Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Rete L’ABUSO; il “Report Giustizia sul caso Italia”, pubblicato sul sito dell’ONU

    Rete L’ABUSO; il “Report Giustizia sul caso Italia”, pubblicato sul sito dell’ONU

    Finisce tra i documenti ammessi nell’80 sessione (14 gennaio 2019 – 01 feb 2019) della Commissione per i diritti dell’infanzia, il Report della Rete L’ABUSO sul caso denominato “Italia” che si focalizza in particolare sulla giustizia.

    Va detto che dalla sua nascita, la Rete L’ABUSO ha sempre puntato sulla fiducia e nei valori della giustizia, a nostro avviso l’unica strada legale e civile sulla quale poter proseguire. Spesso la colpa dei fallimenti giudiziari finisce su chi rappresenta la Giustizia e la esercita, alcune volte è vero, ma molte altre invece accade che a monte della sentenza di un Giudice o a monte dell’inefficienza di un Pubblico Ministero, vi siano problemi che nascono da vuoti legislativi o da assenza di regole, o addirittura da regole eccessivamente dispari con i principi stessi di uno Stato e della sua Costituzione, come nel caso del Concordato tra l’Italia e lo Stato della Città del Vaticano, che paradossalmente, anziché vedere l’Autorità Giudiziaria inquirente – nel caso del clero – la vede obbligata a comunicare l’apertura di un fascicolo nei confronti di un sacerdote, al tempo stesso, con la semplice scusa che le informazioni siano riconducibili al proprio ministero, permette ai sacerdoti di sottrarsi ai magistrati.

    Il “Report Giustizia sul caso Italia” (versione in lingua italiana non disponibile sul sito delle Nazioni Unite) parte proprio da qui, da una doverosa quantificazione da parte dello Stato dell’entità del problema, creando basi sulle quali poi poter creare un contrasto efficace al fenomeno, che dopo 20 anni, inequivocabilmente conferma che la chiesa non è in grado, oppure non vuole affrontare, quanto meno nei confronti delle sue stesse vittime.

    Parlo delle vittime, perché per quanto riguarda i sacerdoti, anche quelli pedofili, almeno in Italia è disarmante, anche per me, vittima e Presidente di un’associazione di vittime, vedere a fronte del totale fallimento nella prevenzione e nella riparazione di chi danneggiato, quanto la chiesa si sia ben organizzata invece in soccorso dei sacerdoti. Parlo di cliniche “escamotage” parallele alla nostra sanità nazionale, che come emerso da u’inchiesta giornalistica di Emanuela Provera e Federico Tulli, – contenuta nel libro “Giustizia divina” Chiarelettere (che finirà oltre che nel report in oggetto, anche in una integrazione che depositeremo a breve presso la Procura di Savona) alla quale abbiamo contribuito come associazione – nelle consulenze , fornendo i dati iniziali – hanno una capillare presenza sul territorio, spesso fungono anche come rifugio o escamotage per sottrarsi alla giustizia.

    Nel report, che aveva un limite di 5 pagine, concesso a 6, si citano anche alcuni dei casi più emblematici, come quello di Giada Vitale che per il Giudice, fu vittima di abusi sessuali fino allo scadere “tecnico” del compimento del 14° anno di età, un minuto dopo, è consenziente, e il suo molestatore assolto per quei reati.

    Si citano tra i casi quello di don Silverio Mura, don Francesco Rutigliano, don Mauro Galli e in questo caso l’enorme contraddizione di papa Francesco, che malgrado fosse informato delle violazioni di mons. Mario Delpini, malgrado le proprie dichiarazioni di tolleranza zero, lo ha tuttavia nominato arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Europa.

    Il documento termina con cinque raccomandazioni che l’Associazione, per facoltà porta all’attenzione del Comitato, indirizzate all’Italia, tre delle quali, su richiesta dell’Ufficio di Ginevra, sono state approfondite in un ulteriore documento integrativo di tre pagine, al momento riservato.

    Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webp2019/02/28/relazione-onu-ita-comitato-per-i-diritti-del-fanciullo-2019/

  • Abusi in Usa: perquisizioni nell’arcidiocesi di Texas. Il card. DiNardo assicura piena cooperazione con le indagini

    Abusi in Usa: perquisizioni nell’arcidiocesi di Texas. Il card. DiNardo assicura piena cooperazione con le indagini

    (da New York) Il procuratore distrettuale della contea di Montgomery ha eseguito, ieri, un mandato di perquisizione degli archivi dell’arcidiocesi di Galveston-Houston in Texas. Il card. Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale statunitense e vescovo della diocesi, ha assicurato la piena cooperazione con le indagini, precisando che molte delle informazioni richieste erano già pubblicate.

    L’ufficio di comunicazione ha smentito che si sia trattato di un «raid», come titolato da tanti organi di stampa, e che nessun archivio è stato tenuto segreto: «L’aggettivo è stato usato solo per definire documenti riservati custoditi per tutelare la privacy delle persone interessate».

    Nei giorni scorsi la diocesi era stata al centro di parecchie polemiche dopo che il canale televisivo CBS aveva mandato in onda una notizia secondo cui due sacerdoti accusati di abusi sessuali nei confronti di un minore continuavano a svolgere il loro ministero senza restrizioni. Il card. DiNardo ha spiegato che le accuse sono arrivate a distanza di 20 e 30 anni dalla presunta molestia, ma entrambe sono state vagliate scrupolosamente da un comitato di revisione dei casi di abuso costituito interamente da laici, i quali hanno raccomandato che entrambi i sacerdoti continuassero il proprio servizio. Entro la fine di gennaio, tuttavia, i vescovi del Texas hanno deciso di pubblicare un elenco completo dei sacerdoti «accusati in modo credibile» di aver abusato di minori e la compilazione della lista sarà seguita da un esperto di fama internazionale.

  • Due anni del caso Provolo: una metafora implacabile della vera Chiesa di Bergoglio – Dos años del Caso Provolo: una metáfora implacable de la verdadera Iglesia de Bergoglio

    Due anni del caso Provolo: una metafora implacabile della vera Chiesa di Bergoglio – Dos años del Caso Provolo: una metáfora implacable de la verdadera Iglesia de Bergoglio

    È il caso più grave nel paese (fino ad ora conosciuto) di abusi sessuali da parte di preti e suore su dozzine di ragazze e ragazzi. Perché in questi due anni il Vaticano ha fatto di tutto per nascondere e dare l’impunità?

    LUJÁN DE CUYO – MENDOZA

    In questi giorni sono trascorsi due anni dall’individuazione della causa degli abusi sessuali commessi su ragazze e ragazzi sordi nell’istituto religioso della città di Lujan de Cuyo Mendoza.

    Si tratta niente di meno che il caso più grave in Argentina (conosciuto fino ad oggi) di abusi sessuali compiuti da sacerdoti, sia per il numero di vittime, come per il numero di carnefici e il sistema di occultamento e di impunità orchestrato dalla gerarchia della Chiesa cattolica.

    Come in ogni caso con queste caratteristiche venuto alla luce negli ultimi decenni, sono i sopravvissuti e le loro famiglie che sono obbligati a combattere fino in fondo contro l’occultamento della Chiesa e la complicità dello Stato.

    Solo quando i casi sono insostenibilmente scandalosi, i giudici e i pubblici ministeri sembrano svegliarsi dal loro riposo eterno e aprire gli atti. E ci sono anche le vittime, che seguono passo dopo passo ciò che viene fatto dai tribunali, aggiungendo al dolore dell’abuso l’odio per gli ostacoli del sistema.

    L’urlo

    Nel novembre 2016 un gruppo di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero ha riferito che diversi adulti dell’Istituto Antonio Provolo hanno commesso crimini aberranti in modo sistematico (tra cui la tortura fisica e psicologica) contro i bambini sordi. Dopo anni di silenzio ottenuto con il terrore, una coraggiosa manciata di vittime ha portato alla luce un vero sistema criminale con la complicità della gerarchia ecclesiastica e dello Stato.

    Come il vaso di Pandora, l’emanazione di un paio di denunce ha scatenato una tempesta che in breve tempo porto scandalo nel  paese di Jorge Bergoglio, negli ultimi tre anni e un anno e mezzo ha colpito Papa Francisco. Le prime vessazioni denunciate  non erano le uniche e in breve tempo si è appreso che i carnefici avevano una lunga storia criminale, sempre messa a tacere dalla Curia.

    Da subito lo scandalo collegherebbe Cuyo con il nord e il centro del paese. Da Salta raggiungere la testimonianza di Daniel Sgardelis , un uomo di 44 anni che non solo ha appoggiato ciò che è stato detto dalle vittime di Mendoza ma ha riferito gli abusi che ha subito negli anni ’80, nel Provolo di La Plata, con lo stesso capo della banda di molestatori arrestato a Luján de Cuyo.

