Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ratzinger, vittima di abusi in Germania denuncia il papa emerito: «Sapeva tutto»

    Ratzinger, vittima di abusi in Germania denuncia il papa emerito: «Sapeva tutto»

    Fu abusato dal prete pedofilo Peter H. ed ora, a distanza di anni, denuncia il papa emerito Joseph Ratzinger, colpevole, secondo la vittima, di «essere a conoscenza della situazione».

    A riportare la notizia sono alcuni media tedeschi tra i quali Correctiv, die Zeit e la Beyrische Rundfunk. Benedetto XVI, si legge nella denuncia «ha perlomeno preso in considerazione alla leggera che questo sacerdote potesse ripetere i suoi reati».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/ratzinger_denuncia_pedofilia_germania_vittima_cosa_e_successo-6769074.html

  • Münster: per una storia degli abusi

    Münster: per una storia degli abusi

    di: Marcello Neri

    Il 13 giugno è stato presentato lo studio su “Potere e abusi sessuali nella Chiesa cattolica” per ciò che concerne la diocesi di Münster (Germania).

    Prosegue così il lavoro di indagine nelle singole diocesi tedesche che ha preso le mosse dopo la pubblicazione del MHG-Studie a livello nazionale nel 2018. A differenza dei report riguardanti Colonia e Monaco, che avevano un taglio giuridico ed erano stati elaborati da studi legali, a Münster la diocesi ha affidato il compito di indagine negli archivi diocesani e vescovili al Dipartimento di Storia dell’Università locale.

    Per la prima volta in Germania si ha dunque un approccio metodologico umanistico in materia di indagine degli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica.

    Si amplia così lo spettro di lettura e comprensione del fenomeno passando dalla constatazione di tipo giuridico all’analisi del quadro complessivo che fa da sfondo e palcoscenico agli abusi sessuali nella diocesi di Münster.

    L’approccio storico si innesta sui guadagni raggiunti dai precedenti studi di taglio giuridico, da un lato, ampliando il focus sulle dinamiche, i comportamenti, le forme di comunicazione interna, l’auto-comprensione dei ruoli ecclesiali, che hanno costituito – e ancora costituiscono – il terreno fertile per atti di abuso sessuale da parte di preti e forme di occultamento da parte dei vescovi e di altri officiali di curia, dall’altro.

    A livello quantitativo lo studio di Münster conferma i dati dei precedenti report di taglio giuridico: per il periodo preso in esame, dal 1945 al 2020, ci sono non meno di 610 vittime certe (i ricercatori stimano che il numero reale delle vittime sia tra le otto e dieci volte maggiore); 196 abusatori certi (183 preti, 12 religiosi non preti, 1 diacono permanente), che rappresentano tra il 4% e il 4,5% del totale dei chierici attivi nella diocesi di Münster durante il periodo preso in esame.

    A livello qualitativo, invece, lo studio riguardante la diocesi di Münster segna un passo in avanti per ciò che concerne la chiarificazione delle dinamiche strutturali, dei modi di pensare, delle forme di gestione e comunicazione, dei contesti sociali di provenienza delle vittime, quali fattori determinanti per una presa in carico adeguata degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica come suo elemento sistemico.

    Lo studio registra un “eclatante fallimento dei responsabili diocesani” per quanto riguarda il loro dovere di guida e di controllo in materia di violenze e abuso da parte di preti sui minori affidati alla loro cura pastorale.

    Negli atti disponibili manca quasi completamente la traccia di empatia e cura nei confronti delle vittime, mentre si trova attestata una prassi di ampia comprensione e copertura dei chierici abusatori (spendendosi anche nei confronti degli ufficiali giudiziari locali al fine di evitare le pene previste per i crimini commessi, o per ammorbidirle laddove possibile).

    Il principio che ha retto per decenni, ben oltre la soglia del 2000, l’atteggiamento della Chiesa cattolica di Münster è stato quello della salvaguardia dell’immagine della Chiesa a spese del riconoscimento delle vittime e della giustizia che doveva essere loro resa. I ricercatori hanno chiamato questa forma mentis perversa “ecclesiocentrismo”, dove la “protezione della Chiesa è diventato un fine in se stesso” da realizzare a ogni costo.

    Data la particolare conformazione socio-culturale della Chiesa cattolica di Münster nel più ampio contesto sociale locale, con la tendenza a fare del cattolicesimo un’enclave separata e autosufficiente, si può parlare di un vero e proprio “dispositivo cattolico degli abusi”: dagli abusatori, che godevano di una sorta di status superiore legato al ministero, a coloro che avrebbero dovuto sorvegliare le dinamiche ecclesiali senza avere però percezione alcuna delle vittime e della loro esistenza, per arrivare infine alle vittime stesse che si trovavano come circondate da un sistema socio-religioso senza alternative possibili.

    Si tratta di “un dispositivo fatto di elementi discorsivi, emotivi e organizzativi, che ha creato, stabilizzato e reso endemiche le strutture abituali per gli abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica locale”.

    Solo a partire dal secondo decennio di questo secolo si può registrare un lento cambiamento nella diocesi per ciò che concerne la consapevolezza e le prassi in materia di abusi sessuali. Si tratta però di un cambiamento indotto, provocato dall’esterno, e non nato da una riflessione e presa di coscienza da parte dei responsabili diocesani.

    Anche la diminuzione dei casi di abuso che i ricercatori hanno potuto registrare a partire dagli anni ’80 del XX secolo non trova le sue ragioni in elementi interni alla Chiesa cattolica, ma in fattori esterni di carattere prevalentemente socio-culturale.

    Negli ultimi anni si è giunti a una istituzionalizzazione degli interventi e della prevenzione per ciò che concerne gli abusi sessuali nella diocesi di Münster, con una professionalizzazione del personale di riferimento.

