Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Don Giampiero presenta querela contro ignoti: “Mi hanno spaventato”. Nessuna traccia della troupe cacciata dalla chiesa di Santa Lucia

    Don Giampiero presenta querela contro ignoti: “Mi hanno spaventato”. Nessuna traccia della troupe cacciata dalla chiesa di Santa Lucia

    L’ultima volta che si era barricato in chiesa fu alla vigilia di Natale di due anni fa, quando fece trovare ai fedeli un cartello con la scritta “Giovanni C.”, indicato come il presunto autore di furti di offerte, lampadine e piante dall’interno della chiesa. Stavolta don Giampiero Peschiulli, decano dei parroci brindisini, il prete che ogni 17 di gennaio benedice gli animali sul sagrato della vicina chiesa delle Anime, ha sbarrato la porta di Santa Lucia buttando fuori una troupe delle Iene.

    Chi ha assistito alla scena racconta che con il microfono in mano c’era Giulio Golia, inviato di punta della trasmissione d’inchiesta di Italia Uno. In effetti il giornalista è giunto ieri sera a Brindisi con un volo Alitalia proveniente dall’aeroporto di Fiumicino.

    Ma all’arrivo dei carabinieri, chiamati dallo stesso don Giampiero, il quale dopo aver buttato fuori tutti si era barricato in chiesa sbarrando il portone, non c’era più nessuno: telecamere, giornalisti, produzione. E in genere le Iene non scappano certo via e anzi condiscono l’effetto scenico delle loro scorribande proprio con la presenza delle forze dell’ordine.

    Dal canto suo il parroco ha spiegato di essersi spaventato, di non aver capito di chi si trattasse e ha poi sporto denuncia contro ignoti. Non si sa bene cosa gli sia stato chiesto da provocare una reazione di quel genere che lo ha portato a chiudere addirittura la chiesa sino all’arrivo dei carabinieri.

    I militari dell’Arma dal canto loro stanno cercando di far luce sull’accaduto, prima di tutto cercando di individuare gli autori della sortita con la telecamera e di appurare se si trattasse effettivamente di inviati delle Iene e se ci fosse davvero Golia.

    Don Giampiero, migrato da una parrocchia all’altra nel corso di svariati decenni, è personaggio singolare, spesso criticato per i suoi capelli tinti di nero pece o per il profumo utilizzato con un briciolo di vanità. Ma anche tra i più anziani della diocesi, uno dei pochi della sua generazione rimasto ancora al timone di una parrocchia.

  • Due storie diverse. Le suore di #Trento e monsignor #Inzoli #BancoAlimentare #CL #Meeting14

    Due storie diverse. Le suore di #Trento e monsignor #Inzoli #BancoAlimentare #CL #Meeting14

     Dopo un anno di latitanza, riappare un nostro articolo sul sito diInternazionale.  Si intitola «Le suore di Trento».
    Nei commenti sotto, la polemica infuria: mentre scriviamo ci sono già 90 commenti ed è la fiera del «non è questo il punto». Non è mai quello, il punto. E poi l’URSS, la Germania Est, la Stasi…

    Ma scusateci se cogliamo l’occasione per scrivere due cosette su don Inzoli (#Inzoli). Non c’entra, sia chiaro. È una storia diversa. Non facciamo collegamenti a cazzo di cane, su… Però cogliamo l’occasione. Giusto un rapido riassunto della vicenda, per chi non l’ha seguita via Twitter.

    Il 27 giugno 2014 la stampa di Crema dà una notizia-bomba… che però rimane inesplosa: dopo una prima sentenza risalente al 2012, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha condannato in secondo grado per abusi su minori monsignor Mauro Inzoli, già presidente del Banco Alimentare e vicepresidente della Compagnia delle Opere, più volte mattatore al Meeting di Rimini nonché – si è scritto da più parti – confessore di Roberto Formigoni.
    Inzoli era soprannominato «don Mercedes» perché amante del lusso e dei macchinoni, nella più pura osservanza dello stile evangelico. Se oggi tornasse tra gli uomini, lo stesso Gesù si sposterebbe in Porsche.
    Particolare importante, a Crema don Inzoli aveva fondato l’associazione «Fraternità», per anni affidataria di molti minori soggetti a tutela.
    In rete, riferimenti a sue (presunte) molestie nei confronti di minoririsalgono almeno al 2007 e nessuno li ha mai rimossi.

    Da quella condanna è trascorso quasi un mese, e l’informazione su questa storia, che pure sarebbe di portata nazionale, l’hanno fatta quasi solo la stampa locale di Crema e Cremona (come se Inzoli fosse un qualunque prete di provincia e non uno dei più importanti capi di CL!) e i non molti giornalisti freelance che ne hanno scritto in rete (il primissimo è stato Mazzetta). Per quanto riguarda i giornali nazionali, è uscito prima un articolo – purtroppo poco attento ai veri nodi della questione, per questo lo abbiamo criticato – sul Fatto Quotidiano, poi uno sul Manifesto, a nostro avviso meritorio perché collegava la vicenda Inzoli ad altri sommovimenti nel mondo ciellino di cui i media non stanno rendendo conto.

    Sì, perché siamo di fronte a un silenzio agghiacciante dei grandi mezzi di informazione, che pure sono stati più e più volte sollecitati a occuparsene. Per settimane svariati lettori hanno mandato link su Inzoli e segnalato la vicenda a decine di opinion-maker e direttori di testate. Risultato? Altri mattoni nel muro di silenzio. Zero righe su Repubblica; un solo trafiletto sulle pagine cremonesi del Corriere, niente su quelle nazionali; niente sulla Stampa; zero minuti alla Rai.

    All’epoca della prima sentenza di condanna, i due big della stampa nazionale ne avevano scritto: ecco un articolo, ed eccone un altro. Stavolta nulla. Perché? Cos’è cambiato, nel frattempo?

