Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il caso “Spotlight” e i preti pedofili, chi tocca la Chiesa muore?

    Il caso “Spotlight” e i preti pedofili, chi tocca la Chiesa muore?

    Nel film “Spotlight” di Tom McCarthy, presentato alla 72esima Mostra del cinema di Venezia, il racconto della grande inchiesta realizzata dal quotidiano “Boston Globe” che nel 2002 portò alla luce un migliaio di casi di violenze su minori compiuti da decine di sacerdoti e la sistematica copertura garantita dalla diocesi locale, al tempo guidata dall’arcivescovo Bernard Law, tutt’ora arciprete emerito di Santa Maria Maggiore e mai finito sotto inchiesta.

    di Federico Tulli

    La stampa specializzata e non solo ha definito “Spotlight” uno dei film più attesi della 72esima Mostra del cinema di Venezia, sebbene narri una storia vera e piuttosto recente nonché presente per lungo tempo sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. La pellicola diretta da Tom McCarthy, con un cast in cui spiccano Michael Keaton, Mark Ruffalo e Stanley Tucci, ricostruisce tutti i passaggi della grande inchiesta realizzata dal quotidiano Boston Globe che nel 2002 portò alla luce un migliaio di casi di violenze su minori compiuti da decine di sacerdoti e la sistematica copertura garantita a costoro dalla diocesi locale, al tempo guidata dall’arcivescovo Bernard Law.

    Spotlight era il nome del pool di coraggiosi giornalisti che, incuranti delle pressioni e delle oggettive difficoltà, in oltre 600 articoli portarono alla luce un sistema radicato di abusi, omertà, complicità e mancanza di trasparenza. Tutto ruotava intorno alla figura del potente arcivescovo il cui obiettivo principale era mettere a tacere qualsiasi voce che potesse gettare discredito sulla “sua” Chiesa. All’interno della Conferenza episcopale Usa nessuno più di Law aveva la possibilità di diventare, alla morte di papa Wojtyla, il primo pontefice americano della storia. Ecco spiegata la sua “necessità” di trasferire da una parrocchia all’altra ma sempre all’interno della diocesi di Boston i preti più a rischio. Compreso John Gheogan, che nel 2002 finì in galera per aver commesso 130 stupri in 30 anni di vita sacerdotale.

    È dal caso di questo psicopatico e di chi lo ha volutamente protetto che prende le mosse, nel 2010, il primo dei miei due libri sulla storia secolare e le radici ideologiche e culturali della pedofilia clericale. In fase di stesura avevo deciso senza alcuna incertezza di iniziare la mia opera di approfondimento dagli elementi portati in luce otto anni prima dai giornalisti di Spotlight. Grazie alla loro caparbietà, dopo decenni di abusi subiti in silenzio oppure senza che mai nessun vescovo desse seguito alle loro denunce, centinaia di vittime di stupratori in abito talare avevano trovato la forza di portare le loro istanze di fronte a delle istituzioni laiche. Il terremoto con epicentro nella più “europea” delle città americane in breve si propagò. Cominciarono a cadere una dopo l’altra le coperture fino ad allora garantite a pedofili seriali dai loro superiori, tramite l’efficace sistema di trasferire a una parrocchia diversa i casi che non era più possibile gestire senza rischiare lo scandalo pubblico.

    Nel decennio successivo una dozzina di diocesi statunitensi hanno dichiarato bancarotta e si stima che siano stati pagati almeno tre miliardi di dollari in risarcimenti alle vittime. Gran parte del denaro è stato liquidato in via stragiudiziale per evitare processi sanguinosi per l’immagine della Chiesa. Nel 2004, uno studio commissionato al John Jay college of Criminal Justice di New York dalla Conferenza episcopale americana ha calcolato che nei 50 anni precedenti quasi il 5% degli appartenenti al clero Usa aveva commesso almeno un abuso su un minore. Una percentuale superiore anche centinaia di volte rispetto al più pessimistico report sulla diffusione della pedofilia in ambiti professionali “laici”.

    In Vaticano tutto taceva. Nel 2001, quando era ormai chiaro che sarebbe stato impossibile evitare la crisi “pedofilia” (i primi inquietanti report arrivavano anche dall’Europa, dall’Africa e dall’Australia), Giovanni Paolo II aveva deciso di affrontare la questione delegando al capo della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, il compito di ribadire, nel documento De delictis gravioribus, l’esistenza di un vincolo di segretezza cui dovevano attenersi tutti i vescovi del mondo riguardo casi di pedofilia clericale. Wojtyla e Ratzinger rinnovarono in questo modo il messaggio contenuto nel Crimen sollicitationis del 1962, un documento rimasto segreto fino al 2001 quando venne scoperto dall’avvocato di alcune vittime statunitensi, minacciando la scomunica per chiunque avesse violato il segreto dando ad esempio informazioni alle istituzioni “laiche” su presunti abusi compiuti da chierici. É oramai assodato che essendo la pedofilia un crimine seriale, la segretezza, la scarsa trasparenza e il divieto di collaborare con le autorità di polizia sono tutti elementi che hanno drammaticamente contribuito all’espansione del fenomeno all’interno della Chiesa cattolica nel secondo dopoguerra.

    In Europa, nel 2010, mentre finivo di scrivere “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” eravamo nel pieno della crisi che stava travolgendo tutte le Chiese dei più grandi Paesi del continente, Italia esclusa. Fu semplice individuare nella vicenda di Boston e di mons. Law che riconobbe di aver protetto dei pedofili, la chiave per spiegare come mai improvvisamente l’opinione pubblica e i media, anche italiani, avevano smesso di voltarsi dall’altra parte facendo finta di non vedere i casi di pedofilia clericale. Come era accaduto negli Usa, le bugie della Chiesa e le complicità dei suoi gerarchi erano diventate palesi. Anche la credibilità del successore di Wojtyla, Joseph Ratzinger era ridotta ai minimi termini. L’inspiegabile fiducia nei confronti Vaticano e dei suoi rappresentanti più illustri, dal papa in giù, si era improvvisamente incrinata anche all’interno della comunità dei fedeli europei. Non era più possibile negare l’identità e i diritti dei bambini violentati e che la diffusione della pedofilia nel clero cattolico fosse un problema di portata storica e mondiale oltre che consapevolmente nascosto e mai affrontato. E finalmente le vittime sopravvissute del Vecchio Continente sono uscite dal buio, vincendo l’annullamento cui erano state “sottoposte” per decenni.