    Così, un’altra causa penale fu aperta nella capitale di Buenos Aires, rivelando la complicità di Monsignor Hector Aguer, che per anni coprì due dei violentatori.

    Tutte le strade portano a Roma

    Come si è detto, per quanto è noto, questa è la causa più grave degli abusi sessuali ecclesiastici nel paese, a causa del numero di protagonisti e del livello di occultamento e impunità orchestrati dalla Chiesa.

    Per questo motivo la figura di Francesco si distingue, poiché gli anni in cui si sono svolti molti di questi crimini erano anni in cui Bergoglio ha svolto un ruolo chiave nella Chiesa Cattolica Argentina che transità la sua ascesa nella “carriera ecclesiastica.” E si sa che all’interno della Chiesa cattolica pochissime cose, almeno le più importanti, sfuggono alla conoscenza dettagliata dell’alta gerarchia.

    Solo a metà del 2017 il Vaticano avrebbe nominato una “commissione d’inchiesta” interna, composta da due sacerdoti dell’arcidiocesi di Córdoba, che fin dall’inizio hanno rifiutato, da una parte, di fornire informazioni sul caso giudiziario e, dall’altra, di cercare di ricavare tutto ciò che potrebbe essere di particolare interesse per loro.

    Per entrambe le cose hanno invocato il privilegio legale concesso dall’attuale Concordato del 1966, firmato tra la dittatura di Juan Carlos Onganía e la Santa Sede.

    E non dimentichiamo che nel 2014, come Papa, Bergoglio è stato informato, da diverse vittime italiane, di numerosi casi di abusi sessuali commessi da dieci sacerdoti presso l’Istituto Provolo di Verona, tra cui lo stesso Nicola Corradi, con il quale ha  vissuto per decenni nella sua chiesa argentina. E lui non ha fatto nulla.

    Attualmente il caso attende la data di inizio del processo. Ha quindici imputati, tra cui i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho e le suore Kumiko Kosaka e Asuncion Martinez (entrambe della Congregazione delle Suore della Compagnia di Maria, coinvolti in altri casi di abusi sessuali in altre città).

    Il numero delle vittime è ancora sconosciuto, in quanto i parenti riferiscono che non tutti i bambini che hanno frequentato la struttura sono stati citati. Inoltre, molte delle persone che sono state citate in questi due anni come testimoni hanno finito per sostenere di essere state vittime degli imputati.

    Occultamento e nuda complicità

    La denuncia ha anche evidenziato il modus operandi della Chiesa cattolica. Nel 1984 Nicola Corradi fu costretto dai suoi superiori a fuggire dall’Italia, dopo che erano comparse le prime notizie di abusi sessuali. Protetto dal Vaticano, fu trasferito per la prima volta nella sede del Provolo de La Plata. E dal 1998, protetto dall’Episcopato argentino, si stabilì nell’Istituto Lujanino.

    Un chiaro esempio del sistema di occultamento e impunità, orchestrato dalla stessa gerarchia ecclesiastica e applicato in tutto il mondo, come ha spiegato questo giornale nel suo documentario No abusarás. Il comando negato nella Chiesa di Francisco , pubblicato l’anno scorso.

    Tale sistema, come ha denunciato più volte Carlos Lombardi, un avvocato per la Rete di vittime di abusi sessuali del clero dell’Argentina, è approvato da parte dello Stato stesso attraverso il Concordato del 1966, gestito da tutti i governi (militari e costituzionali) che seguirono Onganía.

    Per l’avvocato, le norme legali che la Chiesa applica ai casi di abuso sessuale sono la spina dorsale in cui è incastonato l’intero sistema di occultamento dei sacerdoti predatori. “La chiesa in ogni parte del mondo, di fronte alle notizie di un abuso, la prima cosa che fa è proteggere l’aggressore. Se il caso non è stato reso pubblico, il sacerdote è trasferito con la complicità del vescovo. Mentre se è diventato pubblico, inizia una procedura di indagine interna in cui le vittime non hanno altri diritti oltre a presentare il reclamo”, spiega Lombardi.

    La denuncia dei sopravvissuti portò alla luce la complicità dello Stato. Le famiglie non furono mai accompagnate da funzionari provinciali. L’associazione Xumek, sponsor di parte delle querele, ricorda che “nel 2008 è stata presentata una denuncia penale per reati sessuali nel Provolo, il cui dossier non ha sortito alcuna indagine, nessuna azione è stata presa in conformità con la legge e i protocolli di legge in caso di denuncia di abusi sessuali, e le vittime non udenti minorenni non sono stati convocati”.

    Due anni intensi

    Mentre il caso giudiziario viene portato in giudizio a Mendoza, i due anni trascorsi dallo scandalo del Provolo di Mendoza sono stati più che intensi. Nuove accuse di abusi sessuali sono venute alla luce in altre parti del paese contro sacerdoti e altri membri della Chiesa, mentre Francisco fu protagonista di nuovi scandali internazionali su questo tema, come il suo perfido ruolo nel caso dei vescovi clandestini del Cile o della sua crisi interna in Vaticano contro l’accusa delle vittime che fanno di tutto per coprire gli abusatori.

    Ma anche in Argentina c’è stato un intenso dibattito sulla legalizzazione dell’aborto e la piena applicazione della legge sull’educazione sessuale integrale, che ha trovato la gerarchia cattolica in prima fila nella lotta contro i diritti elementari, difendendo i presunti “valori” che la mettono più vicino alla famigerata Santa Inquisizione che a milioni di bambini e ragazzi che vogliono solo vivere la propria vita senza repressioni oscurantiste o ideologie incantate.

    Allo stesso tempo, questi dibattiti hanno messo sul tavolo un altro più completo sui veri interessi, non celesti ma molto terreni, che difendono con croci e spade l’istituzione governata da Bergoglio. La decisione di sostenere i suoi interessi economici multimilionari e il suo livello ingiustificabile di interferenza nell’inquadramento della vita quotidiana della popolazione, costrinse la Curia a una mostra politica che non si vedeva da tempo.

    Ecco perché la lotta cosciente per l’effettiva separazione della Chiesa e dello Stato è imposta come una necessità di milioni di persone che vogliono processare e punire gli autori di crimini aberranti come quelli del Provolo. La lotta nelle strade del movimento delle donne per conquistare l’aborto legale, sicuro e libero e per l’attuazione dell’istruzione sessuale completa in tutte le scuole ha molti vasi comunicanti con la lotta delle vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti e ” laici consacrati”. Una lotta più necessaria che mai.

    (traduzione con Google)

    http://www.laizquierdadiario.com/Dos-anos-del-Caso-Provolo-una-metafora-implacable-de-la-verdadera-Iglesia-de-Bergoglio

  • Santo silenzio

    Santo silenzio

    di Antonio Rossitto

    Quell’unica lancetta della Torre di Arnolfo, che svetta su Firenze, segna impietosa il passare del tempo. Giorni, mesi, anni… Inesorabili, sono passati sulla testa delle vittime dei religiosi. La curia della città ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dei suoi pastori. È stata un silenzioso avamposto dei mali che hanno sconquassato la Chiesa: la pedofilia e le violenze sessuali.

    Panorama ha raccolto prove e documenti inediti. Ha disseppellito faldoni giudiziari. Ha parlato con le vittime. Ha incrociato date e nomi. E la diocesi di Firenze è soltanto l’inizio: nelle prossime settimane, racconteremo altre storie di colpevoli omissioni. Omertà e inerzie che hanno sterilizzato la giustizia penale,  garantendo impunità ai rei. Grazie anche a un paradosso secolare: i vescovi italiani non hanno l’obbligo di denuncia penale. Un paravento dietro il quale troppe curie continuano a nascondere reati e oscenità.

    Com’è successo nella parrocchia Regina della Pace, periferia di Firenze, fino al 2004 scabroso regno di don Lelio Cantini. Qui si è consumato uno dei più gravi casi di abusi, fisici e morali, nella storia della Chiesa. Decenni di violenze e segreti. E solo nel 2007 la Procura di Firenze aprirà un’indagine: accerterà i fatti, ma il processo contro don Cantini si estinguerà per prescrizione. Quelle donne, al tempo ragazzine, si chiamano M.V. oppure L.P. Sono decine. E le loro storie sono tutte, tragicamente, identiche. Conoscono don Cantini mentre si preparano alla prima comunione. C’è anche chi ha appena dieci anni: è una bambina. Il prete chiama tutte nella sua stanza, dopo il catechismo o la messa. Le tocca, le bacia. Poi si spoglia e le costringe a rapporti orali o completi. «Dovete sentirvi delle privilegiate, scelte dal Signore». Su quegli incontri, si raccomanda, nemmeno un fiato.

