Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia: il cardinale Errazuriz e le accuse di omesso controllo sui preti

    Pedofilia: il cardinale Errazuriz e le accuse di omesso controllo sui preti

    Richiamato dal Papa, il porporato deve partecipare al summit a porte chiuse in Vaticano (15-17 maggio) in cui si discute della grave crisi che ha colpito la Chiesa cilena riguardo allo scandalo delle violenze sessuali tra il clero

    Ci ha pensato a lungo prima di accettare l’invito-ordine del Papa di guidare la folta delegazione di vescovi cileni al summit in Vaticano dal 15 al 17 maggio per discutere sulla grave crisi che ha colpito la Chiesa del Cile dallo scandalo delle violenze sessuali e della pedofilia tra il clero. Ma alla fine, il cardinale Francisco Javier Errazuriz ha accettato, forse a malincuore, e ha dovuto imbarcarsi sul primo aereo per Roma accompagnato da due vescovi – Cristian Caro (Puerto Montt) e Gonzalo Duarte (Valparaiso) – che faranno parte dei 33 presuli che da martedì fino a giovedì prossimo dovranno rispondere davanti al Pontefice delle tremende accuse di omesso controllo sui preti accusati negli anni scorsi di abusi sessuali su minori.

    Chi è Errazuriz

    Il cardinale Errazuriz, che è anche autorevole membro del C9, il gruppo dei cardinali che sta affiancando il Papa nella riforma della Curia, si era sempre rifiutato di prendere parte allo scomodo summit, malgrado le pressioni dei cattolici cileni, delle organizzazioni di vittime di preti pedofili e, soprattutto, della stampa del suo Paese.

    “Fino a ieri pensavo di non andare, ma alla mia età posso cambiare idea”, ha confidato, a sorpresa, prima di imbarcarsi per la capitale italiana. Fino a qualche ora prima, i collaboratori del porporato avevano fatto sapere che il cardinale era “stanco delle controversie” e per questo non avrebbe partecipato agli incontri chiesti dal Papa.

    A fargli cambiare idea, secondo la stampa cilena, sarebbe stato lo stesso papa Francesco a chiamarlo direttamente per chiedergli di partecipare all’incontro dove, presumibilmente, sarà oggetto di non poche attenzioni da parte delle autorità pontificie. In particolare, Errazuriz, che è stato arcivescovo di Santiago tra il 1998 e il 2010, dovrà difendersi dalle accuse di omesso controllo e copertura dei casi di pedofilia dalle vittime del sacerdote Fernando Karadima(indicato tra i maggiori responsabili di violenze sessuali), e pertanto ritenuto uno dei principali responsabili dell’occultamento degli abusi dei preti cileni degli anni passati.

    “Sono contento che abbia cambiato idea perché era arcivescovo di Santiago negli anni in cui si sarebbero verificato i maggiori atti di violenze sessuali tra giovani vittime”, il commento dell’avvocato Sergio Micco, membro del consiglio della Fondazione Voci cattoliche, organismo impegnato accanto alle vittime e sul fronte delle denunzie.

    Chiarire le responsabilità

    In sostanza, papa Francesco vuole chiarire le responsabilità di ciascuno esponente del clero cileno e chiederà conto dei casi coperti e insabbiati ai 33 vescovi che prendono parte alla tre giorni, dopo la missione dell’inviato dello stesso pontefice, monsignor Charles Scicluna, in Cile, e dopo che  Bergoglio nei giorni scorsi in Vaticano aveva ricevuto e ascoltato le testimonianze di una rappresentanza delle vittime, Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andres Murillo. I tre avevano puntato il dito non solo contro il ‘carnefice’ principale, il sacerdote Fernando Karadima già punito con la riduzione allo stato laicale, ma contro tutti coloro che nella Chiesa cilena lo avevano coperto.

    “Siamo stati uccisi due volte”, avevano detto in una affollatissima conferenza stampa a Roma dopo il colloquio con papa Francesco. Ora è la volta dei vescovi, tra i quali ci sarà anche monsignor Juan Barros, il vescovo di Osorno, figlio spirituale dello stesso Karadima, per il quale è stata forte la protesta delle vittime durante il viaggio del Papa in Cile all’inizio dell’anno. Il più alto in grado, è comunque il cardinale Errazuriz, tra i più stretti collaboratori di Bergoglio in materia di riforme curiali ma costretto a difendersi da accuse pesanti come già accaduto ad un altro “importante” cardinale, l’australiano George Pell, rinviato a giudizio a Melbourne per difendersi da accuse di omesso controllo e abusi sessuali.

    Incontri e convocazioni

    Gli incontri, che si terranno nella sala al primo piano dell’Aula Paolo VI, fanno seguito alla precedente convocazione dell’episcopato cileno dell’8 aprile scorso. “Il Santo Padre, richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare approfonditamente le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime”, si sottolinea nella dura nota della Santa Sede che, nell’annunciare la convocazione dell’incontro, cita anche, e non a caso, le “numerose testimonianze, scritte ed orali, che Sua Santità ha continuato a ricevere nelle ultime settimane”.

    L’obiettivo – assicurano in Vaticano – è quello di chiarire “la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale – sottolinea ancora la nota diramata dalla Sala Stampa della Santa Sede – ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori che testimonino con la loro vita di aver conosciuto la voce del Buon Pastore e che sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi”. Non è previsto che papa Francesco rilasci alcuna dichiarazione né durante né dopo gli incontri, “che si svolgeranno in assoluta confidenzialità”. Ma chi ha sbagliato “pagherà”, assicurano le autorità vaticane.

