Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Vaticano, si dimette il cardinale Marx: «Sugli abusi sessuali abbiamo fallito. La Chiesa è a un punto morto» – La lettera

    Vaticano, si dimette il cardinale Marx: «Sugli abusi sessuali abbiamo fallito. La Chiesa è a un punto morto» – La lettera

    Il testo integrale della lettera inviata a Papa Francesco: «Mi assumo la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni»

    Un comunicato dalle parole molto forti annuncia l’ennesima rottura tra la chiesa tedesca e la Santa Sede. Il sigillo della tensione che c’è tra i prelati della Germania e il Vaticano è la lettera di dimissioni che Reinhard Marx, cardinale di Monaco, ha presentato a Papa Francesco. Marx, nel comunicato che annuncia le sue dimissioni, scrive che «la Chiesa cattolica è arrivata a un punto morto». La decisione è arrivata a pochi giorni dalla revisione del diritto canonico: una riforma che stravolge il libro VI del codice e cambia prospettiva, tra le altre cose, sulle pene per gli abusi sui minori. Adesso, non sono più considerati delitti contro obbligazioni particolari dei chierici, ma delitti contro la vita, la dignità e la libertà degli uomini. La scorsa settimana, il Papa aveva inviato due vescovi stranieri per indagare sull’arcidiocesi più grande della Germania, quella di Colonia, dove si sarebbero verificati alcuni casi di abusi sessuali. Sempre nel comunicato, Marx ha detto di confidare che le sue dimissioni possano agevolare la nascita di un percorso per la Chiesa tedesca. Il cardinale sente su di sé «la responsabilità della catastrofe delle molestie degli ultimi decenni».

    Santo Padre,

    indubbiamente la Chiesa in Germania sta attraversando dei momenti di crisi. Certamente vi sono molti motivi – anche oltre la Germania in tutto il mondo – che qui non ritengo dover elencare dettagliatamente. Tuttavia, la crisi viene causata anche dal nostro personale fallimento, per colpa nostra. Questo mi appare sempre più nitidamente rivolgendo lo sguardo sulla Chiesa cattolica in generale e ciò non soltanto oggi, ma anche in riferimento ai decenni passati. Mi pare – e questa è la mia impressione – di essere giunti ad un “punto morto” che, però,  potrebbe diventare anche un punto di svolta secondo la mia speranza pasquale. La “fede pasquale” vale anche per noi vescovi nella nostra cura pastorale: Chi  vuole vincere la sua vita, la perderà; chi la perderà, la vincerà!

    Sin dallo scorso anno sto riflettendo sul suo significato per me personalmente e – incoraggiato dal periodo pasquale – sono giunto alla conclusione di pregarLa di accettare la mia rinuncia all’ufficio di arcivescovo di Monaco e Frisinga. Sostanzialmente per me si tratta di assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico”. Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa  non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la co-colpa dell’Istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale.

    Io la vedo decisamente in modo diverso. Due sono gli elementi che non si  possono perdere di vista: errori personali e fallimento istituzionale che richiedono cambiamenti e una riforma della Chiesa. Un punto di svolta per uscire da questa crisi può essere, secondo me, unicamente quella della “via sinodale”, una via che davvero permette il “discernimento degli spiriti”, così come Lei ha sempre sottolineato e scritto nella Sua lettera alla Chiesa in Germania.

    Sono un prete da quarantadue anni e vescovo da quasi venticinque anni, venti dei quali sono stato Ordinario di una grande diocesi. Avverto con dolore quanto sia scemata la stima nei confronti dei vescovi nella percezione ecclesiastica e secolare, anzi, probabilmente essa ha raggiunto il suo punto più basso. Per assumersi della responsabilità, secondo il mio punto di vista, non è sufficiente reagire soltanto nel momento in cui si riesce ad individuare, sulla base degli atti, chi sono i singoli responsabili e quali i loro errori ed omissioni. Si tratta, invece, di chiarire che noi in quanto vescovi vediamo la Chiesa come un suo insieme.

    Inoltre non è possibile relegare le rimostranze semplicemente al passato e ai funzionari di allora e in tal modo “seppellirle”. Personalmente avverto la mia colpa e la corresponsabilità anche attraverso il silenzio, le omissioni e al troppo peso dato al prestigio dell’Istituzione. Soltanto dopo il 2002 e, successivamente, in modo più intenso dal 2010 sono emersi i responsabili degli abusi sessuali. Tuttavia, questo cambiamento di prospettiva non è ancora giunto al suo compimento. La trascuratezza e il disinteresse per le vittime è stata certamente la nostra più grande colpa in passato.

    A seguito del progetto scientifico (studio MHG) sull’abuso sessuale sui minori commissionato dalla Conferenza Episcopale Tedesca nel duomo di Monaco ho affermato che abbiamo fallito, ma chi è questo “noi”? Certamente vi faccio parte anch’io. E questo significa che devo trarre delle conseguenze personali. Questo mi è sempre più chiaro. Credo che una possibilità per esprimere la mia disponibilità ad assumermi delle responsabilità sia quella delle mie dimissioni. In tal modo probabilmente potrò porre un segnale personale per nuovi inizi, per una nuova ripartenza della Chiesa e non soltanto in Germania. Voglio dimostrare che non è l’incarico ad essere in primo piano, ma la missione del Vangelo. Anche questo fa parte della cura pastorale.

    Pertanto, La prego vivamente di accettare le mie dimissioni. Continuerò con piacere ad essere prete e vescovo di questa Chiesa e continuerò ad impegnarmi a livello pastorale sempre e comunque Io riterrà sensato ed opportuno. Vorrei dedicare gli anni futuri del mio servizio in maniera più intensa alla cura pastorale e impegnarmi per un rinnovamento spirituale della Chiesa, così come Lei instancabilmente ammonisce.

    https://www.open.online/2021/06/04/germania-dimissioni-cardinale-marx/

  • Abusi, il Papa commissaria la diocesi tedesca di Colonia

    Abusi, il Papa commissaria la diocesi tedesca di Colonia

    Città del Vaticano, 28 mag. (askanews) – Papa Francesco ha deciso di inviare una visitazione apostolica nell’arcidiocesi tedesca di Colonia, guidata dal cardinale Rainer Maria Woelki, dopo che una commissione indipendente ha recentemente rivelato l’insabbiamento delle accuse di abusi sessuali avvenuto nel corso dei decenni e, in particolare, all’epoca in cui la diocesi era guidata dal cardinale Joachim Meisner, amico personale di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

    In una nota della nunziatura apostolica in Germania si rende noto che il Papa ha deciso che la visitazione apostolica, guidata dal cardiale Arborelius, arcivescovo di Stoccolma, e dall’arcivescovo di Rotterdam, mons. Johannes von den Hende, presidente della conferenza episcopale olandese, inizierà nella prima metà di giugno.

    La visitazione, recita la nota rilanciata dai media tedeshi, servirà a “avere un’immagine completa della complessa situazione pastorale nell’arcidiocesi e al tempo stesso indagare eventuali errori di sua eminenza il cardinale Woelki, così come dell’arcivescovo di Amburgo, mons. Stefan Hesse (ex vicario generale di Colonia all’epoca di Meisner, nel frattempo sospeso, ndr.), così come dei vescovi auysiliari mons. Dominikus Schwaderlapp e mons. Ansgar Puff relativamente ai casi di abuso sessuale”.

    Il cardinale Rainer Maria Woelki ha riconosciuto il “fallimento” di coloro che nel corso della storia dell’arcidiocesi hanno “impedito processi, protetto i colpevoli, e soprattutto hanno mostrato poca sensibilità nei confronti delle vittime” ed ha “purtroppo” riconosciuto in particolare la responsabilità dei suoi “predecessori”.

    Tra di essi, il cardinale Joachim Meisner (1989-2014), nominato da Giovanni Paolo II, amico di Benedetto XVI, critico vocale di Francesco (era tra i quattro cardinali che attaccarono Jorge Mario Bergoglio sull’Amoris laetitia) è l’uomo di Chiesa che viene maggiormente accusato nel rapporto elaborato dall’avvocato penalista Bjoern Gercke: sarebbe inadepiente a causa di ben 24 violazioni dei doveri ai quali era tenuto, quindi a quasi un terzo di tutti i casi.

    Il 18 marzo l’arcidiocesi di Colonia aveva pubblicato un rapporto, , da lungo tempo sollecitato, che ha accertato che tra il 1975 e il 2018 202 aggressori, quasi due terzi dei quali erano sacerdoti, hanno compiuto abusi sessuali su almeno 314 vittime minorenni.

    Lo scandalo ruota attorno ad un prete pedofilo, oggi 87enne, che fu arrestato nel 1972 e quando fu rilasciato, l’anno dopo, fu dapprima inviato ad esercitare il ministero a Muenster, fino al 1988, poi di nuovo a Colonia e, dal 2002 al 2015, a Essen. Nei mesi scorsi Woelki ha accusato due predecessori defunti – il cardinale Joseph Hoeffner (1969-1987) e Meisner – così come il vescovo di Amburgo, Stefan Hesse, ex amministratore di Colonia con Meisner, e quello di Essen, Franz-Josef Overbeck. Ma l’arcivescovo si è inizialmente rifiutato di pubblicare l’indagine commissionata dalla diocesi ed ha incaricato uno studio di avvocati di ulteriori approfondimenti. Oggi, infine, la pubblicazione del rapporto.

    Tra le prime consetuenze operative, Woelki, capofila dell’ala conservatrice nell’episcopato tedesco, ha licenziato il responsabile del tribunale arcivescovile, Guenter Assenmacher, e suo vescovo ausiliare, mons. Dominikus Schwaderlapp. Quest’ultimo, a quanto riportato dalla stampa tedesca, l’agenzia stampa tedesca cattolica, ha rassegnato le dimissioni nella mani del papa, ed in una nota ha chiesto “sinceramente perdono alle persone a cui non ho reso giustizia”, ammettendo di aver prestato “troppo poca attenzione a come si sentono le persone ferite, a ciò di cui hanno bisogno e a come la Chiesa deve affrontarle”.

    A fine marzo, ha reso noto la diocesi di Amburgo, papa Francesco ha concesso una “pausa” all’arcivescovo di Amburgo, in Germania, mons. Stefan Hesse, dopo che questi aveva rassegnato immediatamente nelle mani del pontefice le dimissioni in seguito alla pubblicazione del rapporto. Hesse era vicario generale sotto il cardinale Joachim Meisner: “Mi dispiace molto se ho causato ulteriore sofferenza alle vittime e ai loro parenti a causa delle mie azioni o della mia negligenza”, aveva affermato il presule in una dichiarazione alla stampa. “Pochi giorni fa ho potuto celebrare l’anniversario della mia ordinazione episcopale il 14 marzo 2015 qui ad Amburgo. Papa Francesco mi ha chiamato in questo ufficio. Al fine di evitare danni all’ufficio di Arcivescovo e all’Arcidiocesi di Amburgo, offro a Papa Francesco le mie dimissioni e gli chiedo di liberarmi immediatamente dalle mie funzioni”.

