Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Siracusa. Sei vittima di pedofilia? Rete l’Abuso ti tende la mano e ti protegge

    Siracusa. Sei vittima di pedofilia? Rete l’Abuso ti tende la mano e ti protegge

    Cara mamma che leggi, ti auguriamo che mai e poi mai il tuo bambino sia abusato da un prete. Ma se dovesse accadergli una cosa così orrenda, sai a chi rivolgerti per avere un aiuto serio e competente?

    Ebbene, questo articolo è dedicato a te, per metterti in guardia, per imparare a notare eventuali strani e improvvisi cambiamenti d’umore del tuo bambino, paure e brutti sogni a causa di un terribile segreto che nasconde nel suo piccolo cuore spaurito perché teme che ciò che gli sta succedendo è colpa sua…

    E allora sappi che in Italia abbiamo un’associazione molto speciale che si chiama Rete l’Abuso, fondata da un sopravvissuto agli abusi subiti da ragazzino da un depravato prete, uno dei tanti che devastano la vita di bambini innocenti e che poi a volte, da grandi, questa invivibile vita gli innocenti se la tolgono …

    Si chiama Francesco Zanardi e lui la sua vita ha deciso di dedicarla ai bambini abusati circondandosi di centinaia di volontari che lavorano al suo fianco per aiutare le vittime a superare il trauma profondo con i suoi tanti psicologi e a difenderle nei processi con i suoi tanti avvocati che hanno abbracciato questa splendida Causa. Per non parlare della risonanza mediatica con cui noi giornalisti/e affettuosamente la sostieniamo con articoli, inchieste, interviste e perfino dei libri (come lo scrittore Federico Tulli).

    E’ l’unica associazione del genere esistente nel nostro paese e, al contrario degli impuniti carnefici stupratori di bambini che conducono una vita agiata e godono della protezione dei vescovi, la Rete l’Abuso vive di tesseramenti e piccole donazioni ma riesce a fare cose straordinarie. Qualche esempio.

    Soltanto nei pochi mesi di quest’anno ha fatto e ottenuto quanto segue:

    Gennaio: per merito suo, a Ginevra, nei giorni 22 e 23, l’Italia è stata interrogata dall’Onu sul tema della pedofilia clericale, i(e successivamente indagata e condannata per complicità con la Chiesa cattolica)n seguito alla presentazione di report sul fenomeno da parte di Rete L’Abuso. Presenti il presidente Zanardi, gli avvocati Mario Caligiuri e Simone Padovani. L’Onu ha emesso raccomandazioni.

    Febbraio: a Roma March To Zero, ritrovo di vittime e attivisti da tutto il mondo, durante il summit indetto da Papa Francesco. Numerosissimi gli articoli per questo evento senza precedenti storici. Praticamente per la prima volta la stampa di tutto il mondo ha preso atto che le vittime sono rappresentate da numerose associazioni riunite sotto l’egida dall’Eca della quale fa parte anche la Rete l’Abuso.

    Febbraio: a Roma conferenza stampa presso il Parlamento italiano. Presente anche il presidente della Rete L’Abuso, Francesco Zanardi.

    Marzo: Il cardinale Gualtiero Bassetti scrive alla Rete L’Abuso, in risposta alle numerose missive inviategli dal 20 dicembre 2018

    Marzo: Rete L’Abuso propone un Protocollo di garanzia per le vittime che si rivolgono ai Consultori Diocesani

    Marzo: Il presidente Francesco Zanardi è invitato al TV 7 dell’1 marzo

    Marzo: Savona, giorno 15. Presso la Libreria Ubik ha luogo l’evento culturale “Vittime e carnefici. L’omertà delle gerarchie negli scandali di pedofilia”. Presente il Presidente Zanardi.

    Ecc….

    L’anno scorso si è costituito anche un gruppo di Mamme e vittime che opera attraverso il mutuo auto-aiuto, riconoscendo che solo chi ci è passato può capire fino in fondo cosa significa essere vittima di stupro o essere familiare di una vittima. Ricordiamo che Rete L’Abuso è presente anche su Facebook con una pagina e due gruppi attraverso i quali è possibile mettersi in contatto, inviare segnalazioni, condividere le informazioni e collaborare a creare e diffondere una cultura di consapevolezza.  L’Associazione è composta da vittime, familiari e attivisti che condividono la causa; non ha una connotazione politica e non si configura nemmeno come entità anticlericale, tant’è che molti sacerdoti collaborano “silenziosamente” fornendo segnalazioni e incoraggiamenti.

    di Raffaella Mauceri
  • Cile: presentata una mappa sugli abusi sessuali ecclesiastici

    Cile: presentata una mappa sugli abusi sessuali ecclesiastici

    In modo diretto e chiaro, senza eufemismi, la Rete di Sopravvissuti all’abuso sessuale ecclesiastico ha presentato la mappa di questo vero flagello che è venuto alla luce in Cile, con un atto realizzato nell’auditorio del Museo della Memoria e dei Diritti Umani. Qui riportiamo il discorso di Helmut Kramer, uno delle Guide e coordinatori di questa Rete, con il quale si è chiuso l’evento:

    “Noi sopravvissuti che riuniscono questa rete siamo persone che nella nostra infanzia, gioventù o anche ora da adulti, abbiamo sofferto di abuso di potere, abuso di coscienza, abuso sessuale, da parte di sacerdoti, religiosi, laici in ambienti ecclesiastici.

    Siamo anche quelli che hanno sofferto l’occultamento sistematico da parte della Chiesa Cattolica per decenni, che ha protetto questi delinquenti facendo loro cambiare, volta dopo volta, città e paesi, nascondendoli dalla giustizia e mascherando questa impunità sotto l’apparenza di un castigo.

    Noi sopravvissuti siamo quelli che giorno dopo giorno ricordano a quelli che se ne sono andati senza vedere giustizia, a quelli che si sono suicidati per non riuscire a sopportare oltre le conseguenze  di questo delitto. Lottiamo anche in loro nome.

    Noi sopravvissuti siamo il silenzio di un abuso costante, sistematico, aggressivo, castratore, che ha cercato di denigrarci, mercificarci, elevando i nostri abusanti a seggi di un potere morboso, immorale e illegale.

    Siamo questo silenzio che giorno dopo giorno si sveglia, che si trasforma in voce e in organizzazione, che denuncia l’abuso reiterato di membri della Chiesa Cattolica, che denuncia le sue reti di protezione e occultamento, che denuncia una struttura abusiva.

    Siamo un coro di voci che esige trasformazioni profonde per far terminare l’abuso nella nostra società. Il nostro sogno è che i sopravvissuti di abusi sessuali siano una specie in via di estinzione. Questo ci spira a creare questa mappa imperfetta.

    Noi non dovremmo star facendo mappe. Dovremmo essere seduti a curare e assistere organismi dello Stato nel nostro cammino di  sanazione. Ma con dolore ci rendiamo conto che gli incubi dei nostri abusi si incrociano con un orrore del presente: bambini, adolescenti e persone vulnerabili in questo momento sono in pericolo, e per questo reagiamo!

    La nostra società sta comprendendo che l’abuso ecclesiastico non è un tema tra l’abusante e la persona abusata, e non è nemmeno un problema privato tra chi denuncia e la Chiesa Cattolica. È una violazione flagrante dei diritti umani di bambine, bambini, adolescenti e adulti che lascia conseguenze che ci hanno marcato per la vita. Purtroppo questo processo di comprensione per poi  passare all’azione ci sembra troppo lento quando ciò si tratta di infanzie rubate.

    Questa mappa imperfetta che oggi consegniamo alla società cilena è  un grido corale che rompe il silenzio. Molti di noi hanno dato la loro testimonianza mille volte ai mezzi di comunicazione cercando di creare coscienza, sensibilizzare, allertare il paese di crimini sistematici. Adesso gli regaliamo questa mappa.

    Purtroppo questa è una mappa del presente, magari un giorno fosse solo parte della memoria dei delitti aberranti commessi in terra cilena e niente di più. Ma siamo ancora molto lontani.

    Dopo aver sofferto l’abuso ognuno di noi ha pensato di essere come quello straccio vecchio che il delinquente abbandonava in un angolo dopo essersene soddisfatto. Credeva di essere solo, incarcerato in una prigione di eterno dolore, a soffrire. Quello che abbiamo scoperto in seguito è che il danno permanente che abbiamo ricevuto ha coinvolto anche le nostre famiglie e le conseguenze di questo crimine ci accompagnano per il resto delle nostre vite. Siamo un problema di salute pubblica. Perché oltre a fare delle nostre vite una sofferenza quotidiana, coinvolgendo le nostre relazioni sociali, di lavoro, familiari, tutto, chi deve assumersi il costo medico e umano delle conseguenze di questi delitti? Chi si occuperà di incoraggiare e ricevere migliaia di persone che continuano ad essere intrappolate nel silenzio imposto dall’abuso?

    Questa rete chiede al presidente del Cile Sebastian Piñera di rispondere alla richiesta che gli abbiamo fatto il giorno 3 agosto dell’anno scorso per la creazione di una Commissione Presidenziale che permetta di avanzare nella ricerca della Verità, della Giustizia e del Risarcimento per centinaia di sopravvissuti nel nostro paese. Se lo Stato cileno continua a guardare di sbieco  gli abusi da parte della Chiesa cilena, sapendo che questi delitti non sono questioni del passato, sapendo che sono state un’azione sistematica nella storia del nostro paese, come sistematico è stato la copertura di questi delinquenti, se lo Stato cileno interagisce con fermezza confermerà il nostro sospetto che sia complice di violazione dei diritti umani E quindi non ci rimarrà altra scelta che ricorrere alla corte internazionale.