    «Beh, ci sono state le Larghe Intese…», ha malignato qualcuno in rete. Formigoni, Lupi e l’intero mondo CL sono al governo col PD di Renzi. Non vorrai mica disturbare il manovratore?
    Qualcuno ha persino segnalato un’inchiesta dell’Espresso sul “braccio destro” e consigliere n.1 di Renzi, Marco Carrai. Vi si legge che la Compagnia delle Opere in Toscana «è presieduta da Paolo Carrai e da Leonardo Carrai, alla guida del Banco alimentare, altra opera ciellina: i cugini di Marco».
    Diversi hanno anche ricordato che le Coop ex-”rosse” e la CdO fanno affari insieme da anni, e sovente esponenti dei due blocchi di potere economico finiscono coinvolti nelle stesse inchieste…

    Mah, forse troppo “meccanicistica”, come spiegazione: il padronato ordina il silenzio, la stampa esegue.
    Il problema è che altre spiegazioni non se ne sono trovate. Persino quando i media han dedicato servizi alla condanna papale dei preti pedofili, non si è fatto alcun riferimento (nessuno, zero!) a un caso enorme come quello di don Inzoli. Eppure è il più recente e il più altolocato.

    Per chiunque altro – e ne siamo sicuri perché ci siamo occupati a lungo di questi temi – i media avrebbero tirato fuori pece e piume. C’è chi, con simili accuse (senza bisogno di sentenze) è stato crocifisso, massacrato, sbattuto su tutte le prime pagine come «mostro», per poi essere assolto, ma intanto aveva avuto la vita distrutta. Per Inzoli, invece, guanti bianchi e rumori ovattati. Questo è un caso di disuguaglianza di fronte alla gogna. Due pesi e due misure, corrispondenti a CL e non-CL?

    Più degli abusi stessi, a inquietare è proprio la compattezza nel silenzio. C’è un cordone sanitario mediatico intorno a Inzoli e CL? «Se questo cordone non c’è», scrivevamo su Twitter due settimane fa, «che lo si dimostri facendo inchiesta o almeno dando, seppure in ritardo, la notizia.» E invece niente.

    Su Inzoli e sulla sentenza dell’ex-Sant’Uffizio, silenzio addiritturatombale da parte degli enti e fondazioni che ha diretto per anni. Non abbiamo trovato nessun comunicato del Banco Alimentare, di cui «don Mercedes» è stato presidente dal 1997 al 2012, anno dell’istruttoria e della prima sentenza. Non un rigo, che fosse di chiarimento, di rammarico, di presa di distanze o di solidarietà umana… Zero. Ricordiamo che nel 2007, quando un’inchiesta per abusi su minori coinvolse don Pierino Gelmini, Inzoli e tutto il Banco Alimentare solidarizzarono con lui:

    «Milano, 3 ago. 2007 – (Adnkronos) – Dopo la notizia dell’avvio di un’indagine, condotta dalla magistratura di Terni, che vede coinvolto don Pierino Gelmini fondatore della “Comunità Incontro”, il presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus, monsignor Mauro Inzoli, manifesta la sua solidarietà e vicinanza al religioso. “A nome di tutta la Rete Banco Alimentare -dichiara Inzoli- ci sentiamo addolorati ma certi della vittoria del bene. Con immutata stima, vogliamo condividere questa prova fino alla fine, sicuri che nulla va perduto.”»

    Eppure, quando il suo stesso presidente è stato coinvolto in un’inchiesta per abusi su minori (ancorché condotta dalle autorità ecclesiastiche e non dallo Stato), il Banco Alimentare non si è dichiarato «addolorato», né «certo della vittoria del bene», né ha espresso «immutata stima». Davvero strano.
    Stesso silenzio da parte della Compagnia delle Opere tutta, come se questo Inzoli nessuno lo avesse mai sentito nominare. E neppure una riga sulle riviste di area CL, come Tempi, diretta da Luigi Amicone(sed magis amicus…?) Una riflessione col cuore in mano, una dolorosa autocritica, un dibattito su com’è stata vissuta la vicenda nel mondo ciellino… Nulla di tutto questo. Una casa dai vetri oscurati, come quelli delle limousine.

    Altro silenzio che solleva interrogativi è quello della magistratura: dopo che nel 2012 la stampa (cremasca e, allora, nazionale) diede la notizia della prima indagine interna e condanna da parte della Chiesa, non risulta che la Procura di Crema abbia indagato su quali abusi fossero stati compiuti, con quali complicità e su quali minori. Nelle ultime settimane, due esposti – uno del parlamentare di SELFranco Bordo e l’altro della rete L’Abuso – dovrebbero avere smosso qualcosa su quel fronte. Tardivamente, perché – come si dimostrava all’inizio – era dal 2007 che su Inzoli giravano certe storie. In città diverse voci hanno parlato di un clima omertoso intorno alla faccenda,lo stesso sindaco ha chiesto ulteriori indagini.

    Ora, fermatevi un momento a pensare, mentre vi ripetiamo questo dato di fatto: di tutto ciò che abbiamo appena raccontato, i più importanti media nazionali non hanno scritto as-so-lu-ta-men-te nien-te.

    Buona notte, e buona fortuna.

    Due storie diverse. Le suore di #Trento e monsignor #Inzoli #BancoAlimentare #CL #Meeting14

  • La storia a due facce di don Turturro: “Prego dopo la condanna”

    La storia a due facce di don Turturro: “Prego dopo la condanna”

    Abusi su minori: sentenza della Cassazione per l’ex sacerdote antimafia. Dovrà scontare tre anni. Gli avvocati: “Speriamo lo affidino ai servizi sociali”
    di Salvo Palazzolo – 8 giugno 2014

    Il telefonino di don Paolo Turturro non smette di squillare. I siti internet hanno diffuso da qualche ora la notizia della sua condanna definitiva per pedofilia, a tre anni, ma lui continua a ricevere attestati di solidarietà. Sacerdoti, volontari, professionisti più o meno noti della città bene. Il caso dell’ex parroco antimafia del Borgo Vecchio continua a dividere, anche ufficialmente: undici anni dopo la prima accusa della procura e le sentenze di condanna la Chiesa non l’ha neanche sospeso, ma solo allontanato.
    Adesso, lui vive al Borgo della pace di Baucina, che un tempo era il cuore delle attività con i bambini a rischio. E ci resterà fino a quando i giudici non decideranno la sua sorte: «Crediamo che ci siano tutti i presupposti per l’affidamento ai servizi sociali», dicono Vincenzo Gervasi e Ninni Reina, i legali del sacerdote originario di Bari che oggi ha 68 anni. Se non dovesse andare così, Turturro rischia il carcere o i domiciliari. Lui dice, sottovoce: «Continuerò comunque il mio impegno nel sociale, nella semplicità, nel silenzio e nella preghiera». Fa una pausa e riprende: «Il mio atteggiamento è stato sempre limpido». È la frase ribadita più volte in questi anni di udienze e processi, perché don Turturro si è sempre proclamato innocente e vittima di un complotto per il suo impegno nella chiesa di Santa Lucia.

