Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • CERCEMAGGIORE – Il sacerdote è stato condannato nel 2004

    CERCEMAGGIORE – Il sacerdote è stato condannato nel 2004

    Prete pedofilo Continua a dire messa

    CERCEMAGGIORE – Il sacerdote è stato condannato nel 2004

    Condannato per episodi di pedofilia ma nel pieno delle sue funzioni. Sacerdotali.
    Da ieri mattina la sentenza di condanna emessa, a seguito del patteggiamento della pena, dal gup Armando Mammone, è all’Ufficio Protocollo del Comune di Cercemaggiore, dove il parroco effettivamente vive e guida la comunità religiosa del paese.

    Lui, don Felix Cini, ha 50 anni. Nato a Malta il 9 luglio del 1960, è arrivato in Italia dove attraverso il consueto percorso di studi e di fede è diventato sacerdote.
    Nel 2003 la vicenda che lo ha visto coinvolto e che ha lacerato la comunità di un piccolo centro alle porte di Grosseto, Sasso d’Ombrone del Comune di Cinigiano.

    Lo hanno arrestato, il 16 aprile 2003, nella sede della comunità dove risiedeva. Da quel giorno agli arresti domiciliari, a seguito di una ordinanza di custodia cautelare in carcere che si fondava su accuse gravissime, impensabili per un uomo di Chiesa.
    «Approfittando della sua qualità di sacerdote, parroco e catechista presso la parrocchia “Madonna di Lourdes” sita nella frazione di Arcille di Compagnatico in più occasioni compiva atti sessuali su bambini minori infraquattordicenni a lui affidati, in particolare li toccava nelle parti genitali e sui glutei». Non solo, «si procurava e disponeva di materiale pornografico prodotto mediante lo sfruttamento sessuale di minori di anni 18».

    La stessa lacerazione vissuta dalla comunità dove quegli episodi sono accaduti, e per i quali il sacerdote ha dovuto scontare 2 anni e 6 mesi di reclusione grazie al patteggiamento chiesto dai legali Bruno Leporatti e Paolo Bastianini di Grosseto, adesso sconvolgerà la vita delle anime che vivono a Cercemaggiore, che hanno creduto di far crescere i propri figli in un’oasi di serenità e tranquillità, al riparo dalle insidie del mondo. Don Felix Cini avrebbe trascorso gli anni della condanna a Malta, avrebbe anche sostenuto un difficile percorso di riabi litazione e poi, tornato in Italia, avrebbe passato molto tempo nel convento di Sant’Elia a Pianisi. L’incarico di supportare l’anziano parroco di Cercemaggiore lo ha restituito alla vita religiosa in maniera non compiuta fino a quando il parroco reggente la parrocchia si è ammalato e lui si è ritrovato a dover fare tutto. Celebrare messa, tenere lezioni di catechismo agli adolescenti che dovranno ricevere il sacramento della Cresima.

    Un uomo alto, ben piazzato e dai lineamenti mediterranei, don Felix, un anno e mezzo fa è stato accolto a Cercemaggiore con l’affetto che ogni comunità, soprattutto piccola, riserva al parroco. Che diventa il confessore, l’aiuto nel momento del bisogno, l’ancora di salvezza e la sicurezza di aver affidato gli affetti più esclusivi i figli alle mani giuste.
    Ma don Felix non sembrava amare molto i bambini, gli adolescenti. Se ne teneva alla larga, con atteggiamento quasi scostante. E forse proprio questa stranezza deve aver innescato le perplessità di chi, un giorno, navigando su internet ha scoperto una verità che non avrebbe mai voluto leggere.

    «Due anni e sei mesi per don Felice Cini, sacerdote accusato di aver molestato sessualmente alcuni bambini nella parrocchia di Arcille, in provincia di Grosseto. Il processo è durato due anni, alla fine l’imputato ha patteggiato davanti al gup Armando Mammone. Durante l’inchiesta sono stati ascoltati 17 bambini tra i 10 e i 14 anni», la notizia che compare immediatamente solo digitando il nome del sacerdote che vive ed è la guida spirituale di Cercemaggiore. In molti avrebbero chiesto delucidazioni al sindaco, all’arcivescovo. La parola d’ordine è perdonare, del resto il sacerdote ha già espiato la sua pena. Ma anche tentativi di nascondere la verità, con minacce di que rele per diffamazione. Ma è tutto vero, è scritto nero su bianco. E’ una sentenza di un Tribunale. Che porta il numero 212 del 2004, che è stata depositata il primo luglio del 2004. Nelle motivazioni della sentenza si legge che «non ci sono perizie che stabiliscono gli effetti sulle vittime ma che nella generalità hanno mostrato turbamento per le attenzioni subite che potrebbero essere causa di patologie psicologiche e psichiche di carattere permanente ovvero influire sullo sviluppo psichico e sessuale dei bimbi abusati».
    E ancora: si dispone «l’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela e alla curatela». La sentenza è diventata irrevocabile il 23 settembre del 2004. Per la Giustizia italiana. Non per la Chiesa.

    http://www.nuovomolise.net/e_view.asp?S=1&…G=4&M=3&E=12451

  • DON GELMINI PER I TIPINI FINI: “SE DIO È CON NOI NESSUNO PUÒ ESSERE CONTRO DI NOI”

    DON GELMINI PER I TIPINI FINI: “SE DIO È CON NOI NESSUNO PUÒ ESSERE CONTRO DI NOI”

    Reportage di Umberto Pizzi da Zagarolo alla festa dei giovani di Alleanza Nazionale

    1 – «QUALCUNO PENSAVA DI FARMI CADERE COME UNA PERA COTTA MA IO NON ABBANDONERÒ MAI»
    Marino Collacciani per “Il Tempo”

    Stringe con orgoglio un Premio. Tanti ne ha ricevuti nel corso di quarant’anni di lotta alla droga, al servizio del prossimo per affermare la «cultura della vita» contro la «cultura dello sballo». Ma quello ricevuto ieri a Roma, per don Pierino Gelmini è un riconoscimento dal sapore diverso, dopo quaranta giorni – uno per ogni anno della sua missione – di gogna mediatica in merito a presunti abusi sessuali. È riapparso solo ieri in un’occasione pubblica, ma il piglio è quello di sempre.