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-il-cardinale-errazuriz-e-le-accuse-di-omesso-controllo-sui-preti/

  • Pedofilia Cile: Papa, reati insabbiati

    Pedofilia Cile: Papa, reati insabbiati

    Vedrà i vescovi del Paese in Vaticano dal 15 al 17 maggio

    (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO

    Il Papa incontrerà i vescovi del Cile dal 15 al 17 maggio: “Il Santo Padre, richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario – riferisce la Santa Sede – esaminare approfonditamente le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime”. Durante gli incontri, ai quali parteciperanno 31 vescovi diocesani e ausiliari e due vescovi emeriti, l’obiettivo “è discernere insieme, alla presenza di Dio, la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti – riporta una nota della sala stampa vaticana -, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli”.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2018/05/12/pedofilia-cile-papa-reati-insabbiati_f630b6bc-9d26-40f8-ab16-496a704ecfdb.html

  • Scandalo pedofilia, da lunedì il faccia a faccia tra Papa Francesco e i vescovi cileni

    Scandalo pedofilia, da lunedì il faccia a faccia tra Papa Francesco e i vescovi cileni

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il redde rationem con l’episcopato cileno è arrivato. Al centro della convocazione di lunedì in Vaticano da parte di Papa Francesco (fino al 17 maggio) c’è la mala gestione dei casi di pedofilia da parte di alcuni vescovi e cardinali. Il caso del vescovo di Osorno, Juan Barros scoppiato all’inizio di gennaio, quando era in corso il viaggio del pontefice a Santiago del Cile, e accusato di avere protetto un pedofilo seriale, è stato l’inizio di una valanga. Uno dei due cardinali cileni – Ezzati ed Errazuriz – invitati a fare chiarezza a Roma ha fatto sapere che non si presenterà all’appuntamento, causando ulteriori polemiche in Cile dove la Chiesa è letteralmente spaccata. La testata cilena La Tercera conferma, invece, che il vescovo di Osorno Barros, al centro delle vicende arriverà a Roma in compagnia del gesuita Germán Arana, personaggio chiave nella storia di Barros  subito dopo che nel 2014/2015 è stato costretto a lasciare la carica di Vescovo delle Forze Armate del Cile

    Questo incontro fa seguito alla precedente convocazione dell’episcopato cileno l’8 aprile scorso. Il Papa, richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime. In un comunicato il Vaticano informa che il Papa vuole parlare apertamente con i vescovi dei risultati delle indagini fatte da monsignor Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta e da don Jordi Bertomeu, della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviati a fare una inchiesta supplementare in Cile due mesi fa. Intanto il Papa ha continuato a ricevere nelle ultime settimane altre testimonianze di abusi.

    «L’obiettivo di questo lungo processo sinodale – si legge in una nota- è discernere insieme, alla presenza di Dio, la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori che testimonino con la loro vita di aver conosciuto la voce del Buon Pastore e che sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi». Non è previsto che Papa Francesco rilasci alcuna dichiarazione né durante né dopo gli incontri, che si svolgeranno in assoluta confidenzialità.

    Il sito cattolico Il Sismografo, diretto dal cileno Luis Badilla che in questi mesi ha seguito con precisione e accuratezza il delicato caso scoppiato tra il Vaticano e il Cile, ha analizzato il «difficile momento: Papa Francesco avrà di fronte un episcopato molto diviso in gruppi e cordate dove, curiosamente, non mancano anche le interferenze esterne, alcune delle quali hanno origine in stanze e palazzi della Santa Sede».

    «Sono gruppi o cordate – scrive Badilla – che normalmente fanno riferimento, e così hanno agito per anni, ad una sorta di leader coordinatore e, in quanto tali, sono cordate che vorrebbero incarnare una propria visione della crisi, della comunità ecclesiale, del rapporto con il clero e con i laici e dei rapporti con la Sede Apostolica. Si tratta di gruppi o cordate che, oltre al loro linguaggio apparentemente fraterno e amichevole, in realtà si  guardano e rapportano con sfiducia e sospetto e ognuno crede di essere interprete e garante dell’opzione ecclesiale migliore per il Cile di oggi, anche se poi – a giudicare dai fatti – nessuno ha un ascolto nazionale rilevante neppure tra i fedeli cattolici.  Poche volte nella storia delle chiese particolari dell’America Latina si era visto un Episcopato, come quello del Cile odierno, così verticistico, staccato dalla realtà, autoreferenziale e arrugginito».

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/scandalo_pedofilia_da_lunedi_il_faccia_a_faccia_tra_papa_francesco_e_i_vescovi_cileni-3726945.html

  • Pedofilia, Diego: “Il cardinale Sepe ascolterà un’altra vittima”

    Pedofilia, Diego: “Il cardinale Sepe ascolterà un’altra vittima”

    L’incontro con l’arcivescovo e la lotta contro gli abusi di don Silverio: “Se il Papa non mi riceve, sono pronto allo sciopero della fame”

    “Sono rimasto sorpreso, ho trovato il cardinale molto aperto e disponibile ad ascoltarmi. Non era stato informato di tutto. L’ho visto choccato di fronte al mio racconto, anche se resto deluso dalla richiesta di presentare nuove prove. Comunque è molto importante che Sepe abbia accettato di ascoltare un’altra vittima di quel prete”.

    Diego, che ci ha raccontato di essere stato vittima di abusi sessuali, a 13 anni a Ponticelli (Napoli), dal suo insegnante di religione don Silverio, è riuscito finalmente a incontrare il cardinale Crescenzio Sepe. Avevamo raccontato in onda la sua storia il 7 marzo in un servizio di Pablo Trincia. Diego aveva parlato di abusi sistematici con “rapporti sessuali completi, 2-3 volte la settimana per 3 anni e mezzo”, che hanno segnato la vita a lui e a altre giovani vittime. La nostra inchiesta era partita in contemporanea con la richiesta di Papa Francesco di far luce sul suo caso. Da allora non abbiamo mai smesso di seguire la sua ricerca di giustizia, che è diventata per lui ragione di vita.