    Quanto a Law, il film di McCarthy va oltre l’inchiesta del Globe catapultando lo spettatore nella Chiesa di Jorge Mario Bergoglio. Messo in un angolo dalle pressioni degli stessi fedeli che fino a poco prima lo osannavano come futuro papa, nell’estate del 2002 l’arcivescovo di Boston consegnò le dimissioni a Giovanni Paolo II. Pochi mesi dopo fu richiamato a Roma e nominato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Law fu quindi in qualche modo demansionato ma la punizione non è stata di certo esemplare. Basti dire che è stato lui a celebrare nel 2005 una delle messe in suffragio di Wojtyla davanti a cardinali di tutto il mondo nella settimana successiva al decesso del pontefice polacco. E che pochi giorni dopo, senza alcun imbarazzo, ha coronato il suo “sogno” americano di partecipare al conclave (che si è concluso con l’elezione di Joseph Ratzinger).

    Il resto è cronaca recente. Nel film McCarthy informa il grande pubblico che Bernard Law è oggi arciprete emerito di Santa Maria Maggiore. E questa è una notizia che dovrebbe far storcere la bocca a chi è convinto che Bergoglio stia rivoluzionando la Chiesa.

    Nel 2013 molti giornali italiani hanno dato risalto all’irritazione provata da papa Francesco quando l’ex vescovo di Boston si è presentato tra i maggiorenti che lo volevano salutare in occasione della sua visita alla basilica romana. Secondo diverse fonti, conoscendo il passato di Law il successore di Ratzinger dette subito disposizione di organizzare un suo trasferimento in un convento isolato. Non è chiaro se per espiare le sue colpe o per tenerlo lontano da giornalisti troppo curiosi. Fatto sta che Law scomparve dai radar della stampa. Fino alla notizia che giganteggia sul grande schermo di “Spotlight”: Law non si è mai spostato da Roma. Quindi non solo non è stato trasferito, ma non risulta nemmeno che l’intransigente Bergoglio – al pari dei suoi predecessori – abbia mai disposto un’inchiesta canonica o penale nei suoi confronti, tanto meno l’avvio di una procedura di dimissione dallo stato clericale.

    Minor fortuna dell’arciprete emerito, come ha raccontato McCarthy alla conferenza stampa di Venezia, ha avuto il giornale che ha scombinato i suoi “sogni” di gloria. Il Boston Globe è da anni in crisi e il Pulitzer ricevuto nel 2003 dal pool di Spotlight non è riuscito a evitare dolorosi tagli alla redazione della prestigiosa testata.

    E così il potere temporale si è preso la rivincita sul quarto potere.

    (7 settembre 2015)

  • Vaticano: sine die processo a vescovo accusato di pedofilia

    Vaticano: sine die processo a vescovo accusato di pedofilia

    Continua a non avere data il processo per giudicare l’ex rappresentante del Vaticano in Repubblica Dominicana, monsignor Wesolowski, accusato di pedofilia.

    di Marina Zenobio

    “Monsignor Wesolowski ha lasciato l’ospedale dopo una settimana di ricovero, continua ad essere agli arresti presso il Vaticano e ancora non si conosce la data in cui riprendere il processo a suo carico”. E’ la laconica risposta della Santa Sede quando si chiedono notizie su Jozef Wesolowski.
    Un mese fa circa, l’11 luglio, l’ex nunzio apostolico in Repubblica Dominicana doveva presentarsi alla prima udienza del suo processo presso il tribunale dello Stato di Città del Vaticano, ma non l’ha fatto.
    L’ex porporato polacco è accusato di aver abusato sessualmente di minori durante il quinquennio del suo incarico nel paese caraibico, tra il gennaio del 2008 e l’agosto del 2013, quando fu costretto a dimettersi. Sembrerebbe anche che durante la sua permanenza a Roma, prima di essere arrestato dalle autorità del Vaticano, sia stato ritrovato tra le sue cose del materiale pedopornografico.

    I capi di imputazione

    Sono cinque i capi di imputazione a carico di Wesolowski: per “aver detenuto e comunque per essersi procurato da siti internet materiale raffigurante minori di anni diciotto coinvolti in attività sessuali esplicite, reali o simulati, nonché immagini di organi sessuali di minori esibiti a scopi prevalentemente sessuali. Con l’aggravante della detenzione di ingente quantità”, nella Città del Vaticano ed altrove, da epoca imprecisata fino al 22-9-2014. Nonché per ricettazione e lesioni gravi “costituite da perturbamenti della mente agli adolescenti vittime degli abusi sessuali”, per aver “corrotto” adolescenti con atti di libidine in un luogo pubblico, e anche per “aver serbato una condotta che offende i principi della religione o della morale cristiana per aver ripetutamente eseguito accessi a siti pornografici”.

    Tuttavia, poco prima dell’inizio della prima seduta, il promotore di giustizia Gian Piero Milano, una sorta di procuratore capo del Vaticano, ha spiegato che Wesolowski era stato ricoverato d’urgenza in ospedale.
    E anche se questo non ha impedito l’apertura del processo, il primo per pedofilia in un tribunale dello Stato della Città del Vaticano, a sei minuti dall’inizio dell’udienza il giudice ha ordinato il rinvio del procedimento.

    “Rinchiuso” in 40 ettari

    Il ricovero in ospedale è durato tre giorni, Jozef Wesolowski è stato dimesso qualche giorno, il 21 luglio, lo ha comunicato il direttore aggiunto dell’ufficio stampa della Santa Sede, Ciro Benedettini aggiungendo che è tornato agli arresti presso il Vaticano. Ma non agli arresti domiciliari, ha precisato, “Monsignor Wesolowski non è rinchiuso nella sua abitazione, può camminare per il Vaticano, per i suoi 40 ettari”. Così l’ex porporato aspetta che riprenda il processo a suo carico, ma di date non se ne parla, anche è uscito dall’ospedale e per i medici non sussiste alcun impedimento a che possano riprendere le udienze.

    Il problema è che “in virtù dell’art. 471 del Codice di procedura penale”, per stabilire una nuova data si deve “aspettare che cessi la causa che determinato il rinvio”. Tuttavia la sala stampa del Vaticano non abbonda certo in dettagli sul caso, soprattutto per quanto si riferisce allo stato di salute dell’accusato. “Sono questioni private di cui non possiamo dare informazioni” ha dichiarato tagliando corto Benedettini.

    Chi lo giudicherà

    In mancanza di dati e informazioni, l’unica cosa certa per adesso è la composizione del tribunale.
    Il presidente del tribunale, Giuseppe Dalla Torre, giurista esperto in diritto canonico e docente presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa) di Roma, affiancato dai giudici Pietro Antonio Bonnet, Paolo Papanti-Pellettier e il giudice supplente Venerando Marano. Nonché, come già detto, il promotore di giustizia del tribunale Vaticano Gian Piero Milano (l’accusa), affiancato da giudici Alessandro Diddi e Roberto Zannotti.
    L’avvocato difensore dell’ex nunzio è Antonello Blasi, anch’egli ovviamente esperto in diritto canonico e docente presso la Pontificia Università Lateranense.