    Se questo deve essere valutato in maniera positiva, non basta però da sé a fare della Chiesa cattolica un luogo sicuro per i minori e gli adulti vulnerabili: infatti, se non si mette mano agli elementi strutturali e alle dinamiche di esercizio del potere che sono contestuali e fondamentali nel creare condizioni favorevoli ad atti di abuso e violenza, non sarà possibile onorare adeguatamente quella giustizia di cui sono in attesa le vittime: “il centralismo dell’istituzione e la sacralizzazione delle sue strutture di potere, una certa immagine sacra del prete, la mancanza di veracità e gli ostacoli messi a una comunicazione aperta, come una certa morale sessuale estranea alla realtà della vita, sono tutti aspetti che rendono possibile gli abusi e favoriscono le procedure del loro occultamento (…). Gli abusi sessuali e di potere nella Chiesa cattolica sono ben lungi dall’essere arrivati al loro termine”.

    http://www.settimananews.it/chiesa/munster-storia-degli-abusi/

  • La via di fuga dei rappresentanti della Chiesa accusati di pedofilia

    La via di fuga dei rappresentanti della Chiesa accusati di pedofilia

    QUITO – Un rifugio per presunti pedofili con la croce al collo. Durante delle indagini in Germania, sono state ritrovate delle lettere che fanno sospettare di una rete internazionale di aiuto a tutti quei rappresentanti della Chiesa che potrebbero aver commesso dei reati di abuso contro dei minori.

    Durante un trasloco degli archivi della diocesi di Hildesheim è stata ritrovata una lettera del 1976 firmata da Emil Stehle, un vescovo cattolico tedesco morto nel maggio del 2017 e che era stato accusato da almeno dieci donne di abuso sessuale. Il quotidiano El Paìs e il programma televisivo tedesco Report München hanno realizzato un’inchiesta giornalistica in merito. Ecco che cosa hanno scoperto.

    Nella missiva Stehle racconta la fuga in Paraguay di un sacerdote tedesco accusato di vari abusi nella città di Süpplingen. La lettera è indirizzata a un vescovo dell’epoca, Heinrich Maria Janssen. «La persona che non nominerò dovrebbe essere impiegata non solo in un’altra diocesi, ma in un altro Paese. Per quanto riguarda la tua lettera, posso presumere che tu sia d’accordo se non ti informerò della sua nuova posizione, così che tu non sia in grado di fornire questa informazione a terzi». Stehle poi assicura a Janssen che si occuperà delle spese di viaggio e di alloggio. Quando poi l’ufficio del procuratore di Brunswick chiese informazioni circa dove si trovasse il sacerdote, la diocesi rispose di non saperlo.

    Un caso analogo era stato scoperto in Spagna nel 2018. E anche Stehle era coinvolto. Il cardinale Ricard Maria Carles aveva infatti contattato nel 1990 il vescovo per chiedergli di accettare il sacerdote spagnolo Jordi Senabre, che aspettava di essere processato per pedofilia, nella diocesi di Santo Domingo de los Colorados in Ecuador, dove all’epoca si trovava appunto Stehle.

    In tutto, sono state trovate prove che almeno 23 rappresentanti dell’ordine episcopale con accuse di pedofilia sono stati accolti nel “rifugio” ecuadoriano, sia prima che Stehle vi si stabilisse che dopo. Questi vengono da Svizzera, Germania, Polonia, Irlanda, Italia, Perù e Colombia.

    La lettera scoperta in Germania è stata sottoposta alla visione di un magistrato. Questi ritiene che «il modo in cui è stata scritta permette di concludere che non si tratta di un caso isolato. Descrive una procedura comune, ovvero quella usata quando si vuole far sparire qualcuno». I documenti raccolti dalla testata spagnola e dal programma televisivo tedesco sono in seguito stati consegnati alla Conferenza episcopale tedesca che a sua volta ha inviato i fascicoli al Centro di coordinamento dei Fidei Donum perché vengano esaminati.

    https://m.tio.ch/dal-mondo/cronaca/1589381/stehle-rappresentanti-pedofilia-fuga-chiesa

     

  • Vaticano, prete accusato di molestie si suicida: choc in Germania. Chi era Christof May, il prete che predicava a favore dei gay

    Vaticano, prete accusato di molestie si suicida: choc in Germania. Chi era Christof May, il prete che predicava a favore dei gay

    Città del Vaticano – La Chiesa tedesca è sconvolta per la morte del direttore del seminario della diocesi di Limburg, il sacerdote Christof May, suicidatosi dopo essere stato accusato di molestie. La vicenda è stata ricostruita dalla agenzia cattolica KNA.

    May che aveva  studiato alla Gregoriana e aveva 49 anni, si è tolto la vita in seguito a una inchiesta a suo carico su presunte aggressioni sessuali. Ad informarlo di queste accuse sarebbe stato il vescovo Baetzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca. In seguito alla conversazione, il vescovo ha sospeso il rettore dal suo ruolo che aveva dal settembre 2018.

    Oltre a questo gli ha tolto tutti gli incarichi al fine di poter esaminare e chiarire le accuse, in via cautelativa. Baetzing aveva voluto personalmente la conversazione e ha agito in conformità con le linee guida della Conferenza episcopale tedesca, che prevedono l’immediata sospensione dei preti accusati e la presa in carico del problema, in attesa di chiarimenti definitivi e certi.

    Il teologo era un prelato del capitolo della cattedrale di Limburg e vicario episcopale per lo sviluppo della diocesi. Due anni fa una sua predica era diventata virale perchè aveva chiesto con forza l’apertura della Chiesa nei confronti dei divorziati risposati e delle coppie omosessuali.

