lo sono da meno. Su denuncia della ex suora, due indagini per violenza sessuale sono state istruite nei confronti di padre Georg: la prima nel 2012 in Germania, archiviata perché non c’era la competenza territoriale visto che i fatti erano avvenuti a Roma; e la seconda nel 2014 in Austria, paese natale della persona denunciata; ma anche qui la procura ha interrotto il procedimento perché «il reato non è stato commesso». «Hanno detto che si trattava di un rapporto consensuale perché lui non aveva usato la forza», commenta amara Wagner. Insomma, il prete aveva violato il voto di castità (che ovviamente non è reato) ma non aveva abusato della suora.

    Padre Georg a sua volta ha poi fatto causa all’emittente Arte nel 2019 per un passaggio del documentario Religieuses abusées, in cui il suo nome veniva associato allo stupro di Doris Wagner, e ha ottenuto che la frase venisse cassata. In tribunale, i toni hanno il sapore della beffa: «Ad Amburgo, dove si svolgeva il processo contro Arte — ricorda Wagner — gli avvocati dell’emittente sostenevano che non si poteva parlare di una relazione perché il padre e io ci siamo dati sempre del “lei”; ma il tribunale ha accolto l’argomentazione dell’accusa, che sosteneva invece che il “tu” è consuetudine solo nelle relazioni amorose mondane».

    La comunità l’Opera, dal canto suo, conferma che oggi padre Georg, «non avendo commesso nessun delitto, ha ricevuto altri compiti nella comunità» e — contrariamente a ciò che abbiamo visto — sostiene anche «che non è mai stato oggetto di un’indagine ecclesiastica».

    Wagner, oggi sposata con un ex confratello e madre di un bambino; continua la sua lotta contro gli abusi del clero. Come teologa lavora all’università di Francoforte e l’anno scorso ha pubblicato il primo studio accademico sulle minorenni messe incinte da sacerdoti negli Stati Uniti, un campo di ricerca ancora del tutto inesplorato. Le ragazze violentate dai preti e poi abbandonate in stato di gravidanza o costrette ad abortire sono, secondo una stima riportata dalla studiosa, dall’1 al 10 per cento di tutte le vittime minorenni di abusi clericali nel mondo.

    «Senza contare le donne adulte, che sono molte di più», sottolinea Wagner. Un numero enorme di ragazze e donne sacrificate da sacerdoti che pensano soltanto a preservare la propria reputazione, con un inconcepibile disprezzo per la vita umana. La maggior parte di loro, nonostante la scomunica prevista dal diritto canonico a chiunque procuri un aborto, continua a restare al suo posto; pronta a reiterare il reato.

    Gli aborti forzati delle suore
    «I preti coinvolti in questi casi sono in maggioranza abusatori seriali attestati di ragazze; in molti casi, ci sono indicazioni di ulteriori gravidanze o aborti», scrive Wagner. E in Europa? «Non si riesce ad accedere ai documenti — dice la studiosa — ma in Germania nell’ultimo anno si sono aperti processi per aborti indotti da sacerdoti e le vittime hanno cominciato a parlarne pubblicamente».

    Forse è l’inizio di qualcosa di nuovo

    https://www.editorialedomani.it/fatti/la-suora-che-ha-denunciato-il-sacerdote-che-la-stuprava-sfyjvlvx

     

  • I primi incontri tra la CEI e le vittime dei preti pedofili non sono andati bene

    I primi incontri tra la CEI e le vittime dei preti pedofili non sono andati bene

    Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Zuppi e il portavoce della rete “L’Abuso – Associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero” Francesco Zanardi si sono incontrati due volte, riservatamente, nel corso dell’estate. Gli incontri, che in alcuni momenti sono stati anche piuttosto turbolenti, sono avvenuti nella sede dell’Arcidiocesi di Bologna dopo che Zanardi, in una conferenza stampa del 22 maggio, aveva rivolto domande piuttosto pressanti al cardinale sulle modalità scelte dalla CEI per condurre le indagini sui casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti in Italia.