    Sentitelo: «Sicuramente c’è qualcuno che vuole fermarmi, che pensava di farmi cadere come una pera cotta, ma non è così. Io non abbandonerò la Comunità Incontro, costi quel che costi». È stato accolto come un trionfatore il «Don» alla festa nazionale di Azione Giovani, dove gli è stato consegnato il «Premio Atreju 2007». «Sono tranquillo, sereno e determinato – ha ribadito il prete anti-droga per eccellenza -. È Dio che mi fermerà, quando lui vorrà».

    In merito alle nuove rivelazioni a carico di alcuni suoi collaboratori, pubblicate da un noto quotidiano, il sacerdote le ha liquidate come «opinioni o accuse di mitomani che dopo questa gogna mediatica si sentono autorizzati a dire quello che vogliono. Tutti possono dire grandi stupidaggini. Non mi spiego le accuse – ha confessato – e mi affido solo al buon Dio e al mio lavoro». Foto, autografi, applausi, strette di mano: è stata un’accoglienza da star quella che i ragazzi di Azione Giovani, movimento giovanile di An, hanno riservato al religioso lombardo.

    Reduce da un’estate travagliata che lo ha visto accusato da diversi ex ospiti delle sue comunità, il sacerdote è stato accolto da Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, e dalla vice-presidente della Camera Giorgia Meloni, presidente di Azione Giovani. Al suo arrivo è Gasparri a sussurrare a Gelmini «siamo tutti con lei, tenga duro», per poi scortarlo amorevolmente verso il palco, quasi a rendere visibile il sostegno morale e politico incondizionato che Alleanza Nazionale riserva da sempre al battagliero sacerdote antidroga.

    «Voi giovani – ha scandito dal palco, tra gli applausi – non siete contenitori da riempire, ma fuochi da accendere. Sembra che oggi la droga sia necessaria come il pane, bisogna combatterla con coraggio e non impantanarsi nella palude del qualunquismo».

    Poi ampio spazio al suo carisma, tra una stoccata al centrosinistra («bisogna avere idee chiare, non si può allargare lo spettro delle droghe legali e poi fare le retate per la sicurezza») e impennate da oratore consumato, che infiammano la platea («io non mi rassegno, difendete i grandi valori, se Dio è con noi nessuno può essere contro di noi») don Gelmini ha ricevuto l’abbraccio del popolo dei giovani di destra, che gli hanno tributato una standing ovation di cinque minuti abbondanti.

    Dal palco, a esprimere «la rinnovata amicizia e solidarietà» al sacerdote, lo stesso Gasparri, secondo il quale «esiste la verità assoluta, che si decide solo lassù; quella processuale, della quale attendiamo gli esiti; e poi quella percepita, e per quanto ci riguarda quest’ultima ci parla di un uomo che combatte per la vita contro la droga, e merita sostegno oggi più di prima».

    2 – PRESSIONI DAL VATICANO SU DON GELMINI
    Francesco Grignetti per “La Stampa”

    In Vaticano speravano fortemente in un passo indietro di don Gelmini. Ma non è successo. All’esplodere dello scandalo, non soltanto pubblicamente il cardinale Marchisano dalle colonne della «Stampa», ma discretamente molte autorevoli voci della Curia romana avevano invitato don Pierino a lasciare la guida della Comunità Incontro. L’idea era che lui stesso nominasse un successore e così tenere l’associazione al riparo dalla bufera giudiziaria in arrivo. La risposta, però, è stata talmente veemente (don Gelmini disse al momento di rientrare ad Amelia, dopo la pausa estiva: «Erano pronti a prendersi le comunità… Ma pensavano di avere a che fare con un coniglio e invece hanno a che fare con un cane che morde») da far slittare l’operazione a tempi migliori.

    MASSIMA CAUTELA
    Il silenzio del Vaticano sull’intera questione non significa disinteresse. Tutt’altro. Il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato quattro settimane fa era stato esplicito: «Voglio vederci chiaro». E poi: «Queste cose devono essere valutate con la massima obiettività e con il rispetto di ogni persona, ma anche con l’apprezzamento di istituzioni che hanno fatto tanto bene a persone disagiate». Ed è appunto questa la linea ufficiale. Massima cautela, equidistanza tra accusato e accusatori, e tanta preoccupazione per i pericoli che corrono le opere di bene che don Pierino ha creato in questi quarant’anni. La Santa Sede si rende infatti conto che la Comunità Incontro è una creatura del sacerdote, ma che potrebbe non sopravvivergli. Eppure ci sono tante sedi, in Italia e nel mondo, con persone che vi lavorano, dove ragazzi tossicodipendenti e le loro famiglie sperano di trovare un futuro di normalità.