    Josef Wesolowski era già stato giudicato dalla Congregazione per la dottrina della fede, l’antico Sant’Uffizio. In base alle regole del diritto canonico il tribunale ecclesiastico lo ha “spogliato” del suo stato clericale.
    Ma il processo che prima poi dovrà affrontare, potrebbe terminare non con la scomunica o con l’espulsione dal sacerdozio, ma con il carcere, anche se non è ben chiaro quale.

    Vaticano: sine die processo a vescovo accusato di pedofilia

  • Il segreto pontificio salva don Inzoli: la santa Sede ha negato la rogatoria richiesta dalla Procura

    Il segreto pontificio salva don Inzoli: la santa Sede ha negato la rogatoria richiesta dalla Procura

    Don Mauro Inzoli è tornato alla ribalta delle cronache in occasione del convegno omofobo organizzato dalla Regione Lombardia. Nonostante due papi l’abbiano condannato per pedofilia, l’esponente di Comunione e liberazione era seduto in seconda fila per suggerire una ridefinizione ideologica della famiglia.
    L’uomo non è ancora stato giudicato dalla giustizia italiana e c’è da temere che non lo sarà ancora a lungo: il Vaticano ha infatti rifiutato la rogatoria richiesta dalla procura di Cremona.
    Secondo la santa Sede, infatti, gli atti sono da ritenersi un «sub secreto pontificio». In altre parole, gli atti del procedimento ecclesiastico non verranno condivisi con lo Stato italiano.

    I ritardi giudiziari che riguardano l’inchiesta sono principalmente legati ad una precisa scelta compiuta dalle vittime: anziché rivolgersi alla magistratura, hanno preferito parlare degli abusi con alcuni rappresentanti della Chiesa. Dato che la legge italiana prevede che «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero», si è potuto tenere legalmente segreto l’accaduto.
    In assenza di una formale denuncia, il procedimento ha avuto inizio solo quando Franco Bordo, deputato di Sel, ha presentato un regolare esposto. Il tutto basandosi sui risultati delle indagini vaticane che vennero pubblicate il 9 dicembre del 2012 sul sito della curia cremasca.

    http://gayburg.blogspot.it/2015/06/il-segreto-pontificio-salva-don-inzoli.html

  • Pedofilia, Papa Francesco annuncia “tribunale per giudicare i vescovi”

    Pedofilia, Papa Francesco annuncia “tribunale per giudicare i vescovi”

    Stretta in Vaticano contro gli abusi sessuali da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Papa Francesco nominerà un Segretario per assistere il Prefetto di Tribunale.

    Lotta del Papa ai vescovi che coprono la pedofilia. Bergoglio ha istituito una nuova sezione giudiziaria, all’interno dellaCongregazione per la dottrina della fede, per processare i presuli che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopaleper casi di violenza dei loro preti sui minori. La decisione ufficiale, elaborata insieme al Consiglio di cardinali, il cosiddetto “C9”, che aiuta il Papa nella riforma della Curia, arriva dopo cheFrancesco aveva chiesto “umilmente perdono” a sei vittime della pedofilia del clero sia per i “gravi crimini di abuso sessuale”, sia “per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce”.

    La nuova sezione giudiziaria all’interno dell’ex Sant’Uffizio sarà utilizzabile anche per i processi penali per l’abuso dei minori e degli adulti da parte del clero. Il Papa ha disposto che la competenza a ricevere ed esaminare le denunce di abuso d’ufficio episcopale appartenga alle Congregazioni per i vescovi, per l’evangelizzazione dei popoli, o per le Chiese orientali. A capo di questa nuova sezione Bergoglio nominerà un segretario. Una decisione, quella presa da Francesco, nel contrasto dei vescovi che coprono la pedofilia dei loro preti, spesso spostandoli diparrocchia in parrocchia nel tentativo di fuggire il clamore mediatico, che segue lo scontro in Vaticano proprio sul tema degliabusi.

    L’ex vittima della pedofilia Peter Saunders, che fa parte della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha attaccato duramente il “ministro vaticano dell’economia”, il cardinale australianoGeorge Pell, sotto inchiesta nel suo Paese con l’accusa di aver coperto numerosi abusi del suo clero quando era vescovo di Melbourne, dal 1996 al 2001. Pell, che è uno dei nove porporati del “C9”, ha rispedito al mittente le accuse. Durante un’audizione via webcam da Roma alla Commissione nazionale d’inchiesta australiana sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali sui minori, il cardinale aveva affermato che “i preti pedofili sono come dei camionisti che molestano autostoppiste”. Un paragone assurdo per sostenere che la colpevolezza legale dei sacerdoti pedofili non può essere imputata ai vertici della Chiesa cattolica, immediatamente contestato sia dalle vittime degli abusi, sia dalle associazioni dei camionisti.

    Sul fronte della riforma dei media vaticani, invece, il Papa ha approvato un progetto di riforma realizzabile in quattro anni che prevede la salvaguardia del personale e una graduale integrazione delle istituzioni coinvolte con l’istituzione di un dicastero ad hoc. Nel campo delle riforme economiche finanziarie, invece, saranno costituiti tre gruppi di lavoro: uno per l’analisi delle entrate e degliinvestimenti; uno per la gestione delle risorse umane; e un terzo per lo studio dei sistemi informatici esistenti, la loro compatibilità ed efficienza. Inoltre, il Vaticano ha firmato un accordo con gli Usa, che disciplina lo scambio automatico di informazioni fiscali tra le autorità competenti dei due Paesi, al fine di prevenire e contrastare l’evasione fiscale. Un’intesa, per certi aspetti, analoga a quella firmata recentemente tra il Vaticano e l’Italia.

    Twitter: @FrancescoGrana

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/10/pedofilia-papa-creare-tribunale-in-vaticano-per-giudicare-i-vescovi/1764573/

  • I guai del cardinale Pell, il superministro alle finanze vaticane

    I guai del cardinale Pell, il superministro alle finanze vaticane

    Lo ha voluto Bergoglio in persona, ma su di lui piovono accuse di aver insabbiato casi di pedofilia e protetto i colpevoli

    Lo sceriffo delle finanze vaticane ha un problema in Australia. Il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria per l’economia – il nuovo superministero vaticano creato di recente nell’ambito della riforma finanziaria della Santa Sede – è stato chiamato in causa nelle inchieste governative che stanno da tempo scoperchiando la piaga mai rimarginata degli abusi sessuali commessi da esponenti del clero. Pell è stato alla guida delle diocesi di Melbourne e di Sidney. Le accuse sono più o meno le stesse capitate già a molti vescovi e arcivescovi in passato: ovvero di aver coperto e insabbiato casi specifici, cioè di aver protetto i colpevoli, di non aver agevolato i risarcimenti alle vittime, di aver insomma fatto di tutto per occultare le vicende.

