ACIREALE – Adesso è ufficiale, il Vaticano ha condannato in primo grado don Carlo Chiarenza, potente monsignore che reggeva la Basilica San Sebastiano con l’accusa di essere “responsabile degli abusi denunciati”.
Per comunicarlo ai fedeli, il Vescovo di Acireale Antonino Raspanti, ha scelto di scrivere una lettera. Raspanti, noto per aver proposto di negare le esequie ai condannati per mafia, subito dopo la pubblicazione delle inchieste del mensile “S”, che ripercorrevano le denunce dell’associazione Caramella Buona, aveva disposto l’allontanamento di Chiarenza da Acireale.
LA LETTERA. “La nostra Chiesa diocesana -scrive Antonino Raspanti- nel rispetto delle persone e con la volontà di far luce sugli abusi denunciati lo scorso anno dal dott. Teodoro Pulvirenti nei confronti di don Carlo Chiarenza, ha iniziato l’iter giudiziario previsto dall’ordinamento canonico”.
“Secondo le norme vigenti -prosegue il Vescovo di Acireale- l’iter è proseguito a un livello superiore, guidato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, pervenendo a un primo grado di giudizio. In questo grado, non definitivo, il sacerdote è stato ritenuto responsabile degli abusi denunciati”.
Ecco le sanzioni a carico di don Carlo Chiarenza: “Dovrà sottoporsi ad alcune restrizioni, in osservanza delle quali dovrà dimorare per alcuni anni fuori dalla Diocesi non assumendo incarichi ecclesiali e non svolgendo il ministero in pubblico”. L’ex rettore della Basilica di San Sebastiano può fare ricorso entro sessanta giorni.
IL PERSONAGGIO. Padre spirituale dell’ex presidente della Regione Rino Nicolosi, don Carlo Chiarenza è stato da sempre venerato e rispettato ad Acireale. Dopo un lungo periodo alla guida della parrocchia S.Paolo, è stato scelto per guidare la Basilica di San Sebastiano, cuore pulsante del Clero acese. In ottimi rapporti con il Cardinale Paolo Romeo, Chiarenza ha ammesso -mentre veniva registrato di nascosto da Teodoro Pulvirenti- di aver compiuto abusi sessuali.
LE INCHIESTE DI “S”. Andrea Cottone ha raccolto le denunce dell’associazione contro la pedofilia Caramella Buona, ma anche il racconto di Teodoro Pulvirenti, scienziato acese che ha denunciato di aver subito abusi sessuali da Don Carlo Chiarenza. Teodoro, per dodici anni, ha dovuto affrontare la psicoterapia. Anni e anni di colloqui su un lettino per lavarsi di dosso l’orrore. All’improvviso ha trovato il coraggio di guardare negli occhi il proprio carnefice, ha incontrato Don Carlo Chiarenza e ha registrato la conversazione pubblicata poi dal mensile “S”.
L’INCHIESTA DELLA PROCURA. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta sul mensile “S”, la Procura di Catania guidata da Giovanni Salvi ha aperto un fascicolo. Le indagini sono state affidate al pool di investigatori della Polizia Postale di Marcello La Bella, coordinati dal pm Marisa Scavo. La Postale ha acquisito numerose testimonianze e le indagini proseguono coperte dal massimo riserbo. La difesa del monsignore accusato di pedofilia da numerosi testimoni, è rappresentata dall’avvocato Antonio Fiumefreddo, che dopo le denunce pubbliche di Teodoro ha convocato una conferenza stampa.
“La registrazione effettuata da Teodoro Pulvirenti –ha detto il sacerdote con una nota – è stata diffusa dal predetto in modo incompleto e secondo modalità che si sono così da prestate al fraintendimento e alla strumentalizzazione. In realtà il colloquio è avvenuto in un clima di sincera accoglienza umana e cristiana verso una persona, come tra persone che non si vedevano da molti anni”.
Sull’incontro, don Chiarenza aggiungeva: “Abbiamo parlato di tante cose spaziando sui più vari argomenti, e ci siamo congedati con la solita cordialità scambiandoci un bacio di saluto, cosicché mai avrei potuto immaginare di potere ricevere un’accusa così funesta”.
IL RACCONTO DI TEODORO Dopo la pubblicazione dell’inchiesta giornalistica, l’associazione Caramella Buona ha organizzato una conferenza stampa a Roma, per denunciare pubblicamente gli abusi di Don Carlo Chiarenza. Sul tavolo dei relatori c’erano il presidente dell’associazione Roberto Mirabile, Claudio Reale, coordinatore del mensile “S” e Teodoro Pulvirenti. Lo scienziato acese ha ripercorso, davanti alle telecamere, ogni momento degli abusi subiti da don Carlo Chiarenza. La registrazione della confessione del monsignore è stata distribuita ai giornalisti che rappresentavano, in quell’occasione, numerose testate nazionali. “Noi non siamo i colpevoli, siamo le vittime e non dobbiamo avere paura. Non c’è nulla da temere, non c’è niente di cui vergognarsi. Per questo lancio un appello a venir fuori perché ci sono tante altre vittime. Rivolgetevi alla Caramella buona, agli investigatori, agli inquirenti”. “Sono venuti fuori i miei pensieri e la mia sofferenza -aggiungeva Teodoro Pulvirenti- è come se il mio dolore fosse sceso in piazza. Adesso la verità è fuori e forse ci sarà giustizia. Una gioia che non si può spiegare a parole”.
IL COMMENTO DI MIRABILE. Il presidente della Caramella Buona è contento: “Finalmente -spiega a LivesiciliaCatania- dopo anni, verità e giustizia hanno regnato, rendiamo atto al Vaticano e a Monsignor Raspanti di aver lavorato bene e fatto il loro dovere, dantronde, con tutto il materiale che La Caramella Buona ha fornito loro, non potevano esserci dubbi”.
LA REPLICA DI DON CARLO CHIARENZA. Attraverso il suo legale, l’avvocato Antonio Fiumefreddo, arriva la replica di don Chiarenza: “Ci permettiamo di chiedere rispetto per la delicatezza della questione trattata e soprattutto chiediamo di avere la pazienza di attendere le conclusioni dell’Autorità giudiziaria. La Magistratura, infatti, per i mezzi di cui dispone e per gli elementi di maggior compiutezza raccolti, dirà con gli atti cosa è realmente accaduto e non abbiamo dubbi che solo allora la innocenza di Don Chiarenza risulterà acclarata con la restituzione dell’onore a lui e a quanti attraverso il suo sacerdozio si sono avvicinati alla Chiesa”.
A Trento sorge la casa madre gestita dai Padri Venturini. Ogni ospite è avvolto dal più assoluto riserbo e nessuno degli stessi sacerdoti della comunità conosce i motivi dei ricoveri. L’altro centro è Villa Iride, a Verbania: è ancora più chiuso all’esterno. L’accoglienza è il primo passo. “Vogliamo conoscere la persona e poi vedere se siamo in grado di aiutarla”, spiega padre Pastò, il Superiore generale. Poi si passa alla terapia. I problemi che portano qui i condannati sono i più vari: dai disordini alimentari alle dipendenze da gioco e da sostanze stupefacenti alla disinibizione sessuale, fino alle tendenze pedofile. Ma è anche un punto di riferimento per gli avvocati che indicano la villa come possibile sede per gli arresti domiciliari dei religiosi condannati
NON E’ STATO FACILE, da laici, varcare i cancelli delle comunità terapeutiche dei padri Venturini; in quella oasi di pace e di recupero spirituale di solito le porte si aprono soltanto per accogliere religiosi in crisi. Ogni ospite è gestito nel più assoluto riserbo e neanche i confratelli sanno i motivi dei ricoveri. Superando non pochi ostacoli siamo riusciti a entrare in due centri gestiti dalla congregazione: Villa Iride a Verbania e la casa madre di Trento. Il Superiore Generale, padre Gianluigi Pastò, ci tiene a sottolineare: “Non dite per favore che siamo una clinica per pedofili, della pedofilia si occupa la Santa Sede. Come si sentirebbero quelli che sono accolti da noi con problemi meno gravi a dover vivere in una struttura etichettata in questo modo?”.
Il nostro viaggio comincia dalla città di Trento. Arriviamo alla casa madre appena dopo l’ora di pranzo; la comunità non è molto lontana dalla stazione, si sale per alcuni tornanti mentre la città si allontana come un miraggio. Fuori dalla casa, nel giardino e nel vigneto non si vede nessuno. Incontriamo Pastò, un uomo sui settant’anni con un forte accento veneto. È gentile ma non nasconde la sua diffidenza verso i giornalisti: “Sui giornali sono comparse notizie sbagliate, che nessuno di noi aveva dato. Noi come congregazione nasciamo per la santità del prete, ci occupiamo di formazione spirituale, non neghiamo conforto a nessuno, ma non vogliamo etichette né abbiamo specializzazioni particolari; siamo religiosi che accolgono altri religiosi”.
Il momento fondamentale per i Venturini è l’accoglienza, primo passo della terapia: “Noi solitamente vogliamo conoscere prima la persona, poi vediamo se siamo in grado di aiutarla ma non abbiamo preclusioni particolari”, spiega Pastò. È evidente come in questo caso il modello della comunità religiosa si sovrapponga perfettamente a quello della comunità terapeutica. Trento è l’unica realtà ecclesiastica in Italia che si occupa di seguire i preti offrendo loro un importante sostegno psicologico oltre che spirituale: il terapeuta di riferimento è padre Franco Fornari che offre la sua competenza per curare i fratelli in crisi. I problemi che portano un religioso a Trento possono essere dei più vari: dai disordini alimentari alle dipendenze da gioco e da sostanze stupefacenti alla disinibizione sessuale, fino alle tendenze pedofile.
A differenza della casa di Trento, il centro venturino di Verbania è molto più chiuso. Il tassista che ci porta a Villa Iride ci racconta che gli è capitato spesso di trasportare religiosi: “Alla villa arrivano diversi preti, li vado a prendere in stazione, tutti hanno almeno una valigia. Dentro non sono mai entrato, li lascio al cancello e me ne vado”. Tra gli abitanti della zona pochissimi hanno sentito parlare della villa, il cancello è sempre chiuso e la casa è ben nascosta, lontana dal centro, immersa in un parco da cui domina il lago Maggiore. Come a Trento, anche qui l’atmosfera da poesia dell’Arcadia con i suoi scenari bucolici e i giardini ben curati si accosta al rigore della vita conventuale. A Villa Iride ci riceve padre Paolo, responsabile della comunità; ci avverte subito che al momento non ci sono ospiti: “Arriveranno a estate inoltrata”.