    Nei loro due incontri il cardinale e il portavoce dell’associazione L’Abuso sono stati in disaccordo su punti precisi riguardo alle modalità dell’indagine. Zanardi contesta l’intenzione della CEI di non prevedere risarcimenti economici alle vittime di abusi, e il fatto che verranno presi in considerazione, al contrario di ciò che è avvenuto in altri paesi, solo i casi degli ultimi venti anni. Mette poi in discussione l’indipendenza di chi avrà il compito di esaminare i dati raccolti, e i provvedimenti che la Chiesa progetta di prendere nei confronti dei responsabili dei casi di abusi riconosciuti.

    È soprattutto su questo ultimo punto che i toni del confronto tra Zuppi e Zanardi si sono alzati: «il cardinale», dice Zanardi al Post, «ha paragonato il prete pedofilo a un tossicodipendente che non deve essere condannato a vagare per le strade a vita. Ha così fatto riferimento alla mia storia personale, ma anche a quella di tante vittime di abusi che sono diventati tossicodipendenti o alcolisti o vivono gravi depressioni. È un paragone improponibile, la tossicodipendenza si cura, la pedofilia è tutta un’altra cosa».

    Nella conferenza stampa in cui aveva ricevuto le domande incalzanti di Zanardi, Zuppi aveva parlato di una “via italiana” alla questione della pedofilia della Chiesa, e cioè di un’indagine che sarebbe stata condotta in maniera diversa rispetto a quanto avvenuto in altri paesi, come Germania e Francia. In un’intervista data al Corriere della Sera, il presidente della CEI aveva detto di voler procedere in modo diverso anche perché, per esempio, giudicava l’inchiesta francese non particolarmente attendibile: «sulla ricerca in Francia mi hanno mandato tre inchieste di universitari che demoliscono il lavoro della commissione».

    L’Italia è l’ultimo grande paese storicamente cattolico in cui la Chiesa ha deciso di indagare sugli abusi nei confronti di minori da parte dei preti. Ma lo farà, accusa Zanardi, «con un metodo utile unicamente alla Chiesa italiana per continuare a evitare, anche di fronte alle evidenze emerse in tutto il mondo, un ennesimo scandalo, il più grande visto in quanto l’Italia ospita il numero più alto al mondo di religiosi».

    Per comprendere quale sia l’importanza di un’inchiesta in Italia sugli abusi nella Chiesa è utile prendere in considerazione alcune stime realizzate dal giornalista irlandese Mark Vincent Healy che, in assenza di un dato italiano, sulla base di quelli emersi nelle ricerche delle commissioni governative di inchiesta effettuate in tutto il mondo ha fatto una stima. Suggerisce che la portata degli abusi in Italia potrebbe essere la più grande. Papa Francesco ha sostenuto, durante un’intervista con Eugenio Scalfari, che la percentuale di preti pedofili sul totale è di circa il 2%; secondo una ricerca americana realizzata alla fine degli anni Novanta sarebbe invece del 4%, mentre al termine della celebre inchiesta giornalistica “Spotlight” del Boston Globe la percentuale stimata fu del 6%. L’Australian Royal Commission ritiene che in Australia i preti pedofili siano il 7% del totale.

    Secondo Healy, in base a queste percentuali, «l’Italia rischia di superare il numero segnalato di vittime di abusi sessuali su minori da parte di religiosi rispetto a quello di qualsiasi altro paese dell’Unione europea». In base a  queste stime, che non sono appunto dati verificati, i preti colpevoli di abusi in Italia sarebbero mille nell’ipotesi più ottimistica e quasi 4mila nell’ipotesi più pessimista; le potenziali vittime potrebbero arrivare complessivamente fino a un milione.

    Non è solo L’Abuso a contestare il modo in cui la Chiesa italiana sta procedendo. Anche il coordinamento ItalyChurchToo, che riunisce le associazioni che si battono contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia, ha definito carenti i punti su cui si fonda la cosiddetta “via italiana” illustrata dal cardinale Zuppi.

    Il presidente della CEI ha spiegato che è in corso di realizzazione un report nazionale sulle attività di prevenzione e formazione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni (2020-2021). Inoltre, si sta svolgendo un’altra ricerca, su un periodo temporale più ampio, dal 2000 al 2021, in collaborazione con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Il problema, fa notare la rete L’Abuso, è che vengono presi in considerazione solo i casi segnalati negli ultimi vent’anni alla Congregazione della Dottrina della Fede, escludendo totalmente quelli invece denunciati alla giustizia civile. «Si tratta», spiega Zanardi, «a volte solo di segnalazioni dei vescovi in cui spesso manca anche la vittima. Sono spesso documenti incompleti, senza quei dettagli che servono in realtà a individuare con certezza e chiaramente un caso di abuso».