    Abusi, il Papa commissaria la diocesi tedesca di Colonia (askanews.it)

  • Francia abusi: cambia il paradigma

    Francia abusi: cambia il paradigma

    Questo testo è di Alessandra Pozzo, “Chargée de recherche” al Centre National de la Recherche Scientifique in Francia. Sollecitata dal nostro redattore Francesco Strazzari, ci ha inviato questo testo sul tema degli abusi in Francia e sul cammino che, in questo ambito, ha compiuto la Chiesa d’oltralpe.

    Tra i mesi di febbraio e marzo 2021 almeno due date testimoniano un importante progresso riguardante la lotta contro gli abusi sessuali, spirituali e di potere che hanno dolorosamente segnato la Chiesa francese negli ultimi tempi.

    La posizione della Chiesa cattolica francese rispetto agli abusi

    Il 18 febbraio 2021 l’associazione La Parole libérée annunciava la sua dissoluzione, prevista a fine marzo 2021, motivata dal fatto di aver raggiunto l’obiettivo che si era prefissata al momento della fondazione: che le vittime della pedofilia e degli abusi compiuti da alcuni preti cattolici e in particolar modo dal padre Preynat, fossero ascoltate, che la loro sofferenza fosse presa in considerazione e che i colpevoli fossero giudicati dalla giustizia penale e non soltanto da un tribunale ecclesiastico.[1]

    Il comunicato ribadisce che «dal 17 dicembre 2015, data di creazione de La Parole libérée, la visione della violenza sessuale è notevolmente evoluta, sia nella Chiesa che su un registro più ampio e globale (culturale, sociale, civico…). Per il caso che ci riguarda prima di tutto, cioè quello della Chiesa e della sua gestione disastrosa di un problema che si annuncia come sistemico, l’ampia liberazione della parola, pur rimanendo sempre giusta nei toni, ha costretto la Chiesa cattolica francese a fare la dovuta autocritica e da ciò è nata la “Commission indipendente contre les abus sexuels dans l’Eglise” (CIASE).

    Questa è l’occasione per ribadire, senza timore alcuno, la nostra ammirazione incondizionata per questa commissione, dopo diversi anni di osservazione e di collaborazione attiva. Mai prima d’ora in Francia è stato realizzato un lavoro così esaustivo sulla realtà dell’abuso sessuale sui minori e le sue conseguenze umane e sociali. Al momento in cui scriviamo, siamo tra coloro che credono che questa operazione sarà un modello e un riferimento mondiale per gli anni a venire, talmente la sua autorevolezza è stata in grado di fornire un lavoro serio e completo sulla realtà di questo flagello».[2]

    La Parole libérée ha permesso a degli adulti che erano stati vittime di crimini sessuali quando erano bambini di esprimere pubblicamente la sofferenza subita. Solo in rari casi, infatti, i piccoli erano stati ascoltati e aiutati dalle loro famiglie a gestire il trauma che ne è conseguito. La maggior parte dei genitori non ha preso sul serio le accuse dei figli non osando mettendo in dubbio l’affidabilità dei sacerdoti. Per questa ragione alcune vittime di pedofilia soffrono ancora in età adulta di disturbi di ordine psichiatrico a causa delle conseguenze del trauma subito.

    Altre associazioni si occupano invece degli abusi sessuali commessi nell’ambito della vita religiosa o della Chiesa. L’associazione C’est à dire,[3] per esempio, compie questo tipo di missione da vent’anni, in sordina, senza pubblicità se non quella del passaparola tra le vittime, nel rispetto per quelle persone che sono ancora sottomesse all’autorità deviante dei loro superiori oppure che rischiano di farsi denunciare per diffamazione quando segnalano le angherie subite.[4]

    La CIASE[5] è stata incaricata dalla Conferenza episcopale francese (CEF) e dalla Conférence des religieux et religieuses en France (CORREF), di indagare su tutti i tipi di abusi perpetrati da persone aventi qualche responsabilità nella Chiesa cattolica e di ricevere le testimonianze delle vittime di abusi che si sarebbero manifestate. Ha iniziato il suo mandato nel giugno 2019 e fornirà un documento finale riguardante tutti i lavori compiuti nel suo ambito nell’autunno 2021.

    Perché la Chiesa francese riuscisse a prendere delle decisioni a tal punto drastiche e a mettere a disposizione dei mezzi efficaci per far emergere gli abusi e le testimonianze delle vittime, ci sono voluti anni di progressiva presa di coscienza. I primi indizi di una reazione da parte delle persone lese dalle derive spirituali e sessuali nella Chiesa si sono manifestati negli anni ’90 quando il libro Les Naufragés de l’Esprit[6] e altri scritti[7] che davano la parola alle vittime hanno denunciato le derive settarie nella Chiesa cattolica. Qualche avvenimento saliente verificatosi intorno all’anno 2000 ha contribuito a far avanzare l’inchiesta.

    Tra gli eventi decisivi per la presa di coscienza dei vescovi francesi, si ricorda l’allarme lanciato dalla professoressa Marie-Jo Thiel,[8] medico specialista in etica e teologa, insegnante all’università Cattolica di Strasburgo che, in un articolo pubblicato su Documents Épiscopat (n. 10, luglio 1998), denunciava la realtà di abusi sessuali sistemici nella Chiesa fino ad allora passati sotto silenzio.

    In seguito, nel 2000, un processo è stato celebrato contro mons. Pican, vescovo di Bayeux e Lisieux, che è stato denunciato e condannato per non aver denunciato i crimini sessuali del padre Bisset.

    Per la prima volta dopo la Rivoluzione Francese, un vescovo è stato processato davanti a un tribunale penale! In precedenza, tali accuse avrebbero interessato soltanto un tribunale ecclesiastico.

    Un articolo del quotidiano cattolico La Croix testimonia il prospettarsi di un mutamento che ha impiegato un po’ meno di una ventina d’anni per affermarsi: «A novembre del 2001 i vescovi riuniti a Lourdes applaudirono a lungo mons. Pican, condannato due mesi prima a tre mesi di prigione con la condizionale per non aver denunciato un prete della sua diocesi che aveva commesso degli abusi sessuali su alcuni minorenni. Nel mese di novembre del 2018, nel corso di un’assemblea analoga, gli stessi vescovi ascoltavano silenziosamente sette vittime raccontare i traumi vissuti in circostanze analoghe».[9]

    Nonostante questi eventi abbiano teoricamente segnato l’inizio di un nuovo orientamento, concretamente la prassi attuata nella Chiesa cattolica francese fino a tempi recenti, salvo rare eccezioni, è consistita nel coprire con un velo di silenzio i crimini sessuali che giungevano all’orecchio di prelati e di vescovi.

    Il libro di Sophie Ducrey,[10] per esempio, testimonia dettagliatamente le sofferenze che le vittime di un religioso della Comunità di Saint Jean, predatore sessuale e manipolatore, hanno subito e che sono raddoppiate di intensità nel momento in cui esse hanno deciso di denunciarlo tra l’inizio degli anni 2000 e il 2019. In tale contesto gli abusi di potere, spirituali e sessuali si trovavano combinati in un miscuglio inestricabile. Tuttavia, l’argomento che attualmente attira l’attenzione delle inchieste in corso è senza dubbio alcuno l’esito traumatico della perversione sessuale dei sacerdoti e dei religiosi devianti.

    Un lavoro di fondo sulle condizioni che permettono di fuorviare l’ascendente che la figura del consacrato e del sacerdote emana intorno a sé in favore di obiettivi perversi sarebbe auspicabile e la CIASE ha iniziato a trattare il problema anche sotto questo aspetto.

    Nel caso riferito da Sophie Ducrey, lo spirito del clan e la censura praticati dalla congregazione a cui appartiene il religioso in questione hanno prevalso sull’applicazione dei principi evangelici più elementari nell’ambito dei rapporti con le vittime. Neanche il clero diocesano, allertato nella medesima occasione, ha brillato per la sua sollecitudine.

    Crimen sollicitationis

    L’atteggiamento assunto dai religiosi e dagli ecclesiastici in questo frangente corrisponde a consuetudini tramandate nei secoli e che consistono nella pratica di una mal riposta “misericordia” nei riguardi del predatore.[11] La défaillance del consacrato, inoltre, deve restare segreta perché l’istituzione non ne risulti infamata.

    Nel materiale fornito nel passato dal magistero ai responsabili della Chiesa per trattare il problema degli abusi, la situazione di sofferenza delle vittime è stata da sempre omessa come fatto non pertinente. Al trauma e al suo mancato riconoscimento si aggiunge il fatto che il diritto canonico e le lettere circolari sul tema degli abusi non hanno adeguatamente provveduto a rendere giustizia alle vittime di questi crimini.[12]

    Le prime tracce di un cambiamento di prospettiva appaiono nei testi più recenti,[13] che necessiterebbero tuttavia di alcuni ritocchi per assicurare un pieno riconoscimento delle responsabilità degli autori di abusi e di coloro che li proteggono in relazione agli atti commessi.[14]

    Eppure, non sono mancati nel corso del tempo i documenti del magistero della Chiesa cattolica che denunciano gli abusi sessuali commessi da prelati. Il primo, infatti, risale al IV secolo.[15] Se si consultano i canoni del Concilio di Elvira (la cui data è imprecisa: probabilmente si svolse nel mese di maggio del 305), si trovano le posizioni che la Chiesa prese in quell’occasione riguardo ai crimini sessuali.

    I canoni dedicati a questo argomento[16] sono laconici ma lapidari: i ministri della Chiesa di qualsiasi grado riconosciuti come predatori sessuali, così come gli stupratori di bambini, saranno privati della comunione (scomunicati?) fino alla morte. L’argomento verteva sull’abuso sessuale commesso da un ecclesiastico nel primo caso e sulla pedofilia nel secondo. Tuttavia, in entrambi i casi la sanzione riguardava l’esclusione dalla comunione e, in definitiva, la privazione della salvezza eterna del trasgressore.

    Pare interessante notare che nel canone 18 l’accento è stato messo sul carattere scandaloso e sacrilego dell’atto. Entrambi i termini si focalizzano sul danno che la Chiesa subisce a causa dalle “sbandate” di persone consacrate. Non compare alcun accenno alla condizione delle vittime.