    Ci sostiene la Convenzione dei diritti del Bambino; la Convenzione contro la Tortura e Altri Maltrattamenti o Pene Crudeli, Inumane o degradanti; la Convenzione sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro la Donna (CEDAW);  la Convenzione interamericana per prevenire, sanzionare e sradicare la Violenza contro la Donna – “ Convenzione di Belém do Parà”; la Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità, tra altri documenti firmati e/o  ratificati dallo Stato del Cile.

    Questa rete appoggia il progetto di legge di imprescrittibilità dei delitti sessuali del Cile, se guardate le date degli abusi e la data delle denunce che abbiamo ricavato in questa mappa imperfetta vedrete che per decenni abbiamo taciuto i nostri abusi E sappiamo troppo bene come il dolore, l’umiliazione, e addirittura la colpa assurda di essere stati abusati poco dopo poter parlare tardi ad uscire. Solo 4 persone su 10 racconteranno a un gruppo di cui si fidano il crimine che hanno sofferto e solo tra il 6 e il 10% lo denuncerà.

    Questa rete appoggia anche tutti progetti di legge che vogliono mettere fine ai privilegi che mantiene la Chiesa cattolica, crediamo profondamente all’uguaglianza totale davanti alla legge.

    Questa rete allerta anche le famiglie e lo Stato che ogni giorno affidano alla Chiesa cattolica o alle sue congregazioni bambine, bambini e adolescenti affinché guardino questa mappa imperfetta  e si fermino un attimo a pensare se possono dormire tranquilli sapendo che tra l’11% e il 15% del clero cileno è coinvolto in delitti sessuali contro l’infanzia.

    Approfittiamo di questa opportunità per fare una chiamata a tutti i sopravvissuti di abusi ecclesiastici del Cile a denunciare i loro abusanti difronte alla giustizia cilena. Li invitiamo a presentarsi alla Procura del Cile a denunciare e contribuire con le informazioni che ricordano sia degli abusanti che di altre persone membri della Chiesa che in un dato momento seppero degli abusi e rimasero in silenzio o realizzarono atti di insabbiamento.

    Noi sopravvissuti chiediamo allo Stato e alla società di fare il loro dovere. Giustizia, riparazione e prevenzione sono chiari obblighi dei poteri statali e ci turba che continuino a non preoccuparsi di una questione che interessa le generazioni che si stanno formando. Voi siete responsabili di fermare tutto questo: mentre noi ci stiamo riunendo qui, una bambina, un bambino, un adolescente sta stupendo abusi ed è più vicino di quello che voi possiate vedere. Noi continueremo a fare la nostra parte, il vostro intervento è urgente.

    Molte grazie.”

    Cile: presentata una mappa sugli abusi sessuali ecclesiastici

  • L’amministratore apostolico di Santiago del Cile: incontrerò le vittime

    L’amministratore apostolico di Santiago del Cile: incontrerò le vittime

    «Se i tribunali ritengono che dobbiamo indennizzare le vittime lo faremo». Il Papa gli ha raccomandato di guardare avanti ed essere pastore con tutti. L’incontro imprevisto con Scicluna

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    L’amministratore apostolico di Santiago, monsignor Celestino Aos, incontrerà le tre vittime del sacerdote pedofilo Fernando Karadima, appena tornato in Cile dopo gli incontri di questi giorni a Roma con il Papa e altri rappresentanti vaticani, ed è convinto che la Chiesa debba pagare gli indennizzi decisi dalla giustizia civile. Il cappuccino, che ha incontrato anche il cardinale Sean O’Malley, presidente della pontificia commissione per la Tutela dei minori, e monsignor Charles Scicluna, l’inviato papale in Cile all’origine della svolta impressa da Francesco, ha sottolineato che il Pontefice gli ha confermato la sua vicinanza pastorale al popolo cileno, l’importanza di curare tutto il popolo di Dio e la necessità di guardare avanti.

    «Con il Santo Padre abbiamo avuto una cordiale riunione di più di un’ora», ha detto monsignor Aos incontrando nel pomeriggio di lunedì un gruppo di giornalisti a Roma, «i temi li potete immaginare: il cammino di una Chiesa importante e complessa come la Chiesa di Santiago. San Paolo parlava della Chiesa come di un corpo con tutte le sue membra, e con il Papa abbiamo parlato del fatto che la Chiesa è un insieme di membra: ci sono le vittime che sono ferite ma è anche una Chiesa molto ricca, con matrimoni, giovani, bambini, anziani, lavoratori. Il Santo Padre ha insistito molto sul fatto che io sono il pastore di tutta la Chiesa di Santiago».

    Il Papa, ha detto ancora il cappuccino, «è molto vicino: mi ha detto di riferire che è vicino al popolo del Cile e che desidera dare ai fedeli il miglior governo pastorale possibile. Il Papa è il pastore di tutto il mondo e desidera che la Chiesa del Cile sappia che lui è consapevole che sta vivendo un grande dolore e una grande sofferenza e anche che ritiene che certamente il passato interessa, che bisogna riconoscere la situazione, ma che dobbiamo andare avanti con fede e speranza. Il Papa è un uomo di fede, che sa che tra le cose umane c’è la presenza misteriosa del Signore che è morto risuscitato e sta con noi nella Chiesa». Ai giornalisti che domandavano perché l’incontro con il Papa non sia stato preannunciato, «dovreste chiederlo alla segreteria vaticana», ha risposto con un sorriso.

    Quanto alle tre vittime di Karadima, James Hamilton, Juan Carlos Cruz e José Andres Murillo, che la Chiesa cilena dovrà risarcire con indennizzi stabiliti dalla corte di appello di Santiago, «l’orientamento della Chiesa cilena – ha detto Aos – è collaborare in tutto il necessario con la giustizia civile, perché non viviamo in un mondo a parte, siamo cittadini cileni, non abbiamo privilegi e se c’è un sacerdote, un vescovo che commette un delitto deve sottoporsi ad un tribunale e deve accettare le sue decisioni. Questo è il principio di fondo. Ora, se la Chiesa in alcuni casi ha la responsabilità per non essere stata diligente e non aver compiuto il suo dovere e i tribunali ritengono che debba indennizzare, lo faremo. In questo caso concreto, noi non appelleremo la sentenza e da quel che capisco non lo faranno le tre vittime: con loro mi sono sentito al telefono e intendo incontrarli appena torno a Santiago: se dobbiamo indennizzarli lo faremo. Ma vorrei sottolineare che quel che ci preoccupa non è tanto indennizzare con il denaro ma quel che ci interessa è come aiutare, riparare queste vittime che hanno sofferto. Inoltre vorremmo che le vittime ci aiutino affinché, uniti, troviamo un futuro diverso, che non si ripeta il passato che io non sognavo e non immaginavo che esistesse ed esistesse con quella gravità».

    L’amministratore apostolico ha raccontato anche del suo incontro odierno con il cardinale Sean O’Malley: «L’incontro con il cardinale O’Malley è sempre simpatico perché è cappuccino come me. L’avevo conosciuto superficialmente in un incontro che ha avuto luogo in passato a Roma tra vescovi cappuccini, ora l’ho conosciuto meglio. E’ un uomo molto amabile che ha vissuto nella sua diocesi di Boston. Abbiamo avuto una conversazione amabile, nella quale abbiamo trattato questo tema (degli abusi, ndr.), ha grande esperienza: mi ha raccontato quel che cosa ha fatto a Boston e mi ha detto anche che prega per noi perché loro sono già passati da situazioni come la nostra». Toccherà anche all’arcidiocesi di Santiago quel che è toccato all’arcidiocesi di Boston, ossia vendere l’episcopio per indennizzare le vittime dei preti pedofili? «Non lo so, sono cose ipotetiche», ha risposto il presule: «Ma indubbiamente dobbiamo rispettare le decisioni dei tribunali».

    Il vescovo cappuccino ha incontrato anche mons. Scicluna: «L’ho incontrato casualmente, pensavo che non l’avrei incontrato, che non era qui, ma questa mattina a Casa Santa Marta l’ho incontrato, ci siamo abbracciati e abbiamo preso un appuntamento per domani. Monsignor Sicluna è molto accogliente, ha sofferto molto, come sapete è specialista, per così dire, di questi temi e mi interessa sottolineare che qui in Vaticano, alle congregazioni o negli uffici dove vengo ricevuto, tutti ci tengono a collaborare, aiutare, per permetterci di uscire da questa situazione e organizzare un futuro diverso. Stimo molto mons. Scicluna e spero mi possa dare consigli utili per la Shiesa di Santiago». Quanto all’informativa scritta da Scicluna per il Papa dopo che Francesco lo inviò in Cile ad approfondire le denunce degli abusi, Aos ha ribadito che si tratta di un documento confidenziale per il Pontefice, ma «se i procuratori chiederanno» l’accesso a singole informazioni, il Papa «studierà ogni caso e toglierà se necessario il segreto pontificio e offrirà tutta la collaborazione necessaria».

