Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Suore abusate, la Chiesa è sorda al #metoo. “Ho denunciato violenze, non è servito a nulla”

    Suore abusate, la Chiesa è sorda al #metoo. “Ho denunciato violenze, non è servito a nulla”

    Federica Tourn MILLENNIUM Il FattoQ 13-2-21 – «Ero una giovane suora, lui era il responsabile provinciale della mia congregazione. Una sera ha insistito per darmi un passaggio: appena un po’ fuori dal centro abitato ha allungato le mani; mi sono buttata fuori dall’auto e ho visto che si masturbava». Nadia (nome di fantasia) è stata suora per più di trent’anni in Italia, salvo una breve parentesi in una missione africana. Aveva raggiunto un ruolo di rilievo in un importante ente religioso ma, a dispetto di una forte vocazione, ha deciso di lasciare l’abito a causa delle sofferenze patite. Con questa intervista, per la prima volta esce dal silenzio: la sua è una storia di fatica e di sfruttamento, di abusi e di una strenua resistenza a un ambiente corrotto. «Il padre provinciale ha provato moltissime volte a violentarmi – continua – in tante venivamo molestate, bastava rimanere da sola in una stanza e te lo trovavi addosso. Ho detto tutto al suo superiore ma non è servito a niente».

    Non è stato l’unico: «Nella mia vita avrei dovuto denunciarne almeno quattro – specifica Nadia – Una volta, in missione in Africa, un prete di un’altra congregazione si infilò in camera mia durante la notte e mi violentò. Oggi è parroco in Belgio». In Italia, mentre frequenta un’università religiosa grazie a una borsa di studio, Nadia viene molestata dal rettore: «Mi ha chiamata nel suo ufficio con la scusa di un documento da fotocopiare – ricorda –  e, dopo aver chiuso la porta alle mie spalle, mi ha preso la mano destra e l’ha appoggiata sui genitali per farmi sentire l’erezione». Fa una pausa, si sente il disgusto, tenace attraverso gli anni. «Mi viene una rabbia perché questo prete era cappellano e confessore spirituale di un convento: se ha osato provarci con me, che ero una conosciuta e italiana, cosa avrà fatto con le giovani provenienti da altri paesi, sole e vulnerabili?».

    «Che cosa potevo fare? – prosegue Nadia – Era amico intimo di Buttiglione, del cardinale Angelini e di Andreotti: chi mi avrebbe dato retta?». Anni dopo, però, quando ormai non è più suora, Nadia incontra un altro prete, confratello del rettore, e gli racconta che ha studiato alla loro università ma che si è trovata male a causa di quel sacerdote. «“Lo sappiamo” mi ha risposto lui, senza esitazioni – ricorda oggi Nadia – Aveva capito immediatamente a che cosa mi riferivo. Sapevano tutto e non lo hanno fermato».

    La storia di Nadia è tutt’altro che un caso isolato e parla di una realtà molto diffusa, che tuttavia fatica ad emergere. Se il dramma della pedofilia nella chiesa è ormai davanti agli occhi di tutti, con tanto di mea culpa ecclesiastici e (alcuni) processi eccellenti, gli abusi sulle suore da parte dei preti restano un buco nero da cui è quasi impossibile far emergere verità, dati e testimonianze, figuriamoci intravedere un percorso di giustizia. Soprattutto in Italia, dove su tutto incombe lo Stato Pontificio. Infatti, se in Francia il tema degli abusi sulle suore è stato trattato dal documentario choc di Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église, trasmesso da Arte, nel nostro paese i tentativi di fare breccia nell’omertà del clero vengono ripagati duramente. Lo sa bene Lucetta Scaraffia, ex direttrice del mensile Donne Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano: proprio un suo articolo, nel febbraio 2019, ha scatenato la reazione delle gerarchie, portandola alle dimissioni. «Mi fu fatto capire che non dovevamo parlare di abusi sul giornale – racconta oggi – Quando il direttore dell’Osservatore cominciò a voler controllare le bozze, realizzai che la mia libertà d’azione era finita». Prima di andarsene, però, decide di sferrare il colpo e pubblica l’articolo sulle religiose abusate: «Abbiamo ricevuto tantissimi messaggi da parte delle suore, ci lasciavano fiori e bigliettini in redazione per ringraziarci di aver parlato delle loro sofferenze, una cosa commovente», ricorda. Il suo articolo, linkato ovunque al momento della pubblicazione, oggi è irreperibile sul web, quasi non fosse mai stato scritto.

    Le donne consacrate non hanno potere decisionale e la loro parola non conta nulla in un ambiente già segnato da una profonda disuguaglianza di genere: «Le suore vivono una grave mancanza di considerazione nella chiesa: il loro lavoro è gratuito o poco pagato e spesso vengono trattate come serve dei preti», conferma Scaraffia. Inoltre la rigida gerarchia interna alle congregazioni mortifica in molti casi le vocazioni personali e costringe le suore a chiedere il permesso alla madre superiora per ogni minima cosa, dai soldi per la biancheria alla possibilità di studiare. Non sono rare le punizioni, soprattutto per le novizie: «Una ex suora ci ha raccontato di essere stata tenuta in ginocchio per ore sulle pietre per non aver eseguito un’incombenza e, in generale, le vessazioni psicologiche sono molto diffuse – racconta la psicologa Lorita Tinelli, del Centro studi sugli abusi psicologici di Bari – Sappiamo di alcuni casi in cui ancora viene utilizzato il cilicio per i pensieri peccaminosi. Le ragazze che prendono il velo devono rinunciare completamente al mondo esterno e levigare il carattere fino ad aderire completamente alle regole della comunità».

    Una vita che per molte, anche senza arrivare alla violenza sessuale, è un’esperienza sfiancante di solitudine e sfruttamento. Forse anche per questo sono sempre di meno a prendere i voti: secondo l’ultimo Annuario Statistico della Chiesa, le religiose professe nel 2018 nel mondo erano 648.910, rispetto alle 722mila del 2010. Da notare che il numero delle religiose supera di molto quello dei religiosi professi (non sacerdoti), che nel 2018 erano meno di 51mila, e restano la maggioranza anche se a questi si aggiungono i preti (414.582). Per l’Italia, difficile avere dati: secondo una ricerca del periodico Testimoni, nel 2014 le suore erano 89mila, di cui il 46% ultrasettantenni, a fronte delle 154mila del 1971.

    Le suore e le monache, bisogna ricordarlo, non possono celebrare la messa né amministrare i sacramenti e questo apre le porte di conventi e monasteri ai sacerdoti, che le avvicinano in veste di confessori e padri spirituali: «È proprio nelle relazioni pastorali, a causa della grande differenza di potere fra prete e suora, che si crea quello spazio ambiguo in cui attecchisce l’abuso», spiega suor Mary Lembo. Originaria del Togo, suor Mary nel 2019 ha ottenuto il dottorato in psicologia alla Pontificia Università Gregoriana con una tesi sulle violenze commesse dai preti sulle religiose in Africa, il primo studio scientifico sull’argomento. «Facevo formazione sulla maturità affettiva e sessuale a novizie e seminaristi e in molte venivano a raccontarmi di avere avuto rapporti sessuali indesiderati – racconta – Le suore sono intrappolate in rapporti asimmetrici: molte sono ragazze svantaggiate che dipendono dal sostegno, anche economico, del prete, altre sono soggiogate dal suo carisma spirituale». Il sacerdote abusante sa bene come manipolarle, prima conquistando  la loro fiducia e poi facendo leva sulla devozione e sul voto di obbedienza per ottenere favori sessuali: «I preti spesso spacciano le loro azioni per volontà divina – aggiunge suor Mary – una suora violentata da un missionario mi raccontò che il suo stupratore mentre la toccava le diceva che era “la mano di Dio”». Non è un problema solo africano: «Come consulente, qui in Italia ho ascoltato tante testimonianze di religiose abusate», sottolinea suor Mary.

    Ma quante sono le suore che subiscono violenza? Non c’è modo di avere dati certi. L’unica ricerca realizzata finora riguarda gli Stati Uniti e risale al 1998, quando John Chibnall, Paul Duckro e Ann Wolf dell’Università di Saint Louis in Missouri pubblicano un’inchiesta condotta su 1164 religiose, da cui emerge che il 12,5% delle suore (all’epoca 89mila nel paese) ha subito una qualche forma di violenza sessuale. Una su otto: decisamente un problema che non riguarda soltanto i paesi in via di sviluppo.

    Le suore, però, non parlano. Alle poche che trovano il coraggio di rompere il silenzio viene rinfacciato di voler “rovinare un prete” o di “distruggere la chiesa”. Le stesse madri superiore raramente le supportano, quando addirittura non diventano complici dei molestatori, accettando di mandare suore “in missione” dai preti che ne fanno richiesta. «Le religiose non possono competere con la buona fama del confessore che abusa di loro», conferma suor Tiziana Merletti, della comunità delle Francescane dei Poveri. «Allora tacciono, soprattutto se straniere, perché temono di essere rispedite al paese di provenienza. Perché questo è quello che succede: non fermano lui, ma al massimo allontanano lei». In ogni caso, la religiosa viene mandata via subito se rimane incinta: «È capitato che il sacerdote sostenesse economicamente l’ex suora e il bambino – dice suor Tiziana – ma il più delle volte le ragazze vengono semplicemente abbandonate al loro destino».

    I preti, dal canto loro, sono certi dell’impunità e si sentono intoccabili: «Molti interpretano la promessa di castità come vogliono – chiosa suor Mary – in seminario dichiaravano apertamente che nessuno praticava davvero l’astinenza sessuale: il voto di celibato significa che non ti puoi sposare, mi dicevano, non che non puoi fare sesso».

    Dalle gerarchie, poi, è più facile aspettarsi ritorsioni che ascolto: «So di religiose che hanno subìto azioni ingiuste – conferma suor Mary – Le suore denunciano per evitare che altre subiscano la stessa sorte ma poi si rendono conto che a parlare si sono soltanto complicate la vita, mentre chi ha fatto del male non viene toccato». Oggi, la lotta di suor Mary è rendere le suore il più possibile forti e consapevoli di sé stesse, capaci di difendersi da sole. La religiosa togolese è molto chiara: «Non manderò mai una suora dal vescovo a denunciare una violenza, perché il vescovo sempre proteggerà il suo prete».