    I testi del magistero che hanno seguito queste prime sanzioni[17] hanno aggiunto alle Istruzioni sul “crimine di sollecitazione”[18] una serie di corollari determinati da una casuistica consolidata nel corso del tempo.[19] Non mancano delle brevi ma categoriche argomentazioni sulla discrezione, la confidenzialità, la riservatezza con cui trattare l’argomento[20] già a cominciare dal sottotitolo[21] dell’Istruzione e da osservare da parte di tutte le persone coinvolte nel processo. Il lessico del segreto vi è declinato sotto molteplici forme e si applica a tutte le persone coinvolte nella querela a partire dai denuncianti, passando dal personale che si occuperà della burocrazia legata alla causa e, per finire, dall’accusato. Anche «gli ordinari[22] sono vincolati da questa stessa legge (del silenzio), vale a dire in virtù della loro responsabilità».[23]

    Pare ora chiara la causa dell’atteggiamento assunto nel corso degli anni da parte delle persone coinvolte negli abusi sessuali nella Chiesa. La pratica dell’omertà ha influenzato le modalità di denuncia della perversione sessuale di un sacerdote, quasi negandolo come evento pubblico, perché lo si considerava come un caso privato, interno alla Chiesa. Infatti, alla vittima di adescamento nel corso della confessione o del colloquio spirituale, l’articolo 15 del decreto Crimen sollicitationis impone, pena la scomunica,[24] di denunciare l’abuso nel corso di una confessione al vescovo locale oppure al Sant’Uffizio (ora Congregazione per la dottrina della fede), ma non si fa cenno di ricorso alla giustizia civile. Il contesto in cui compaiono tali istruzioni è quello di una Chiesa cattolica vista come religione predominante e detentrice di una relativa autorità morale nella società occidentale, ciò che poteva corrispondere alla realtà di una cinquantina di anni fa, ma che non coincide più con la situazione odierna.

    Per quanto riguarda le misure adottate nei confronti del sacerdote imputato di crimine sessuale che attualmente vengono denunciate da parte della stampa come insufficienti e deleterie, purtroppo esse appaiono citate nel decreto 4 come esortazioni da concretizzare:

    «(…) qualora si scopra che un loro subordinato ha commesso un reato nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, possano e debbano vigilare su di lui, ammonirlo e correggerlo, anche mediante penitenze salutari, e, se necessario, rimuoverlo da qualsiasi ministero. Potranno anche trasferirlo in un altro luogo (…)».[25]

    Le rivendicazioni attuali da parte delle vittime di abusi sessuali commessi venti o trent’anni fa derivano dalla leggerezza con cui tali delitti sono stati trattati nel passato in riferimento ai testi sopracitati. Infatti, proprio il suggerimento di spostare l’ecclesiastico predatore sessuale in un altro luogo e con una diversa responsabilità non ha fatto altro che causare ulteriori danni moltiplicando le vittime.

    Se, in passato, le malefatte di un perverso potevano essere circoscritte a un campo d’azione limitato nello spazio e conosciute da una ristretta cerchia di persone, con i mezzi di comunicazione e di emancipazione espressiva attuali risulta più difficile impedire a chicchessia di ricostruire i percorsi e le malefatte di un individuo sospettato. Su queste basi, le organizzazioni sorte in difesa delle vittime hanno contribuito a spostare il luogo in cui si svolgevano le indagini dai tribunali ecclesiastici a quelli penali.

    Grazie alla progressiva focalizzazione dell’attenzione sulla sofferenza della vittima, alcuni nuovi decreti, bolle e documenti vari sono stati prodotti dal Vaticano all’attenzione degli ecclesiastici con posti di responsabilità[26] con direttive precise sui reati sessuali.

    Nelle circostanze sopra descritte, un’insoddisfazione di fondo ha spinto le vittime di abuso a reagire contro delle normative consolidate in ambito ecclesiastico e ordinate a uno spirito di clan. Come si è detto, alcune associazioni in loro difesa sono sorte, dei casi isolati hanno allertato l’opinione pubblica senza che un reale cambiamento si affermasse.

    Questa fase, che Lotman[27] chiamerebbe “graduale”, ha preparato il terreno con sporadiche notizie sul tema che sono state pressoché ignorate dall’opinione pubblica.

    L’evento “esplosivo”[28] si è verificato il 5 marzo 2019. Quella sera un documentario sugli abusi sessuali subiti dalle religiose è stato trasmesso contemporaneamente in Francia e in Germania dal canale televisivo Arte. Delle suore vittime di abusi sessuali hanno raccontato i dettagli raccapriccianti degli stupri e delle manipolazioni subite da parte di ecclesiastici e religiosi.

    A partire da questa data, una mutazione culturale ha avuto luogo e ha visto lo studio degli abusi nella Chiesa sotto tutte le forme diventare un terreno di ricerca per le scienze umane. Gli studi compiuti a partire da questo momento hanno permesso di sistematizzare e attribuire una coerenza ad episodi riguardanti ogni sorta di abuso che in precedenza erano stati giudicati non pertinenti. Si può quindi affermare che la diffusione del documentario del canale Arte ha provocato un cambiamento di paradigma nel mondo cattolico francese.[29]

    Le reazioni a queste notizie hanno preso essenzialmente due forme.

    Una parte dei fedeli crede fermamente che queste informazioni siano false e che siano state diffuse da correnti religiose o politiche che agiscono per screditare la Chiesa.

    L’altra porzione di fedeli ha preso atto dell’entità della catastrofe e si sta chiedendo per quale motivo nessuno se n’era mai accorto durante tutti questi anni. In realtà, molti se n’erano accorti, avevano denunciato derive e perversioni e non erano stati ascoltati. Le loro accuse erano state giudicate esagerate e infondate perché dirette verso personalità o comunità che riscuotevano l’ammirazione delle folle raccogliendo un vasto consenso e un successo popolare.

    Una piccola percentuale di cattolici smaliziati, invece, aveva fiutato l’imbroglio e aspettava il momento favorevole perché la verità venisse alla luce.

    Dal 5 marzo 2019 in poi non è più stato possibile coprire un prete maniaco sessuale e chiedere alle sue vittime di non parlare. I contesti che hanno coperto gli abusi stanno progressivamente uscendo dall’omertà e i responsabili sono in gran parte smascherati. Le vittime che non erano state ascoltate prima finalmente prendono la parola in pubblico e si esprimono nei media chiedendo giustizia.

    Il “caso Preynat” diventato poi il “caso Barbarin”

    In tale circostanza l’episodio che ha coinvolto Preynat e Barbarin si presenta come un caso da manuale. Tra il 1972 e il 1991 l’ormai ex padre Bernard Preynat è stato responsabile dei giovani scout in un paese della periferia di Lione.[30]

    La sua fama di prete dai metodi severi ma paterni ispira fiducia alle famiglie che gli affidano volentieri i loro figli. Invece, tra il 1986 e il 1991, compie aggressioni sessuali su alcuni ragazzi di cui era responsabile, che avevano un’età compresa tra i 7 e i 10 anni. I fatti si svolgono nell’archivio della chiesa o in tenda, durante i campi scout. Nel 1991 alcuni genitori delle vittime lo denunciarono ai suoi superiori, che lo trasferirono senza informare la giustizia, anche se immediatamente Preynat riconosce le sue colpe.

    In seguito, a partire dal 2015 le rivelazioni pubbliche di questi fatti, diffuse dall’associazione La Parole libérée, avevano provocato un’enorme ondata di indignazione contro la Chiesa cattolica e, in particolare, contro il card. Barbarin allora arcivescovo di Lione.

    Il card. Barbarin è stato successivamente denunciato, processato, condannato (e infine scagionato), per non aver denunciato gli abusi sessuali su un minore di 15 anni compiuti da Preynat.[31]

    Il film Grâce à Dieu di François Ozon[32] narra questa vicenda. Il titolo del film è la citazione di una gaffe fatta in diretta televisiva dal cardinale durante una conferenza stampa in cui parlava del processo Preynat. «Grazie a Dio, la maggior parte dei fatti è soggetta a prescrizione»,[33] ha detto Barbarin.

    Questa frase maldestra ma rivelatrice non gli è stata perdonata. Le vittime e la stampa lo hanno attaccato per anni fino a quando non ha dato le dimissioni e non si è allontanato da Lione.

    In realtà, Barbarin, oltre alla tragica gaffe, non ha fatto altro che reiterare il comportamento dei suoi predecessori, ispirato – come abbiamo visto – dal decreto 11 dell’Istruzione Crimen sollicitationis che prevede di trattare con il più gran riserbo i fatti di abuso e di allegarli al diritto canonico.

    I suoi predecessori, responsabili della diocesi di Lione nel periodo in cui i criminali sessuali si sono svolti, osservando i principi del decreto n. 4 della medesima Istruzione, hanno invece provveduto a spostare il colpevole affidandogli semplicemente un’altra responsabilità, senza che la missione sacerdotale di Preynat ne risultasse compromessa, nonostante la gravità della situazione.

    Il processo Barbarin ha le medesime caratteristiche di quello celebrato nel 2000 nei confronti di mons. Pican, che ha senza dubbio scosso le coscienze senza pertanto diventare concretamente un evento mediatico. La differenza è che il caso Barbarin si è verificato nel periodo di “esplosione”[34] e di mutazione del paradigma culturale degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Questo fatto ha reso la posizione di Barbarin nettamente più delicata perché ha gettato in pasto all’opinione pubblica una serie di episodi che per secoli la Chiesa aveva passato sotto silenzio e gestito in privata sede.

    En mon âme et conscience

    Nel mese di marzo 2020 il papa accetta le dimissioni del card. Barbarin che pubblica qualche mese dopo un libro dal titolo En mon âme et conscience.[35] Il volume aspirerebbe a iscriversi al genere letterario apologetico: un’accorata difesa, generalmente postuma, prestata a chi non ha avuto il tempo di scagionarsi prima di essere giustiziato. Nel nostro caso, l’autore si difende da solo dopo che, effettivamente, una parte della sua identità, quella a cui probabilmente teneva parecchio, è stata “giustiziata” dalla condanna dell’opinione pubblica piuttosto che dalla giustizia penale che, al termine del processo in appello, lo ha assolto.

    Il risultato dell’operazione consiste in un monologo senza soluzione di continuità che si apparenta all’eloquio disordinato che si pronuncerebbe allungati sul divano dello psicanalista.

    Il card. Barbarin non riesce a capacitarsi dell’accaduto e invoca la sua sincera rettitudine nonché l’attenzione rivolta ad altri casi di abuso verificatisi nella sua diocesi che non ha esitato a impedire.[36] Racconta poi dei momenti commoventi della sua vita di sacerdote, di vescovo, di cardinale, la sua significativa esperienza in Madagascar, l’incontro con alcune vittime di violenze sessuali…

    Adotta, insomma, un’incessante retorica della captatio benevolentiae dalla prima all’ultima riga del libro, per convincere il lettore che lui ce l’ha messa tutta e qualcosa di indipendente dalla sua volontà è andato storto. Infatti, una parte dei fedeli della diocesi di Lione, che gli è rimasta, per l’appunto, fedele al momento del processo e nel corso delle umiliazioni subite in quel frangente, non riesce a capacitarsi dell’accaduto. Si tratta di rappresentanti del mondo cattolico francese che vivono la loro religiosità in una dimensione atemporale in cui i valori tradizionali della fede restano svincolati dalla realtà e dall’evolvere della cultura e dei costumi della società umana.