    Si tratta di episodi e storie dolorose risalenti in là negli anni ma che hanno lasciato ferite profonde sulle vittime alcune delle quali – guardando nel dossier australiano in senso complessivo – hanno avuto problemi di carattere psicologico anche gravi: ci sono stati numerosi suicidi, vicende personali complicate e via dicendo.

    Di fatto, tuttavia, il cardinale aveva già testimoniato davanti alla commissione dello Stato di Victoria nel maggio 2013 dando risposte ampie in merito a diverse contestazioni; nell’occasione si era esposto in pubblico, non aveva soddisfatto tutte le richieste dei gruppi di vittime (anche sul tema dei risarcimenti economici) ma aveva ammesso le responsabilità diffuse della Chiesa. Di lì a pocoentrava a far parte del C9, il gruppo ristretto di cardinali che coadiuva il papa nel governo della Chiesa. Nel frattempo, poi, ha assunto un incarico decisivo in Vaticano: quello di prefetto della Segreteria per l’economia, il superdicastero che controlla bilanci, personale e gestione finanziaria di ogni altro dicastero. Una cosa che in Vaticano non si era mai vista, alla quale ancora in molti non si abituano e che spaventa quanti confidavano sul mantenimento dello status quo.

    Tuttavia nelle ultime settimane dall’Australia sono giunte brutte notizie per Pell. Peter Saunders, che oltre ad essere stato una vittima di abusi sessuali fa parte della Pontificia commissione per la tutela dei minori istituita da papa Francesco – in sostanza il dicastero che dovrà mettere mano allo scandalo pedofilia devastante per la Chiesa in tanti Paesi del mondo – lo ha accusato pesantemente. Gli ha dato del cinico, dell’insabbiatore e ne ha chiesto l’allontanamento a Bergoglio («è cruciale che venga accantonato e rimandato in Australia e che il Papa prenda contro di lui l’azione più forte», ha poi definito il porporato «un sociopatico») . Al centro della vicenda c’è un caso specifico, quello di Gerald Ridsdale, sacerdote, abusatore pericoloso, che sarebbe stato protetto da Pell in passato; su questo caso fra l’altro sta indagando la Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori) . Dalla vicenda è nata una polemica a più voci.

    Lo stesso cardinale Pell ha replicato attraverso una serie di comunicati di essersi impegnato con forza contro gli abusi, quindi un secondo fronte è stato aperto contro “60 minutes”, la trasmissione televisiva che aveva mandato in onda le affermazioni di Saunders. «Accuse false» quelle del programma, ha fatto sapere la portavoce del cardinale; “60 minutes” ha risposto a sua volta con puntiglio confermando la fondatezza delle informazioni trasmesse. Nel frattempo anche padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede è intervenuto precisando: «Il cardinale Pell ha sempre risposto attentamente e in modo argomentato alle accuse e alle domande formulate dalle autorità australiane competenti e la sua posizione è stata resa nota ancora nei giorni scorsi da una sua dichiarazione pubblica, che deve essere considerata attendibile e meritevole di rispetto e di attenzione». Non solo: Lombardi ha precisato che la commissione vaticana sui minori non può formulare accuse su casi specifici ma indicare criteri generali di condotta e di risposta alla crisi abusi da parte delle conferenze episcopali. E a questo punto, chiamata in causa, ha preso la parola anche la commissione guidata dal cardinale statunitense Sean O’ Malley, arcivescovo di Boston (anch’egli membro del C9).

    Con un comunicato, l’organismo vaticano ha chiarito che in effetti il proprio ruolo istituzionale non è certo quello di fare considerazioni su singoli episodi singoli di abusi (il riferimento era alle parole di Saunders contro Pell), tuttavia veniva toccato un punto chiave: «La pontificia commissione per la protezione dei minori – si affermava – rimane impegnata nella sua missione che, come sottolineato negli statuti provvisori recentemente approvati, è quella di aiutare la Chiesa in tutto il mondo a proteggere i minori e assicurare che gli interessi dei sopravvissuti e delle vittime degli abusi sia primario. A questo fine la commissione considera essenziale che coloro che sono in posizioni di autorità nella Chiesa rispondano tempestivamente, trasparentemente e con il chiaro intento di permettere il raggiungimento della giustizia». Insomma, anche i cardinali rispondano nel merito alle accuse per chiarire ogni aspetto.

    Pell, del resto, è una pedina chiave dei nuovi assetti bergogliani, ma la vicenda che lo riguarda è senza dubbio delicata. Peraltro tocca un nervo scoperto della Chiesa. Il porporato ha già testimoniato davanti a una commissione governativa; forse però quel passo oggi non è più sufficiente ed è probabile che il cardinale dovrà dare ulteriori risposte (egli stesso nei vari comunicati si è impegnato a farlo e ha chiesto di essere convocato). Di fatto è comunque fra i pochi cardinali ad aver affrontato un’indagine governativa ad alto livello su un tema difficile e carico di incognite.

    Se si volesse tracciare un suo profilo, Pell, dal punto di vista dottrinario, è un conservatore vicino all’Opus Dei, non condivide le aperture del papa su temi come le coppie non sposate, la comunione ai divorziati risposati e via dicendo. Ancora: è un sostenitore convinto di quel capitalismo globale sulle virtù salvifiche del quale il papa ha mostrato di aver assai poca fiducia. Sulla stessa questione ambientale Pell è decisamente meno sensibile di papa Francesco.

    Eppure è lui l’uomo scelto da Francesco per imporre una svolta nella gestione finanziaria della curia vaticana; Pell rappresenta, sotto il profilo finanziario, il nuovo corso segnato – almeno in prospettiva – da una gestione corretta dei bilanci e del personale, da voci di spesa verificabili, dal superamento delle inefficienze, degli sprechi, delle pratiche sottogoverno. La Segreteria per l’economia è stata dotata in tal senso di ampi poteri. È stato il cardinale australiano, fra l’altro, a rivelare che nei vari dicasteri vaticani, in seguito a una prima verifica (febbraio 2015), erano stati “trovati” oltre un miliardo e 400 milioni mai registrati in nessun bilancio e tenuti da parte per eventuali emergenze. C’è dunque attesa per la pubblicazione dei prossimi bilanci della Santa sede che dovrebbero mettere finalmente in luce un quadro assai più dettagliato e completo di quanto sia avvenuto in passato. Di certo, però, le accuse provenienti dall’Australia costituiscono una tegola non da poco; allo stesso tempo va sottolineato come in soccorso di Pell sia andata, inaspettatamente, una testata tradizionalmente liberal e progressista del cattolicesimo inglese come The Tablet.