    Un giogo atroce. E, per alcune, interminabile. È stato così per M.A., abusata dall’adolescenza fino alla sera del suo matrimonio, celebrato proprio da don Cantini. Mentre la curia voltava la testa dall’altra parte. «Le autorità ecclesiastiche», scriverà anni più tardi il pm fiorentino Paolo Canessa, «erano state avvisate all’epoca, o comunque per tempo, delle accuse rivolte al sacerdote Cantini. Ma nessuno, apparentemente, si era mosso per impedire che le violenze continuassero. E tantomeno per accertare la verità e la punizione dei fatti». Il magistrato annoterà: «Solo con la notorietà degli episodi segnalati s’erano determinate a prendere in considerazione la questione».

    ORRORI IN SACRESTIA E OMISSIONI ECCELLENTI 

    Già nel 1992, emerge dalle carte dell’inchiesta, viene denunciato un abuso al cardinale Silvano Piovanelli, allora arcivescovo di Firenze. Poi, di nuovo, nel 1995. Passano gli anni. Una vittima parla con un’altra. Qualcuno si libera dell’orrore. Chi l’ha seppellito per vergogna ritrova la forza. Nella primavera del 2005, dieci donne cominciano a stendere i loro memoriali. Li consegnano a Piovanelli. Gli chiedono di far da tramite con il suo successore: il cardinale Ennio Antonelli, oggi presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Don Cantini, intanto, viene spostato nella canonica di Mucciano, a 30 chilometri da Firenze. Le vittime però aumentano. Continuano a cercare risposte. Fino a quando, il 20 marzo 2006, non decidono di inviare una lettera con 19 firme a Papa Benedetto XVI. Alla missiva sono allegate quelle atroci testimonianze. Le vittime scrivono di essere state ascoltate il 28 febbraio 2006 da Antonelli, dopo «numerose richieste di intervento».

    Nella lettera viene chiamato in causa Claudio Maniago, in quel momento vescovo ausiliare a Firenze. È uno degli allievi di don Cantini, «cresciuto con tanti di noi nella parrocchia Regina della Pace». Maniago, sostengono i 19 firmatari, avrebbe saputo delle violenze del suo maestro già nel 2004. E nulla avrebbe fatto. Adesso Antonelli ha promesso che don Cantini, entro la fine di marzo 2006, lascerà la canonica di Mucciano: «Dove però, in piena tranquillità, ha continuato l’opera mistificatrice e diabolica con famiglie intere, giovani, ragazzi e bambini». La lettera aggiunge: «Chiediamo che vengano sospese a questo sacerdote le potestà derivanti dal suo stato». E conclude: «Qualora però la nostra richiesta non trovasse accoglimento, e questi fatti venissero ignorati od occultati, non potremmo che rivolgerci alla giustizia. Con conseguenze che tutti noi possiamo immaginare».

    La risposta di Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, è dell’1 aprile 2006. Panorama ne rivela il contenuto: «Alla luce della documentazione allegata, ho provveduto a prendere contatti con l’arcivescovo di Firenze (cioè Ennio Antonelli, ndr), il quale mi ha assicurato che la vicenda è all’esame dei competenti organi della Santa Sede. Nel contempo, mi ha assicurato che il sacerdote ha lasciato la diocesi, non celebra pubblicamente l’eucarestia e si astiene dall’amministrare il sacramento della penitenza. Auspico che quanto disposto dall’autorità ecclesiastica rafforzi la comunione e infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo».

    Nonostante la gravità dei fatti, il Vaticano non denuncia don Cantini. Tutto rimane chiuso tra le solida cinta della Santa Sede. E i passi successivi non infondono certo la «serenità» auspicata da Ruini. A maggio 2006 la Congregazione per la dottrina della fede autorizza «il processo penale amministrativo» contro il sacerdote. Indaga la curia di Firenze. Il verdetto arriva otto mesi dopo: il 12 gennaio 2007.

    L’arcivescovo Antonelli scrive: «Devo constatare, sia pure con intima sofferenza, che le accuse di falso misticismo, dominio delle coscienze, abusi sessuali dal 1973 al 1987, suffragate da abbondante documentazione, risultano oggettivamente credibili, almeno nella loro sostanza». Poi esplicita le pene: per cinque anni don Cantini non potrà confessare, dire messa e assumere incarichi ecclesiastici. A dispetto dell’enormità delle accuse, rimarrà quindi prete. Le successive sanzioni sono ancora più sbalorditive: il parroco è obbligato a versare un’offerta. E a recitare, per un anno, una volta al dì, «con umiltà e fiducia, compatibilmente con le condizioni di salute», il Salmo 51: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia».

    «LO STILE EVANGELICO»: SILENZIO E MITEZZA

    Per le vittime è l’ennesimo sfregio. I fatti cominciano a trapelare. I memoriali girano. La notizia finisce sui giornali. E il 10 aprile 2007, finalmente, la procura di Firenze apre un’inchiesta. Quattro giorni dopo, il 14 aprile 2007, il cardinale Antonelli interviene pubblicamente: «Nell’estate del 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Nel clamore mediatico finora ho taciuto, non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché, prima di parlare, volevo confrontarmi e consigliarmi con alcuni autorevoli sacerdoti, i vicari foranei». Prosegue: «Comprendo che le vittime ritengano la punizione troppo leggera (…). Ma la Chiesa deve mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e a cercare di vincere il male con la forza della mitezza».

    Il cardinale si duole anche dell’eco avuto dal caso: «Ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili. La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede». «Lo stile evangelico» impone, dunque, che i panni sporchi della Chiesa si lavino nelle case del Signore: la curia e il Vaticano.

    «DECENNI DI INERZIA» OGGI È TUTTO PRESCRITTO

    La decisione, e i successivi commenti di Antonelli, si trasformano in boomerang. Tanto che la diocesi è costretta a un’istruttoria supplementare, avviata il 30 giugno 2007. L’indagine dura un altro lunghissimo anno. Alla fine, il 12 ottobre 2008, Papa Benedetto XVI decide la riduzione allo stato laicale di don Cantini. Dalla denuncia dei primi abusi sono passati 16 anni. «Oltre un decennio di inerzia e assordante silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche» scrive il giudice Paola Belsito, che il 27 aprile 2011 chiede «l’archiviazione per intervenuta prescrizione di tutti i reati ipotizzabili a carico di don Lelio Cantini».

    «Inerzia e assordante silenzio». A cui si sono aggiunte, continua il giudice, «le più o meno velate minacce, pure in tempi recenti, da parte di alcuni alti prelati, tra cui viene segnalato il vescovo ausiliario Maniago, anch’egli allievo di don Cantini». Minacce. Cioè «conseguenze negative per le loro attività professionali legate alla diocesi a quelle vittime che manifestavano la volontà di ottenere giustizia» dettaglia il pm Canessa nella richiesta d’archiviazione del 7 febbraio 2011, accolta dal Tribunale. Il monsignore però è salvo: «Si tratta di condotte perseguibili solo a querela di parte, che non è stata mai presentata» annota Belsito.

    Ma è tutta la curia fiorentina a finire sotto accusa. «Gli abusi, di natura tanto sessuale che morale, vennero denunciati da alcune parti offese già molti anni fa» chiarisce il giudice. «Da G.M., che era una vedova con quattro figli che lavorava in parrocchia, già nel 1975 al cardinale Piovanelli. Da F.A., ex sacerdote che s’era recato dal cardinale Piovanelli una prima volta nel 1992, poi nel 1995. Dalle mole delle parti offese, ancora nel 2005, allorché si erano rivolti anche, tra gli altri, a monsignor Maniago». Che, scrive Belsito, sarebbe stato protagonista nell’agosto 1996 di un «festino», rivelato da P.C.: «Abuso perpetrato in una parrocchia livornese da alcuni sacerdoti, tra i quali avrebbe riconosciuto Maniago». Gli investigatori avrebbero trovato «precisi riscontri»: «Un bonifico bancario di 4 milioni di lire a favore di P.C. da un conto intestato “parrocchia per contributo”». Denaro che sarebbe servito, sostiene P.C., a fargli tenere la bocca chiusa. Ma l’uomo non ha mai presentato querela: quindi «anche i reati ipotizzabili in questo caso non sono perseguibili».

    SESSO CON UNA MINORENNE E POI TRE ABORTI

    Negli stessi giorni in cui si prescrivono le pene di don Cantini, il 21 marzo 2011 il tribunale di Firenze, nel silenzio generale, condanna a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale un altro prete: John Moniz, 51 anni, parroco in una chiesa di Montelupo Fiorentino. Un altro caso di violenze su una minorenne coperto dalla curia.