    Alla ricerca di una «soluzione», è stato scandagliato il rapporto gerarchico che lega don Pierino alla Chiesa. S’è così scoperto che non dipende dal vescovo di Terni, nonostante la casa madre della Comunità sia ad Amelia. Il vulcanico sacerdote non dipende neppure dal vescovo di Grosseto, dove don Pierino prese i voti e dove, negli Anni Cinquanta, ebbe la sua prima parrocchia. Lì, a norma del diritto canonico, fu «incardinato». Sempre lì, in Maremma, da Roma lo spedirono a meditare tra il 1973 e il 1974 dopo la brutta esperienza del carcere.

    SENZA SUPERIORI
    Sennonché nel corso degli Anni Ottanta, quando l’esperienza della Comunità Incontro era in piena esplosione, e don Pierino era divenuto «esarca mitrato» della Chiesa greco-melchita (che usa formule liturgiche di origine bizantina ma riconosce obbedienza al Papa), ebbene il sacerdote fu «escardinato» dalla diocesi di Grosseto. Come racconta il vescovo Franco Agostinelli: «Don Gelmini non dipende più da questa diocesi da molti anni, da quando era vescovo il mio predecessore Adelmo Tacconi». E’ grazie al titolo di «esarca» che don Gelmini può indossare la mitra, l’anello, la croce in petto e il pastorale quando celebra la messa. Come se fosse egli stesso un vescovo, anche se non lo è.

    La conclusione dell’istruttoria operata in Vaticano, insomma, è che di fatto non c’è in Italia un vescovo o un parroco che sovrintenda a don Pierino. Ed è così da molti anni. Tanto più che egli ha sempre tenuto a ribadire l’assetto di associazione laica della Comunità Incontro, una Onlus registrata alla Camera di commercio di Roma. E se l’ottantenne don Pierino, segretario generale di un’associazione, non vuole mollare, c’è poco da fare. Anche per Santa Romana Chiesa.

    Qualche anno fa, in verità, don Gelmini aveva presentato in pubblico i sacerdoti a cui affidava il futuro della Comunità: don Enzo Pichelli e don Ezio Miceli. Ma di quel progetto non s’è più parlato. Adesso invece ha un gran ruolo il nuovo portavoce Alessandro Meluzzi. «Dopo avere parlato con don Pierino – ha detto ieri – non posso non esprimere l’angoscia per dovere assistere letteralmente all’uccisione realizzata con pallottole di parole che però trapassano oltre che l’anima anche la carne. Non si può uccidere preliminarmente con il discredito e l’aggressione, senza ancora un solo fatto consistente dal punto di vista giuridico, un uomo che in 50 anni ha salvato migliaia di vite».Premio «Atreju» a Don Gelmini. Lo consegneranno i Giovani di Alleanza Nazionale durante la loro festa intitolata al personaggio della «Storia infinita» di Ende.

    E’ l’ottava edizione ma r la prima volta dell’assegnazione dei premi «Atreju» consistenti in una fiaccola scolpita nel legno dall’artista Codognotto, che andranno appunto al generale Roberto Speciale, ex comandante generale della Guardia di Finanza, a Don Pierino Gelmini e al vicesindaco di Trieste presidente dell’associazione intitolata a Almerigo Grilz, inviato di guerra ucciso in Mozambico nel 1987. Poco dopo lo scoppio dello scandalo il cardinale Francesco Marchisano, «ministro» del lavoro della Santa Sede aveva dichiarato in un’intervista che don Piero Gelmini avrebbe dovuto affidare la comunità a un fiduciario «sarebbe una scelta di buon senso». Gli rispose don Pierino senza mezzi termini: «Dimissioni? Mai le dia lui. La mia è un’associazione laica, se volevano colpirci hanno mancato il bersaglio».

    Dagospia 17 Settembre 2007

  • Con il fratello frate Eligio una vita sotto i riflettori – La famiglia Gelmini

    Con il fratello frate Eligio una vita sotto i riflettori – La famiglia Gelmini

    Pubblicazione: 04-08-2007, STAMPA, NAZIONALE, pag.5 – Autore: MARIOTTI ANTONELLA

    Stivaletti con il tacco alto e girocollo blu, auto di lusso, Jaguar e Mercedes con autista. Cosi’ viveva Frate Eligio, all’anagrafe DON Angelo GELMINI, fratello minore di DON Piero, anche se non tutti ricordano la parentela che lega due religiosi per alcuni troppo spesso sotto la luce dei riflettori, troppo amici dei vip e di politici potenti.

    Negli Anni Settanta frate Eligio inizio’ il suo personale modo di indossare il saio e di gestire il rapporto tra Vangelo e denaro, non c’era piu’ timore nel farsi vedere bere champagne, di frequentare locali notturni e avvicinare belle signore baciandole sulla guancia. Raccolse fondi cosi’, molti dai vip di allora per fondare Mondo X (comunita’ per tossicodipendenti), e Telefono Amico.

    Gli fu dato in comodato d’uso il castello di Cozzo di Lomellina, dove con la sua gestione si apri’ anche un ristorante raffinatissimo, e li’ si festeggiavano matrimoni con rinfreschi a prezzi tutt’altro che popolari. Molto amico del «Golden-boy» Gianni Rivera, Eligio era dal ’65 il «consigliere spirituale» del Milan. Una decina di anni dopo fini’ nei guai per un brutto pasticcio finanziario, lo arrestarono con l’accusa di truffa, i carabinieri fermarono anche DON Piero GELMINI, nella sua villa alla periferia di Roma. Su frate Eligio si sono scritti, in quegli anni, interi capitoli di gossip, un dossier su «Novella 2000» portava il titolo «I segreti del castello di Cozzo». Frate Eligio si faceva fotografare volentieri, a volte con il saio, a volte con maglione e pantaloni sotto i quali c’erano stivaletti con il tacco.