    «Il cardinal George Pell – scriveva la rivista nel marzo scorso – non è mai stato l’uomo più popolare d’Australia, nemmeno tra i suoi confratelli vescovi – il che significa che papa Francesco è stato straordinariamente accorto nell’affidargli la responsabilità delle finanze vaticane. Queste erano in un tale stato, e bisognose a tal punto di essere riordinate, che solamente qualcuno disposto a pestare i piedi a qualcun altro e non troppo preoccupato della propria popolarità poteva essere all’altezza del compito».

    http://www.linkiesta.it/pell-abusi-ior-vaticano

  • Le ultime parole di Luisa Bonello; “il vescovo Lupi mi ha istigata al suicidio”.

    Le ultime parole di Luisa Bonello; “il vescovo Lupi mi ha istigata al suicidio”.

    Documento del 18-09-2014

    -OMISSIS-

    “In ultimo lascio una maledizione per il vescovo Lupi, uomo omertoso, cattivo e amorale. Ha fatto tanto male in vita sua e spero che il giudizio divino si abbatterà su di lui” Luisa Bonello”


    Documento del 10-05-2014

    “Con la presente io sottoscritta Bonello Luisa faccio un piccolo cambiamento al primo testamento: chiedo che il mio funerale venga svolto a Lavagnola e venga celebrato esclusivamente da don Lupino. NON voglio all’altare altri preti o frati. La colpa di quello che è successo è mia innanzitutto, una depressione reattiva a fatti della vita. Ma i fatti che mi hanno portata a questo, sono colpa del vescovo mons. Lupi della sorella e dei nipoti di don Nino Maio. Vivevo felice fino a quando questi tre esseri non mi hanno allontanata da lui. Questa è istigazione al suicidio”


    Questi due scritti autografi, pubblicati nella loro versione originale e trascritti per agevolare il lettore, emergono dagli Atti dell’inchiesta sulla morte di Luisa Bonello della Procura di Savona. Sono due scritti autografi di Luisa Bonello, uno dei quali scritto poco prima di quello sparo che ne ha stroncato la vita.

    Ma quale era il contesto in cui Luisa Bonello, donna di fede, è arrivata a scrivere quelle parole e poi alla sua tragica fine?

    Per capirlo bisogna ripercorrere i rapporti tra Luisa Bonello e la Diocesi. 

    Francesco Zanardi, portavoce della “Rete l’abuso” con cui Luisa Bonello collaborava, lo ha ricostruito da tempo, sia con una Memoria per gli inquirenti, sia con un docu-film dove si ripercorrono fatti, eventi e testimonianze.

    E’ in quel contesto generale in cui emerge con nitidezza, come già anche evidenziato anche da don Lupino, nell’omelia del funerale di Luisa Bonello, lo sconforto ed il dolore interiore di Luisa Bonello per i comportamenti della Diocesi savonese. Prima usata dal Vescovo Lupi per cercare di “spiare” e carpire informazioni alle vittime dei preti pedofili e poi, presa coscienza del dramma di quelle vittime, promotrice di denunce sino nella mani del Papa per quelle omertà diocesane che avevano e continuavano a proteggere i preti pedofili. Proprio per questa scelta di verità e giustizia, Luisa Bonello è stata punita dalla Diocesi guidata dal Vescovo Lupi.

    Divenuta testimone del male seminato dai preti pedofili e dalle protezioni della gerarchia ecclesiastica, Luisa Bonello, determinata nella ricerca di verità e di giustizia per le vittime, è stata colpita nella sua fede, per indebolirla e ferirla ulteriormente.

    Lei stessa aveva raccontato e documentato quanto il Vescovo Lupi, con la Diocesi, aveva messo in atto ai suoi danni, in un crescendo inarrestabile, segnandone il destino: isolarla per renderla innocua e non credibile.

    Parte 1°

    Parte 2°

  • Educazione sessuale, si va avanti

    Educazione sessuale, si va avanti

    Gli Stati hanno respinto l’iniziativa che ne chiedeva l’abolizione – Insegnamento ritenuto indispensabile per proteggere i minori contro gli abusi

    BERNA – È bastata poco più di mezz’ora oggi al Consiglio degli Stati per respingere (37 voti a 1) l’iniziativa popolare “Protezione dalla sessualizzazione nella scuola dell’infanzia e nella scuola elementare”. Per il plenum, questo tipo di insegnamento è indispensabile per proteggere i minori contro gli abusi, le malattie trasmissibili e le gravidanze indesiderate.

    I “senatori” hanno seguito le raccomandazioni della commissione preparatoria che aveva bocciato questa modifica costituzionale per 11 voti e un’astensione. Il Consiglio nazionale aveva già raccomandato la bocciatura di questo testo per 134 voti a 36 durante la sessione primaverile delle Camere federali. Il dossier è pronto per le votazioni finali

    L’iniziativa vuole abolire l’educazione sessuale per i bambini di età inferiore ai 9 anni. Stando al comitato promotore – di cui fanno parte anche la consigliera nazionale Roberta Pantani (TI/Lega) e il banchiere privato ticinese Michele Moor (ex candidato PPD al Consiglio nazionale nel 2007 ed ex presidente dell’UDC di Lugano) – la scuola materna dovrebbe fornire al massimo un corso destinato alla prevenzione degli abusi mentre l’educazione sessuale dev’essere di competenza esclusiva dei genitori.

    A partire dai 9 anni possono invece essere impartite lezioni facoltative di educazione sessuale. Corsi obbligatori sulla sessualità dovrebbero essere invece riservati soltanto a ragazzi di 12 anni e più nell’ambito delle lezioni di biologia, destinate alla “trasmissione di conoscenze sulla riproduzione e lo sviluppo umani”.

    Per la maggioranza dei “senatori”, sostenuti dal consigliere federale Johann Schneider-Ammann, l’iniziativa rappresenta un’ingerenza nelle competenze dei cantoni in materia educativa e va contro il loro obbligo costituzionale di provvedere al benessere e all’integrità dei fanciulli.