Il centro di Verbania svolge una duplice funzione: da una parte accoglie religiosi che spontaneamente chiedono di essere ospitati qualche settimana per una pausa rigenerante, dall’altra è un punto di riferimento per gli avvocati di alcuni religiosi condannati per abusi sessuali, che indicano la villa come possibile sede per gli arresti domiciliari. Qui ha chiesto di essere trasferito don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri Ponente, condannato a nove anni e sei mesi per violenza sessuale, induzione alla prostituzione e cessione di cocaina; il giudice per ora ha negato il trasferimento. Dal maggio del 2012 è recluso a Villa Iride don Marco Mangiacasale, condannato per abusi sessuali su parrocchiane minorenni e in attesa della sentenza di Cassazione. Tramite i suoi avvocati Renato Papa e Mario Zanchetti abbiamo chiesto a Mangiacasale un commento sul suo percorso perché ci sembrava importante raccontare un’esperienza terapeutica di questo tipo, ma ciò non è stato possibile. Digitando il nome e cognome del sacerdote sui motori di ricerca di internet si trova il dominio www. marcomangiacasale. it. Sulla homepage compare il nome del prete a caratteri cubitali e una foto panoramica: si può riconoscere il parco e il campanile di Villa Iride con il lago sullo sfondo. Sulle pagine del sito registrato su un provider tedesco si trovano, oltre ad alcune ricette di cucina e ad alcune pagine dell’antologia di Spoon River, citazioni evangeliche. Divise in gallerie, molte fotografie ritraggono oggetti e scenari della vita quotidiana nella comunità. Dopo aver contattato i legali del sacerdote per un incontro, l’homepage del sito è stata rimossa.
A Verbania la congregazione si avvale della collaborazione di uno specialista laico che, dopo aver tracciato il profilo dei soggetti ospiti, in accordo con l’avvocato difensore e la comunità religiosa promuove terapie mirate al recupero comportamentale. I preti agli arresti sono seguiti da un’equipe esterna guidata dalla criminologa Gessica Marica Marengo e sono inseriti in un programma di recupero studiato su misura. La dottoressa Marengo è una criminologa forense che ha ricevuto diversi incarichi dalla curia milanese come perito di parte in alcuni processi per pedofilia. Spesso si affida alle sue competenze l’avvocato Mario Zanchetti, legale della Curia milanese e difensore di diversi preti accusati di abusi su minori. Il lavoro della Marengo è stato raccolto nello studio “Narciso smarrito e il mostro dell’oratorio accanto“, nel quale viene analizzato il profilo di sei preti pedofili da lei periziati.
La Marengo spiega che in tutti questi casi i preti erano stati spostati di diocesi in diocesi prima di essere fermati dalla giustizia ordinaria; solo allora i preti venivano mandati nelle comunità in attesa di sentenza: “Non c’era la necessaria attenzione al problema, si spostavano i colpevoli senza ammettere che era necessario un massiccio intervento clinico”. Con i suoi protocolli di cura che integrano alla regola di vita della comunità religiosa scuole terapeutiche diverse, come quella psicodinamica e comportamentista, la dottoressa Marengo sta ottenendo buoni risultati: “È un percorso difficile e doloroso, ti metti davanti a uno specchio e vedi delle cose orribili che non avresti mai voluto vedere. Il rischio suicidario quando le vedi è altissimo. All’inizio i preti arrivano qui come pacchi postali, rifiutano le terapie, non ammettono le loro tendenze. Poi con un percorso molto duro, segnato anche da tappe drammatiche, la consapevolezza incomincia a emergere”. Isolati dal mondo esterno, i sacerdoti iniziano la terapia imparando a integrarsi nella comunità. Parlando di questi centri la dottoressa mette in rilievo l’importanza ambientale nel recupero dei soggetti: “Il concetto di comunità clinica ha i suoi vantaggi perché il contesto relazionale è parte integrante della terapia psicologica e farmacologica”.
Alcuni psichiatri sono tuttavia scettici sulle possibilità di recupero dei soggetti pedofili, soprattutto se trattati dopo una certa età. Maurizio Marasco, docente di psicopatologia forense all’università “La Sapienza” di Roma, spiega: “Stiamo parlando di un disturbo del comportamento sessuale che, se scoperto precocemente in età adolescenziale, può anche essere trattato con successo; ma quando il soggetto è un adulto con una personalità già strutturata in quella maniera, la possibilità di risolvere questo problema, di curare e debellare definitivamente questa anomalia del comportamento è minima per non dire nulla”. Marasco è d’accordo sulla costituzione di comunità per il recupero di soggetti pedofili, ma lo è meno sul fatto che questi centri siano gestiti da religiosi: “Mi domando se un ambiente così chiuso come quello ecclesiastico possa essere utile ad attivare quelle risorse interne che possono spingere il soggetto verso il reinserimento sociale”.
Abbiamo cercato di capire cosa succeda ai sacerdoti pedofili una volta usciti dalle comunità. Del loro destino decide l’autorità ecclesiastica, in primis il vescovo.
Secondo le nuove rigorose linee guida del Vaticano sulla pedofilia, volute da Benedetto XVI e raccolte da Papa Francesco, i vescovi sono obbligati a denunciare i casi a Roma. La Congregazione per la Dottrina della Fede valuta se aprire un processo canonico che in caso di condanna ridurrà il prelato allo stato laicale. Padre Pastò si è detto personalmente contrario alla laicizzazione dei preti pedofili, convinto che la Chiesa non possa abbandonare a loro stessi questi fratelli smarriti. Da un punto di vista clinico anche la dottoressa Marengo è contraria alla riduzione allo stato laicale perché questa decisione mette a rischio i faticosi risultati della riabilitazione. E’ rilevante come il Vaticano, dopo decenni di silenzio, abbia scelto una linea tanto radicale sul destino di questi preti. Ma l’idea di cacciare i pedofili fuori dalla Chiesa non è comunque nuova. La sosteneva già negli anni quaranta padre Gerald Fitzgerald, fondatore del primo ordine religioso che si occupò espressamente di preti con problemi comportamentali. In quegli anni Fitzgerald denunciava l’atteggiamento collusivo dei vescovi nei confronti di questi religiosi. Il fondatore dei Servi del Paraclito creò numerosi centri nel mondo che si sono poi specializzati nel trattamento di sacerdoti pedofili, ma era convinto che la soluzione al problema fosse la laicizzazione dei colpevoli o in alternativa la loro segregazione in un monastero o su un’isola gestita dall’ordine dalla quale questi “criminali” non potessero più uscire.
La Procura di Savona ha aperto un’indagine per accertare se esista davvero la lobby gay in Vaticano. Nel fascicolo sono confluite registrazioni nelle quali si parla di possibili casi di corruzione, ma soprattutto di orge in appartamenti romani e persino all’interno delle mura vaticane che avrebbero coinvolto ragazzi, alcuni forse minori, e un altissimo prelato. La riservatezza sulle indagini, seguite personalmente dal procuratore capo, è massima. Il fascicolo è stato aperto due mesi fa e contiene una dozzina di registrazioni di colloqui telefonici. Le conversazioni sono state raccolte da Francesco Zanardi, blogger e attivista della rete L’abuso, un movimento che si batte con toni molto accesi contro le molestie compiute da sacerdoti. A parlare nelle conversazioni registrate è il manager di una multinazionale che sostiene di aver avuto accesso al sistema informatico vaticano, di avere fatto affari con alcuni personaggi vicini alla Segreteria di Stato e di aver frequentato altissimi prelati e, soprattutto, di aver assistito personalmente o di avere visto video di incontri a luci rosse, alcuni dei quali sarebbero avvenuti all’interno della Santa Sede. LA STORIA COMINCIA oltre un anno fa quando Zanardi viene contattato dal manager. L’uomo ha lavorato per una società basata a Londra che fattura 600 mila sterline nel Regno Unito e ha aperto una branch in Italia. Si dice stufo di questo giro immorale e fornisce elementi che dovrebbero dimostrare le sue frequentazioni Oltretevere: numeri telefonici di personaggi importanti e indirizzi. Sostiene di poter provare il suo ingresso in Vaticano tramite il localizzatore del cellulare nelle ore serali. Mentre il manager racconta, Zanardi registra scrupolosamente. “In questi anni – racconta l’uomo – per ragioni di lavoro ho avuto occasione di avere accesso ad ambienti vaticani e anche ai personal computer riservati di alti prelati”.
Un rapporto di fiducia che, sostiene il manager, sarebbe presto sconfinato nella sfera intima di sacerdoti e consulenti importanti della Curia. L’uomo mostra numeri di telefono che, secondo il racconto, sarebbero stati utilizzati per concordare incontri a sfondo sessuale e per scambiare sms con i ragazzi. Oltre alla verifica dell’attendibilità del manager, è questo il punto più delicato: il manager sostiene che alcuni ragazzi contattati per gli incontri non erano maggiorenni e fornisce anche numeri di telefono di uomini di spettacolo che si sarebbero rivolti a lui per incontri, anche con minori. I racconti ovviamente devono essere verificati con grande cautela. Riguardano avvenimenti che si sarebbero verificati anche all’interno di uno Stato straniero, la Città del Vaticano. Gli investigatori non escludono il rischio di un mitomane o di un complotto. Questo è il racconto, ripetuto più volte al telefono e di persona: “Visto che avevo dimostrato di essere una persona di fiducia e riservata, e che avevo conosciuto molti esponenti della Curia e loro amici manager, mi fu affidato il compito di reclutare uomini e ragazzi da accompagnare in Vaticano per serate a sfondo sessuale cui doveva partecipare un alto prelato che spesso si reca a Roma per la sua missione. La maggior parte aveva intorno ai vent’anni, ma alcuni almeno all’inizio mi risulta che fossero minorenni”. Zanardi chiede prove. Gli viene concessa l’occasione di parlare telefonicamente con un ragazzo che gli fornisce il proprio nome, nonché riferimenti per consultare la sua bacheca facebook: “Disse – racconta Zanardi – di essere un giovane in difficoltà, che per cercare di sopravvivere svolgeva il lavoro di posteggiatore abusivo nelle strade di Roma. Mi confermò di essere stato reclutato per partecipare agli incontri sessuali. Confermò anche che una sera alla settimana il manager lo passava a prendere per andare in Vaticano agli incontri con prelati”. I racconti del manager e del giovane sono dettagliati ma impossibili da verificare e descrivono vere e proprie orge: “All’inizio della serata si mangiava, si scherzava tutti insieme. Poi si passava in un’altra stanza dove l’alto prelato si spogliava e si faceva circondare da sei o sette ragazzi che avevano rapporti sessuali con lui”.