    Eppure, quel che succede in certe sacrestie, nel silenzio dell’ufficio del parroco o nel confessionale della chiesa di quartiere, non è né un mistero né una novità, per il Vaticano. Già nel 1994 una suora irlandese missionaria in Africa, Maura O’Donohue, invia un rapporto confidenziale a Roma in cui denuncia la prassi di molti preti e vescovi di stuprare le suore – invece delle donne locali – per tutelarsi dall’epidemia di Aids in corso nel continente. Nel documento si menzionano 23 paesi (fra cui l’Italia) in cui si rintracciano episodi di violenza da parte del clero ai danni di religiose: nel 1988 in Malawi 29 suore rimangono incinte dopo essere state abusate dai preti della diocesi; in un altro caso, un sacerdote costringe una suora ad abortire: lei muore durante l’intervento e lui ne celebra impassibile il funerale. Quattro anni dopo, un nuovo rapporto di un’altra religiosa, Marie McDonald, conferma l’entità del dramma e sottolinea che sono particolarmente vulnerabili le giovani suore straniere mandate a studiare a Roma, a cui spesso vengono richiesti favori sessuali in cambio di un aiuto con la lingua.

    I rapporti diventano pubblici soltanto nel 2001, grazie a uno scoop del National Catholic Reporter: a quel punto la chiesa è costretta ad ammettere che la faccenda è da tempo nota a San Pietro. Persino Strasburgo si allarma e in una Risoluzione del Parlamento europeo del 5 aprile rende noto che sono stati trasmessi al Vaticano almeno cinque rapporti su questo tema, secondo i quali molte religiose stuprate sono state anche costrette a dimettersi, ad abortire e, in certi casi, sono state infettate dall’Hiv. Nel 2002 scoppia lo scandalo degli abusi sui minori grazie alla nota inchiesta del Boston Globe, raccontata poi nel film Spotlight; sembra un motivo in più per andare alle radici di ogni forma di violenza nella chiesa cattolica ma non è così: lo choc per i bambini oscura tutto il resto. Le suore vengono dimenticate.

    In Italia, a fine 2018, qualcosa si muove. Il primo sasso nello stagno lo lancia il 23 novembre la Uisg, l’Unione internazionale delle superiori generali, con un appello in cui esorta le donne consacrate a denunciare. Poche settimane dopo, su twitter compare l’hashtag #NunsToo e, dopo la pubblicazione dell’articolo di Scaraffia, finalmente anche il papa prende posizione: il 5 febbraio 2019,di ritorno da Abu Dhabi, ammette per la prima volta la realtà degli abusi mentre parla con i giornalisti e, tre mesi dopo, ripete le stesse cose alle madri superiori della Uisg riunite nell’assemblea plenaria. Appena tre giorni prima aveva diffuso il Motu proprio “Vos Estis Lux Mundi” in cui sottolineava la condanna di ogni atto sessuale perpetrato con «violenza, minaccia o mediante abuso di autorità». Vengono disposti nuovi strumenti per tutelare le vittime: sportelli per le denunce in ogni diocesi, supervisori, commissioni miste (con laici): un sistema capillare, almeno nelle intenzioni, che va ad aggiungersi alla Commissione Pontificia e al Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nell’attività di prevenzione e formazione nelle chiese. Nelle “Linee guida” del giugno 2019, infine, si chiarisce la direzione presa con il Motu proprio, incoraggiando la segnalazione alle autorità dello Stato degli abusi commessi in ambito ecclesiale. Denunciare rimane però un obbligo morale, non giuridico: una questione di coscienza, insomma, non un dovere sancito dalla legge. Niente è innovato rispetto al Concordato: quel che accade in ambito ecclesiastico è disciplinato dal diritto canonico e resta blindato all’interno di San Pietro.

    Se si prova a capire quante sono le inchieste (e gli esiti) dei processi nei tribunali ecclesiastici, infatti, ci si ritrova ancora di fronte a una porta chiusa. Il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, che si occupa della supervisione delle comunità religiose, ha rifiutato di farsi intervistare da FQ MillenniuM e la stessa Uisg non è in grado di valutare l’impatto dell’appello lanciato ormai più di due anni fa. «Sulle congregazioni non abbiamo competenza –  spiega suor Patricia Murray, segretaria esecutiva dell’Unione delle Superiore generali – A noi direttamente sono arrivati pochi casi, che abbiamo girato alle autorità competenti: non conosciamo però l’esito delle segnalazioni».

    Le denunce finite davanti a un tribunale penale si contano finora sulle dita di una mano: la prima risale al 2006, quando un frate francescano, padre Fedele Bisceglia, viene accusato di stupro da una suora. È condannato in primo e secondo grado a nove anni e tre mesi ma la Cassazione rinvia il giudizio a un nuovo processo d’appello, che lo scagiona completamente: dalle intercettazioni emerge sì “una personalità del frate, anche dal punto di vista sessuale, molto sopra le righe, ma mai una una condotta violenta”, si legge nelle motivazioni dell’appello bis, poi confermate dalla Cassazione, nelle quali la suora non è ritenuta credibile sui fatti denunciati. Le francescane guidate da suor Tiziana Merletti, all’epoca superiora generale, ne escono deluse: «Esprimiamo rammarico per questa pagina di storia che oggi si è scritta per la nostra suora e per tutte le donne», scrivono in un comunicato uscito dopo la sentenza definitiva di assoluzione. Nel 2018, nuovo caso, nuovo buco nell’acqua: padre Giovanni Salonia, sacerdote e terapeuta, viene querelato da una suora sua ex paziente, ma la giudice stabilisce il non luogo a procedere perché la denuncia è arrivata oltre il tempo massimo.

    Tutto, alla fine, sembra rientrare nei ranghi: i sacerdoti di nuovo sul pulpito, le suore nel silenzio del convento o estromesse dalla vita consacrata, le commissioni ecclesiastiche e i tribunali pontifici al lavoro ma senza l’obbligo di rendere conto allo Stato, nonostante l’invito alla trasparenza arrivato a più riprese anche dall’interno della chiesa. Suor Patricia Murray insiste sul lavoro di formazione nelle congregazioni ma, ammette, occoreranno anni prima di vedere i risultati.

    Nel frattempo, come avere la certezza che gli abusi vengano puniti? Ancora una volta, a quanto pare, è tutta una questione di fede.

    Federica Tourn MILLENNIUM Il FattoQ 13-2-21

  • Webinar ECA Global – Federico Tulli

    Webinar ECA Global – Federico Tulli

    Intervento di Federico Tulli

    Buonasera, vi ringrazio per l’invito a partecipare a questo importante appuntamento.

    Poco più un anno fa, il 17 dicembre 2019, il papa ha finalmente tolto il segreto pontificio sui casi di pedofilia trattati dal Vaticano che riguardano i sacerdoti. Le magistrature civili di tutti i Paesi colpiti da questo fenomeno criminale possono quindi ora accedere agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Ma non solo. Probabilmente l’eliminazione del segreto pontificio segna anche una svolta a livello di comunicazione su temi “sensibili” che riguardano gli affari interni alla Santa Sede. Penso ad es. la decisione di rendere pubblico il dossier sul cardinale MacCarrick di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Lo definirei un effetto collaterale dell’eliminazione segreto pontifico. Eliminazione che è senza alcun dubbio un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione della Santa sede con le istituzioni straniere e internazionali, e può avere importanti conseguenze in favore delle vittime in attesa di giustizia. Ma dal punto di vista della prevenzione dei crimini è bene dire subito che non sposta nulla. Andiamo per ordine.

    Il segreto pontificio venne codificato nel documento “Secreta continere” di Paolo VI il 4 febbraio 1974. Riguardava (cito) “taluni affari di maggiore importanza” e doveva “essere custodito con obbligo grave”. Vale a dire, che in caso di violazione c’era la scomunica. Tra questi “affari di maggiore importanza” secretati c’erano diversi reati, tra cui la violenza su minori. Questo ha comportato per esempio che la vittima di un sacerdote pedofilo sottoposto a processo canonico non venisse mai informata dell’esito del giudizio. Ma anche che i nomi dei pedofili giudicati dai giudici vaticani potessero rimanere “sconosciuti” a quelli laici. Con ovvie conseguenze, purtroppo, sull’incolumità di decine di migliaia di minori in tutto il mondo, poiché i sacerdoti pedofili, terminato il periodo di preghiera e penitenza previsto come sanzione per il loro “peccato”, tornano quasi sempre a esercitare nelle parrocchie, a insegnare nelle scuole religiose, a frequentare oratori, campi scout e così via. Come del resto è stato documentato da decine di inchieste governative e miste Stato-Chiesa nell’ultimo decennio in Irlanda, Germania, Usa, Olanda, Belgio, Auystralia etc… Insomma, la segretezza è stata per decenni – se non per secoli, dall’Inquisizione in poi – una delle matrici della diffusione della pedofilia clericale nel mondo. Ora con colpevolissimo e inaudito ritardo almeno a questo la Santa Sede ha posto rimedio.

    Un’altra matrice della diffusione della pedofilia “ecclesiastica” è stata ed è la “ragion di Stato”.

    Mi spiego meglio con un esempio veloce:

    Il 9 aprile 2010 – anno in cui le notizie su questi crimini iniziarono finalmente ad essere pubblicate con regolarità anche in Italia – il Washington Post scoprì che nel 1985 il cardinale Ratzinger (allora pref. della Cdf) aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato minori. La replica della Santa Sede fu immediata: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso», ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nella lunga inchiesta il WP ricostruisce che, in una lettera scritta in latino al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger decise di non rimuovere il sacerdote. Una scelta che il futuro Papa motivò scrivendo testualmente «per il bene della Chiesa universale». E cosa vuol dire tradotto in termini più terreni? Per evitare lo scandalo pubblico. Di qui la “ragion di Stato”.

    Per decenni in nome della “ragion di Stato” e protetto dal segreto pontificio un crimine violentissimo nei confronti degli esseri umani più indifesi è stato sepolto sotto una gigantesca e diffusa cappa di omertà, complicità e silenzio impossibili – umanamente – da accettare. Va detto però che se il segreto pontificio è stato eliminato, non si può dire altrettanto della ragion di Stato.

    Tutto questo riguarda molto da vicino l’Italia e non solo per motivi geografici. Sul settimanale Left, e poi nel libro Giustizia divina con Emanuela Provera, per primi e finora unici giornalisti grazie alla collaborazione di rete L’Abuso abbiamo bucato la cappa di cui sopra che grava sui tribunali ecclesiastici sparsi in Italia e presenti in ciascuna delle oltre 220 diocesi. Riporto qui un brano del racconto di Giada Vitale, vittima a 13 anni di un parroco 55enne.