    L’amministratore apostolico di Santiago ha sottolineato la necessità di imprimere un cambiamento radicale alla Chiesa della capitale cilena: «Non so quali cambi ci saranno, io spero che ci saranno cambiamenti, nuovi vescovi ausiliari, perché come potete immaginare è impossibile che io o un’altra persona possa da solo tenere il peso di governo di una Chiesa così grande. Per questo ho chiesto al Santo Padre che quando ci sarà una riunione della congregazione dei vescovi, si individuino vescovi ausiliari che possano collaborare con me». Quanto alla propria persona, il cappuccino ride quando i giornalisti gli domandano se il Papa lo veda come il volto della Chiesa del futuro: «Non so come mi vede, credo che mi veda per quello che sono, un povero cappuccino di 74 anni: il Papa sa che non basta cambiare una o due persone, ma la Chiesa e la società devono cambiare il cuore, e questo non si cambia con un decreto: se si potesse, firmerei domani stesso una pila di decreti».

  • Pedofilia: giri di vite (antiorari) vaticani

    Pedofilia: giri di vite (antiorari) vaticani

    Esistono Paesi dove i sacerdoti sono esonerati dal dovere di fornire alla magistratura le informazioni che essa richiede, anche quelle al di fuori del “segreto confessionale”; uno di quei Paese è l’Italia e la norma in questione deriva dal patto concordatario tra l’Italia e la Santa sede.

    Esistono poi Paesi dove i sacerdoti sono tenuti, come qualunque altro cittadino, perfino a denunciare i reati di cui vengono a conoscenza. In caso contrario si rischia di essere incriminati per aver intralciato la giustizia. Uno di quei Paesi è la Francia, che infatti ha recentemente condannato Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, a sei mesi di reclusione in primo grado proprio con l’accusa di aver coperto un prete pedofilo, tale Bernard Preynat, ostacolando così il corso delle indagini.

    A onor del vero il crimine in questione pare sia avvenuto diversi anni prima che Barbarin ne venisse a conoscenza, che tuttavia verrà giudicato in secondo grado dal momento che ha presentato richiesta di appello, ma è comunque evidente la differenza che passa tra le esenzioni rico­no­sciute in Italia ai preti soltanto per il fatto di essere tali e il trattamento che riserva loro la Francia, dove hanno gli stessi doveri di qualunque altro cittadino.

    Secondo quanto stabilito dal papa nell’ultimo summit proprio sulla pedofilia ecclesiastica, però, queste esenzioni dovrebbero avere vita breve. Dovrebbero! Perché il papa è stato chiaro con tutti i presidenti delle conferenze episcopali presenti: «anche se si trattasse di un solo caso di abuso la Chiesa chiede di non tacere e di portarlo oggettivamente alla luce, perché lo scandalo più grande in questa materia è quello di coprire la verità». I preti quindi dovrebbero denunciare. Dovrebbero! Per cui Barbarin, condannato giusto due settimane dopo quel summit, avrebbe dovuto essere il primo esempio di questo ennesimo giro di vite.

    Che tolleranza zero è quella che viene meno alla prima occasione?

    Giro di vite che però forse è stato dato in senso antiorario, perché infatti Barbarin ha sì presentato le proprie dimissioni subito dopo la sentenza, ma Bergoglio le ha altrettanto immediatamente respinte. La ragione di questa decisione del papa sarebbe il principio di presunzione d’innocenza, il che sembra veramente pretestuoso. Non che per Barbarin la presunzione d’innocenza non valga, ci mancherebbe altro, ma questa riguarderebbe eventualmente il reato di favoreggiamento nei confronti di Preynat, non il fatto che ha taciuto le notizie che gli sono pervenute. E comunque, che tolleranza zero è quella che viene meno alla prima occasione?

    Non che la cosa sorprenda. Giusto sette mesi fa pubblicavamo un articolo in cui facevo l’elenco delle sterili promesse vaticane sulla pedofilia, in quel caso parlando delle reazioni negative (per la Chiesa) in Irlanda, e aggiungerne un’altra non è che sia poi così clamoroso. Così come non sorprende il fatto che anche in Francia l’immagine della Chiesa bergogliana non è che sia esattamente splendida; sembra anche che sia in aumento il numero dei battezzati che chiedono di abbandonare formalmente la Chiesa mediante sbattezzo, proprio per via dello squallido teatrino tra Barbarin e Bergoglio. Nel frattempo l’idea più geniale è venuta a Bergoglio pochi giorni fa: ha introdotto tre leggi motu proprio che consentono di agire d’ufficio contro i reati di pedofilia perpetrati nella Città del Vaticano. Quanti bambini pensate possano vivere all’interno delle Mura leonine?

    Massimo Maiurana

    I giri di vite (antiorari) vaticani sulla pedofilia


  • Chiesa e pedofilia, nel motu proprio di papa Francesco non c’è traccia dell’obbligo di denuncia alle autorità civili

    Chiesa e pedofilia, nel motu proprio di papa Francesco non c’è traccia dell’obbligo di denuncia alle autorità civili

    «Se i bambini avranno l’accortezza di farsi abusare entro i confini dello Stato di Città del Vaticano, saranno tutelati i loro diritti; al di fuori, non possiamo agire». Il presidente di Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, commenta così a Left l’atteso motu proprio emanato da papa Francesco in materia di violenze “sessuali” su minori annunciato al termine del summit che si è tenuto in Vaticano a fine febbraio alla presenza dei capi di tutte le conferenze episcopali del mondo. «Questo – prosegue Zanardi – è ciò che nella sostanza è contenuto nel motu proprio di papa Francesco, che è bene ricordare ha validità nel solo Stato della Città del Vaticano». Prima del vertice vaticano, il presidente dell’associazione italiana di tutela dei diritti delle vittime di pedofilia di matrice clericale è stato ricevuto dalla commissione pontificia insieme ai rappresentanti di altre sette associazioni nazionali di altrettanti Paesi. E in quella occasione agli emissari del papa sono state fatte delle precise richieste e osservazioni sul modo in cui la Chiesa avrebbe dovuto gestire in particolare l’assistenza alle vittime dei preti pedofili in tutto il mondo. «Pur ammettendo – prosegue Zanardi – che le nostre istanze sono state in qualche modo accolte, in primis quella di legiferare in merito all’assistenza alle vittime, che come leggiamo nel documento sarà gestita Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, mi domando in che modo sarà concretamente realizzata. Dovranno andare in Vaticano per essere aiutate?». A tal proposito le associazioni avevano richiesto degli indennizzi proprio per sovvenzionare “in autonomia” le cure necessarie a chi subisce questo genere di violenza. «Si tratta di misure improponibili, anche se ci venisse pagato il volo per andare in Vaticano dallo psicologo». Il presidente di Rete L’Abuso si sofferma infine sull’applicazione delle norme penali emanate da papa Francesco. «Hanno validità solo all’interno di quell’appezzamento di circa un km quadrato che è la Città del Vaticano, ma che comunque il pontefice potrebbe applicare immediatamente, dando giustizia ai chierichetti della Basilica di S. Pietro, abusati proprio in Vaticano, a due passi dalla sua residenza di S. Marta, dove il Motu proprio ha validità».

    Vediamo ora nel dettaglio i passaggi più significativi dei tre documenti emanati da papa Francesco che entreranno in vigore l’1 giugno 2019: il Motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili, la legge sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili dello Stato della Città del Vaticano e le Linee guida per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili per il Vicariato della Città del Vaticano. (LEGGI IL DOCUMENTO COMPLETO)

    «Desidero rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili affinché» scrive Bergoglio «nella Curia romana e nello Stato della Città del Vaticano», «maturi in tutti la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto». Laddove il papa parla di «autorità competenti» si potrebbe pensare che si riferisca alla magistratura “laica” e invece più avanti chiarisce che: «Fatto salvo il sigillo sacramentale (cioè il segreto che grava su tutto ciò che viene detto nell’ambito del confessionale, ndr), i soggetti (gli ecclesiastici, ndr) … sono obbligati a presentare, senza ritardo, denuncia al promotore di giustizia presso il tribunale dello Stato della Città del Vaticano ogniqualvolta, nell’esercizio delle loro funzioni, abbiano notizia o fondati motivi per ritenere che un minore o una persona vulnerabile sia vittima di uno dei reati (di abuso su minori o persone vulnerabili, ndr), qualora commessi anche alternativamente: nel territorio dello Stato; in pregiudizio di cittadini o di residenti nello Stato; in occasione dell’esercizio delle loro funzioni, dai pubblici ufficiali dello Stato». Più chiaro di così. Dopo di che, in relazione alle osservazioni di Zanardi leggiamo: «Alle persone offese dai reati di cui all’articolo 1 della Legge N. CCXCVII è offerta assistenza spirituale, medica e sociale, compresa l’assistenza terapeutica e psicologica di urgenza, nonché informazioni utili di natura legale, tramite il Servizio di accompagnamento gestito dalla Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano». È probabile, o per lo meno vogliamo pensare che sarà così, che saranno realizzati servizi di questo genere in tutte le diocesi del pianeta. Ma ci pare davvero poca cosa rispetto alla tanto pubblicizzata “tolleranza zero” di cui si sente parlare dal giorno in cui Jorge Mario Bergoglio è diventato papa Francesco, ormai sei anni fa.