    Diego (il nome è di fantasia) lamenta da anni lo scarso ascolto che avrebbe ricevuto in passato dalla Curia napoletana. Con una sorta di blitz ha chiesto e ottenuto di essere ricevuto, assieme alla moglie, dall’arcivescovo metropolita di Napoli. “Ho detto che se don Silverio non è un pedofilo allora mi deve denunciare, visto che lo sto raccontando in pubblico da tempo. Sarebbe l’unica occasione, dato che ormai è passato troppo tempo da quegli abusi, per portare tutto in un Tribunale”.

    Sepe ha promesso nuovi incontri ma Diego vuole incontrare direttamente il Papa. Ha chiamato in Vaticano e se entro una decina di giorni non riceverà una risposta inizierà uno sciopero della fame. La sua, dice, è “una battaglia per tutti” perché “se perdo io”, ripete, come ci aveva detto in un’intervista, “nessuno denuncerà più gli abusi dei preti”.

    Don Silverio, nel frattempo, si era trasferito al Nord, a Montù Beccaria (Pavia), dove, sotto il falso nome di don Saverio, continuava tranquillamente a fare il catechista. È bastato che il nostro servizio del 7 marzo andasse in onda perché il sacerdote facesse perdere di nuovo le sue tracce. Tra le proteste delle mamme del paese, che hanno scritto anche una lettera a Papa Francesco.

    Guarda qui sotto il servizio del 7 marzo di Pablo Trincia “Accusa di Pedofilia: come indaga la Chiesa?”.

    https://www.iene.mediaset.it/2018/news/pedofilia-prete-diego-cardinale-sepe-abusi-don-silverio_103916.shtml

  • Pedofilia. Diego incontra Sepe e rilancia: “Se don Silverio non è pedofilo mi denunci” (di G. Cesareo)

    Pedofilia. Diego incontra Sepe e rilancia: “Se don Silverio non è pedofilo mi denunci” (di G. Cesareo)

    In seguito al comunicato del 7 aprile scorso della Curia di Napoli, che ufficializzò la riapertura delle indagini ecclesiastiche, da parte di Papa Francesco, sui presunti casi di pedofilia a carico di don Silverio Mura, e quello emesso successivamente per chiedere un “aiuto” sulle indagini, invitando altre vittime a farsi avanti e denunciare, arrivò l’indignazione delle stesse vittime e in particolare di Diego Esposito, primo accusatore proprio di don Silverio, che considerò il secondo comunicato come una sorta di smacco, delegittimizzazione delle accuse e delle prove fornite alla diocesi partenopea.

    Lo stesso Diego, insieme a sua moglie, nel pomeriggio di ieri è stato ricevuto dal card. Crescenzio Sepe e dal cancelliere diocesano padre Luigi Ortaglio. In un incontro molto cordiale, di circa un’ora, Diego ha ribadito le sue accuse, ponendo ai suoi interlocutori diverse domande sulle indagini e l’operato della Curia.

    Questo il suo racconto dell’incontro al Faro di Roma: “Devo dire subito che l’incontro è stato cordiale e che il cardinale è stato molto disponibile e gentile, ma le risposte che mi sono state date non sono state quelle che mi aspettavo. Ho confermato le mie accuse a don Silverio, ribadendo la veridicità delle prove che gli ho fornito, ma dalle risposte che mi sono state date era evidente che si stavano arrampicando sugli specchi. Anzi, a più riprese mi hanno detto che la colpa è di Roma, della Congregazione per la dottrina della fede che non avrebbe accolto la documentazione da loro fornita”.

    “Sono stati in silenzio – ha continuato – quando gli ho chiesto dell’andamento delle indagini e se dalle visite mediche erano riusciti a verificare i particolari intimi di don Silverio, forniti da me all’atto della denuncia. Poi, hanno sostenuto di non sapere dove sta don Silverio in questo momento e che se all’epoca ha cambiato il nome è stata una scelta personale del sacerdote per i suoi precedenti. Io ho consegnato anche due lettere di alcune mamme preoccupate e che vogliono chiarezza su questa storia perchè hanno paura per i loro figli”.

    Diego, poi, è tornato sulla richiesta della testimonianza di nuove vittime: “Mi è stato chiesto di portare altre vittime a testimoniare. Questo significa che tutto quello che ho subito e sto subendo non serve a nulla. Ripeto, il cardinale è stato molto disponibile, ma se non gli bastano queste prove che già ha in mano non so cosa altro possa servire. A tratti, almeno secondo una mia sensazione, mentre parlavo, mi ha dato anche l’impressione di non conoscere tutta la mia vicenda, ma la cosa mi sembra molto strana visto che ormai questa lotta dura da otto anni”.

    Allo stesso Sepe, Diego, ha lanciato il suo appello: “Ho detto al cardinale che se don Silverio non è un pedofilo mi deve denunciare, così davanti ad un giudice, in una causa penale, potrò dimostrare finalmente che ciò che dico è vero. Sono anni che lo denuncio pubblicamente. Un’altra persona se ne sarebbe risentita e mi avrebbe denunciato, ma lui non ha mai fatto nulla, ha pensato sempre e solo a scappare”.

    “Con il cardinale – ha concluso Diego – si è parlato di ulteriori incontri, ma non è stata fissata nessun’altra data. Io attenderò ancora qualche giorno, poi valuterò la possibilità di andare a Roma e iniziare uno sciopero della fame, fino a quando non sarò ricevuto dal Papa, l’unico che secondo me può far luce sulla questione”.

    Giuseppe Cesareo

  • Bergoglio dischiude la porta alle vittime del clero cileno (parte 6)

    Bergoglio dischiude la porta alle vittime del clero cileno (parte 6)

    Finalmente la parola a chi la merita, ma senza far troppo rumore. Si prega di non creare clamore attorno alla vicenda e di rispettare in religioso silenzio il dolore delle vittime. È il papa a chiederlo. In effetti parlare di apertura sarebbe decisamente eccessivo: sono passati 8 anni da quando il tribunale penale ha condannato per reati di pedofilia – ormai caduti in prescrizione – padre Karadima, ma solo adesso le sue vittime vengono ascoltate dal pontefice.