    Nel sermone, May aveva anche criticato il fatto che le donne non abbiano ancora accesso ai ministeri ordinati. La diocesi di Limburg ha diffuso una nota, sulla sua morte: «un evento che colpisce tutti noi. Abbiamo perso un ministro pastorale impegnato e molto apprezzato».

    https://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/prete_pedofilo_suicida_christof_may_germania_chi_era_predica_omosessuali_news_oggi_vaticano_papa_francesco-6750901.html

  • CEI-Abusi: la strana via italiana

    CEI-Abusi: la strana via italiana

    di: Marcello Neri – Alla fin fine, verrebbe da dire che la montagna ha partorito niente più che un topolino. Certo, i cinque punti della via italiana, come afferma il comunicato finale dell’Assemblea generale della CEI di maggio, “non sono un elenco chiuso a eventuali sviluppi”; sembrano però davvero troppo poco, e un poco confusi, per rappresentare anche solo un buon inizio.

    Più che un progetto collegiale di azione, hanno tutto il sapore di un compromesso tirato per i capelli fra vescovi che non sono riusciti a trovare un livello alto di mediazione delle differenti posizioni fra di loro.

    Già questo stende un velo d’ombra sulla retorica dell’attenzione alle vittime e della loro centralità nell’impegno della Chiesa italiana a fare finalmente luce sugli abusi sessuali, e di altro genere, al suo interno.

    Le prime due linee di azione, ossia potenziare la rete dei referenti diocesani e dei servizi a tutela dei minori, da un lato, e implementare la costituzione dei centri di ascolto nelle diocesi, dall’altro, sono sostanzialmente atti dovuti che non mirano a una comprensione profonda delle dinamiche strutturali e delle situazioni pastorali che sono state il terreno fertile degli atti di abuso sessuale e del loro eventuale occultamento.

    Le seconde due linee di azione, il Report annuale (a partire dal biennio 2020-2021) sui casi giunti ai Servizi di tutela dei minori diocesani e interdiocesani e i dati sui casi gestiti dalla Congregazione per la dottrina della fede partendo dal 2000 fino al 2021, vanno poco oltre la statistica – data l’enfasi sui dati espressa dallo stesso Comunicato finale.

    Se per entrambe ci si avvarrà di collaborazioni scientifiche esterne, rimane il fatto che queste realtà potranno lavorare solo sui dati che verranno forniti loro dalla Chiesa italiana – senza alcuna forma di accesso indipendente ad altre informazioni che potrebbero rivelarsi utili nel corso delle analisi.

    Poi, dato che il primo Report annuale è stato annunciato per il prossimo novembre, non giova certo alla trasparenza a cui si aspira il fatto che il “Centro accademico di ricerca” che raccoglie e analizza i dati rimanga al momento ignoto a tutti i cattolici e cittadini italiani – la conclusione dell’Assemblea generale sarebbe stata un’ottima occasione per dire in pubblico con chi la CEI intende collaborare in materia.

    La quinta linea di azione, di cui si sapeva già prima, è la partecipazione della CEI in qualità di invitato permanente all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile (ricordiamo che esso è stato istituito nel 1998 – ci sono voluti più di vent’anni perché la Chiesa italiana interagisse col governo per essere parte di uno strumento civile così importante).

    Difficile capire dove stia la decantata novità del cammino italiano davanti agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Non certo per ciò che concerne i centri di ascolto e il sistema dei servizi diocesani a tutela dei minori, dove siamo ancora indietro rispetto a molte altre Chiese europee. Neanche per quanto riguarda le statistiche dei casi che qui approdano – magari eventualmente comparati con quelli provenienti da altri enti e istanze della società italiana. Dati che, in altri paesi, sono disponibili da tempo. Quanto alla partecipazione della CEI come invitato permanente all’Osservatorio nazionale, in altri paesi si può registrare un ruolo ben più avanzato di interazione della Chiesa cattolica con i governi e gli enti pubblici – particolarmente significativa quella che si è creata in Germania.

    A livello di CEI, perché altre sono le condizioni di chi lavora sul campo in quello che le diocesi hanno fatto finora (poco o tanto che sia), si potrebbe parlare, partendo da queste cinque linee di azione, così come sono presentate nel Comunicato finale, di un sostanziale occultamento delle vittime: l’unica loro traccia è quella che lasciano come dato numerico da analizzare.

    Manca del tutto una loro convocazione previa, e quindi un adeguato ascolto delle loro storie, come pietra angolare intorno a cui architettare la presa in carico da parte della Chiesa italiana della violenza che hanno subito, delle conseguenze sulle loro vite, e delle ragioni sistemiche che hanno permesso, o addirittura facilitato, che tutto questo potesse accadere.

    L’impressione che lascia questa via italiana rispetto agli abusi, sessuali e di altro genere, nella nostra Chiesa locale è che questa Chiesa sa, a prescindere dalla parola delle vittime, cosa si deve fare e come lo si deve fare – e lo sa, appunto, da sé. Una Chiesa che trasforma storie lacerate e vissuti permanentemente feriti in dati statistici, annunciando all’opinione pubblica nazionale la radicale novità di questo approccio, ha già attraversato la soglia di un drammatico punto di non ritorno – preferendo le toppe al vestito nuovo.

    Le cinque linee di azione sono come una grande cortina fumogena gettata nella speranza che la questione degli abusi sessuali finisca presto nel dimenticatoio di uno dei cassetti polverosi della nostra memoria collettiva.