    Chiesa e pedofilia, nel motu proprio di papa Francesco non c’è traccia dell’obbligo di denuncia alle autorità civili

  • Pedofilia, Papa Francesco promulga i tre documenti per contrastare gli abusi

    Pedofilia, Papa Francesco promulga i tre documenti per contrastare gli abusi

    Bergoglio, come annunciato al termine del vertice sugli abusi sessuali sui minori, emana una lettera apostolica, una legge e le Linee guida. L’obiettivo, si legge nel motu proprio, è creare una comunità “attenta a prevenire ogni forma di violenza”. Il Pontefice, ad esempio, fa riferimento “all’obbligo di denuncia”

    di Papa Francesco mette in atto la linea della tolleranza zero sullapedofilia. Come era stato annunciato al termine del verticevaticano sugli abusi sessuali sui minori, Bergoglio ha promulgato tre documenti importanti per contrastare questa piaga: la lettera apostolica in forma di motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili, la legge sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili dello Stato della Città del Vaticano e le Linee guida per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili per il Vicariato della Città del Vaticano.

    “La tutela dei minori e delle persone vulnerabili – scrive il Papa nel motu proprio – fa parte integrante del messaggio evangelico che la Chiesa e tutti i suoi membri sono chiamati a diffondere nel mondo. Cristo stesso infatti ci ha affidato la cura e la protezione dei più piccoli e indifesi: ‘Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me’. Abbiamo tutti, pertanto, il dovere di accogliere con generosità i minori e le persone vulnerabili e di creare per loro un ambiente sicuro, avendo riguardo in modo prioritario ai loro interessi. Ciò richiede una conversione continua e profonda, in cui la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la credibilità dell’annuncio evangelico e a rinnovare la missione educativa della Chiesa”.

    “Desidero, quindi, – prosegue Bergoglio – rafforzareulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili affinché nella Curia romana e nello Stato della Città del Vaticano: sia mantenuta una comunità rispettosa e consapevole dei diritti e dei bisogni dei minori e delle persone vulnerabili, nonché attentaa prevenire ogni forma di violenza o abuso fisico o psichico, di abbandono, di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamentoche possano avvenire sia nelle relazioni interpersonali che in strutture o luoghi di condivisione; maturi in tutti la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto”.

    Sempre nel documento papale si chiede che “sia efficacemente perseguito a norma di legge ogni abuso o maltrattamentocontro minori o contro persone vulnerabili; sia riconosciuto a coloro che affermano di essere stati vittima di sfruttamento, di abuso sessuale o di maltrattamento, nonché ai loro familiari, il diritto ad essere accolti, ascoltati e accompagnati; sia offerta alle vittime e alle loro famiglie una cura pastorale appropriata, nonché un adeguato supporto spirituale, medico, psicologico e legale; sia garantito agli imputati il diritto a un processo equo e imparziale, nel rispetto della presunzione di innocenza, nonché dei principi di legalità e di proporzionalità fra il reato e la pena; venga rimosso dai suoi incarichi il condannato per aver abusato di un minore o di una persona vulnerabile e, al contempo, gli sia offerto un supporto adeguato per la riabilitazione psicologica espirituale, anche ai fini del reinserimento sociale; sia fatto tutto il possibile per riabilitare la buona fama di chi sia stato accusato ingiustamente; sia offerta una formazione adeguata per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”.

    Francesco stabilisce, inoltre, che “fatto salvo il sigillo sacramentale”, tutti “sono obbligati a presentare, senza ritardo, denuncia al promotore di giustizia presso il tribunale dello Stato della Città del Vaticano ogniqualvolta, nell’esercizio delle loro funzioni, abbiano notizia o fondati motivi per ritenere che un minore o una persona vulnerabile sia vittima” di abusi, “qualora commessi anche alternativamente: nel territorio dello Stato; in pregiudizio di cittadini o di residenti nello Stato; in occasione dell’esercizio delle loro funzioni, dai pubblici ufficiali dello Stato“. Bergoglio precisa anche che alle persone abusate “è offerta assistenza spirituale, medica e sociale, compresa l’assistenza terapeutica e psicologica di urgenza, nonché informazioni utili di natura legale, tramite il Servizio di accompagnamento gestito dalla Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano”.

    Tra i documenti promulgati da Francesco che entreranno in vigore il primo giugno 2019, anche le Linee guida per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili per il Vicariato della Città del Vaticano, all’interno del quale è ospitato il Preseminario San Pio X, finito nel novembre del 2017 al centro di uno scandalo per presunti abusi sui chierichetti del Papa. Le Linee guida, rivolte a tutti gli ecclesiastici che risiedono in Vaticano, riguardano quindi anche i sacerdoti, i diaconi e gli educatori del Preseminario. “Queste persone – si legge nel documento – devono essere sempre visibili agli altri quando sono in presenza di minori e fornire loro modelli positivi di riferimento”. A loro è fatto divieto di “infliggere castighi corporali di qualunque tipo, instaurare un rapporto preferenziale con un singolo minore, rivolgersi a un minore in modo offensivo o assumere comportamenti inappropriati o sessualmente allusivi, chiedere a un minore di mantenere un segreto, fotografare o filmare un minore senza il consenso scritto dei genitori”.

    Sempre secondo le nuove norme, il Vicario Generale per la Città del Vaticano, incarico attualmente affidato al cardinale Angelo Comastri, sarà chiamato a nominare “un Referente per la tutela dei minori il quale coordina e verifica l’attuazione delle presente Linee guida affinché, nell’ambito del Vicariato, sia mantenuta una comunità rispettosa e consapevole dei diritti e dei bisogni dei minori, nonché attenta a prevenire ogni forma di violenze o di abuso”.

    Appena prima che si aprisse il vertice voluto a Roma da Bergoglio, era stato lo stesso Pontefice a ridurre allo stato laicale l’ex cardinale di Washington, Theodore Edgar McCarrick, condannato dalla Congregazione per la dottrina della fede per“sollecitazione in confessione e violazioni del sesto comandamento del decalogo con minori e adulti, con l’aggravante dell’abuso di potere”. Successivamente la magistratura civile non ha risparmiato la Chiesa cattolica travolta dallo scandalo della pedofilia ai suoi massimi vertici. Innanzitutto è toccato al cardinale George Pell, al momento della condanna prefetto in congedo della Segreteria per l’economia. La giuria della County Court dello stato di Victoria, in Australia, lo ha ritenuto all’unanimità colpevole di abusi sessuali su due ragazzi, all’epoca di 12 e 13 anni, del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne, commessi nel 1996 quando era vescovo ausiliare dell’arcidiocesi. Motivo per cui è stato arrestato e attualmente si trova in isolamento.

    Poi è toccato al cardinale Philippe Barbarin condannato dal tribunale di Lione a sei mesi con la condizionale per mancata denuncia di abusi sessuali su minori perpetrati negli anni 70 e 80 durante i campi scout, da padre Bernard Preynat. Barbarin ha consegnato al Papa le sue dimissioni da arcivescovo di Lione. Bergoglio le ha, però, respinte in attesa della sentenza d’appello. Francesco ha, invece, accettato le dimissioni del cardinale Ricardo Ezzati Andrello da arcivescovo di Santiago del Cile. Il porporato è sotto processo per l’insabbiamento degli abusi sessuali su minori da parte di tre sacerdoti della sua ex arcidiocesi: l’ex cancelliere Oscar Munoz, il marista Jorge Laplagne e padre Tito Rivera. Proprio in Cile, il Papa ha dovuto azzerare l’intero episcopato che ha coperto la pedofilia.

    “Sento di condividere con voi – ha confidato Francesco ai preti di Roma all’inizio della Quaresima – il dolore e la pena insopportabili che causano in noi e in tutto il corpo ecclesiale l’onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni. È evidente che il vero significato di ciò che sta accadendo è da cercare nello spirito del male, nel nemico, che agisce con la pretesa di essere il padrone del mondo”. E concludendo il summit sulla pedofilia, Bergoglio aveva sottolineato che “nella rabbia, giustificata, della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati. L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/29/pedofilia-papa-francesco-promulga-i-tre-documenti-per-contrastare-gli-abusi/5071419/

  • Summit anti-pedofilia, Lombardi svela i lavori dei gruppi

    Summit anti-pedofilia, Lombardi svela i lavori dei gruppi

    Un testo inedito del moderatore, contenuto nel volume «Consapevolezza e purificazione» (Lev) e anticipato da Vatican News, sintetizza i resoconti: necessaria «una “cultura della denuncia”»

    DOMENICO AGASSO JR
    CITTÀ DEL VATICANO

    È fondamentale «rompere e superare la “cultura del silenzio”». Allo stesso tempo bisogna sviluppare quella «della denuncia». Sono indicazioni emerse dai gruppi di lavoro dell’Incontro per la protezione dei minori, che si è svolto in Vaticano dal 21 al 24 febbraio. Tutti i documenti del meeting – una prima volta assoluta nella storia della Chiesa – sono pubblicati in un libro della Libreria Editrice vaticana (Lev) intitolato «Consapevolezza e purificazione». Vatican News anticipa un testo inedito contenuto nel libro, scritto dal moderatore del summit, padre Federico Lombardi, che sintetizza i resoconti delle squadre di dialogo e riflessione in cui erano divisi i vescovi e cardinali.

    È emerso innanzitutto che bisogna «rompere e superare la “cultura del silenzio”». Occorre allo stesso tempo impegnarsi per sviluppare «una positiva “cultura della denuncia”, che permetta di agire efficacemente nella verità e nella giustizia».