    Diversi oratori hanno messo in rilievo i benefici di queste lezioni che mettono in guardia dalle malattie trasmissibili e dalle gravidanze indesiderate. Se la Svizzera può vantare un basso tasso di gravidanze non volute ciò è da attribuire ai benefici delle informazioni trasmesse a scuola, hanno sostenuto diversi “senatori”.

    Per Liliane Maury-Pasquier (PS/GE), è illusorio pensare che tutti i genitori siano competenti in materia di educazione sessuale. Questo tipo di insegnamento, impartito con metodi che rispettano l’età degli allievi, vuole aprire gli occhi dei bambini sulle malattie sessuali, le gravidanze indesiderate e gli abusi, molti dei quali avvengono proprio nella cerchia famigliare. “Non facciamo dei bambini degli struzzi”, ha esortato la consigliera agli Stati ginevrina.

    Per la liberale-radicale argoviese Christiane Egerszegi-Obrist, l’iniziativa rappresenta un salto all’indietro di un secolo, quando parlare di sesso era tabù. Oggi, tuttavia, i tempi sono cambiati: immagini a forte connotazione sessuale, o pornografica, sono disponibili dappertutto. “Per questo la scuola, assieme ai genitori, ha il compito di mettere in guardia i bambini, specie da chi tenta di adescarli via Internet”, ha sostenuto la “senatrice” PLR, aggiungendo che sono “ormai superati i tempi del classico uomo cattivo che offre le caramelle”.

    Per il consigliere federale Johann Schneider-Ammann, oltre a misconoscere il buon lavoro di prevenzione operato dall’educazione sessuale a scuola, l’iniziativa viola il principio della pari opportunità: non tutti i fanciulli crescono in un ambiente protetto, ha fatto notare il ministro bernese.

    http://www.cdt.ch/svizzera/politica/132002/educazione-sessuale-si-va-avanti.html

  • Maurizio Turco: i segreti di Ratzinger

    Maurizio Turco: i segreti di Ratzinger

    In questo video Maurizio Turco, deputato del Partito Radicale, svela alcuni retroscena relativi ai precedenti di Papa Ratzinger come Cardinale. Turco racconta gli insabbiamenti sui casi di preti pedofili, commissionati da Cardinal Ratzinger.

    Negli Stati Uniti iniziano a imperversare gli scandali legati ai preti pedofili in alcune parrocchie americane.
    Joseph Ratzinger e Tarcisio Bertone, rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviano a tutti i vescovi e preti la lettera De Delictis gravioribus, un testo che contiene informazioni aggiornate sui comportamenti da tenere in materia di abusi sessuali e molestie. I termini di prescrizione vengono spostati a 10 anni dal compimento della maggiore età del violentato. Inoltre nel testo viene ribadito fatto che tutte le cause sono soggette a “segreto pontificio”.
    Le sanzioni cui il Tribunale Ecclesiastico condanna i preti che si rendono colpevoli di molestie su minori spesso prevedono semplicemente un trasferimento ad altra parrocchia.

    2003
    Daniel Shea
    , avvocato americano ed ex seminarista, scopre un documento segreto, risalente al 1962, citato in una nota della lettera di Ratzinger: ilCrimen Solliciationis, “Istruzioni sulla procedura nella cause di molestie”.

    Si tratta di un documento inviato a tutti i membri della Chiesa durante il pontificato di Giovanni XXIII, in cui si danno precise direttive sui comportamenti da tenere nel momento in cui si venga a conoscenza di molestie e abusi.
    La premessa contiene la richiesta di segretezza:

    DA CONSERVARSI DILIGENTEMENTE NELL’ARCHIVIO SEGRETO DELLA CURIA IN RAPPORTO ALLA NORMA INTERNA DA NON PUBBLICARE E DA NON ACCRESCERE CON ALCUN COMMENTO

    Le indicazioni sono molto precise, in particolare il riferimento alla scomunica immediata senza comunicazione alcuna per chi diffondesse informazioni riguardanti abusi sessuali e molestie. In questo modo si evita che i casi vengano sottoposti al giudizio della magistratura civile.

    Il testo integrale

    Nell’agosto dello stesso anno gli eurodeputati radicali presentanoun’interrogazione alla Commissione Europea e al Consiglio d’Europaper chiedere quali iniziative conoscitive, preventive e sanzionatorie nonché diplomatiche intende prendere in relazione al fatto che le istruzioni contenute in questi documenti sono in contrasto con le politiche dell’Unione e degli Stati membri in materia di diritti dell’uomo e libertà fondamentali e di lotta agli abusi sessuali
    La Commissione e il Consiglio rispondono declinando le loro responsabilità.

    2005
    Il Cardinale Joseph Ratzinger viene chiamato dal Tribunale del Texas a rispondere di cospirazione contro la giustizia. L’accusa per il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede è quella di aver coscientemente tenuto nascosti numerosi casi di pedofilia con i documenti da lui approvati e divulgati.

    Nel mese di aprile dello stesso anno Joseph Ratzinger viene nominato papa e chiede di avvalersi, in quanto capo di stato, dell’immunità diplomatica.

    L’allora presidente degli Stati Uniti George Bush gliela concede, motivando la decisione come una scelta di politica estera.

    2007- 2008
    Maurizio Turco, deputato radicale, presenta la stessa interrogazione presentata in Europa. La prima volta, nel 2007, come deputato della Rosa nel Pugno, al Governo Prodi, la seconda volta, il 29 aprile 2008, come radicale nel Partito Democratico al Governo Berlusconi.

    Il 5 agosto 2008 Elio Vito, Ministro senza portafoglio per i Rapporti con il Parlamento, risponde all’interrogazione di Turco. La risposta del Governo si riferisce chiaramente agli accordi tra Stato Italiano e Chiesa e alla non ingerenza dello stato italiano nei fatti giuridici della Chiesa.

    2009
    Il 16 giugno, per la prima volta il Comune di Roma si costituisce parte civile in un processo per violenza sessuale nei confronti di minori. Mario Staderini, ora segretario di Radicali Italiani e ai tempi consigliere municipale a Roma, compie una azione popolare, richiedendo di costituirsi parte civile a nome del Comune di Roma nell’udienza di giudizio immediato nei confronti di Don Ruggero Conti, sacerdote della chiesa Natività di Maria Santissima, accusato dal PM Francesco Scavo dei reati di violenza sessuale e prostituzione minorile.
    2010
    Il 2 aprile il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, invia degli ispettori presso il Tribunale di Milano per fare delle verifiche su alcune dichiarazioni del procuratore aggiunto Forno, capo del pool specializzato in molestie e stupri, sui sacerdoti coinvolti in reati sessuali.Il magistrato aveva dichiarato: “Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia nè da parte dei vescovi nè da parte dei singoli preti. Le indagini sono sempre partite da denunce dei familiari delle vittime che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente”.