    In un’intervista rilasciata in questi giorni, don Stefano Guarinelli (peraltro impegnato in prima persona sul fronte della lotta agli abusi) ha affermato: “Gli abusi sessuali sono una tragedia – per le vittime, innanzitutto – ma non sono il problema più drammatico. Lo è la ricaduta che questo ha sull’opinione pubblica, anche a motivo del modo maldestro in cui all’interno della Chiesa è stato gestito” (cf. qui l’intervista integrale).

    Ed è a questo problema, e non tanto alle vittime, che guardano le linee di azione della CEI – rimane da vedere se non si tratterà poi di un ulteriore modo maldestro di gestire il dato di fatto degli abusi sessuali nella Chiesa italiana.

    Il castello di carte costruito dai nostri vescovi nell’ultima Assemblea generale, già di per sé traballante, può stare in piedi solo attraverso una fine messa in scena mediatica dove alle domande poste non si dà alcuna risposta, o se ne danno di elusive – dando però l’impressione di agire nel modo più aderente possibile al Vangelo. Questo, però, quando ci sono le domande giuste, perché finora il giornalismo italiano sembra essere ancora abbastanza latitante nel trovare un modo originale di indagine in grado di far saltare il tappo del vaso di pandora degli abusi sessuali nella Chiesa italiana – ricordando che, in fondo a quel vaso, sta anche la speranza.

    http://www.settimananews.it/chiesa/cei-abusi-la-strana-via-italiana/

  • L’elefante nella stanza

    L’elefante nella stanza

    Federica Tourn – La questione degli abusi nella Chiesa è l’elefante nella stanza che da tempo interminabile le autorità ecclesiastiche hanno continuato a evitare, abbassando gli occhi per non vederlo e scartando di lato per non sfiorarlo. Oggi questo elefante si è fatto sempre più grande e la stanza sempre più piccola, tanto che la Chiesa non può più evitare di prenderlo in considerazione ma, quando lo fa, in genere è per ridimensionarne le proporzioni, incapace di confessare che ormai ostruisce ogni possibilità di vedere con chiarezza l’orizzonte.

    Se usiamo questa metafora per molti versi logora, è per indicare la gravità e la pesantezza delle violenze spirituali, psicologiche, sessuali, di potere che pervadono la Chiesa e che hanno reso asfittica e irrespirabile l’aria per i credenti che chiedono un rinnovamento; violenze che ledono i diritti umani e che per questo hanno visto anche molti cittadini chiedere trasparenza e giustizia per le vittime.

    Proprio da queste due anime è nato il coordinamento ItalyChurchToo: dal desiderio di denunciare una realtà ingombrante e sotto gli occhi di tutti, quella degli abusi nelle parrocchie, nei conventi e nei monasteri, nei grest estivi e negli oratori, nelle comunità ecclesiali e nei seminari, in Vaticano e nelle missioni – insomma in ogni più recondito recesso del mondo cattolico. In modo non molto diverso da quel che è successo nel 2019 in Germania con il movimento Maria 2.0, che ha visto donne credenti ribellarsi in seguito allo scandalo degli abusi nel paese, lo scorso febbraio alcune associazioni femminili (Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Voices of Faith) si sono rivolte ai pochissimi organi di stampa sensibili (fra cui la stessa Adista) e, soprattutto, alle associazioni delle vittime per rompere l’assordante silenzio sul tema in Italia.

    Come spesso è accaduto negli ultimi anni, dal Tribunale delle donne di Sarajevo alle tante manifestazioni in difesa della democrazia in Bielorussia, Polonia, Argentina e Stati Uniti (soltanto per fare alcuni esempi), è ancora una volta dai movimenti delle donne che viene la denuncia delle discriminazioni e la spinta alla giustizia sociale. Così come è dei femminismi il richiamo a mettere al centro gli esclusi, che siano donne, persone lgbtq o razzializzate, vittime di guerra o di violenza. La sfida di questa rete nata dal basso si è subito concretizzata in un lavoro capillare di studio e monitoraggio delle possibilità di intervento, nel solco di chi altrove – per esempio in Francia con la Commissione Ciase – sta già affrontando il problema.

    Così in poco tempo il coordinamento è diventato un cane da guardia della Chiesa in Italia, piccolo ma determinato a non mollare la presa. Alla vigilia della 76esima assemblea generale della Cei, ItalyChurchToo ha inviato ai vescovi una lettera con una serie di richieste ben precise: prima fra tutte, l’istituzione di un’inchiesta indipendente sui casi di violenza su minori e adulti nella Chiesa, l’apertura di tutti gli archivi, l’applicazione del certificato antipedofilia anche per il clero e il volontariato cattolico e il risarcimento per le vittime.

    Sì, perché anche in questo caso, al centro di questo enorme rimosso ci sono loro, le vittime di abusi. O meglio, i sopravvissuti e le sopravvissute, parola che rende meglio lo sforzo enorme che impiegano ogni giorno per non rimanere schiacciati da questo elefante, sopraffatti dalla sofferenza per essere stati manipolati, plagiati, toccati, stuprati quando erano piccoli, indifesi, o in una condizione di dipendenza. Sono religiose costrette al silenzio, ex bambini abusati, non di rado provenienti da situazioni di vulnerabilità fisica o sociale, alcuni persino disabili (ricordate il caso dell’Istituto Provolo? E non è certo l’unico).

    Persone la cui vita è marchiata dalla violenza subìta, che lascia segni permanenti, come ha ricordato Francesco Zanardi al neo presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, durante la conferenza stampa finale dell’sasemblea dei vescovi. Zanardi ha detto una cosa semplice e terribile: le vittime stanno male. Sviluppano malattie psicosomatiche, prendono psicofarmaci per tirare avanti, alcune non riescono a uscire di casa e instaurare relazioni sane o fanno uso di sostanze stupefacenti, a volte – anche giovanissime, come nel caso di Eva Sacconago – si suicidano.