    In questo orientamento il clericalismo trova la sua migliore espressione, poiché questo tipo di credenti nutre un’ammirazione sconfinata per la figura centrale del prete e gli ruota attorno come un satellite intorno al suo pianeta. Generalmente sono coloro che credono che le rivelazioni sugli abusi compiuti dai sacerdoti costituiscano un complotto contro la Chiesa per screditarla.

    All’opposto si trova lo schieramento di coloro che analizzano il comportamento e il discorso di Barbarin e li confrontano con il messaggio evangelico senza trovare dei nessi comuni. I più spietati arrivano ad accusare il cardinale di Lione di nutrire l’unica preoccupazione di difendere il sistema a cui appartiene e di esibire l’assenza permanente di compassione per coloro che giudica inutili.

    Il lessico riferito agli abusi sessuali che compare nel libro nonché nelle interviste televisive del cardinale si richiama più spesso a quello formale, distante e impersonale dell’istruzione Crimen sollicitationis che non a quello della sentita partecipazione ad un dramma. Il riferimento a questo lessico e ad un comportamento di tipo corporativo corrisponde al vecchio stato di cose in cui, in caso di abuso compiuto da un ecclesiastico, si puntava alla protezione dell’istituzione.

    Tenuto conto del cambiamento di paradigma sopra segnalato, il lettore di buon senso, sfogliando En mon âme et conscience, percepisce un leggero malessere, un errore di attitudine, una strategia narrativa obliqua che indica come vittima non tanto coloro che subirono violenza sessuale, ma colui che scrive, perché le sue buone intenzioni sono rimaste incomprese.

    Questo libro si concentra insomma sul cardinale ingiustamente accusato, immagine del Cristo umiliato che ha conosciuto, come lui, il Calvario. Sotto queste insegne del tutto ragguardevoli, però, piuttosto che trasparire l’umiltà del Figlio di Dio, s’intravede qualche traccia della smisurata autostima dell’autore.

    La Lettera dei vescovi francesi ai cattolici sulla lotta contro la pedofilia

    Il 25 marzo 2021, in seguito alla riunione plenaria della Conferenza episcopale francese, è stata resa pubblica la Lettre des évêques de France aux catholiques sur la lutte contre la pédophilie.[37]

    Il contenuto di questo testo è sorprendente se si pensa alla tradizionale lentezza con cui il pensiero della Chiesa evolve nel corso del tempo. Fin dalle prime righe si legge: «Potete essere sicuri della nostra determinazione a fare tutto il possibile per accogliere le testimonianze, capire cosa è successo, agire per la giustizia e attuare le misure preventive necessarie». Una ventina di anni fa la CEF non sarebbe stata capace di formulare un documento simile.

    La lettera procede descrivendo la progressiva presa di coscienza dei fatti avvenuti da parte dei vescovi, grazie ai rapporti periodici dei lavori che la CIASE svolge da un paio d’anni. «La nostra Chiesa non è sempre stata un luogo sicuro. Preti e religiosi hanno abusato sessualmente di minori, sia ragazzi che ragazze. I preti hanno abusato della loro posizione sacramentale per avere un ascendente sui giovani e talvolta per abusare sessualmente di loro. Questi fatti sono provati e innegabili».

    Le dichiarazioni dei vescovi sono caratterizzate da una reale franchezza e il testo della lettera si ispira al genere letterario della “cronaca” dei fatti avvenuti, in questo caso l’analisi delle vicende che hanno costretto i vescovi ad adottare il registro della trasparenza.

    La consapevolezza si estende alla comprensione dei traumi subiti dalle giovani vittime e degli sconvolgimenti che questi hanno provocato nel corso della loro vita. Medici, psichiatri, vittimologi sono intervenuti nel corso degli ultimi anni per esaminare l’estensione dei danni che le aggressioni sessuali hanno causato.

    Ma il passaggio più inaspettato della Lettera è quello in cui i vescovi riconoscono che la condizione favorevole agli abusi è proprio quella che il clericalismo stesso ha prodotto: «Spesso, come abbiamo detto, (i ragazzi) non hanno potuto parlare o, avendo parlato, non sono stati ascoltati perché il loro aggressore era stimato, persino venerato, dai loro genitori o dalla loro cerchia familiare e sociale, dalla comunità cristiana.

    È estremamente coraggioso e impegnativo testimoniare ciò che hanno sofferto. Coloro che osano farlo hanno diritto alla nostra ammirazione e gratitudine».[38] Concretamente ciò significa che gli abusi hanno potuto prodursi perché alcune precise strategie manipolatorie più o meno implicite erano già in atto nel settore culturale, religioso e sociale in cui l’abuso si è prodotto.

    Se un cambiamento di paradigma si è inaugurato attraverso lo shock prodotto nella società francese nel marzo 2019 in seguito alla programmazione del documentario sugli abusi sessuali subiti dalle religiose programmato dal canale Arte, la Lettre des évêques de France aux catholiques sur la lutte contre la pédophilie testimonia di una complessiva affermazione di questa nuova tendenza nella Chiesa cattolica francese, almeno sulla carta.

    Il problema della pedofilia, esaminato accuratamente attraverso cause ed effetti da tutti gli operatori incaricati dalla Conferenza episcopale francese, pare quindi teoricamente predisposto per attuare un’imminente e adeguata forma di prevenzione.

    Una volta ultimata questa operazione, è auspicabile che anche l’ambito degli abusi di potere e degli abusi spirituali, che sono certamente presenti nella Chiesa cattolica francese, diventino rapidamente un campo di indagine, di ulteriore presa di coscienza nonché di applicazione di risoluzioni preventive adeguate a un modo di vivere il cattolicesimo possibilmente in accordo con i tempi e con la società.


    [1] https://www.youtube.com/watch?v=aADoN5hJCfE

    [2] Cf. https://www.laparoleliberee.org/ (tr.d.a.).

    [3] Cf. https://www.la-croix.com/Religion/Catholicisme/France/Face-abus-sexuels-lEglise-abus-silence-abus-transparence-2018-11-07-1200981559

    [4] https://www.golias-editions.fr/2020/07/09/derives-sexuelles-et-manipulations-leglise-catholique-se-remettrait-elle-en-cause-aujourdhui/

    [5] https://www.ciase.fr/

    [6] Thierry Baffoy, Antoine Delestre, Jean-Paul Sauzet, Les Naufragés de l’Esprit. Des sectes dans l’Eglise Catholique, Seuil, 1996.

    [7] Cf. Laurent Grzybowski, Jean Mercier et Bernadette Sauvaget, «Des gourous dans les couvents», La Vie, 5/02/2001.

    [8]  Marie-Jo, Thiel, L’Eglise catholique face aux abus sexuels sur mineurs, Paris, Bayard, 2019.

    [9] «En novembre 2001, les évêques réunis à Lourdes applaudissaient longuement Mgr Pican, condamné deux mois avant à trois mois de prison avec sursis pour ne pas avoir dénoncé un prêtre de son diocèse auteur d’abus sexuels sur mineurs. En novembre 2018, au cours de la même assemblée, ils écoutaient en silence sept victimes raconter les traumatismes vécus, avant d’engager avec elles des pistes de réflexion». Celine Hoyeau, «Abus sexuels : en vingt ans, la lente prise de conscience des évêques», La Croix, 21.3. 2021. https://www.la-croix.com/Religion/Abus-sexuels-vingt-ans-lente-prise-conscience-eveques-2021-03-23-1201147130

    [10] Cf. Sophie Ducrey, Etouffée. Récit d’un abus spirituel et sexuel, Paris, Tallandier, 2019.

    [11] Ci sono state delle singole reazioni a questo stato di cose che hanno contribuito a denunciare l’errore ma non sono servite a cambiare immediatamente lo stato di cose, come la posizione di Monsignor Luc Ravel, arcivescovo di Strasburgo: https://www.la-croix.com/Religion/Catholicisme/taire-proteger-lEglise-erreur-theologique-2018-09-10-1200967649

    [12] Cf. la Lettera circolare della Congregazione per la dottrina della fede alle conferenze episcopali sulle linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici, 16.05.2011: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2011/05/16/0295/00714.html

    Come Thiel (op. cit. p. 408) fa notare in questa sede nel riferimento all’articolo 6 del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II, si fa riferimento al «delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore di 18 anni». Per trattare un crimine sessuale ai giorni nostri si invoca la… legge mosaica. E giustamente Marie-Jo Thiel si chiede: «e se il predatore è un laico, o un religioso non ordinato?» (ibidem, tr. d. a.).

    [13] Cf. la Lettera di papa Francesco ai vescovi del Cile:

    http://www.vatican.va/content/francesco/it/letters/2018/documents/papa-francesco_20180408_lettera-vescovi-cile.html

    [14] Cf. Marie-Jo Thiel, op. cit., p. 423.

    [15] Cf. Charles-Joseph Hefele, Histoire des Conciles d’après les documents originaux, Paris, Letouzey et Ané, 1907, p. 232; Dizionario storico dell’Inquisizione, Adriano Prosperi ed., Edizioni della Normale, 2010.

    [16] Charles-Joseph Hefele, op. cit. p. 232 : Can. 18. — De sacerdotibus et ministris si moechaverint. Episcopi, presbyteres et diacones si in ministerio positi detecti fuerint quod sint moechati, placuit propter scandalum et propter profanum crimen nec in finem eos communionem accipere debere. (Dei sacerdoti e dei ministri riconosciuti come predatori sessuali. Se dei vescovi, preti o diaconi nell’esercizio del loro ministero saranno sorpresi a commettere abusi sessuali, a causa dello scandalo e a causa del crimine sacrilego, si decreta che siano scomunicati (non si dia loro la comunione neanche) fino alla morte. tr.d.a.); Charles-Joseph Hefele, op. cit. p. 259. : Can. 71. — De stupratoribus puerorum. Stupratoribus puerorum nec in finem dandam esse communionem. (Sugli stupratori di bambini. I violentatori di bambini saranno scomunicati (privati della comunione) fino alla morte. tr.d.a.)

    [17] In epoca moderna cf. la “Constitutio” Cum sicut nuper di papa Pio IV del 1551 che ha subito molteplici modificazioni fino alla versione del 1922 di Crimen sollicitationis e alla sua variante corretta e corredata di un’aggiunta che verte sui “graviora delicta”.

    [18] Crimen sollicitationis nei testi si configura come un abuso sessuale compiuto da un ecclesiastico o da un laico con mandato ecclesiale nel contesto di un colloquio di carattere spirituale o di una confessione.

    [19] Cf. Cum sicut nuper, op. cit.