Stando al racconto del manager, la situazione sarebbe sfuggita di mano: “Tra i ragazzi c’era qualcuno che portava con sé il telefonino: scattò fotografie e girò filmati in cui l’alto prelato compariva mentre aveva un rapporto sessuale durante un’orgia”. Il profilo della ricattabilità è un altro dei motivi dell’interesse degli investigatori. Il manager non ha mai mostrato il video a Zanardi né ai giornalisti del Fatto con i quali è entrato in contatto. Sostiene di aver depositato due copie del filmato presso notai, uno a Roma, l’altro in Svizzera: “Temo per la mia vita”, racconta e aggiunge: “Voglio denunciare tutto perché sono disgustato e pentito”. IL MANAGER ha promesso più volte di fornire una copia del materiale ma non lo ha mai fatto. Di qui il dubbio che possa trattarsi di un ricatto. È un momento di grandissima fibrillazione per la Curia Romana. Anche il Papa, secondo le indiscrezioni di un sito cileno, per la prima volta nella storia, ha parlato di lobby gay e corruzione. Stasera va in onda su La7 lo speciale sul Vaticano di Servizio Pubblico nel quale si parla anche di sesso. La Segreteria di Stato è stata già toccata dallo scandalo Vatileaks nel quale fu pubblicata (in esclusiva sul Fatto ) una lettera di monsignor Carlo Maria Viganò nella quale l’ex segretario del Governatorato accennava a comportamenti omosessuali con tono di rimprovero che confinava con la minaccia. Le notizie riferite dal manager, se vere, potrebbero avere effetti dirompenti sugli equilibri vaticani. Addirittura toccando personaggi che qualcuno indica come possibili papabili. Per ora di certo in questa storia ci sono solo le registrazioni depositate alla Procura di Savona che sta valutando la sua competenza. Non ci sono indagati, ma i magistrati sono intenzionati a verificare se le informazioni contenute nei colloqui sono vere. E non è poco.
Il Fatto Quotidiano
La Procura di Savona ha aperto un’indagine per accertare se esista davvero la lobby gay in Vaticano. Nel fascicolo sono confluite registrazioni nelle quali si parla di possibili casi di corruzione, ma soprattutto di orge in appartamenti romani e persino all’interno delle mura vaticane che avrebbero coinvolto ragazzi, alcuni forse minori, e un altissimo prelato.
La riservatezza sulle indagini, seguite personalmente dal procuratore capo, è massima. Il fascicolo è stato aperto due mesi fa e contiene una dozzina di registrazioni di colloqui telefonici. Le conversazioni sono state raccolte da Francesco Zanardi, blogger e attivista della rete L’abuso, un movimento che si batte con toni molto accesi contro le molestie compiute da sacerdoti.
A parlare nelle conversazioni registrate è il manager di una multinazionale che sostiene di aver avuto accesso al sistema informatico vaticano, di avere fatto affari con alcuni personaggi vicini alla Segreteria di Stato e di aver frequentato altissimi prelati e, soprattutto, di aver assistito personalmente o di avere visto video di incontri a luci rosse, alcuni dei quali sarebbero avvenuti all’interno della Santa Sede.
LA STORIA COMINCIA oltre un anno fa quando Zanardi viene contattato dal manager. L’uomo ha lavorato per una società basata a Londra che fattura 600 mila sterline nel Regno Unito e ha aperto una branch in Italia. Si dice stufo di questo giro immorale e fornisce elementi che dovrebbero dimostrare le sue frequentazioni Oltretevere: numeri telefonici di personaggi importanti e indirizzi. Sostiene di poter provare il suo ingresso in Vaticano tramite il localizzatore del cellulare nelle ore serali. Mentre il manager racconta, Zanardi registra scrupolosamente. “In questi anni – racconta l’uomo – per ragioni di lavoro ho avuto occasione di avere accesso ad ambienti vaticani e anche ai personal computer riservati di alti prelati”.
Un rapporto di fiducia che, sostiene il manager, sarebbe presto sconfinato nella sfera intima di sacerdoti e consulenti importanti della Curia. L’uomo mostra numeri di telefono che, secondo il racconto, sarebbero stati utilizzati per concordare incontri a sfondo sessuale e per scambiare sms con i ragazzi. Oltre alla verifica dell’attendibilità del manager, è questo il punto più delicato: il manager sostiene che alcuni ragazzi contattati per gli incontri non erano maggiorenni e fornisce anche numeri di telefono di uomini di spettacolo che si sarebbero rivolti a lui per incontri, anche con minori. I racconti ovviamente devono essere verificati con grande cautela. Riguardano avvenimenti che si sarebbero verificati anche all’interno di uno Stato straniero, la Città del Vaticano. Gli investigatori non escludono il rischio di un mitomane o di un complotto.
Questo è il racconto, ripetuto più volte al telefono e di persona: “Visto che avevo dimostrato di essere una persona di fiducia e riservata, e che avevo conosciuto molti esponenti della Curia e loro amici manager, mi fu affidato il compito di reclutare uomini e ragazzi da accompagnare in Vaticano per serate a sfondo sessuale cui doveva partecipare un alto prelato che spesso si reca a Roma per la sua missione. La maggior parte aveva intorno ai vent’anni, ma alcuni almeno all’inizio mi risulta che fossero minorenni”.
Zanardi chiede prove. Gli viene concessa l’occasione di parlare telefonicamente con un ragazzo che gli fornisce il proprio nome, nonché riferimenti per consultare la sua bacheca facebook: “Disse – racconta Zanardi – di essere un giovane in difficoltà, che per cercare di sopravvivere svolgeva il lavoro di posteggiatore abusivo nelle strade di Roma. Mi confermò di essere stato reclutato per partecipare agli incontri sessuali. Confermò anche che una sera alla settimana il manager lo passava a prendere per andare in Vaticano agli incontri con prelati”.
I racconti del manager e del giovane sono dettagliati ma impossibili da verificare e descrivono vere e proprie orge: “All’inizio della serata si mangiava, si scherzava tutti insieme. Poi si passava in un’altra stanza dove l’alto prelato si spogliava e si faceva circondare da sei o sette ragazzi che avevano rapporti sessuali con lui”. Stando al racconto del manager, la situazione sarebbe sfuggita di mano: “Tra i ragazzi c’era qualcuno che portava con sé il telefonino: scattò fotografie e girò filmati in cui l’alto prelato compariva mentre aveva un rapporto sessuale durante un’orgia”. Il profilo della ricattabilità è un altro dei motivi dell’interesse degli investigatori.
Il manager non ha mai mostrato il video a Zanardi né ai giornalisti del Fatto con i quali è entrato in contatto. Sostiene di aver depositato due copie del filmato presso notai, uno a Roma, l’altro in Svizzera: “Temo per la mia vita”, racconta e aggiunge: “Voglio denunciare tutto perché sono disgustato e pentito”. IL MANAGERha promesso più volte di fornire una copia del materiale ma non lo ha mai fatto. Di qui il dubbio che possa trattarsi di un ricatto. È un momento di grandissima fibrillazione per la Curia Romana. Anche il Papa, secondo le indiscrezioni di un sito cileno, per la prima volta nella storia, ha parlato di lobby gay e corruzione. Stasera va in onda su La7 lo speciale sul Vaticano di Servizio Pubblico nel quale si parla anche di sesso.
La Segreteria di Stato è stata già toccata dallo scandalo Vatileaks nel quale fu pubblicata (in esclusiva sul Fatto ) una lettera di monsignor Carlo Maria Viganò nella quale l’ex segretario del Governatorato accennava a comportamenti omosessuali con tono di rimprovero che confinava con la minaccia.
Le notizie riferite dal manager, se vere, potrebbero avere effetti dirompenti sugli equilibri vaticani. Addirittura toccando personaggi che qualcuno indica come possibili papabili. Per ora di certo in questa storia ci sono solo le registrazioni depositate alla Procura di Savona che sta valutando la sua competenza.
Non ci sono indagati, ma i magistrati sono intenzionati a verificare se le informazioni contenute nei colloqui sono vere. E non è poco.
Una nuova inchiesta sulla Santa Sede. Ma con molte stranezze.
Il Fatto apre oggi con un articolo a firma di Marco Lillo e Ferruccio Sansa nel quale si racconta di un’inchiesta sul sesso in Vaticano, in cui si parla addirittura di orge gay con minori nella Santa Sede. Tutto parte dalla denuncia di un manager che dice di avere le prove, fotografiche e video, di quanto afferma:
Le conversazioni sono state raccolte da Francesco Zanardi, blogger e attivista della rete L’abuso, un movimento che si batte con toni molto accesi contro le molestie compiute da sacerdoti. A parlare nelle conversazioni registrate è il manager di una multinazionale che sostiene di aver avuto accesso al sistema informatico vaticano, di avere fatto affari con alcuni personaggi vicini alla Segreteria di Stato e di aver frequentato altissimi prelati e, soprattutto, di aver assistito personalmente o di avere visto video di incontri a luci rosse, alcuni dei quali sarebbero avvenuti all’interno della Santa Sede.
Sul suo sito, Zanardi racconta di chat con preti su Gat Romeo:
Ma il punto è piuttosto il racconto del manager: Sostiene di poter provare il suo ingresso in Vaticano tramite il localizzatore del cellulare nelle ore serali. Mentre il manager racconta, Zanardi registra scrupolosamente. “In questi anni – racconta l’uomo – per ragioni di lavoro ho avuto occasione di avere accesso ad ambienti vaticani e anche ai personal computer riservati di alti prelati”. Un rapporto di fiducia che, sostiene il manager, sarebbe presto sconfinato nella sfera intima di sacerdoti e consulenti importanti della Curia. L’uomo mostra numeri di telefono che, secondo il racconto, sarebbero stati utilizzati per concordare incontri a sfondo sessuale e per scambiare sms con i ragazzi. Oltre alla verifica dell’attendibilità del manager, è questo il punto più delicato: il manager sostiene che alcuni ragazzi contattati per gli incontri non erano maggiorenni e fornisce anche numeri di telefono di uomini di spettacolo che si sarebbero rivolti a lui per incontri, anche con minori.