    «Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice e il notaio della Curia di Termoli. Il notaio lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi disse che il giudice ecclesiastico voleva una copia della mia denuncia alla procura italiana. E già questo fa capire in che modo lavora la giustizia ecclesiastica nei confronti delle presunte vittime. Inoltre Giada affrontò da sola l’interrogatorio, cioè senza avvocato, perché in questi processi può essere presente solo quello scelto dalla curia, anche per il testimone. E lei lo ha giustamente rifiutato. «Il giudice cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore ma io ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo tredici anni». Dal giorno dell’audizione sono passati circa 5 anni e Giada non ha mai saputo nulla in via ufficiale. «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

    Grazie all’abolizione del segreto pontificio altre vittime, diversamente da Giada, potranno d’ora in poi conoscere l’esito del giudizio canonico? Stando alle dichiarazioni della Santa Sede la risposta è sì e sarebbe già qualcosa in favore delle vittime, perché certe informazioni potrebbero tornar loro utili durante il processo penale e civile italiano. Ma quello che forse più ci dovrebbe interessare è la possibilità di collaborazione delle autorità ecclesiastiche con quelle civili italiane. Da questo punto di vista la “svolta” di Bergoglio però non sposta nulla. Potrei dire, non per colpa del papa. Difatti la legge italiana – diversamente da quella francese, per esempio – per reati di questo tipo prevede l’obbligo di denuncia solo per i pubblici ufficiali, e i vescovi che pubblici ufficiali non sono continuano a fare quello che hanno sempre fatto: cioè a non denunciare all’autorità civile i preti sospettati. Questione ribadita anche dalla Conferenza episcopale italiana quando ha spiegato perché non ha inserito l’obbligo di denuncia nelle linee guida antipedofilia.

    Se a questo si aggiunge che anche il Nuovo Concordato del 1985 tra Stato italiano e Santa sede all’articolo 4 solleva i vescovi dall’obbligo di collaborare con l’autorità civile, ecco che restano irrisolti tutti i nodi che da sempre limitano fortemente nelle indagini la magistratura italiana quando ci sono di mezzo dei preti con il rischio di interferire con l’esercizio dell’azione penale nei confronti di quelli sospettati di pedofilia e dei “superiori” che trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentono loro di rimanere in contatto con minori e di ripetere l’abuso.

    L’eliminazione dell’art. 4 dal Concordato non sarebbe cosa da poco. Lo dicono anche i casi censiti da Rete L’Abuso e le statistiche che Francesco Zanardi ha comunicato durante il suo intervento. Personalmente ho dedicato un intero libro all’Italia ricostruendo la storia della pedofilia nella Chiesa italiana dal 1870 al 2014.

    Da quando nel 2010 ho scritto il mio primo libro per L’Asino d’oro su questi temi ho avuto modo di parlare con centinaia di vittime. La vita di molte di loro prosegue in funzione dell’ottenimento di una giustizia per quanto subito. C’è chi – come i presenti – ha fondato un’associazione trasformando la propria vicenda personale in una battaglia collettiva di civiltà. Uno dei punti di forza del loro impegno civile – forse il più importante perché inattaccabile – secondo me sta nell’aver compreso che il vero “nemico” da combattere risiede nel pensiero che ancora oggi nega la violenza subita dal bambino. Quel pensiero cioè che confonde un reato (violentissimo contro una persona) con il peccato. Sappiamo infatti dallo psichiatra Fagioli che la pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino, una sorta di omicidio psichico.

    Tuttavia anche nella Chiesa di papa Francesco l’abuso, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è trattato ancora solo come un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, una violazione del sesto comandamento. Di conseguenza il peccatore deve risponderne solo a chi rappresenta l’Altissimo in Terra (il papa), e non alle leggi della società civile di cui fa parte. Ebbene di tutto questo non tengono conto i miei colleghi giornalisti italiani quando devono riportare delle notizie che riguardano presunti crimini su minori commessi in ambito ecclesiastico; e nemmeno ne tiene conto lo Stato italiano mantenendo in vita il Concordato, sebbene dal 1996 la legislazione in materia di reati a sfondo “sessuale” sui bambini (e le donne) abbia fatto enormi progressi. Quali conseguenze questa cecità delle nostre istituzioni abbia sull’incolumità dei bambini che frequentano le parrocchie, gli oratori, i seminari minori e le scuole cattoliche non solo è facile  immaginarlo ma è stato – purtroppo – documentato.

    Dunque, in conclusione, bene l’abolizione del segreto pontificio – perché in qualche modo può agevolare l’azione della magistratura civile – ma non basta. Per lo meno in Italia non basta . Occorrerebbe un salto di paradigma culturale che porti il Vaticano, gli uomini di Chiesa, le istituzioni italiane e i grandi organi di stampa a “vedere” lo stupro per quel che è: un crimine violentissimo che distrugge la vita di chi lo subisce. Ma ciò significherebbe per dei credenti negare il VI Comandamento, uno dei cardini del potere religioso e politico della Chiesa cattolica e apostolica romana. Un potere temporale che lo Stato italiano e i media italiani fanno ancora fatica a disconoscere.

    Federico Tulli

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  • UDIENZA PROCESSO PRESEMINARIO 10 febbraio 2021

    UDIENZA PROCESSO PRESEMINARIO 10 febbraio 2021

    Cominciata alle 11.20 – Terminata alla 13.30

    Interrogatorio a don Gabriele Martinelli

    In estreme sostanza: ha negato ogni accusa affermando «parlando di abusi hanno colpito me ma volevano colpire soprattutto il Preseminario». Le accuse sono «frutto di divisioni della equipe educativa che poi si riflettevano anche sugli allievi». «Stavo sulle balle a molti per il mio carattere» e «perché cerco di fare ogni cosa il meglio che posso». Le divisioni riguardavano il rito della Messa (preconciliare e postconciliare) e l’idea, poi non andata in porto, di aprire il Preseminario anche agli universitari. I ragazzi si erano divisi in base alla vicinanza con i sacerdoti che sostenevano l’una o l’latra cosa. Martinelli sostiene di non aver sporto denuncia, contro chi lo accusava secondo lui ingiustamente, «perché dai superiori mi è stato chiesto di aspettare». Riferisce anche che gli è stato chiesto, sotto il vincolo di obbedienza, di vivere isolato e di «non rispondere ai giornalisti. Posso parlare solo con i miei genitori e con i miei superiori», cioè il vescovo e il suo vicario.

    Durante l’udienza, sono state citate le lettere inviate dalla presunta vittima L.G. con le accuse contro Martinelli, tra queste una lettera a Papa Francesco datata

    Prossime udienze dedicate ai teste

    24 FEB ore 9.30: verranno ascoltati (se confermeranno la disponibilità) Spinato, Borghetto, Flaminio Ottaviano, padre Pierpaul, Christian Gilles Donghi, Andrea Garzola.

    25 FEB ore 10 mons. Diego Coletti e mons. Oscar Cantone (diocesi di Como)

    Nelle successive udienze (17 marzo mattina e 18 marzo mattina) verrà sentita la parte lesa L. G.

    Il 18 marzo mattina previsto un sopralluogo nei locali del Preseminario.

    Presenti

    Gabriele Martinelli, imputato

    la sua legale Rita Claudia Baffoni

    l’avvocato dell’ex rettore Enrico Radice, Agnese Camilli Carissimi

    l’avvocato dell’Opera Don Folci, Emanuela Bellardini

    l’avvocato della presunta vittima, L.G., Dario Imparato

    Assente L.G., in questi giorni all’estero, e assente monsignor Radice


    A Martinelli, durante l’udienza presieduta dal presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone, sono stati riletti i due interrogatori resi al Promotore di Giustizia vaticano il 23 ottobre 2018 e al delegato per l’investigatio previa della diocesi di Como il 24 febbraio 2018. In entrambi, l’imputato ha negato qualsiasi accusa che gli è stata rivolta in questi anni dalla presunta vittima L.G. che ha inviato lettere, anonime e firmate, all’ex rettore Radice, al cardinale Angelo Comastri, al vescovo di Como Diego Coletti e anche a Papa Francesco il 9 giugno 2017.

    Martinelli negava anche le accuse ricevute da altri ragazzi ospiti del Preseminario. Anche oggi, nelle circa due ore di interrogatorio, ha rigettato gli addebito nei suoi confronti («Sono accuse infondate») e ha argomentato la sua difesa. Ha affermato che ogni accusa è frutto di gelosie nei suoi confronti, quindi un tentativo di bloccare la sua ordinazione sacerdotale; soprattutto, l’intera vicenda è il risultato di profonde divisioni interne tra superiori (da una parte, il rettore Radice e, dall’altra, il vice don Ambrogio Marinoni e l’assistente spirituale don Marco Granoli, morto l’anno scorso) che si riflettevano tra gli allievi che, nonostante la giovane età, erano arrivati a spaccarsi in due per questioni liturgiche, come la preferenza per la messa in rito tridentino e quella post conciliare.

    Più nel dettaglio, Martinelli ha raccontato la vita del seminario scandita da studio, servizio nella Basilica di San Pietro, momenti di gioco e di preghiera con la comunità del San Pio X, senza nessuna possibilità di uscire. Ha ricordato che la sera, intorno alle 22.30/ 23 i ragazzi dovevano trovarsi nelle loro stanze: un’ex camerata suddivisa in 7-8 stanze più piccole, collocate tutte su un unico corridoio e chiuse con porte in legno e la parte superiore in vetro. «Così don Enrico (Radice) vedeva ad esempio se c’era qualcuno che ancora stava al cellulare e diceva di andare a dormire». Le porte non venivano mai chiuse, non esistevano chiavi e il rettore entrava in ogni stanza a spegnere la luce.

    Per Martinelli – che ha condiviso per un anno la stanza con il suo accusatore L.G. e con un altro ragazzo oggi sacerdote – questo sistema impediva che si compissero abusi senza che nessuno se ne accorgesse. Come pure, ha assicurato che era impossibile avere rapporti sessuali (come affermato da L.G. in diverse lettere) nel piccolo bagno sotto l’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro. Oltre che per le dimensioni del bagno anche e soprattutto per il fatto che alle messe feriali, secondo un sistema di turnazione basato anche sull’età dei seminaristi, serviva un solo chierichetto. Nelle celebrazioni della domenica, invece, erano circa nove o dieci in base alle esigenze: «Tutti si sarebbero accorti se fosse successo qualcosa».

    Martinelli ha negato di essere il pupillo di Radice e ha detto pure di non aver avuto alcun ruolo di potere all’interno del San Pio X, seppur lo stesso Radice abbia dichiarato che il ragazzo svolgeva mansioni di tutoraggio con i più giovani. Il sacerdote ha affermato che lui ha solo seguito indicazioni dei suoi superiori, che collaborava con il rettore e con i cerimonieri pontifici per la scelta dei chierichetti che servivano alle messe e che ha sempre fatto «molto bene» tutto quello che gli veniva richiesto. Nessuna sopraffazione o abuso di potere, a suo dire: «Stavo sulle balle a molti, probabilmente anche per il mio carattere. Ognuno ha il suo».

    Nel corso dell’udienza sono stati letti diversi messaggi inviati su Messenger o WhatsApp tra L.G. e Martinelli, risalenti al periodo in cui entrambi avevano già lasciato il Preseminario. La presunta vittima accusava il sacerdote di avere una «perversione sessuale», di «essere interessato solo al pene delle persone», di avergli fatto sempre del male e di averlo messo in cattiva luce con gente, inclusi superiori, ai quali non aveva fatto niente.