    Perché è importante entrare nel dettaglio del dolore? Perché, per esempio, esporre dei manifesti di figure umane con la biancheria macchiata di sangue, come Zanardi e ItalyChurchToo hanno fatto durante il flash mob davanti alla Nunziatura a Roma, il 27 maggio scorso? Perché lo stupro è questo: dolore, vergogna, spavento, mani e gambe che tremano, disgusto, sangue. Non c’è niente di pulito nello stupro, così come le vittime – i sopravvissuti – non sono una categoria astratta di cui «occuparsi», come ha detto lo stesso cardinale Zuppi mentre illustrava la “via italiana” alla lotta contro gli abusi sui minori e le persone vulnerabili. Non sono una categoria senza nome, sono persone con una vita e un vissuto personale che dà loro il diritto di essere interpellati per primi. La Chiesa però se ne guarda bene, anche quando dice che il suo primo pensiero va alle vittime.

    L’atteggiamento “caritatevole” delle gerarchie nei confronti dei sopravvissuti alla violenza clericale mi ricorda quello dello Stato nei confronti dei migranti: dispone delle loro vite, spesso per anni, senza coinvolgerli in alcun modo nel processo di accoglienza (quando esiste). Lo stesso fa la Chiesa, con un paternalismo disarmante, che unisce parole vuote di comprensione alla gestione “in proprio” di questioni che riguardano innanzitutto la vita e il dolore altrui.

    La premurosa attenzione della Chiesa in Italia, infatti, è finora andata innanzitutto ai responsabili degli abusi; a questi preti che, come ha sottolineato il cardinale Zuppi, «restano comunque figli nostri, che madre Chiesa non può abbandonare». Quale madre, però, per amore del figlio che sbaglia, invece di metterlo di fronte alle sue responsabilità, mente per lui? Una madre corregge il figlio proprio perché lo ama, perché il suo compito non è certo quello di occultarne le colpe a detrimento di persone innocenti.

    Proprio perché si definisce madre, come ha potuto la Chiesa, davanti alle denunce di pedofilia, spostare semplicemente il sacerdote in un’altra diocesi ed esporre altri bambini a una possibile reiterazione del delitto? Cosa che, inutile dirlo, si è troppo spesso puntualmente verificata, come testimoniano gli atti dei processi. Reagirà ora la Chiesa alle tantissime domande di giustizia che arrivano dal basso? La casella di posta elettronica di ItalyChurchToo continua a riceverne ogni giorno, con messaggi spesso strazianti di credenti che si uniscono all’appello perché sia fatta finalmente chiarezza. «Dobbiamo farci ferire dall’ascolto», ha ripetuto giustamente monsignor Zuppi in chiusura dell’assemblea della Cei.

    La Chiesa deve appunto fare questo: coinvolgere chi è stato ferito nel piano per contrastrare la violenza clericale e denunciare i responsabili, tutti, non soltanto quelli degli ultimi vent’anni. Se non farà questo, se non avrà il coraggio di mettersi a nudo e consegnare senza ulteriori indugi ogni archivio e ogni prova nelle mani di una commissione realmente indipendente, se non avrà la chiarezza evangelica di cedere il passo e la parola alle vittime di tanto dolore e ingiustizia, l’elefante che fino ad oggi ha cercato di addomesticare stavolta la travolgerà.

    https://www.adista.it/articolo/68167

  • Obbligo di denuncia per i vescovi e report sugli abusi: cosa prevede la nuova stagione di Zuppi per la lotta alla pedofilia nella Chiesa italiana

    Obbligo di denuncia per i vescovi e report sugli abusi: cosa prevede la nuova stagione di Zuppi per la lotta alla pedofilia nella Chiesa italiana

    di Francesco Antonio Grana

    Dalla mancanza dell’obbligo di denuncia al Report nazionale sugli abusi. È toccato al neo presidente della Cei, il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, inaugurare una nuova importante stagione della Chiesa italiana nel contrasto della pedofilia del clero. Una svolta epocale se si pensa a come, in pochi anni, sia maturata nell’episcopato della Penisola quella che il porporato ha definito “la strada italiana”, diversa da quella attuata in Francia e in Germania, ma non per questo dettata dalla volontà di continuare a insabbiare i casi. La Cei targata Zuppi ha deciso di pubblicare, entro il 18 novembre 2022, un primo Report nazionale sulle attività di prevenzione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni e di avviare un’analisi sui dati di delitti presunti o accertati perpetrati da chierici in Italia nel periodo 2000-2021, custoditi dalla Congregazione per la dottrina della fede.

    Proprio alla vigilia dell’assemblea generale della Cei, il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica – ItalyChurchToo aveva chiesto “un’indagine indipendente, condotta da professionisti credibili e super partes, che faccia luce sugli abusi compiuti dal clero in Italia, che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi e documentali”. Esattamente dieci anni fa, nel 2012, quando Benedetto XVI era ancora Papa e il presidente della Cei era il cardinale Angelo Bagnasco, la Chiesa italiana approvò le Linee guida in materia di pedofilia. In quel testo, i presuli affermarono che “nell’ordinamento italiano il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida”. Documento che fu respinto dalla Congregazione per la dottrina della fede che chiese di modificarlo.

    Due anni dopo, nel 2014, con Francesco divenuto Papa, la Cei si limitò a cambiare quel passaggio inserendo semplicemente un inciso: “Nell’ordinamento italiano il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico – salvo il dovere morale di contribuire al bene comune – di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida”. La prima vera svolta arrivò dopo cinque anni, nel 2019, con il cardinale Gualtiero Bassetti come presidente della Cei, ma soprattutto dopo il summit mondiale sulla pedofilia convocato da Francesco in Vaticano. La Conferenza episcopale italiana introdusse finalmente “l’obbligo morale” di denuncia alle autorità civili dei casi di abuso sessuale su minori commessi da sacerdoti.