    Ai carabinieri che lo arrestarono disse: «Andiamo sono pronto» indossava maglione a girocollo blu e mocassini. Molti i soprannomi – dati dai nemici – del frate che amava il lusso, per la sua predilezione per il vino francese «DON Perignon», oppure «frate – jet» e molte le insinuazioni sulla vita privata. «Peligio», come invece lo chiamavano gli amici, ha pero’ fondato oltre venti comunita’ per tossicodipendenti, tutte figlie di Mondo X. Meno gossippara la vita di DON Pierino, 82 anni. «Ce lo ricordiamo ancora DON Piero, arrivo’ in Mercedes con l’autista…» . Racconta cosi’ un parrocchiano di Bagno di Gavorrano (Grosseto) la prima volta da parroco di DON GELMINI. Era la fine degli Anni Cinquanta, DON Piero GELMINI era al suo secondo incarico da sacerdote e in Mercedes si presento’ nel paese di minatori dove non c’erano ancora chiesa e parrocchia. Rimase pochi anni «il vescovo lo mando’ via.

    Ci fu anche lo sciopero della messa». DON Piero quando Eligio frequentava vip abitava all’«Infernetto» periferia chic di Roma, in giardino una Jaguar. Ma – si disse – era una villa in affitto. Poi anche DON Piero fondo’ la sua catena di comunita’ di recupero, ma ai vip ha sempre preferito i politici, non teme critiche nello schierarsi pubblicamente a favore del centrodestra: alla festa per i suoi ottant’anni c’era anche Silvio Berlusconi che regalo’ 5 milioni di euro alla Comunita’ Incontro. E Frate Eligio? Adesso preferisce una vita piu’ ritirata, si occupa ancora di tossicodipendenti, segue diverse comunita’ la piu’ famosa a Cetona (Siena).

  • MOLISE, PRETE PEDOFILO? IL PAESE SI SPACCA IN DUE

    MOLISE, PRETE PEDOFILO? IL PAESE SI SPACCA IN DUE

    1 luglio 2004 – Grosseto Due anni e sei mesi per don Felix Cini, sacerdote accusato di aver molestato sessualmente alcuni bambini nella parrocchia di Arcille, in provincia di Grosseto.

    Il processo e’ durato due anni, alla fine l’imputato ha patteggiato davanti al gup Armando Mammone. Durante l’inchiesta sono stati ascoltati 17 bambini tra i 10 e i 14 anni.

    MOLISE, PRETE PEDOFILO? IL PAESE SI SPACCA IN DUE

    Comunità divisa tra innocentisti e colpevolisti a Cercemaggiore, in provincia di Campobasso, dopo che un giornale locale ha pubblicato la notizia del patteggiamento per molestie sessuali su minori, nel 2004, a Grosseto, di un sacerdote maltese, don Felix Cini, che da oltre un anno opera in paese, con l’incarico di supportare l’anziano parroco. La vicenda, avvenuta in un centro nei pressi di Grosseto nel 2003 e conclusa con il patteggiamento a due anni e mezzo, prima della pubblicazione dell’articolo era da alcuni mesi al centro di chiacchiere e pettegolezzi in paese. Ora che la notizia è divenuta di dominio pubblico lo stesso religioso si è difeso rilasciando interviste televisive in cui ha spiegato che all’epoca gli fu consigliato di scegliere il patteggiamento, considerato la via più breve per concludere la vicenda, ma ha respinto le accuse, affermando di essere stato incastrato. A Cercemaggiore ora la maggior parte degli abitanti difende il sacerdote, molti fanno notare che da quando è arrivato lui, un anno e mezzo fa, tanti giovani si sono avvicinati alla chiesa. Ma c’è anche chi non vuole avere a che fare con un religioso che ha alle spalle una condanna per questo tipo di reato ed ha sollecitato una presa di posizione della diocesi. Così, in questo clima, qualcuno nei giorni scorsi ha pensato di consegnare negli uffici del Comune il verdetto emesso nel 2004 nei confronti del parroco, affinchè sia possibile a tutti visionarlo.

    CAMPOBASSO, BUFERA SUL PRETE
    “MOLESTÒ DEI BIMBI, VADA VIA”

    «Don Felix deve andare via da Cercemaggiore». È quanto chiedono un centinaio di abitanti del Comune in provincia di Campobasso – che hanno costituito un comitato ad hoc – dopo avere appreso che il sacerdote nel 2004 è stato condannato per molestie sessuali nei confronti di alcuni bambini di un paese in provincia di Grosseto. «Non vogliamo diffamare nessuno – hanno detto alcuni esponenti del comitato – ma desideriamo solo portare a galla la verità di un passato che non può essere rinnegato». Don Felice Cini, che si è dichiarato innocente nonostante il patteggiamento, fino a qualche tempo fa avrebbe infatti negato di essere lui il prete condannato, spiegando che si trattava di un caso di omonimia. Ora, però, dopo l’intervento del vescovo di Campobasso, Giancarlo Maria Bregantini, che intervenendo ieri sulla vicenda ha parlato di «misericordia che avrà sempre la meglio sul giudizio» facendo luce sul caso, in molti non hanno più fiducia in don Felix. «Come prete non smentiamo il suo operato – hanno aggiunto alcuni componenti del Comitato – ma come uomo abbiamo i nostri dubbi in quanto non possiamo più fidarci di una persona che fino a pochi giorni fa ha negato il suo passato. Come genitori ci sentiamo minacciati da tutto questo e vogliamo una soluzione». «Come madre – ha detto una giovane donna – sento il dovere di proteggere i miei bambini che hanno il sacrosanto diritto di vivere sereni nella comunità».