    L’inchiesta, scrive il giudice Linda Vannucci, nasce nel 2006. C.B., una ragazza di 22 anni, si presenta ai carabinieri. È angosciata. Continua a ricevere telefonate anonime. Di fronte alle domande del maresciallo scoppia a piangere. Ripercorre i suoi rapporti con un prete: fin da quando aveva 15 anni, poco dopo la sua cresima. S’invaghisce del sacerdote. Resta incinta per la prima volta due anni più tardi, ancora minorenne, ma lui le chiede di abortire. C.B. scivola nell’anoressia. Cerca di troncare la relazione. Il parroco, riferisce, comincia a tempestarla di telefonate: le promette che lascerà la tonaca. A vent’anni la ragazza rimane di nuovo incinta, ma ha un aborto spontaneo. Una terza interruzione di gravidanza  «naturale» avviene a marzo 2006. Poi C.B. si decide a troncare quel rapporto malato. Due mesi dopo comincia a ricevere chiamate nel cuore della notte. Ansimi. Minacce. Ha paura. Va dai carabinieri. E, sotto pressione, racconta tutto.

    Le indagini non rivelano però solo la relazione tra i due. Ma, ancora una volta, i silenzi degli alti prelati. La ragazza, accompagnata dal legale Antonio Voce, che la assiste nel processo, viene sentita il 28 giugno 2010. Riferisce di aver già confessato la sua storia, nel dicembre 2005, a Paolo Brogi, parroco di una chiesa vicina. Il prete, dopo il colloquio, ne parla con il cardinale Antonelli. E ad aprile 2006  C.B. viene ricevuta proprio dall’arcivescovo, che le promette l’allontanamento del sacerdote: «Mi disse che lo mandava in questa struttura di riabilitazione dei preti a Collevalenza. Aveva assicurato che sarebbe rimasto lì, in attesa di partire per una missione».

    LA CURIA CANCELLA GLI SMS E INVITA: «NON DENUNCIATE»

    C.B. fornisce altri dettagli: «Il cardinale Antonelli aveva preso il mio cellulare dell’epoca». Nella memoria ci sono i messaggi di Moniz. «Lasciai il telefono al suo segretario, don Alessandro, in modo che lo desse a monsignor Antonelli, perché me lo chiesero loro… Ma quando me l’hanno reso, i messaggi erano cancellati». Insomma le prove della relazione, memorizzate su quel vecchio Nokia, spariscono.

    All’incontro con il cardinale partecipano pure i genitori della ragazza: «Questo cellulare lo diede al vescovo» conferma la madre di C.B.. «So che lo volevano per vedere questi messaggi. Al pm, Giulio Monferini, dettaglia: «Glielo chiesero per accertarsi di queste cose». Il magistrato insiste: «Vi fu chiesto di non fare denuncia?». «Sì» risponde la donna. «Chi?» sollecita il magistrato. «Anche il cardinale. Ci disse che avrebbe mandato via il prete». La sentenza riassume: «Il cardinale chiese loro espressamente di non denunciare in sede penale il parroco, promettendo di allontanare don Moniz dalla parrocchia».

    Nel processo, il 12 gennaio 2011, viene ascoltato pure don Brogi, il confessore della ragazza, diventato intanto segretario di Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze dal 2008. Gli chiedono se sul sacerdote di Montelupo girassero storie. Una, in particolare: tentava approcci sessuali con le parrocchiane, durante le confessioni. «Qualcuno l’aveva riferito» risponde don Brogi. «Voci di paese, così… Però sinceramente alle voci di paese non ho mai dato credito». In realtà c’era di più, ammette il prete. Una suora di Signa, tempo prima, gli aveva raccontato che don Moniz s’era presentato a casa sua con un preservativo in mano. E le aveva chiesto un rapporto.

    Eppure, nessuno aveva approfondito. Sarà così fino a quando, per caso, non emergono i reati su C.B.. Anche questi, però, non reggeranno al peso del tempo. Nel 2016, in appello, tutto viene prescritto.

    L’AGGUATO DEI MISTERI  E IL PRETE «AMICHEVOLE»

    In questa storia di pensieri, parole, opere e omissioni, l’ultimo tassello si incastra a qualche mese dalla deposizione di don Brogi. E nasce da una scampata tragedia. Il 4 novembre 2011 il segretario dell’arcivescovo viene ferito da un colpo di pistola all’addome, nell’androne della curia. Assieme a lui c’è proprio Betori. Dopo lo sparo, il misterioso assalitore scompare. Un mistero. È stato un avvertimento? Qual è il movente? L’unico indizio sono le parole minacciose rivolte dall’uomo all’arcivescovo, rimasto illeso: «Tu non devi dire…». E poi, prima di sparire nel buio: «Tu non devi fare…».

    Anche gli investigatori brancolano nel buio. Si indaga in ogni direzione. Panorama pubblica i documenti e le intercettazioni inedite dell’inchiesta sull’agguato. Chi ha sparato? Tra le piste seguite, c’è pure la vendetta per gli scandali di pedofilia nel clero fiorentino: a partire da don Cantini. Una circostanza incuriosisce gli investigatori. L’arcivescovo, due giorni dopo l’aggressione, avrebbe dovuto visitare una parrocchia di Empoli. Anche lì c’è un prete già «segnalato» per le sue eccessive attenzioni verso i giovani: Daniele Rialti.

    Betori viene sentito come persona informata dei fatti il 29 novembre 2011. Dopo aver ripercorso le fasi dell’agguato, i magistrati gli chiedono di don Rialti. L’arcivescovo conferma di aver condotto un’«indagine previa» e spiega come ci si comporta quando vengono denunciate  le molestie di un sacerdote: «L’arcivescovo apre un’indagine, svolta personalmente o tramite persone di fiducia» spiega. «Solo nel caso in cui emergano fatti concreti sottopone la domanda di apertura della fase istruttoria alla Santa Sede. Che, se ritiene presente il fumus delicti, invita ad avviare l’istruttoria del processo, affidandola a un giudice nominato dall’arcivescovo. L’esito viene poi sottoposto alla Santa Sede, che indica all’arcivescovo i contenuti della sentenza che deve emettere».

    Per la prima volta, insomma, viene messa nero su bianco la lunga e arcigarantista prassi che la giustizia ecclesiastica applica ai casi di presunte violenze sessuali. E svela ciò che s’è sempre sospettato: ogni caso viene segnalato, seguito e ratificato dal Vaticano. Anche quello accaduto nella più remota canonica. Ovvero: non può, e non poteva, non sapere.

    Concluso il preambolo, Betori riferisce al pm, Giuseppina Mione, della sua «indagine previa»: «Due anni fa, a Empoli, l’allora parroco, don Paolo Cioni mi riferì che correvano voci di attenzioni di don Rialti verso minorenni». L’arcivescovo interpella l’interessato: «Mi disse che un ragazzo avrebbe lamentato attenzioni nei suoi riguardi per un gesto che lo stesso Rialti riferì essere stata solo una “pacca sul sedere”, data amichevolmente».

    Del caso viene investito pure Maniago, già coinvolto nell’inchiesta su don Cantini: «Interrogò il direttore del consiglio parrocchiale» dice  Betori. «Ma anche da questa verifica non emersero fatti concreti».

    LA CURIA INTERCETTATA: «IL PAPA RISOLVE LA COSA»

    Il dettaglio della deposizione viene rivelato dall’arcivescovo allo stesso Maniago, in una telefonata del 6 dicembre 2011: «Sulla questione di Empoli, avevo fatto il tuo nome…». Maniago, annotano gli inquirenti, in quei giorni è stato convocato in Procura per l’inchiesta sull’agguato, anche lui come semplice persona informata dei fatti. Betori gli consiglia anche di contattare l’avvocato di fiducia della curia: «Senti lui per capire come impostare le cose». E aggiunge: «Credo che lui ti possa istruire bene».

    Anche don Cioni è intercettato. È stato il primo a denunciare i supposti atteggiamenti equivoci di don Rialti: «Nella comunità l’han parato tutti, capito?» rivela a un altro prete. «Hanno fatto l’arcano». E lo stesso Don Rialti, nonostante tema le intercettazioni, parla con un ragazzo di una «seratina», di un «hotel fuori dal mondo» e di un «regalino». La Procura apre un fascicolo. Il sacerdote di Empoli viene iscritto nel registro degli indagati. Il fascicolo però sarà archiviato il 7 maggio 2013 perché i giovani coinvolti sono tutti maggiorenni.