    Venerdì 27 aprile, Bergoglio ha dischiuso le porte di Casa Santa Marta, concedendo i tanto attesi incontri ‘a tu per tu’ alle vittime di abusi sessuali perpetrati dal clero cileno. A tendere il ramoscello d’ulivo è un papa completamente travolto dagli scandali di pedofilia registrati all’interno della Chiesa cattolica. Ma come chiedere perdono per questi ritardi? Non è affatto semplice, a maggior ragione se si pensa che solo qualche mese fa, a gennaio, sempre in Cile assistevamo ad un papa seccato, irritato e insofferente verso le domande di una giornalista che chiedeva spiegazioni in merito alla nomina a vescovo di Barros, accusato di aver coperto le violenze perpetrate da padre Karadima, protagonista indiscusso degli abusi raccolti nel dossier cileno.

    Gli incontri si sono susseguiti anche nelle giornate di sabato e domenica, ma probabilmente non ci sarà nessun comunicato in merito, per volontà del pontefice. Il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke, ha infatti precisato che «non è previsto il rilascio di alcun comunicato ufficiale sul contenuto di questi incontri, per espresso desiderio del papa: la sua priorità è ascoltare le vittime, chiedere il loro perdono e rispettare la riservatezza di questi colloqui». Appunto, rispettare la riservatezza, più che i testimoni.

    Le vittime non vogliono il silenzio

    Ad infrangerlo è, come volevasi dimostrare, una delle vittime che ha interloquito con il pontefice, José Andres Murillo, sintetizzando su Twitter il loro confronto. «Ho parlato per due ore con il Papa. In modo molto rispettoso e franco, ho espresso l’importanza di intendere l’abuso come abuso di potere, e della necessità di assumersi la responsabilità, l’attenzione e non solo il perdono. Spero solo che sia utile, che aiuti a cambiare ciò che è necessario affinché il mondo sia un luogo dove si possa occuparsi degli altri, accompagnare e non maltrattare. E che la Chiesa cattolica in ciò sia alleata e non tra chi abusa».

    Ad incontrare il Santo Padre finora sono stati i tre testimoni chiave e principali dell’inchiesta sulla Chiesa cilena, vittime di Karadima. Hanno incontrato il pontefice, infatti, anche Juan Carlos Cruz e James Hamilton. Ma le vittime di abusi sessuali perpetrati all’interno degli istituti dei Fratelli Maristi cileni considerano, per ora, questi incontri un semplice “gesto”, aspettano di vedere fatti concreti e rivoluzionari da parte del papa, prima di sbilanciarsi e parlare di un effettivo cambio di rotta. «Bisogna vedere quali saranno le conseguenze, se ci sarà un segnale forte nella Chiesa cattolica che ci porti giustizia» ha commentato Gonzalo Dezegera, ex alunno di una scuola marista, nella quale ha subito abusi sessuali dall’età di 10 anni.

    A questo proposito, una volta terminati i colloqui con le vittime, Bergoglio ha in programma di incontrare anche i vescovi cileni prima di prendere qualunque decisione. Presumibilmente l’incontro si terrà a metà maggio.

    Il perdono non basta

    Del resto era stato lo stesso Bergoglio a stabilirlo, nel momento in cui proclamava la negazione della grazia ai ‘preti pedofili’. Figurarsi se il perdono possa bastare a chi ha direttamente subito quegli orribili abusi. Nessuno ha il diritto di imporre il dovere al perdono, tanto meno quando si tratta di vittime di violenze sessuali, ma se Murillo ha sentito la necessità di ribadirlo al pontefice evidentemente la percezione prevalente è che quelle di Bergoglio siano soltanto parole.

    A ben guardare, salta subito all’occhio che l’unica condanna prevista dalla Chiesa per Karadima, dopo l’accertamento della sua colpevolezza, sia stata il ritiro ad una «vita di preghiera». Ed è scontato che una simile decisione non riesca minimamente a soddisfare l’esigenza di giustizia e riscatto provata dalle vittime.

    Per quanto possa essere paradossale e fallace nei termini teologici la negazione della grazia da parte del pontefice e dunque della Chiesa, il cui ruolo dovrebbe essere quello di accogliere gli ultimi, i miserabili e gli emarginati, nei fatti non esistono condanne o allontanamenti di pedofili, per volontà esplicita della Chiesa e gli articoli precedenti lo dimostrano.

    C’è ben poco di cristiano in tutto questo: dal rifiuto del perdono dei colpevoli alla presa in giro dei fedeli e delle vittime. La linea di intervento di Bergoglio rimane confusa e contraddittoria, lenta e inefficace, ma forse la dis-chiusura delle porte di Città del Vaticano porteranno una ventata di giustizia terrena anche tra le vesti del clero.

    Bergoglio dischiude la porta alle vittime del clero cileno (parte 6)

  • Il Papa conclude i colloqui con le vittime cilene: “Commossi e soddisfatti, incontri costruttivi”

    Il Papa conclude i colloqui con le vittime cilene: “Commossi e soddisfatti, incontri costruttivi”

    Oggi l’ultimo appuntamento a Santa Marta. L’episcopato del Cile pubblica una nota: «Non è piacevole ricevere un invito del Pontefice perché come Chiesa non stiamo agendo bene»

    Ieri mattina due di loro erano affacciati da una terrazza del Palazzo Apostolico vaticano a seguire il Regina Coeli di Papa Francesco, sorridendo e salutando i fotografi. Già questo un segno che il muro ha iniziato a sgretolarsi, che quella Santa Sede considerata per decenni come un riflesso in scala più ampia di una Chiesa che non ha saputo e voluto ascoltare il loro dolore può essere da oggi una “casa” anche per loro. Juan Carlos Cruz e James Hamilton, due delle tre vittime cilene di padre Fernando Karadima invitate a Roma dal Papa (il terzo, José Andrés Murillo era ieri assente), sembravano a loro agio insieme a padre Jordi Bertomeu, officiale catalano della Congregazione per la Dottrina della fede e “braccio destro” dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna durante la missione speciale di febbraio in Cile.