    Durante l’assemblea generale della Cei, il cardinale Sean Patrick O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha inviato un videomessaggio ai vescovi italiani indicando sette punti da trasformare in azione per “dare inizio a un processo costruttivo di revisione, di riforma, e di riconciliazione” sulla pedofilia. “È una realtà – ha spiegato il porporato – che saremo giudicati sulla base della nostra risposta alla crisi di abuso nella Chiesa. Abbiamo bisogno di una conversione pastorale che includa i seguenti aspetti: offrire una cura pastorale efficace alle vittime; dare indicazioni chiare (e vigilare) sui corsi di formazione per il personale nella diocesi; fare uno screening adeguato e accurato; rimuovere i colpevoli; cooperare con le autorità civili; valutare attentamente i rischi esistenti per i preti colpevoli di abuso (per se stessi e per la comunità) una volta che sono stati ridotti allo stato laicale; dimostrare l’applicazione dei protocolli in atto, così che le persone sappiano che le politiche funzionano. Un audit e un rapporto di verifica dell’implementazione delle politiche sono molto utili. La buona notizia – ha concluso il cardinale – è che laddove vengono adottate politiche effettive e attuate con efficacia, il numero dei casi si riduce drasticamente”. Una strada condivisa anche da Zuppi.

    Twitter: @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/29/obbligo-di-denuncia-per-i-vescovi-e-report-sugli-abusi-cosa-prevede-la-nuova-stagione-di-zuppi-per-la-lotta-alla-pedofilia-nella-chiesa-italiana/6608118/

  • NIENTE SCONTI ALLA GIUSTIZIA LA VIA DI UNA CHIESA CREDIBILE

    NIENTE SCONTI ALLA GIUSTIZIA LA VIA DI UNA CHIESA CREDIBILE

    Doveva per forza iniziare da lì il difficile lavoro del nuovo Presidente della Conferenza episcopale italiana e da lì giustamente è iniziato. È lì infatti che ogni altra azione della Chiesa cattolica in Italia e nel mondo trova oggi il suo criterio di verifica: nel coraggio e nella determinazione con cui viene affrontata la questione degli abusi sessuali del clero cattolico, in particolare sui minori.

    Nella sua prima dichiarazione dopo la nomina papale il cardinale Zuppi ha affermato di sognare una Chiesa che “sta per strada nella Babele del mondo”, bellissimo proposito la cui condizione essenziale è data dalla più trasparente operazione di pulizia in casa propria. La cosa si spiega da sé perché “se la Chiesa non rispetta i diritti umani non può predicare il Vangelo”, come afferma con logica cristallina la lettera pubblica inviata ai vertici della Chiesa italiana (qualche giorno prima della nomina di Zuppi) dal “Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia”, tra cui in primo luogo il “Comitato Vittime e Famiglie”.

    Tale coordinamento ha scelto di chiamarsi all’inglese (ormai sembra inevitabile) #ItalyChurchToo, ovvero “Anche la Chiesa italiana”, laddove la congiunzione “anche” rimanda all’azione intrapresa ormai da tempo dalle Chiese cattoliche di non pochi altri paesi, tra cui in primo luogo Francia e Germania, e invece finora assente in Italia. A questo riguardo Zuppi ha dichiarato: “Sugli abusi abbiamo scelto una strada nuova, una strada italiana”, volendo così distinguere l’approccio della Cei. Il che significa che a differenza degli altri paesi in cui la Chiesa cattolica per l’analisi delle denunce si è totalmente affidata a centri di ricerca indipendenti, la Cei prevede, come dichiara il suo comunicato stampa finale, che l’analisi “verrà condotta in collaborazione con Istituti di ricerca indipendenti, che garantiranno profili scientifici e morali di alto livello”.

    Dire “in collaborazione” è ben altra cosa che affidare totalmente l’analisi delle denunce a istituti indipendenti: significa mantenere nelle mani della Chiesa la regia delle operazioni. Il fatto però che vi sia una collaborazione con istituti indipendenti mette al riparo almeno sulla carta dal fare tutto in casa propria con il rischio quanto mai reale di confondere giudice e imputato, e di preoccuparsi più dei preti abusatori che dei bambini abusati, come finora troppo spesso è avvenuto. È chiaro quindi che la bontà di questa “strada italiana” la si dovrà giudicare vedendola all’opera, verificando anzitutto l’effettiva indipendenza di tali “Istituti” al momento sconosciuti e poi verificando il grado di coinvolgimento delle persone che fanno capo a #ItalyChurchToo, perché è evidente che non vi può essere migliore garanzia del loro benestare alla conduzione delle indagini e ai relativi provvedimenti. Sarà il prossimo futuro insomma a farci capire se la ricetta della nuova Cei di Zuppi produrrà veramente qualcosa di più saggio e di più efficace dal punto di vista umano ed ecclesiale rispetto a quanto compiuto Oltralpe o se invece al contrario tutto si risolverà nell’ennesima soluzione “all’italiana”, come quelle a cui purtroppo siamo abituati in ambito giudiziario con anni e anni di indagini che spesso finiscono nella “notte in cui tutte le vacche sono nere” (per riprendere una delle più celebri frasi della storia della filosofia che costò a Hegel la definitiva rottura dell’amicizia con Schelling).