    Prete condannato per pedofilia
    Paese del Molise, Cercemaggiore, si divide
    19 dicembre, 18:18

    (ANSA) – CAMPOBASSO, 19 DIC – Cercemaggiore diviso tra innocentisti e colpevolisti dopo la notizia della condanna per molestie sessuali su minori di don Felix Cini.Il sacerdote, che da oltre un anno supporta l’anziano parroco del paese, ha patteggiato nel ’04 la condanna per una vicenda avvenuta in un centro del grossetano nel ’03.Ora che la notizia e’ apparsa su un giornale locale il prete si difende, respinge le accuse e dice che gli fu consigliato il patteggiamento ritenuto la via piu’ breve per chiudere la vicenda.

    http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/molise/2009/12/19/visualizza_new.html_1647995152.html

    Pedofilia: prete condannato, deve andare via
    Lo dice comitato paese molisano dopo aver appreso condanna
    20 dicembre, 19:47

    (ANSA) – CAMPOBASSO, 20 DIC – ‘Don Felix deve andare via da Cercemaggiore’: e’ quanto chiedono un centinaio di abitanti del Comune in provincia di Campobasso.

    La richiesta e’ stata inoltrata dopo avere appreso che il sacerdote nel 2004 e’ stato condannato per molestie sessuali nei confronti di alcuni bambini di un paese in provincia di Grosseto. Gli abitanti affermano di non avere piu’ fiducia in lui visto che fino a qualche tempo fa avrebbe negato di essere lui il prete condannato.

    http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/molise/2009/12/20/visualizza_new.html_1648060465.html

    Pedofilia. Comitato Cercemaggiore: “Don Felix deve andare via”

    20 dicembre 2009

    Don Felice Cini aveva patteggiato una condanna per abusi a minori in un centro del grossetano nel 2004; aveva sempre detto di essere innocente e che si trattava di un caso di omonimia; ieri la conferma del vescovo di Campobasso che chiede “misericordia”

    http://www.blitzquotidiano.it/tag/don-felice-cini/

    Prete pedofilo italiano trasferito a Malta?

    Abbiamo ricevuto da un nostro lettore la notizia del trasferimento a Malta di un prete pedofilo italiano, don Felice Cini di Grosseto, che ha patteggiato recentemente la pena davanti al gup Armando Mammone.
    L’inchiesta è aperta dal 2004 e la pena per don Felice Cini è stata di due anni e mezzo. Ora a Malta gli sarebbe stata affidata una parrocchia.
    Questo prete è quello di cui ha parlato don Di Noto durante la trasmissione Anno Zero che ha trasmesso il video della BBC sui preti pedofili. Siamo stati infatti noi a segnalarglielo e lui si è correttamente attivato.
    Ci auguriamo che la nostra segnalazione riesca a salvare qualche bambino.

    In ogni caso chiediamo a chiunque possa entrare in contatto con cittadini Maltesi, di segnalare questo pericolo. Dall’altro lato notiamo come la pratica dei trasferimenti dei preti pedofili in altre parrocchie continua, nonostante quello che mons. Fisichella ha affermato durante la trasmissione Anno Zero. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ma su queste cose è ora di cambiare radicalmente comportamento da parte delle gerarchie ecclesiastiche, non fosse altro che per dare credibilità al lavoro di persone come don Di Noto.

    http://collettivamente.com/articolo/1717509.html

    Lunedì, 04 giugno 2007

    L’arcivescovo di Campobasso – Bojano: “La misericordia avrà sempre la meglio sul giudizio”
    Bregantini difende Don Felix
    Bregantini difende Don FelixUna vicenda, quella di don Felix Cini, che ha scosso Cercemaggiore. Ora tutti sanno che il prete maltese, che da un anno e 4 mesi celebra messa e fa catechismo in paese, è stato condannato per molestie sessuali nei confronti di alcuni minorenni, nella provincia di Grosseto. Ha patteggiato e scontato la pena in una comunità a Trento. Una notizia che ha creato trambusto nella comunità, c’è chi è preoccupato e chi invece si schiera a spada tratta a difesa di Don Felix. Sulla questione interviene l’arcivescovo di Campobasso Bojano, Giancarlo Bregantini. “Ad un sacerdote, nel cui passato compare un’ombra, anche se controversa – dice il presule – è stata offerta la possibilità di un riscatto che gli restituisse dignità e credibilità. Di questascelta – continua – assunta con il vescovo di Grosseto, e informandone la Santa Sede, sarebbe singolare fare una colpa alla Chiesa di Cristo, maestro di perdono e di speranza”.