    [20] Il paragrafo 11 riporta infatti: «(…) nel trattare queste cause, si deve mostrare una cura e una preoccupazione più che abituale affinché esse siano trattate con la massima riservatezza, e che, una volta decise e la decisione eseguita, siano coperte dal silenzio permanente (Istruzione del Sant’Uffizio, 20 febbraio 1867, n. 14), tutte le persone in qualsiasi modo associate al tribunale, o a conoscenza di tali questioni a causa del loro ufficio, sono tenute ad osservare inviolabilmente la più stretta riservatezza, comunemente detta segreto del Sant’Uffizio, in ogni cosa e con ogni persona, sotto pena di incorrere nella scomunica automatica» (tr. d. a.). Cf: http://www.vatican.va/resources/resources_crimen-sollicitationis-1962_en.html

    [21] «Da conservare con cura nell’archivio segreto della Curia per uso interno. Da non pubblicare né ampliare con commenti». (tr. d. a.)

    [22] Con il termine  “ordinario” il lessico del diritto canonico indica, oltre al pontefice, i vescovi diocesani e coloro che, anche se soltanto interinalmente, sono preposti a una Chiesa particolare o a una comunità ad essa equiparata, compresi i superiori degli istituti religiosi.

    [23] Ibidem.

    [24] Cf. Ibidem, al paragrafo 18.

    [25] Instruction On the Manner of Proceeding in Causes involving the Crime of Solicitation, to be kept carefully in the secret archive of the curia for internal use, (Crimen sollicitationis, decreto 4, tr.d.a.)

     http://www.vatican.va/resources/resources_crimen-sollicitationis-1962_en.html

    [26] http://www.vatican.va/resources/index_fr.htm

    [27] Jurij M. Lotman, La cultura e l’esplosione. Prevedibilià e imprevedibilità, Milano, Feltrinelli, 1993.

    [28] Sempre secondo la terminologia di Jurij Lotman.

    [29] Anche la pubblicazione quasi contemporanea del libro di Frédéric Martel, Sodoma. Enquête au cœur du Vatican, Paris, Lafont, nel febbraio 2019, ha contribuito alla trasformazione culturale e all’idea che la società francese si faceva del clero cattolico.

    [30] Cf. https://www.reforme.net/actualite/2020/01/13/affaire-preynat-sept-questions-pour-comprendre-le-proces/

    [31] https://www.lemonde.fr/societe/article/2019/03/07/l-heure-du-verdict-pour-le-cardinal-barbarin_5432549_3224.html

    [32] Cf. https://www.reforme.net/societe/2019/07/04/abus-sexuels-le-pere-preynat-reconnu-coupable/ (tr. d. a.)

    [33] https://www.youtube.com/watch?v=7r71RiLbUlo

    [34]Cfr. nota 22 e 23.

    [35] Cardinal Philippe Barbarin, En mon âme et conscience. L’affaire, l’Eglise, la vérité d’un homme, Paris, Plon, 2020.

    [36] Presso le suore contemplative di Saint Jean.

    [37] https://eglise.catholique.fr/actualites/dossiers/assemblee-pleniere-de-mars-2021/514454-lettre-des-eveques-de-france-aux-catholiques-sur-la-lutte-contre-la-pedophilie/

    [38] Ibidem, (tr.d.a.)

    http://www.settimananews.it/chiesa/francia-abusi-cambia-paradigma/

  • Pedofilia nella Chiesa, vertice Papa-ministro degli Esteri tedesco

    Pedofilia nella Chiesa, vertice Papa-ministro degli Esteri tedesco

    Città del Vaticano – In Germania la Chiesa cattolica è in ebollizione, non solo per le richieste di riforme provenienti dalla base come, per esempio, l’abolizione del celibato, il sacerdozio femminile, la benedizione alle coppie omosessuali, ma anche per la scarsa trasparenza con la quale vescovi, cardinali e preti hanno gestito il tema delle pedofilia nel passato. Pedofili trasferiti da una parrocchia all’altra, o in altre diocesi, vittime messe nella condizione di non potersi difendere. Un quadro opaco che sta creando problemi anche a livello politico. La riprova è che il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, che stamattina sarà ricevuto da Papa Bergoglio ha detto in una intervista a Die Welt che, tra i vari temi (Europa e vaccini) intende discutere degli abusi sessuali.

    Un argomento non secondario, scioccante per tanti cittadini, certamente destabilizzante per le strutture ecclesiali. Mass ha spiegato che la questione «determina il rapporto della gente con la propria comunita’ religiosa». L’esponente del Partito socialdemocratico vorrebbe sapere «come la Chiesa cattolica e, in particolare, il Papa» intendono affrontare il problema. Per Maas, lo Stato è chiamato ad intervenire, soprattutto quando si tratta di questioni penali. In Germania, contrariamente a quello che accade in Italia dove i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare i preti pedofili alla polizia e alla magistratura, i religiosi tedeschi sono tenuti a segnalare i casi.

    Il capo della diplomazia di Berlino ha accolto con favore le benedizioni impartite da quella parte di sacerdoti alle coppie omosessuali, nonostante il divieto del Vaticano. «Vedo una grande apertura in alcune parti della Chiesa cattolica agli sviluppi sociali che non si possono ignorare», ha dichiarato Maas. L’esponente della SpD ha aggiunto: «Accolgo con grande favore il fatto che queste discussioni vengano nuovamente avviate e condotte in modo piu’ approfondito»

  • Abusi, in Sicilia la guerra delle petizioni a difesa del vescovo che ha trasferito a Ferrara prete pedofilo

    Abusi, in Sicilia la guerra delle petizioni a difesa del vescovo che ha trasferito a Ferrara prete pedofilo

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Contrariamente al trend della Germania o della Francia dove i fedeli si mobilitano indignati per chiedere al Vaticano la rimozione di quei vescovi che hanno trasferito preti pedofili in altre diocesi per proteggerli, in Italia le cose sembrano andare alla rovescia. Lo dimostra il caso clamoroso di Enna. In questi giorni sta facendo scandalo l’incredibile ‘guerra’ delle petizioni scoppiata nella diocesi siciliana dove è appena stato arrestato dalle forze dell’ordine un giovane prete. L’accusa è pesante, avrebbe abusato di un minore che gli era stato affidato «per ragioni di istruzione e di educazione alla religione cattolica», come si legge in un comunicato della Questura di Enna.

    La storia – A seguito di questo arresto la Procura siciliana ha pure lanciato un appello per incoraggiare altre vittime a non avere timore e a denunciare. Ai tempi delle violenze il ragazzino abusato aveva appena 16 anni. L’incubo era iniziato nel 2009 e sarebbe andato avanti fino al 2013. Dall’ordinanza di applicazione della misura cautelare al prete si legge chiaramente che di queste violenze ne era a conoscenza il vescovo Rosario Gisana il quale, in barba alla tutela del minore, verso la fine del 2019, avrebbe spedito in una altra diocesi – Ferrara – il presunto pedofilo, il quale non solo ha continuato a rimanere a contatto con altri ragazzi ma in seguito è stato pure ordinato sacerdote dalla Chiesa di Enna.

    L’indagine – Nell’ordinanza si legge: «Il sospetto di una devianza sessuale sembra condiviso dallo stesso vescovo Gisana che a seguito della notizia dei fatti denunciati dalla vittima ha disposto il trasferimento dell’indagato a Ferrara anche al fine di avviarlo ad un percorso psico terapeutico. D’altronde l’indagine ha ampiamente dimostrato come le abitudini sessuali dell’indagato siano state e siano tuttora caratterizzate da note di perversione. Dall’analisi del contenuto del computer del religioso è emerso, infatti, che lo stesso è solito navigare in maniera sistematica e maniacale, a qualsiasi ora del giorno e della notte, mediamente 60 volte al giorno negli ultimi dieci mesi, in innumerevoli siti pornografici, rintracciabili con la parola chiave ‘teen’ e che più di recente ha avuto rapporti omosessuali con due giovani appena 19enni».

    Le petizioni – Dopo l’arresto del prete nella diocesi di Enna sono partite due petizioni antitetiche sul web che rimbalzano da un sito all’altro a caccia di iscrizioni. La prima è di solidarietà al vescovo Gisana per difenderlo dall’accusa di avere insabbiato e trasferito il prete abusatore.

    Sotto una foto in cui si vede Gisana che abbraccia Papa Francesco, si legge che di fronte agli attacchi «strumentali da parte di blogger, tendenti a denigrare e screditare l’operato del vescovo nella vicenda del sacerdote Giuseppe Rugolo la diocesi di Enna-Piazza Armerina vuole stringersi attorno al suo pastore per manifestargli vicinanza e solidarietà».

    La seconda petizione, invece, sempre fatta circolare sui canali web, di segno opposto, invita Papa Francesco ad aprire gli occhi e prendere provvedimenti verso questo vescovo che pur avendo saputo da una delle vittime – nel 2014 – che c’erano violenze di mezzo ha ugualmente trasferito il sacerdote al Nord con la motivazione di sottoporsi a cure. “Il Vaticano sia coerente con il volere di Papa Francesco e rimuova monsignor Gisana” si legge nella petizione.

    La prima denuncia arrivata alla diocesi di Enna diede effettivamente seguito ad una indagine previa da parte degli organi ecclesiastici e fu affidata a due preti del tribunale di Palermo, anche se non produsse alcun esito e finì nel nulla per difetto di competenza. Il prete in questione all’epoca era ancora seminarista.

    Tuttavia nel gennaio di quest’anno alla presunta vittima è stato offerta da parte della diocesi di Enna diretta dal vescovo Gisana, tramite la Caritas, 25 mila euro come possibile risarcimento.

    Papa Francesco – Proprio oggi, a proposito di vescovi insabbiatori, è arrivata la notizia che Papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Porto-Santa Rufina di monsignor Gino Reali. Il vescovo – che ha 73 anni, due anni in meno rispetto all’età canonica di pensionamento – in una lettera ai fedeli della sua diocesi parla di “condizioni di salute” che non permettono di continuare, “il servizio attivo”. Tuttavia va ricordato che la diocesi da lui guidata fu coinvolta in un noto caso di pedofilia, quello di don Ruggero Conti, e monsignor Reali fu accusato dalle vittime proprio di favoreggiamento. Rete L’ABUSO

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vescovi_insabbiatori_pedofilia_abusi_enna_vittima_papa_francesco_cei_germania_enna_gisana_cosa_e_successo_5_maggio_2021-5941008.html

  • EL PAÍS crea il primo archivio  sulla pedofilia nella Chiesa spagnola: 816 vittime in 306 casi

    EL PAÍS crea il primo archivio sulla pedofilia nella Chiesa spagnola: 816 vittime in 306 casi

    La Spagna è un deserto statistico sull’estensione della pedofilia nella Chiesa cattolica. La Conferenza Episcopale (CEE), che, a differenza dei vescovi di altri Paesi, si è rifiutata di indagare su di essa, ha sostenuto di non avere quasi registri di casi, che non tratta neanche cifre e che comunque sono poche . EL PAÍS ha iniziato a indagare nel 2018 su quale fosse il reale impatto di questo flagello, che era già venuto alla luce attraverso i media in molti paesi. Dopo una richiesta di informazioni da tutte le diocesi e una ricerca di condanne, il bilancio è stato di soli 34 casi e 80 vittime in quattro decenni. Poi ha iniziato a pubblicare casi e molti altri sono emersi. Due anni e mezzo dopo, dopo un lungo lavoro di revisione e classificazione, fornisce ora il primo database di riferimento in Spagna su questo fenomeno, che può essere consultato qui .