    Ma tutti i giudici che si sono occupati di lui non hanno avuto dubbi, e hanno ritenuto «genuine e attendibili» le accuse dei due ragazzini del Borgo, oggi diventati giovani uomini. Il primo faceva il chierichetto, ha parlato di baci pesanti e insistenti del parroco, nella sacrestia e anche a Baucina: per questa accusa, Turturro ha avuto tre anni. Gli altre tre anni e sei mesi inflitti nel primo processo d’appello, per una violenza ancora più pesante, sono invece caduti per la prescrizione. Ma resta il racconto dell’altra vittima, che riporta alla fine degli anni Novanta, quando il sacerdote del Borgo Vecchio era il simbolo della Palermo che non si rassegnava alla violenza mafiosa.

    In quegli anni, don Turturro era già all’apice della notorietà. Innanzitutto per le sue denunce: la notte di Natale del 1993, aveva rivelato addirittura che uno degli assassini di Capaci gli aveva chiesto perdono, confessandosi. I magistrati lo interrogarono e lui si appellò al segreto.
    E i giornalisti di tutto il mondo cominciarono ad arrivare al Borgo per intervistarlo e per riprendere le sue manifestazioni. La più famosa era il giorno della celebrazione dei defunti: Turturro accendeva un grande falò davanti al carcere dell’Ucciardone e bruciava fucili e pistole giocattolo portati dai bambini del quartiere.
    Così, fra catene umane, fiaccolate e progetti di recupero per i minori lodati persino dall’allora presidente della Repubblica Cossiga, Turturro era finito al centro di tante minacce, gli fecero trovare persino due proiettili nel confessionale. E la prefettura gli assegnò subito una scorta. Due anni dopo, arrivarono i racconti dei bambini, che all’epoca avevano dieci anni, e partirono le indagini della sezione Minori della squadra mobile coordinate dal sostituto procuratore Alessia Sinatra.

    Così, la parabola di Paolo Turturro cominciò a scendere velocemente. Nonostante gli attestati di solidarietà e addirittura una fiaccolata al Borgo in sua difesa: quel giorno del settembre 2003, davanti alla chiesa di Santa Lucia, c’erano professionisti, politici ed esponenti della società civile per difendere il parroco antimafia. Erano gli stessi che fino a qualche anno prima affollavano la messa della domenica, alle 20: era diventata la messa antimafia di Palermo. Durante quella fiaccolata ripetevano: «Era un prete scomodo, hanno voluto fermarlo». Ma i processi che si sono susseguiti hanno spazzato via ogni ombra di tutti i possibili complotti. E sono rimasti i racconti dei due ragazzini di un tempo. Racconti amari di chi sperava di trovare in chiesa una via di riscatto e invece trovò l’inferno.

    http://www.antimafiaduemila.com/2014060849903/cronache-italia/la-storia-a-due-facce-di-don-turturro-prego-dopo-la-condanna.html

  • Bergoglio e la pedofilia: gli abusi sui bambini? Come un innocuo rituale

    Bergoglio e la pedofilia: gli abusi sui bambini? Come un innocuo rituale

    La violenza più efferata paragonata alle messe nere. Un crimine orrendo equivale a una rappresentazione pittoresca. E questo sarebbe il papa rivoluzionario?

    Hemant Mehta

    Alcuni giorni fa, è scoppiata una polemica alla Harvard University quando lo Harvard Extension Cultural Studies Club (con l’aiuto del Satanic Temple di New York) ha programmato la celebrazione di una “Messa Nera”, un rituale che stravolge la messa cattolica (ad esempio, dissacrando l’ostia della comunione).

    Pur sapendo che durante la cerimonia non sarebbe stata usata l’ostia consacrata, i cattolici hanno reagito furiosamente al fatto che il campus permettesse che la cerimonia avesse luogo (malgrado il contesto accademico). Una edizione straordinaria del Crimson ha titolato “Odio a Harvard” ed il Rettore Drew Faust ha partecipato ad una contro-messa cattolica in risposta (parlando a mezza bocca del diritto alla libertà di parola).

    A prescindere da cosa ne pensiate della messa nera, la verità è che non è stato leso alcun cattolico durante questo rituale. Ciò che è stato fatto era puramente simbolico. L’unico danno può essere stato quello alla sensibilità delle persone che si opponevano ad esso.

    Viene quindi spontaneo chiedersi cosa diavolo stesse pensando Papa Francesco quando ha paragonato una messa nera alle molestie sui bambini all’interno della Chiesa:

    Il Boston Globe ha aggiunto che Francesco ha usato un linguaggio forte nel denunciare l’abuso sessuale dei bambini da parte del clero, definendolo un “crimine molto grave” e dicendo che quando un prete abusa di un bambino, è come se avesse celebrato una messa nera come parte di un rituale satanico. «Dobbiamo agire con tolleranza zero», ha concluso il pontefice.

    L’abuso sessuale è un crimine molto grave. Le vittime sono segnate per tutta la vita. I preti sono stati troppo spesso tirati fuori dai guai o trasferiti in altre parrocchie. Le persone vengono ferite, fisicamente, mentalmente ed emotivamente.

    Una messa nera? Non fa male a nessuno. Al massimo, alcune persone sono sconvolte perché c’è chi non è d’accordo con loro e si fa beffe di un rituale che loro prendono molto sul serio. Ma anche se venisse dissacrata un’ostia consacrata, avrebbe lo stesso effetto della danza della pioggia. È simbolismo puro.

    Che il Papa possa paragonare l’abuso sessuale su minori ad un innocuo (per quanto controverso) rituale svilisce ogni bambino che è stato stuprato da un prete cattolico.

    A dire il vero, reg Epstein, cappellano umanista di Harvard che si era opposto alla messa nera, si è indignato per il paragone fatto dal Papa, scrivendo su Facebook: «Questa dichiarazione è raccapricciante e offensiva. Non si possono paragonare estese violazioni dei diritti umani ad un recente singolo episodio di fuorviante attivismo satirico. Non sono simili, ma molto, molto peggio. […] Spero che persone di qualsiasi appartenenza religiosa e non religiosa focalizzino l’attenzione su questa dichiarazione fuori luogo di #PapaFrancesco. Contattatelo su twitter. Si spera che funzioni. Dovrebbe chiedere scusa e poi trovare una maniera molto diversa quando parla di abuso se vuole realmente farsene carico».