    Bregantini poi precisa che don Felix, a Cercemaggiore, ha solo un ruolo di appoggio all’anziano prete e che non è stato nominato parroco, né vice parroco. “Il suo comportamento però – dice ancora l’arcivescovo – è stato sempre corretto, anzi, egli ha raccolto intorno a sé il consenso e la stima di larga parte dei fedeli. La fiducia riposta in lui, dunque – sottolinea – è stata ricompensata”. A quanti si chiedono perchè si è taciuto sul passato di don Felix Bregantini spiega che la risposta è nella “necessaria discrezione che accompagna ogni opera di recupero morale di un fratello al quale l’amore di Cristo – mediato dalla nostra povertà di uomini – si dona per risalire dal buio alla luce. Nessuno dunque ha tradito Cercemaggiore, per questo – rimarca l’arcivescovo – serenamente respingiamo l’accusa di avere scelto la via del silenzio strategico o della leggerezza colpevole. La via scelta è quella del Vangelo, che – conclude Bregantini – non è esente da rischi, ma per la Chiesa non ci sono altre strade, perché la misericordia avrà sempre la meglio sul giudizio”.

    red [19/12/2009]

    http://ilgiornaledelmolise.it/view.php?idarticolo=71398967919122009151752

    Tutore dei minori: intervento sul caso di Cercemaggiore | Stampa |
    Scritto da Il Tutore Pubblico dei Minori Nunzia Lattanzio
    lunedì 21 dicembre 2009

    lattanzio_nunzia.jpgNella mia veste di Tutore Pubblico dei Minori della Regione Molise, in relazione all’ormai nota vicenda che vede coinvolto don Felix Cini, destinato da alcuni mesi a questa parte dagli Uffici ecclesiastici a coadiuvare il parroco di Cercemaggiore, osservo che dal tenore delle imputazioni contestate al sacerdote, di oggettiva gravità – riportate nella sentenza di patteggiamento resa pubblica da un comitato di cittadini – e tenuto conto del coinvolgimento di giovani vite evidentemente tradite nella loro innocenza in un momento delicatissimo del loro sviluppo, si imponga una severa valutazione di quanto accaduto.

    L’episodio grave ed increscioso, da me già segnalato alla locale Stazione dell’Arma e alla competente Autorità religiosa, ha prodotto l’inevitabile senso di disperazione tra la gente e in special modo tra i genitori dei bambini che sono soliti frequentare l’ambiente parrocchiale del piccolo paese della provincia di Campobasso.Il diritto di ogni bambino di vivere serenamente e di essere protetto dalle Istituzioni, sia esse civili che religiose, è sancito dal buon senso civico, dalla nostra Carta costituzionale e dall’art. 3 della Convenzione sui diritti del fanciullo, Carte di diritto nazionale ed internazionale che ho l’obbligo di monitorare nella loro applicazione nella regione Molise.

    Ricordo a me stessa che “ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa” (art. 11, c. 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani), e che pertanto.

    Pur non contestando in alcun modo le decisioni delle Autorità ecclesiali, e riconoscendo anzi l’opportunità di concedere concrete possibilità di recupero a tutti coloro operanti nell’Ecclesia che vengono interessati da provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria, evidenzio che nel caso portato all’attenzione dalle cronache non può assumere alcuna rilevanza la circostanza dell’essere il provvedimento con cui è stata irrogata la sanzione una sentenza di patteggiamento. Detto istituto mal si concilia infatti con la volontà da parte del soggetto interessato di voler pervenire ad un accertamento nel merito delle accuse e ad un’auspicata sentenza di piena assoluzione.

    Ciò non è accaduto e tale elemento avrebbe probabilmente dovuto condurre ad assegnare al sacerdote, così intimamente coinvolto in una vicenda che di certo lo ha visto parte attiva, funzioni del tutto diverse che non prevedessero contatti diretti con la comunità dei bambini e degli adolescenti.

    Non va sottaciuto che il Codice di Diritto Canonico, al canone 1395, paragrafo 2, prevede in tali casi, sia pure come misura estrema, addirittura la dimissione dallo stato clericale.

    Auspico pertanto che quanto deciso dagli Organi della Chiesa possa essere rivisitato nel superiore interesse dei minori, delle loro madri e dei loro padri, i quali hanno il diritto di vivere ed esercitare le difficili funzioni genitoriali in clima di assoluta serenità – non inquinato da ‘ombre’ di nessun genere.

    Ritengo che Don Felice Cini, colpevole per i gravi delitti ascrittigli debba astenersi da ogni servizio pubblico che gli consenta di avviare relazioni interpersonali con Minori di età; sarebbe quindi auspicabile che l’Uffizio religioso assegni a lui e a tutti i preti coinvolti in episodi di violenza sessuale o maltrattamenti a danno di bambini e adolescenti impieghi di gestione delle biblioteche o degli archivi ecclesiali.

    Nunzia Lattanzio

    • testo del canone 1395:

    Can. 1395 – §1. Il chierico concubinario, oltre il caso di cui al can. 1394, e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo, siano puniti con la sospensione, alla quale si possono aggiungere gradualmente altre pene, se persista il delitto dopo l’ammonizione, fino alla dimissione dallo stato clericale.

    §2. Il chierico che abbia commesso altri delitti contro il sesto precetto del Decalogo, se invero il delitto sia stato compiuto con violenza, o minacce, o pubblicamente, o con un minore al di sotto dei 16 anni, sia punito con giuste pene, non esclusa la dimissione.