    Merito dei recenti colloqui con Francesco a Santa Marta, voluti dallo stesso Pontefice che, dopo la lettera “penitenziale” all’episcopato cileno in cui ha chiesto nuovamente perdono e ribadito la sua vergogna per i casi di abuso, ha convocato tutti in Vaticano per provare a chiudere questo drammatico capitolo della Chiesa in Cile, deflagrato a livello internazionale con il viaggio di gennaio.

    Colloqui «positivi», «intensi», «costruttivi», «rispettosi», «sinceri», quelli avvenuti da venerdì sera a domenica tra il Papa e i tre principali accusatori di Karadima e delle gerarchie ecclesiastiche cilene, colpevoli – a loro dire – di aver insabbiato le violenze, a cominciare dal vescovo di Osorno Juan Barros. Almeno in questi termini gli stessi Cruz, Hamilton e Murillo hanno definito i dialoghi con il Papa in dei post (peraltro molto simili fra loro) pubblicati sui profili social.

    Attualmente sono solo questi tweet ad offrire uno scorcio di quanto avvenuto in queste tre giornate. Come informava infatti una nota del portavoce vaticano Greg Burke, non c’è e non ci sarà una versione o un resoconto ufficiale. Le conversazioni sono state private e così resteranno per sempre. Per volontà del Papa, anzitutto, che ha voluto dare ai colloqui un carattere di immediatezza, sincerità, spontaneità, senza alcuna scaletta prestabilita né pressioni esterne. Qualche dettaglio o contenuto, forse, sarà rivelato pubblicamente il prossimo 2 maggio durante la conferenza che si prevede affollatissima nella sede della Stampa Estera a Roma. I tre cileni parleranno allora con i giornalisti; da quando sono giunti nella capitale, nessuno di loro ha voluto rilasciare dichiarazioni e interviste mantenendo un rapporto anche molto cauto con i giornalisti. Soprattutto Cruz, che giornalista è anche lui negli Stati Uniti dove vive da decenni e dove ha pubblicato il libro “La fine dell’innocenza” sulla esperienza di abuso tra il 1981 e il 1995, ha mostrato grande riserbo.

    Probabilmente il più conosciuto fra le vittime considerando il suo impegno per far emergere la verità da oltre otto anni, Cruz era finora l’elemento maggiormente critico nei confronti di Francesco e del suo pontificato, specie dopo il viaggio in Cile e le dichiarazioni del Papa sulle responsabilità di Barros. L’iniziale freddezza con il Pontefice si è tuttavia dissolta già dalla prima stretta di mano. «È durato più di due ore e mezza il mio incontro oggi con il Papa. Sono commosso. Mi ha ascoltato con grande rispetto, affetto e vicinanza, come un padre. Abbiamo approfondito molti argomenti», ha twittato ieri pomeriggio, pochi minuti dopo l’incontro nella Domus vaticana. «Oggi ho più speranza nel futuro per la nostra Chiesa anche se il compito è enorme».

    «È terminato il colloquio con il Santo Padre abbiamo parlato per più di due ore in una conversazione sincera, accogliente ed enormemente costruttiva», scriveva invece Hamilton, apprezzato medico gastroenterologo, la sera di sabato 28, poco dopo un primo stringato cinguettio post udienza: «Molto contento e soddisfatto». Quasi ventiquattr’ore prima c’era stato il tweet di Murillo del venerdì 27 : «Oggi ho parlato per due ore con il Papa in modo molto rispettoso e franco gli ho espresso l’importanza di intendere l’abuso come un abuso di potere. Della necessità di assumersi le responsabilità, la cura e non solo il perdono».

    Le vittime, che fino a qualche tempo fa dimostravano una certa ritrosia alla mano tesa da Bergoglio anche dopo la succitata lettera, tanto da mettere in dubbio la loro eventuale partenza per Roma, tornano oggi tutti insieme a Santa Marta. Con loro probabilmente ci sarà anche monsignor Scicluna che, durante la sua missione di febbraio, li ha incontrati a lungo per dialogare e farsi riportare elementi, dettagli, ricordi, documenti. Tutto materiale che, insieme a quello fornito dalle 60 persone ascoltate durante i circa quindici giorni di indagine, è andato a compilare buona parte del corposo dossier di oltre duemila cartelleconsegnato al Papa una volta tornato a Roma. È probabile pure che all’incontro possano esserci – ma solo per un saluto al Papa – alcuni parenti delle vittime: il figlio di Andrés Murillo, la seconda moglie di James Hamilton e altri amici e familiari.

    Alcuni interlocutori hanno osservato in queste ore che Papa Francesco è apparso sempre molto sereno e rilassato ma al tempo stesso attentissimo e concentrato, e in numerosi momenti dei colloqui ha preso appunti. Affabile, a volte scherzoso, disponibile, Bergoglio si è interessato anche alla vita attuale dei tre uomini, alle loro famiglie, al loro lavoro e alle proposte su come agire di fronte ai casi di abuso e come prevenirli.