    Dubito che contattarlo su twitter cambierà il modo di pensare del Papa, ma certamente il suo staff e i giornalisti che lo vedono con regolarità gli potranno chiedere di chiarire e rettificare le sue parole.

    Per un Papa conosciuto in tutto il mondo per la sua gentilezza, questa è stata una cosa estremamente stonata da dire


    Hemant Mehta, Patheos
    Traduzione di Flavia Vendittelli 

  • Il Papa a giugno celebrerà una messa con otto vittime degli abusi. Ma non chiama nessuna di quelle che gli hanno inviato l’appello.

    Il Papa a giugno celebrerà una messa con otto vittime degli abusi. Ma non chiama nessuna di quelle che gli hanno inviato l’appello.

    Sono persone provenienti da vari Paesi tra cui Germania, Inghilterra, Irlanda. L’annuncio dello stesso Pontefice sul volo di ritorno dalla Terra Santa, che ha chiarito anche che l’incontro tra Peres e Abu Mazen “sarà di preghiera”

    La prossima settimana, il 6 o il 7 giugno, papa Francesco celebrerà a Santa Marta una messa con un gruppo di otto vittime della pedofilia provenienti da vari Paesi tra cui Germania, Inghilterra, Irlanda. Saranno accompagnate dal cardinale O’Malley. Lo ha annunciato lo stesso Pontifice sul volo di ritorno dalla Terra Santa.

    Pedofilia come le messe nere, tolleranza zero” – “La pedofilia è un problema grave. Un sacerdote che fa questo tradisce il corpo del Signore, come nelle messe nere”, ha spiegato annunciando che sugli abusi “non ci saranno privilegi”. “Oggi ci sono tre vescovi sotto indagine e si sta studiando la pena: si deve andare avanti, tolleranza zero”.

    “Incontro Peres-Abu Mazen sarà di preghiera” – “L’incontro in Vaticano sarà un incontro di preghiera, non servirà per fare una mediazione. Ci riuniremo a pregare. Poi ognuno tornerà a casa”, ha spiegato papa Francesco in merito all’incontro di pace con il presidente israeliano Shimon Peres e quello palestinese Abu Mazen, da lui invitati in Vaticano. “Ci sara’ un rabbino, un islamico, ci sarò io. Ho chiesto al custode di Terra Santa – ha aggiunto – di organizzare le cose pratiche”.

    “Ratzinger ha aperto porta per papi emeriti” – “Un vescovo di Roma che sente le forze venire meno deve farsi le stesse domande di Benedetto XVI”, ha poi ricordato. Per il pontefice, Ratzinger “non è un caso unico: ha aperto la porta dei Papi emeriti, che prima non c’erano”. Alla domanda dei giornalisti se lui stesso, nel caso dovesse sentire venir meno le forze, farebbe la stessa scelta di Benedetto XVI, Bergoglio ha risposto: “Farò quello che il Signore mi dirà di fare: quindi pregare e cercare la volontà di Dio”. 

    “Celibato preti dono a Chiesa, lo apprezzo” – “Il celibato sacerdotale non è un dogma di fede, ma una regola di vita che io apprezzo tanto: un dono per la Chiesa. Per una discussione ci sono le porte aperte – ha aggiunto – ma in questo momento sono altri i temi sul tappeto”.

    “Beatificazione Pio XII ferma, non c’è miracolo” – La causa di beatificazione di Pio XII “è aperta, io mi sono informato, ma ancora non c’è nessun miracolo. Se non ci sono miracoli non possiamo andare avanti. Dobbiamo guardare alla causa nella sua realtà – ha aggiunto – ed è questa: non ci sono miracoli, quindi non può andare avanti”.

    http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lazio/2014/notizia/il-papa-a-giugno-celebrera-una-messa-con-otto-vittime-degli-abusi_2047378.shtml

  • DON PIERINO, DROGA E ALTRE STORIE

    DON PIERINO, DROGA E ALTRE STORIE

    Un piccolo dossier con l’introduzione allo spettacolo teatrale (monologo con chitarra) «La comunità perversa, don Pappòn e i suoi figli dell’amore» di e con Angelo Maddalena, con una nota su don Gelmini e i molti buoni affari dei falsi “preti di strada” e con le altre proposte “vagabonde” – libri auroprodotti e spettacoli di strada – dell’infaticabile Angelo.
    «E ti rialzerà, ti solleverà su ali d’aquila,