    È importante poi capire «le connessioni fra gli abusi di potere, di coscienza e sessuali; la visione distorta dell’autorità nella Chiesa come potere e non come servizio, qualificata da papa Francesco come “clericalismo”».

    La priorità «dell’ascolto delle vittime è stata ribadita da tutti i gruppi, dove si è riconosciuta la forza delle testimonianze ascoltate». Troppo spesso «le ferite profonde nelle vittime sono causate non solo dal fatto degli abusi, ma anche in gran parte dall’esperienza del rifiuto di essere ascoltate». E anche i vescovi sono chiamati a «esercitare l’ascolto in prima persona». Successivamente, serve «sviluppare le capacità di accompagnamento delle vittime e persone ferite».

    Si può inoltre «mirare ad avere una vera partecipazione di vittime all’aiuto di altre vittime. Inoltre si è parlato del maggiore ruolo che va riconosciuto alle vittime nel corso dei processi canonici».

    Lombardi scrive che «si è messo l’accento sulla importanza della partecipazione e collaborazione dei laici – in particolare delle donne – con le loro competenze specifiche e sensibilità, nei diversi organismi da istituire in aiuto del vescovo (Commissioni per la valutazione delle segnalazioni di abusi; Commissioni “indipendenti” di esame e studio dell’insieme dei casi anche del passato; Commissioni di verifica dell’attuazione di procedure e misure prese; Commissioni per le attività di formazione dei seminaristi, del personale ecclesiale; Commissioni per attività e iniziative di prevenzione per le famiglie e comunità…)».

    Si è parlato dell’importanza «della collaborazione fra Diocesi e Congregazioni religiose, della coerenza di criteri e procedure adottate, anche nel campo dello spostamento del personale religioso da un luogo all’altro». Si è ragionato sul «rapporto fra le competenze dei Vescovi e delle Conferenze Episcopali (ad es. importanza che le Conferenze possano avere un quadro complessivo dei problemi ricevendo adeguate informazioni dalle Diocesi ed elaborando statistiche e Linee guida comuni e valutandone l’attuazione) come pure delle Conferenze Episcopali e di Roma (valutare la trattazione e il giudizio sui casi anche a livello decentrato – Tribunali nazionali o regionali – per evitare accumulo a Roma e ritardi; come pure avere una fase locale di informazione e valutazione sui problemi relativi a negligenza o incompetenza nel governo dei vescovi)».

    Si è esortato alla realizzazione di «un Vademecum per tutti i vescovi, da cui risultino chiaramente i loro compiti e doveri e la obbligatorietà delle norme. La preparazione di un tale Vademecum è stata annunciata da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede ed è molto attesa».

    Tutto ciò è decisivo affinché si possa «procedere efficacemente anche nella direzione del “rendere conto” delle proprie responsabilità (accountability) e della valutazione del modo in cui le responsabilità di governo sono state esercitate».

    In alcuni gruppi «si è discusso in modo approfondito sui problemi e sulle utilità dei “seminari minori”, criticati in una delle relazioni. In tutti i gruppi si è ribadita l’urgenza di un miglioramento della formazione umana, affettiva e integrale dei candidati al sacerdozio, anche nella dimensione della sessualità». Ed è stata «apprezzata l’importanza della presenza di donne nel corso della formazione, di persone competenti dal punto di vista psicologico, dell’uso di test psicologici, in modo da evitare l’accettazione agli ordini sacri di persone inadatte».

    Si è insistito «sull’importanza delle informazioni fra i Vescovi o Superiori competenti sui seminaristi o sacerdoti che passano da un seminario a un altro o da una Diocesi all’altra».

    In diversi gruppi ci si è interrogati «sull’esistenza di un rapporto fra gli abusi sessuali e l’omosessualità. La questione è complessa e per vari motivi sembra da ritenere che non vada stabilita una connessione. La questione merita tuttavia un approfondimento per quanto riguarda il clero cattolico, poiché i casi di abuso conosciuti da parte di membri del clero sono in maggioranza nei confronti di ragazzi piuttosto che di ragazze».

    Poi, la trasparenza, che significa «anzitutto la pubblicazione e conoscenza delle regole, procedure e norme che devono essere seguite; seguirle effettivamente e poter verificare comportamenti, azioni e risultati».

    A proposito di statistiche «si sarebbero desiderati rapporti più dettagliati sulla situazione. Se vi è stata una sentenza di condanna definitiva è giusto che sia conosciuta, come pure è bene che siano resi noti i motivi di dimissione di un vescovo dal suo compito».

    Occorre fare chiarezza sulla tematica «del “segreto”: segreto pontificio, istruttorio, d’ufficio, professionale, confessionale. Si è parlato più volte della eliminazione del “segreto pontificio” a proposito dei procedimenti su abusi sessuali di minori, ma bisogna spiegare che cosa comporta».

    E nella collaborazione con le autorità civili, va dato «accesso ai documenti richiesti».

  • Abusi sui minori, si dimette il Cardinale Ezzati, fedelissimo di Papa Francesco

    Abusi sui minori, si dimette il Cardinale Ezzati, fedelissimo di Papa Francesco

    Ennesimo scandalo fra le mura del Vaticano. Un altro cardinale finisce nella bufera perché ha coperto degli abusi sessuali.

    L’opinione pubblica ormai è abituata a sentire notizie di scandali sulla chiesa di Papa Francesco. In tutte le parti del mondo, infatti, si sono verificati eventi fuori da ogni logica, abusi che riguardano minori. Strie di decine di anni fa e vicende recenti. E’ come se tutti i nodi fossero venuta al pettine, quasi all’improvviso e ci si trovasse dinanzi all’impossibilità di gestire vicende pesanti e senza fime. Papa Francesco sembrava poter imprimere una svolta sulla piaga delle pedofilia, ma l’impressione e che gli esiti siano stentati e, in qualche caso, gravemente contraddittori. il problema rimane irrisolto. E se la questione in passato riguardava sacerdoti, e lasciava intoccati o quasi i superiori ecclesiastici, ora le indagini e le condanne riguardano gli alti prelati, spesso con incarichi fondamentali nello scacchiere di Papa Francesco. Una storia infinita di scandali che in alcuni momenti sembra travolgere la Chiesa, irrimediabilmente. Perchè ora i processi non sembrano risolte all’interno dei soli Tribunali ecclesiastici, con poca o nulla notorietà. Ora i porporati sono chiamati a rispondere dinanzi ai Tribunali ordinari, civili e, per la prima volta, anche penali.

    Clamoroso è stato  il recente l’arresto e la reclusione del Cardinale Pell in Australia negli stessi giorni è scoppiato il caso del Cardinale Barbarin, condannato in Francia – questa volta un tribunale civile – per non aver denunciato alle forze dell’ordine un prete pedofilo a Lione.

    Ma i problemi sembrano provenire soprattutto dal Sud America. Lo scorso novembre il cardinale cileno Francisco Javier Errazuriz Ossa, arcivescovo emerito di Santiago del Cile, si era dimesso dal C9, il consiglio di nove cardinali istituito da Papa Francesco 2013 per sostenerlo nel governo della Chiesa e nella riforma della Curia romana. Il porporato era finito nella tempesta con la scusa di aver insabbiato casi di abusi sessuali nella Chiesa cilena. Il particolare il Cardinale è stato accusato dalla giustizia ordinaria di aver occultato il caso di padre Jorge Laplagne, sacerdote di Rancagua accusato di pedofilia nel 2005. Gli scandali in Cile sono emersi  dopo il viaggio di Bergoglio. Il nome dell’arcivescovo della capitale era stato indicato da laici e sacerdoti tra coloro che nascosero al Pontefice la gravità della situazione in Cile dinanzi alla piaga della pedofilia – accusa, questa, sempre negata dal cardinale –  e di aver insabbiato per anni crimini di abusi. Tra questi quelli commessi da Fernando Karadima, abusatore seriale, ridotto da Papa Francesco allo stato laicale il 28 settembre 2018

    Tre vittime degli abusi di Karadima, Juan Carlos Cruz, Andrés Murillo e James Hamilton – avevano presentato una querela a fine ottobre dello scorso anno contro il cardinale Errazuriz per falsa testimonianza, reato previsto e sanzionato nell’articolo 209 del codice penale cileno. La richiesta venne accolta dal Tribunale con l’avvio del provvedimento che  costrinse il porporato alle dimissioni tra i cardinali fiduciari del Pontefice.

    Questa volta è il turno del Cardinale cileno Ricardo Ezzati Andrello successore di Errazuriz in qualità di arcivescovo a Santiago.  E’ accusato, anche lui come il suo predecessore, di aver coperto abusi e violenze e di aver nascosto informazioni fondamentali alla polizia. Il cardinale  avrebbe occultato abusi su minori da parte di tre preti della sua diocesi: l’ex cancelliere Oscar Munoz, che si autodenunciò nel gennaio 2018 per abusi su minorenni, tra cui alcuni parenti; il marista Jorge Laplagne, che coinvolse anche il cardinale Francisco Errazuriz – predecessore di Ezzati –  e padre Tito Rivera.