    L.G. chiedeva di essere lasciato in pace e di non essere tempestato di telefonate. Martinelli si è difeso dicendo che il linguaggio, seppur volgare, era quello corrente tra ragazzi; poi ha spiegato che mai L.G. gli ha rivolto per iscritto o verbalmente le accuse contenute nelle lettere anonime inviate al cardinale Comastri, al rettore Radice e anche al Papa nel 2017. Anzi, a dimostrazione dei buoni rapporti, ha citato una serie di messaggi del 2012 con cui L.G. chiedeva aiuto a Martinelli per trovare una casa in affitto visto che si sarebbe iscritto all’Università La Sapienza.

    L’avvocato di L.G. ha parlato di tre sanzioni disciplinari notificate tra il 2017 e il 2018 dalla Diocesi di Como a Martinelli dopo l’esplosione dello scandalo, a seguito anche della trasmissione “Le Iene”. Queste notificazioni prevedevano che Martinelli vivesse in isolamento, senza rispondere al telefono se non ai genitori e al vescovo. Il sacerdote ha raccontato di essere stato mandato in un paesino della Val d’Aosta, in un monastero con tre monaci, a meno 17 gradi sotto zero. Il padre ha protestato e, dopo varie insistenze, ha incontrato il vescovo Cantoni che gli ha permesso di risiedere in una struttura con delle monache benedettine. Martinelli ha detto pure di aver voluto inizialmente intraprendere azioni legali, soprattutto contro la troupe delle “Iene” dalla quale si è sentito aggredito. Il vescovo gli avrebbe però suggerito che era meglio «non contattare nessuno», «aspettare» e «non avere colloqui coi giornalisti». Martinelli ha spiegato che quello del vescovo è stato solo un suggerimento: «Non mi ha impedito di denunciare, a me è stata insegnata l’obbedienza al vescovo che vedo come padre e punto di riferimento e ho obbedito. In quei momenti mi sentivo molto confuso».

    Martinelli ha insistito sul fatto che tutte le accuse sono un modo per screditare il Preseminario, nate in un passaggio cruciale che era il marzo 2013 quando è naufragato definitivamente il progetto, sostenuto da Marinoni e Granoli, di ampliare il Preseminario anche agli universitari. «Alla fine ci sono andato di mezzo io». «Una congiura nei suoi confronti?», gli ha chiesto il promotore di Giustizia Giampietro Milano, chiedendo il nesso tra queste divisioni interne e le accuse di abusi.

    Tutti i presenti erano in mascherina, sono stati rispettati i dispositivi di sicurezza.

    Manuela Tulli e Salvatore Cernuzio

  • Gli ordini religiosi spagnoli risarciranno le vittime di pedofilia; i vescovi non ci pensano nemmeno

    Gli ordini religiosi spagnoli risarciranno le vittime di pedofilia; i vescovi non ci pensano nemmeno

    I rapporti giornalistici rivelano solo la punta dell’iceberg degli abusi: mezzo migliaio di vittime in Spagna, mentre l’ufficio che si occupa di queste questioni è “sopraffatto” dal numero di denunce.

    I religiosi spagnoli sono impegnati a risarcire le vittime di abusi nella Chiesa, mentre la Conferenza Episcopale, il massimo organo di controllo per i vescovi del nostro Paese, chiude la strada a qualsiasi possibilità di aiuto finanziario ai sopravvissuti Indagine interna che rivela, a livello diocesano o globale, il numero di persone vittime di abusi da parte di chierici o religiosi, come è stato fatto, ad esempio, dalla Compagnia di Gesù. Una decisione che contrasta con la politica di trasparenza delle chiese nell’ambiente europeo (Germania, Irlanda, Francia, Polonia …), e che impedisce alla società di conoscere la reale portata del dramma della pedofilia clericale. Finora, e grazie in gran parte alle indagini giornalistiche, conosciamo solo la punta dell’iceberg:

    Per il momento, prendendo le distanze dalle tesi dei vescovi, la Conferenza dei religiosi spagnola sostiene che “se si rende necessario dare un risarcimento perché lo sviluppo della causa lo richiede, si faccia. Dobbiamo aiutare le vittime, non solo per il fatto di dare loro dei soldi “. Lo assume il segretario generale del Confer, Jesús Miguel Zamora, il quale conferma che le congregazioni stanno già alzando detto risarcimento, che sarà dato caso per caso e sempre seguendo i desideri delle vittime.

    “Da CONFER abbiamo sempre detto che la verità risplende e quello che dobbiamo fare è occuparci delle vittime. Non ha senso nascondere nulla, purtroppo dobbiamo prendere coscienza che ci sono state situazioni che non sono state fraterne a tutti e dobbiamo chiedere un grande perdono per ciò che è stato fatto di sbagliato, e mettere i mezzi in modo che la verità sia conosciuta, per svolgere questo studio in ogni congregazione “, dice in dichiarazioni a Ep Zamora, in riferimento al recente pubblicazione, a cura della Compañía de Jesús, da un rapporto che include tutti i casi raccolti tra i gesuiti spagnoli dal 1927, e che ha confermato l’esistenza di 81 casi di abuso su minori da parte di 65 religiosi.

    L’indagine dei gesuiti è doppiamente rilevante, perché è la più grande congregazione religiosa del mondo (e in Spagna), e perché non si nasconde in sotterfugi ammettendo la necessità di accompagnare, anche finanziariamente, i sopravvissuti. “Vogliamo imparare a chiedere scusa alle vittime e alla società, per gli abusi, per la cultura del silenzio, per non affrontare i fatti in modo diretto ed equo. Vogliamo tenere a mente le persone che subiscono questo danno e cercare di non raddoppiare il loro dolore “, ha sottolineato il provinciale dei gesuiti, Antonio Spagna.

    Un “sistema di riparazione”

    “In nessun caso comprendiamo che il risarcimento cancellerà la sofferenza, ma vogliamo fornire una risposta laddove possibile”, afferma José María Rodríguez Olaizola, responsabile della comunicazione della società. La Compagnia di Gesù ha deciso di trattare le riparazioni caso per caso e il suo obiettivo è “compensazione morale e assistenza nella guarigione e nel trattamento nei casi in cui è necessario”.

    “Stiamo lavorando a come stabilire un sistema di riparazione, che speriamo di avere presto pronto, per offrire un risarcimento finanziario. Ci sono persone i cui casi hanno prescritto e non possono rivolgersi alla giustizia civile, e in quel caso studieremo caso per caso come per farlo, con una gamma di opzioni che si adattano al risarcimento della giustizia civile “, aggiunge. In sette casi, i gesuiti hanno già fornito “aiuti finanziari” alle vittime, che variano tra il risarcimento dei danni e il costo delle terapie psicologiche o cliniche derivate dal dolore causato.

    Quello dei gesuiti è l’ultimo, ma non l’unico caso. Ed è che, a differenza di quanto accade nella Conferenza Episcopale, dove non esiste ancora una commissione specifica anti-abuso, che opera regolarmente, e non c’è un’indagine approfondita, né a livello diocesano né a livello globale degli anni ’70 Diocesi spagnole, molte congregazioni hanno optato per la trasparenza dei dati e l’apertura al risarcimento. Ancora una volta, la vita religiosa continua a dare l’esempio ai vescovi su come affrontare gli scandali.

    “Siamo sopraffatti”

    Diverse indagini, come quella condotta da El País (e che comprende molti dei casi raccolti, negli anni, da altri media e giornalisti, i maggiori ‘scopritori’ della pedofilia clericale in Spagna), portano a più della metà migliaia di casi noti di abusi nella Chiesa spagnola.

    Le cifre, giornalistiche e per lo più ufficiose, sono “un piccolissimo campione di quanto è realmente accaduto in Spagna negli ultimi ottant’anni”, dall’inizio della dittatura, un funzionario vaticano che lavora nell’Ufficio che la Congregazione per la Dottrina di la Fede deve affrontare questi processi, e cioè “assolutamente sopraffatta” dall’arrivo di casi e dalla mancanza di personale ad esso dedicato. A due anni dal “Vertice anti-Pederastia” convocato da Papa Francesco, i cambiamenti, in pratica, sembrano più cosmetici che reali. Sebbene sia vero che tutte le diocesi spagnole (come dichiarato sul suo sito web dalla CEE)Hanno già uffici di cura e protocolli per segnalare che, in pochissimi casi, sono utili, confermano dalla Stolen Childhood Association.

    Insieme ai gesuiti, l’altro grande movimento che ha svolto un’indagine approfondita sono stati i Legionari di Cristo, che hanno ammesso centinaia di abusi in tutto il mondo – molti dei quali a spese del loro fondatore, il predatore Marcial Maciel – e hanno risarcito diversi sopravvissuti . In Spagna i Salesiani riconoscono 28 casi, 15 per gli scolopi, 9 per i clarettiani o due per i marianisti. I maristi, che hanno in corso un’indagine, sono stati i primi a risarcire le vittime di abusi alla scuola Sants di Barcellona. Marianisti, Salesiani, Scolopi, Clarettiani o Corazonisti hanno incluso nei loro protocolli il risarcimento delle vittime. L’Opus Dei, da parte sua, continua con la sua strategia del silenzio, anche quando ci sono abusi confermati dalla Corte Suprema, comeil caso della scuola Gaztelueta .

    https://www.eldiario.es/sociedad/ordenes-religiosas-espanolas-si-indemnizaran-victimas-pederastia-obispos-plantean_1_7186237.html

  • Sorbolo, il caso don Reverberi: “La comunità è stanca. Non giudichiamo fatti che non conosciamo”

    Sorbolo, il caso don Reverberi: “La comunità è stanca. Non giudichiamo fatti che non conosciamo”

    “Per come lo abbiamo conosciuto in questi anni, non possiamo credere che don Franco sia responsabile dei fatti di cui è accusato”: è questo il senso della risposta che da più voci raccolgo nel cortile davanti alla canonica dove vive don Franco Reverberi, a Sorbolo.

    In un bar del centro, qualcuno ricorda il clamore che aveva suscitato, nel 2012, la notizia che il parroco, arrivato da circa un anno in paese, fosse ricercato dall’Interpol per fatti risalenti agli anni della “guerra sporca” di Videla.

    Oggi la vicenda torna a fare parlare dopo che a ottobre è stata emessa una seconda richiesta di estradizione nei confronti del sacerdote italo-argentino, come riportato nell’inchiesta I fuggitivi pubblicata nei giorni scorsi su La Repubblica.

    Originario di Enzano, classe 1937, a undici anni Reverberi emigra con la famiglia in Sudamerica. Nel ‘67 l’ordinanza sacerdotale lo porta a svolgere la funzione di parroco, per oltre quarant’anni, a Salto de Las Rosas.