    Nell’inchiesta sul ferimento di Don Brogi sono diverse le utenze della curia intercettate dalla procura. A partire da quelle di Maniago e Betori, che sanno di avere il telefono controllato. Lo stesso Betori, in una chiamata del 23 novembre 2011, ne parla con Enrico Viviano, in quel momento addetto stampa dell’arcivescovato: «Adesso l’unico problema che io vedo è questo. È che io son monitorato dai poliziotti eh… Sappilo». Aggiunge: «E sanno tutto ovviamente. Dove sto…». Così i dialoghi telefonici sono spesso ermetici, con rimandi e rinvii: «Ne parliamo a tu per tu». Oppure: «De visu è sufficiente».

    La curia è in ambasce. «‘Un ce ne facciamo mancare una, via!» scherza al telefono l’arcivescovo con Maniago. Don Brogi, fortunatamente, non è in pericolo di vita. Ma le ferite non sono sono quelle fisiche. E arrivano fino al Vaticano. Betori e Brogi vengono ricevuti da Papa Benedetto XVI. Lo racconta lo stesso arcivescovo in una telefonata intercettata il 4 dicembre 2011, alle 14,42, con un certo «Carlo». L’uomo gli domanda: «Finalmente hai ricevuto l’udienza?». Betori conferma, e aggiunge: «M’ha promesso che risolve la cosa». A cosa si riferisce l’arcivescovo? E come sarebbe dovuto intervenire il Papa?

    LA «PISTA GIUSTA» E GLI ALTRI ORCHI

    Pochi giorni dopo, il 7 dicembre 2011, un informatore mette gli inquirenti fiorentini sulla traccia giusta. L’attentatore di don Brogi, rivela, è un signore di 73 anni con precedenti penali: Elso Baschini. L’uomo si professa innocente. Non c’è movente. Non c’è arma. Ma ci sono tanti indizi. Che condurranno Baschini alla condanna in primo grado: 12 anni e sei mesi. Nella sentenza, si parla anche della sfumata pista su don Rialti: «Le informazioni raccolte e gli esiti dell’attività di intercettazione davano contezza che costui si era reso protagonista di atti di pedofilia in danno di giovani, che però in un secondo momento si accertava essere tutti maggiorenni».

    Anche questo fascicolo viene archiviato. La pena per Baschini, difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano, in appello scende a 9 anni e un mese. Ma la sentenza viene poi annullata in Cassazione. Tutto da rifare. Il 20 dicembre 2016 l’uomo viene ri-condannato a 8 anni e 10 mesi. Pena che la suprema corte conferma il 28 settembre 2018. Caso chiuso. La piaga della pedofilia, invece, non si rimargina. A Firenze, l’ultimo scandalo scoppia il 23 luglio 2018. Don Paolo Glaentzer, amministratore parrocchiale di una chiesa di Calenzano, viene arrestato mentre molesta in auto una bambina di dieci anni. Davanti ai magistrati, si giustifica: «Pensavo ne avesse 14». È stato «cautelativamente sospeso dall’esercizio del ministero pastorale».

    «Le vicende legate alla pedofilia hanno segnato i momenti più brutti del mio mandato» ha spiegato l’arcivescovo Betori sul Corriere fiorentino del 17 ottobre 2018. «Bisogna riconoscere come il male aggredisce anche la Chiesa con i suoi uomini, e prendere atto della nostra fragilità». Nell’intervista aggiunge: «Il danno, innanzitutto, è quello provocato sulle vittime. Anche fosse successo una sola volta, in una sola parte del mondo, sarebbe un trauma per la nostra fedeltà al Signore».

    AMARO EPILOGO (CON PROMOZIONI)

    La curia fiorentina adesso prova a seguire la retta via. Betori è uno stimato cardinale: Papa Francesco l’ha nominato membro del Pontificio consiglio per i laici, della Congregazione per il clero e della Congregazione per le cause dei santi. Il suo predecessore, il cardinale Antonelli, è presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Il cardinale Piovanelli è morto due anni fa. Maniago, divenuto vescovo di Castellaneta, è anche presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei e membro della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti. Lelio Cantini è morto nel 2012, a 89 anni. John Moniz ha fatto perdere le sue tracce. Don Rialti indossa ancora la tonaca ed è giudice ecclesiastico.

    Anche le vittime provano ad andare avanti. Ricacciano dentro il dolore. Le loro storie giacciono in polverosi fascicoli, negli archivi del Tribunale di Firenze. La giustizia penale ha tentato di fare il suo corso. Quella divina, molto meno. (continua…)

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-italia-chiesa-toscana/?fbclid=IwAR239f7ZcC6yT065ay1jbV1D7l0Yk4gPCH9MeQh9MbZWIKK_BEd9AwWZM1I

  • Parole opere e omissioni, i Legionari di Cristo si sciacquano la coscienza sul caso di Vladimir Reséndiz Gutiérrez, sotto processo ma volato in Messico

    Parole opere e omissioni, i Legionari di Cristo si sciacquano la coscienza sul caso di Vladimir Reséndiz Gutiérrez, sotto processo ma volato in Messico

    Di seguito la nota stampa della congregazione.

    La Congregazione dei Legionari di Cristo fornisce le seguenti informazioni riguardo al caso Vladimir Reséndiz Gutiérrez, suo ex membro:

    1. Vladimir Reséndiz Gutiérrez, cittadino messicano, è entrato nel noviziato della Congregazione nel 1993. Ha emesso i voti perpetui nel 2001 ed è stato ordinato sacerdote nel 2006.

    2. La prima accusa di abuso sessuale contro Vladimir Reséndiz Gutiérrez è stata ricevuta dalla Congregazione il 6 marzo 2011. L’accusa faceva riferimento a fatti accaduti tra il 2006 e il 2008 nel seminario minore della Congregazione a Gozzano in provincia di Novara (Italia). Reséndiz, quando ha ricevuto la prima accusa risiedeva in Venezuela.

    2.1. L’8 marzo 2011 la notizia di questa denuncia è giunta alla direzione generale.

    2.2. Il 10 marzo 2011, Vladimir Reséndiz Gutiérrez venne rimosso dal ministero che stava svolgendo nel seminario minore in Venezuela e dal suo lavoro pastorale con i minori.

    2.3. Il 18 marzo 2011, dopo essere stato interrogato dal suo superiore religioso, venne ritirato dal suo ministero sacerdotale attivo.

    2.4. Il 27 giugno 2011, dopo aver reperito le informazioni necessarie, la Legione di Cristo ha presentato il caso di Vladimir Reséndiz alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    3. Nell’aprile 2013 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha decretato la perdita dello stato clericale di Vladimir Reséndiz che, da quel momento ha cessato di essere un membro della Legione di Cristo.

    4. Attualmente, in Italia sul caso ci sono due processi penali in corso presso il tribunale di Novara, sui quali non è stata pronunciata nessuna sentenza:

    4.1. Un processo penale contro Vladimir Reséndiz per abusi su minori.

    4.2. Un altro processo, contro alcuni membri della Congregazione e altre persone, per un intento di estorsione contro la famiglia di uno dei minori, per il quale gli accusati si sono dichiarati innocenti.

    La Congregazione, non appena il tribunale competente emetterà la sentenza o un’altra disposizione, ne darà informazione.

    5. La Congregazione, profondamente dispiaciuta, chiede perdono a chi ha sofferto di abusi per tutto il dolore causato, sapendo che questa richiesta di perdono non sarà mai sufficiente per sanare le profonde ferite causate. Riconosciamo che un abuso, indipendentemente dalla sua natura, causa un dolore profondo e danneggia chi lo ha subito, la sua famiglia e anche la Chiesa.

    6. Consapevoli della nostra responsabilità come parte della Chiesa e per la nostra storia istituzionale, siamo fermamente impegnati nello sviluppo di una politica esigente di ambienti sicuri, contro abusi sessuali per minori e adulti vulnerabili che sono in contatto con persone che partecipano alle nostre attività apostoliche, educative e pastorali. Per questo ci impegniamo, inoltre, ad accompagnare i nostri seminaristi in un discernimento maturo durante il loro periodo di formazione per assicurare, per quanto possibile, una vita di fedeltà alla vocazione sacerdotale cattolica.