    Ricardo Ezzati Andrello, 77 anni, origini italiane, era stato nominato vescovo da Giovanni Paolo II nel 1996. Benedetto XVI lo ha fece arcivescovo di Santiago del Cile nel 2010 e Papa Francesco lo ha creato cardinale nel 2014. A seguito dello scandalo, Ezzati ha chiesto ed ottenuto dal Papa Francesco la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Santiago del Cile

    Ezzati era uno dei più stretti collaboratori di Papa Francesco e membro del C9.  ormai diventato C6 dopo le dimissioni di Errazuriz di Pell e delle sue. Papa Francesco ha nominato un Amministratore Apostolico – Sede vacante et ad notum Sanctae Sedis – in poche parole, un commissariamento nella persona di Monsignor Celestino Braco, nato nel 1945 e spagnolo di origine.

    https://www.leggilo.org/2019/03/24/cardinale-abusi-sessuali/

  • PONTICELLI: ECCO PERCHÉ IL TRIBUNALE ECCLESIASTICO HA ASSOLTO DON SILVERIO MURA DALLE ACCUSE DI PEDOFILIA

    PONTICELLI: ECCO PERCHÉ IL TRIBUNALE ECCLESIASTICO HA ASSOLTO DON SILVERIO MURA DALLE ACCUSE DI PEDOFILIA

     Il Tribunale Ecclesiastico Metropolitano Penale dell’Archidiocesi di Milano ha assolto il parroco di Ponticelli Don Silverio Mura, accusato nel 2010 da Arturo Borrelli di aver abusato sessualmente di lui quando era un bambino. Borrelli ha conosciuto Don Mura tra i banchi di scuola, era il suo insegnante di religione.

    A diramare la notizia è l’avv. Stefano Bartone, difensore di don Mura, che ha anche inviato agli organi si stampa la sentenza definitiva, emessa lo scorso 6 marzo, che assolve pienamente il sacerdote.            

    Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso, dopo che il Papa decise di riaprire il caso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede.

    L’assoluzione del sacerdote napoletano arriva dopo quattro anni di istruttoria, gettando nello sconforto le due presunte vittime che a distanza di più di 20 anni, puntano il dito contro il sacerdote.

    Una sentenza che potrebbe essere ribaltata, in ogni caso, in sede civile, dove si svolgerà un altro processo per un eventuale risarcimento dei danni.

    Una vicenda che fin da subito ha diviso l’opinione pubblica e in particolar modo gli abitanti di Ponticelli, la comunità in cui Don Mura ha vissuto e lavorato per tanti anni .

    Uno scenario controverso, dunque, perché se su un fronte il sacerdote ha adottato un comportamento ambiguo, sull’altro i suoi accusatori non si sono rivelati tanto più attendibili.

    Se il sacerdote di Ponticelli non ha commesso gli abusi, infatti, andrebbe chiarito perché venne trasferito dalla curia di Napoli sotto falso nome a Montù Beccaria, un paese in provincia di Pavia, dove gli era consentito di fare catechismo, permettendogli così anche di interagire con i bambini, mentre all’ombra del Vesuvio fu reso noto che era stato mandato in un convento “a curarsi”.

    Così come resta da chiarire se la malformazione al pene alla quale le due presunte vittime fanno riferimento sia stata accertata – rilevabile solo con il pene in erezione – e, in tal caso, in che modo il sacerdote abbia giustificato il fatto che due bambini siano venuti a conoscenza di un particolare tanto intimo.

    Altro interrogativo legato alla figura del sacerdote è l’ingente quantitativo di denaro di cui disponeva e che gli permetteva di elargire di continuo regali costosi alle presunte vittime: completi delle squadre di calcio, biciclette, scooter e molto altro. Un tenore di vita in forte distonia con il suo status di semplice insegnante, proveniente da una famiglia modesta.

    Infine, quando Arturo Borrelli, il principale accusatore del prete, lo incontra a distanza di anni, filmando quell’incontro con una videocamera nascosta, Don Mura non fa nulla per difendersi dalle accuse di pedofilia né tantomeno ha querelato il Borrelli per averlo ingiuriato e diffamato pubblicamente e in più circostanze.

    Sul fronte delle vittime, invece, emergono una serie di fatti che possono concorrere a chiarire il contesto in cui è maturata la decisione del tribunale Ecclesiastico di Milano di assolvere il prelato.

    In una mail inviata alla curia di Napoli, poco dopo lo shock traumatico che gli avrebbe consentito di rielaborare il trauma subito da ragazzino, Arturo Borrelli, che all’epoca lavorava come guardia giurata, minacciava di suicidarsi davanti alla curia partenopea con l’arma di ordinanza. Secondo quanto riferito dalla curia, con l’intento di preservare l’incolumità del Borrelli e della collettività, quella mail fu inoltrata alla Questura di Napoli, determinando il licenziamento della presunta vittima.

    Una condotta mai violenta, ma spesso ingestibile, quella adottata dal Borrelli nel corso degli anni in cui ha portato avanti la sua battaglia per rivendicare giustizia. Una battaglia portata avanti soprattutto sui social e attraverso i social, dove sovente il Borrelli indirizza imprecazioni e maledizioni al cardinale Sepe, giungendo ad additarlo come il responsabile delle sofferenze patite, fino al giorno della morte, dal figlio 18enne, sopraggiunta in seguito ad un incidente stradale avvenuto lo scorso giugno in via Mastellone a Barra. Nonostante la curia partenopea si sia fatta carico di tutte le spese relative ai funerali del giovane, il Borrelli si è guardato bene dal rendere nota questa notizia e anche pochi minuti prima di dare l’estremo saluto al figlio, è salito sul pulpito dell’altare per inveire contro coloro che apostrofa come “gli artefici di tutti i suoi mali”.

    Ben più rilevanti, invece, le incongruenze che emergono dalla testimonianza di Giuseppe Scognamiglio, nome di fantasia della seconda presunta vittima, che accusa Don Mura di essersi servito di lui anche come corriere di armi e droga.

    Nel corso di una lunga intervista registrata lo scorso aprile, infatti, Scognamiglio riferisce che negli anni in cui Don Silverio passò alla parrocchia del comune vesuviano di Pollena Trocchia, oltre ad abusare sessualmente di lui, lo obbligava a recarsi in bici fino a Ponticelli per consegnare ad una donna un misterioso zainetto in cui gli riferiva che fossero contenuti dei libri di religione.

    Un percorso di circa cinque chilometri, complessivamente dieci tra andata e ritorno, che il ragazzino avrebbe compiuto “2 o 3 volte a settimana, per circa due anni” e poi precisa: “lo avrò fatto una decina di volte in tutto”. Pertanto, – se la matematica non è un’opinione – i conti non tornano.

    Da Pollena Trocchia a Ponticelli in bicicletta per raggiungere un luogo ben preciso: il Rione De Gasperi, la roccaforte del clan Sarno, all’epoca dei fatti. In quegli anni, i Sarno, partendo proprio dalla “torre di controllo” costruita nel rione che per anni ha funto da fortino del clan, con una serie di alleanze, unitamente all’utilizzo di metodi camorristici efferati, riuscirono ad imporsi sull’intera periferia orientale di Napoli, oltre che sull’entroterra vesuviano, spingendosi fino al cuore del centro storico partenopeo.

    In quegli anni, i Sarno, non erano “un” clan, ma “il” clan. Tutte le dinamiche malavitose del territorio erano riconducibili alla cosca fondata dai fratelli Giuseppe, Vincenzo, Ciro e Luciano Sarno.

    Scognamiglio riferisce che i suoi viaggi terminavano proprio lì, nella roccaforte del clan più temuto e temibile dell’epoca. Seppure sia in grado di descrivere minuziosamente l’abitazione del sacerdote, nella ricostruzione del percorso compiuto da “corriere inconsapevole”, non è in grado di fornire dettagli altrettanto attendibili, apparendo nervoso e contraddittorio.

    Sostiene che il sacerdote gli avrebbe mostrato nel corso di un viaggio in auto il percorso che avrebbe dovuto compiere, invitandolo a non fermarsi mai lungo la strada, per poi indicargli la donna alla quale doveva consegnare lo zaino.

    Il viaggio sarebbe terminato, dunque, in una zona del rione dove  si rileva la presenza di un grosso spiazzale, attualmente semideserto, in seguito all’avvio del piano di riqualificazione del rione. Negli anni in cui si sarebbero svolti i fatti narrati, invece, il De Gasperi viveva il suo momento di massimo splendore, soprattutto perché nel cuore di quello spiazzale vi erano una scuola ed una chiesa, perennemente frequentate. Allo stato attuale, la scuola è occupata abusivamente da una famiglia che l’ha adibita ad abitazione e la chiesa è stata chiusa e ripetutamente vandalizzata, in quanto rientrante nel piano di abbattimento. Scognamiglio, nella sua ricostruzione, non menziona la presenza di due edifici tanto voluminosi quanto iperfrequentati in quegli anni e quando gli viene fatto notare, sorpreso e stupito chiede: “veramente là ci sta una chiesa!?”

    Quella di Scognamiglio somiglia molto alla ricostruzione di un ragazzino abbastanza informato sulle dinamiche camorristiche del quartiere in cui vive e che da uomo torna a Ponticelli con un enorme gap culturale ed emotivo da colmare: quello relativo al nuovo e caotico disegno criminale consequenziale al pentimento delle figure-simbolo del clan Sarno.

    In effetti, Scognamiglio ha trascorso molti anni lontano da Napoli, non a caso, proprio gli anni in cui i fratelli Sarno decisero di passare dalla parte dello Stato e solo pochi mesi dopo il suo ritorno a Ponticelli, mentre sentiva una giornalista fare domande sul presunto prete pedofilo del quartiere, si è reso conto di essere “la persona che quella giornalista stava cercando”.