    Dopo la fine della dittatura e dopo l’annullamento delle leggi che impedivano di accertare le responsabilità del terrorismo di Stato, quattro sopravvissuti alle sevizie subite nella Casa Departamental, uno dei tanti buchi neri che inghiottirono migliaia di oppositori politici, chiamano in causa don Reverberi nelle loro testimonianze.

    Come emerge dall’inchiesta giornalistica che fa parte del progetto On the run from the past, durante il processo i testimoni riferirono che, mentre venivano torturati, ad assistere vi era il cappellano militare, riconosciuto in Reverberi.

    Vestito a volte con abiti militari, altre volte con l’abito talare, la Bibbia in mano, il sacerdote, ricordano i testimoni, parlava raramente e solo per indurre i prigionieri a collaborare.

    Ma quando, nel giugno del 2011, il procuratore generale di San Rafael, sulla base delle testimonianze raccolte, chiede che Reverberi venga indagato, il sacerdote non è più reperibile avendo lasciato il Paese un mese prima per stabilirsi a Sorbolo. Ai giudici, che dovevano ascoltare il parroco, fu presentato un certificato che attestava problemi cardiaci.

    Nel 2012, a un anno dal suo trasferimento in Italia, una sua foto viene diramata dall’Interpol che emette un mandato di rintraccio nei suoi confronti mentre la richiesta di estradizione avanzata dall’Argentina, in assenza del reato di tortura nel codice penale italiano, viene rigettata prima dalla Corte d’Appello di Bologna, poi dalla Cassazione, nel 2014.

    Il 2 ottobre scorso, come riportato sulle pagine di Repubblica, è stata però presentata una nuova richiesta di estradizione nei confronti del sacerdote.

    Don Reverberi, come mi dicono in paese, esce raramente e conduce una vita molto ritirata limitandosi a dire messa una volta alla settimana. Nello spiazzo alle spalle della chiesa, delimitato a ferro di cavallo entro gli edifici della canonica, c’è un via vai di bambini accompagnati a catechismo dalle mamme.

    Lauretta Ponzi, referente Caritas della parrocchia, all’uscita della canonica non si sottrae alle domande. In che modo ha reagito la comunità parrocchiale di fronte alle accuse rivolte nei confronti di don Franco?

    “Guardi, abbiamo già parlato tutti troppo di questo argomento, da diversi anni: più se ne parla e più la gente di Sorbolo scuote le spalle e dice di non volerne più sapere nulla. Noi vediamo l’operato che don Franco sta facendo qui ormai da dieci anni: non abbiamo nessun motivo per poter giudicare. Non conosciamo i fatti, se non quelli che abbiamo letto da voi. Per quello che noi vediamo, non abbiamo elementi per dubitare di lui”.

    Avete mai provato, in un confronto con la comunità, a chiedere risposte in merito alle accuse che gli vengono rivolte?

    “Don Reverberi ha chiarito tutto: anche in Italia è stato assolto perché non si trovava nel luogo in cui dicono che si trovasse al momento dei fatti”, mi risponde. Le dico che non è così: non è stato assolto perché non è stato processato, essendo venuto in Italia a un mese dall’inizio del processo. “Comunque ho visto l’inserto che avete fatto” e scuote il capo.

    Un peso lo hanno anche le parole dei testimoni: don Reverberi non sente il dovere di dare risposte ai giudici, a chi chiede di ricostruire un pezzo buio di storia, anche per chiarire la sua posizione?

    “Potrebbe anche essere, io non lo so, ma prima di tutto credo che debba rispondere davanti a Dio: è un sacerdote, c’è un superiore, c’è un vescovo, dovranno verificare loro. La comunità, mi creda, è stanca. Non possiamo dare giudizi su fatti che non conosciamo, che vengono da lontano e che ci sono stati riportati. Sono fatti rispetto ai quali lui si è difeso a spada tratta di fronte alla comunità parrocchiale”.

    Don Reverberi si è allontanato dall’Argentina per venire a Sorbolo poco prima del processo che lo vedeva imputato…”Probabilmente sì…questo ci può anche stare: ci possono essere stati sacerdoti che hanno lasciato la vita e altri, magari più deboli, che hanno chiuso gli occhi. Questo più che un problema della Chiesa credo sia un problema della persona. Possiamo mettere in dubbio un sacerdote che sta dando alla comunità, per quello che può dato che è molto malato, il suo impegno celebrando la messa e confessando i fedeli? Nel frattempo si sta curando, ha detto che è venuto in Italia per curarsi: ci sta anche che possa essere venuto in Italia in un momento difficile, ma era anche già malato. A che titolo possiamo giudicare?”.

    Cercare risposte, per poi poter giudicare, anche a nome delle vittime del regime di quegli anni. “Sì, sì, la storia la conosciamo…ma quando l’altro giorno ho visto il vostro servizio con don Reverberi in mezzo a quei due…mi è dato un colpo al cuore: non ce lo vedo, lì in mezzo, non posso crederci. La mia risposta da fedele, da cristiana, è questa: se lui è veramente colpevole, parli. Se no, ci dovremo affidare alla giustizia divina. Se intervista qualche altro parrocchiano, qualcuno potrebbe dirle che ha dei dubbi ma la comunità vera, che vive attorno alla parrocchia, non si pone il problema: non è che non vogliamo riconoscere quello che veramente è stato ma non vogliamo pensare che il nostro prete – che non è il parroco, perché è qui solo in appoggio – possa essere coinvolto in una cosa del genere”.

    Da una porta, si affaccia sullo spiazzo don Aldino Arcari, dal 2013 parroco della diocesi. Pochi giorni fa, alla giornalista di Repubblica che gli poneva una domanda sul caso Reverberi, ha parlato di accanimento da parte della stampa, informandola di avere avvertito il vescovo del fatto che in paese fossero tornati giornalisti a chiedere di don Franco.

    Di fronte alla mia domanda di un’intervista, accetta di rispondere. Parlare con don Reverberi, invece, non è possibile: è molto anziano e malato, mi dice.

    Don Arcari, a testimoniare ci sono quattro ex prigionieri politici che hanno indicato in Reverberi il parroco che nel 1976 avrebbe assistito alle torture mentre più testimoni riferiscono della sua presenza tra il ‘76 e il ‘78 nel centro di detenzione clandestino di San Rafael. Quale è la vostra posizione rispetto a questa vicenda?

    “Noi abbiamo un foglio della diocesi di San Rafael che dice che lui non era lì, nel ‘76, e lui stesso ha ribadito che non c’era, in quel periodo, essendo diventato cappellano militare solo nell’80. C’è tanto di documento della diocesi! Le accuse che gli vengono rivolte mi sembrano un po’ forzate, conoscendolo! Qui stiamo dando la caccia alle streghe…”.

    Ma i centri di detenzione erano extra-legali e clandestini: è improbabile che si registrassero gli ingressi di chi vi operava…

    “Può anche essere – ribatte don Arcari – io però mi fido di quello che dice. Se poi fosse falsa testimonianza, dovrà risponderne davanti a Dio. Siamo nel campo delle ipotesi. Lui ha già detto che non c’era. Ma io dico: se anche ci fosse stato, che accusa è? Beh, va bene: aveva la Bibbia in mano, dicono, certo: è un prete, non poteva andare là con un mitra….che conforto poteva dare ai condannati? Cosa poteva fare? Come quando durante il fascismo chiedevano a qualcuno di baciare il crocifisso….Che cosa poteva fare, poveretto… Non siamo mica tutti leoni: pensiamo a Don Abbondio”.

    All’esterno fa freddo, pur essendo un pomeriggio di sole. Don Arcari mi invita a entrare assieme a Lauretta Ponzi. Mi ripetono che la comunità non può credere che sia lui il prete riconosciuto dai testimoni, non per come lo conoscono.

    “Ci pensi – così Arcari, rivolgendosi a me -, come mai papa Francesco non è mai andato in Argentina, che è la sua terra? Chiediamoci questo. E’ un problema politico: non lo possono vedere, quel papa lì, in Argentina e lui non ci andrà mai, glielo dico io: sono delle beghe politiche. Non possono vedere papa Francesco e allora dicono: ti torturiamo questo prete argentino che è in Italia. Ci sono delle storie, sotto, che noi non sappiamo…Io, se fossi papa, la prima cosa che farei sarebbe andare nel mio paese natale…”.

    Vi siete confrontati col vescovo recentemente sulla vicenda di cui ora si torna a parlare vista la nuova richiesta di estradizione?

    “Io e il vescovo siamo molto legati. Quando viene qualcuno a chiedere di don Franco, glielo dico: lui mi ha detto di avere allertato Parolin in modo che avverta il papa di questa storia. Sembra che Sorbolo copra il torturatore ma noi non copriamo nessuno: lo abbiamo qui ospite e ce lo teniamo, anziano e malato, poveretto. Celebra messa solo una volta a settimana e confessa i fedeli: più di questo non fa. Che gli è venuto un infarto è vero: l’ho accompagnato io in ospedale. Per lui questa attenzione è una tortura. Altro, non saprei cosa dirle”.

    Arturo Salerni, avvocato che nel caso Reverberi è stato parte civile in Cassazione per la Repubblica Argentina, uno dei principali avvocati difensori delle vittime del maxi-processo Condor nel quale sono stati condannati all’ergastolo 24 responsabili dei crimini commessi durante le dittature sudamericane, raggiunto nel suo studio romano così commenta il caso Reverberi: “La richiesta di estradizione fu respinta dalla Corte d’Appello di Bologna, ritenendo che i reati fossero prescritti. Verso di lui era mossa l’accusa di tortura. Io allora feci per la Repubblica Argentina il ricorso in Cassazione che sostanzialmente ribadì le conclusioni alle quali era arrivata la Corte di appello di Bologna.

    Dal punto di vista dei processi, in Italia non ci sono attualmente altri elementi. Quello che evidenziamo è che don Reverberi si è sottratto alla giustizia argentina oltre al fatto che ci sono diversi e convergenti elementi di accusa: ci sono precisi riconoscimenti, che sono stati raccolti, tutti convergenti nell’indicare in lui ‘il prete’, il sacerdote che assisteva alle torture in maniera benevola non nei confronti dei torturati ma dei torturatori, con atteggiamento di complicità e spingendo i prigionieri a confessare. Da più parti – conclude il legale – in alcuni casi anche da parte della Chiesa, viene la richiesta che Reverberi si sottoponga alla giustizia terrena, prima di arrivare alla giustizia divina”.