    Intanto, mentre le vittime sono a Roma, giunge dal Cile un documento dal titolo “Verso un cammino di rinnovamento ecclesiale”. È una nota dalla Conferenza episcopale cilena, firmata dal presidente dei vescovi, monsignor Santiago Silva Retamales, e pubblicata sul sito dell’episcopato cileno che si prepara anch’esso al viaggio per Roma. «Non è affatto piacevole ricevere un invito del Papa perché come Chiesa in Cile non stiamo facendo bene», si legge nel testo. «Come Vicario di Cristo – osservano i presuli – ci aiuterà a discernere come accompagnare le vittime, come riparare al male causato e le misure da adottare per aiutare a ricostruire la comunione ecclesiale».

    Comunione minata dalla grave «manipolazione delle coscienze», dagli ancor più gravi crimini di pedofilia e gli abusi di potere. «La soluzione non passa attraverso decisioni superficiali o solo con misure a breve termine», scrivono i vescovi, senza nascondere però che la strada verso il rinnovamento sarà lunga ed «una sfida per tutto il popolo di Dio». «Le vittime ci stanno mostrando con la loro testimonianza la sofferenza profonda a causa di questi atti deplorevoli, difficili da curare», affermano. E ribadiscono che, di base, c’è però una nuova consapevolezza: «Che gli abusi di potere e gli abusi sessuali nella Chiesa non possono mai più accadere».

    http://www.lastampa.it/2018/04/30/vaticaninsider/il-papa-termina-i-colloqui-con-le-vittime-cilene-commossi-e-soddisfatti-incontri-costruttivi-WhBAYmdfzgemagm4INBRUL/pagina.html

  • Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco ha dedicato questo weekend a incontri separati con tre vittime di un noto prete-predatore cileno: Fernando Karadima, carismatico animatore di parrocchia a Santiago del Cile, privato finalmente della tonaca nel 2011 dopo anni di vergognosi insabbiamenti. Per Francesco l’appuntamento con Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Josè Andres Murillo, ospiti nella sua residenza Santa Marta, rappresenta un momento particolarissimo del pontificato. Anche Benedetto XVI ha incontrato nei suoi viaggi vittime di abusi clericali, ma erano storie già concluse e papa Ratzinger per certi aspetti si presentava super-partes, rappresentando “dall’alto” il dolore della Chiesa per i crimini perpetrati.

    Quando si è trattato invece di incontrare vittime che potevano ricordargli insabbiamenti vaticani di cui, come ex prefetto del Sant’Uffizio, era stato personalmente testimone e contro cui non si era battuto – come nel caso del mancato processo ecclesiastico riguardante i crimini di Marcial Maciel leader dei Legionari di Cristo – Ratzinger ha evitato l’incontro.

    I tre cileni, chiamati a colloqui separati da Francesco sono invece testimoni di un caso ancora aperto e su cui papa Bergoglio aveva pubblicamente e ripetutamente negato ci fosse qualcosa da condannare. E’ il caso della “corte” che il prete-predatore Karadima aveva creato intorno a se e dei “discepoli” entusiasti che lo affiancavano. Quattro di essi sono diventati vescovi in Cile. E uno, mons. Juan Barros nominato da Bergoglio vescovo di Osorno nel 2015, è stato direttamente chiamato in causa come testimone oculare e silente delle lascivie di Karadima: un personaggio, quindi, indegno di occupare una cattedra episcopale. “Calunnie”, ha esclamato papa Francesco quando nel 2015 sono scoppiati dure manifestazioni contro Barros nella diocesi di Osorno. Incidenti provocati da sinistrorsi, ha proseguito il pontefice. “Non ci sono prove”, ha dichiarato ancora all’inizio della sua visita in Cile nel gennaio scorso.

    Ma proprio le acute polemiche esplose in occasione di quel viaggio hanno spinto Francesco ad aprire gli occhi, mandando successivamente in Cile l’”investigatore speciale” mons. Scicluna(cresciuto nel Sant’Uffizio e attuale arcivescovo di Malta), che in breve tempo ha portato al pontefice un rapporto serio e completo di 2300 pagine, che porta alla luce molti particolari e descrive le vittime-testimoni-accusatori come persone del tutto credibili.

    Nasce da qui la lettera per certi versi straordinaria, che Francesco ha inviato ai vescovi cileni l’8 aprile, in cui li convoca per maggio e per quanto lo riguarda ammette senza mezzi termini: “Riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate (vittime e testimoni, ndr)”. Un’autocritica radicale e pubblica, con espressioni mai apparse sulla bocca di un pontefice.

    La vicenda non si chiude però con questo colpo di scena, che se da un lato dimostra il coraggio spirituale di Francesco, dall’altro apre interrogativi pesantissimi sulla (non)vigilanza in Vaticano e all’interno della Conferenza episcopale cilena a proposito del caso Barros. La prima questione è strutturale. E’ possibile che ci voglia ogni volta il tocco speciale dell’“investigatore” Scicluna per portare alla luce crimini e complicità, che dovrebbero essere segnalati automaticamente sia dalle gerarchie ecclesiastiche locali sia dagli organismi in Vaticano? Dal 2015 al gennaio 2018 né la Congregazione per i Vescovi né la Congregazione per la Dottrina della fede sembrano aver trovato qualcosa da ridire su Barros. E non risulta nemmeno che i vertici della Conferenza episcopale cilena abbiano avvertito il pontefice che poteva essere imprudente definire “calunnie senza prove” le accuse al vescovo Barros (peraltro fatte pervenire al pontefice da Juan Carlos Cruz tramite una lettera, consegnatagli dal cardinale di Boston O’ Malley già nel 2015).

    Ma l’aspetto più grave della vicenda riguarda il cardinale Francisco Javier Errazuriz, già arcivescovo di Santiago del Cile negli anni dell’insabbiamento del caso Karadima e attualmente nel “consiglio della corona” di Francesco, il Consiglio dei 9 cardinali. Quando il Papa denuncia esservi stata una “mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate”, il cardinale Errazuriz che ruolo ha svolto? Non basterà quindi l’incontro del pontefice a porre la parola fine alla vicenda. Al contrario, dalla prossima riunione tra Francesco e i vescovi cileni dovranno scaturire precise scelte operative e decisioni riguardanti persone. In Cile certamente, ma anche nella dimensione vaticana.