    19/12/2009 10:24
    Don Felix: Non volevo patteggiare

    Il parroco di Santa Maria della Croce ha celebrato messa anche ieri sera

    Cercemaggiore La piccola chiesa in pietra bianca domina la vallata e guarda il piccolo centro illuminato a festa. E’ un giorno strano per Cercemaggiore. Di gioia per un traguardo raggiunto: si inaugura, con gli onori del caso, la casa alloggio che ospiterà gli anziani del paese. Di dolore perché la verità processuale su padre Felix è venuta fuori in tutta la sua violenza. Una sentenza che certifica una dolorosa vicenda processuale capitata nel 2004. Abusi su minori, pena patteggiata. Due anni e sei mesi.
    Don Felix Cini sta celebrando messa, il rito in suffragio di un defunto. La piccola chiesa in pietra bianca è gremita di gente. Si conoscono tutti, per questo non passiamo inosservati. Nell’atrio della chiesetta la bacheca ospita un avviso ai fedeli. Ci sono i recapiti telefonici del parroco che spiega che è costretto ad allontanarsi un po’ dal paese, a colpa di quello che sta avvenendo. Riposo, preghiera, meditazione. Non c’è una data ma non è recente. In paese spiegano che da quando questa storia è cominciata, un paio di mesi fa, padre Felix aveva deciso una sorta di allontanamento volontario. Aspettiamo che la funzione religiosa termini, chiediamo di incontrare il sacerdote che non rifiuta. E subito dice:
    «e cosa volete che vi dica di più, avete scritto tutto».
    Ecco, il solito equivoco. Confondere il piano professionale con quello personale. Non è stato facile raccogliere informazioni e decidere di raccontare una vicenda lacerante che però, ed è il caso di ribadirlo, si fonda su un dato di fatto concreto. Una sentenza, emessa nel luglio del 2004, con la quale il parroco di Santa Maria della Croce viene condannato per abusi su minori. Ed è proprio questo il punto di partenza.
    «Non avrei voluto patteggiare dice padre Felix mentre fuma una sigaretta volevo andare fino in fondo. Volevo affrontare il processo. Ma mi è stato consigliato di patteggiare, era meglio chiudere la faccenda il prima possibile».
    Impossibile non replicare ad una affermazione di tale entità. Chiudere la faccenda, perché se lei non era colpevole di nulla?
    «Pressioni politiche».
    E’ ancora più inquietante, ancor più difficile da
    comprendere e quindi spiegare ai lettori, alla comunità di Cercemaggiore ma anche a tutti i molisani cosa significa un’affermazione del genere.
    Lui, padre Felix, sa perfettamente che non ha risolto alcun dubbio, anzi ne ha ingenerati molti di più. Ma le sue dichiarazioni finiscono qui. «Chiedete in giro, chiedete chi è don Felix» dice Annamaria Testa, una collaboratrice del parroco. Che, logicamente,
    appartiene alla fazione che sostiene il parroco, che crede abbia già pagato per quello che ha fatto, che debba essere perdonato e aiutato a tornare a compiere la sua missione.
    «Ha riportato i giovani in chiesa, lo sa che l’anno scorso in 125 hanno preso la Cresima? Ecco, questo è padre Felix, anche io ho dei bambini, non ho timore a farli frequentare la Chiesa».
    C’è però chi la pensa diversamente, c’è chi crede che forse la verità non andava nascosta. Dire tutto, chiarire fin da subito i dubbi avrebbe aiutato non poco la comunità a trovare una strada diversa da quella intrapresa a furia di smentite categoriche.
    «Certo commentano altri giovani arrivati in sacrestia se la Curia avesse chiarito, non appena la questione è venuta fuori, i termini dell’intera vicenda forse nessuno avrebbe preso la decisione di far protocollare la sentenza in Comune».
    Perché non dirlo, perché allora nascondere una verità processuale di certo dura da spiegare ma assolutamente impensabile di poter nascondere per sempre. Forse proprio questa verità mancata ha generato i mostri, forse l’aver impedito ai cittadini di scegliere se fidarsi o meno di don Felix nascondendosi dietro un muro di no probabilmente dettati da una precisa strategia ecclesiale da utilizzare in casi simili ha diviso il paese, ha esa sperato gli animi ed ha portato all’atto finale. Il clamore mediatico che, si sa, è un punto di non ritorno.
    La verità adesso è sotto gli occhi di tutti.
    Una verità parziale, se si vuol dare ascolto a padre Felix, una verità che potrebbe nascondere altri fatti molto oscuri, di cui il parroco non vuole parlare.
    «Perché non ne so nulla, ho fatto quello che mi veniva chiesto».
    E i 17 ragazzini, tra i 10 i 14 anni, ascoltati come testimoni e che diventano pare fondamentale della sentenza?
    «Non ci sono testimonianze, loro non hanno detto nulla».
    Quindi il gup ha condannato senza prove certe, ha accettato la proposta di patteggiamento sapendo di punire per sempre secondo la Giustizia degli uomini un innocente? Famiglie divise, comunità spaccata, colpevolisti contro innocentisti e una versione dei fatti che stride con una sentenza di condanna. Che è l’unica cosa certa di tutta questa brutta storia. lusa lucsam66@gmail.com

    http://www.nuovomolise.net/e_view.asp?E=12466&S=1&C=2&G=4

  • Don Felix Cini da Malta condannato per pedofilia. Il vescovo lo assolve e il paese è in rivolta, prete maltese trasferito da Grosseto a Cercemaggiore (CB)

    Don Felix Cini da Malta condannato per pedofilia. Il vescovo lo assolve e il paese è in rivolta, prete maltese trasferito da Grosseto a Cercemaggiore (CB)

    1 luglio 2004 – Grosseto Due anni e sei mesi per don Felice Cini, sacerdote accusato di aver molestato sessualmente alcuni bambini nella parrocchia di Arcille, in provincia di Grosseto.