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  • Indagine federale negli Usa su Chiesa e abusi

    Indagine federale negli Usa su Chiesa e abusi

    Un conflitto istituzionale e giudiziario senza precedenti si è aperto in America: il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, infatti, ha chiamato in causa gli stessi vertici della conferenza episcopale nelle indagini relative allo scandalo degli abusi sessuali sui minori. Con una lettera inviata il nove ottobre al cardinale Daniel Di Nardo, presidente dei vescovi Usa, il Dipartimento di giustizia – che ha aperto un’indagine sulle diocesi della Pennsylvania – ha fatto sapere che «quest’ufficio sta indagando su possibili violazioni della legge federale»; per tale ragione si chiede alla conferenza episcopale e a tutti i funzionari, a tutte le diocesi del paese, di conservare, e soprattutto «di non distruggere, eliminare o alterare in alcun modo» i documenti relativi ai casi di abuso sessuale nei quali sono coinvolti sacerdoti cattolici, le informazioni relative ai loro trasferimenti o quanto è conservato negli archivi segreti. Rispetto ai reati contestati – per esempio pedofilia o pedopornografia – d’ora in avanti si terrà conto della legislazione federale, assai severa in materia. L’inchiesta, inoltre potrebbe allargarsi a macchia d’olio.

    IL CONFLITTO TRA GOVERNO E CHIESA

    La richiesta avanzata dall’ufficio del procuratore federale per la Pennsylvania orientale, William McSwain, un repubblicano di tendenze conservatrici nominato da Donald Trump, rappresenta una svolta nel lungo conflitto fra la giustizia americana e la Chiesa non solo perché questa volta a scendere in campo è il governo federale. Per la prima volta viene infatti coinvolto anche il vertiche della Chiesa negli Usa e non solo le singole diocesi, prospettando in tal modo ipotesi di reati che richiamano alla responsabilità diretta dell’episcopato. Quest’ultimo, d’ora in avanti, si sentirà inevitabilmente sotto scacco rispetto al governo: fin dove potranno spingersi i vescovi nei loro pronunciamenti pubblici rispetto alle tante questioni critiche che attraversano il Paese se si sentiranno esposti, di fatto, alla minaccia permanente di un’indagine giudiziaria? E tuttavia, se questo è un quadro certamente angoscioso per la Chiesa americana, non ci si è arrivati per caso.

    LA STRATEGIA DELL’INSABBIAMENTO

    L’indagine federale è stata aperta nei confronti delle diocesi cattoliche della Pennsylvania dopo che l’estate scorsa fece scalpore la pubblicazione, seguita a due anni di indagine, del rapporto di un Gran Giurì sugli abusi commessi in 6 delle 8 diocesi dello stato, indagine promossa dal procuratore generale della Pennsylvania Josh Shapiro, del partito democratico. Centinaia di migliaia di documenti esaminati, l’individuazione di 300 preti responsabili di almeno 1000 abusi nell’arco di settant’anni, il sospetto, assai fondato, che non tutti i reati siano stati denunciati in questi decenni: il rapporto aveva un contenuto a dir poco esplosivo. Due elementi dell’indagine del Gran Giurì hanno accelerato gli eventi successivi: la partecipazione all’inchiesta di un gruppo di esperti dell’Fbi, e il fatto che – muovendosi su più diocesi contemporaneamente – sia emersa con una chiarezza estrema una “strategia” dell’insabbiamento. Da qui a coinvolgere l’intera chiesa americana nelle indagini, il passo è stato breve.

    La guerra interna alla Chiesa dietro lo scandalo abusi

    Dietro lo scandalo abusi sui minori c’è una lotta interna alla Chiesa. Dal rapporto Viganò fino ai nuovi filoni di indagine, il punto.

    LA STORIA RACCONTATA DAL FILM IL CASO SPOTLIGHT

    Quella degli abusi sessuali è diventata una storia da premio Oscar con il film Il caso Spotlight, nel 2016, che raccontava la storica inchiesta del Boston Globe sui casi di pedofilia della diocesi di Boston nel 2001. L’indagine all’inizio riguardava pochi preti, poi emerse un’altra realtà: almeno 80 sacerdoti coinvolti, abusi protrattisi negli anni, coperture al più alto livello – venne chiamato in causa l’arcivescovo della città, il cardinale Bernard Law che poi trovò rifugio in Vaticano – lo spostamento dei sacerdoti predatori di parrocchia in parrocchia. Da allora la Chiesa americana, i pontefici che si sono succeduti, hanno cercato di arginare e fermare il fenomeno, di smantellare l’omertà interna, di infrangere la congiura del silenzio e il primato del “buon nome dell’istituzione’ che prevaleva anche sul senso di giustizia e la pietà per le vittime. D’altro canto è vero che molti dei casi denunciati riguardano i decenni passati e tuttavia è altrettanto innegabile che gli episodi di abuso spesso arrivano fino a periodi molto recenti. Di certo il problema era molto più diffuso e radicato di quanto la stessa Chiesa non abbia cercato di far credere, mentre le coperture sono durate fino all’oggi anche per i fatti del passato. Per la Chiesa americana in modo specifico, che aveva proclamato un po’ frettolosamente la “tolleranza zero“, si tratta di una sorta di disfatta generale le cui conseguenze sulla tenuta dell’istituzione sono ancora difficilmente prevedibili.

    UNA SPIA NELLA DIOCESI DI BUFFALO

    D’altro canto l’indagine della Pennsylvania è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso dando il via a una serie di altri scandali che si stanno aprendo a catena: in Cile sono ormai diversi i vescovi che il Papa ha fatto dimettere mentre la credibilità della Chiesa è ridotta ai minimi termini. Negli Stati Uniti prosegue lo stillicidio di indagini interne alle diocesi o condotte dalle autorità giudiziarie. Da ultimo, un vescovo ausiliare di New York, John Jenik, è stato rimosso dal suo incarico dopo essere stato riconosciuto responsabile di abusi commessi negli anni ’80. Un’ex segretaria del vescovo di Buffalo (mons. Richard Malone), Siobhan O’Connor, ha aiutato l’Fbi a smascherare un gigantesco lavoro di insabbiamento (anche in questo caso è in corso un’indagine federale). Il vescovo è accusato di aver escluso i nomi di decine di preti molestatori da un rapporto pubblicato in marzo nel quale si annunciava un programma di risarcimento delle vittime di una quarantina di sacerdoti.

    L’ARCHIVIO DI O’CONNOR CHE IMBARAZZA LE GERARCHIE

    Ora, centinaia di documenti degli archivi della diocesi fotocopiati segretamente dalla O’Connor, aprono una straordinaria finestra sulle decisioni prese dal vescovo nei confronti dei preti accusati di abusi. I religiosi accusati di molestie sarebbero stati in realtà oltre un centinaio, senza il lavoro di Siobhan O’Connor – che pure si professa cattolica e dice di amare profondamente la Chiesa – sarebbero rimasti segreti. Nelle settimane e nei mesi scorsi, ha fatto scalpore il caso dell’ex cardinale Theodore McCarrick, coinvolto in vicende di abusi avvenute nel corso della sua lunga carriera; McCarrick – ormai molto anziano – non è più cardinale per decisione del Papa; dopo di lui, che ricoprì pure l ‘incarico di arcivescovo di Washington, ha lasciato il suo posto – in seguito a quanto rivelato dal rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania, il cardinale Donald Wuerl, successore di McCarrick alla guida della diocesi della capitale americana. Lo tsunami pedofilia, intanto, ha raggiunto pure l’Europa.

    Il rapporto choc sulla Chiesa in Germania: 3.677 abusi su minori

    Il rapporto choc sulla Chiesa cattolica in Germania: 3.677 casi di abusi su minori dal 1946 al 2014.

    DALL’AMERICA ALL’EUROPA: IL CASO FRANCESE

    Il caso abusi sta infatti esplodendo in Spagna dove si parla già di centinaia di vittime, e in Francia dove iniziano i primi processi mentre un rapporto della stessa conferenza episcopale ha cominciato a raccontare una verità amara: dal gennaio 2017 fino ad oggi – riporta il Sir, l’agenzia stampa della Cei riferendo sul caso francese – sono state 211 le persone che hanno denunciato casi di abuso ai vescovi e 75 i fatti segnalati e denunciati alla giustizia; 129 i sacerdoti coinvolti, 49 quelli sospesi precauzionalmente. Dal 3 al 6 novembre, i vescovi francesi si sono riuniti a Lourdes dove, per la prima volta, hanno ascoltato la voce di 8 vittime. Un cammino penitenziale e di trasparenza è dunque iniziato, e tuttavia sembra evidente che la tentacolare crisi degli abusi del clero sia ben lungi dal dirsi conclusa. Per questo, decisivo potrà essere l’incontro dedicato al problema che si svolgerà a febbraio in Vaticano, sarà un confronto aperto fra il Papa e tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo.

    http://va.newsrepublic.net/a/6621904744333967878?

  • #AllSurvivorsDay – L’Onda Viola – 3 novembre 2018

    #AllSurvivorsDay – L’Onda Viola – 3 novembre 2018

    Per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica, manifestanti da tutto il mondo si riuniscono per richiedere tutti insieme trasparenza e giustizia per le vittime di abusi sessuali del clero in tutto il mondo.