Il manager, scrive il quotidiano, non ha mai mostrato il video a Zanardi né ai giornalisti del Fatto con i quali è entrato in contatto, ma dice di aver depositato copia del filmato presso un notaio. L’intero articolo è disponibile sul Fatto Quotidiano in edicola.
di Marco Lillo e Ferruccio Sansa Da Il Fatto Quotidiano del 13 maggio 2013
La Procura di Savona ha aperto un’indagine per accertare se esista davvero la lobby gay in Vaticano. Nel fascicolo sono confluite registrazioni nelle quali si parla di possibili casi di corruzione, ma soprattutto di orge in appartamenti romani e persino all’interno delle mura vaticane che avrebbero coinvolto ragazzi, alcuni forse minori, e un altissimo prelato.
La riservatezzasulle indagini, seguite personalmente dal procuratore capo, è massima. Il fascicolo è stato aperto due mesi fa e contiene una dozzinadi registrazioni di colloqui telefonici. Le conversazioni sono state raccolte da Francesco Zanardi, blogger e attivista della rete L’abuso, un movimento che si batte con toni molto accesi contro le molestie compiute da sacerdoti.
A parlare nelle conversazioni registrate è il manager di una multinazionale che sostiene di aver avuto accesso al sistema informatico vaticano, di avere fatto affari con alcuni personaggi vicini alla Segreteria di Stato e di aver frequentato altissimi prelati e, soprattutto, di aver assistito personalmente o di avere visto video di incontri a luci rosse, alcuni dei quali sarebbero avvenuti all’interno della Santa Sede.
LA STORIA COMINCIA oltre un anno fa quando Zanardi viene contattato dal manager. L’uomo ha lavorato per una società basata a Londra che fattura 600 mila sterline nel Regno Unito e ha aperto una branch in Italia. Si dice stufo di questo giro immorale e fornisce elementi che dovrebbero dimostrare le sue frequentazioni Oltretevere: numeri telefonici di personaggi importanti e indirizzi.
Sostiene di poter provare il suo ingresso in Vaticano tramite il localizzatore del cellulare nelle ore serali.
Mentre il manager racconta, Zanardi registra scrupolosamente. “In questi anni – racconta l’uomo – per ragioni di lavoro ho avuto occasione di avere accesso ad ambienti vaticani e anche ai personal computer riservati di alti prelati”. Un rapporto di fiducia che, sostiene il manager, sarebbe presto sconfinato nella sfera intima di sacerdoti e consulenti importanti della Curia. L’uomo mostra numeri di telefono che, secondo il racconto, sarebbero stati utilizzati per concordare incontri a sfondo sessuale e per scambiare sms con i ragazzi. Oltre alla verifica dell’attendibilità del manager, è questo il punto più delicato: il manager sostiene che alcuni ragazzi contattati per gli incontri non erano maggiorenni e fornisce anche numeri di telefono di uomini di spettacolo che si sarebbero rivolti a lui per incontri, anche con minori.
I racconti ovviamente devono essere verificati con grande cautela. Riguardano avvenimenti che si sarebbero verificati anche all’interno di uno Stato straniero, la Città del Vaticano. Gli investigatori non escludono il rischio di un mitomane o di un complotto.
Questo è il racconto, ripetuto più volte al telefono e di persona: “Visto che avevo dimostrato di essere una persona di fiducia e riservata, e che avevo conosciuto molti esponenti della Curia e loro amici manager, mi fu affidato il compito di reclutare uomini e ragazzi da accompagnare in Vaticano per serate a sfondo sessuale cui doveva partecipare un alto prelato che spesso si reca a Roma per la sua missione. La maggior parte aveva intorno ai vent’anni, ma alcuni almeno all’inizio mi risulta che fossero minorenni”. Zanardi chiede prove. Gli viene concessa l’occasione di parlare telefonicamente con un ragazzo che gli fornisce il proprio nome, nonché riferimenti per consultare la sua bacheca facebook: “Disse – racconta Zanardi – di essere un giovane in difficoltà, che per cercare di sopravvivere svolgeva il lavoro di posteggiatore abusivo nelle strade di Roma.
Mi confermò di essere stato reclutato per partecipare agli incontri sessuali. Confermò anche che una sera alla settimana il manager lo passava a prendere per andare in Vaticano agli incontri con prelati”. I racconti del manager e del giovane sono dettagliati ma impossibili da verificare e descrivono vere e proprie orge: “All’inizio della serata si mangiava, si scherzava tutti insieme. Poi si passava in un’altra stanza dove l’alto prelato si spogliava e si faceva circondare da sei o sette ragazzi che avevano rapporti sessuali con lui”. Stando al racconto del manager, la situazione sarebbe sfuggita di mano: “Tra i ragazzi c’era qualcuno che portava con sé il telefonino: scattò fotografie e girò filmati in cui l’alto prelato compariva mentre aveva un rapporto sessuale durante un’orgia”. Il profilo della ricattabilità è un altro dei motivi dell’interesse degli investigatori. Il manager non ha mai mostrato il video a Zanardi né ai giornalisti del Fatto con i quali è entrato in contatto. Sostiene di aver depositato due copie del filmato presso notai, uno a Roma, l’altro in Svizzera: “Temo per la mia vita”, racconta e aggiunge: “Voglio denunciare tutto perché sono disgustato e pentito”.
IL MANAGERha promesso più volte di fornire una copia del materiale ma non lo ha mai fatto. Di qui il dubbio che possa trattarsi di un ricatto.
È un momento di grandissima fibrillazione per la Curia Romana. Anche il Papa, secondo le indiscrezioni di un sito cileno, per la prima volta nella storia, ha parlato di lobby gay e corruzione. Stasera va in onda su La7 lo speciale sul Vaticano di Servizio Pubbl i co nel quale si parla anche di sesso. La Segreteria di Stato è stata già toccata dallo scandalo Vatileaks nel quale fu pubblicata (in esclusiva sul Fatto ) una lettera di monsignor Carlo Maria Viganò nella quale l’ex segretario del Governatorato accennava a comportamenti omosessuali con tono di rimprovero che confinava con la minaccia.
Le notizie riferite dal manager, se vere, potrebbero avere effetti dirompenti sugli equilibri vaticani.
Addirittura toccando personaggi che qualcuno indica come possibili papabili. Per ora di certo in questa storia ci sono solo le registrazioni depositate alla Procura di Savona che sta valutando la sua competenza. Non ci sono indagati, ma i magistrati sono intenzionati a verificare se le informazioni contenute nei colloqui sono vere. E non è poco.
La diocesi di Ratisbona è lontana chilometri da un chiaro chiarimento dei casi di abusi sessuali. Ciò è esemplificato dagli oltre 50 anni di storia di insabbiamento dell’ex direttore dei Domspatzen Georg Friedrich Zimmermann.
A metà aprile 2013, il nuovo vescovo di Ratisbona, Rudolf Voderholzer, ha parlato per la prima volta di casi di abusi nelle istituzioni cattoliche nella sua diocesi. Quando gli è stato chiesto se vedeva la necessità di ulteriori azioni dopo aver esaminato i file pertinenti, ha risposto in modo cortese ma vago. Lo vergogna, lo preoccupa, “ciò che è venuto alla luce.” Tutto deve essere chiarito.
Ma chi è il destinatario di questo ricorso? La sua stessa cattedra, che finora è stata coinvolta meno nel chiarimento che nell’occultamento dei collegamenti? Il suo predecessore Gerhard Ludwig Müller, che nel frattempo è stato promosso prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e deve quindi chiarire la propria inadeguatezza come ex vescovo di Ratisbona? O la corporazione dei giornalisti che il vescovo Müller ha voluto spazzare nell’angolo nazista insieme a Joseph Goebbels nel 2010?
Chi ricapitola i precedenti annunci della cattedra di Ratisbona in relazione alle indagini sui casi di abuso scoprirà presto che il bel parlare non corrisponde all’azione concreta. Questa è una delle principali fonti della continua perdita di credibilità della Chiesa cattolica romana.
Quanto lontano si sia realmente nella diocesi di Ratisbona da un trasparente chiarimento degli episodi di abuso annunciati nel marzo 2010 tramite tutti i media si può ben mostrare in una storia di insabbiamenti che dura da più di 50 anni: nella storia dell’ex direttore dell’orchestra diocesana di musica e cattedrale Georg Zimmermann, che è stato più volte notato per “fornicazione con tossicodipendenti”.
Georg Zimmermann: allievo del seminario maschile di St. Wolfgang
Nato nel 1916 a Pfrentsch vicino a Eslarn, Georg Zimmermann non ha avuto un inizio di vita facile. Dopo aver perso il padre all’età di tre anni, il secondo marito di sua madre non voleva avere niente a che fare con lui. Mentre frequentava le scuole elementari, il musicalmente talentuoso Georg aveva già annunciato di voler diventare prete.
A quel tempo, i ragazzi provenienti da ambienti poveri vi arrivavano tramite il seminario maschile episcopale a St. Wolfgang. Dal 1883 il suo scopo principale è stato l’educazione scolastica dei giovani sacerdoti, che mancavano ovunque. Questo è finanziato fino ad oggi dal birrificio della fondazione vescovile “Bischofshof”, tra gli altri. Gli alunni sono stati alloggiati negli edifici dell’Obermünsterstift, durante il giorno hanno frequentato l’”Altes Gymnasium” in Ägidienplatz.
Dopo aver conseguito il diploma di scuola superiore nel 1937, Zimmermann entrò in seminario e studiò teologia all’Università di Ratisbona. Con l’inizio della seconda guerra mondiale, le università statali filosofiche e teologiche della Baviera furono chiuse.
Come la maggior parte degli altri seminaristi, Zimmermann fu arruolato nel servizio militare – nessuno rifiutò. Più di 30 dei 167 seminaristi della diocesi di Ratisbona sono morti “una morte eroica per la patria”, secondo una dichiarazione. La sua morte probabilmente non fu dolce, tuttavia, poiché la targa commemorativa degli “Eroi della prima guerra mondiale” presso l’”Alten Gymnasium” giura: “Dulce et decorum est pro patria mori” (in inglese: It is sweet and honorable to morire per la patria). Zimmermann è sopravvissuto ma ha perso una gamba a causa di un grave infortunio.
Zimmermann diventa sacerdote, prefetto di musica e direttore dei Domspatzen
Dopo il suo ritorno da un breve periodo come prigioniero di guerra, Zimmermann terminò il seminario clericale e fu ordinato sacerdote dal vescovo Buchberger a metà del 1949. Un anno dopo assunse la carica di prefetto nel seminario vescovile di Straubing, dove divenne prefetto di musica. Tuttavia, è stato liberato da questo obbligo dal vescovo Buchberger, che lo ha costantemente patrocinato, per lo studio tanto atteso della musica. Per fare questo, Zimmermann si recò prima a Monaco, poi a Colonia e Vienna.