    In sostanza, la descrizione geografica e la ricostruzione storica proposte dalla presunta vittima, trovano riscontro nell’epoca contemporanea, come se “a caccia di elementi utili” per rendere credibile la pesante accusa, Scognamiglio effettivamente si sia recato nel rione. Oggi, per l’appunto, e non 20 anni fa.

    La presunta vittima, afferma di aver scoperto per caso, un giorno, il reale contenuto dello zainetto che gli era richiesto di trasportare. Decise di fermarsi, – secondo quanto dichiara – perchè insospettito dall’eccessivo peso dello zaino, quindi ne sbircia il contenuto e così avrebbe rilevato la presenza dei panetti di droga, avvolti in nastro isolante marrone, e delle pistole, avvolte negli asciugamani. Scognamiglio mima anche minuziosamente il modo in cui erano ripiegati gli asciugamani in cui erano occultate le pistole. Come fa a conoscere alla perfezione il verso in cui erano chiuse, se sostiene, invece, di averle aperte e per giunta una sola volta?

    Inoltre, proprio mentre ricostruisce quei fatti, nel corso dell’intervista, Scognamiglio ricorda di aver visto anche una bomba all’interno di quello zaino, asserendo che potrebbe essere verosimile, dato che pochi giorni prima, proprio attraverso le pagine del nostro giornale, aveva appreso del ritrovamento di alcuni ordigni bellici in un arsenale della camorra, provenienti dalla ex-Jugoslavia.

    Infine, Scognamiglio sostiene di ricordare bene l’identità della donna alla quale il sacerdote gli avrebbe indicato di consegnare lo zainetto: la mamma dei “fraulella”, ovvero i fratelli Antonio e Giuseppe D’Amico, reggenti dell’omonimo clan, oltre che di Annunziata D’Amico, la donna-boss giustiziata nell’ottobre del 2015, dopo aver preso il posto dei fratelli al comando dell’organizzazione criminale, in seguito alla loro carcerazione.

    I fratelli “fraulella”, in effetti, intraprendono la carriera camorristica come reclute del clan Sarno, per poi fondare un sodalizio autonomo in concomitanza dei primi segni di cedimento palesati dai fratelli Sarno, quando scelgono di passare dalla parte dello Stato.

    Un nome attendibile, quindi, quello della “mamma dei fraulella”, che potrebbe rivelarsi utile a rafforzare il quadro accusatorio contro Don Mura. Tuttavia, Scognamiglio, ignora un dettaglio tutt’altro che trascurabile: la madre dei fratelli D’Amico non solo non ha mai vissuto nel Rione De Gasperi, ma soprattutto osteggiava fortemente l’ascesa criminale dei figli. Tra madre e figli, infatti, i litigi accesi erano all’ordine del giorno, tant’è vero che i figli Antonio e Giuseppe accusavano la madre di essere una “spia” della polizia, disposta a tutto pur di sottrarli al loro destino, anche “venderli” alle forze dell’ordine. Era la sorella Annunziata a fare da tramite tra madre e figli. Cercava di mediare, “la passillona”, questo il soprannome della donna-boss del clan D’Amico, consegnando ai fratelli i messaggi ricchi di rabbia e paura della madre. Eppure, nemmeno Annunziata è riuscita a sottrarsi al fascinoso richiamo della malavita.

    Inoltre, incrociando le informazioni derivanti da fonti investigative con le testimonianze rese dai collaboratori di giustizia, si delinea uno scenario ben più ampio in termini di traffici illeciti, con il porto di Torre del Greco completamente alla mercè dei Sarno. Informazioni preziose ed attendibili che aiutarono gli inquirenti a scardinare il “sistema Sarno” in tal senso, furono rese da Anna Sodano, collaboratrice di giustizia uccisa dal clan, il cui corpo non è mai stato ritrovato.

    Scognamiglio precisa che anche in altre circostanze si sarebbe recato nel Rione De Gasperi in compagnia di Don Mura: quando il sacerdote veniva convocato per dare l’estrema unzione alle reclute del clan vittime di agguati e pertanto impossibilitate ad entrare in chiesa per la celebrazione liturgica dei funerali.

    La presunta vittima dichiara di non aver mai visto i cadaveri, perché Don Mura entrava da solo, lasciandolo all’ingresso della stanza con il turipolo dell’incenso tra le mani. In merito a questi fatti, non vi è riscontro in chiave investigativa né tantomeno i collaboratori di giustizia confermano l’esistenza di questo rituale, fosse anche solo per le difficoltà insite nel prelevare un cadavere dal luogo dell’agguato. Una ricostruzione che manifesta forti analogie con la scena con la quale si apre la terza serie di “Gomorra”, andata in onda in prima Tv su Sky nel novembre del 2017, quindi pochi mesi prima dell’intervista rilasciataci da Scognamiglio.

    La presunta vittima sostiene anche che il sacerdote, dopo gli abusi sessuali, era solito svolgere due pratiche: regalargli soldi e fumare quella che lui definiva “la sigaretta puzzolente”, ovvero, uno spinello.

    Alle anomalie fin qui elencate, aggiungiamo un altro tassello importante: la stampa nazionale ha definito quello contro Don Mura “il processo più grande della storia della Chiesa per numero di vittime”. Secondo quanto dichiarato dall’avvocato di Arturo Borrelli, sarebbero almeno 10 le “vittime accertate”.

    Perché nella sentenza si fa riferimento solo a due persone?

    In seguito alla risonanza mediatica assunta dal “caso Don Mura”, diverse persone, attraverso messaggi inviati sui social, hanno confidato a “Rete l’abuso” di aver subìto lo stesso trattamento in tenera età dal sacerdote, precisando, però, di non voler testimoniare né di voler essere chiamate in causa in nessun altro modo. Una prova che non può assumere alcun valore giuridico, quindi.

    Lo stesso avvocato del Borrelli, in presenza di altre due persone, chiedeva al direttore di questo giornale, la giornalista Luciana Esposito, di divulgare un comunicato in cui esortava le presunte vittime del sacerdote a contattare la redazione per raccontare la loro storia. Aggiungendo poi che, di lì a poco, avrebbe pubblicato un ulteriore comunicato in cui rendeva noto di aver raccolto le testimonianze di altre otto vittime, così da “spaventare la curia di Napoli”.

    Quanto riportato in questo articolo rappresenta una buona parte della testimonianza resa dalla giornalista Luciana Esposito, ascoltata dalla Curia di Napoli come persona informata dei fatti nel giugno del 2018, e inviata al Tribunale ecclesiastico di Milano.

    Ponticelli: ecco perché il tribunale Ecclesiastico ha assolto Don Silverio Mura dalle accuse di pedofilia

  • Il vertice sull’abuso ha ottenuto qualcosa, ma non quello che ci si aspettava da papa o vescovi

    Il vertice sull’abuso ha ottenuto qualcosa, ma non quello che ci si aspettava da papa o vescovi

    di Thomas P. Doyle

    Il cosiddetto “vertice” sulla crisi degli abusi sessisti del clero non è stato un fallimento totale. Il processo e l’esito dell’incontro del 21-24 febbraio tra i vescovi in ​​Vaticano sono stati chiaramente una grave delusione per i sopravvissuti-sopravvissuti, le loro famiglie e innumerevoli altri che speravano in qualcosa di concreto. I risultati possono essere compresi solo nel contesto della totalità dell’evento: i discorsi, in particolare quelli delle tre donne, le deliberazioni dei vescovi, la reazione dei media e la presenza e la partecipazione delle vittime-sopravvissute di almeno 20 paesi .

    Sono stato coinvolto direttamente in questo incubo dal 1984 , quando la realtà della violazione sessuale dell’innocente da parte dei chierici, e la menzogna sistemica e l’insabbiamento della gerarchia (dal papato in giù) sono emersi dagli strati del segreto ecclesiastico allo scoperto . Nel 1985 , papa Giovanni Paolo II e diversi alti funzionari del Vaticano possedevano informazioni dettagliate su ciò che stava rapidamente diventando la peggiore crisi della chiesa dal Medioevo.

    Da quel momento in poi, i vescovi di vari livelli della burocrazia ecclesiastica sono stati coinvolti in una retorica quasi ininterrotta sul problema che è stato un misto di diniego, spostamento di colpa, minimizzazione, spiegazioni (il più bizzarro, che è opera del diavolo ) , scuse, espressioni di rimpianto, promesse di cambiamento. La retorica è stata accompagnata da procedure, politiche, protocolli e alcuni cambiamenti nella legge canonica. Il raduno di febbraio non ha fatto eccezione.

    Non ci sono state rivelazioni, dichiarazioni, discorsi o promesse da parte di chiunque fosse coinvolto nelle riunioni che erano nuove, comprese le memorabili dichiarazioni di Holy Child of Jesus Sr. Veronica Openibo , Linda Ghisoni e Valentina Alazraki . Tutto ciò che è stato detto è già stato proclamato pubblicamente da qualcuno all’interno del sistema della chiesa, tra le vittime e i sopravvissuti o dai loro sostenitori.

    L’altro elemento che si adatta perfettamente al modello di risposta dei vescovi negli ultimi 35 anni è che hanno fatto delle promesse ma non hanno fatto nulla. Le persone hanno implorato i vescovi per anni a smettere di parlarne. Ferma il flusso senza fine di banalità vuote e promesse vuote e fai qualcosa . Sfortunatamente, la convinzione di vecchia data della gerarchia secondo cui le loro parole sono sufficienti per cambiare la realtà è stata completamente inutile.