    Gli organizzatori di questo Evento hanno espresso la speranza che il 3 novembre possa essere commemorato come “giorno di tutti i sopravvissuti” che segue la festa di “tutti i Santi” (1 novembre) e il “giorno dei defunti” (2 novembre). È stato chiesto di vestirsi di viola, per simboleggiare i colori liturgici del dolore, lutto e penitenza, e di ritrovarsi tutti, il 3 novembre, alle 3 del pomeriggio, davanti a una Chiesa.

    A Papa Francesco vengono fatte tre richieste:

    1. Riconoscere che l’abuso sessuale del clero sui bambini è un problema cronico, persistente e deleterio all’interno della Chiesa cattolica e che la Chiesa, piuttosto che affrontare il problema della responsabilità, ha usato la sua autorità per coprire la sua condotta criminale.
    2. Rilasciare volontariamente a tutte le autorità governative competenti tutti i report relativi ad abusi sessuali da parte del clero
    3. Cessare immediatamente tutte le attività di lobbying in cerca di protezioni governative e diplomatiche da controversie civili e penali

    E in Italia? Con l’Associazione Rete L’ABUSO l’evento è stato organizzato a Venezia, dove una rappresentanza di vittime, familiari e sostenitori, ha voluto dire al mondo “noi ci siamo”. Sappiamo però che tanti altri, che non hanno potuto essere presenti a Venezia, hanno sostenuto e partecipato a questa iniziativa da casa loro, nella loro Parrocchia.

    Tante emozioni durante il viaggio per raggiungere Venezia. Cosa significa per una mamma di una vittima mettersi in gioco partecipando ad eventi mondiali? Significa scegliere di non rimanere nell’ombra, significa affrontare quel timore e quella disperazione che non permettono di superare il dolore. Condividere la propria esperienza con altri, provare a “metterci la faccia” è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, è il nostro messaggio: “Non è capitato solo a te, non sentirti solo”.

    Contemporaneamente, come mamma cattolica, auspico che siano sempre di più i cattolici che comprendano che DENUNCIARE i reati che vengono commessi dai sacerdoti (come gli abusi sessuali e gli insabbiamenti e coperture!) non è un ATTACCO verso il Papa o verso la Chiesa.

    Ricercare la Verità e la Giustizia è invece un grande atto di amore, anche quando si scopre che la realtà è dolorosa e non è quella che ti aspettavi.

    Essere presenti a Venezia, un piccolo gruppo di “folli” con cartelli preparati a casa nei giorni precedenti l’evento, interfacciandosi con gli organizzatori di Eca, ed esibendo uno striscione di 5 metri. I passanti si fermavano incuriositi, qualcuno si è unito a noi dopo aver letto il messaggio dei cartelli, qualcuno ha chiesto informazioni, qualcuno ci ha fotografati e intervistati. Sono passati anche tanti sacerdoti in piazza.

    San Marco, ma hanno tirato dritto: nemmeno uno si è fermato.

    E, circa alle 15, insieme a tutte le vittime di tutto il mondo, ciascuno ha condiviso le foto sui social:

     #AllSurvivorsDay !

    Grazie a chi era presente e a chi ci ha seguito a distanza

    Cristina Balestrini, una Mamma della Rete L’ABUSO

  • Un vescovo ausiliare di New York accusato di abusi e rimosso dai suoi incarichi

    Un vescovo ausiliare di New York accusato di abusi e rimosso dai suoi incarichi

    Si tratta di monsignor John Jenik, per anni vicario nel Bronx. Lo rende noto l’arcidiocesi in una lettera del cardinale Dolan che reputa «credibili» gli elementi della denuncia

    Un vescovo ausiliare di New York, monsignor John Jenik, è stato accusato di abusi sessuali nei confronti di un adolescente e rimosso dai suoi incarichi pubblici. Lo ha annunciato la stessa Arcidiocesi di New York, attraverso il cardinale arcivescovo Timothy Dolan che ha inviato una lettera lo scorso 29 ottobre ai parrocchiani della parrocchia di Nostra Signora dei Rifugiati nel Bronx, dove il presule è stato parroco per decenni.

    Si tratta della prima denuncia contro monsignor Jenik, ha chiarito Dolan nella missiva («la lettera più difficile che ho dovuto scrivere nei 48 anni di sacerdozio», ha detto), in cui si legge: «Anche se le accuse risalgono a decenni fa, il Consiglio di Revisione dei laici ha concluso che gli elementi sono sufficienti per giudicarle credibili».

    Il caso è ora sotto la revisione della Santa Sede. Le accuse risalgono agli anni ’80 e sono state avanzate tramite l’Independent Reconciliation and Compensation Program (Ircp) dell’Arcidiocesi, organismo creato nel 2016 in seno alla chiesa newyorkese «per aiutare le vittime sopravvissute di abusi sessuali da parte di un vescovo, sacerdote o diacono ad ottenere un senso di risoluzione e guarigione per le sofferenze che hanno sopportato».

    Da parte sua il 74enne Jenik, nominato vescovo ausiliare da Dolan nel 2014, si dichiara innocente e nega ogni accusa. «Nutro il massimo rispetto sia per l’Ircp che per il Consiglio di Revisione dei laici, e so che portano un grande fardello nell’affrontare il male dell’abuso sessuale, tuttavia continuo a negare con fermezza che non ho mai abusato di qualcuno in qualsiasi momento», si legge in una lettera diffusa nei giorni scorsi.

    Ordinato sacerdote nel 1970 a New York, era stato il cardinale Edward Egan a nominare John Jenik nel 2006 come vicario del Bronx nord-occidentale. Nel 2014 Dolan lo ha poi nominato vescovo concedendogli di proseguire il suo incarico nella celebre e difficile zona della metropoli, il presule si è distinto nel corso degli anni per la lotta alla droga e alla criminalità e per la concessione di alloggi a prezzi accessibili. Insieme ad altri due ausiliari di New York, Jenik è stato il primo vescovo ad essere ordinato da Timothy Dolan dopo il suo arrivo nell’arcidiocesi nel 2009.

    Nella sua lettera ai parrocchiani, il cardinale ha esortato chiunque sia in possesso di informazioni riguardanti una cattiva condotta del vescovo a contattare il procuratore distrettuale del Bronx, così come il coordinatore per l’assistenza alle vittime dell’Arcidiocesi. «Preghiamo per tutti coloro che sono coinvolti in questo caso», si legge nel testo del porporato, «in particolare per la vittima sopravvissuta che ha avanzato l’accusa e per tutte le vittime di abusi, ovunque essi si siano verificati».

  • Orlandi, ossa di donna scoperte sotto un pavimento rifatto negli anni 80

    Orlandi, ossa di donna scoperte sotto un pavimento rifatto negli anni 80

    Una donna, forse morta tra venti e trenta anni fa. E il mistero di questo nuovo ritrovamento di ossa in una dependance della Nunziatura Apostolica di via Po, diventa ancora più fitto. Soprattutto perché il pavimento dove sono stati recuperati i reperti sembra che sia stato ristrutturato proprio negli anni ’80, se non addirittura nell’83, quando la ragazza è scomparsa. A volerci credere potrebbe trattarsi veramente del cadavere di Emanuela Orlandi, anche se il sigillo della verità è ancora lontano ed è fatto di esami del Dna, di scansioni, di comparazioni.

    Bisognerà aspettare almeno una settimana per sapere qualcosa in più di questa nuova puntata del giallo. Nel frattempo, sono frammenti di informazioni quelli che filtrano, con un’unica certezza, che si tratti di una donna, probabilmente giovane. Mistero nel mistero: accanto allo scheletro trovato in condizioni parzialmente buone (con il cranio composto e due molari), la polizia Scientifica ha recuperato altre ossa, quasi che i corpi siano due. E allora, si capisce perché la procura di Roma sta indagando per omicidio volontario e vuole comparare il Dna con quello della famiglia di Mirella Gregori, l’altra giovanissima sparita nel nulla. Perché la fine della sedicenne figlia del titolare di un bar di via Volturno, è stata da sempre accomunata a quella della Orlandi, in quanto vicina nei tempi e nelle modalità.