    Lucia De Ioanna

    https://parma.repubblica.it/cronaca/2021/01/20/news/sorbolo_il_caso_don_reverberi_la_comunita_e_stanca_non_giudichiamo_fatti_che_non_conosciamo_-283389240/?fbclid=IwAR0rqWtQc52SapVME10yvb_xAaSCZVLGSjY_OHqyC5lMBK4WKzH-bS47vWQ

     

  • Il caso Spotlight, la vera storia (e i numeri) degli abusi sessuali dei preti

    Il caso Spotlight, la vera storia (e i numeri) degli abusi sessuali dei preti

    Il caso Spotlight è una pellicola che racconta della vera indagine svolta da una redazione giornalistica per portare alla luce del sole una rete di abusi sessuali su minori perpetrati da uomini della Chiesa

    Presentato il 3 settembre 2015 all’interno della cornice del Festival del Cinema di Venezia, Il caso Spotlight ha anche vinto il premio Oscar come miglior film nel 2016, dopo essersi aggiudicato anche quello come miglior sceneggiatura.

    Il film, che andrà in onda questa sera alle 21.15 su Rai 5, ha fatto molto parlare di sé. Il caso Spotlight, infatti, trasporta sul grande schermo la vera storia dell’inchiesta svolta nel 2002 dal Boston Globe per portare a galla una lunga lista di abusi sessuali su minori avvenuti in seno alla chiesa cattolica.

    Come ricorda The Wire, per l’inchiesta Spotlight, il Boston Globe vinse il premio Pulitzer nel 2003 per il servizio pubblico reso alla comunità.

    Il caso Spotlight, la trama del film

    L’anno è il 2001 e al Boston Globe è arrivato il nuovo direttore Martin Baron (Liev Schreiber). Sotto la sua guida, la squadra di giornalisti investigativi denominati Spotlight cominciò a indagare su alcune accuse di abusi sessuali perpetrati da oltre 70 sacerdoti appartenenti alla diocesi di Boston. L’indagine porterà a galla una serie di racconti agghiaccianti, con alcuni preti che, abusando della loro posizione, sfruttavano la fiducia e la povertà di alcuni fedeli per poter molestare liberamente dei minori.

    Oltre a Liev Schreiber, nel film recitano anche Michael Keaton, nei panni di Walter Robinson, e Mark Ruffalo, l’interprete di Hulk per il Marvel Cinematic Universe, in quelli di Michael Rezendes.

    Il caso spotlight, la vera storia e i numeri della pedofilia

    Per avere un’idea di quanto sia stata importante la vera indagine del vero team spotlight, basta andare nella homepage del sito dell’Arcidiocesi di Boston. Qui esiste una voce che si chiama Protezione dei Minori e denunce (child protection and reporting, in lingua originale). Se si clicca sopra il link, si può accedere a una lunga lista di tutti gli abusi sessuali che sono avvenuti in seno alla chiesa cattolica di Boston e che sono stati smascherati proprio dalla vera indagine del team Spotlight.

    La trama del film diretto da Todd McCarthy segue dunque i fatti che sono accaduti nella realtà. La storia vera dell’indagine a cui la pellicola si ispira prende infatti il via quando Marty Baron reclama l’attenzione dei suoi colleghi su una dichiarazione dell’avvocato Mitchell Garabedian (nel film interpretato da Stanley Tucci) che afferma che il cardinale Bernard F. Law, arcivescovo di Boston, fosse a conoscenza della presenza di un prete pedofilo, John Geoghan. L’accusa per Law era quella di conoscere l’orrore che veniva fatto nella sua arcidiocesi e di non aver fatto nulla per fermare le molestie.

    Come viene fedelmente raccontato dal film e ricostruito da ScreenRant, il team spotlight cominciò a indagare sulla base di queste affermazioni, pur essendo consapevoli del potere mediatico della Chiesa di mettere a tacere i mass media. Il team, composto da Walter Robinson, Michael Rezendes, Sacha Pfeiffer e Matt Carroll, scoprì ben presto che la portata dello scandalo andava ben oltre la figura di Padre Geoghan. Con il loro giornalismo investigativo, scoprirono che almeno altri 13 preti erano responsabili di abusi sessuali su minori.

    Sempre ScreenRant riporta di come la squadra investigativa scoprì, attraverso un ex prete di nome Sipe che aveva passato la vita a studiare la pedofilia, che il 6% dei preti era colpevole di abusi sessuali. Una percentuale che, in relazione alla popolazione di Boston, faceva salire il numero dei preti pedofili a circa 90 unità.

    Grazie a testimonianze di alcuni sopravvissuti agli abusi e all’indagine riportata ne Il Caso Spotlight e pubblicata nel gennaio del 2020, l’arcivescovo Law diede le dimissioni dal suo ruolo nel dicembre dello stesso anno. Tuttavia, più tardi venne promosso arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, che ancora oggi è una delle più grandi e importanti al mondo.

    Sull’onda dell’indagine pubblicata dal Boston Globe, nei primi anni del Duemila vennero effettuate altre ricerche sulla vita sessuale degli uomini della chiesa cattolica. Come riporta l’Internet Movie Data Base, il 12 maggio 2003 un prete svizzero pubblicò uno studio secondo il quale il 50% dei preti veniva meno al proprio voto di castità, collezionando amanti. Padre Victor Kotze, un sociologo del Sudafrica, asserì che il 45% dei preti cattolici è sessualmente attivo. Tra questi, il 53% ha rapporti con donne adulte, il 21% con uomini adulti, il 14% con ragazzi minorenni e il 12% con ragazze minorenni.

    https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/caso-spotlight-vera-storia-dellinchiesta-contro-pedofilia-1915837.html

  • CENTINAIA DI SUORE SUBISCONO ABUSI DA PARTE DI PRETI MA PER LA CHIESA RESTANO UN PROBLEMA INVISIBILE

    CENTINAIA DI SUORE SUBISCONO ABUSI DA PARTE DI PRETI MA PER LA CHIESA RESTANO UN PROBLEMA INVISIBILE

    Da anni la Chiesa è chiamata a riconoscere gli abusi dei prelati sui bambini. L’ultimo caso arrivato alla cronaca è di poche settimane fa, il cosiddetto “Rapporto su McCarrick”, l’ex cardinale pedofilo ridotto allo stato laicale da Papa Francesco. La Chiesa, tuttavia, deve fare i conti da secoli anche con un altro problema che la attraversa in maniera endemica: gli abusi sessuali sulle suore, storie di violenza che negli ultimi trent’anni hanno lottato strenuamente per venire alla luce e che, a solo un anno dalle dichiarazioni a riguardo del Papa, rischiano già di tornare nel dimenticatoio. Ancora oggi, infatti, è difficile comprendere quanto questi crimini siano diffusi negli ambienti ecclesiastici, dato che esistono pochi dati e testimonianze rispetto a quanto si stima possa essere la rete delle vittime. Da tempo, però, alcune di queste donne hanno deciso di far sentire la loro voce, anche se nessuno sembra volerla ascoltare.

    Il primo giornalista a interessarsi a questa vicenda è stato Tom Roberts, ex-editor del National Catholic Reporter. Nel 1999, un informatore segreto aveva lasciato sulla scrivania della redazione, a Kansas City, in Missouri, due rapporti contenenti documenti che provenivano dalla Santa Sede, classificati come “riservati”. Il primo risaliva al 1994, quando la sua autrice, suor Maura O’Donohue, coordinava gli aiuti destinati alle zone colpite dall’epidemia di AIDS per il Catholic Fund for Overseas Development. Nei suoi sei anni di servizio, suor O’Donohue aveva ricevuto le prime segnalazioni da parte di sorelle in missione che venivano violentate da vescovi e preti. La situazione era particolarmente grave in Africa dove, a causa dell’AIDS, i missionari prediligevano le suore – oltre alle bambine – perché sicuri che fossero sane. In molti casi, gli stessi uomini di Chiesa che le avevano violentate le obbligavano poi ad abortire.

    Il rapporto conteneva il caso emblematico di un vescovo che, in Malawi, aveva avuto rapporti sessuali con molte suore della sua congregazione, 29 delle quali erano rimaste incinta. Per una di esse, aveva organizzato un’interruzione di gravidanza, la suora però era morta durante l’operazione e lo stesso vescovo ne aveva celebrato il funerale. Dopo aver compilato il rapporto, suor O’Donohue aveva prontamente informato i funzionari del Vaticano delle sue sconcertanti scoperte, eppure la sua grave inchiesta era stata accantonata.

    Il secondo rapporto, scritto da suor Marie McDonald, madre superiora dell’istituto religioso femminile Suore Missionarie di Nostra Signora d’Africa, metteva nero su bianco le cause del problema: il celibato e la scarsa comprensione della vita religiosa da parte di certi membri del clero, la posizione d’inferiorità delle donne nella gerarchia ecclesiastica, l’epidemia di AIDS, le difficoltà di adattamento culturale delle suore inviate in missione – specialmente delle novizie – e l’omertà. Nel 1998 questo rapporto era stato presentato dalla madre superiora al Consiglio dei Sedici, un gruppo composto da membri dell’Unione delle Superiore Generali di Roma, dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali e della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ma anche in quel caso non era stato preso alcun provvedimento.

    Due anni dopo aver ricevuto questi documenti, Tom Roberts, finalmente certo della loro veridicità, pubblica un articolo in cui rivela questa fitta rete di abusi, composta dalle denunce provenienti non solo dall’Africa, ma anche da altri 23 Paesi, inclusa l’Italia. Quasi vent’anni dopo, lo stesso giornalista ha dichiarato: “[In tutto questo tempo] non è successo molto. Non esiste un’opinione pubblica in merito agli abusi sessuali sulle suore: è ancora tutta da costruire”.

    Dal 2011 a oggi molte suore hanno trovato il coraggio di denunciare i loro molestatori e i casi si sono moltiplicati in tutto il mondo. Grazie al #MeToo, poi, le loro testimonianze hanno iniziato a ricevere sempre più ascolto e sostegno. Spesso, tuttavia, arrivano a molti anni dai fatti, come nel caso di una suora indiana che ha accusato il vescovo che dirigeva il suo convento di averla violentata 13 volte nell’arco di due anni. Poco dopo la sua denuncia, un gruppo di monache ha lanciato una protesta durata due settimane per ottenere l’arresto del vescovo: un’iniziativa senza precedenti nel Paese, che ha spaccato in due la comunità cattolica del Kerala, dove attualmente queste donne ribelli sono considerate alla stregua di paria, isolate dal resto delle sorelle che credono all’innocenza del vescovo.

    Questo è il destino riservato a molte suore: dal momento in cui denunciano, infatti, sono obbligate dalla loro congregazione a dismettere il velo dato che il voto di castità a quel punto risulta rotto – anche se a causa di un abuso e contro la loro volontà. La vita da ex-religiosa, quando non si può contare sul supporto della famiglia o non si ha una professione, però può essere molto difficile, oltre che non desiderata da tante donne che avevano invece scelto un percorso d’altro tipo. Per questo Papa Francesco, come racconta il cardinale João Braz de Aviz, ha deciso “di creare a Roma una casa per accogliere dalla strada alcune suore mandate via da noi e dalle superiore, in particolare nel caso che siano straniere”, e continua, “Ci sono casi molto duri in cui i superiori hanno trattenuto i documenti di suore che desideravano uscire dal convento, o che sono state mandate via. Queste persone sono entrate in convento come suore e si ritrovano in queste condizioni”. Forse, invece di creare case di accoglienza, la Chiesa dovrebbe trovare il modo di punire chi non rispetta le regole e tutelare le vittime con azioni concrete.