    Una cosa però è del tutto sicura: una Chiesa che voglia raggiungere il cuore di tutti, come scrive Zuppi, non può che essere per tutti credibile, e per essere credibile non c’è altra via che mettere ordine, pulizia, giustizia e, se è il caso, rigore al proprio interno. Il nuovo presidente della Cei ha detto che intende “ascoltare le domande di tutti, ascoltare davvero e farsi ferire dalle domande”. È una bellissima espressione: farsi “ferire” dalle domande. Ma in che modo ci si fa ferire dalla domanda di un genitore che chiede com’è stato possibile che il suo bambino o la sua bambina sia stato violentato nel modo più turpe e vigliacco da colui al quale l’aveva affidato con fiducia e speranza credendo al suo abito e alla sua missione? Quelle ferite la Chiesa italiana le deve veramente assumere su di sé, impegnandosi senza sconti per la giustizia, come ha stabilito nel 2019 papa Francesco con il motu proprio Vos estis lux mundi che sancisce l’obbligo morale e giuridico di segnalare gli abusi ai danni di minori e di persone vulnerabili.

    Ma c’è un’altra cosa da mettere in luce: quanti sono i preti che si macchiano di questi delitti tradendo nel modo più vergognoso la loro missione? I dati oscillano tra l’1,5 e il 5 percento del totale, ma qualunque sia la loro effettiva entità si tratta in ogni caso di una minoranza (che peraltro commetterebbe all’incirca l’1 percento del totale dei reati di pedofilia in Italia). Il punto però è che questa minoranza discredita ampiamente il lavoro e la missione di tanti onesti sacerdoti, alcuni dei quali sono da considerarsi più che onesti, direi eroici, per non dire santi, come io ho la fortuna e l’onore di conoscere, e di gioire della loro amicizia. Ed è anche per salvaguardare l’onore di questi preti che l’azione della Cei deve essere severa e senza sconti verso i colpevoli.

    Penso insomma che il fronte sia triplice: 1) giudiziario: consistente nel consegnare alla giustizia i colpevoli; 2) terapeutico e riparativo: consistente nel rendere giustizia alle vittime aiutandole il più possibile a riparare le profonde ferite psichiche e spirituali; 3) pedagogico: consistente nell’impostare una formazione e uno stato di vita dei sacerdoti che li metta il più possibile al riparo dal cadere in questi abissi.

    Gli abusi sessuali del clero sono sul punto di costituire la fine della Chiesa cattolica, la caduta libera della sua credibilità di madre e maestra, educatrice per secoli delle giovani generazioni. Perché la Chiesa si salvi e sopravviva a questo gigantesco tzunami di livello mondiale occorre che inizi a considerare se stessa meno importante delle vittime e meno importante della giustizia. Che inizi a considerarsi meno importante in generale, una struttura di servizio e non di potere, finalizzata non al proprio bene ma a un bene più grande che è il bene del mondo. Gli abusi sessuali del clero su bambini innocenti sono il pericolo mortale che la Chiesa sta affrontando, ma, come scriveva il poeta del romanticismo tedesco Friedrich Hölderlin, “là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. E il cardinal Zuppi, per molti ancora don Matteo, ha le carte in regola per far capire agli altri vescovi e a tutti i preti che cosa è veramente importante.

    l’articolo del prof. #VitoMancuso su #LaStampa di sabato 28 maggio

  • “Dati sugli abusi allarmano, 161 nuove segnalazioni”

    “Dati sugli abusi allarmano, 161 nuove segnalazioni”

    ROMA. – In Italia, ci sono “164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, circa 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni da inizio anno”. Sono gli ultimi dati raccolti dalla Rete L’Abuso, ad oggi uno dei punti di riferimento più forti per i “sopravvissuti” di predatori pedofili. A questi numeri si deve aggiungere quello che secondo Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso e membro del Coordinamento di Italy Church Too, è “il dato più importante” e cioè i “471 casi impuniti”, quelli per i quali il reato è andato in prescrizione oppure le cui vittime “non se la sono sentita di andare a denunciare i fatti in un centro di ascolto diocesano per ovvi motivi”.

    Secondo alcuni calcoli di proiezione elaborati in base al caso irlandese, ha fatto anche sapere Zanardi, “in Italia ci sarebbe un milione di vittime potenziali. Se si pensa che la commissione d’inchiesta francese ha messo in luce 216 mila vittime e si fanno le proporzioni tra clero francese e clero italiano – ha aggiunto – ci si rende conto che questo dato presunto è molto credibile”.

    La proposta della nuova Cei targata Zuppi di affrontare il nodo pedofilia e coperture con una “commissione interna che parta dal 2000 e faccia leva sui centri di ascolto diocesani senza aprire gli archivi”, per Zanardi è irricevibile. Il Coordinamento di Italy Church Too è un’associazione di vittime costituitasi negli ultimi mesi dal basso con il dichiarato intento di promuovere la costituzione di una commissione di inchiesta indipendente sugli abusi sessuali commessi dal clero nel nostro Paese su modello di quelle che hanno indagato in Germania e in Francia.

    Per Zanardi restano infatti da sciogliere molti nodi a livello di legislazione nazionale cui fa scudo il concordato, come il fatto che non esista l’obbligo di denuncia e punta il dito, oltre che sugli insabbiamenti dei vertici ecclesiastici, anche, dice, “su una certa omertà che lo stesso stato italiano concede alla Chiesa”.

    Sul nuovo presidente della Cei il Coordinamento Italy Church too, per quanto abbia sottolineato con forza di non aver avuto alcuna risposta formale né dai vertici Cei né dai dicasteri vaticani a cui ha fatto pervenire, anche per via Pec, la propria lettera di richieste, vuole comunque concedere una linea di credito: “La valutazione è sospesa” dice Michelangelo Ventura, uno dei portavoce, ma solo perché si auspica che quanto prima dal cardinale Zuppi arrivino “segnali concreti e puntuali” nel senso di una indagine che “garantisca la terzietà”.