Presumibilmente c’erano piani concreti per sostituire Theobald Schrems, che era già malato, come direttore della cattedrale. Anche qui Zimmermann ha avuto l’appoggio del vescovo Buchberger. Ma gli eventi al collegio di Domspatzen si intensificarono e Zimmermann non sostituì il Domkapellmeister, ma sostituì Friedrich Zeitler come direttore del collegio di Domspatzen dal gennaio 1959. Contestualmente , secondo un comunicato della cattedra del 5 marzo 2010 , è stato nominato direttore del liceo musicale. Tuttavia, queste informazioni contraddicono le relazioni annuali del Gymnasium.
La carriera dei Domspatzen, all’epoca molto apprezzata, terminò dopo soli otto mesi, da quando il direttore Zimmermann abusò dei suoi allievi del collegio, come il suo predecessore Friedrich Zeitler. La storia di Zeitler è strettamente legata a quella di Zimmermann.
alla maniera di Zeitler
Friedrich Zeitler, nato nel 1918, era l’unico figlio di una famiglia di mastri fabbri a Mitterteich. Anche se avrebbe dovuto rilevare l’azienda di famiglia, decise di diventare sacerdote. Presumibilmente, il fatto che Zeitler, come affermano gli atti del tribunale di Ratisbona, da bambino di otto anni sia stato ripetutamente “abusato sessualmente” da un fabbro operaio ha giocato un ruolo non trascurabile qui.
Il percorso di Zeitler per realizzare il suo desiderio di diventare di nuovo sacerdote ha attraversato l’Episcopal Boys’ Seminary di St. Wolfgang. Theobald Schrems, anch’egli originario di Mitterteich, potrebbe aver collocato il ragazzo Friedrich nell’Obermünsterstift. Per inciso, Schrems frequentò anche il Seminario Episcopale da ragazzo, e in seguito vi lavorò come prefetto (1920-1924).
Nel seminario per ragazzi, Zeitler ha poi incontrato Georg Zimmermann. Entrambi si diplomarono nello stesso anno ed entrarono insieme in seminario, dove frequentarono lo stesso corso. Entrambi furono ordinati sacerdoti dal vescovo Buchberger nel 1949. Da studente, Zeitler era ancora coinvolto nel collegio Domspatzen. Nel 1939, come prefetto, visse sotto lo stesso tetto del Domkapellmeister Theobald Schrems in Orleansstrasse.
Questi intrecci sociali a volte duraturi e le molteplici sovrapposizioni in termini di luoghi di origine e seminari cristiani sembrano essere tipici dell’intero ambiente del collegio. L’odore stabile di un seminario per ragazzi aiuta a poter sorgere nella diocesi, in particolare in quella dell’Obermünsterstift.
La fuga di Zeitler
Dopo la sua ordinazione sacerdotale, Friedrich Zeitler ha lavorato come collaboratore a Deggendorf, dove si è occupato anche dei boy scout locali come “leader spirituale”. Quando nel 1953 fu aperto il nuovo edificio del collegio Domspatzen in Reichsstrasse, Zeitler fu incaricato. Tuttavia, la posizione di direttore del collegio divenne vacante nell’aprile 1958 perché sfuggito all’accusa fuggendo in Svizzera.
Zeitler è stato inizialmente ricercato a livello internazionale per mesi con l’accusa di “fornicazione con tossicodipendenti”. Dopo il suo ritorno dal suo nascondiglio svizzero a St. Johannes-Stift Zizers, si è consegnato alla giustizia. Nel maggio 1959, dopo una confessione su larga scala, fu infine condannato a tre anni di carcere dal tribunale distrettuale di Ratisbona.
Ciò che colpisce della confessione di Zeitler è un dettaglio che non ha conseguenze, cioè non aumenta la pena. Di conseguenza, aveva già commesso “atti di indecenza” nel 1941 durante il viaggio di propaganda nazista dei “Domspatzen” in Spagna. Tra l’altro, ha confessato di aver sentito i genitali di uno studente di cattedrale di 13 anni “con intenzioni lussuriose”. Intanto: i suoi stupri di ragazzi del coro nella cappella della casa in Orleansstrasse intorno al 1940, denunciati nel 2010 dalle persone colpite al cosiddetto “commissario agli abusi della diocesi” dott. Birgit Böhm fu denunciata e divenne nota nell’ambiente Domspatzen, Zeitler all’epoca aveva taciuto durante il processo. Il professore lo tiene ancora segreto fino ad oggi.
Dopo la sua scarcerazione anticipata, Zeitler tornò in Svizzera e, nonostante fosse stato bandito dal lavoro, dall’ottobre 1961 lavorò come direttore spirituale al Constantinaeum, un collegio femminile di Coira. Secondo le informazioni della diocesi di Coira, non vi invadeva più.
Digressione: prima fornicazione oggi abuso
Secondo la situazione legale dell’epoca, i rapporti sessuali di Zeitler con gli studenti erano classificati come crimini continuati di “fornicazione con persone a carico” o di “bambino” e “fornicazione tra uomini”. Notevole: Dopo che gli studenti interessati avevano superato l’età di 14 anni, avrebbero potuto essere perseguiti anche secondo il “§ 175 – fornicazione tra uomini”, cosa che non è avvenuta.
Lo sfortunato §175 è stato rimosso dal diritto penale nel 1994 dopo diversi tentativi di riforma. Tuttavia, i rapporti sessuali con alunni o alunni (fino all’età di 16 anni e in casi speciali 18 anni) sono ancora puniti come reati gravi ai sensi del § 174, “Abuso sessuale dei reparti”.
Nonostante l’applicazione del §175, la condanna di Zimmermann e Zeitler non riguardava gli omosessuali che sono stati purtroppo perseguitati, ma i molestatori sessuali. Si tratta di sacerdoti immaturi che vivevano le loro preferenze sessuali in modo asociale con reparti dipendenti. Questa preferenza sessuale non era evidentemente rivolta ai bambini ma agli adolescenti – la classificazione scientifica: efebofilia – dello stesso sesso. Quindi, per quanto si può vedere, non è un pedofilo, ma un modello efebofilo.
Il fatto che gli autori abbiano prestato poca attenzione alle leggi statali è dovuto, tra l’altro, al fatto che le autorità ecclesiastiche non hanno quasi mai denunciato di propria iniziativa i preti abusivi alle autorità giudiziarie statali fino al 2010. E, ultimo ma non meno importante: si tratta di autori di atti spirituali che hanno ricevuto parti essenziali della loro dubbia socializzazione in istituzioni cattoliche d’élite per la creazione di giovani sacerdoti.
Velo sul caso Zimmermann
Da quando la cattedra di Ratisbona ha preso il volo nel marzo 2010 nel caso di Georg Zimmermann con una conferenza stampa, sono circolate molte informazioni sbagliate e incoerenti.
Uno dei motivi della conferenza stampa era che l’ex Domspatz Franz Wittenbrink aveva annunciato che sarebbe apparso in un talk show. Wittenbrink riferì all’epoca che il direttore del collegio dell’epoca, Zimmermann, si masturbava con gli studenti davanti al vino rosso e che anche tra gli studenti erano avvenute aggressioni sessuali.Le dichiarazioni di Wittenbrink non furono successivamente né ufficialmente smentite né confermate.
La politica di informazione diocesana nel caso Zimmermann rientra maggiormente nella categoria del “mimetizzazione e inganno”. Le informazioni ufficiali sulla data del processo e sulla durata della detenzione sono semplicemente errate. Inoltre, la cattedra afferma che a Zimmermann fu concesso inutilmente un congedo dal lavoro nell’agosto 1959 per studiare musica. Questa manovra diversiva è smentita dal fatto che l’uomo sfrattato ha fondato e diretto la “Sing- und Musikschule Eslarn” nella sua città natale nel 1961 dopo il suo intermezzo con i Domspatzen. Che discesa! Da direttore di Domspatzen a insegnante privato di musica nel “villaggio sulla striscia della morte” (come il titolo di un programma BR).
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Ma l’ordinariato non rimase inattivo. Dopo che Georg Zimmermann è stato presentato come un criminale condannato e deceduto alla conferenza stampa del marzo 2010, il personale diocesano ha determinato “abuso sessuale” sul posto e ha portato tutte le informazioni disponibili sull’ex direttore musicale a Ratisbona. In cambio, tuttavia, a Eslarn sono state lasciate informazioni fuorvianti. Da allora, le persone non hanno solo aspettato lì nel municipio un rapporto significativo sul caso Zimmermann.
Sono state respinte le richieste scritte all’Archivio Centrale Episcopale e al Vicariato Generale per le ragioni del suo licenziamento e per la verifica dei dati biografici di Zimmermann. La falsa informazione viene così cementata. Dall’archivio c’era almeno il bellissimo necrologio colorato del giornale della diocesi “Chi Dio dà la croce – in memoria del direttore musicale Georg Zimmermann” in occasione della morte di Zimmermann il 17 gennaio 1984. In esso, Zimmermann è ritratto come un esistenza sofferente. Non una parola sui suoi abusi e “cattiva condotta”.
Zimmermann (non) un “molestatore di ragazzi”
I dettagli dell’ambiente familiare di Zimmermann, d’altra parte, possono essere riconciliati con la descrizione di Wittenbrink. Alla domanda sui motivi della sostituzione di Zimmermann come direttore dei Domspatzen nel 1959, è stato detto che aveva “avuto a che fare con i ragazzi” in un modo speciale. Proprio come “gli antichi greci”. Ma per non essere accusato di essere un “molestatore di ragazzi”, rinunciò volontariamente alla sua posizione con i passeri della cattedrale.
Le circostanze del licenziamento di Zimmermann dal “Domspatzen” non sono ancora note. Ciò che può essere considerato certo, tuttavia, è che si è reso intollerabile come regista che coltivava “l’amore dei ragazzi” e non ha impedito abusi sessuali nella sua casa e nemmeno li ha commessi lui stesso. Soprattutto perché il suo predecessore Zeitler è fuggito e poi è andato in prigione proprio per questi crimini. Poiché anche gli attacchi di Zeitler furono pubblicamente lamentati, la reputazione della giovane scuola di musica minacciò di affondare ulteriormente sotto Zimmermann.
Direttori Domspatzen come abusatori
Ma la serie di direttori sessualmente abusanti del collegio di Domspatzen non si è conclusa con la sostituzione di Zimmermann. Il suo successore Siegfried Lintl, a sua volta ex allievo del seminario episcopale di St. Wolfgang e sacerdote del seminario di Ratisbona, è sospettato di aver abusato sessualmente di studenti della cattedrale.