    ti reggerà sulla brezza dell’alba, ti farà brillar come il sole, così come le ali vivrai». Eravamo in tanti a cantare questa canzone: avevo diciassette anni, eravamo in un teatro tenda e c’era il Raduno Festa Giovani a Piazza Armerina, la sede della diocesi… Accanto a me c’era una ragazza, gli occhi neri e grandi, la pelle liscia e bella, come la Nutella ma di colore chiaro, come la Nutella bianca. Io volevo dirle qualcosa, parlare con lei, ma Gesù non voleva, cioè mi avevano insegnato che Gesù non vuole, perché se ci parli poi ti viene da fare altre cose, ma come? così in automatico? sì così, è una cosa collegata, automatica, come un interruttore, se lo accendi accendi tutto, tutta la luce della stanza, non solo in un punto, che metafora di minchia, comunque in quel periodo credevo che Gesù fosse l’amico dei deboli, dei timidi e dei rincoglioniti e che potesse dare senso a tutte le rinunce, aveva rinunciato alla vita e preferito la morte di croce, in confronto, evitare di parlare con una ragazza di Gela o di Piazza Armerina o di Butera (queste alcune città della diocesi) che era? niente, anzi, avrei potuto anche fare di più, flagellarmi, o no? comunque, quasi era una flagellazione, perché a diciassette anni non riuscire a parlare con una ragazza seduta accanto a te per tre ore… minchia se è una flagellazione, devi darti martellate sugli ormoni a ritmi impensabili! Al centro della scena, nel palco del Teatro Tenda, fortunatamente c’era un uomo che mi aiutava a dimenticare ogni tanto la flagellazione: un uomo vestito di nero, con un microfono in mano, al centro di tutto, del mondo, del teatro, e parlava, i capelli bianchi tirati indietro, e gridava ma lievemente, la sua voce tonante e forse un po’ rauca diceva così: «Mario è andato via dalla Comunità, ma dalla Comunità non si va via, perché dentro la comunità si vive, fuori dalla comunità si muore». Che cazzo voleva dire? non lo capivo ma mi piaceva la sua voce e i suoi capelli alla Rodolfo Valentino però bianchi! «Mario è andato via dalla Comunità e gli ho dato un carillon prima che andasse via, e gli ho detto: “Mario, se lascerai questo carillon a casa di tuo madre e andrai via da casa di tua madre, vuol dire che non tornerai più”». Ma che minchia c’entra il carillon, sua madre e il fatto che lui non sarebbe tornato più? Non lo capivo, ma la sua voce e il suo capello alla Valentino ci stregavano e quando finì di parlare eravamo commossi. La ragazza era andata via nel frattempo e la flagellazione… continua!
    Al ritorno con gli altri compagni di parrocchia, sull’autobus, sapevamo che c’erano comunità dove stavano ragazzi drogati e quell’uomo lì, don Gelmini o don Pappon, li curava, li guariva e li salvava dalla droga.
    Passarono un po’ di anni, e io sto sempre in comunità: non uscivo mai perché fuori dalla comunità si muore e dentro si vive, o viceversa, ma no no, fuori si muore e dentro si vive, è giusto così. E non ci confondiamo perché se no poi comincio a entrare e a uscire e… mi metto a spendere soldi! meglio stare in comunità che lì si mangia bene e non si spendono soldi per minchiate tipo andare al pub e bere gin e coca o coca e gin, ma meglio gin e coca perché con gin e coca esci, coca e gin entri e poi entra Gino ed esce coca.
    Un mio amico mi ha portato un giorno un foglio che aveva stampato da internet e io, che dentro la comunità non guardo internet e non guardo giornali, gli ho detto «che mi porti queste cose qui pericolose».
    «Come pericolose?» mi ha detto lui: «sono notizie, i giornali ne stanno parlando in questi giorni».
    «Ecco vedi che sei pericoloso! tu mi preoccupi» gli ho detto: «perché leggi troppi giornali».
    «Ma come?» disse lui e pensava “sei tu che mi preoccupi quando dici ‘ste cose” ma lo tenne per sé e invece mi disse: «Sai che a don Gelmini lo stanno accusando, lo stanno processando, di fare cose che non si possono dire con i ragazzi drogati che stanno nelle sue comunità».
    «Ma sì, lo accusano sempre perché lui è troppo bravo e lo vogliono fare diventare meno bravo perché quando uno è troppo bravo ci sono tanti poco bravi invidiosi che lo vogliono debravizzare» gli ho detto
    Allora lui mi ha detto che non solo i giornalisti ma anche tanta gente su internet scriveva lettere su don Gelmini Pappò, per esempio un barbone scriveva una lettera che lui mi voleva leggere.
    «Sono un barbone, che la notte vado nei pachistani per connettermi a internet, di solito vado nei siti a luci rosse che ormai non mi fanno più manco effetto, me fanno addormentà, ma ieri notte me so svegliato di brutto a vedere su google news la notizia che l’hanno preso col sorcio in bocca a don Gelmini. Conosco da ‘na vita quel vecchio marpione di don Pierino, da quando negli anni ’60 veniva nel parco di Roma dove io andavo, a piazza de Spagna e piazza Navona, e arrivava col suo macchinone nero targato Vaticano. Faceva salire sulla macchina qualche ragazzo di quelli belli, coll’occhi azzurri, i cherubini, me capite, quelli più bisognosi de cure. Poi alcuni raccontavano che gli faceva le seghe e diceva che anche Gesù le faceva agli apostoli per fare l’unione spirituale. e qualcuno raccontava ridendo che proponeva di fare la comunione col cazzo al posto dell’ostia».
    Allora io gli dico al mio amico: «Ma come ti permetti? e come si permette sto barbone di dire cose così orrende e tu che ci credi e le le leggi. Don Pierino è un Santo, salva le vite di tanti giovani e anche di alcuni amici miei e anche la mia».
    «Ma tu non sei drogato» mi dice il mio amico.
    «Va bè ma che c’entra, lo potrei diventare, e per prevenire… sto in comunità».
    Senti però che dice il barbone dopo, mi dice il mio amico: «Poi non se fece più vedere don Pierino, erano gli anni fine ’60 inizio ’70. In quegli anni uscirono notizie che il don era stato arrestato, nel ’69 tipo, per alcuni affari legati a una cooperativa di costruzioni e traffici illeciti di latte e formaggio tra Parma e l’Argentina e altre cose che non so, però so e si seppe in quel periodo ‘na cosa terribile. Io sono de Frascati, don Pierino abitava all’Infernetto, vicino Frascati, lo trovarono nella sua villetta con la Jaguar e le cameriere e i cani dobermann quando lo arrestarono, però c’è n’artra cosa terribile: un suo collega, un prete come lui, magari suo amico, si prese il cianuro e si suicidò in quel periodo per non parlare, e con tutto ciò sul “Messaggero” non si fece il nome del don Pierino, andate a cercare negli archivi, ci vuole un cane d tartufi per scovà ‘sta notizia, e mo ve saluto, me ne vado. E comunque ai barboni don Gelmini manco li guarda, guarda quelli come il Berlusca, pieni di soldi, che gli venga un colpo».