    Il 12 aprile sul sito della Santa Sede vengono rese pubbliche le linee guida, che il Vaticano dichiara di aver scritto nel 2003, che dovrebbero fare da compendio al Codice di diritto canonico del 1983 e al documentoSacramentorum sanctitatis tutela del 2001. Nel documento si sottolinea come:“va sempre osservata la legge civile in materia di denuncia di crimini alle autorità appropriate”

    Il testo integrale in inglese

  • PEDOFILIA, REATO ATROCE. PARLA IL CRIMINOLOGO SERGIO CARUSO

    PEDOFILIA, REATO ATROCE. PARLA IL CRIMINOLOGO SERGIO CARUSO

    PEDOFILIA, L’APPELLO DEL PEDAGOGISTA: “TORNATE A PARLARE CON I VOSTRI FIGLI”

    Aboliamo immediatamente un luogo comune: non è il voto di castità a cui sono sottoposti alcuni sacerdoti o il delirio di onnipotenza che dà una pistola nella fondina a fare di un uomo un pedofilo. Anzi, diciamo pure che generalizzare e pensare che alcune categorie abbiano un maggior numero di casi rispetto ad un’altra è una mera idiozia. Preti e poliziotti, spesso bersagli innocenti quando si parla dell’atroce reato sui minori, sono frequenti vittime dei pregiudizi socio politici usati per colpire la categoria che rappresentano e per motivi per motivi che nulla hanno a che fare con la scienza. La pedofilia non ha ceto o estrazione sociale ed è una malattia che affonda le sue colpe non nelle divise e negli abiti talari, ma in dinamiche psicopatologiche complesse e molto più diffuse di quanto si possa pensare. È quanto sostiene il dottor Sergio Caruso, pedagogista, esperto in minori, famiglia e prevenzione, criminologo clinico e docente master criminologia a  Catanzaro, chiamato a spiegare in modo oculato e scientifico che cos’è realmente la pedofilia, quando ci si trova davanti a un caso del genere e se si può guarire.

    Intanto, che cos’è la pedofilia?

    «La pedofilia è una parafilia (anomalia del comportamento per cui la soddisfazione dell’istinto sessuale può essere raggiunta solo attraverso atti eccentrici o perversi, ndr) in cui il desiderio sessuale prevalente ha i tratti della morfologia estetica caratterizzata dalla personalità e l’espressione dei caratteri sessuali specifici di un minore. L’immaturità psicologica, infatti, accomuna sia il pedofilo che la vittima».

    Il Pedofilo ha un profilo psicologico ben delinato?     

    È errato pensare che sia uno soltanto. La letteratura scientifica distingue, senza elencare i sottotipi, tre tipologie: i preferenziali, i seduttivi e i sadici. Questi ultimi sono coloro i quali, nel 95% dei casi, il recupero è impossibile, poiché un pedofilo sadico generalmente seduce, violenta, importuna e uccide il minore. L’esempio più noto è quello di Luigi Chiatti, il famigerato pedofilo di Foligno. E a tal proposito, si faccia attenzione a non usare la parola mostro. È un termine mediatico nemico della scienza, che genera confusione per alimentare la saga del crimine, per alimentare una sorta di terrorismo psicologico che non aiuta a comprendere la problematica ma anzi elimina il nesso scientifico per aumentare la paura. Il pedofilo è una persona malata. Nella stragrande maggioranza dei casi abbiamo non solo dei riscontri di psicopatologie in cui la realtà è alterata, ma come caso del sadico, una volta su tre il pedofilo è vittima della sindrome dell’abusato/abusatore, ovvero è stato anch’egli abusato, quasi sempre da persone vicine. Cosicché tende a fare gesti simili».

    Quando un adulto gioca ‘affettuosamente’ con un bambino, ad esempio fare “il cavalluccio”, tenendolo in braccio o accarezzandolo, si è sempre in presenza di un pedofilo?

    «Questo è il caso dei pedofili seduttivi, che adottano uno schema ludico per esercitare vere e proprie violenze, non per forza relative all’ambito biomeccanico della penetrazione e delle violenza sessuale in genere. Coinvolgere il minore psicologicamente in giochi erotici, in situazioni erotizzanti, con la scusa del “cavalluccio”, farsi le foto insieme, farsi accarezzare, provoca comunque dei danni nella personalità del minore».

    Cosa succede a un minore che subisce violenza fisica o psicologica?

    «Da pedagogista, esperto della tutela dell’età evolutiva, alla luce della ricerche che abbiamo condotto presso il laboratorio scientifico del mio maestro, il Professor Matteo Villanova, Roma 3, laboratorio O.L.T.R.E.E., posso dire con certezza che il soggetto subisce danni psicologici irreparabili. Tende a somatizzare, a chiudersi, a non rivelarlo a nessuno. Con questa sofferenza, se tenuta dentro, iniziano a subentrare malesseri psicofisici, quali per esempio il vomito, paure, fobie, ansie, fino a vedere gli adulti come persone distante o avverse. Questi minori esprimono un forte disagio, che non scompare in età adulta ma si enuclea fino a sfociare, in alcuni casi, in psicopatologie».

    Quando non si verifica un vero e proprio atto di violenza, come nel caso di giochi apparentemente innocenti, il minore comprende di essere oggetto di attenzioni sessuali da parte dell’adulto?

    «Inizialmente no, principalmente per due motivi: il primo è per la fiducia che nutre nella persona adulta con la quale “gioca” e che considera un punto di riferimento, il secondo è perché per un bambino giocare rappresenta la normalità. Quindi non se ne rende conto, non è capace di una presa di coscienza. Successivamente si creano delle situazioni sempre più sessualizzanti in cui si mettono in atto azioni sessuali esplicite ed è lì che il bambino capisce».

    I pedofili appartengono, per ceto sociale o altra caratteristica, a una precisa categoria?

    «Assolutamente no, categorizzare è estremamente sbagliato. È una mera invenzione mediatica affermare che i preti o poliziotti, per esempio, sono le categorie nelle quali si riscontra il maggior numero di casi di pedofilia. Ci sono determinate trasmissioni televisive che farei chiudere seduta stante, perché le informazioni distorte, anziché aiutare a risolvere il problema, lo peggiorano. La pedofilia è la conseguenza di una dinamica destrutturante insita nell’individuo che non è legata ad alcun ceto o estrazione sociale. Quando si va a colpire una categoria non si vuole gettare la croce sull’individuo, ma sulla categoria che rappresenta, per motivi socio-politici che vanno al di là della scienza».