Sorgono delle domande: come erano le condizioni sociali nel seminario di studio episcopale di Obermünster, noto come fucina di sacerdoti e che godeva della massima reputazione fino alla sua chiusura nel 1998? È una pura coincidenza che i primi tre direttori di collegio, Friedrich Zeitler, Georg Zimmermann e Siegfried Lintl – tutti ex sacerdoti e seminaristi di St. Wolfgang impiegati da Theobald Schrems – siano diventati sessualmente aggressivi nel collegio di Domspatzen? Difficilmente probabile.
Il breve episodio di Zimmermann con i “Domspatzen” sarebbe stato probabilmente dimenticato molto tempo fa se ex pensionanti come Wittenbrink e altri non avessero sottolineato le azioni del regista in quel momento. Nelle pubblicazioni commemorative e nei rapporti annuali dei Domspatzen, Zimmermann viene soppresso a buon mercato. Questi insabbiamenti ricordano i membri di una famiglia violenta che mentono a se stessi ea coloro che li circondano piuttosto che affrontare le realtà violente.
Ma come si è comportato Georg Zimmermann a Eslarn dopo essere stato sostituito come direttore del Domspatzen?
Da insegnante privato di musica a direttore musicale diocesano
Apparentemente come una sorta di reminiscenza del posto precedentemente previsto di direttore della cattedrale, Zimmermann iniziò inizialmente ad addestrare i ragazzi a Eslarn “per il sacro servizio nel canto corale”. È così che la cronaca parrocchiale di Eslarner del 1965 riportava teologicamente esagerata. Nel 1961 fondò e diresse la “Sing- und Spielschule Eslarn”, da cui si sviluppò la “Knaben-Kapelle Eslarn” e dalla quale Zimmermann reclutò le sue prossime vittime, per così dire.
Seguì presto un certo successo e la cappella raggiunse la stima nazionale. Zimmermann era considerato da molti dei suoi contemporanei un insegnante di musica molto dotato. Ma Eslarn era solo una soluzione di emergenza per lui.
Quando a Zimmermann fu offerto un ritorno a una posizione di alto livello nella diocesi, accettò immediatamente. A metà del 1964 è stato nominato primo direttore musicale diocesano di Ratisbona sotto il vescovo Rudolf Graber. Diresse così il neocostituito dipartimento diocesano per la musica sacra. Insieme al maestro di cappella della cattedrale, dall’inizio del 1964 Georg Ratzinger, e al direttore della musica sacra di Ratisbona, Ferdinand Haberl, il direttore musicale diocesano Zimmermann è stato uno dei tre principali musicisti di chiesa della diocesi. Che splendida rimonta. Tuttavia, il prossimo incidente non si è fatto attendere.
Già nel gennaio 1968, il suo secondo incarico di regista terminò bruscamente. Questa volta la sostituzione non è avvenuta in background, ma con una certa attenzione pubblica. Questa volta è stato anche arrestato per un breve periodo dopo che una madre a Eslarne lo ha denunciato con mandato d’arresto. Il sospetto di “fornicazione con persone a carico” venne processato. Nel febbraio 1969 Zimmermann fu condannato a 20 mesi di carcere e rilasciato nuovamente nel maggio 1969 dalla cattedra di Ratisbona.
La punta dell’iceberg di Eslarn
In un servizio giornalistico del NEUE TAG del 22 febbraio 1969, il giorno dopo il processo, sotto il titolo “Bevendo fuori strada”, viene tracciata l’immagine di un uomo pietoso che purtroppo cadde vittima di fornicazione. In base a ciò, Zimmermann, in quanto invalido di guerra, non è stato in grado di raggiungere il suo (non specificato) obiettivo professionale elevato, nonostante le “promesse di un anno fatte dai suoi superiori”. Di conseguenza, “è iniziato a bere”, ha preso antidolorifici, è stato respinto dalle donne e alla fine “è finito nelle grinfie di un omosessuale sposato”. È così che è arrivato a “sentire la mancanza dei suoi studenti di musica.” Gli “errori” sono andati avanti per alcuni anni. Spesso incontrava “resistenza violenta da parte dei ragazzi” “quando voleva toccarli indecentemente.” Poi si lasciò andare,
Poiché l’imputato ha confessato e si è pentito, i ragazzi interessati non hanno dovuto testimoniare. Il direttore sanitario di Ratisbona Sebastian Maier ha approvato la ridotta sanità mentale di Zimmermann, il che significa che di tutta la serie di reati penali “rimane solo una piccola mancia per la condanna”, secondo il pubblico ministero citato nel rapporto del quotidiano. Dei tre anni richiesti, sono rimasti 20 mesi di carcere.
Quello che il giornale non menziona è la posizione di Zimmermann come sacerdote e direttore del “Domspatzen”. Apparentemente anche la corte non sapeva che lì aveva già “trattato con ragazzi”, poiché gli incidenti del 1959 erano stati gestiti con discrezione. Visto il gran numero di attacchi rimasti comunque impuniti, probabilmente non volevano più sapere tutto questo con precisione. Dopo il suo rilascio dalla prigione, il consiglio parrocchiale di Eslarner, tra gli altri, ha discusso la situazione e ha sostenuto di dare a Zimmermann un’altra possibilità. Gli fu poi permesso di dare di nuovo lezioni di musica per i giovani.
La terza possibilità di Zimmermann
Dopo circa un anno e mezzo come insegnante di musica a Eslarn, Zimmermann è stato autorizzato a lavorare per la terza volta per la cattedra di Ratisbona all’inizio di settembre 1972. Questa volta Zimmermann ricevette la carica di prefetto di musica nel seminario di studio episcopale a Weiden, guidato dal pastore Heinrich Hiebl come direttore. Hiebl, che ha ricoperto una posizione dirigenziale nel seminario di Obermünster dal 1941 al 1955, potrebbe aver saputo delle aggressioni sessuali di Zimmermann. In ogni caso, c’era la condizione che Zimmermann non potesse pernottare al seminario, ma che dovesse tornare a Eslarn, a quasi 40 chilometri di distanza, ogni sera, quando la “tentazione” è nota per essere più forte.
Dopo circa un anno da prefetto ci fu un altro contenzioso. Di conseguenza, Zimmermann fu licenziato per la terza volta nel novembre 1973 o andò in pensione anticipata all’età di 57 anni. Ciò non è stato fatto dal regista Hiebl, ma dal suo successore. Sorprendentemente, anche Heinrich Hiebl, all’età di 62 anni, è stato messo in pensione anticipata in questa occasione. Cosa sia successo esattamente non è ancora noto.
Come valutare questo rinnovato impiego di Zimmermann o la “precauzione” di non consentire il pernottamento nel seminario? Ingenui, negligenti o inerenti alle strutture di abuso? Dal punto di vista odierno, l’edizione sembra aver perso il nocciolo del problema. Sarebbe stato facile per Zimmermann incontrare i rioni in città o fuggire a Eslarn. Il collega Zeitler fece lo stesso e abusò per un po’ di uno dei suoi allievi Domspatzen nella sua nativa Mitterteich.
Chiunque chieda i motivi della sostituzione di Zimmermann si imbatterà in un cartello del silenzio o “persone ignoranti”.
Un “Obermünsterer” non sa nulla
Tuttavia, ci sono ex dirigenti del seminario Weiden che potrebbero contribuire all’illuminazione.
L’ultimo direttore di Weiden, Joseph König, che ha frequentato il seminario di Obermünster (Abitur 1964) e ha lavorato prima come prefetto con i Domspatzen e poi nel seminario di Weiden, quando gli è stato chiesto del caso si è ricordato immediatamente del caso Zimmermann. Alla domanda sui motivi del licenziamento di Zimmermann, König ha detto che “non deve lavare i panni sporchi, vero?” Devi capirlo. No, “non è successo niente” nel seminario per quanto riguarda le aggressioni sessuali, non sapeva nulla degli incidenti a Eslarn. Joseph König, attualmente “Direttore della Fondazione Pielenhofen dei passeri del duomo di Ratisbona”, ha conservato ciò che è realmente accaduto, la cui sporcizia è ancora attaccata alla biancheria della cui biancheria.
In una relazione finale sul seminario di studio episcopale di Weiden, scritta quando l’istituto fu sciolto nel 1989, si cerca invano eventuali incidenti o un prefetto di musica di nome Georg Zimmermann. Josef Ammer, allora prefetto a Weiden, fu incaricato della stesura di questo documento. Dal 2006 Ammer è canonico e funzionario (vicario di corte) di Ratisbona. Rappresenta il vescovo nel suo ambito di giurisdizione ed è a capo dell’autorità del tribunale ecclesiastico, che è responsabile, tra l’altro, dei cosiddetti delitti morali.
Ammer è un tipico discendente diocesano auto-allevato, un “Obermünsterer”, come dice lui: A Regensburger di undici anni venne nel 1965 al seminario di studio St. Wolfgang Obermünster (Abitur 1975), lavorò nell’istituto successore come Sottoprefetto, ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1980, e poi dal 1984 al 1989 ha lavorato come prefetto nel seminario maschile di Weiden. Alla domanda sui motivi del licenziamento di Zimmermann, Ammer ha immediatamente rassicurato che all’epoca non sapeva nulla di Zimmermann, un prefetto della musica, o del sottofondo, quindi il fatto che non fosse menzionato nel rapporto non significava nulla. Inoltre non sa nulla di una chiesa o di un’indagine penale contro Zimmermann. Di fronte a una via Zimmermann a Eslarn, invece, rimarrebbe sorpreso: “Pensate che una via porti il nome di un
Da Eslarn a Moosbach
Dopo che Zimmermann dovette lasciare il seminario di Weiden nell’autunno del 1973, tornò a Eslarn come pensionato. Poiché ora c’erano delle riserve su di lui, non gli era permesso dare lezioni di musica individuali, solo lezioni di gruppo. L’allora scuola di canto e di recitazione ancora esistente era pragmaticamente chiamata “Grenzlandmusikschule Eslarn e. V.” ehm. Secondo il registro municipale delle associazioni, un tale gruppo esiste ancora a Eslarn.
Cosa accadde esattamente negli anni seguenti, nessuno vuole o può dare informazioni. In ogni caso Zimmermann fu infine giudicato intollerabile e, su insistenza del parroco locale, non fu più autorizzato a dare lezioni di musica. Nel 1978 si è poi trasferito nella vicina città mercato di Moosbach. Fu ricevuto lì con un bacio sulla mano e lasciato a lui per dirigere e addestrare la neonata “Jugendmusikcorps Moosbach”. Zimmermann mantenne questa posizione fino alla sua grave malattia a metà del 1983.