    Non sfugge a nessuna, infatti, che i tre cileni sopravvissuti agli abusi non si presentano a Santa Marta come vittime in attesa di consolazione, ma come persone che chiedono conto al pontefice sulle scelte che farà. “Lo ascolterò”, ha detto Juan Carlos Cruz appena arrivato a Roma. “Ho avuto con il Papa un colloquio rispettoso e franco”, ha dichiarato José Andres Murillo, il primo ad aver reso noto il suo colloquio con Francesco, aggiungendo che è necessario “assumersi delle responsabilità” e che la Chiesa “sia alleata” (delle persone maltrattate) e “non abusatrice”. Parole nette. D’altronde Murillo ha definito il colloquio durato due ore “rispettoso e franco”. Come i diplomatici, quando registrano convergenze e disaccordi.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/29/papa-francesco-e-le-vittime-di-abusi-cile-unautocritica-radicale-e-pubblica-ma-e-solo-un-primo-passo/4323228/

  • LE MAMME DELLA “RETE”

    LE MAMME DELLA “RETE”

    Cosa significa per una famiglia cattolica “imbattersi” in un abuso sessuale? Cosa succede quando è tuo figlio che viene abusato da un prete?

    Più o meno una tragedia, sicuramente qualcosa che cambia per sempre la vita di tutta la famiglia.

    Ci sono varie fasi, e dipendono da quando il figlio riesce a parlarne, da quando tu, genitore, ti accorgi che c’è “qualcosa che non va”, da quando riesci a prendere coscienza che niente sarà più come prima, che non è un brutto sogno dal quale prima o poi ti risvegli, da quando incontri qualcuno che prova a darti una mano, da quando inizi a non sentirti più solo, la solitudine di una famiglia…

    Credo che la solitudine sia davvero la fase peggiore, quando ti accorgi che tutti quelli che hai vicino non hanno la minima idea di quello che stai passando… sì, tuo figlio è affidato ad uno psicologo, tu hai magari qualcuno con il quale confidarti, qualcuno che ti incoraggia e ti dà una pacca sulla spalla, cerca di distrarti, qualcuno che vuole a tutti i costi darti consigli dei quali tu non sai cosa fartene perché “stiamo parlando due lingue diverse” (e nemmeno puoi dirglielo, perché saresti ancora più solo..), qualcuno che minimizza e qualcuno che “sparisce” perché non sa proprio cosa dirti … niente da fare: si è soli.

    E sembra che sei ancora tu che devi capire gli altri, tu che devi “pensare ad altro” come ti consigliano, tu che dovresti fare “così e così”, sono tutti bravi a dirti cosa avrebbero fatto al tuo posto … senza avere la minima idea di cosa possa significare essere “al mio posto”.

    E non aggiungo che ci sono anche quelli che “per partito preso” difendono il prete pensando che la denuncia sia tutta una calunnia: c’è anche chi metterebbe la mano sul fuoco per il prete, senza ovviamente approfondire… Già, proprio qualcuno della tua parrocchia, che magari ti conosce e conosce il tuo bambino, ma ancora non sa che è proprio la tua famiglia che ha avuto il coraggio di sporgere denuncia ad un certo punto.

    Solitudine.

    E passa tanto tempo in questo modo.

    Che attenzione c’è nel mondo per le famiglie dei figli abusati? Le istituzioni?

    Qualche incontro con lo psicologo: un “pacchetto” di otto incontri settimanali … già, perché dopo otto settimane dovrebbe essere tutto passato e guarito? E che psicologo: lo specializzando di turno, che magari ha vent’anni meno di te e magari non è nemmeno genitore … ma questo è quello che “passa il convento del pubblico” … grandi aiuti e grandi consigli, si può ben immaginare.

    Puoi solo apprezzare quegli amici, quelle persone che sanno starti accanto in punta di piedi, che rispettano la tua fatica e riescono a dirti che “proprio non immaginano come aiutarti ma che CI SONO”. E queste sono le uniche persone alle quali sai che puoi mandare un messaggio e ti rispondo subito, puoi piangere con loro e sanno abbracciarti, anche solo per telefono. Ma ci sono.

    E poi c’è il rapporto con la Chiesa: è la prima alla quale ti rivolgi, perché sei cattolico, perché vivi la vita della Chiesa e dell’oratorio, perché credi in Dio, perché hai fiducia, perché ti immagini che “loro” sappiano cosa fare. Immagini che la Chiesa voglia il tuo bene, il bene della tua famiglia, il bene di tuo figlio.

    Già … immagini questo, e ci credi davvero.

    Tutto questo va bene ed è genuino finché ti fermi al Parroco: con lui hai un rapporto, ti conosce, conosce la tua famiglia, conosce il tuo bambino, ti senti creduto.

    La solitudine e lo smarrimento ricominciano se provi ad andare oltre il Parroco.

    Il Vescovo?

    Magari ti riceve dopo anni, magari ti senti letteralmente “preso in giro”, magari scopri, con un dolore infinito, che la tua famiglia è per lui una scocciatura, una grande scocciatura. Balbetta delle risposte confuse, sempre peggio, e non lo senti come il tuo Pastore. Come “uomo di Chiesa” con la tua famiglia ha completamente fallito. Non è stato in grado di darti nessun messaggio positivo, di incoraggiamento, di vicinanza, nessuna attenzione per tuo figlio, non è stato in grado nemmeno di fare il prete.

    So che sono dure le mie parole, ma ho ricevuto molto e molto di più da semplici sacerdoti sconosciuti al mondo, senza nomi o cariche altisonanti, che dal mio Vescovo.