    “Voi capite bene – ha osservato Zanardi – che le vittime non vanno in chiesa cioè proprio il luogo dove sono state abusate e maltrattate a denunciare, innanzitutto perchè temono di non essere credute”. Secondo Zanardi inoltre, non voler indagare prima del 2000 è sbagliato “perchè una vittima di abuso sessuale, è ormai riconosciuto, impiega 30 o 40 anni a fare outing e a prendere coscienza della violenza subita. Si rischia di lasciare fuori centinaia di vittime”.

    (di Nina Fabrizio/ANSA)

  • La Chiesa italiana sotto pressione per autorizzare le indagini sugli abusi

    La Chiesa italiana sotto pressione per autorizzare le indagini sugli abusi

    Roma, 23 mag. (EFE) .- La Chiesa italiana si riunisce da oggi per rinnovare la sua leadership sotto la pressione delle vittime per autorizzare un’indagine sui casi di abusi sui minori, cosa che finora è stata negata e su cui mantiene un silenzio sorprendente, essendo l’unico in Europa.

    L’assemblea della Conferenza episcopale italiana (CEI) deve rinnovare il suo presidente per un quinquennio, cifra cruciale, poiché i vescovi sono divisi sull’opportunità di svolgere un’indagine su abusi come quelli commessi in Germania , Francia, Portogallo e recentemente in Spagna, affidata ad uno studio legale e che non ha soddisfatto le vittime.

    ASSOCIAZIONI DELLE VITTIME

    Con l’apertura dell’Assemblea della CEI, che si concluderà venerdì prossimo, le associazioni italiane vittime di abusi da parte del clero hanno pubblicato oggi una lettera aperta chiedendo un’indagine indipendente sui casi che vanno avanti da anni e che Accesso agli archivi è permesso perché si possa fare giustizia.

    “Chiediamo la piena collaborazione della Chiesa italiana a un’indagine indipendente, svolta da professionisti e superpartes credibili, per fare luce sugli abusi commessi dal clero in Italia, che unirebbe gli sforzi di diverse e altissime figure professionali e utilizzare metodi qualitativi, quantitativi e documentari allo stesso tempo”, si legge nella lettera.

    Queste associazioni, che da pochi mesi hanno fondato il movimento “ItalyChurchToo”, rifiuterebbero “ogni ipotesi di lavoro svolta con strumenti e risorse all’interno della Chiesa stessa, perché non avrebbe le caratteristiche di terzietà necessarie e non sarebbe credibile. , e in definitiva inutili, se non dannosi”.

    «Chiediamo che siano aperti e messi a disposizione gli archivi delle diocesi, dei conventi, dei monasteri, delle parrocchie, dei centri pastorali e delle istituzioni scolastiche ed educative cattoliche; che siano stabiliti efficaci canali di collaborazione con le istituzioni dello Stato italiano affinché i colpevoli di reati contro i minori sono perseguiti”, aggiungono nella lettera.

    Le vittime chiedono una risposta entro il 27, quando si sarà formata la nuova dirigenza della Cei.

    “Questa lettera indirizzata alla Cei spiega solo le cose elementari da fare. Ma non sembra che sia la linea che riprenderanno i vescovi che agiranno in malafede”, il presidente di Rete L L’associazione denuncia a Efe: ‘Abuso, Francesco Zanardi, vittima di abusi da parte di un prete da bambino e la voce più instancabile su questo tema.

    Zanardi fa riferimento alle indiscrezioni che indicano che i vescovi italiani si preparano ad autorizzare un’indagine ma che copre solo gli ultimi 20 anni, che saranno “un clown”, poiché non darà un’idea dell’entità del fenomeno .

    Mentre, da parte dello Stato, si parla di un’indagine sulla pederastia in generale, che diluirà nuovamente le responsabilità della Chiesa cattolica e delle vittime «con il solito gioco, esse saranno escluse e non avranno alcun tipo di partecipazione diretta aggiunge Zanardi.

    IL LIBRO DI RICERCA DI TRE DONNE

    Alla vigilia dell’incontro episcopale è stato pubblicato in Italia “Agnus Dei. Gli abusi sessuali del clero in Italia”, scritto dalle giornaliste Lucetta Scaraffia, Anna Foa e Franca Giansoldati, che raccolgono in un’esaustiva indagine le storie di abusi raccolti negli archivi che Zanardi ha compilato per tutta la vita e che sono finora gli unici dati disponibili sui preti pedofili.

    Gli autori passano in rassegna alcuni fascicoli che parlano di “circa 320 sacerdoti che hanno commesso abusi, di cui 159 condannati in via definitiva”. La maggior parte degli imputati è stata trasferita in altri luoghi o inviata nelle residenze speciali della Chiesa italiana per sacerdoti in difficoltà, compresi i pederasti.

    Il libro descrive sette storie che la Chiesa italiana non ha preso sul serio e che si sono susseguite per anni. “Non è un libro contro la Chiesa. È un libro per chi ama la Chiesa e la vuole sicura ed evangelica, ma credo che la questione degli abusi sarà chiusa in un cassetto”, uno dei suoi autori, Franca Giansoldati, ha raccontato a Efe.

    “Si dice che i casi di preti abusivi siano circa un centinaio. Ma non si sa cosa abbiano fatto, quante siano state le vittime, quanti di loro siano stati allontanati dal sacerdozio e chi li abbia insabbiati”, aggiunge il giornalista dal quotidiano romano “Il Messaggero”.

    Secondo Giansoldati, dopo questa assemblea della Cei si verificherà che «i vescovi non hanno intenzione di fare un’indagine sul passato, né di aprire gli archivi».

    Cristina Cabrejas

    (c) Agenzia EFE