    Fino ad ora, questo giornale ha tenuto una semplice contabilità provvisoria che includeva 242 casi con mezzo migliaio di vittime. In questo nuovo lavoro, oltre a perfezionare il calcolo, ogni caso è stato analizzato e tutte le informazioni sono state classificate. Il risultato è che le cifre si sono moltiplicate per 10 rispetto al 2018: sono almeno 816 le vittime in 306 casi conosciuti attraverso condanne e media.

    Lo scopo del database è quello di aiutare a documentare e chiarire la portata dello scandalo in Spagna, e anche di aiutare le vittime, che spesso fanno la segnalazione solo quando vedono altre vittime farlo. Le informazioni verranno aggiornate in modo permanente con i nuovi casi noti. EL PAÍS mette i dati a disposizione dei ricercatori, delle istituzioni e della Chiesa, che possono richiederli via e-mail: abusos@elpais.es .

    Nel mondo anglosassone, la pubblicazione di elenchi di autori di abusi e casi è stata comune, come quelli di AFP, Boston Globe , BishopAccountability.org , alcune diocesi statunitensi e associazioni di vittime. Tuttavia, nessuno è così completo da includere l’anno in cui si è verificato l’abuso, la data in cui la Chiesa ne era a conoscenza e la data in cui è venuto alla luce nell’opinione pubblica. Anche i nomi degli insabbiamenti, delle misure legali e canoniche, oltre a un elenco delle destinazioni verso le quali l’aggressore è stato trasferito e il numero delle sue vittime.

    In 69 occasioni, nel 21% dei casi, l’imputato è stato semplicemente trasferito in un’altra destinazione dopo una denuncia. In 65 casi, un membro della Chiesa ha coperto l’aggressore. Per quanto riguarda le misure interne, in 163 episodi (53%) non è noto se ci sia stato un processo canonico. Del restante 47%, 69 sono stati allontanati o espulsi e 33 processi canonici sono in corso. L’elenco comprende 19 laici che hanno commesso gli abusi nelle istituzioni religiose. Dei 212 casi in cui è nota l’accusa di aggressore, la maggioranza erano insegnanti (81, di cui 13 laici), seguiti da parroci, sacerdoti o religiosi (78).

    L’analisi dei dati rivela che la Chiesa conosceva la commissione della maggior parte degli oltre 300 casi diversi anni, e anche decenni, prima che fossero denunciati ai tribunali o resi pubblici. Nel 65 ci fu un insabbiamento dei fattie, in totale, 54 alti funzionari o membri della Chiesa hanno coperto l’aggressore, o perché non hanno fatto nulla quando hanno saputo dell’abuso, perché lo hanno trasferito a destinazione o perché lo hanno protetto in qualche modo. Nella lista ci sono quattro Papi – legati al caso di Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, che ha anche commesso abusi in Spagna – e due dozzine di vescovi, tra cui cardinali con incarichi nella CEE: Antonio María Rouco Varela (vescovo emerito di Madrid), Carlos Osoro (Vice Presidente della CEE), Braulio Rodríguez (Arcivescovo emerito di Toledo) e Jesús Sanz (Arcivescovo di Oviedo e membro della Commissione Permanente della CEE).

    L’occultamento è anche un reato disciplinato dal diritto canonico punibile con l’espulsione dall’ufficio se le cause sono gravi. “La negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio è inclusa [in queste gravi cause], in particolare in relazione ai casi di abusi sessuali commessi contro minori e adulti vulnerabili”, si legge nel motu proprio di Papa Francesco del 2016 intitolato Like a Loving Mother , che ordina l’espulsione dei vescovi occulti dalle loro posizioni. Finora non ci sono prove che il Vaticano stia indagando su nessuno degli spagnoli.

    La maggior parte delle vittime sono ragazzi e le ragazze sono 211, il 26% del totale. In ogni caso, i criteri contabili sono stati i più restrittivi: si considerano solo i casi denunciati, in tribunale o pubblicamente, e quelli ammessi dalla Chiesa. Ma in realtà il numero delle vittime almeno raddoppia e sale a migliaia se si considerano le stime di altre possibili vittime fatte di volta in volta dalle persone colpite o dai ricercatori. E questi sono solo i casi che in qualche modo hanno trasceso. Le statistiche di altri paesi mostrano che la stragrande maggioranza rimane nascosta. E l’esperienza indica che dare alle vittime la fiducia necessaria per denunciare è il passo decisivo per farle venire alla luce. Il rango istituzionale e la credibilità di chi prende l’iniziativa sono determinanti. In altri paesi sono stati la Chiesa stessa, governi o tribunali che hanno avviato indagini e creato cassette di ricezione dei reclami. In Spagna nessuno l’ha fatto, né sembra volerlo.

    Negli Stati Uniti, un’indagine della Corte suprema della Pennsylvania ha contato 300 molestatori e più di 1.000 vittime nel 2018, cifre simili a quelle che ora stanno emergendo in Spagna, sebbene quello stato abbia solo 12 milioni di abitanti. Quell’anno, in Germania, il rapporto commissionato dagli stessi vescovi ammetteva 3.677 vittime di 1.670 religiosi dal 1946.

    Il caso più recente è quello della Francia, dove i vescovi nel 2019 hanno incaricato una commissione indipendente di aprire una mail per ricevere denunce. È un periodo di tempo simile a quello trascorso in Spagna dopo l’inizio delle indagini di EL PAÍS nel 2018, ma la differenza è abissale: 10.000 vittime sono già venute alla luce in Francia . La CEE si riunisce da domani in commissione plenaria e affronterà nuovamente gli abusi sui minori. Nell’ultima conferenza stampa dei loro portavoce, hanno insistito sul fatto che non conoscono il numero di casi e che sono pochi.

    A Natale 2018, al culmine dello scandalo in Spagna e poco prima del vertice sulla pedofilia tenutosi in Vaticano nel febbraio 2019, Papa Francesco ha ringraziato i media per il loro lavoro di “smascherare questi lupie dare voce alle vittime “e avvertono i vescovi:” La Chiesa chiede di non tacere e di venire alla luce in modo oggettivo, perché lo scandalo più grande in questa vicenda è nascondere la verità “. Ma la Chiesa spagnola ancora non obbedisce al Papa. La Conferenza episcopale sostiene che non ha potere esecutivo, ma solo coordinamento, e tutto dipende da ogni vescovo, proprietario assoluto della sua diocesi. Il poco che le diocesi hanno fatto, salvo eccezioni, è stato quello di aprire uffici per la cura delle vittime, su mandato del Vaticano. Ma sono organismi sconosciuti e la maggior parte non fornisce alcuna informazione.

    Il ruolo dei media

    La fotografia che riflette la nuova contabilità dei casi in Spagna indica la prima negli anni ’30. Dal 1986, anno in cui è stato trovato il primo pubblicato sulla stampa, fino al 2000 si conoscevano solo 12 episodi. Da allora, hanno iniziato a essere resi pubblici, a causa dell’eco mondiale delle indagini del quotidiano Boston Globe che hanno dato inizio allo scandalo nel 2002. Il film premio Oscar Spotlight , che racconta quella storia , è del 2015, ed è di quel momento in cui qualcosa comincia a muoversi in Spagna. La maggior parte dei casi è emersa negli ultimi cinque anni, il 72% del totale. Il decennio con il maggior numero di casi registrati è, infatti, l’ultimo, dal 2010 in poi, con 48. Seguono gli anni ’60 e ’70.

    Nel 2016, El Periódico ha scoperto il caso dei maristi a Barcellona. EL PAÍS inizia le sue indagini nell’ottobre 2018 e apre un’e-mail che riceve più di 300 messaggi. Da allora ne ha pubblicati 52. Buona parte dei casi, 135, sono stati resi pubblici grazie alla stampa. Altri 102 sono il risultato di un qualche tipo di indagine interna di ordini religiosi o diocesi e 65 di un’azione giudiziaria.

    La mappa del numero di casi scoperti dalle province evidenzia il ruolo dei media. Quelli con la maggior parte dei casi sono Barcellona e Navarra, ma questo è dovuto solo al fatto che c’erano dei media che li hanno indagati e portati alla luce, principalmente El Periódico e Diario de Noticias de Navarra . Degni di nota sono anche province come Madrid, Bizkaia e Murcia, dove le diocesi si sono distinte, a differenza della maggior parte, per la revisione dei fascicoli e la fornitura di informazioni. Lo stesso è il caso degli ordini religiosi. La maggior parte dei casi, 225, sono relativi a congregazioni, ma anche perché hanno dato più delle diocesi per ammetterlie dare informazioni. I Gesuiti sono la congregazione con il maggior numero di casi, 71, ancora una volta perché è la prima e quasi l’unica che ha intrapreso un’indagine interna minima. La maggior parte è stata rivelata dall’ordine stesso in un rapporto presentato lo scorso gennaio , anche se non ha rivelato dettagli decisivi come il nome del religioso accusato o il luogo dei fatti. Cioè, sono sorti casi in cui qualcuno ha mostrato interesse per loro. Infatti a Barcellona, ​​Navarra e Madrid si concentra il 40% di tutti i casi in cui si conosce la scena degli eventi.

    I dati indicano che, in media, i reati di pedofilia vengono alla luce 30 anni dopo che si sono verificati, sulla base dell’analisi dei 255 casi di cui si conoscono esattamente le date. Questo dato è direttamente correlato ad un altro, molto attuale con l’approvazione della nuova legge sulla tutela dei minori : in più della metà dei casi, 176, c’è stata denuncia, ma il 48% è stato presentato per aver prescritto. Nel 36% c’è stata una condanna e il 16% è in corso o non si sa come abbia concluso. Le denunce che hanno portato all’assoluzione dell’imputato non sono state incluse. Quando entrerà in vigore la nuova legge sull’infanzia o la legge di RhodesApprovato questa settimana al Congresso, lo statuto di prescrizione per i reati di pedofilia inizierà a decorrere quando la vittima raggiungerà i 35 anni di età. Fino ad ora era da 18 anni. La legge non ha effetto retroattivo.