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Un ex studente di Moosbacher Zimmermann (e seminarista di Obermünster) non ha nulla di negativo da dire sul suo insegnante all’epoca: “Non era invadente con me o con gli altri.” Il suo insegnante di musica, aveva l’impressione, fosse stato cacciato da Eslarn. Zimmermann aveva le lacrime agli occhi quando ha detto che non gli era più permesso insegnare il coro dei suoi ragazzi. Tuttavia, secondo l’ex studente, in una certa identificazione con l’autore, il crimine compiuto di Zimmermann non dovrebbe oscurare i suoi meriti e il lavoro di una vita. Si dice che quasi tutti i musicisti attivi delle generazioni rilevanti a Eslarn, Moosbach e dintorni provengano dalle scuole di Zimmermann.
Aggressione contro le persone colpite e onorare l’autore
Diversi Moosbacher ed Eslarner – per lo più ex studenti del sacerdote – hanno subito espresso il loro dispiacere o hanno parlato di “casino” per il fatto che le gesta di 40 anni sarebbero state riesumate dopo la pena detentiva. L’oggetto di questo oltraggio aggressivo non è però la cattedra di Ratisbona, che nel marzo 2010 ha alimentato i media con la causa Zimmermann (o Zeitler) per ragioni tattiche, ma un nipote e vittima di abusi di Zimmermann: Gottlieb Hochwart.
Quasi sempre era (ed è) presunto un motivo finanziario, dal momento che ha usato le prime segnalazioni di abusi al Domspatzen nel marzo 2010 come un’opportunità per denunciare il proprio (ripetuto) stupro a nove anni da parte di suo zio nel 1959 . Hochwart riuscì a superare il vergognoso silenzio solo dopo 50 anni.
Il rapporto di Hochwart suona credibile e tipico di coloro che vogliono vedere condannata l’aggressione sessuale subita e che vogliono che gli autori siano identificati come autori. Tuttavia, nessuno di coloro che sono stati colpiti dall’ex banda di ragazzi degli anni ’60 ha parlato finora. Che sia per vergogna o disinteresse.
D’altra parte, le reazioni tendenzialmente aggressive degli ex studenti di Zimmermann nei confronti di Hochwart dopo aver accusato suo zio di abusi possono essere spiegate solo con la mancanza di empatia della vittima e/o di identificazione con l’autore del reato. Si adatta all’immagine inquietante quando senti da un’anziana signora di Eslarn che Zimmermann ha regolarmente infilato denaro nei ragazzi maltrattati della band maschile negli anni ’60 quando sono tornati a casa dopo le prove musicali. In privato si parla anche del termine “silenzio denaro”.
Ultimo ma non meno importante, l’identificazione con l’autore del reato ha portato a un’iniziativa a Eslarn 20 anni fa da parte di diversi club e gruppi musicali che volevano onorare Zimmermann con il nome di una strada. Di conseguenza, il consiglio comunale del mercato ha deciso alla fine del 1993 di creare una “Gg.-Zimmermann-Straße”.
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Un ex studente di Moosbacher Zimmermann (e seminarista di Obermünster) non ha nulla di negativo da dire sul suo insegnante all’epoca: “Non era invadente con me o con gli altri.” Il suo insegnante di musica, aveva l’impressione, fosse stato cacciato da Eslarn. Zimmermann aveva le lacrime agli occhi quando ha detto che non gli era più permesso insegnare il coro dei suoi ragazzi. Tuttavia, secondo l’ex studente, in una certa identificazione con l’autore, il crimine compiuto di Zimmermann non dovrebbe oscurare i suoi meriti e il lavoro di una vita. Si dice che quasi tutti i musicisti attivi delle generazioni rilevanti a Eslarn, Moosbach e dintorni provengano dalle scuole di Zimmermann.
Aggressione contro le persone colpite e onorare l’autore
Diversi Moosbacher ed Eslarner – per lo più ex studenti del sacerdote – hanno subito espresso il loro dispiacere o hanno parlato di “casino” per il fatto che le gesta di 40 anni sarebbero state riesumate dopo la pena detentiva. L’oggetto di questo oltraggio aggressivo non è però la cattedra di Ratisbona, che nel marzo 2010 ha alimentato i media con la causa Zimmermann (o Zeitler) per ragioni tattiche, ma un nipote e vittima di abusi di Zimmermann: Gottlieb Hochwart.
Quasi sempre era (ed è) presunto un motivo finanziario, dal momento che ha usato le prime segnalazioni di abusi al Domspatzen nel marzo 2010 come un’opportunità per denunciare il proprio (ripetuto) stupro a nove anni da parte di suo zio nel 1959 . Hochwart riuscì a superare il vergognoso silenzio solo dopo 50 anni.
Il rapporto di Hochwart suona credibile e tipico di coloro che vogliono vedere condannata l’aggressione sessuale subita e che vogliono che gli autori siano identificati come autori. Tuttavia, nessuno di coloro che sono stati colpiti dall’ex banda di ragazzi degli anni ’60 ha parlato finora. Che sia per vergogna o disinteresse.
D’altra parte, le reazioni tendenzialmente aggressive degli ex studenti di Zimmermann nei confronti di Hochwart dopo aver accusato suo zio di abusi possono essere spiegate solo con la mancanza di empatia della vittima e/o di identificazione con l’autore del reato. Si adatta all’immagine inquietante quando senti da un’anziana signora di Eslarn che Zimmermann ha regolarmente infilato denaro nei ragazzi maltrattati della band maschile negli anni ’60 quando sono tornati a casa dopo le prove musicali. In privato si parla anche del termine “silenzio denaro”.
Ultimo ma non meno importante, l’identificazione con l’autore del reato ha portato a un’iniziativa a Eslarn 20 anni fa da parte di diversi club e gruppi musicali che volevano onorare Zimmermann con il nome di una strada. Di conseguenza, il consiglio comunale del mercato ha deciso alla fine del 1993 di creare una “Gg.-Zimmermann-Straße”.
La prima Messa è il culmine altamente carico e sfaccettato di una comunità parrocchiale, l’obiettivo raramente raggiunto di coloro che lavorano per riprodurre il clero cattolico all’interno della propria comunità. Sebbene la benedizione di Zimmermann si sia rivelata una maledizione per molti, Eslarn onora il suo sacerdote.
Illuminazione concreta invece di parole vuote
Nel 2004, l’avvocato canonico di Bamberg Alfred E. Hierold ha presentato un inventario coerente a una conferenza di diritto canonico sul tema “Pedofilia ed efebofilia: protezione legale per vittime e accusati”: “Le vittime tacciono perché si vergognano”, i responsabili della comunità perché “temono effetti negativi sulla reputazione della comunità”. Anche le istanze di giustizia secolare tengono la luce agli occhi del pubblico. Al campanile non vengono appesi i risultati delle indagini e le sentenze dei tribunali per non “danneggiare l’immagine della chiesa”. Le pene detentive sono gestite con discrezione, le informazioni vengono fornite solo in silenzio. “Anche molti vescovi hanno taciuto per non smascherare i sacerdoti”.
Tutte queste osservazioni valgono anche per il caso Zimmermann. Ma Hierold si sbagliava su una cosa. Ha detto che i tempi sono cambiati radicalmente e che la Chiesa cattolica romana ha detto addio alla mentalità del carro e “ha professato una cultura di trasparenza e autocritica”. Questo non è affatto il caso della diocesi di Ratisbona, dove le frasi vuote e il freddo rifiuto delle persone colpite sono state finora l’unica cosa che è accaduta. Sarebbe una grande sorpresa se il vescovo Voderholzer rompesse in modo specifico con la precedente gestione degli abusi sessuali da parte del clero da parte dell’Ordinariato di Ratisbona.
Francesco, abusato all’età di 12 anni dal parroco don Nello Giraudo, trova la forza di denunciarlo pubblicamente, rilascia dichiarazioni stampa sia giornalistiche che televisive, per tutta risposta riceve gli scherni della Curia, porte chiuse in faccia anche ai giornalisti del programma “le Iene”, cardinali che letteralmente ridono in faccia ai cameramen. Oggi l’ennesimo colpo di scena, una vendetta meditata, Francesco abita da anni in un appartamento che, ironia della sorte, è di proprietà della Curia, dopo i servizi stampa, dopo la denuncia pubblica degli abusi subiti, Francesco riceve lo sfratto, si trova solo nel dramma ed il 31 di agosto dovrà lasciare l’appartamento.
Abusato, schernito, gettato in mezzo alla strada, non ho parole per descrivere l’orrore ed il disgusto verso questo ente criminale che è la setta conosciuta col nome di Chiesa Cattolica. Non solo gli esecutori materiali stanno incarnando le vesti del boia ma anche tutti coloro che frequentano, sostengono, acclamano questa spazzatura, questo cancro sociale che è lontano anni luce da qualsiasi dio, da qualsiasi forma di amore, da qualsiasi concetto di fratellanza e di moralità
Di seguito un’intervista de “il Messaggero” del 2012
CITTA’ DEL VATICANO – I fatti accaduti a Savona decenni fa sono lontani nel tempo ma il dolore è ancora di drammatica attualità. A distanza Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo, ricorda con un miscuglio di rabbia e sofferenza quando, ad appena 12 anni, fu abusato da don Nello Giraudo.
Giraudo ha recentemente patteggiato… «Sì riconoscendo il male fatto. Ma la mia battaglia non si ferma: vorrei che si riflettesse sulla responsabilità dei vescovi che si sono avvicendati alla guida della diocesi savonese. Erano i diretti superiori di Giraudo ma non hanno prestato ascolto alle voci che da tempo circolavano con insistenza».
La Cei però ha appena approvato delle regole che assicurano alle vittime tutta l’assistenza psicologica possibile. In più devono attivarsi all’interno della Chiesa per fare giustizia e punirli.
«E’ una buona cosa in linea di principio. Ma secondo me i vescovi dovrebbero non limitarsi ai processi canonici, penso che dovrebbero collaborare attivamente con i magistrati italiani, scambiare con loro le informazioni che hanno. I pedofili vanno mandati in galera, e non solo ridotti allo stato laicale (quando accade)».
La sua campagna dunque va avanti. «Ci tengo a ricordare che l’8 maggio il gip di Savona, Fiorenza Giorgi, pur avendo archiviato per prescrizione del reato un procedimento contro l’ex vescovo di Savona, Dante Lanfranconi (ora a Cremona) ha riconosciuto che il prelato non ha vigilato abbastanza»
Cosa c’è scritto in quella ordinanza? «Gliela leggo: ’la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini, dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose di Giraudo non fosse stata per nulla considerata. Da tali documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento assolutamente omissivo di Lanfranconi, risulta, è triste dirlo (è il magistrato a scriverlo) come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima, e come principalmente per tale ragione l’allora vescovo di Savona non avesse esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli».