    La conferenza stampa finale ha annunciato tre azioni concrete promesse: una dichiarazione papale su come gestire le violazioni sessuali all’interno della Città del Vaticano; task force di esperti per aiutare le diocesi a gestire le domande di abuso; e un manuale su come rispondere alle accuse. Difficilmente rivoluzionario! Un piano per gestire i rapporti nella Città del Vaticano è tanto importante quanto un piano per gestirli in Antartide. Le altre due promesse, tuttavia, sono tutt’altro che nuove.

    Nel 1985, ho lavorato con due altri uomini che avevano avuto questo casino all’inizio . L’avvocato Ray Mouton, il sacerdote / psichiatra Michael Peterson e io abbiamo messo insieme un manuale intitolato Il problema delle molestie sessuali da parte del clero cattolico: Incontrare il problema in modo positivo e responsabile . Era lungo circa 120 pagine e conteneva articoli professionali sulla pedofilia.

    Insieme al manuale, abbiamo anche presentato un piano per la creazione di gruppi di esperti in varie aree, per aiutare i vescovi che hanno richiesto assistenza. Questo è stato chiamato un “team di intervento di crisi” ed è stato principalmente la creazione di Mouton. Abbiamo anche esortato i vescovi a istituire un comitato per promuovere ricerche aggiornate su quasi ogni immaginabile dimensione della violazione sessuale dei minori da parte dei chierici.

    Quello che è successo? Non solo rifiuto, ma insulto insensato. La direzione della Conferenza nazionale dei vescovi cattolici, al momento della convocazione della conferenza episcopale statunitense, ha respinto il manuale, affermando che già conosceva tutto ciò che conteneva. Hanno respinto il piano di assistenza, sostenendo che non potevano imporlo alle diocesi.

    L’idea del comitato era fortemente sostenuta nientemeno che dal cardinale Bernard Law e dal vescovo Anthony Bevilacqua . Tuttavia, due settimane dopo averlo discusso con il rappresentante di Law, poi il vescovo Bill Levada , il piano è stato improvvisamente cancellato dai vertici della conferenza. Non sono state fornite motivazioni e non sono stati fatti sforzi per sostituirlo.

    Una delle risposte più morali della conferenza episcopale è stata quella di equiparare il piano alla creazione di una squadra SWAT da imporre ai vescovi.

    Finalmente l’insulto. Un portavoce dell’Ufficio dei vescovi del Consiglio generale ha annunciato in una conferenza stampa che noi tre abbiamo preparato il manuale e i piani d’azione per una sola ragione: metterci in fila vendendo i nostri servizi ai vescovi.

    Post scriptum alla densità dei vescovi: un arcivescovo, ora defunto, mi ha commentato ad un ricevimento presso l’ambasciata vaticana: “Non preoccuparti di tutto questo, Tom. Nessuno farà causa alla Chiesa cattolica”.

    Questa informazione di 35 anni fa è importante perché era un presagio di cose future. Da quel momento, c’è stata una costante tensione tra le vittime-sopravvissute, le loro famiglie e sostenitori, il papato e la gerarchia. Le aspettative tristi per l’azione, qualsiasi azione da parte della gerarchia, non è sorprendente, ma in linea con l’eredità difensiva dei vescovi. Qualunque cosa facciano deve essere fatta alle loro condizioni e al loro orario, o viene ignorata.

    Ma quella tattica è stata un disastro per due motivi: in primo luogo, i vescovi non si aspettavano che i sopravvissuti avrebbero trovato la loro voce, organizzato e preso il controllo della storia rispetto agli abusi sessuali e, in secondo luogo, i sistemi legali secolari in un paese dopo un altro stanno trattando i dirigenti della chiesa nel modo in cui trattano chiunque sia coinvolto in un’impresa criminale. La deferenza che ha protetto i vescovi per secoli sta rapidamente avvizzendo nel nulla.

    Coloro che stanno lottando per trovare una svolta positiva per l’incontro, alla ricerca di ragioni per mettere la leadership istituzionale in buona luce fine a se stessa, non sembrano vedere che questo non riguarda il salvataggio del papa e dei vescovi. Riguarda la giustizia per i sopravvissuti.

    Dopo 35 anni di pia banalità, vuote promesse, scuse infondate, vittime demonizzanti e lotta per la marcia verso la giustizia ad ogni svolta, Papa Francesco e i vescovi dovrebbero rendersi conto che un’estensione dell’eredità del comportamento difensivo passato sarebbe caduta sul suo volto, e lo ha fatto. La realtà, che piaccia o no al papa, è che la chiesa istituzionale non può aggiustarsi. I suoi passati tentativi di farlo hanno fallito. Futuri tentativi come quello di far sì che gli arcivescovi metropolitani gestiscano il processo contro i vescovi accusati di abuso o di complicità finiranno allo stesso modo in cui sono finiti tutti gli altri tentativi della chiesa: un fallimento.

    Ora agli aspetti positivi. Il fatto che il papa abbia convocato la leadership di ogni conferenza episcopale nel mondo è un’impresa di per sé importante. Non importa come lo tagli, questo dovrebbe essere un segnale che il Papa prende seriamente la questione e, si spera, per la maggior parte delle giuste motivazioni.

    Ha detto che lo scopo era quello di elevare la coscienza dei vescovi ed educarli sulla natura grave e tossica degli abusi sessuali (qualcosa che avrebbero dovuto sapere prima ancora di andare in seminario). Questo è un ordine molto, molto alto alla luce dei decenni di comportamento dei vescovi di tutto il mondo. Tuttavia, la conferenza ha dato voce ad alcune persone che non hanno tralasciato parole e glielo hanno dato senza ammorbidire il messaggio con scuse o elogi falsi per quanto sia bello avere i vescovi e il papa tutti insieme.

    Eppure la stessa cosa è accaduta nello storico incontro dei vescovi statunitensi a Dallas nel 2002. Data la storia collettiva dei vescovi negli Stati Uniti da allora, è ovvio che l’inclusione di vittime eterosessuali e di sopravvissuti sia stata per lo spettacolo e non per l’illuminazione. Possiamo solo sperare e pregare che questa volta sarà diverso.

    Il vertice del Vaticano non ha prodotto risultati decisivi, orientati all’azione, solo più banalità e promesse. Considero questo un aspetto positivo perché dovrebbe eliminare ogni dubbio sul fatto che il Vaticano e la gerarchia abbiano la capacità o la volontà di adottare le misure radicali essenziali per risolvere il problema. È anche positivo perché ha mostrato ciò che è ovvio da così tanto tempo: la Chiesa ha risposto e continuerà a rispondere alle violenze sessuali e alle sue vittime in modo pastorale e decisivo, ma sono i laici e le donne della gente di Dio, e non il clero, che sono stati e continueranno a essere la forza trainante in questo.

    Il risultato più sorprendente dei quattro giorni a Roma è stato quello che il Papa o i vescovi hanno detto o fatto, ma ciò che i loro incontri hanno ispirato, e questo è stato il raduno senza precedenti delle vittime, dei sopravvissuti e dei loro sostenitori da ogni angolo del globo. Erano organizzati, articolati e determinati. Mentre i partecipanti agli incontri ronzavano in Vaticano, il flagello secolare di violazioni sessuali e stupri da parte di chierici di tutti i ranghi, l’unica ragione della loro presenza, fu chiaramente proclamato per la chiesa e per il mondo da coloro che avevano sperimentato esso.

    Il netto contrasto tra ciò che stava accadendo a livello ufficiale, a livello di chiesa e quello che stava accadendo nelle strade ha ulteriormente rafforzato la credibilità, la simpatia e il sostegno per i sopravvissuti e i loro sostenitori, e non solo quelli a Roma, ma gli innumerevoli altri in tutto il mondo chi hanno rappresentato.

    Il fenomeno dell’abuso del clero è la peggiore crisi che la chiesa abbia vissuto in più di mille anni. La Riforma protestante e il suo seguito, il Concilio di Trento , riguardavano la dottrina, le strutture ecclesiastiche e il clero inetto. Si tratta di qualcosa di molto peggio, la pandemia di violenze sessuali e lo stupro di innumerevoli persone vulnerabili, in particolare i bambini, e il consenso sistemico dello stesso da parte dei papi e della gerarchia.

    Quando finirà e cosa è necessario per risolverlo? Le risposte sono ovvie, ma invocano tanta paura nell’élite clericale che non sono nemmeno in grado di discuterle. Questo incubo continuerà finché il sistema gerarchico che lo ha creato e sostenuto esiste nel suo stato attuale. Le ragioni di questo fenomeno sono profondamente radicate nelle strutture istituzionali della chiesa e nelle scuse teologiche che le sostengono.

    Ci vorrà un processo radicale e fondamentale di cambiamento prima che l’intera chiesa rifletta veramente ciò che dovrebbe essere, il popolo di Dio.

    [Thomas Doyle, un avvocato canonico e prete inattivo, è stato a lungo un esperto di avvocati che rappresentano le vittime di abusi sessuali del clero.]

    https://www.ncronline.org/news/accountability/abuse-summit-achieved-something-not-what-pope-or-bishops-expected?fbclid=IwAR0rH-X6_jIInxmP1wz53XR21TJCNwpejresCqs32sSTO9zeZBQyl5PBGk8