    Se sei a conoscenza di un caso di abuso sessuale che non ha visto la luce, scrivici con il tuo reclamo a abusos@elpais.es

    https://elpais.com/sociedad/2021-04-18/el-pais-crea-la-primera-base-de-datos-sobre-pederastia-en-la-iglesia-espanola-816-victimas-en-306-casos.html

  • Papa Francesco, rimosso vescovo Usa che copriva abusi sessuali

    Papa Francesco, rimosso vescovo Usa che copriva abusi sessuali

    Monsignor Michael J. Hoeppner non è più vescovo della diocesi statunitense di Crookston, nel Minnesota, dopo essere stato sollevato dall’incarico da Papa Francesco, in seguito alla copertura di un caso di abusi sessuali.
    Hoeppner ha 71 anni e in passato avrebbe fatto pressioni su un ragazzo candidato a diventare diacono affinché tacesse gli abusi subiti da un sacerdote e non li facesse diventare accuse formali.

    Nel maggio 2017 Monsignor Hoeppner è stato il primo vescovo a essere citato in giudizio individualmente per coercizione. Un record negativo, certo, ma una vittoria e una liberazione per tutte le persone vittime di abusi da parte di prelati. Il giovane candidato al diaconato ha fatto sapere che le gravi pressioni ricevute dal Monsignore erano state come “subire di nuovo abusi”.
    Questa è l’ennesima macchia che cade sulla Chiesa guidata oggi da Papa Francesco. Lo stesso pontefice sta facendo ogni cosa in suo potere per riportare l’ordine e stare dalla parte delle vittime di abusi.

    Era il mese di settembre del 2019 quando è stato comunicato che il vescovo Hoeppner sarebbe stato il primo vescovo al mondo a essere indagato per insabbiamento di abuso ai sensi del motu proprio di papa Francesco “Vos Estis Lux Mundi”, quello che descrive l’obbligo di denuncia e le responsabilità dei vescovi sulle proprie omissioni. Una delle tante novità introdotte da Bergoglio nello svolgimento del suo pontificato.

    Ma non ci sono solo gli Usa in questa cattiva compagnia. Meno di un mese fa Francesco aveva fatto dimettere monsignor Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta, alto prelato argentino molto criticato nel Paese sudamericano, colpevole di aver insabbiato gli abusi sessuali ai danni di una ragazza da parte di un prete suo amico da venticinque anni, Luis Alberto Bergliaffa.

    Il problema degli abusi sessuali su donne e uomini da parte di sacerdoti è davvero internazionale. Stati Uniti, Argentina e adesso anche la Germania. Come accaduto nella diocesi di Colonia travolta dallo scandalo pedofilia. Secondo quanto emerso dall’indagine indipendente sulla gestione della violenza sessuale nell’arcidiocesi di Colonia, che ricordiamo è la più grande della Germania, commissionata dal cardinale Rainer Maria Woelki, centinaia di minori avrebbero subito violenza da parte dei sacerdoti che sarebbero stati coperti da diversi vescovi. Ed è la seconda volta che la Chiesa Cattolica tedesca finisce viene travolta da uno scandalo relativo alla pedofilia.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/papa-francesco-rimosso-vescovo-usa-che-copriva-abusi-sessuali-734519.html

  • Pedofili e amanti di festini, segni particolari: PRETI

    Pedofili e amanti di festini, segni particolari: PRETI

    CRACOVIA – «Era il diavolo che mi consigliava» ha confessato candidamente il prete pedofilo ad Anna Miesiewicz, una delle sue tante vittime, violentata all’età di 8 anni, «lo so che non avrei dovuto- ha aggiunto- ma ho ceduto a una stupida passione».

    Poche parole, senza neanche un reale segno di pentimento. Forse solo il dispiacere di essere stato scoperto e il fastidio di trovarsi di fronte alla bambina, oggi donna, che lui ha toccato e abusato rovinandole per sempre la vita.

    Questa, e tante altre testimonianze, sono contenute nel docu-film intitolato “Tylko nie mòw nikomu” (“Non dirlo a nessuno”), disponibile su Youtube. Realizzato dai fratelli Tomasz e Marek Sekielski è stato visto da oltre 18 milioni di persone in Polonia, un’enormità se si pensa che il Paese ha una popolazione complessiva di 38 milioni di persone.

    «Non devi dirlo a nessuno» – Mariusz, per esempio, è stato abusato da padre Jeroslaw per 9 anni. «Non dirlo a nessuno o sarà la rovina per tutti e due», aveva intimato il sacerdote al bambino di cui diceva di prendersi cura. «Poi un giorno – racconta Mariusz – mi ha portato in canonica e mi ha detto di sdraiarmi sul letto. Gli dicevo che mi faceva male ma lui ha continuato».

    Mariusz decise di raccogliere tutto il coraggio che gli restava e denunciare il sacerdote che, dopo un umiliante processo per la giovane vittima, accusata di aver fatto sesso in cambio di soldi, venne condannato alla pena di tre anni di reclusione. Fino alla condanna definitiva però padre Jeroslaw ha potuto celebrare messa in un’altra parrocchia.

    Il film ha scoperchiato il vaso di Pandora facendo luce sul dramma della pedofilia che ha impunemente macchiato, per anni, la Chiesa polacca con milioni di casi insabbiati e scandali nascosti.

    Il caso di Mons. Glodz – Lunedì 29 marzo due vescovi polacchi, monsignor Slawoj Leszek Glodz, già arcivescovo di Danzica, e monsignor Edward Janiak, già vescovo di Kalisz, sono stati puniti dalla Santa Sede in quanto colpevoli di aver nascosto numerosi casi di pedofilia di cui si sono macchiati tantissimi sacerdoti polacchi. Ai due vescovi è stato ordinato di cambiare residenza e abitare fuori dalla diocesi con il divieto di partecipare alle cerimonie liturgiche e agli incontri con i fedeli.

    Inoltre, sia Glodz che Janiak devono versare parte del proprio patrimonio alla fondazione ecclesiale che offre assistenza alle vittime di abusi sessuali perpetrati dal clero. Prima della definitiva rimozione di lunedì scorso, Mons. Edward Janiak era già stato oggetto di un severo provvedimento di Papa Francesco che lo aveva ‘commissariato’ affiancandogli come Amministratore apostolico sede plena l’Arcivescovo di Lodz, Mons. Gzegorz Rys.

    L’arcivescovo di Gniezno e primate di Polonia, mons. Wojeciech Polak, nella sua qualità di delegato dell’episcopato polacco per la protezione di bambini e adolescenti, chiese con forza, nel 2019, al Vaticano d’indagare sulle coperture degli abusi sessuali commessi da padre Arkadiusz Hajdasz, noto pedofilo, e il Papa intervenne commissionando appunto la diocesi. Sia Mons. Glodz che Mons. Janiak erano quindi da tempo nel mirino della Santa Sede proprio per le omissioni di cui si sono resi colpevoli.

    Una figura oscura – Con riferimento a Mons. Glodz nel documentario “Non dirlo a nessuno” viene descritto come una persona fredda e indifferente al dolore delle vittime. Chiamato a commentare direttamente il filmato si sarebbe limitato a dire: «Non guardo niente di vecchio». Viene inoltre mostrato mentre elogia platealmente il noto prete pedofilo Cybula, già cappellano personale di Lech Walesa, nonostante fosse perfettamente a conoscenza dei suoi abusi.

    Voci insistenti sul dubbio passato di Glodz circolano nell’ambiente della Curia romana già da moltissimi anni, avendo lo stesso rivestito un ruolo di primo piano come informatore dei servizi segreti al servizio della Repubblica popolare di Polonia con il compito di riferire dell’operato di Papa Giovanni Paolo II e della sua politica nei confronti del blocco sovietico.

    Un gruppo di attivisti proietta il docufilm-verità “Non dirlo a nessuno” sulla casa di Glodz, a Gdansk.

    Il 17 marzo del 2013 il settimanale polacco Wprost aveva pubblicato un articolo che raccoglieva una serie di testimonianze dell’entourage di Glodz nel quale veniva accusato di mobbing e intimidazione ai danni dei propri subordinati oltre che dell’organizzazione di feste ad alto tasso alcolico. Un dozzina di preti, rimasti anonimi, accusarono inoltre Glodz di offrire incarichi ecclesiastici a pagamento per finanziare uno stile di vita definito “sontuoso”.

    Sedici sacerdoti, tra cui il professore di filosofia e sacerdote di Varsavia Adam Swiezynski, ebbero il coraggio di esporsi in prima persona e di firmare una lettera inviata al Nunzio Apostolico in Polonia per denunciare apertamente ricatti e intimidazioni perpetrate a loro danno dall’ecclesiastico. All’epoca l’Arcidiocesi di Danzica si chiuse a riccio, spedendo le accuse al mittente e dichiarando che «le notizie non solo costituivano un complotto contro il capo dell’Arcidiocesi ma un attacco sistematico al clero e ai fedeli».

    I crimini di Mons. Janiak – Altro personaggio molto discusso nell’ambito della Chiesa polacca è Mons. Janiak. Sempre nel noto documentario, veniva denunciato il fatto che lo stesso, già dal 2016, fosse a conoscenza, come detto, delle tendenze pedofile di padre Arkadiusz Hajdasz della città di Pleszew rientrante nella sua diocesi.

    Si ha la prova che Mons. Janiak sia stato a colloquio con i genitori di una delle vittime ma non avrebbe mai notificato le molestie alla Congregazione per la dottrina della fede. Sempre secondo i fratelli Sekielski, autori del docu-film, il sacerdote pedofilo venne strategicamente trasferito in diverse parrocchie nel tentativo d’insabbiare il suo operato definito come una vera e propria “attività criminale”.

    Nel documentario, inoltre, viene denunciato il fatto che fu sempre mons. Janiak a nascondere il caso di Pawel Kania, condannato nel 2015 a sette anni di reclusione per aver molestato diversi chierichetti della sua parrocchia, oltre a insabbiare il caso di padre Edward condannato a un anno di reclusione per aver molestato due ragazzi nel 2002. Non era un mistero per nessuno che Mons. Janiak e padre Edward fossero amici di lunga data, avendo frequentato lo stesso seminario ed essendo stati ordinati religiosi lo stesso giorno.

    La fede che vacilla – Così come già accaduto in Cile, Irlanda e Australia, la gravissima piaga della pedofilia, così ampiamente diffusa anche nella Chiesa polacca, rischia di far vacillare le fondamenta stesse del sentimento religioso nella patria di Giovanni Paolo II. Appena il 9% dei giovani dichiara di conservare ancora una visione positiva dell’istituzione ecclesiastica mentre il 47% dei giovani, di età compresa tra i 18 e i 29 anni, si dichiara apertamente in conflittocon la Chiesa.

    Anche se il 90% dei polacchi si dichiara ufficialmente cattolico e l’80% si dichiara credente, si allarga sempre più il divario tra vecchie e nuove generazioni, più critiche nei confronti dell’operato degli ecclesiastici. Un sondaggio condotto dal ‘Pew Research Center’ nel 2018 aveva rilevato che i giovani polacchi sono meno propensi ad affermare che la religione sia un fattore importante della propria vita, oltre a dichiarare di non andare a messa e pregare con una certa costanza.