    Ho chiesto ad Angelo Maddalena di presentarmi il testo e lui ha risposto così.
    «“La comunità perversa” è una metafora? Una parodia? Un pezzo di verità? Nel 1989, la prima volta che vidi don Pierino Gelmini-Pappòn, ero rimasto preso dalle sue parole, io giovane cattolico fra tanti altri affascinati o forse anche “affatturati”, come direbbero mia nonna o mia madre. Nel 2004 è uscito il romanzo di Marco Salvia, “Mara come me, omicidio in comunità” (Stampa Alternativa). Nel 2005, a gennaio, Marco Salvia dichiara che il suo romanzo è un libro-verità e il prete che lì si chiama don Luigi è in realtà don Pierino Gelmini… Dall’agosto 2007, “Mara come me” fa parte del materiale probatorio nell’inchiesta su don Gelmini che comprende 5 faldoni depositati alla Procura di Terni. Dunque il mio testo si collega a storie vere, indagando limiti e oscurità delle comunità terapeutiche per tossicodipendenti… per andare oltre. L’ho presentato nel 2014 a Pistoia, Firenze, Genova e (pochi giorni fa) a Bologna. Per approfondimenti consiglio anche «Gabbie metropolitane» di Emilio Quadrelli (Deriveapprodi editrice). Il mio racconto vuole aprire una serie di narrazioni e riflessioni per far luce sulle Comunità Incontro di don Gelmini, punta di iceberg di un mondo sconosciuto e volutamente non raccontato se non in chiave apologetica. Storia di potenti: don Gelmini e i suoi compagni di merenda Berlusconi, Casini, Giovanardi, Amedeo Minghi e il generale Speciale fra gli altri. L’impero di don Gelmini ha origini lontane, anche perché non è solo un’avventura sua ma di tanti altri preti sedicenti di strada e affaristi del “volontariato” e della sedicente cooperazione sociale: vedi l’ultimo romanzo di Luca Rastello, «I buoni» (Chiarelettere). In libreria da pochi mesi c’è anche «La Collina» (Fandango) di Andrea De Logu che parla di San Patrignano. Inquieta e sconvolge che sulle comunità terapeutiche per tossicodipendenti, a parte i già citati e recenti, non si hanno analisi critiche dagli anni ’80, cioè dai due libri di Riccardo D’Este, «Quel ramo del lago di NArco» e «Intorno al Drago» (entrambi editi da 415), oppure si deve andare ancora più indietro per trovare «Gli ostelli dello sciamano» edizioni Senzagabbie. Il mio progetto è scavare in questi meandri per fare analisi del presente, delle politiche, degli sconvolgimenti antropologici. Per farlo chiedo sostegno e contributi a chi vorrà, aiutarmi da diversi punti di vista (medico, giornalistico, letterario, politico). Gli spunti di partenza li ho chiari e ne parlerò con piacere con chi vorrà collaborare. Mi trovate qui oppure qui 388 1973465».

    LE PROPOSTE DI ANGELO MADDALENA: SPETTACOLI E LIBRI
    ciao, mi piacerebbe venirvi a trovare se c’è un festival di autoproduzione o un festival di arte di strada o di teatro vivo con spazi aperti e indipendenti nei vostri paraggi: considerate che da giugno oltre ai miei spettacoli ho un banchetto di libri autoprodotti che spesso rimandano ai miei spettacoli, i titoli li butto lì così.
    «San Giuseppe e San Piopio».
    «Alla Maddalena, la favola del 3 luglio in Val di Susa»
    «Prove di emigrazione»
    «Aspirante artista»
    «Stasera ho comprato un libro»
    «In cammino coi ladatori»
    «Autostop»
    «Lu jurnu di tutti li santi»
    Sarò in Toscana e Alto Lazio a giugno e poi si vedrà.

    Questa volta l’ho fatta grossa! Ho fatto uscire (autoproduzioni uscite fresche dalle stampatrici di Compostampa in Palermo) quattro libri in una volta anzi cinque: certo due “grandi” e tre piccoli, ma sempre 5 sono. Dato che eravamo in clima pasquale ho voluto fare questo passaggio con uno stile da agnello immolato, perché stampare i libri piccoli mi costa quasi come stampare quelli grandi con lo scoglio di non poter chiedere più di 5 euro (in realtà poi li vendo a 3 euro a copia mediamente, guadagnandoci poco o niente ma … cosa non si fa per la cultura). In breve ecco i nuovi titoli:
    «Aspirante artista, diarietti propedeutici»: 100 pagine in A5, copertina illustrata dall’autore ad acquerello con personaggio appeso a una corda di chitarra ma la chitarra è disegnata nel retrocopertina e quindi sembra che il tipo appeso stia saltando di gioia, con nello sfondo (effetto bidimensionale!) colline o terra che balla con un casolare e alberelli modello campagna senese stilizzati. Raccoglie i racconti di artista di strada o di vagabondo che cerca la sua strada: sono sette racconti, di cui quattro erano stati pubblicati in formato primitivista alcuni anni fa e, due anzi tre («Altrocioccolato? No, grazie», «Se questa (non) è un Emergency», e «Aveva un groppo alla gola o forse più di uno») inediti.
    «Stasera ho comprato un libro» (diario in forma di lettera di Andrea Speranza):
    diario di un uomo che sta cercando la sua strada e deve curarsi il trauma del suicidio di un’amica. Lo fa scrivendo, raccontando e viaggiando. Ne esce fuori un diario vivo e vero, ironico, ad ampio raggio e respiro, un po’ zibaldone, che inizia con l’incontro misterioso con uno scrittore e filosofo rumeno-francese: “l’idea del suicidio mi ha tenuto in vita”.
    «Auto-stop»: dissertazioni e vagabondaggi lungo strade asfaltate e non. E’ un racconto breve in formato A6, già pubblicato, ma stavolta con copertina illustrata ad acquerello. Un po’ diario e un po’ saggio che cita Colin Ward e Ivan Illich per smontare il mito dell’auto privata in un’epoca che si avvia sempre di più “dopo l’automobile”. Aneddotico e a tratti ironico, racconta incontri e spunti di realtà e documenti storici e di spessore. Prezzo: 5 euro spese comprese.

    «In cammino coi ladatori». Da una riflessione sulla mancanza di curiosità dei miei compaesani nei confronti dei ladatori che facevano le prove errando per le strade di Pietraperzia, nasce questo istant book, scritto a inizio aprile e stampato pochi giorni dopo. Una via crucis inedita e curiosa attraverso il cammino, la passeggiata, e l’incontro con questioni scottanti che a Pietraperzia vengono fuori per la possibilità di accogliere un gruppo di richiedenti asilo. Diventa un documento che fotografa ansie e paure, trovando luce nella testimonianza di Rosa, una mia compaesana che ha vissuto l’emigrazione in Francia e si racconta apertamente. Dal dolore e dal pianto nasce la vita, per scoprire che siamo tutti… poveri e pazzi! Formato A6, 44 pagine.

    «Lu jurnu di tutti li santi», testo integrale del monologo teatrale. Sono storie di lotte popolari siciliane ma anche di Marco Camenischa attualmente detenuto nel carcere di Lenzburg in Svizzera.
    La mia richiesta è di sostenermi in questo progetto di auto-produzione iniziato a settembre del 2013 e che continua lungo le date dei miei spettacoli e attraverso i contatti e gli amici che vogliono sostenermi, in un’epoca in cui l’editoria ufficiale è sempre più in perdita e l’auto-produzione diventa sempre una necessità. Chiedo un’offerta di 30 euro per quattro titoli e di 35 euro per 5.