    Qualcosa in questo senso si è mosso quando, nel febbraio del 2019, il supplemento mensile del quotidiano della Santa Sede L’Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo, ha pubblicato un articolo di denuncia firmato dall’allora direttrice Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea oggi in pensione. Una settimana dopo il Papa ha finalmente ammesso davanti ai giornalisti gli abusi sessuali sulle suore commessi da preti e vescovi. Poco dopo aver denunciato la portata dello scandalo, però, la direttrice Lucetta Scaraffia e l’intero staff del supplemento si sono dimessi a causa del “clima di sfiducia e di delegittimazione progressiva” da parte della Chiesa.

    A marzo del 2019, come ci ha raccontato la stessa Scaraffia, L’Osservatore Romano ha pubblicato una recensione di Religieuses abusées, l’autre scandale de l’église, un documentario francese realizzato da Eric Quintin, Marie-Pierre Raimbault e Elizabeth Drevillon. Nell’articolo, però, la giornalista Monica Mondo sosteneva “posizioni opposte” rispetto a quelle già espresse dal mensile il mese prima, definendo l’opera “priv[a] di spirito cristiano”. Questo articolo sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per Scaraffia e le sue collaboratrici, che a oggi continuano a ricevere molte testimonianze di suore vittime di abusi e sono ancora attivamente coinvolte in questa battaglia.

    Lo stesso documentario è stato al centro di una serie di polemiche, dato che la testimonianza di una delle ex-suore è stata smentita dal Tribunale di Amburgo. Questa falsa denuncia, purtroppo, ha invalidato l’intero progetto, che tuttavia racconta una vicenda molto importante: la storia di Michelle France, abusata per 35 anni dal sacerdote francese padre Marie-Dominique Philippe, fondatore dell’organizzazione “Famille Saint-Jean”, che conta più di 800 adepti in 24 Paesi del mondo. Il credo di padre Philippe era fondato su una bizzarra teoria di sua invenzione chiamata “l’amour d’amitié” che, mischiando sessualità e spiritualità, giustificava i suoi abusi e quelli dei suoi discepoli. Il documentario si conclude con Marie France e altre donne vittime di abusi da parte dei prelati che nel 2018 vengono finalmente ricevute a porte chiuse da Papa Francesco. A causa della falsa denuncia, però, il tribunale ha ordinato la rimozione del filmato dal catalogo di ARTE – anche se la registrazione integrale in francese rimane disponibile su YouTube.

    A oggi, la Santa Sede non ha preso alcun provvedimento, anche se a detta di Scaraffia “i dicasteri sono sommersi dalle denunce”. Il motivo è chiaro: “Non hanno nessuna intenzione di passare all’azione. Dal loro punto di vista, gli abusi sono semplici trasgressioni al voto di castità e, per giunta, violazioni condivise da entrambe le parti, dato che nella maggior parte dei casi le suore violentate sono maggiorenni. In questo caso, le violenze sono peccato, ma non vengono considerate come reati”.

    Come ci ha spiegato Francesco Zanardi, responsabile della Rete L’ABUSO, un’associazione che dà supporto ai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, la situazione per le suore che decidono di denunciare è particolarmente complessa. Le suore, infatti, vivono nella maggior parte dei casi in conventi, ambienti piccoli e blindati, dove le donne abusate temono le ritorsioni della Madre Superiora e delle sorelle, che potrebbero non credere alle loro dichiarazioni. Vero è che potrebbero sporgere una denuncia civile, ma in questi casi di solito vengono dissuase dall’ordine a cui appartengono, queste sono pressioni sì informali ma molto forti per chi abita nel mondo ecclesiastico e ha contatti solo al suo interno. Nel caso in cui le suore, però, riescano a far riconoscere gli abusi davanti al tribunale davanti al tribunale ordinario, i preti possono essere condannati al carcere o – come succede più spesso – ai domiciliari.

    Come raccontano infatti l’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli nel libro-inchiesta Giustizia divina, dei 300 casi di preti condannati al carcere, solo 5 stavano scontando la pena in prigione. Tutti gli altri, compresi quelli destinati ai domiciliari, finiscono in altri centri religiosi che poco somigliano alla detenzione. In alcuni di essi, i preti intraprendono percorsi di psicoterapia volti a migliorare la loro condizione psicologica e a tutelare la società, in modo che la possibilità di recidive si riduca. Non esiste però una lista ufficiale di questi centri: Zanardi ne ha contati 24 “ricavando i nomi dagli atti giudiziari. Quando la magistratura manda ai domiciliari i preti che hanno commesso abusi nel 99% dei casi vanno in questi posti”. Una volta scontata la pena i preti possono tornare alla loro vita di prima: se durante il processo canonico, infatti, la Santa Sede assolve l’imputato, il prelato non è obbligato a dismettere l’abito, e lo Stato non può obbligarlo a farlo. Insomma, dopo il processo civile, quello canonico, ed eventualmente il carcere, il prelato viene semplicemente trasferito in un’altra sede. Per avere un’idea della gravità della situazione degli abusi sessuali su donne e minori, la Rete L’ABUSO ha creato una mappa interattiva che indica tutte le Diocesi non sicure, ovvero dove sono situati tutti i casi noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla. Secondo l’associazione, i preti denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva per reati sessuali e molestie a danno di minori in Italia sarebbero 151, mentre quelli condannati in via definitiva o reo confessi dal 2000 a oggi sarebbero 154.
    Alcuni sostengono che una possibile soluzione al problema potrebbe essere l’accesso per le donne al sacerdozio e al cardinalato, in modo da riconoscere loro più potere all’interno della gerarchia ecclesiastica. Eppure, per quanto importante, questo non è sufficiente, dato per tutte le donne che nella Chiesa occupano i gradini più bassi le cose continuerebbero come prima. Chi di dovere dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e decostruire questo sistema bacato in cui gli abusi sono normalizzati e pesano sistematicamente sulle spalle dei più deboli. Non è possibile che i sacerdoti possano commettere violenze del genere e venire coperti, ne va dell’immagine e della credibilità della Chiesa stessa.
    Questi abusi di potere avrebbero i giorni contati se la Chiesa iniziasse a rispettare le donne, in primis in quanto persone portatrici di diritti inalienabili e in secundis come lavoratrici, studiose e professioniste. Papa Francesco ha fatto un tentativo di aprire la strada, almeno a parole, ora si tratta però di avere il coraggio di percorrerla fino in fondo senza tentennare. Invece che punire le vittime che denunciano questi abusi, è arrivato il momento di ascoltare le loro testimonianze e fare in modo che i prelati, come tutti gli altri cittadini, si confrontino con la legge dello Stato, oltre che con quella della Chiesa, e che invece di essere semplicemente spostati da una parrocchia all’altra scontino le loro pene come tutti e se ritenuto necessario da chi di dovere (un organo super partes) vengano sollevati dai loro incarichi.
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  • Pedofilia: si aggrava la posizione del card. Dziwisz. La Chiesa polacca auspica un’indagine vaticana

    Pedofilia: si aggrava la posizione del card. Dziwisz. La Chiesa polacca auspica un’indagine vaticana

    40453 CRACOVIA-ADISTA. Che il card. Stanislaw Dziwisz, già segretario particolare per 27 anni di papa Wojtyla – ruolo che ricopriva di fatto già dal 1966, quando Wojtyla era arcivescovo di Cracovia – e in seguito egli stesso arcivescovo di Cracovia dal 2005 al 2016, fosse pesantemente coinvolto in casi di copertura di abusi sessuali perpetrati dal clero era già venuto alla luce (v. Adista Notizie n. 37/20); ora sul cardinale 81enne emergono accuse raccapriccianti, come quella secondo cui avrebbe accordato il proprio silenzio in cambio di denaro. È quanto emerge, in concomitanza con la pubblicazione del rapporto McCarrick (v. qui), in un documentario trasmesso dalla televisione polacca TVN24 (“Don Stanislaw, l’altra faccia del cardinale Dziwisz”), che mette in luce come, durante il pontificato di Wojtyla, abbia occultato, oltre a casi nazionali di pedofilia, anche informazioni relative a casi di portata internazionale, come quello dello stesso McCarrick e quello di un altro grande amico di Wojtyla, il fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel Degollado, e spesso in cambio di grandi somme di denaro. A fronte di queste accuse, il presidente della Conferenza episcopale polacca mons. Stanislaw Gadecki ha auspicato la creazione di una commissione d’inchiesta da parte della Santa Sede, che chiarisca i«dubbi» intorno alla figura del cardinale. Qualcosa di molto più decisivo e grave rispetto a quanto proposto dallo stesso Dziwisz il quale, sempre dichiaratosi innocente, dopo la trasmissione del documentario aveva rilevato la necessità di istituire una commissione indipendente sul comportamento della Chiesa riguardo alle questioni affrontate: «Non lo faccio per nascondere la verità, ma per sviscerare scrupolosamente i fatti», ha detto. «I bambini e i giovani non devono mai più subire le ingiustizie avvenute nel passato».

    Se da un lato le responsabilità di Dziwisz potrebbero essere davvero pesantissime, dall’altro bisogna però mettere nel conto il fatto che, addossando tutte le colpe dell’insabbiamento di casi di pedofilia al segretario – quando probabilmente c’era anche un “entourage polacco” a mantenere il silenzio – si sta cercando, da parte della Chiesa, di salvare la figura di san Karol Wojtyla, che ha difeso, frequentato, apprezzato e promosso figure poi totalmente screditate come, appunto, quella del cardinale McCarrick e quella di Maciel, sulle accuse nei confronti dei quali era peraltro ampiamente informato e che ha ignorato, considerandole mere dicerie. Sul caso di Maciel, ad esempio, occorre ricordare che le prime indagini approfondite e fondate, che ricostruivano diversi decenni di accuse, erano emerse grazie ai giornalisti statunitensi Jason Berry e Gerald Renner già nel 1997, e che il fondatore dei Legionari non fu punito che nel 2006, quando Benedetto XVI gli impose una vita nel silenzio e nel pentimento. Senza parlare, poi, del caso del card. Hans Hermann Groër, arcivescovo di Vienna dal 1986 al 1995, responsabile di abusi su minori, anche lui promosso cardinale da Wojtyla nel 1988.