Parole pesanti quelle scritte dal magistrato. «Eccome, ma aspetti che le leggo anche il seguito: ’è altrettanto triste osservare come, a fronte della preoccupazione per la fragilità e la solitudine di Giraudo e il sollievo che nulla è trapelato sui giornali, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti, a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue attenzioni».
A quanto risale questa ordinanza di archiviazione?
«All’8 maggio di quest’anno. Penso che sia importante sottolineare che per la prima volta un magistrato italiano, pur archiviando per prescrizione il caso, visto che i fatti si riferiscono a decenni addietro, affronta il problema della responsabilità del vescovo. Questo è il vero nodo sul quale si dovrebbe davvero riflettere, anche dal punto di vista giuridico».
L’anno scorso lei è arrivato in Vaticano per consegnare a Papa Ratzinger una lettera in cui oltre, a raccontargli la sua storia, chiedeva fosse introdotto l’obbligo da parte dei vescovi italiani di denunciare alla magistratura i casi di abusi di cui erano a conoscenza… «Servirebbe ad impedire quello che ho provato sulla mia pelle».
Cosa è accaduto nel suo caso?
«Il sacerdote che mi ha abusato, Nello Giraudo, e che solo alcuni mesi fa ha patteggiato, ha ammesso tutto. Assieme a me c’erano altre vittime. Un caso orribile anche perché da anni giravano strane voci sul suo conto. Mi spiace dirlo ma quando leggo che la Chiesa sta facendo di tutto per combattere il fenomeno a me viene da ridere».
Guardi che la Chiesa di Papa Ratzinger è l’unica istituzione che sta facendo pulizia al suo interno, isolando le mele marce. Ha istituito tribunali, giudici, incoraggia indagini, ha inasprito le pene canoniche. «Nel mio caso posso dire che la Chiesa savonese ha difettato nell’intervento. I magistrati lo sanno».
Secondo lei ci sarebbe stato stato un problema di scarsa vigilanza?
«Nel mio caso si è trattato di questo. Del resto non mi stupisce leggere sulle linee guida della Cei appena approvate che i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare i casi ai magistrati, nè di consegnare loro le prove in possesso. Pensi che le perquisizioni che sono state fatte nei locali della curia di Savona hanno portato alla luce lettere e carteggi interni alle autorità ecclesiali che mostravano una gestione propensa più a salvaguardare il buon nome della Chiesa che non ad assicurare alla giustizia civile il prete pedofilo».
Può raccontare qualcosa della sua vicenda?
«E’ doloroso ma lo faccio volentieri se serve ad aprire gli occhi. Sono stato abusato da don Nello Giraudo agli inizi degli anni Ottanta. Avevo 12 anni. Ero affidato alle sue cure perché non avevo famiglia. Ero debole e indifeso».
Il sacerdote non venne isolato per evitare che potesse di nuovo molestare altri bambini?
«Non mi risulta».
E adesso?
«Mi resta la consolazione che don Giraudo ha patteggiato. Lui stesso, però, in aula ha parlato di vescovi che sono stati ciechi e sordi alle sue richieste di aiuto».
Premesso che anche noi sappiamo che il problema pedofilia non è nel celibato, Bergoglio non può dire che la pedofilia “la si ha o non la si ha”, perché è un fenomeno psichico che ha delle cause, che se non sono il celibato, sono certamente legate alla mancata maturazione della sfera affettiva e sessuale. Cosa tipica di chi è represso nei propri sentimenti e nella propria sessualità come preti e seminaristi. E non si capisce cosa genera la pedofilia per Bergoglio. Chi li crea pedofili, Dio?
Ed è poi vergognoso che Bergoglio voglia distrarre l’attenzione sui preti pedofili prendendosela coi pedofili “familiari”. I preti sono una piccolissima parte della popolazione, in Argentina come in Italia, ed è evidente che la maggior parte dei pedofili appartiene alla stragrande maggioranza della popolazione che sono i non preti.
PAPA FRANCESCO DISSE: “PRETI PEDOFILI? TOGLIERE IL CELIBATO NON CURA”
Mercoledì 13 Marzo 2013 – 21:34
ROMA – Papa Francesco I ha le idee chiare in merito ai preti pedofili. «Se c’è un prete pedofilo è perchè porta in sè la perversione prima di essere ordinato. E sopprimere il celibato non curerebbe tale perversione. O la si ha o non la si ha»: lo sottolinea il cardinale Jorge Bergoglio, in un libro-intervista (‘Il gesuita), appena pubblicato a Buenos Aires. Proprio per tali ragioni «bisogna stare molto attenti nella selezione dei candidati al sacerdozio. Nel seminario di Buenos Aires ammettiamo circa il 40% dei candidati, e facciamo un attento monitoraggio sul processo di maturazione», sottolinea il cardinale nel volume scritto dai giornalisti Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin. Nel precisare che la pedofilia rappresenta una «perversione di tipo psicologico previa ad un’opzione di celibato», Bergoglio si dice d’accordo con il Papa, convinto cioè «del mantenimento del celibato». Il cardinale rileva inoltre di «non essere sicuro» che un’eventuale soppressione del celibato «possa portare ad un aumento delle vocazioni». «Se la Chiesa dovesse rivedere tale norma – sottolinea – affronterebbe comunque la questione come un problema culturale di un determinato luogo – per esempio nella Chiesa ortodossa, dove i sacerdoti possono essere sposati – non cioè in modo universale e come un’opzione individuale». «Il 70% dei casi di pedofilia – conclude il cardinale – avviene in un ambiente familiare o di quartiere».
Da Maradiaga (Honduras) a Timothy Dolan (New York), da Angelo Scola (Italia) a Marc Ouellet (Quebec Canada). Per la Snap non sono degni del soglio pontificio per le omissioni che hanno fatto nel denunciare i responsabili e per le giustificazioni che hanno dato nonostante le prove. Padre Federico Lombardi: “Non spetta a loro dire chi va in conclave”
Dodici cardinali non devono essere considerati “papabili” per rispetto alle vittime di abusi sessuali, soprattutto bambini, da parte di esponenti del clero, per le omissioni che hanno fatto nel denunciare i responsabili e per le giustificazioni che hanno dato nonostante le prove documentate. E’ l’opinione dello Snap, la rete americana dei sopravvissuti agli abusi dei preti, che in un hotel romano ha convocato una conferenza stampa con i giornalisti internazionali per fornire i nomi della “dirty dozen” ovvero la ‘sporca dozzina’.
I cardinali da non eleggere papa nel conclave sono, secondo l’associazione: Norberto Rivera Carrera (Messico), Oscar Rodriguez Maradiaga (Honduras), Timothy Dolan (New York), Angelo Scola (Italia), George Pell (Australia), Dominik Duka (Rep.Ceca), Tarcisio Bertone (Italia), Donald Wuerl(Washington D.C.), Marc Ouellet (Quebec Canada), Sean O’Malley (Boston), Leonardo Sandri (Argentina), Peter Turkson (Ghana).
Forse perché sono americani, gli esponenti della Snap Barbara Doris e David Clohessy ritengono che il cardinale più compromesso sia quello di New York, Dolan, che a loro dire avrebbe addirittura ideato un piano “per pagare 20 mila dollari ai preti coinvolti negli abusi sessuali pur di abbandonare l’abito talare”. Secondo lo Snap “alla fine si è saputo che almeno 12 preti hanno ricevuto soldi”. Esponenti dell’associazione hanno accusato il cardinale Scola “di aver voluto minimizzare lo scandalo e il ruolo della Chiesa”, ricordando che durante la sua omelia del 2010 nella basilica di S.Pietro disse che “riguardavano ambiti diversi e categorie diverse di persone”. E sempre Scola, hanno sostenuto i due rappresentanti, disse che tutte queste accuse rispetto al ruolo di Benedetto XVI nella crisi degli abusi sessuali erano “un’iniqua umiliazione”.
Critiche sono state mosse dallo Snap anche nei confronti del cardinale Maradiaga, che, sempre in occasione dello scandalo degli abusi sessuali, disse: “Io andrei volentieri in galera prima di far male ai miei preti. Io non sono un poliziotto”. Gli esponenti dello Snap hanno poi ricordato quanto detto dal cardinal Ouellet, il quale sostenne che “soltanto il 10% delle accuse contro i preti sono state provate”. L’idea dell’associazione è che il peggio di questa vicenda deve ancora arrivare: “Solo di recente – hanno sostenuto – la vicenda è stata veramente portata alla luce. Negli Usa cominciò più o meno 10 anni fa e in pochi Paesi europei è ancora più recente. Lo scandalo, secondo noi, si deve ancora rivelare nella maggioranza dei Paesi” facendo intendere che quanto si sa attualmente è solo la punta dell’iceberg.
Barbara Doris e David Clohessy vogliono spingere questi prelati cattolici “a smettere di far finta che il peggio sia passato. Tragicamente, il peggio quasi sicuramente deve ancora arrivare”. Ed è per questo che fanno un appello perché, durante le congregazioni in corso di svolgimento, tutti i cardinali interroghino “senza remore e timori questi 12 porporati per conoscere la verità. Desidereremmo vedere i loro colleghi parlare apertamente degli abusi sessuali e di pedofilia e mettere pressione su questi 12 cardinali”.
Per lo Snap “se c’è qualcosa da imparare nel pontificato di Benedetto XVI è che la conoscenza di questa crisi non garantisce un’adeguata reazione concreta” e lo hanno accusato di “tante parole ma pochi fatti”, perché quando era cardinale “non c’era nessuno più informato di lui sugli abusi sessuali. Queste parole e questi gesti – hanno concluso – non hanno fatto nulla per proteggere ogni singolo bambino”.
“Crediamo che non tocchi a Snap dire chi deve venire in conclavené dare una qualifica ai cardinali: dipende dai cardinali stessi giudicare chi è adatto a fare il Papa senza bisogno di chiedere consiglio a Snap – ribatte il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi – . Le posizioni prese da Snap le conosciamo da molto tempo e crediamo che non tocchi a Snap dire chi deve venire in conclave e dare una qualifica ai cardinali che vi si riuniscono. Credo che dipenda dai cardinali stessi giudicare chi è adatto e chi non è adatto, senza chiedere consigli alla Snap”.