    Don Pierino, droga e altre storie

  • Il Vaticano a maggio davanti al comitato Onu anti-tortura

    Il Vaticano a maggio davanti al comitato Onu anti-tortura

    Lombardi: procedura ordinaria a cui aderiscono gli Stati parte. Le accuse dello Snap sulla pedofilia

    Il prossimo maggio la Santa Sede presenterà il suo rapporto iniziale sulla Convenzione contro la Tortura (Cat) al relativo comitato delle nazioni Unite. Lo ha confermato ai giornalisti il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi. Rispondendo alle loro domande, padre Lombardi ha specificato che la presentazione del rapporto avverrà il prossimo mese, insieme con Cipro, Lituania, Guinea, Montenegro, Sierra Leone, Tailandia, Uruguay.

    “Si tratta – ha precisato il direttore della Sala Stampa Vaticana – della procedura ordinaria alla quale aderiscono tutti gli ‘Stati parte’ della Convenzione. Tenendo conto del tipo di obblighi previsti dalla Convenzione, la Santa Sede ha aderito, nel 2002, a detta Convenzione esclusivamente a nome e per conto dello Stato della Città del Vaticano. In ragione di ciò – ha concluso padre Lombardi – la Santa Sede continua ad attuare gli obblighi assunti per conto dello Stato della Città del Vaticano e a presentare i rapporti periodici, secondo le procedure previste dalla Convenzione”.

    Nei giorni scorsi il Center for Constitutional Rights (Ccr), che rappresenta il Survivors Network of those Abused by Priests (Snap) ha riferito in una nota di aver consegnato al comitato un rapporto “che documenta la gravità del male sofferto a lungo dai sopravvissuti delle violenze sessuali del clero cattolico”. La nota sottolineava che l’udienza di maggio, che dovrebbe svolgersi il 5 e il 6 del mese, “sarà la seconda volta in quattro mesi che alti funzionari cattolici vengono chiamati davanti all’Onu per rispondere della questione del rispetto dei diritti umani da parte del Vaticano in merito alla perdurante crisi mondiale delle violenze sessuali e degli insabbiamenti nella Chiesa cattolica”.

    Il documento sottomesso dal Vaticano a dicembre del 2012 sulla Convenzione contro la Tortura e pubblicato sul sito internet del comitato si concentra sullo specifico del tema della tortura, esponendo il diritto e le procedure dello Stato vaticano in materia e riportando le affermazioni contro la tortura e “altre pene e trattamenti crudeli, inumani o degradanti nell’insegnamento e nell’attività della Santa Sede”.

  • Ravenna, don Giovanni in manette per pedofilia Controlli anche a Bergamo

    Ravenna, don Giovanni in manette per pedofilia Controlli anche a Bergamo

    Le verifiche hanno interessato anche le province di Bergamo e di Treviso. Ad allargare le possibilità di contatto del religioso con ragazzini, oltre alla posizione geografica offerta da Casalborsetti – sul litorale e quindi meta turistica – c’è anche la passione per il cinema che lo aveva portato in varie città

      L’inchiesta che ha portato in manette per pedofilia un parroco della provincia di Ravenna è arrivata fino a Bergamo. Don Giovanni Desio era stato arrestato lo scorso 5 aprile per atti sessuali con minori Casalborsetti, sul litorale ravennate.

    Soprannominato ‘zio John’, 52 anni, originario di Milano e da 13 anni parroco della piccola località rivierasca, don Desio è finito al centro di un’inchiesta anti-pedofilia.

    Nella tarda mattinata di mercoledì nel locale dove abitava il don, sigillato dal giorno dell’arresto, sono giunti gli agenti della squadra Mobile e della Scientifica, il vicequestore aggiunto Nicola Gallo e il Pm Isabella Cavallari, titolare del fascicolo. Gli inquirenti sono in cerca di altro materiale utile alle indagini, oltre a quello sin qui sequestrato come computer, cellulari, fotografie e giocattoli. In particolare saranno acquisiti i numerosissimi filmati che don Desio, appassionato cinefilo, ha collezionato negli anni.

    Nei giorni scorsi la polizia, oltre a diversi ragazzini, ha ascoltato numerosi genitori che si sono fatti avanti dopo avere appreso della notizia dell’arresto del sacerdote. Oltre a quella di Ravenna, le verifiche hanno toccato le province di Bergamo e di Treviso. Ad allargare le possibilità di contatto del religioso con ragazzini, oltre alla posizione geografica offerta da Casalborsetti – sul litorale e quindi meta turistica – c’è anche la passione per il cinema che aveva portato don Desio in varie città sedi di festival, tanto che nel novembre 2011 aveva rappresentato l’Italia nella giuria del festival di Mar del Plata, in Argentina.

    Don Desio, tuttora nel carcere di Forlì in ragione dell’ordinanza emessa dal Gip Rossella Materia, è accusato di adescamento, atti sessuali con alcuni giovani tra 14 e 15 anni e di sostituzione di persona, per avere preso su un social network l’identità di un ragazzino al fine di scriversi un post di autosostegno e di attaccare i giornalisti dopo l’incidente che nel febbraio scorso lo aveva visto finire nel canale di Casalborsetti con un suv Bmw nuovo da 35 mila euro e un tasso alcolemico di quasi quattro volte superiore al limite.

    http://www.bergamonews.it/cronaca/ravenna-don-giovanni-manette-pedofilia-controlli-anche-bergamo-188594

  • Como, il vescovo si scusa per il prete pedofilo: “Perdono per il male che ha fatto alle vittime”

    Como, il vescovo si scusa per il prete pedofilo: “Perdono per il male che ha fatto alle vittime”

    Chiede perdono alle vittime, alle famiglie e alla parrocchia di San Giuliano. Il vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, dopo un lungo periodo di silenzio, torna a parlare della vicenda di Marco Mangiacasale, l’ex sacerdote ed ex capo economo della Diocesi lariana condannato in primo e secondo grado a tre anni e mezzo per violenza sessuale su cinque ragazzine. Un caso che ha spaccato profondamente la comunità cattolica comasca. E’ stato papa Francesco a decidere direttamente del destino di Mangiacasale, scegliendo la “dimissione dallo stato clericale” per “il bene della Chiesa”.