    «Non era affar mio»

    Secondo quanto riporta il sito della Rete l’Abuso di Francesco Zanardi, da sempre impegnato nella lotta alla pedofilia nella Chiesa, nel documentario polacco alcuni testimoni, intervistati, hanno confermato che Dziwisz aveva legami con i Legionari di Cristo e con McCarrick. Tra di essi, Janusz Szymik, vittima di abusi per molti anni del prete pedofilo Jan Wodniak, che rivela di essersi più volte rivolto al cardinale nel 2012, quando era arcivescovo di Cracovia, per denunciare le violenze che aveva subito per cinque anni, tra il 1984 e il 1989, senza tuttavia averne mai una risposta. Secondo quanto riporta il National Catholic Reporter (Ncr) (3/11), anche Fr. Tadeusz Isakowicz-Zaleski, prete di Cracovia e fondatore di una conosciutissima fondazione per disabili psichici e fisici, dichiara di aver consegnato una lettera al cardinale in merito a quello stesso sacerdote pedofilo, ma questi, nell’intervista che TVN24 gli ha fatto il 20 ottobre scorso, afferma di «non ricordare conversazioni in merito» e che la questione non era di sua competenza, in quanto il prete accusato non apparteneva alla diocesi di Cracovia ma a quella di Bielsko-Zywiec; «Non posso avere sulla coscienza – ha detto Dziwisz – di non avere aiutato quando qualcuno ha chiesto il mio sostegno, è impossibile. Se avessi avuto tutti i dettagli avrei reagito, anche se non ne avevo il diritto visto che si trattava di un’altra diocesi». Ma Isakowicz-Zaleski, sentito dal Ncr, lo ha smentito, asserendo che invece Dziwicz era responsabile del caso della vittima Szymik, in quanto vescovo metropolitano della regione che includeva la diocesi dove effettivamente era avvenuto l’abuso: «Ovviamente il cardinale avrebbe potuto e dovuto reagire, era lui il vescovo metropolitano; non capisce che il silenzio e l’insabbiamento che erano possibili 30 anni fa oggi non funzionano più». In Polonia il fenomeno della pedofilia perpetrata dal clero si è rivelato di portata enorme, tanto che, informa la Rete L’Abuso, Wojciech Polak, delegato dell’Episcopato per la protezione dei minori, ha fatto appello alla Santa Sede per l’avvio di procedure contro i vescovi insabbiatori. Lo scorso anno la Chiesa polacca aveva dichiarato che negli ultimi 30 anni quasi 400 erano i membri del clero responsabili di abusi sessuali nei confronti di minori. Secondo quanto riporta l’autore del documentario, il giornalista polacco Marcin Gutowski, Dziwisz si è sempre negato e non ha mai voluto rispondere alle domande, ma è più che evidente che il rapporto McCarrick offre informazioni preziose rispetto al ruolo svolto da Dziwisz nella gestione del caso del cardinale americano, che ha potuto cavalcare trionfalmente attraverso più pontificati anche grazie alla “complicità” del segretario di Wojtyla. Nell’intervista del 20 ottobre alla tv polacca, riporta il Ncr, Dziwisz ha negato che Giovanni Paolo II avesse alcuna conoscenza dei crimini commessi da Maciel, e anzi, «quando le cose hanno cominciato a emergere – ha detto – ho chiesto a uno degli associati di Maciel se ne sapeva qualcosa; mi rispose che nessuno tra i Legionari ne aveva mai sentito parlare».

    Nel frattempo, il Vaticano ha annunciato sanzioni contro un altro cardinale polacco, il 97enne Henryk Gulbinowicz, arcivescovo di Wroclaw dal 1976 al 2004, elevato alla porpora cardinalizia da Wojtyla nel 1985, il quale fu un informatore segreto della polizia e del quale sono emerse gravi responsabilità in merito ad abusi sessuali, tanto che gli è stato vietato di esercitare il ministero e di usare i simboli episcopali.

    https://www.adista.it/articolo/64481

  • Pedofilia nella Chiesa, Borrelli chiede che il suo caso venga riaperto

    Pedofilia nella Chiesa, Borrelli chiede che il suo caso venga riaperto

    Di Carmelo Giuffrè
    Arturo Borrelli ha denunciato anni fa un sacerdote per pedofilia e adesso denuncia la superficialità con cui la chiesa ha processato l’uomo.

    Tra i 13 e i 17 anni, Arturo Borrelli ha raccontato di essere stato vittima di abusi sessuali da parte di un prete. Era il suo professore di religione a scuola e quel bambino che adesso è un uomo, racconta di come un giorno lo abbia invitato a casa sua per poi iniziare a toccarlo e dare il via a una storia che sarebbe durata anni. Il prete in questione si chiama Don Silverio, giudicato recentemente innocente di tutti i crimini di cui era accusato dal tribunale ecclesiastico. Un verdetto che ha fatto un discutere per alcune risposte fornite dall’imputato. Le vittime chiamate a testimoniare conoscevano una malformazione del prete ai genitali. Un particolare che poteva venir conosciuto soltanto in situazioni di intimità. E il punto è che Don Silverio ha spiegato al Tribunale che per lui era la normalità farsi la doccia nudo con gli altri bambini, ed è così che questi sono venuti a conoscenza del suo problema.

    Borrelli: “Ascoltano quello che sai per poi nasconderlo”

    Borrelli ha iniziato tanto tempo fa una lotta per denunciare quello che lui considera un vero e proprio mostro, il suo carnefice, e nel suo percorso ha trovato altre tre persone che sostengono di essere stati vittima degli stessi abusi da parte di Don Silverio. Ma nonostante fosse stato Papa Francesco a voler riaprire il caso nel 2018, per il momento si è tutto risolto nell’assoluzione del prete. Ma non solo, come ha raccontato ai giornalisti di Fanpage in un’intervista, Borrelli ha perso il lavoro per seguire al meglio questa vicenda. L’uomo è convinto che la Chiesa non abbia mostrato un reale interesse a cercare la verità: “Una vicina di casa aveva dichiarato per prima che in quell’appartamento c’erano troppi bambini e che qualcosa non tornava. Ha rilasciato la sua testimonianza al tribunale e tutto quello che ha rivelato è stato gettato nel cestino. Fanno così: ascoltano quello che sai per poi nasconderlo”. 

  • Nuove accuse contro l’ex segretario di Wojtyla: prese soldi per nascondere i pedofili al Pontefice

    Nuove accuse contro l’ex segretario di Wojtyla: prese soldi per nascondere i pedofili al Pontefice

    L’accusa è grave: aver preso soldi per partecipare alle messe papali e per nascondere le accuse di pedofilia al Papa San Giovanni Paolo II. Così il cardinale Stanislaw Dziwisz, per quarant’anni segretario di Karol Wojtyla prima a Cracovia e poi a Roma, è finito al centro dell’attenzione mediatica dopo che il Vaticano ha reso noto il contenuto dell’attesissimo rapporto sul cardinale americano Theodore McCarrick, ridotto allo stato laicale da Papa Francesco per abusi sessuali su minori. La Conferenza episcopale polacca ha chiesto alla Santa Sede di fare piena luce sul ruolo di Dziwisz dato che avrebbe avuto un ruolo nella scelta dell’allora Pontefice di promuovere McCarrick, nel 2000, alla guida dell’arcidiocesi della Capitale Usa e poi, l’anno successivo, nominarlo cardinale.
    Non solo. Tramite il presidente Gadecki ha invocato una Commissione ad hoc. Nel dettaglio, la Conferenza episcopale polacca ha espresso l’auspicio che una commissione della Santa Sede chiarisca il ruolo dell’ex segretario anche alla luce di un documentario trasmesso nei giorni scorsi dal canale polacco TVN24, che ha posto diverse domande sull’atteggiamento del cardinale Dziwisz, 81 anni, sospettato di aver nascosto al Papa gli abusi sessuali sui preti di tutto il mondo nonché gli affari di pedofilia nella Chiesa polacca.

    Il caso del sacerdote messicano Marcial Maciel
    Nel documentario a spiccare, tra gli altri, è il noto caso di Marcial Maciel, sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, abusatore seriale sempre protetto negli anni da Wojtyla poi sanzionato da Benedetto XVI, che ha anche commissariato la potente congregazione religiosa.
    Tra gli intervistati vi è il primo giornalista che ne scrisse, lo statunitense Jason Berry, che raccontò sul National Catholic Reporter, già molti anni fa, che Maciel elargiva corpose donazioni ai maggiorenti vaticani dell’epoca comprandone il silenzio.
    Una vicenda, quella di Maciel, rievocata anche da Papa Francesco quando, di ritorno da Abu Dhabi nel 2019, ricordò ai giornalisti che lo accompagnavano sul volo che Joseph Ratzinger, già quando era prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, “aveva tutte le carte, tutti i documenti, su una organizzazione religiosa che aveva corruzione al suo interno, sessuale ed economica. Lui (da Cardinale) andava e c’erano dei filtri, e non poteva arrivare. Alla fine il Papa (Giovanni Paolo II), con l’intento di capire la verità, ha fatto una riunione, e Joseph Ratzinger è andato lì con la cartella e tutte le sue carte. E quando è tornato ha detto al suo segretario: ‘Mettila nell’archivio, ha vinto l’altro partito’”.
    Presumibilmente, il partito di Dziwisz o del cardinale Segretario di Stato dell’epoca Angelo Sodano. Un altro autore intervistato nel documentario polacco, il saggista francese Frederic Martel, autore di “Sodoma”, afferma: “Messico, Irlanda, Stati Uniti, Argentina. Ogni volta che sorge una domanda su come nascondere la pedofilia, compare sempre il nome di Dziwisz. Lui sapeva. Rimane un mistero se abbia informato Giovanni Paolo II o meno”.

    La difesa di Dziwisz
    Da parte sua Dziwisz si difende affermando la sua totale innocenza. “Posso dire in tutta coscienza – ha affermato il cardinale – che mai, ripeto mai, ho ricevuto denaro in cambio di partecipazione alle messe papali; mai, sottolineo mai, ho ricevuto soldi per nascondere atti o fatti destinati alla superiore attenzione del Santo Padre; mai, e infine mai, ho favorito persone indegne a fronte di elargizioni inseribili in qualche perversa logica di baratto”.
    Certo è che negli ultimi tempi, dopo una lunga serie di omissioni, la sensibilità della Chiesa di fronte a certi scandali è cambiata. E’ di recente che Papa Francesco ha rimosso il vescovo di Kalisz, monsignor Edward Janiak, per aver coperto gli abusi sessuali su minori di alcuni suoi preti così come emergeva dal documentario realizzato dai fratelli Marek e Thomas Sekielski.
    E Papa Francesco è pronto ad andare fino in fondo, così come ribadito dopo il rapporto su McCarrick, quando ha affermato: “Rinnovo la mia vicinanza alle vittime di ogni abuso e l’impegno della Chiesa per sradicare questo male”.

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