    Per quanto riguarda il report sui casi denunciati agli Sportelli diocesani d’ascolto negli ultimi due anni, si tratta di poche denunce: «il 70-80% delle persone che subiscono abusi non si rivolge alla Chiesa, non arriva quindi agli Sportelli diocesani, costituiti nel 2019» dice Zanardi. «Le vittime spesso vengono sottoposte a un ostracismo tale che si tirano indietro. In quegli sportelli non ottengono risarcimenti, spesso nemmeno processi e l’allontanamento del prete. La denuncia rimane tra l’altro riservata perché, è stato detto da parte delle istituzioni della Chiesa, bisogna evitare giustizialismo e gogna mediatica. È giustissimo, ma in qualche modo bisogna pur far capire che quel determinato prete è pericoloso».

    Quello dei risarcimenti è un altro punto molto contestato da parte delle associazioni delle vittime. Nel loro incontro, secondo quanto riferisce Zanardi, il cardinale Zuppi ha sostenuto che se venissero stabiliti risarcimenti la Chiesa fornirebbe un incentivo a denunciare e qualcuno sarebbe spinto unicamente a cercare profitto. In passato peraltro nemmeno i governi italiani si sono dimostrati sensibili all’argomento, come è invece avvenuto in altri paesi.

    In Svizzera per esempio è stato stabilito che non ci sia prescrizione per reati di pedofilia. Quando venne presa la decisione, nel 2015, visto che la legge non poteva essere retroattiva, fu stabilita una finestra di sei mesi entro la quale potevano essere presentate denunce anche per abusi subiti prima dell’entrata in vigore della norma. A quel punto furono le stesse istituzioni ecclesiastiche a contattare le vittime offrendo risarcimenti per evitare denunce e processi.

    I dati che verranno raccolti dai servizi diocesani e dalla Congregazione per la dottrina della fede, saranno esaminati da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza specializzati in economia, statistica, sociologia e con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding, cioè in politiche di tutela dei minori. Ma le associazioni delle vittime di abusi non ritengono indipendente l’Università Cattolica. Per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di Diritto Canonico, dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, dalle norme applicative delle Conferenze episcopali e dagli statuti interni di ciascuna istituzione. Il cardinale Zuppi ha risposto all’obiezione spiegando che però i professori ed esperti che esamineranno i dati sono laici e non sacerdoti. «Stipendiati però dall’università Cattolica», commenta Zanardi.

    Un altro punto per il quale la cosiddetta via italiana viene contestata dalle associazioni è la natura stessa dei 23 centri di recupero “per sacerdoti in difficoltà” presenti in Italia. Secondo Zanardi, queste strutture sono inadeguate perché autonome e gestite dal clero: «È giusto che si punti al recupero di queste persone. Ma a differenza di un carcere o di una residenza detentiva domiciliare, il controllo è affidato alla struttura. Ovvero nessun controllo di polizia, il detenuto non è isolato, entra ed esce chi vuole in quanto la struttura non è un vero luogo di detenzione, ha altri ospiti con problemi differenti, che ricevono visite e non sono tenuti alle restrizioni di chi è in stato detentivo».

    Le due relazioni sugli abusi nella Chiesa in Italia saranno rese note a novembre. La CEI ha fatto sapere al Post che i lavori stanno procedendo e che non intende replicare alle accuse di Zanardi.

    https://www.ilpost.it/2022/09/09/incontri-cei-vittime-preti-pedofili-zuppi-zanardi/

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/06/23/la-bomba-il-post/

     

  • Abusi in Italia, e se la bomba non scoppiasse?

    Abusi in Italia, e se la bomba non scoppiasse?

    LORENZO PREZZI – DOMANI –

    • Perché “bomba” degli abusi nella Chiesa non esplode in Italia come in altri paesi? Se lo chiede un nuovo podcast del Post.
    • Eppure clamorose denunce anti-ecclesiali non mancano negli ultimi lustri.
    • Forse il fatto che alcune decisioni, non particolarmente coraggiose come quelle prese dalla Cei nell’ultima assemblea di maggio, siano avviate senza la massiccia spinta dei media smorza l’impatto della denuncia.