    Quali sono i sintomi per i quali una famiglia dovrebbe allarmarsi?

    «Prima del sintomo, che si ha a violenza già avvenuta, dovremmo fare fare una cosa essenziale e che purtroppo nelle famiglie e nelle scuole non avviene più: l’ascolto emozionale. Dovremmo istituire centri d’ascolto specifici per i minori che possano collegare le due più grandi agenzie strutturanti delle personalità e della società, che in questo preciso momento storico sono crollate. Solo attraverso l’educazione affettiva possiamo accorgerci di dinamiche che in un’osservazione superficiale , sepuur quotidiana, sicuramente non vediamo. Bisogna incentivare l’ascolto, sia esso per un momento di difficoltà, di paura, per un episodio di bullismo, fino ad arrivare a casi ancora più gravi. E anche noi professionisti, quali medici e  giornalisti, dovremmo attivarci per l’istituzione della prevenzione evolutiva e pedagogica, affinché il bambino possa essere ascoltato prima del danno, prima del reato, prima della violenza».

    Dalla pedofilia si guarisce?

    «In alcuni casi sì. Però è necessario capire di fronte a quale tipo di pedofilo ci si trova e valutare con minuzia quale tipo di intervento di riduzione recidiva deve essere attuata dall’equipe psichiatrica. Ripeto, nel caso del pedofilo sadico la guarigione è quasi impossibile, ma anche nel caso del seduttivo la questione rimane comunque complicata».

    La detenzione è una pena giusta in questi casi?

    «La detenzione ci deve essere perché il reato di pedofilia è atroce e inqualificabile. Ma guai se avessimo un sistema penale che non affiancasse la cura alla detenzione. Ci sono alcuni reparti dello Spinazzoli a Trani, nel carcere di Castrovillari o Poggio Reale, solo per fare un esempio, in cui è possibile eseguire un trattamento clinico forense per questa precisa tipologia di reato. Sì, i pedofili devono rimanere dentro, anche perché, se non curati, rimane sempre alto il rischio di recidiva».

    http://www.francescalagatta.it/pedofilia-reato-atroce-parla-il-criminologo-ed-esperto-sergio-caruso/

  • Ragazzini rom e preti pedofili, il Vaticano non risponde ai pm

    Ragazzini rom e preti pedofili, il Vaticano non risponde ai pm

    Per poter approfondire la posizione di un prete coinvolto nell’ultima inchiesta che ha scosso Roma su un giro di prostituzione di giovani rom alla stazione Termini, gli agenti della Pol-fer avevano bisogno di alcune informazioni dal Vaticano. Ma la rogatoria inviata nel dicembre 2014 non ha avuto ancora risposta. Intanto sono passati cinque mesi, e le indagini della Procura capitolina, di cui sono titolari i pm Maria Monte-leone e Cristiana Macchiusi, non si sono fermate davanti a questo ostacolo.

    E COSÌ QUALCHE giorno fa, otto persone sono finite ai domiciliari, due in carcere. In totale gli indagati sono 17. È questo un altro aspetto di un’inchiesta difficile per i magistrati non solo per i minori (all’epoca dei fatti) coinvolti, ma anche perchè avere informazioni oltrete-vere – nonostante il corso “tolleranza zero” inaugurato da Papa Bergoglio – spesso richieda risposte con tempi lunghi, quando arrivano.

    Ma c’è anche un altro aspetto finito nell’ordinanza di custodia cautelare del gip Chiara Giammarco del 15 maggio, che dovrà essere chiarito. Mentre i pm indagano sul questo caso, si imbattono in un racconto di una testimone che rivela di aver visto un prete (un altro rispetto a quello della rogatoria) entrare nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, nella centrale Piazza della Repubblica, con alcuni ragazzi. Il verbale risale al 3 ottobre 2014. La donna riconosce uno degli indagati e afferma: è “un prete che due o tre anni fa lavorava presso la chiesa Santa Maria degli Angeli. Al riguardo, sono certa delle mie affermazioni in quanto all’epoca lavoravo ancora come meretrice proprio nella zona della citata piazza.

    In alcune occasioni, la sera, ho notato lo stesso che faceva entrare dei ragazzini rumeni da un’entrata secondaria della struttura. Scambiando qualche parola con uno di quei ragazzini, una volta ho appreso che quell’uomo li pagava 20 euro per consumare rapporti sessuali, ma non sono in grado di aggiungere altro né di mettervi in contatto con tale minore”.

    Per il gip però la testimonianza della donna “per quanto attendibile” rivela una vicenda che lei stessa ha appreso de relato. Quei 20 euro però tornano altre volte nei racconti dei giovani romeni. Riferendosi a uno degli indagati, un giovane rom racconta: “Viene da Milano, Napoli… non lo so. (…) non ci sono andato perché non c’era tempo per stare. Mi avrebbe pagato 20 euro”. A volte però andava anche peggio. Un indagato al telefono dice: “Adesso sto sempre al binario 29 (…) Perché c’ho uno fisso che me vie’ con 10 euro e me lo tengo, hai capito. Anzi te lo volevo far vedere chi era, almeno te lo facevi pure te!”. Proposta che l’interlocutore sembra rifiutare.

    È QUESTO il tenore delle intercettazioni. Parole che gli investigatori incrociano con i racconti e con i risultati degli appostamenti della Polfer. Tuttavia il gip rigetta alcune richieste di misura cautelare dei pm (due soli sono finiti in carcere e altri 8 ai domiciliari) soprattutto per alcune contraddizioni nei racconti.

    I ragazzi, infatti, oltre che avere difficoltà nell’espri-mersi in italiano corretto, provano un forte senso di vergogna nel raccontare di essersi prostituiti con un uomo, soprattutto perché la loro cultura non accetta l’omosessualità. Scrive il gip: “I minori temono di dimostrare veri e propri rapporti consolidati di tale tipologia per non essere additati nel loro gruppo di appartenenza” come gay o banulu, come registravano nelle rubriche dei cellulari i numeri degli uomini che incontravano. Elementi questi che spiegano quanto l’indagine sia stata complicata, non solo per la delicatezza delle vicende, ma anche per la gestione delle informazioni. Nella rogatoria di dicembre in Vaticano ad esempio gli uomini della Polfer chiedevano solo se uno degli indagati fosse un prete e quale fosse la sua parrocchia. Avevano già provato ad avere risposte dall’ispettorato Vaticano. Ma era necessaria una rogatoria. Per ora senza risposta.

    http://www.magazinedonna.it/ragazzini-rom-e-preti-pedofili-il-vaticano-non-risponde-ai-pm/21150