    Ti accorgi, davvero con dolore e smarrimento, che l’unico obiettivo del tuo Vescovo è quello di “salvare le apparenze” “salvare la faccia” della Chiesa. E non si accorge che questo comportamento, unito a quello di tutti gli altri Vescovi di fronte alla gestione di casi di pedofilia dei propri sacerdoti, è proprio il comportamento che ALLONTANA DALLA CHIESA, non fa il bene della Chiesa.

    E ti accorgi che è un copione, un drammatico copione. A tutte le famiglie dei figli abusati da sacerdoti è accaduto così…

    Ma esiste Rete L’ABUSO, esiste Facebook, esiste WhatsApp, esiste il telefono, esistono le mail …. ed esistono LE MAMME.

    Quando cominci ad “alzare la testa”, a uscire dalla tua solitudine, quando fai il primo passo e tendi la mano ad altri… scopri che “gli altri come te” esistono. Non sei più solo. La tua famiglia non è più sola.

    E inizi a ricevere messaggi, dai la disponibilità ad essere contattata per telefono, hai voglia di dar voce a tanti che non ne hanno ancora il coraggio, a tanti che stanno vivendo ancora una grande solitudine. Diverse mamme ti contattano, ti chiedono una preghiera, un consiglio … si creano delle amicizie bellissime.

    E addirittura tra le amicizie si aggiungono mamme che si considerano fortunate perché a loro non è successo, ma hanno rischiato: le mamme di Montù Beccaria!

    Questo è un pezzettino della Rete L’ABUSO: le mamme delle vittime che iniziano a conoscersi, a sostenersi, a condividere fatiche e gioie, a interessarsi le une delle altre con il cuore, senza apparire, senza bisogno di nessuna risonanza mediatica … davvero un volto umano per tutta questa infinita sofferenza.

    Forse chi non ci è passato non può capire, ma chi sta vivendo questo dramma può scoprire che chiedendo aiuto si può uscire dalla solitudine.

    Mamma di una vittima

    (lettera firmata)

  • Bergoglio incontra le vittime della pedofilia della Chiesa in Cile. ”Ho detto al Papa che il perdono non basta”

    Bergoglio incontra le vittime della pedofilia della Chiesa in Cile. ”Ho detto al Papa che il perdono non basta”

    José Andres Murillo su Twitter spiega il contenuto del suo colloquio col Papa. Al centro del dossier cileno ci sono i crimini compiuti per anni dal reverendo Fernando Karadima che è stato per questo condannato
    José Andres Murillo
     rompe il silenzio sull’incontro avuto col Pontefice, che venerdì 27 aprile ha accolto in Vaticano le vittime della pedofilia del clero in Cile. Murillo è uno di loro. “Ho parlato per due ore con il Papa – ha scritto su Twitter –. In modo molto rispettoso e franco, ho espresso l’importanza di intendere l’abuso come abuso di potere, e della necessità di assumersi la responsabilità, l’attenzione e non solo il perdono. Spero solo che sia utile, che aiuti a cambiare ciò che è necessario affinché il mondo sia un luogo dove si possa occuparsi degli altri, accompagnare e non maltrattare. E che la Chiesa cattolica in ciò sia alleata e non tra chi abusa”.

    Sull’incontro non c’è stato nessun comunicato per espressa volontà del Papa. “Il Santo Padre ha avviato incontri personali nel pomeriggio di questo venerdì, 27 aprile, con le vittime di abusi commessi in Cile”, aveva detto il direttore della sala stampa vaticana Greg Burke. “Non è previsto il rilascio di alcun comunicato ufficiale – aveva poi aggiunto – sul contenuto di questi incontri, per espresso desiderio del Papa: la sua priorità è ascoltare le vittime, chiedere il loro perdono e rispettare la riservatezza di questi colloqui. In questo clima di fiducia e riparazione per la sofferenza, la volontà di Papa Francescoè quella di fare parlare gli ospiti il tempo necessario, quindi non ci sono orari contenuti fissi o prestabiliti“.

    Oltre a Murillo, si sono presentati a Casa Santa Marta Juan Carlos Cruz e James Hamilton, le tre vittime di abusi che hanno scoperchiato lo scandalo della Chiesa cilena, che ha portato il pontefice ad una durissima lettera all’episcopato. Bergoglio vedrà a Roma anche i vescovi cileni per assumere delle decisioni, ma questo incontro ci sarà nella seconda metà di maggio, dopo aver ascoltato le storie delle vittime per anni ignorate dalla Chiesa locale. Secondo i media cileni, dopo avere incontrato i tre in giornate diverse, è possibile che lunedì li incontri tutti e tre insieme.

    Al centro del dossier cileno ci sono i crimini compiuti per anni dal reverendo Fernando Karadima che è stato per questo condannato. Ma intorno a questa figura ci sarebbe stata una rete di coperture, di omertà. Il caso inizialmente riguardava l’attuale vescovo di Osorno, monsignor Juan Barros ma, con l’invio in Cile di monsignor Charles Scicluna, il massimo esperto nella Chiesa per la messa a punto di questi delicati Rapporti, il Papa è venuto a conoscere altri casi sui quali vuole fare chiarezza. Le informazioni date negli anni dalla Chiesa locale sarebbero state lacunose e fuorvianti. In questo week-end saranno le vittime degli abusi a raccontare direttamente al pontefice la loro verità.
    Dal canto loro, le vittime di abusi sessuali commessi invece negli istituti dei Fratelli Maristi cileni considerano che l’incontro di Papa Francesco con le vittime di Fernando Karadima rappresenta solo “un gesto”, finché non si vedranno “cose concrete” da parte della Chiesa. Gonzalo Dezegera, ex alunno di una scuola marista, dove subì abusi sessuali da quando aveva 10 anni, ha detto che “bisogna vedere quali saranno le conseguenze, se ci sarà un segnale forte nella Chiesa cattolica che ci porti giustizia”.

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