    In una serie di sei podcast Alvise Armellini e Iacopo Scaramuzzi si interrogano sul perché, almeno finora, la “bomba” degli abusi compiuti da uomini di chiesa in Italia non sia ancora scoppiata.

    Eppure le condizioni ci sono. La Rete l’Abuso parla di circa 400 casi giudiziali di cui circa 160 sono arrivati al terzo grado di giudizio.

    Una decina di associazioni e riviste hanno avviato un coordinamento per questo: ItalyCurch Too. Sono una mezza dozzina i libri usciti negli ultimi due anni: da La casta dei casti (Marco Marzano) a Il sesso degli angeli (Iacopo Scaramuzzi), a Agnus Dei. Gli abusi sessuali dei clero in Italia (Lucetta Scaraffia, Anna Foa, Franca Giansoldati) ecc.

    Molte testate cartacee e mediali hanno trattato il tema. Fra i giornali ricordo La Stampa e Il Domani. Le (poche) vittime disposte a parlare trovano udienza. Insomma, le condizioni ci sarebbero, ma il botto non è ancora esploso. E, forse, non esploderà.

    LA BOMBA DEL POST

    I podcast sono costruiti con professionalità e rigore. La prima impressione è positiva. I punti maggiori della storia di queste denunce a livello internazionali sono correttamente annotati, così il loro progressivo ampliamento geografico, dal contesto americano a quello anglofono, dall’Europa del Nord a quella del Sud, fino ai paesi latino-americani, africani e asiatici.

    Ricordo alcuni momenti del racconto: la vicenda che ha interessato don Ruggero Conti e il suo vescovo (monsignor Gino Reali) a Roma nel 2010; il caso emblematico e sempre citato del Boston Globe (USA) del 2002 e la vicenda del cardinale Bernard Law, l’inchiesta nazionale in Germania e in Francia, le testimonianze efficaci e drammatiche, i rapporti governativi ecc.

    Non mancano le note di riconoscimento all’azione ecclesiale sia per gli episcopati che si sono esposti sia per i pontefici, pur nei limiti e contraddizioni delle loro decisioni.

    Fra gli elementi che non compaiono vi è, ad esempio, il ruolo dello stato in alcuni casi come in Irlanda, dove le istituzioni per le ragazze madri ove si sono registrati gravissimi abusi, erano in carico anche alla responsabilità e al controllo statale.

    Così in Canada dove i collegi per gli aborigeni, i popoli originali, sono stati gestiti dalle Chiese, ma avviati e sostenuti dai governi (che si sono scusati).

    Alcuni grandi eventi giudiziari relativi a figure apicali della Chiesa, fortemente enfatizzati dei media si sono risolti a favore degli imputati. È stato il caso del cardinale americano Joseph Bernardin (anni Novanta), del cardinale australiano George Pell (2020), del cardinal Philippe Barbarin (Francia, 2020). Cosa succede agli accusati quando le denunce non risultano vere?

    E ancora: si percepisce solo di rimbalzo la progressiva crescita delle disposizioni canoniche e pastorali, sia nazionali come universali, contro gli abusi.

    Pur con ritardi e inadempienze esse costruiscono non solo un argine, ma favoriscono cambiamenti e riforme di rilievo. Infine si ha l’impressione che gli autori guardino alla chiesa come un fenomeno monolitico, riproducibile a tutte le latitudini.

    Nella Chiesa convivono culture e società che non danno lo stesso peso nostro a gesti gravi come gli abusi, travolte da emergenze di immediata sopravvivenza.

    E questo senza nulla togliere al dovere della lotta alla violenza e ai minori (del resto prevista dalla morale), né all’affermazione evocata nei podcast del parallelo fra il dramma dello scisma occidentale e l’impatto degli abusi sul futuro della Chiesa.

    Il caso Italia

    Ma rimane la domanda: perché la “bomba” non esplode? Torna il riferimento al potere della Chiesa in Italia, al suo radicamento popolare, alla sua credibilità sociale.

    Sono tratti veri, ma non sufficienti. Si considera non redditizia una battaglia politica in merito.

    Anche questo è plausibile, ma la forza di ritorno della questione abortiva indica che quando è il momento lo scontro non è evitato. Si accenna al limite dei media italiani che rincorrono i singoli elementi, ma non disegnano il quadro complessivo.