    LA DINAMICA
    Nelle prossime ore gli esperti della Scientifica cominceranno ad analizzare i reperti, mentre la Squadra mobile procederà con il resto delle indagini. Diversi gli interrogatori effettuati. Tanti gli aspetti da chiarire, a cominciare dalla dinamica del ritrovamento. «Stavamo scavando, avevamo tolto il pavimento, poi abbiamo visto le ossa e abbiamo dato subito l’allarme», hanno raccontato al pm gli operai che lavoravano alla ristrutturazione di una parte del palazzo della Nunziatura. Ufficialmente il ritrovamento risalirebbe a lunedì scorso, ma potrebbe essere avvenuto anche precedentemente. I primi ad arrivare sul posto sono stati la Gendarmeria e il consulente nominato dal Vaticano, professor Giovanni Arcudi. E in un secondo momento è stato deciso di coinvolgere la magistratura italiana. Perché, a prescindere dal fatto che possa trattarsi di Emanuela Orlandi o di Mirella Gregori, resta un dato importante, e cioè che due corpi sono stati seppelliti sotto il massello di un palazzo ceduto nel 1920 a San Pietro. E che si tratta di persone che non sono certamente decedute per cause naturali, altrimenti avrebbero avuto una sepoltura più degna.

    NUOVO SOPRALLUOGO
    Al momento, nessuno ipotizza ufficialmente che possano essere i resti delle due giovanissime. E però, ci si chiede se il ritrovamento sia stato veramente casuale, e anche se accanto ai corpi sia stato recuperato qualcosa che possa ricondurre inequivocabilmente a Emanuela Orlandi: un indumento, un oggetto, una catenina, un anello. Per questa ragione, l’altra sera la polizia ha effettuato un nuovo sopralluogo a Villa Giorgina, per verificare se ci sia altro da analizzare. Gli esami permetteranno di stabilire con certezza sesso, età, causa ed eventuale data del decesso. E questa prima tranche di analisi richiederà alcuni giorni. Solo dopo gli investigatori proseguiranno con il resto degli accertamenti, sperando che i frammenti ossei siano in buone condizioni e permettano al codice genetico di parlare.

    Intanto, dagli uffici di piazzale Clodio invitano alla calma: «Bisogna attendere con fiducia e non azzardare premature conclusioni», affermano. Ieri hanno ricevuto Pietro Orlandi e il suo avvocato Laura Sgrò. «All’interno del Vaticano non sono mai state fatte delle indagini – dichiara il fratello di Emanuela durante la trasmissione Porta a porta – Il fatto più importante e poco valutato è che pochi anni fa il magistrato Capaldo ha incontrato in Vaticano una persona di spicco in una sorta di trattativa. Il Vaticano voleva una soluzione parziale, di comodo. Due giorni dopo Pignatone ha tolto il caso a Capaldo. Ora mi dicano se mia sorella stava in quel palazzo, del perché ci stava e chi ce l’ha portata».

    Ma dopo 35 anni, quale verità sarà possibile? Quella di un rapimento da parte dei Lupi grigi, che firmarono l’attentato a Giovanni Paolo II? O la versione più accreditata, sebbene non provata fino in fondo, di un sequestro a opera della Banda della Magliana? Di interessi legati a denaro custodito nei conti dello Ior, la Banca vaticana, e in quelli del Banco Ambrosiano. «Non voglio illudermi – dice Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella – ma in cuor mio spero che quelle ossa siano sue, così avrei un luogo dove andare a piangere e portare un fiore a mia sorella. Voglio anche capire perché si è pensato subito a mia sorella ed a Emanuela Orlandi nelle ore successive al ritrovamento».

    Erano già stati cercati nella Basilica di Sant’Apollinare i corpi delle due ragazze. Proprio accanto alla bara di Enrico De Pedis, il boss della banda della Magliana, tumulato in quelle sacre mura per chissà quale ragione reale. «Una grossa donazione», giustificò allora don Pietro Vergari, rettore della chiesa, finito sotto accusa nell’indagine avviata dalla procura dopo le dichiarazioni di Sabrina Minardi, l’ex amante di Renatino. «È stato lui a organizzare il sequestro della Orlandi», raccontò la donna ai magistrati. Poi le sue rivelazioni coinvolsero monsignor Marcinkus, per anni ai vertici dello Ior, la banca vaticana. Lo tacciarono di pedofilia, di volere avere ragazze giovani, che De Pedis, puntualmente gli forniva.

    LO 007 E LA BMW
    E altre storie finirono sul tavolo dei magistrati, altre presunte verità. A cominciare da quella raccontata da Giulio Gangi, ex agente del Sisde, allontanato dai Servizi segreti, per via dell’eccessivo interesse nei confronti dell’inchiesta Orlandi. «Sono stato esautorato perché cercavo di risolvere il caso – si è sempre giustificato lo 007 – Mi recai a casa Orlandi per sapere se era possibile una eventuale fuga volontaria della ragazza, ma Pietro mi raccontò un’altra versione dei fatti: un uomo con una Bmw aveva proposto alla sorella di pubblicizzare dei prodotti dell’Avon durante una sfilata delle sorelle Fontana», proprio nel giorno della scomparsa. Qualche anno più tardi la stessa auto venne recuperata in un parcheggio di Villa Borghese: era appartenuta a Flavio Carboni, un faccendiere coinvolto nei misteri di mezza Italia. Primo tra tutti quello della morte misteriosa del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra, sotto il ponte dei Frati Neri.

    https://www.ilmessaggero.it/italia/orlandi_ossa_pavimento_rifatto_anni_80-4077320.html

  • Le vittime rompono il silenzio della Chiesa – Las víctimas rompen el silencio de la Iglesia

    Le vittime rompono il silenzio della Chiesa – Las víctimas rompen el silencio de la Iglesia

    Più di cento persone raccontano a EL PAÍS la storia degli abusi che presumibilmente hanno sofferto per mano dei sacerdoti e che fino ad ora sono rimasti nascosti

    Più di un centinaio di persone, presunte vittime di abusi sessuali nelle parrocchie e nelle scuole religiose in diversi periodi – dagli anni Quaranta fino agli anni recenti – hanno scritto a El PAÍS il loro dramma, nascosto fino ad ora. Alcune di queste presunte vittime hanno lasciato una testimonianza documentata della loro denuncia per questo rapporto. “L’impotenza, la rabbia, l’angoscia e il mio dolore ancora vivo”, dice una delle vittime. “Ero un essere estremamente vulnerabile. L’insegnante ha trascorso l’estate toccando me e pochi altri studenti, appartandosi. Ho condiviso i ricordi con la mia famiglia e gli amici …” dice un altro. “La rabbia mi dura 53 anni dopo, ho sofferto abusi da parte di un prete, e so che non ero l’unico.”

    Questo giornale ha provato in tutti i casi pubblicati in queste informazioni a confrontare i fatti denunciati dalle presunte vittime. Ha contattato le autorità ecclesiastiche di ogni luogo in cui presumibilmente si sono verificati gli abusi. E ha cercato possibili testimoni. Nei casi in cui è stato impossibile confrontare i fatti con il silenzio della Chiesa o con altre circostanze, El PAÍS ha scelto di segnalare la denuncia attraverso la presunta vittima, ma senza fornire i nomi degli accusati o dei luoghi specifici in cui i fatti si sono verificati. Il giornale offre cinque storie come un esempio di un problema nascosto dalla leadership ecclesiastica.

    La Chiesa spagnola mise a tacere per decenni i casi di pederastia che conosceva o istruiva nei suoi tribunali ecclesiastici. Il Centro nazionale per la documentazione giudiziaria (Cendoj) ha registrato negli ultimi 30 anni solo 33 casi processati in tribunali civili che colpiscono 80 minori vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti.

    Ottenere informazioni simili dalla Conferenza episcopale o dalle 70 diocesi esistenti o dalle congregazioni religiose si è rivelato impossibile. Le diocesi rifiutano di offrire dati, anche statistiche, sui casi di abusi sessuali nella Chiesa giudicata attraverso i loro tribunali ecclesiastici. Hanno risposto solo 17 diocesi, evasive o negative; il resto, 53, ha scelto il silenzio.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede, che riceve ogni anno a Roma una media di 500 casi di pedofilia inviati dalle diocesi di tutto il mondo, si rifiuta di fornire dettagli su come molti di questi problemi provengono dalla Chiesa spagnola. La Conferenza Episcopale ha annunciato due settimane fa, in seguito alla pubblicazione della notizia nel paese sulla sua copertura nei casi di abuso, la creazione di una commissione speciale per aggiornare i protocolli esistenti nelle varie diocesi per combattere la pedofilia. Solo tre di questi protocolli obbligano il vescovo a comunicare le denunce che riceve alla Procura.

    Diversamente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, né la Conferenza Episcopale Spagnola né le sue 70 diocesi elaborano statistiche pubbliche sulle questioni relative alla pedofilia elaborate durante l’anno.

    (traduzione con Google)

    https://elpais.com/sociedad/2018/10/26/actualidad/1540551133_625878.html