    Una decisione quasi unica. Il caso poteva essere risolto con una decisione della Congregazione della dottrina della fede o con un decreto del presule comasco. Invece il Papa ha voluto di agire direttamente e, gesto ancor più clamoroso, lo ha fatto subito dopo la conclusione del secondo grado di giudizio. Mangiacasale, reo confesso, attende ancora che sia fissata la data dell’udienza in Cassazione. Le violenze sono avvenute ai danni di minorenni che frequentavano la parrocchia di San Giuliano a Como. La vicenda è esplosa con l’arresto il 7 marzo del 2012. Poco dopo monsignor Coletti aveva fatto sapere che il processo canonico era stato incardinato, quindi il silenzio assoluto. Fino a quando Repubblica ha dato notizia della decisione di Papa Francesco. Mangiacasale è stato spretato l’11 dicembre del 2013.

    In queste settimane la Diocesi lariana è finita sotto un diluvio di polemiche. Il vescovo è stato accusato di non aver reso pubblica la decisione del Pontefice nonostante l’espressa richiesta delle famiglie delle vittime. Va detto che Coletti aveva assolto ogni obbligo, meramente formale, comunicando al sacerdote la dimissione dallo stato clericale e allertando i genitori delle ragazze. Non sono mancati colpi durissimi all’interno della Chiesa comasca. In primis monsignor Angelo Riva, vicario episcopale e direttore del settimanale della Diocesi, lo stesso che aveva accusato di coprofagia i giornalisti che si erano occupati del caso. “Don Marco non è un pedofilo – ha scritto in un editoriale online – non è malato, non è socialmente pericoloso. È un peccatore che ha commesso crimini per i quali è stato giudicato”.

    Poi il successore di Mangiacasale a San Giuliano, don Roberto Pandolfi, che dopo due anni di silenzio ha criticato duramente i vertici della Diocesi. “Ho letto e riletto il commento di monsignor Angelo Riva – ha scritto sul sito della parrocchia – Ho letto la solenne affermazione che ‘la Chiesa di Como sa di volergli bene e di dovergli porgere il balsamo della misericordia’. Ma mi sarebbe piaciuto leggere anche che la Chiesa di Como sa di voler bene alle ragazze abusate da Mangiacasale”.

    In queste ore il messaggio quaresimale del vescovo Coletti. “Rinnoviamo alle giovani vittime e alle loro famiglie la domanda umile e accorata di perdono per tutto il male che hanno dovuto subire”, ha scritto. “Grava sul mio animo la tristezza di non essere riuscito a far pervenire con chiarezza a queste famiglie la mia sollecitudine: intenzione che pure era nel mio cuore e per la quale ho lungamente

    riflettuto e pregato”. “Il mio pensiero va anche a Marco Mangiacasale – conclude Coletti – Nulla può attutire la gravità delle sue azioni. Egli, però, rimane per tutti un fratello nella fede, da sostenere e accompagnare nel suo desiderio di redenzione”.

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2014/02/27/news/como_il_vescovo_si_scusa_per_il_prete_pedofilo_chiediamo_perdono_per_il_male_che_ha_fatto-79813119/

  • Parapiglia davanti alla chiesa, parrocchiana si scaglia contro Giada: “Dici solo menzogne”

    Parapiglia davanti alla chiesa, parrocchiana si scaglia contro Giada: “Dici solo menzogne”

    La presunta vittima di abusi sessuali da parte dell’ex parroco don Marino Genova è stata aggredita verbalmente da una donna, nella serata di giovedì 27 febbraio, il giorno dopo il servizio televisivo de “Le iene”. Giada era in compagnia del presidente della rete “L’abuso” e di un altro collaboratore, quando la donna ha cominciato a inveire contro entrambi. Sono stati allertati i Carabinieri che hanno raccolto le deposizioni. La parrocchiana è stata querelata.

    di Alessandro Corroppoli

    Portocannone. Giada Vitale, la presunta vittima di abusi sessuali da parte dell’ex parroco don Marino Genova, è stata aggredita verbalmente da una parrocchiana in pieno centro tanto da costringere la stessa a chiedere aiuto alle forze dell’ordine.
    Il bruttissimo episodio si è verificato nella serata di giovedì 27 febbraio, intorno alle ore 19,30 proprio davanti alla chiesa Santi Pietro e Paolo, il giorno successivo al servizio televisivo delle Iene. All’aggressione verbale hanno assistito anche il presidente della Rete L’Abuso ed un suo collaboratore, che da alcuni giorni soggiornano nella cittadina per sbrigare alcune pratiche burocratiche. Il tutto è avvenuto nel tardo pomeriggio di giovedì mentre i tre si stavano recando da un teste per acquisire informazioni sommarie.La parrocchiana, M. D. le iniziali, e altre due persone discutevano davanti alla chiesa, ma al passaggio della ragazza, rivolgendosi a Francesco Zanardi ha cominciato in modo aggressivo ad inveire dicendo: «Mi sembrava di conoscere quella faccia. Sei venuto ad offendere il nostro dolore». Zanardi replicava dicendo che era venuto a sostenere la vittima, Giada e il suo dolore. A questo punto la donna ha iniziato a rivolgere le sue ire contro la Vitale accusandola di mentire, pretendendo che la ragazza si confrontasse con lei, accusandola di parlare solo con i giornalisti.Nel frattempo dalla chiesa uscivano il Vescovo, Gianfranco De Luca, e il parroco, Don Michele Valentini, che avevano da poco terminato la celebrazione della Santa Messa seguita a un incontro con la cittadinanza nel tentativo, evidentemente abortito, di placare gli animi dei parrocchiani.Alla loro vista la donna ha rincarato la dose contro la ragazza accusandola di non essere mai andata in chiesa.

     Le urla della donna hanno attirato l’attenzione di tutti i presenti nella piazza. A questo punto Zanardi e il suo collaboratore, per scongiurare una possibile rissa, in quanto la donna non solo non smetteva di gridare, ma seguiva la Vitale, sono intervenuti allontanando immediatamente la ragazza. Immediato l’intervento dei Carabinieri, che hanno raccolto le deposizioni. Nel pomeriggio di ieri la parrocchiana è stata formalmente querelata.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=16081