    Il processo e’ durato due anni, alla fine l’imputato ha patteggiato davanti al gup Armando Mammone. Durante l’inchiesta sono stati ascoltati 17 bambini tra i 10 e i 14 anni.

    http://www.leggonline.it/articolo.php?id=38715

    Il parroco di Santa Maria della Croce ha celebrato messa anche ieri sera

    Cercemaggiore La piccola chiesa in pietra bianca domina la vallata e guarda il piccolo centro illuminato a festa. E’ un giorno strano per Cercemaggiore. Di gioia per un traguardo raggiunto: si inaugura, con gli onori del caso, la casa alloggio che ospiterà gli anziani del paese. Di dolore perché la verità processuale su padre Felix è venuta fuori in tutta la sua violenza. Una sentenza che certifica una dolorosa vicenda processuale capitata nel 2004. Abusi su minori, pena patteggiata. Due anni e sei mesi.
    Don Felix Cini sta celebrando messa, il rito in suffragio di un defunto. La piccola chiesa in pietra bianca è gremita di gente. Si conoscono tutti, per questo non passiamo inosservati. Nell’atrio della chiesetta la bacheca ospita un avviso ai fedeli. Ci sono i recapiti telefonici del parroco che spiega che è costretto ad allontanarsi un po’ dal paese, a colpa di quello che sta avvenendo. Riposo, preghiera, meditazione. Non c’è una data ma non è recente. In paese spiegano che da quando questa storia è cominciata, un paio di mesi fa, padre Felix aveva deciso una sorta di allontanamento volontario. Aspettiamo che la funzione religiosa termini, chiediamo di incontrare il sacerdote che non rifiuta. E subito dice:
    «e cosa volete che vi dica di più, avete scritto tutto».
    Ecco, il solito equivoco. Confondere il piano professionale con quello personale. Non è stato facile raccogliere informazioni e decidere di raccontare una vicenda lacerante che però, ed è il caso di ribadirlo, si fonda su un dato di fatto concreto. Una sentenza, emessa nel luglio del 2004, con la quale il parroco di Santa Maria della Croce viene condannato per abusi su minori. Ed è proprio questo il punto di partenza.
    «Non avrei voluto patteggiare dice padre Felix mentre fuma una sigaretta volevo andare fino in fondo. Volevo affrontare il processo. Ma mi è stato consigliato di patteggiare, era meglio chiudere la faccenda il prima possibile».
    Impossibile non replicare ad una affermazione di tale entità. Chiudere la faccenda, perché se lei non era colpevole di nulla?
    «Pressioni politiche».
    E’ ancora più inquietante, ancor più difficile da
    comprendere e quindi spiegare ai lettori, alla comunità di Cercemaggiore ma anche a tutti i molisani cosa significa un’affermazione del genere.
    Lui, padre Felix, sa perfettamente che non ha risolto alcun dubbio, anzi ne ha ingenerati molti di più. Ma le sue dichiarazioni finiscono qui. «Chiedete in giro, chiedete chi è don Felix» dice Annamaria Testa, una collaboratrice del parroco. Che, logicamente,
    appartiene alla fazione che sostiene il parroco, che crede abbia già pagato per quello che ha fatto, che debba essere perdonato e aiutato a tornare a compiere la sua missione.
    «Ha riportato i giovani in chiesa, lo sa che l’anno scorso in 125 hanno preso la Cresima? Ecco, questo è padre Felix, anche io ho dei bambini, non ho timore a farli frequentare la Chiesa».
    C’è però chi la pensa diversamente, c’è chi crede che forse la verità non andava nascosta. Dire tutto, chiarire fin da subito i dubbi avrebbe aiutato non poco la comunità a trovare una strada diversa da quella intrapresa a furia di smentite categoriche.
    «Certo commentano altri giovani arrivati in sacrestia se la Curia avesse chiarito, non appena la questione è venuta fuori, i termini dell’intera vicenda forse nessuno avrebbe preso la decisione di far protocollare la sentenza in Comune».
    Perché non dirlo, perché allora nascondere una verità processuale di certo dura da spiegare ma assolutamente impensabile di poter nascondere per sempre. Forse proprio questa verità mancata ha generato i mostri, forse l’aver impedito ai cittadini di scegliere se fidarsi o meno di don Felix nascondendosi dietro un muro di no probabilmente dettati da una precisa strategia ecclesiale da utilizzare in casi simili ha diviso il paese, ha esa sperato gli animi ed ha portato all’atto finale. Il clamore mediatico che, si sa, è un punto di non ritorno.
    La verità adesso è sotto gli occhi di tutti.
    Una verità parziale, se si vuol dare ascolto a padre Felix, una verità che potrebbe nascondere altri fatti molto oscuri, di cui il parroco non vuole parlare.
    «Perché non ne so nulla, ho fatto quello che mi veniva chiesto».
    E i 17 ragazzini, tra i 10 i 14 anni, ascoltati come testimoni e che diventano pare fondamentale della sentenza?
    «Non ci sono testimonianze, loro non hanno detto nulla».
    Quindi il gup ha condannato senza prove certe, ha accettato la proposta di patteggiamento sapendo di punire per sempre secondo la Giustizia degli uomini un innocente? Famiglie divise, comunità spaccata, colpevolisti contro innocentisti e una versione dei fatti che stride con una sentenza di condanna. Che è l’unica cosa certa di tutta questa brutta storia. lusa lucsam66@gmail.com