    Eppure clamorose denunce anti-ecclesiali non mancano negli ultimi lustri. Forse il fatto che alcune decisioni, non particolarmente coraggiose come quelle prese dalla Cei nell’ultima assemblea di maggio, siano avviate senza la massiccia spinta mediale smorza l’impatto della denuncia.

    Più che una esplosione ci si può attendere una esondazione da stimolare e accompagnare con l’autonomia propria dei media.

    Così si impongono le domande di trasparenza e coraggio autocritico: è plausibile affidare solo a istituti di ricerca “cattolici” il materiale dei tribunali ecclesiastici e delle congregazioni romane?

    Perché abbandonare l’idea di una ricerca nazionale, anche sull’insieme del fenomeno abusi, per dare una misura credibile dei fatti, anche sul lungo periodo?

    Perché non insistere su luoghi e forme di denuncia non riconducibili agli ambienti ecclesiali?

    Manca soprattutto e in primo luogo l’ascolto collettivo delle vittime nelle istituzioni ecclesiali. Il mare di sofferenza che esse testimoniano è il luogo sorgivo delle domande e delle indicazioni per una riforma sistemica e non occasionale.

    https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/abusi-in-italia-e-se-la-bomba-non-scoppiasse-krc510ek

  • PRESIDENTE ZUPPI, A QUESTO REPORT MANCHERÀ PROPRIO LA SERIETÀ

    PRESIDENTE ZUPPI, A QUESTO REPORT MANCHERÀ PROPRIO LA SERIETÀ

    Il Coordinamento ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa, promotore di una linea di contrasto agli abusi clericali ben precisa, espressa articolatamente nella “Lettera ai vescovi” del 16 maggio scorso, giudica gravemente inadeguate e contraddittorie le scelte attuate dalla CEI in relazione al «I Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili», così come illustrate nel comunicato stampa del 23 giugno scorso e nell’intervista rilasciata dal presidente della CEI card. Matteo Zuppi ai maggiori quotidiani italiani (Corriere della Sera, la Repubblica, il Messaggero, La Stampa 23/6).

    1) Presidente, i centri diocesani non sono indipendenti. Il Report in sé appare inadeguato a cogliere il dato quantitativo e qualitativo del fenomeno: in primo luogo perché in capo a una rete di servizi interna alla Chiesa e dunque non caratterizzato da quella terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema. Per fare un esempio, all’interno della Commissione per la tutela dei minori dell’arcidiocesi ambrosiana è stato nominato, nel 2019, l’avv. Mario Zanchetti, difensore di tanti preti accusati di abuso: non proprio un modello di neutralità. In secondo luogo, l’arco temporale sul quale tali servizi possono avere competenza è estremamente limitato (2020-2021), non essendo oltretutto essi nemmeno distribuiti in modo omogeneo in tutte le diocesi italiane. Contestiamo pertanto l’affermazione del cardinale secondo cui i servizi diocesani sarebbero assolutamente «indipendenti», con la curiosa precisazione che «a Bologna sono tutte donne, professioniste, guidate da una psichiatra. E discutiamo, sono assolutamente indipendenti». Un singolare sillogismo: ma non basta che un centro diocesano sia in mano a équipe femminili per avere la patente di indipendenza. A meno che le professioniste suddette, in quanto donne, nella visione del cardinale siano percepite come esterne alla Chiesa.

    2) Presidente, la statistica non è un opinione, è una scienza. Il comunicato della Cei non fa alcun riferimento all’altra componente dell’“indagine”, che dovrebbe avere come oggetto i dati provenienti dal Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) inerenti al ristretto arco temporale 2000-2021. Nel frattempo, però, il cardinale Zuppi definisce nell’intervista «oggettivi», «sicuri» i dati in possesso del DDF, ponendoli in contrapposizione con i risultati del Rapporto francese della Commissione CIASE, giudicando negativamente la loro natura di «proiezioni statistiche», e affidandosi alla valutazione di «tre inchieste di universitari» che «demoliscono il lavoro della commissione». Un giudizio grossolano sull’enorme lavoro di ascolto delle vittime della Commissione d’Oltralpe, durato due anni, che abbraccia un periodo di 70 anni e che ha messo all’opera personalità di alto profilo: è un sorprendente e ingiustificato attacco alla Chiesa sorella. Il cardinale sembra ignorare che le “proiezioni statistiche” utilizzate nel Rapporto CIASE sono uno strumento caratterizzato da rigore scientifico, come ribadito anche di recente da p. Hans Zollner, il quale ha sottolineato come «la metodologia usata dal gruppo è quella utilizzata dalle istituzioni come l’OMS ed è una metodologia valida. È una stima e un’estrapolazione, certo, che viene usata ad esempio per scoprire quante persone a Parigi sono malate di cancro della pelle. Non si conoscerà mai esattamente il numero, ma si avrà un’immagine dell’ampiezza del fenomeno». (Paris, Centre Sèvres, IV Conferenza del ciclo “Dopo la Ciase, pensare insieme la Chiesa”). Oltretutto lo stesso cardinale dimostra di fidarsi di dati statistici ottenuti da proiezioni, quelli dell’Istat, quando afferma, nell’intervista rilasciata ai quotidiani italiani, che «in Italia ci sono sei milioni di persone in povertà, una su dieci, anche a causa della solitudine»