    Come rivelato da Wojciech Sadlon, direttore dell’Istituto di statistica della Chiesa polacca, sarebbero quasi 400 i sacerdoti e religiosi polacchi dichiarati colpevoli di abusi sessuali su minori dal 1990. Sono oltre 600 le persone vittime di violenza sessuale ma, come detto dl gesuita Adam Zak, coordinatore per la protezione dell’infanzia e della gioventù nell’episcopato “Sappiamo che questa è ancora solo la punta dell’iceberg”.

    Tali cifre sono state ricavate dalle risposte a un questionario inviato dall’Istituto di statistica a tutte le diocesi e ordini religiosi polacchi con riferimento al periodo compreso tra il 1 gennaio 1990 al 30 giugno 2018. Quanto accaduto prima di tale data è ancora avvolto nel mistero.

    Gli attivisti bussano (con forza) alla casa di Mons. Glodz, a Gdansk.

    Una fortezza che va scardinata – «È difficile che il clero possa risolvere questo problema al proprio interno», sostiene l’avvocata Anna Frankowska che assiste le vittime di pedofilia in sede legale. Uno dei punti chiave della battaglia civile condotta dalla Frankowska è l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sugli abusi sessuali della Chiesa, così come avvenuto in Australia e in Germania.

    «La pedofilia – prosegue l’avvocata – è un reato chiunque lo commetta ma il clero gode di un poter speciale grazie al quale si impedisce l’accesso ad alcuni documenti che per il diritto canonico sono riservati».

    È necessaria una battaglia legale ma anche culturale, quindi, che possa far breccia nel muro di omertà costruito da decenni di abusi sessuali impuniti in seno alla Chiesa.

    https://www.tio.ch/dal-mondo/cronaca/1502789/glodz-chiesa-janiak-abusi-mons-polonia-anni-stato-vittime-imago

  • Vaticano punisce i vescovi polacchi e tedeschi che hanno insabbiato abusi, e gli italiani?

    Vaticano punisce i vescovi polacchi e tedeschi che hanno insabbiato abusi, e gli italiani?

    Città del Vaticano – Mentre in Germania o in Polonia la revisione di Papa Francesco va avanti come un treno nei confronti dei vescovi che negli anni passati hanno dato forme di copertura a preti pedofili – anche solo spostandoli da una parrocchia ad un’altra – in Italia un movimento di questo genere, rigoroso e necessario, non ha ancora fatto capolino. Basti pensare a diversi casi eclatanti più volte emersi dalle cronache giudiziarie.

    In questi giorni in Germania il Papa ha concesso un periodo di riflessione (e sospensione) all’arcivescovo tedesco di Amburgo che ha offerto le sue dimissioni dopo essere stato incolpato per la sua gestione delle accuse di abusi sessuali nella sua precedente diocesi. La sospensione, riferisce un comunicato riguarda l’attuale arcivescovo Stefan Hesse. La scorsa settimana aveva annunciato di voler fare un passo indietro dopo la pubblicazione del rapporto sugli abusi commissionato dall’Arcidiocesi di Colonia – dove Hesse e’ stato vicario generale e poi anche amministratore diocesano nel 2014 dopo l’uscita del cardinale arcivescovo Joachim Meisner. In quella diocesi sono stati rilevati 75 casi in cui funzionari di alto rango hanno trascurato i loro doveri in presenza di abusi sessuali, spesso ignorando le vittime per non dare scandalo.

    Il commento di padre Hans Zoellner, il gesuita che da anni guida la commissione antiabusi del Vaticano, è positiva: «Le decisioni di oggi sono un buon segno, perche’ si vede che le norme del Motu Proprio Vos Estis Lux Mundi del 2019 vengono applicate. I fedeli e i pastori ne fanno uso, presentando dei casi di negligenza da parte dei vescovi alla Santa Sede. Non erano delitti di abuso sessuale, erano casi di negligenza o di cover-up». Zollner, in particolare, si riferisce a due casi di rimozioni episcopali contro due vescovi polacchi, Janiak e l’arcivescovo Glodz.

    Zollner aggiunge parlando alla agenzia polacca Pap: «I preti e laici possono ora sentirsi incoraggiati a denunciare».

    La Santa Sede, proprio ieri, ha annunciato la punizione di due vescovi polacchi che avevano omesso di dar seguito alle denuncie di abusi sessuali compiuti da sacerdoti della loro diocesi su minori. Sia l’arcivescovo Slawoj Leszek Glodz di Danzica che il vescovo Edward Janiak di Kalisz dovranno risiedere fuori dalla diocesi, non potranno partecipare a celebrazioni religiose pubbliche o a incontri e dovranno pagare un contributo destinato ad attività di prevenzione e sostegno alle vittime di abusi. Oltre all’insabbiamento delle accuse di pedofilia i due presuli sono colpevoli, chiarisce il comunicato, anche di “altre questioni legate all’amministrazione” diocesana.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofiilia_germania_vaticano_polonia_abusi_maciel_papa_francesco_zollner-5865766.html

  • Abusi, in Polonia puniti due vescovi negligenti. In Germania “time out” al vescovo di Amburgo

    Abusi, in Polonia puniti due vescovi negligenti. In Germania “time out” al vescovo di Amburgo

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTA’ DEL VATICANO. Da Colonia alla Polonia, l’eco degli scandali per gli abusi del clero si rinfocola nel cuore dell’Europa. Mentre in Germania, il Papa concede un «time out» al vescovo di Amburgo, Stefan Heße, dimessosi dopo la pubblicazione del report sugli abusi nell’Arcidiocesi di Colonia dal Dopoguerra in poi, nella vicina Polonia cala su due vescovi la punizione del Vaticano per aver occultato casi di pedofilia nelle loro diocesi. Un provvedimento, questo, che arriva dopo mesi di polemiche e indagini. I due vescovi in questione sono l’arcivescovo di Danzica, Leszek Sławoj Głódzie, e l’ex vescovo di Kalisz, Edward Janiak, nomi accompagnati da anni da un vespaio di critiche in Polonia per i comportamenti inappropriati non solo sui casi di abusi, ma anche per questioni legate all’amministrazione del ministero.

    Un comunicato presentato oggi dal nunzio in Polonia alla stampa – visionato da Vatican Insider -, informa che la Santa Sede, dopo aver ricevuto rapporti formali, ha condotto un procedimento per negligenza sulla base delle «disposizioni del Codice di Diritto canonico» e delle indicazioni del Motu proprio del 2019 «Vos estis Lux mundi» con il quale Papa Francesco ha stabilito nuove e universali norme procedurali circa l’«accountability» (la responsabilità) di vescovi.

    All’arcivescovo Głódzie è stato imposto l’ordine di risiedere fuori dall’arcidiocesi di Danzica, il divieto di partecipare a cerimonie o riunioni religiose pubbliche, l’obbligo di pagare con fondi personali un importo appropriato alla fondazione «Fundaja tow» che aiuta vittime di abusi. Il 13 agosto 2020 Francesco aveva accettato la rinuncia presentata a 75 anni da Głódź e nominato a Danzica un amministratore apostolico «ad nutum Sanctae Sedis» (fino a diverso provvedimento) nella persona di monsignor Jacek Jezierski. Quest’ultimo, coadiuvato da sacerdoti esterni alla diocesi, ha condotto le indagini sull’arcivescovo, circondato da critiche e contestazioni sin dagli Anni 80.

    Le stesse pene di Glódź sono state imposte a monsignor Janiak: quindi il divieto di vivere nella diocesi di Kalisz e di partecipare a cerimonie religiose pubbliche e l’obbligo di pagare di tasca propria una somma adeguata alla fondazione per le vittime. Janiak è accusato di aver coperto un prete della sua diocesi, padre Arkadiusz Hajdasz, spostato in varie parrocchie dove per oltre un quarto di secolo ha abusato di diversi minorenni, senza però mai essere punito. La vicenda era stata portata alla luce sempre dal docufilm dei Sekielski, che intervistavano due vittime di Hajdasz e affermavano che Janiak gli avesse garantito protezione. Sul caso era stata condotta un’indagine preliminare dall’arcivescovo di Poznan, Stanislaw Gadecki, ma il primate di Polonia, l’arcivescovo di Gniezno Wojciech Polak, delegato dell’Episcopato per la protezione dei minori, nell’estate 2020 aveva poi rimesso tutto nelle mani della Santa Sede inviando un appello formale per chiedere di «avviare procedure». Papa Francesco, il 25 giugno di quell’anno, aveva nominato a Kalisz un amministratore apostolico «sede plena», il metropolita di Lodz Grzegorz Rys, ordinando a Janiak (rimasto nominalmente ordinario) di rimanere fuori dalla diocesi per il tempo delle indagini sulla negligenza.

    Sempre in Polonia, neanche due settimane fa, era circolata la notizia che fosse in vista un provvedimento contro il cardinale Stanislaw Dziwisz, figura eminente della Chiesa polacca, per 39 anni segretario particolare di Giovanni Paolo II. Una commissione statale sembra accusare il famoso porporato di aver ignorato denunce di violenze sessuali di sacerdoti su minori dopo essere diventato arcivescovo di Cracovia nel 2005. Dziwisz ha sempre respinto tali addebiti, affermando di aver trascorso gli ultimi cinquant’anni della sua vita «al servizio della Chiesa, del Papa e della Polonia» e di avere fiducia in «un’indagine trasparente».

    Spostandosi al confine, gli scandali per la pedofilia del clero continuano a tormentare anche la Germania, dove il 18 marzo sono stati presentati i risultati di un’indagine indipendente sulla gestione degli abusi nell’Arcidiocesi di Colonia. Il report, realizzato dallo studio legale Gercke & Wollschläger su commissione del cardinale Rainer Maria Woelki, ha mostrato numeri drammatici: oltre 200 abusatori, 314 vittime, violenze avvenute dal 1975 al 2018 e il 63% per colpa del clero. Alcuni vescovi, dopo la pubblicazione, hanno presentato al Papa le dimissioni; tra questi il pastore di Amburgo, Stefan Heße, ex direttore del personale per l’arcidiocesi di Colonia e vicario generale dell’allora cardinale Joachim Meisner, scomparso nel 2017. A Heße, secondo il report, sono da ascrivere undici violazioni di obblighi d’ufficio (a Meisner, invece, ventiquattro, circa un terzo di tutti i casi esaminati). Heße si è dimesso il giorno stesso, pur affermando di non aver «mai partecipato a insabbiamenti»: «Sono pronto ad assumermi la mia parte di responsabilità per il guasto del sistema». Oggi il Papa ha offerto «una prima risposta» alla rinuncia del vescovo concedendogli «una pausa», senza specificarne la durata. Durante la sua assenza, il vicario generale Ansgar Thim si occuperà della «corretta amministrazione» della chiesa di Amburgo.