    3. Presidente, “metodo qualitativo” ha un significato preciso. Nell’intervista, lei parla di metodo “qualitativo” come metodo che consiste nel «distinguere i numeri grezzi, capire le differenze». Non è corretto. Il metodo qualitativo non rappresenta infatti un lavoro “di qualità” su dati quantitativi ma raccoglie elementi da interviste in profondità e storie di vita: proprio il tipo di lavoro compiuto dalla Commissione Ciase.

    4. Presidente, quali e quanti dati possiede il Dicastero per la Dottrina della Fede? Per quanto riguarda l’arco temporale dei dati del DDF ai quali i vescovi intendono fare riferimento (2000-2021), curiosamente si tratta dello stesso periodo preso in considerazione nell’indagine permanente del settimanale Left, avviata a metà febbraio e consultabile da chiunque su chiesaepedofilia.left.it. Inoltre, altrettanto singolare è che tale operazione contraddirebbe l’affermazione di mons. Scicluna che, nel 2014, incalzato dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia, dichiarò che i dati sugli abusi non sono nella disponibilità del DDF ma delle diocesi. Certo, sono trascorsi otto anni da allora, molto può essere cambiato nella collaborazione tra DDF e Chiesa italiana, ma pare di cogliere la stessa difficoltà appena un mese fa, quando il medesimo mons. Scicluna (ora segretario aggiunto della sezione disciplinare del DDF), interpellato sull’applicazione globale di “Vos estis lux mundi”, risponde che «oggi non disponiamo di un’indagine globale o di dati esaurienti», e che «molte diocesi e giurisdizioni hanno ora creato uffici dove si possono denunciare casi di abusi sessuali su minori». Che sarà, inoltre, dei casi di preti denunciati solamente alle autorità italiane e condannati dalla nostra giustizia?

    5. Presidente, la Chiesa esamini se stessa. Sempre nell’intervista, lei mira a proporre il Report della Chiesa come strumento di prevenzione per «capire il fenomeno più vasto nella società, se non c’è pregiudizio». Anche questo elemento è irricevibile: la Chiesa non deve spostare il suo focus da ciò che accade al suo interno, e non è nelle condizioni di porsi come esperta o consulente in iniziative di carattere statale.

    6. Presidente, qual è il suo concetto di “indipendenza”? Il Coordinamento ItalyChurchToo considera irricevibile la scelta dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza come istituzione “indipendente”, motivata dai vescovi con il suo ruolo pregresso di soggetto valutatore all’interno del progetto “SAFE”. L’Università Cattolica del Sacro Cuore, infatti, non soddisfa il requisito dell’indipendenza rispetto alla Chiesa: per statuto, come tutte le università cattoliche è regolata dal Codice di Diritto Canonico (can. 807-814), dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae (15 agosto 1990), dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali e dai suoi Statuti interni; la sua missione è di «servire a un tempo la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa» (Ex Corde Ecclesiae, art. 4); la sua missione è svolta «in armonia con il magistero della Chiesa» (art. 11). Insomma, l’alto profilo scientifico e accademico della Cattolica non è condizione sufficiente a garantire oggettività, terzietà e, nel caso del Report sugli abusi, valutazioni scevre da conflitti di interessi. Altrove sono state investite del compito istituzioni prive di legami con la Chiesa: in Germania, ad esempio, lo Studio nazionale MHG (2018) è stato portato avanti da tre università statali, quelle di Mannheim, Heidelberg e Giessen; stesso genere di incarico svolge l’Università di Zurigo per la Svizzera.

    7. Presidente, la Cattolica di Piacenza ha partecipato al “progetto della Chiesa italiana” sugli abusi… La sede di Piacenza dell’Università Cattolica – come lo stesso comunicato della CEI riporta – ha oltretutto già lavorato “a fianco” della Chiesa, nel progetto “Supporting Action to Foster Embedding of child safeguarding policies in Italian faith led organizations and sports club for children – SAFE”, accanto a un altro istituto universitario, il CiRViS, Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, con l’obiettivo di creare le competenze per la prevenzione degli abusi su minori all’interno dell’associazionismo cattolico. Un lavoro – svolto in partnership con l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, il Centro Sportivo Italiano e la Presidenza Nazionale di Azione Cattolica Italiana – la cui efficacia è stata valutata proprio dalla Cattolica di Piacenza; un lavoro di tale rilievo per la Chiesa da essere definito, sul quotidiano Avvenire (18/2), “il progetto della Chiesa italiana”.

    Per tutti i suddetti motivi, il Coordinamento ItalyChurchToo ritiene inaccettabili la metodologia, gli standard e i partner dell’operazione intrapresa dalla CEI e ribadisce la necessità di rendere accessibili tutti gli archivi ecclesiali ai fini di una indagine realmente esterna, indipendente, libera da conflitti di interesse, che riguardi un arco temporale molto più vasto: unica garanzia di verità, di giustizia per tutte le vittime e di reale ed efficace prevenzione.

    Roma, 30/6/2022

    https://italychurchtoo.it/2022/06/comunicato-stampa-presidente-zuppi-a-questo-report-manchera-proprio-la-serieta/

  • Ratzinger denunciato da una vittima di abusi, la nuova causa contro il Papa emerito: «Ha taciuto su un prete pedofilo»

    Ratzinger denunciato da una vittima di abusi, la nuova causa contro il Papa emerito: «Ha taciuto su un prete pedofilo»

    Un 38enne bavarese vittima da bambino di abusi commessi dal prete Peter H ha denunciato al tribunale di Traunstein anche il papa emerito Benedetto XVI, oltre che il suo successore alla diocesi di Monaco, il cardinale Friedrich Wetter, e i vertici del vescovado di Monaco. Come riportano i media tedeschi, tra cui Beyrische Rundfunk, l’uomo accusa Ratzinger che «conosceva la situazione e ha perlomeno preso in considerazione alla leggera che quel sacerdote potesse ripetere i suoi reati».

    Gli abusi a 12 anni
    L’uomo, che vuole restare anonimo e si fa chiamare dai media tedeschi Julian Schwarz, aveva tra gli 11 e i 12 anni quando don Peter gli mostrò dei video porno e abusò di lui sessualmente. All’epoca Schwarz si confidò con sua madre, ma lei non gli credette. «Il prete ha praticamente fatto addormentare l’intera comunità – denuncia l’uomo – e ha venduto molto bene la sua versione», secondo cui un pastore non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere. Dopo l’abuso, Julian va sempre peggio a scuola e scappa da casa. Fa uso di droghe pesanti.

    I reati prescritti

    Nel 2010 ci sono state le prime denunce contro don Peter H., tra cui quella di Julian. Le indagini però furono sospese e nel frattempo i reati sono andati in prescrizione. Ora però l’avvocato di Julian punta a recuperare il caso con una denuncia civile, attraverso la quale chiede al tribunale di valutare un’eventuale risarcimento danni per l’abuso sessuale subito all’epoca. Nella denuncia è stato inserito anche il rapporto sugli abusi stilato dallo studio legale di Monaco Wsw, oltre che una sentenza del tribunale ecclesiastico sul caso di padre Peter H. In quell’occasione i giudici della chiesa stabilirono che nel 2016 gli ex arcivescovi Friedrich Wetter e prima ancora Joseph Ratzinger furono informati che Peter H. fosse un pedofilo. Nel caso in cui il tribunale di Traunstein dovesse accogliere la causa di Julian, le vicende che risalgono a circa 40 anni fa potrebbero essere riaperte.

    https://www.open.online/2022/06/22/germania-nuova-denuncia-papa-benedetto-xvi-pedofilia/